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Molto vasta è la bibliografia su Gabriel García Márquez. Tra i libri più

considerevoli usciti in lingua spagnola citiamo quello dello scrittore Mario

Vargas Llosa, G.M.: historia de un deicidio (Barcellona, Sei Barral, 1971);

tra quelli usciti in Italia, il saggio di Cesare Segre su I segni e la critica,

Torino, Einaudi, 1969, e i volumi di Elena Clementelli, G.M., Firenze, "Il

Castoro", 1974, di vari autori in Materiali critici: G.G.M., a cura di P.L.

Crovetto, Genova, Tilgher, 1979 e quello di Roberto Paoli, Invito alla

lettura di G.M., Milano, Mursia, 1981. (a cura di D. P.)

Nessuno scrive al colonnello

1

Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse che ne era rimasto

appena un cucchiaino. Tolse il pentolino dal focolare, rovesciò metà

dell'acqua sul pavimento di terra battuta, e con un coltello raschiò l'interno

del barattolo sul pentolino finché si distaccarono gli ultimi rimasugli di

polvere di caffè misti a ruggine di latta.

Mentre aspettava che l'infusione bollisse, seduto vicino al focolare di

mattoni in un atteggiamento di fiduciosa e innocente attesa, il colonnello

provò la sensazione che nelle sue viscere nascessero funghi e muffosità

velenose. Era ottobre. Una mattina difficile da cavar fuori, anche per un

uomo come lui che era sopravvissuto a tante mattine come quella. Per

cinquantasei anni — da quando era finita l'ultima guerra civile — il

colonnello non aveva fatto altro che aspettare. Ottobre era una delle poche

cose che arrivavano.

Sua moglie alzò la zanzariera quando lo vide entrare nella stanza col

caffè. Quella notte aveva sofferto una crisi di asma e ora era prostrata in

uno stato di sopore. Ma si sollevò per prendere la tazza.

"E tu," disse.

"L'ho già preso," mentì il colonnello. "Ne era rimasta ancora una

cucchiaiata grande."

In quel momento cominciarono i rintocchi. Il colonnello si era

dimenticato del funerale. Mentre sua moglie beveva il caffè, staccò l'amaca

da un'estremità e l'arrotolò nell'altra, dietro la porta. La donna pensò al

morto.

"È nato nel 1922," disse. "Esattamente un mese dopo nostro figlio. Il

sette aprile."

Continuò a bere il caffè nelle pause della sua respirazione rantolosa. Era

una donna costruita soltanto di cartilagini bianche su una spina dorsale

inarcata e inflessibile. I disturbi respiratori la costringevano a far domande

affermando. Quando finì il caffè stava ancora pensando al morto.

"Deve essere orribile essere sepolto in ottobre," disse. Ma suo marito

non le fece caso. Aprì la finestra. Ottobre si era insediato nel patio.

Osservando la vegetazione che prorompeva in verdi intensi, le minuscole

cupole dei vermi nel fango, il colonnello sentì di nuovo il mese funesto

negli intestini.

"Ho le ossa umide," disse.

"È l'inverno," ribatté la donna. "Da quando è cominciato a piovere ti sto

dicendo di dormire senza toglierti le calze."

"È da una settimana che dormo con le calze."

Pioveva adagio ma ininterrottamente. Il colonnello avrebbe preferito

avvolgersi in una coperta di lana e rimettersi nell'amaca. Ma l'insistenza

delle campane fesse gli ricordò il funerale. "È ottobre," mormorò, e si

mosse verso il centro della stanza. Soltanto allora si ricordò del gallo

legato al piede del letto. Era un gallo da combattimento.

Dopo aver portato la tazza in cucina andò nel salotto a caricare una

pendola in cornice di legno intagliato. A differenza della stanza da letto,

troppo angusta per la respirazione di una asmatica, il salotto era ampio,

con quattro sedie a dondolo di vimini attorno a un tavolino con un tappeto

e un gatto di gesso. Sulla parete opposta a quella dell'orologio, c'era il

quadro di una donna avvolta in veli, circondata da amorini in una barca

carica di rose.

Erano le sette e venti quando terminò di caricare l'orologio. Poi portò il

gallo in cucina, lo legò a un sostegno del focolare, cambiò l'acqua alla

bacinella e vi mise vicino un pugno di granturco. Un gruppo di bambini

entrò dallo steccato sconnesso. Si sedettero intorno al gallo, a contemplarlo

in silenzio.

"Smettetela di guardare quell'animale," disse il colonnello. "I galli si

sciupano, a furia di guardarli."

I bambini non si scomposero. Uno di loro attaccò sull'armonica gli

accordi di una canzone di moda. "Oggi non si suona," gli disse il

colonnello. "C'è un morto in paese." Il bambino si infilò lo strumento nella

tasca dei pantaloni e il colonnello andò nella stanza a vestirsi per il

funerale.

Il vestito bianco non era stirato a causa dell'asma della donna. Di modo

che il colonnello dovette decidersi per il vecchio vestito di panno nero che

dopo il suo matrimonio usava soltanto in speciali occasioni. Gli costò

fatica trovarlo in fondo al baule, avvolto nei giornali e preservato contro le

tarme con palline di naftalina. Rigida sul letto la donna continuava a

pensare al morto.

"Deve aver già incontrato Agustín," disse. "Può darsi che non gli

racconti la situazione in cui ci siamo trovati dopo la sua morte."

"A quest'ora staranno discutendo di galli," disse il colonnello.

Trovò nel baule un ombrello enorme e antico. Lo aveva vinto la donna a

una tombola politica destinata a raccogliere fondi per il partito del

colonnello. Quella stessa sera avevano assistito a uno spettacolo all'aperto

che non era stato interrotto malgrado la pioggia. Il colonnello, sua moglie e

suo figlio Agustín — che allora aveva otto anni — avevano assistito allo

spettacolo fino alla fine, seduti sotto l'ombrello. Ora Agustín era morto e la

fodera di raso lucido era stata distrutta dalle tarme.

"Guarda che cosa è rimasto del nostro ombrello da pagliaccio di circo,"

disse il colonnello con una sua antica frase. Spalancò sul capo un

misterioso sistema di stecche metalliche. "Ora serve soltanto per contare le

stelle."

Sorrise. Ma la donna non si prese la briga di guardare l'ombrello. "Tutto

è così," mormorò. "Stiamo marcendo vivi." E chiuse gli occhi per pensare

più intensamente al morto.

Dopo essersi fatto la barba a tastoni — dato che lo specchio mancava da

molto tempo — il colonnello si vestì in silenzio. I pantaloni, attillati alle

cosce quasi quanto le mutande lunghe, chiusi alle caviglie con fettucce

scorrevoli, si sostenevano alla vita con due linguette dello stesso panno che

passavano tra due fibbie dorate cucite all'altezza delle reni. Non usava

cintura. La camicia color cartone antico, dura come cartone, si chiudeva

con un bottone di rame che serviva al tempo stesso per allacciare il colletto

inamidato. Ma il colletto inamidato era rotto e così il colonnello rinunciò

alla cravatta.

