Introduzione
Ancora non era esploso in Italia il boom del romanzo latinoamericano e ancora il suo più felice e favoloso prodotto, Cent'anni di solitudine, pubblicato tra noi nel 1968, un anno dopo la sua apparizione, non aveva provocato quel grande moto di adesione e di successo che le cronache hanno poi registrato: traduzioni in ogni parte del mondo, tirature da capogiro, fiumi d'inchiostro per elogiarlo, e Macondo divenuto un termine quasi magico e proverbiale.
Fatto sta che nel 1969, forse per timidezza o per scarsa fiducia, si pensò di stampare in uno stesso tomo il romanzo breve Nessuno scrive al colonnello e i racconti riuniti sotto il titolo de I funerali della Mamá Grande, scritti e pubblicati invece separatamente, a distanza di quattro anni l'uno dagli altri (1958 e 1962), e per alcuni aspetti diversi e dissonanti e comunque in grado di vivere vita autonoma. Non certo più corposo di Nessuno scrive al colonnello è in effetti il recentissimo romanzo Cronaca di una morte annunciata; e molto meno rilevanti dei racconti de I funerali della Mamá Grande sono quelli che editori e traduttori hanno ritrovato pescando nel passato non sempre corposo e significativo dello scrittore.
Tutto si spiega a questo livello con lo stranissimo effetto best-seller o, se si preferisce, effetto capolavoro. Il quale possiede una duplice valenza: da un lato serve a valorizzare ogni riga, passata e presente, di García Márquez; dall'altro diviene punto di riferimento obbligato della sua vasta affabulazione, sicché quei personaggi e quelle situazioni che l'attento lettore di Cent'anni di solitudine ricorda come nodi emergenti del romanzo, ora gli si presentano come rivelazioni posticipate, laddove in realtà erano anticipazioni d'un unico universo composito e unitario: il colonnello che rammenta la gigantesca ceiba di Neerlandia dove venne firmata la resa dell'esercito di cui Aureliano Buendía era "intendente generale per il litorale Atlantico"; o nel racconto "Un giorno dopo sabato", gli accenni a José Arcadio Buendía, alla vedova Rebeca e al padre Antonio Isabel, tutti personaggi di spicco di Cent'anni di solitudine; o gli stessi Funerali della Mamá Grande, che figurano con buona evidenza nel romanzo maggiore.
La rete di intertestualità
Questa mirabile rete di intertestualità - a cui non si sottraggono neppure Foglie morte, La mala ora e gli altri racconti - costituisce una delle componenti più efficaci e più solide dell'arte di García Márquez, ed è un elemento basilare del suo originalissimo rapporto con il lettore, continuamente chiamato a sottili e sagaci atti di complicità e di partecipazione ovvero di polivalente, spesso ambigua, interpretazione e coproduzione testuale, a causa di quei numerosi vuoti narrativi e referenziali che Vargas Llosa, nel suo libro sul suo "compagno di cordata", ha definito col termine ben appropriato di "dati nascosti ellittici".
Nessuno scrive al colonnello è considerato la prova più riuscita ed equilibrata, più completa ed esatta del primo periodo dell'attività letteraria di García Márquez. Per ritmo e misura, per densità e asciuttezza di stile. In Nessuno scrive al colonnello lo scrittore colombiano ha narrato una storia che, tradotta in fabula, mi sembra poco definire patetica: un vecchio colonnello attende da quindici anni la pensione per una ormai dimenticata guerra civile, alla quale ha partecipato degnamente, anche come tesoriere; ogni venerdì si reca ad aspettare la posta che arriva con una lancia, al porto, dalla lontana capitale; nel frattempo, vive una vita di stenti e di privazioni, accanto a una moglie, vecchia come lui, malata d'asma, e solo un po' meno illusa e sognatrice di lui; possiede un gallo da combattimento, a cui sacrifica tutto, persino i magri pasti, pure in questo caso in attesa di un improbabile guadagno per future scommesse e vittorie; coltiva, infine, con la moglie, il ricordo d'un figlio ucciso dalla polizia per motivi politici nel recinto dei galli.
Estetica e simbolismo
Ma tutto il patetico effettivo o apparente della storia viene superato e assorbito in due modi. In primo luogo, grazie a un umorismo di situazione, che attenua o addirittura annulla tutti i dati naturalistici della vicenda, e grazie a un dialogo di luoghi comuni rovesciati, di cui il colonnello si serve abilmente per rispondere ai colpi di buon senso della moglie ("Questo è il miracolo della moltiplicazione dei pani"; "L'unione fa la forza"; "Chi ha aspettato tanto può aspettare ancora"; ecc.). In secondo luogo, caricando il personaggio del colonnello di una eroicità semplice e solenne, che si risolve in una scienza del vivere più forte delle sue stesse ossessioni: così la sua attesa sfuma nel simbolo, o nella proliferazione di simboli, quali il gallo, la posta, la fame, il rifiuto, la non rassegnazione, il vivere nonostante tutto.