Faceva ogni cosa come se fosse un'azione trascendentale. Le ossa delle

sue mani erano foderate di cute lucida e tesa, coperta di chiazze brune

come la pelle del collo. Prima di infilarsi gli stivaletti di vernice grattò via

il fango incrostato nelle cuciture. Sua moglie lo vide in quell'istante,

vestito come il giorno del suo matrimonio. Soltanto allora si accorse come

era invecchiato suo marito.

"Ti sei messo come per un avvenimento," disse.

"Questo funerale è un avvenimento," disse il colonnello. "È il primo

morto di morte naturale da molti anni a questa parte."

Smise di piovere dopo le nove. Il colonnello stava per uscire quando sua

moglie lo tirò per la manica della giacca.

"Pettinati," disse.

Cercò di dominare con un pettine di corno le setole color acciaio. Ma fu

uno sforzo inutile.

"Devo sembrare un pappagallo," disse.

La moglie lo esaminò. Pensò di no. Il colonnello non sembrava un

pappagallo. Era un uomo arido, con ossa solide articolate a bulloni e

cacciavite. Considerata la vivacità dei suoi occhi non sembrava conservato

nella formaldeide.

"Così stai bene," ammise la donna, e aggiunse mentre suo marito stava

uscendo:

"Chiedi al dottore se in questa casa c'è troppo sole, secondo lui."

Abitavano in fondo al paese, in una casa col tetto di palma con muri di

calce stonacata. L'aria era ancora umida, ma non pioveva. Il colonnello

scese verso la piazza lungo un vicolo di case addossate l'una all'altra.

Quando imboccò la strada principale rabbrividì. Fin dove giungeva il suo

sguardo il paese era tappezzato di fiori. Sedute sulla soglia delle case le

donne in nero aspettavano il funerale.

In piazza cominciò di nuovo a piovigginare. Il proprietario della sala da

biliardo vide il colonnello dalla porta del suo locale e gli gridò

spalancando le braccia:

"Colonnello, aspetti e le presto un ombrello."

Il colonnello rispose senza girare la testa.

"Grazie, va bene così."

Il funerale non era ancora uscito. Gli uomini — vestiti di bianco con

cravatta nera — chiacchieravano sulla porta sotto gli ombrelli. Uno di loro

scorse il colonnello che saltava sulle pozzanghere della piazza.

"Si ripari qui, compare," gridò.

Fece posto sotto l'ombrello.

"Grazie, compare," disse il colonnello.

Ma non accettò l'invito. Entrò subito nella casa per le condoglianze alla

madre del morto. La prima cosa che sentì fu l'odore di molti fiori diversi.

Poi cominciò il caldo. Il colonnello cercò di farsi strada tra la folla che

stipava la camera da letto. Ma qualcuno gli mise una mano sulla spalla, lo

spinse in fondo alla stanza lungo una galleria di visi perplessi fino al luogo

dove si trovavano — profonde e dilatate — le fosse nasali del morto.

Lì c'era la madre, che scacciava mosche dal feretro con un ventaglio di

palme intrecciate. Altre donne vestite di nero contemplavano il cadavere

con la stessa espressione con la quale si guarda la corrente di un fiume.

Improvvisamente sorse una voce in fondo alla stanza. Il colonnello spinse

da parte una donna, si trovò davanti il profilo della madre del morto e le

mise una mano sulla spalla. Strinse i denti.

"Le mie sentite condoglianze," disse.

La donna non girò il capo. Aprì la bocca ed emise un ululato. Il

colonnello sussultò. Si sentì spinto contro il cadavere da una massa

deforme che proruppe in un vibrante urlio. Cercò una presa con le mani ma

non trovò il muro. Trovò invece altri corpi. Qualcuno disse vicino alla sua

orecchia, adagio, con voce assai delicata: "Piano, colonnello." Girò la testa

e si trovò davanti il morto. Ma non lo riconobbe perché era duro e

dinamico e sembrava sconcertato quanto lui, avvolto in panni bianchi e

con la cornetta tra le mani. Quando alzò la testa per boccheggiare al di

sopra delle grida vide la cassa chiusa sballottata verso la porta, sotto un

dirupo di fiori che si sminuzzavano contro le pareti. Sudò. Gli dolevano le

articolazioni. Un momento dopo capì di trovarsi in strada perché la pioggia

gli ferì le palpebre e qualcuno lo afferrò per il braccio e gli disse:

"In fretta, compare, la stavo aspettando."

Era don Sabas, il padrino di suo figlio morto, l'unico dirigente del suo

partito che era sfuggito alla persecuzione politica e che continuava a vivere

nel paese. "Grazie, compare," disse il colonnello, e camminò in silenzio

sotto il paracqua. La banda attaccò la marcia funebre. Il colonnello sentì

che mancava un ottone e per la prima volta ebbe la certezza che il morto

era morto.

"Poveraccio," mormorò.

Don Sabas si schiarì la gola. Teneva l'ombrello con la mano sinistra, col

manico quasi all'altezza della testa perché era più basso del colonnello. Gli

uomini cominciarono a chiacchierare quando il corteo lasciò la piazza.

Don Sabas rivolse allora verso il colonnello il suo viso desolato e disse:

"Compare, come va il gallo?"

"Il gallo va bene," rispose il colonnello.

In quel momento si udì un grido:

"Dove state andando con quel morto?"

Il colonnello alzò lo sguardo. Vide l'alcalde affacciato al balcone della

caserma in atteggiamento discorsivo. Era in mutande e maglia, con la

barba lunga sulla gota gonfia. La banda interruppe la marcia funebre. Un

momento dopo il colonnello riconobbe la voce di padre Angel che

scambiava urli con l'alcalde. Decifrò il dialogo attraverso il crepitio della

pioggia sugli ombrelli.

"E allora?" chiese don Sabas.

"Allora niente," rispose il colonnello. "È che il funerale non può passare

davanti alla caserma della polizia."

"Me n'ero dimenticato," esclamò don Sabas. "Dimentico sempre che

siamo in stato d'assedio."

"Ma questa non è una rivolta," disse il colonnello. "È un povero

musicista morto."

Il corteo cambiò direzione. Nei quartieri bassi le donne lo videro passare

mordendosi le unghie in silenzio. Ma subito dopo uscirono in mezzo alla

strada e lanciarono grida di lode, di gratitudine e di commiato, come se

credessero che il morto le sentisse dentro il feretro. Nel cimitero il

colonnello si sentì male. Quando don Sabas lo spinse contro il muro per

lasciar passare gli uomini che trasportavano il morto, girò il viso sorridente

verso di lui, ma cozzò con un volto duro.

"Cosa le succede, compare?" chiese.

Il colonnello sospirò.

"È ottobre, compare."

Tornarono dalla stessa strada. Non pioveva più. Il cielo si fece profondo,

di un azzurro intenso. "Non piove già più," pensò il colonnello, e si sentì

meglio, ma continuò a camminare assorto. Don Sabas lo interruppe.

"Compare, si faccia visitare dal dottore."

"Non sono malato," disse il colonnello. "È che in ottobre sento come se

avessi delle bestie nelle budella."

"Ah," fece don Sabas. E si accomiatò sulla soglia della sua casa, un

edificio nuovo, a due piani, con finestre di ferro battuto. Il colonnello si

avviò verso la sua, impaziente di liberarsi del vestito da cerimonia. Tornò a

uscire un momento dopo per comprare nel negozio all'angolo un barattolo

di caffè e mezza libbra di granturco per il gallo.

2

Il colonnello continuò a badare al gallo anche se il giovedì avrebbe

preferito rimanere nell'amaca. Ci fu brutto tempo per parecchi giorni. Nel

corso della settimana esplose la flora delle sue viscere. Passò diverse notti

in bianco, tormentato dai sibili polmonari della asmatica. Ma l'ottobre

concesse una tregua il venerdì pomeriggio. I compagni di Agustín — sarti,

come lui, e fanatici del combattimento di galli — approfittarono

dell'occasione per esaminare il gallo. Era in forma.

Il colonnello tornò nella stanza quando rimase in casa solo con sua

moglie. La donna si era ripresa.

"Cosa dicono," chiese.

"Entusiasti," informò il colonnello. "Stanno tutti risparmiando per

scommettere sul gallo."

"Non so che cosa ci trovino in quel gallo così brutto," disse la donna. "A

me sembra un fenomeno: ha la testa molto piccola e le zampe troppo

grosse."

"Loro dicono che è il migliore del Dipartimento," ribatté il colonnello.

"Vale cinquanta pesos all'incirca."

Ebbe la certezza che quell'argomento giustificasse la sua decisione di

conservare il gallo, eredità del figlio crivellato nove mesi prima nell'arena

dei galli perché aveva distribuito notizie clandestine. "È una illusione che

costa caro," disse la donna. "Quando finirà il granturco dovremo

alimentarlo coi nostri fegati." Il colonnello pensò con calma prima di

rispondere, mentre cercava nell'armadio i pantaloni di cotone.

"È questione di pochi mesi," disse. "Si sa già con certezza che ci saranno

combattimenti in gennaio. Poi potremo venderlo a un prezzo migliore."

I pantaloni non erano stirati. La donna li ripassò sul focolare con due

piastre di ferro scaldate a carbone.

"Perché hai fretta di uscire," chiese. La posta.

"Mi ero dimenticata che oggi è venerdì," disse la donna tornando nella

stanca. Il colonnello era vestito ma senza i pantaloni. Lei gli guardò le

scarpe.

"Ormai sono da buttare via," disse. "Mettiti gli stivaletti di vernice."

Il colonnello si sentì sconsolato.

"Sembrano scarpe da orfano," protestò. "Ogni volta che me li metto mi

pare di essere scappato da un asilo."

"Noi siamo orfani di nostro figlio," disse la donna.

Anche questa volta lo persuase. Il colonnello si diresse verso il porto

prima che le lance si mettessero a fischiare. Stivaletti di vernice, pantaloni

bianchi senza cintura e camicia senza colletto inamidato, chiusa in alto col

bottone di rame. Osservò la manovra delle lance dal magazzino del siriano

Moisés. I viaggiatori scesero scombussolati dopo un viaggio di otto ore

senza cambiare posizione. Gli stessi di sempre: venditori ambulanti e la

gente del paese che se ne era andata la settimana prima e tornava come al

solito.

L'ultima era la lancia della posta. Il colonnello la guardò attraccare, con

un'angosciosa inquietudine. Sul tetto, legato ai tubi del vapore e protetto da

un'incerata, vide il sacco della posta. Quindici anni di attesa avevano

acuito la sua percezione. Il gallo aveva acuito la sua ansia. Dal momento in

cui l'impiegato postale salì sulla lancia, slegò il sacco e se lo buttò sulla

spalla, il colonnello non lo perse di vista.

Lo seguì lungo la strada parallela al porto, un labirinto di negozi e di

baracche con merci variopinte in mostra. Ogni volta che lo faceva, il

colonnello provava un'ansietà assai diversa ma angustiosa quanto il terrore.

Il dottore aspettava i giornali nell'ufficio postale.

"Mia moglie mi ha detto di chiederle se per lei in casa nostra c'è troppo

sole, dottore," disse il colonnello.

Era un medico giovane, col cranio coperto di riccioli lucidi. C'era

qualcosa di incredibile nella perfezione del suo apparato dentale. Si

interessò della salute della asmatica. Il colonnello propinò un'informazione

dettagliata senza perdere d'occhio i movimenti dell'impiegato che ripartiva

le lettere nelle caselle classificate. Il suo modo di fare indolente esasperava

il colonnello.

Il dottore ricevette la corrispondenza col pacco dei giornali. Mise da

parte i bollettini di propaganda scientifica. Poi lesse superficialmente le

lettere personali. Nel frattempo, l'impiegato distribuì la posta tra i

destinatari presenti. Il colonnello osservò la casella che portava l'iniziale

del suo cognome. Una lettera aerea coi bordi azzurri aumentò la tensione

dei suoi nervi.

Il medico ruppe la fascetta dei giornali. Lesse le notizie di rilievo mentre

il colonnello — con gli occhi fissi sulla sua casella — aspettava che

l'impiegato vi si avvicinasse. Ma non lo fece. Il medico interruppe la

lettura dei giornali. Guardò il colonnello. Poi guardò l'impiegato seduto

davanti all'apparecchio del telegrafo e poi di nuovo il colonnello.

"Andiamo," disse.

L'impiegato non alzò la testa.

"Niente per il colonnello," disse.

Il colonnello provò vergogna.

"Non aspettavo niente," mentì. Rivolse al medico uno sguardo del tutto

infantile. "A me non scrive nessuno."

Tornarono in silenzio. Il medico concentrato nei giornali. Il colonnello

col suo solito modo di camminare che sembrava quello di un uomo che

ritorna sui suoi passi in cerca di una moneta perduta. Era un pomeriggio

lucido. I mandorli della piazza perdevano le ultime foglie morte.

Cominciava a far sera quando arrivarono alla porta dell'ambulatorio.

"Che notizie ci sono?" chiese il colonnello.

Il medico gli diede qualche giornale.

"Non si sa," disse. "È difficile leggere tra le righe quello che la censura

permette di pubblicare."

Il colonnello lesse i titoli. Notizie internazionali. In alto, a quattro

colonne, una cronaca sulla nazionalizzazione del canale di Suez. La prima

pagina era quasi completamente occupata dalle partecipazioni di un

funerale.

"Non c'è speranza di elezioni," disse il colonnello.

"Non sia ingenuo, colonnello," disse il medico. "Noi siamo ormai troppo

grandi per aspettare ancora il Messia."

Il colonnello fece per restituirgli i giornali ma il medico si oppose.

"Se li porti a casa," disse. "Li legge questa notte e domani me li

restituisce."

Poco dopo le sette suonarono al campanile i rintocchi della censura

cinematografica. Padre Angel usava quel sistema per rendere nota la

classificazione morale della pellicola in conformità all'elenco valutativo

che riceveva tutti i mesi per posta. La moglie del colonnello contò dieci

rintocchi.

"Sconsigliata a tutti," disse. "È già quasi un anno che le pellicole sono

sconsigliate a tutti."

Abbassò la zanzariera e mormorò: "Il mondo è corrotto." Ma il

colonnello non fece alcun commento. Prima di coricarsi legò il gallo al

piede del letto. Chiuse la casa e fumigò insetticida nella stanza. Poi mise la

lampada per terra, attaccò l'amaca e si coricò per leggere i giornali.

Li lesse in ordine cronologico e dalla prima pagina fino all'ultima,

incluse le inserzioni. Alle undici si udì la tromba del coprifuoco. Il

colonnello terminò la lettura mezz'ora più tardi, aprì la porta del patio

verso la notte impenetrabile, e orinò contro il puntello dello steccato,

infastidito dalle zanzare. Quando tornò nella stanza, sua moglie era

sveglia.

"Non dicono niente dei veterani," chiese.

"Niente," disse il colonnello. Spense la lampada prima di stendersi

nell'amaca. "Prima per lo meno pubblicavano l'elenco dei nuovi pensionati.

Ma saranno cinque anni che non dicono nulla."

Si mise a piovere dopo mezzanotte. Il colonnello conciliò il sonno ma si

svegliò un attimo dopo, messo in agitazione dai suoi intestini. Sentì

gocciare da qualche parte nella casa. Avvolto fino alla testa in una coperta

di lana cercò di individuare nel buio il foro del tetto. Un filo di sudore

gelato gli scivolò lungo la colonna vertebrale. Aveva la febbre. Si sentì

galleggiare in cerchi concentrici in una cisterna di gelatina. Qualcuno

parlò. Il colonnello rispose dalla sua branda di rivoluzionario.

"Con chi stai parlando," chiese la donna.

"Con l'inglese mascherato da tigre che è comparso nell'accampamento

del colonnello Aureliano Buendía," rispose il colonnello. Si rigirò

nell'amaca, bruciando nella febbre. "Era il duca di Marlborough."

Si risvegliò all'alba, sfinito. Al secondo rintocco della messa saltò

dall'amaca e si ritrovò in una torbida realtà turbata dal canto del gallo. La

testa gli continuava a girare in circoli concentrici. Provò nausea. Uscì nel

patio e si avvicinò al gabinetto passando attraverso il minuzioso bisbiglio e

gli oscuri odori dell'inverno. L'interno dello stanzino di legno col tetto di

lamiera era rarefatto dai vapori ammoniacali dello scarico. Quando il

colonnello alzò il coperchio, dal foro uscì un alito di mosche triangolari.

Era un falso allarme. Accoccolato sulla piattaforma di assi grezze provò

la delusione dell'anelito frustrato. L'affanno fu sostituito da un sordo

dolore al tubo digerente. "Non c'è dubbio," mormorò. "In ottobre mi

succede sempre la stessa cosa." E assunse il suo atteggiamento di fiduciosa

e innocente attesa finché si calmarono i funghi delle sue viscere. Allora

tornò nella stanza per occuparsi del gallo.

"Questa notte stavi delirando di febbre," disse la donna.

Aveva cominciato a far ordine nella stanza, rimessa dopo una settimana

di crisi. Il colonnello fece uno sforzo per ricordare.

"Non era febbre," mentì. "Era di nuovo il sogno delle ragnatele."

Come sempre succedeva, la donna era tutta eccitata dopo la crisi. Nel

corso della mattinata mise sossopra la casa. Cambiò di posto ad ogni cosa,

tranne all'orologio e al quadro della ninfa. Era così sottile ed elastica che

quando passava con le sue pantofole di panno e il vestito nero

completamente chiuso sembrava dotata della virtù di passare attraverso i

muri. Ma prima di mezzogiorno aveva riacquistato la sua densità, il suo

peso umano. In letto era un'inconsistenza. Ora, movendosi tra i vasi di

felce e di begonie, la sua presenza straripava dalla casa. "Se fosse passato

l'anno di Agustín mi metterei a cantare," disse, mentre mescolava nella

pentola dove bollivano tagliate a pezzi tutte le cose da mangiare che la

terra del tropico era in grado di produrre.

"Se hai voglia di cantare, canta," disse il colonnello. "Fa bene per la

bile."

Il dottore venne dopo pranzo. Il colonnello e sua moglie bevevano il

caffè in cucina quando il medico spinse la porta di strada e gridò:

"I malati sono morti."

Il colonnello si alzò per riceverlo.

"Proprio così, dottore," disse entrando in salotto. "Ho sempre detto che il

suo orologio è regolato su quello degli avvoltoi."

La donna andò nella stanza a prepararsi per la visita. Il dottore rimase

nel salotto col colonnello. Nonostante il caldo, il suo vestito di lino

ingualcibile esalava un alito fresco. Quando la donna disse di essere

pronta, il medico consegnò al colonnello tre fogli in una busta. Entrò nella

stanza, dicendo: "È quello che non dicevano i giornali di ieri."

Il colonnello lo supponeva. Era una sintesi degli ultimi avvenimenti

nazionali, stampata in ciclostile per la distribuzione clandestina.

Rivelazioni sulla situazione della resistenza armata nell'interno del paese.

Si sentì abbattuto. Dieci anni di informazioni clandestine non gli avevano

insegnato che nessuna notizia era più sorprendente di quella del mese

entrante. Aveva finito di leggere quando il dottore tornò in salotto.

"Questa paziente sta meglio di me," disse. "Con un'asma come quella io

sarei pronto a vivere per cento anni."

Il colonnello gli rivolse uno sguardo cupo. Gli restituì la busta senza

pronunciare parola, ma il medico la respinse.

"La faccia circolare," disse a bassa voce.

Il colonnello mise la busta nella tasca dei pantaloni. La donna uscì dalla

stanza dicendo: "Un giorno di questi muoio e lei viene all'inferno con me,

dottore." Il medico rispose in silenzio con lo stereotipato smalto dei suoi

denti. Tirò una sedia vicino al tavolino e tolse dalla borsa qualche boccetta

di campioni gratuiti. La donna passò al largo e andò in cucina.

"Aspetti e le scaldo il caffè."

"No, grazie," disse il medico. Scrisse la dose su un foglietto del

ricettario. "Mi rifiuto decisamente di darle la possibilità di avvelenarmi."

La donna si mise a ridere dalla cucina. Quando terminò di scrivere, il

dottore lesse le indicazioni ad alta voce perché era conscio che nessuno era

in grado di decifrare la sua scrittura. Il colonnello cercò di stare attento.

Tornando dalla cucina la donna scoprì nel suo viso i danni della notte

precedente.

"Questa mattina ha avuto la febbre," disse, riferendosi a suo marito. "Ha

continuato per due ore a dire stramberie sulla guerra civile."

Il colonnello sussultò.

"Non era febbre," insistette, ricomponendosi. "E poi," disse, "il giorno in

cui mi sentirò male non mi metto nelle mani di nessuno. Mi butto io stesso

nel bidone della spazzatura."

Andò nella stanza a cercare i giornali.

"Grazie per il complimento," disse il medico.

Camminarono insieme verso la piazza. L'aria era asciutta. Il caldo

cominciava a sciogliere l'asfalto delle strade. Quando il medico si

accomiatò, il colonnello gli chiese a bassa voce, a denti stretti:

"Quanto le dobbiamo... dottore."

"Per ora niente," disse il medico, e gli diede un colpetto sulla schiena.

"Le presenterò un conto salato non appena il gallo vincerà."

Il colonnello si diresse verso la sartoria per portare la lettera clandestina

ai compagni di Agustín. Era il suo unico rifugio da quando i suoi

compagni di partito erano stati uccisi o espulsi dal paese, e lui si era

trasformato in un uomo solo senza altra occupazione che quella di

aspettare la posta tutti i venerdì.

Il caldo del pomeriggio stimolò il dinamismo della donna. Seduta tra le

begonie del patio, accanto a una scatola di roba inservibile, compì di

nuovo l'eterno miracolo di creare indumenti nuovi dal nulla. Ricavò

colletti dalle maniche e polsini di tela dalla schiena, e fece rammendi

quadrati, perfetti, anche se con ritagli di differente colore. Una cicala

stabilì il suo stridìo nel patio. Il sole maturò. Ma la donna non lo vide

agonizzare sulle begonie. Alzò la testa solo verso sera quando il colonnello

tornò a casa. Allora si strinse il collo con le due mani, fece scricchiolare le

giunture; disse: "Ho il cervello teso come un palo."

"Lo hai sempre avuto così," disse il colonnello, ma poi osservò il corpo

della donna interamente coperto di ritagli colorati. "Sembri un'ape operaia

coperta di polline."

La donna sorrise e distese una camicia composta di stoffa di tre

differenti colori, tranne il collo e i polsini che erano dello stesso colore. "A

carnevale ti basterà togliere la giacca."

La interruppero i rintocchi delle sei. "L'angelo del signore annunciò a

Maria," pregò ad alta voce, dirigendosi con la roba verso la stanza da letto.

Il colonnello si intrattenne coi bambini che uscendo da scuola erano venuti

a guardare il gallo. Poi si ricordò che non c'era più granturco per il giorno

dopo ed entrò nella stanza da letto per chiedere soldi a sua moglie.

"Credo che ormai non rimangano che cinquanta centavos," disse la

donna.

Teneva il denaro sotto la stuoia del letto, annodato nella punta di un

fazzoletto. Era il ricavato della macchina per cucire di Agustín. Per nove

mesi avevano consumato quel denaro a poco a poco, dividendolo tra i loro

bisogni e quelli del gallo. Ora c'erano solo due monete da venti e una da

dieci centavos.

"Compra una libbra di granturco," disse la donna. "Con quello che

rimane compra il caffè per domani e quattro once di formaggio."

"E un elefante dorato per appenderlo sulla porta," proseguì il colonnello.

"Soltanto il granturco costa quarantadue."

Rifletterono per un momento. "Il gallo è un animale e quindi può

aspettare," cominciò a dire la donna. Ma l'espressione di suo marito la

costrinse a tacere. Il colonnello si sedette sul letto, coi gomiti appoggiati

alle ginocchia, facendo tintinnare le monete in mano. "Non è per me,"

disse dopo un momento. "Se dipendesse da me questa sera stessa farei un

arrosto di gallo. Deve essere molto buona un'indigestione di cinquanta

pesos." Fece una pausa per schiacciare una zanzara sul collo. Poi seguì con

lo sguardo la donna che girava per la stanza.

"Quello che mi preoccupa è che quei poveri ragazzi stanno

risparmiando."

Allora la donna cominciò a pensare. Fece un giro su se stessa con la

bombola dell'insetticida. Il colonnello scoprì qualcosa di irreale nel suo

atteggiamento, come se stesse convocando per consultarli gli spiriti della

casa. Alla fine mise la bombola sull'altarino delle litografie e puntò gli

occhi color sciroppo negli occhi color sciroppo del colonnello.

"Compra il granturco," disse. "Saprà Dio come faremo per arrangiarci."

3

"Questo è il miracolo della moltiplicazione dei pani," ripeteva il

colonnello ogni volta che si sedettero a tavola nel corso della settimana

seguente. Con la sua sorprendente destrezza nell'aggiustare, cucire e

rammendare, la donna sembrava aver scoperto la chiave per sostenere nel

vuoto l'economia domestica. Ottobre prolungò la tregua. L'umidità fu

sostituita dal sopore. Riconfortata dal sole di rame la donna dedicò tre

pomeriggi alla sua laboriosa pettinatura. "Ora comincia la messa cantata,"

disse il colonnello il pomeriggio in cui sua moglie cominciò a districare le

lunghe ciocche azzurre con un pettine dai denti radi. Il secondo

pomeriggio, seduta nel patio con un lenzuolo bianco sul grembo, si servì di

un pettine più fine per liberarsi dai pidocchi che avevano prolificato

durante la crisi. Alla fine si lavò la testa con acqua di lavanda, aspettò che

si asciugasse, e si arrotolò i capelli sulla nuca in due volute, assicurandoli

con un pettine alto. Il colonnello aspettò. Di notte, non riuscendo a

dormire, si tormentò per molte ore pensando al gallo. Ma il mercoledì lo

pesarono e lo trovarono in forma.

Quella sera stessa, quando i compagni di Agustìn lasciarono la casa

facendo allegri progetti sulla vittoria del gallo, anche il colonnello si sentì

in forma. Sua moglie gli tagliò i capelli. "Mi hai tolto vent'anni di dosso,"

disse, tastandosi la testa. La donna pensò che suo marito aveva ragione.

"Quando sto bene sono capace di risuscitare un morto," ammise.

Ma la sua convinzione durò pochissime ore. In casa non era rimasto più

nulla da vendere, tranne l'orologio e il quadro. Il giovedì notte, nell'ultimo

estremo dei ricorsi, la donna manifestò la sua inquietudine per la

situazione.

"Non preoccuparti," la consolò il marito. "Domani arriva la posta."

Il giorno dopo attese la lancia davanti all'ambulatorio del medico.

"L'aereo è una cosa meravigliosa," disse il colonnello, con gli occhi fissi

sul sacco della posta. "Dicono che può arrivare in Europa in una notte."

"Proprio così," disse il medico, facendosi vento con una rivista illustrata.

Il colonnello scorse l'impiegato postale in un gruppo che aspettava che

terminassero le manovre per saltare sulla lancia. Saltò per primo. Ricevette

dal capitano una busta sigillata. Poi salì sul tetto. Il sacco della posta era

legato tra due bidoni di petrolio.

"Ciò non toglie che l'aereo sia ancora pericoloso," disse il colonnello.

Perse di vista l'impiegato, ma lo rintracciò tra le bottiglie colorate del

carrettino delle bibite. "L'umanità non progredisce d'un colpo solo."

"Attualmente è più sicuro di una lancia," disse il medico. "A ventimila

piedi di altezza si vola sopra le bufere."

"Ventimila piedi," ripeté il colonnello, perplesso, senza concepire la

nozione della cifra.

Il medico continuò a parlare. Stirò la rivista con le due mani finché

ottenne una immobilità assoluta.

"C'è una stabilità perfetta," disse.

Ma il colonnello guardava l'impiegato. Lo vide bere una bibita spumosa

di color rosa reggendo il bicchiere con la sinistra. Teneva con la destra il

sacco della posta.

"E poi, in mare ci sono delle navi ormeggiate in permanente contatto con

gli aerei notturni," continuò il medico. "Con tante precauzioni è più sicuro

di una lancia."

Il colonnello lo guardò.

"Certamente," disse. "Deve essere come i tappeti."

L'impiegato si mosse direttamente alla loro volta. Il colonnello

indietreggiò, spinto da una irresistibile ansietà, cercando di decifrare il

nome scritto sulla busta sigillata. L'impiegato aprì il sacco. Consegnò al

medico il pacchetto dei giornali. Poi lacerò la busta della corrispondenza

privata, verificò l'esattezza della consegna e lesse sulle lettere i nomi dei

destinatari. Il medico aprì i giornali.

"Ancora il problema di Suez," disse, leggendo i titoli di testa.

"L'occidente perde terreno."

Il colonnello non lesse i titoli. Fece uno sforzo per reagire contro il

proprio stomaco. "Da quando c'è la censura, i giornali non fanno altro che

parlare dell'Europa," disse. "La cosa migliore da fare sarebbe che gli

europei venissero qui e che noi ce ne andassimo in Europa. Così tutti

saprebbero che cosa succede nei loro rispettivi paesi."

"Per gli europei l'America del sud è un uomo coi baffi, con una chitarra

e una pistola," disse il medico, ridendo dietro i giornali. "Non capiscono il

problema."

L'impiegato gli consegnò la corrispondenza. Mise il resto nel sacco e lo

chiuse di nuovo. Il medico si preparò a leggere due lettere personali. Ma

prima di aprire le buste guardò il colonnello. Poi guardò l'impiegato.

"Niente per il colonnello?"

Il colonnello si sentì terrorizzato. L'impiegato si buttò il sacco sulla

spalla, scese dal marciapiede e rispose senza girare la testa:

"Al colonnello non scrive nessuno."

Contrariamente alle sue abitudini non andò direttamente a casa. Bevve il

caffè nella sartoria mentre i compagni di Agustín sfogliavano i giornali. Si

sentiva defraudato. Avrebbe preferito rimanere lì fino al prossimo venerdì

per non presentarsi a casa da sua moglie a mani vuote. Ma quando

chiusero la sartoria dovette affrontare la realtà. La donna lo stava

aspettando.

"Niente," chiese.

"Niente," rispose il colonnello.

Il venerdì seguente tornò alle lance. E come tutti i venerdì rientrò a casa

senza la lettera attesa. "Ormai è inutile sperare," gli disse quella sera sua

moglie. "Occorre proprio avere la pazienza da bue che hai tu per aspettare

una lettera per quindici anni." Il colonnello si coricò nell'amaca a leggere i

giornali.

"Bisogna aspettare il turno," disse. "Il nostro numero è il

milleottocentoventitré."

"Da quando stiamo aspettando, quel numero è uscito per due volte alla

lotteria," ribatté la donna.

Il colonnello lesse, come sempre, dalla prima all'ultima pagina, annunci

inclusi. Ma questa volta non si concentrò. Durante la lettura pensò alla sua

pensione di veterano. Diciannove anni prima, quando il congresso aveva

promulgato la legge, si era iniziato un procedimento di giustificazione che

era durato otto anni. Poi ce n'erano voluti altri sei per essere incluso nei

ruoli. Quella era stata l'ultima lettera che aveva ricevuto il colonnello.

Terminò di leggere dopo il coprifuoco. Quando stava per spegnere la

lampada si accorse che sua moglie era ancora sveglia.

"Hai ancora quel ritaglio?"

La donna pensò.

"Sì. Deve essere con le altre carte."

Uscì dalla zanzariera e tolse dall'armadio uno scrigno di legno con un

pacchetto di lettere ordinate secondo la data e legate con un elastico. Trovò

un annuncio di una agenzia di avvocati che si impegnava a un attivo

espletamento delle pensioni di guerra.

"Da quando ho cominciato a dirti di cambiare avvocato a oggi avremmo

avuto perfino il tempo di mangiarci i soldi," disse la donna, consegnando a

suo marito il ritaglio del giornale. "Quando saremo ben morti non ci

servirà a nulla."

Il colonnello lesse il ritaglio che portava la data di due anni prima. Lo

infilò nel taschino della camicia appesa dietro alla porta.

"Il guaio è che per cambiare avvocato ci vuol denaro."

"Niente affatto," decise la donna. "Si scrive dicendo che scontino quello

che gli si deve dalla pensione stessa quando la incasseranno. È l'unico

modo per obbligarli a darsi da fare."

E così nel pomeriggio del sabato il colonnello andò a trovare il suo

avvocato. Lo trovò rovesciato in un'amaca. Era un negro monumentale con

due unici canini nella mandibola superiore. Infilò i piedi in un paio di

pantofole con la suola di legno e aprì la finestra dell'ufficio su una pianola

polverosa con mucchi di scartafacci al posto dei rulli: ritagli del Diario

Oficial incollati in vecchi quaderni da contabilità e una collezione

incompleta dei bollettini dell'Ispettorato. La pianola senza tasti serviva al

tempo stesso da scrivania. L'avvocato si sedette in una sedia a molle. Il

colonnello espose la sua preoccupazione prima di rivelare la ragione della

sua visita.

"Io l'avevo avvertita che la cosa non si sarebbe risolta da un giorno

all'altro," disse l'avvocato in una pausa del colonnello. Era stroncato dal

caldo. Schiacciò indietro le molle della sedia e si fece vento con un

cartoncino pubblicitario.

"I miei agenti mi scrivono spesso dicendo che non bisogna disperare."

"È da quindici anni che lo sento dire," ribatté il colonnello. "Mi pare la

storia del gallo cappone."

L'avvocato fece una descrizione assai dettagliata delle trafile

amministrative. La sedia era troppe stretta per le sue natiche monumentali.

"Quindici anni fa era più facile," disse. "Allora esisteva l'associazione

municipale dei veterani composta da elementi dei due partiti." Si riempì i

polmoni di aria infocata e pronunciò la massima come se l'avesse appena

inventata:

"L'unione fa la forza."

"In questo caso non l'ha fatta," disse il colonnello, rendendosi conto per

la prima volta della sua solitudine. "Tutti i miei compagni sono morti

aspettando la posta."

L'avvocato non si turbò.

"La legge è stata promulgata troppo tardi," disse. "Non tutti sono stati

fortunati come lei che è diventato colonnello a vent'anni. E inoltre, non si è

deciso uno stanziamento speciale, di modo che il governo ha dovuto fare

degli emendamenti nel preventivo."

Sempre la stessa storia. Ogni volta che il colonnello la sentiva soffriva

un sordo rancore. "Questa non è una elemosina," disse. "Non si tratta di

farci un favore. Ci abbiamo rimesso la pelle per salvare la repubblica."

L'avvocato spalancò le braccia.

"Proprio così, colonnello," disse. "L'ingratitudine umana non ha limiti."

Il colonnello conosceva anche quella storia. Aveva cominciato a sentirla

il giorno dopo il trattato di Neerlandia, quando il governo aveva promesso

indennità di trasferta e altri aiuti ai duecento ufficiali della rivoluzione.

Accampato attorno alla gigantesca ceiba di Neerlandia un battaglione

rivoluzionario composto in gran parte di adolescenti scappati da scuola,

aveva aspettato per tre mesi. Poi erano tornati alle loro case coi propri

mezzi e lì avevano continuato ad aspettare. Quasi sessanta anni dopo il

colonnello continuava ad aspettare.

Eccitato dai ricordi assunse un atteggiamento trascendentale. Appoggiò

sull'osso della coscia la mano destra — pure ossa tenute assieme da fibre

nervose — e mormorò:

"Comunque ho deciso di prendere una risoluzione."

L'avvocato lo fissò sorpreso.

"E cioè?"

"Cambio avvocato."

Un'anatra seguita da una fila di anatroccoli gialli entrò nell'ufficio.

L'avvocato si alzò per farla uscire. "Come vuole, colonnello," disse,

scacciando gli animali. "Faccia come vuole. Se io potessi fare miracoli non

rimarrei certo a vivere in questo porcile." Mise una sbarra di legno alla

porta del patio e tornò a sedersi.

"Mio figlio ha lavorato per tutta la vita," disse il colonnello. "La mia

casa è ipotecata. La legge della pensione di riposo è stata in realtà una

pensione vitalizia per gli avvocati."

"Per me no," protestò l'avvocato. "Fino all'ultimo centesimo è stato

speso in pratiche."

Il colonnello ritenne di essere stato ingiusto e ne fu spiacente.

"Intendevo dire proprio così," corresse. Si asciugò la fronte con la

manica della camicia. "Con questo caldo il cervello si arrugginisce."

Un momento dopo l'avvocato mise sossopra lo studio in cerca della

procura. Il sole avanzò verso il centro della squallida stanza costruita con

tavole di legno grezzo. Dopo aver cercato inutilmente dappertutto,

l'avvocato si mise a carponi, sbuffando, e prese un rotolo di carte sotto la

pianola.

"Eccola."

Consegnò al colonnello un foglio di carta bollata. "Dovrò scrivere ai

miei agenti perché annullino la copia," concluse. Il colonnello scosse la

polvere e mise il foglio nel taschino della camicia.

"La stracci lei stesso," disse l'avvocato.

"No," rispose il colonnello. "Sono venti anni di ricordi." E aspettò che

l'avvocato continuasse a cercare. Ma quello non lo fece. Si avvicinò

all'amaca e si asciugò il sudore. Da lì guardò il colonnello attraverso

un'atmosfera accecante.

"Ho bisogno anche dei documenti," disse il colonnello.

"Quali?"

"La giustificazione."

L'avvocato spalancò le braccia.

"Questo sarà proprio impossibile, colonnello."

Il colonnello si inquietò. Come tesoriere della rivoluzione nella

circoscrizione di Macondo aveva compiuto un faticoso viaggio di sei

giorni con i fondi della guerra civile in due bauli legati sul dorso di una

mula. Era arrivato all'accampamento di Neerlandia, trascinando la mula

morta di fame, mezz'ora prima che si firmasse il trattato. Il colonnello

Aureliano Buendía — intendente generale delle forze rivoluzionarie nel

litorale Atlantico — aveva firmato la ricevuta dei fondi e aveva incluso i

due bauli nell'inventario della resa.

"Sono documenti di valore incalcolabile," disse il colonnello. "C'è una

ricevuta scritta di pugno dal colonnello Aureliano Buendía."

"D'accordo," disse l'avvocato. "Ma quei documenti sono passati da

migliaia e migliaia di mani in migliaia e migliaia di uffici fino ad arrivare

in chissà quale dipartimento del ministero della guerra."

"Documenti di quel genere non possono passare inavvertiti a nessun

funzionario," disse il colonnello.

"Ma negli ultimi quindici anni i funzionari sono stati cambiati parecchie

volte," precisò l'avvocato. "Pensi che ci sono stati sette presidenti e che

ogni presidente ha cambiato per lo meno dieci volte il suo gabinetto e che

ogni ministro ha cambiato i suoi impiegati per lo meno cento volte."

"Ma nessuno si sarà portato quei documenti a casa sua," disse il

colonnello. "Ogni nuovo funzionario li avrà trovati al loro posto."

L'avvocato era disperato.

"E poi, se quei documenti escono ora dal ministero perderanno il loro

turno nei ruoli."

"Non importa," disse il colonnello.

"Sarà questione di secoli."

"Non importa. Chi ha aspettato tanto può aspettare ancora."

4

Mise sul tavolino del salotto un blocco di carta a righe, la penna, il

calamaio, e un foglio di carta asciugante, e lasciò aperta la porta della

stanza nel caso avesse bisogno di consultarsi con sua moglie. La donna

recitò il rosario.

"Quanti ne abbiamo oggi?"

"27 ottobre."

Scrisse assumendo il portamento composto, con la mano che reggeva la

penna sul foglio di carta asciugante, con la colonna vertebrale diritta per

favorire la respirazione, che gli avevano insegnato a scuola. Il caldo si fece

insopportabile nella stanza chiusa. Una goccia di sudore cadde sulla carta.

Il colonnello la asciugò con la carta assorbente. Poi cercò di cancellare le

parole offuscate, ma fece una macchia. Non si disperò. Scrisse un richiamo

e annotò in margine: "diritti acquisiti." Poi lesse tutto il paragrafo.

"In che giorno mi hanno incluso nei ruoli?"

La donna non interruppe la preghiera per pensare.

"Il 12 agosto 1949."

Un momento dopo cominciò a piovere. Il colonnello riempì il foglio di

scarabocchi grandi, un po' infantili, gli stessi che gli avevano insegnato

nelle scuole pubbliche di Manaure. Poi riempì per metà un secondo foglio,

e firmò.

Lesse la lettera a sua moglie. La donna approvò ogni frase con la testa.

Quando finì la lettura il colonnello chiuse la busta e spense la lampada.

"Puoi chiedere a qualcuno che te la scriva a macchina."

"No," rispose il colonnello. "Sono stanco di chiedere favori in giro."

Per mezz'ora ascoltò la pioggia battere contro le foglie di palma del

tetto. Il paese s'immerse nel diluvio. Dopo il coprifuoco la goccia cominciò

a cadere da qualche parte nella casa.

"È una cosa che si doveva fare da molto tempo," disse la donna. "È

sempre meglio intendersi direttamente."

"Non è mai troppo tardi," disse il colonnello, attento alla goccia. "Può

darsi che tutto sia già risolto quando scadrà l'ipoteca della casa."

"Mancano due anni," disse la donna.

Il colonnello accese la lampada per individuare la goccia in salotto. Vi

mise sotto la bacinella del gallo e tornò nella stanza incalzato dal rumore

metallico dell'acqua nella latta vuota.

"È possibile che con la speranza di guadagnarsi i soldi risolvano la cosa

prima di gennaio," disse, e si autoconvinse. "Allora sarà già passato l'anno

di lutto e potremo andare al cinema."

La donna rise a bassa voce. "Non mi ricordo neanche più di come è

fatto," disse. Il colonnello cercò di vederla attraverso la zanzariera.

"Quando sei stata al cinema l'ultima volta?"

"Nel 1931," disse la donna. "Davano La volontà del morto."

"C'erano bòtte?"

"Non si è mai saputo. È cominciato a piovere quando il fantasma

cercava di rubare la collana alla ragazza."

Il rumore della pioggia li fece assopire. Il colonnello sentì un leggero

malessere al ventre. Ma non si allarmò. Stava per sopravvivere a un altro

ottobre. Si avvolse nella coperta di lana e per un attimo sentì la rauca

respirazione della donna — lontana — navigante in un altro sonno. Allora

parlò, perfettamente cosciente.

La donna si svegliò.

"Con chi stai parlando."

"Con nessuno," disse il colonnello. "Stavo pensando che nella riunione

di Macondo avevamo ragione quando abbiamo detto al colonnello

Aureliano Buendía di non arrendersi. È stato quello a mandarci a rotoli."

Piovve per tutta la settimana. Il due di novembre — contro il parere del

colonnello — la donna portò i fiori alla tomba di Agustín. Tornò dal

cimitero con una nuova crisi. Fu una settimana dura. Più dura delle quattro

settimane di ottobre alle quali il colonnello non aveva creduto di

sopravvivere. Il medico andò a visitare la paziente e uscì dalla stanza

gridando: "Con un'asma come quella io sarei pronto a seppellire tutto il

paese." Ma parlò in disparte col colonnello e prescrisse un regime speciale.

Anche il colonnello ebbe una ricaduta. Agonizzò per parecchie ore nel

gabinetto, sudando ghiacciò, sentendo che la flora delle sue viscere

imputridiva e cadeva a pezzi. "È l'inverno," si disse senza disperarsi.

"Tutto sarà diverso quando smetterà di piovere." E lo credette realmente,

sicuro di essere vivo nel momento in cui sarebbe arrivata la lettera.

Questa volta toccò a lui rammendare l'economia domestica. Dovette

stringere i denti parecchie volte per ottenere credito nei negozi vicini.

"Fino alla prossima settimana," diceva, senza convinzione. "È qualche

soldo che doveva arrivarmi venerdì scorso." Quando ebbe superato la crisi,

la donna lo scrutò con stupore.

"Sei tutto pelle e ossa," disse.

"Sto facendo una cura per vendermi," disse il colonnello. "Mi ha già

prenotato una fabbrica di clarinetti."

Ma in realtà resisteva soltanto per la speranza della lettera. Sfinito, con

le ossa peste per la veglia, non riuscì a occuparsi nello stesso tempo delle

sue necessità e di quelle del gallo. Nella seconda quindicina di novembre

credette che l'animale sarebbe morto dopo due giorni di digiuno. Allora si

ricordò di un pugno di fagioli che aveva messo in giugno sopra il fornello.

Aprì i baccelli e porse al gallo una bacinella di grani secchi.

"Vieni qui," disse.

"Un momento," rispose il colonnello, notando la reazione del gallo.

"Quando si ha fame non si guarda tanto per il sottile."

Trovò sua moglie che stava cercando di alzarsi a sedere sul letto. Il

corpo distrutto esalava un alito di erbe medicinali. Pronunciò le parole a

una a una, con una precisione calcolata:

"Sbarazzati immediatamente di quel gallo."

Il colonnello aveva previsto quel momento. Lo stava aspettando fin dal

pomeriggio in cui avevano crivellato suo figlio e lui aveva deciso di

conservare il gallo. Aveva avuto tempo per pensare.

"Non vale più la pena," disse. "Tra tre mesi ci sarà il combattimento e

allora potremo venderlo a un prezzo migliore."

"Non è questione di soldi," disse la donna. "Quando verranno i ragazzi

di' loro che se lo portino via e ne facciano quello che vogliono."

"È per Agustín," disse il colonnello afferrandosi a un argomento

previsto. "Immaginati la faccia con la quale sarebbe venuto a comunicarci

la vittoria del gallo."

La donna pensò a suo figlio.

"Quei maledetti galli sono stati la sua rovina," gridò. "Se il tre gennaio

fosse rimasto a casa non lo avrebbe sorpreso la mala ora." Puntò verso la

porta un indice scheletrito e esclamò:

"Mi pare ancora di vederlo quando è uscito col gallo sotto il braccio.

L'ho avvertito che non andasse in cerca di una mala ora nell'arena e lui mi

ha mostrato i denti e mi ha detto: 'Taci, che questa sera saremo così pieni

di soldi da marcirci dentro.'"

Cadde estenuata. Il colonnello la spinse dolcemente sul cuscino. I suoi

occhi incontrarono altri occhi esattamente uguali ai suoi. "Cerca di non

agitarti," disse, sentendo i sibili dentro i suoi stessi polmoni. La donna

cadde in un sopore momentaneo. Chiuse gli occhi. Quando li riaprì il suo

respiro sembrava più calmo.

"Io dico per la situazione in cui ci troviamo," disse. "È peccato toglierci

il pane di bocca per buttarlo a un gallo."

Il colonnello le asciugò la fronte col lenzuolo.

"Nessuno muore in tre mesi."

"E intanto che cosa mangiamo?" chiese la donna.

"Non lo so," disse il colonnello. "Ma se dovevamo morire di fame

saremmo già morti."

Il gallo era perfettamente vivo davanti alla bacinella vuota. Quando vide

il colonnello emise un monologo gutturale, quasi umano, e spinse la testa

indietro. Il colonnello gli rivolse un sorriso di complicità:

"La vita è dura, camerata."

Uscì. Vagò per il paese in siesta, senza pensare a nulla, non cercando

neppure di convincersi che il suo problema non aveva alcuna soluzione.

Girò per strade dimenticate finché non si sentì esaurito Allora tornò a casa.

La donna lo sentì entrare e lo chiamò dalla stanza.

"Cosa?"

La donna rispose senza guardarlo.

"Potremmo vendere l'orologio."

Il colonnello ci aveva già pensato. "Sono sicura che Alvaro ti dà

quaranta pesos subito," disse la donna. "Ricorda come ha comprato la

macchina per cucire senza starci a pensare sopra."

Si riferiva al sarto dove aveva lavorato Agustín.

"Gli si può parlare domani mattina," ammise il colonnello.

"Niente parlare domani mattina," precisò la donna. "Gli porti subito

subito l'orologio, glielo metti sul tavolo e gli dici: 'Alvaro, le porto questo

orologio perché me lo compri.' Lui capirà subito."

Il colonnello si sentì avvilito.

"È come camminare col santo sepolcro sulla schiena," protestò. "Se mi

vedono in strada con un cassone simile mi fanno il ritornello in una

canzone di Rafael Escalona."

Ma anche quella volta sua moglie lo convinse. Lei stessa staccò

l'orologio dal muro, lo avvolse in fogli di giornale e glielo mise tra le

braccia. "Non tornare senza i quaranta pesos," disse. Il colonnello si avviò

verso la sartoria col pacco sotto il braccio. Trovò i compagni di Agustín

seduti sulla soglia.

Uno di loro gli offrì da sedere. Il colonnello aveva le idee confuse.

"Grazie," disse. "Stavo passando." Alvaro uscì dalla sartoria. Appese una

pezza di panno umido su un filo di ferro teso su due pali nel patio. Era un

ragazzo ossuto, angoloso e con lo sguardo allucinato. Anche lui lo invitò a

sedersi. Il colonnello si sentì rinfrancato. Accostò lo sgabello contro lo

stipite della porta e si sedette ad aspettare che Alvaro rimanesse solo per

proporgli, l'affare. Improvvisamente si rese conto che era circondato da

visi ermetici.

"Non voglio interrompere," disse.

I ragazzi protestarono. Uno si curvò per dirgli, con voce appena

percettibile:

"Ha scritto Agustín."


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Lingua spagnola della prof.ssa Hernán-Gómez Prieto, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente: Nessuno scrive al colonnello: Gabriel García Márquez. Traduzione, Introduzione, romanzo latinoamericano, Nota-bibliografica, Dario Puccini, contrapposti di solitudine e solidarietà.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere (BRESCIA - MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua spagnola e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Hernán-Gómez Prieto Beatriz.

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