Già, a proposito del gallo, Cesare Segre, nel suo saggio su García Márquez, aveva notato: "Il gallo è un simbolo bivalente. Esso materializza le speranze del colonnello, ma nel contempo è il relitto di una precedente e maggiore tragedia: l'uccisione del figlio del colonnello, che ha allevato con passione l'animale, da parte della polizia. Così attraverso il gallo passa un legame di solidarietà col popolo conculcato, la vittoria del gallo potrebbe essere l'unica possibile rivalsa dei vinti, oltre che del colonnello ridotto alla fame: una rivalsa che, si prevede, non ci sarà".
Non va infatti dimenticato che tutto il racconto si muove tra i termini contrapposti di solitudine (la solitudine divenuta secolare nel titolo del libro più famoso) e solidarietà: entro i quali si compendia la visione dello scrittore, ancorato a una scelta di campo politica ben precisa che scandisce e inquadra la narrazione (i ricordi del passato rivoluzionario, la censura, lo stato d'assedio, lo scambio di notizie e volantini, ecc). Il testo ci fornisce, su questo punto, due spie assai evidenti, affidate entrambe ad affermazioni del colonnello: la prima, quando egli asserisce, perentorio, "Non sono solo"; e la seconda, quando risponde alla moglie che "l'illusione non si mangia, ma alimenta".
Dario Puccini Nota-bibliografica
Gabriel García Márquez è nato il 6 marzo 1928 ad Aracataca. Aracataca è un piccolo centro periferico della costa della Colombia e fa parte di quella vasta regione tropicale che si è soliti designare con il nome di Caribe o Caraibi. Quel grosso paese, oggi povero e dimenticato, possiede tutti i lineamenti e i caratteri che lo scrittore poi concentrerà nel paese immaginario di Macondo: caldo spesso soffocante; stagione di piogge torrenziali, o brevi o lunghissime; un passato di guerre civili e violenze; una passeggera prosperità all'epoca dell'espansione della coltura delle banane; abitanti fantasiosi e bizzarri; ecc.
Ad Aracataca García Márquez ha trascorso l'infanzia, per qualche tempo solo nella casa avita con i nonni materni, il colonnello Nicolás Márquez Iguarán e sua moglie (nonché cugina) Tranquilina Iguarán Cotes. Proprio nel 1928 ci fu nella costa lo sciopero dei bananieri, represso nel sangue dall'esercito: un ricordo indelebile per tutti gli abitanti di quelle zone.
Nel 1936 i genitori di Gabriel si trasferirono a Sucre e lo mandarono a studiare prima a Barranquilla, poi a Zipaquirá. Nel 1947, terminata la scuola media, egli si recò a Bogotá per seguire gli studi di giurisprudenza. Non fu studente assiduo e disciplinato, e ben presto si orientò verso la carriera giornalistica, sua prima vocazione reale. Nel 1948, anno in cui venne assassinato Jorge Eliecer Galán, ministro liberale e candidato alla presidenza della repubblica, ed ebbe inizio quel periodo funesto che prese il nome di "epoca della violenza", García Márquez cominciò a lavorare presso «El Universal» di Cartagena, dove tenne una rubrica intitolata "Punto y aparte" (Punto e a capo). Nel 1950 passò a «El Heraldo» di Barranquilla, e qui conobbe ed entrò a far parte di un gruppo letterario che doveva avere grande peso sulla sua formazione di scrittore. Infine, nel 1954, già autore di alcuni racconti certamente originali, fu chiamato nella redazione de «El espectador», giornale di Bogotá. Su questo giornale scrisse, nel 1955, quel reportage sul naufragio del marinaio Velasco, che fu poi pubblicato in volume col titolo Racconto di un naufrago (1970; ed. it., Roma, Editori Riuniti, 1976).
Un po' a causa dello scandalo politico provocato dal reportage, un po' per le peggiorate condizioni politiche e sociali della Colombia, caduta sotto la dittatura di Rojas Pinilla, fatto è che García Márquez decise di emigrare in Europa come corrispondente dello stesso giornale. Trascorse alcuni mesi a Roma presso il Centro Sperimentale di Cinematografia come allievo regista, poi si trasferisce a Parigi, dove, per via della chiusura di «El espectador» da parte del dittatore, soffre gli stenti e la fame. Ma è qui che nasce prepotente la vocazione letteraria di Márquez: già egli aveva pubblicato Foglie morte (La hojarasca) a Bogotá, nel 1955. Ora pubblica il lungo racconto Nessuno scrive al colonnello (El coronel no tiene quien le esciba), 1955 (ed. it., Milano, Feltrinelli, 1969).
La vittoria della rivoluzione cubana lo trova a Caracas, dove prosegue il lavoro di giornalista. Visita Cuba e diventa corrispondente da Bogotá dell'agenzia «Prensa Latina». Nel Messico, dove si ferma alcuni anni, lavora anche per il cinema, come soggettista e sceneggiatore, e pubblica i racconti riuniti sotto il titolo Los funerales de la Mamá Grande (1962) e vince un premio letterario con il romanzo La mala hora (1962; ed. it., Milano, Feltrinelli, 1970). E finalmente, nel 1967, pubblica il suo romanzo più celebre e importante, Cien años de soledad (Cent'anni di solitudine, ed. it., Milano, Feltrinelli, 1968). Dal 1967 al 1975 García Márquez si ferma a vivere a Barcellona, in Spagna, dove consolida la sua fama mondiale e dove stampa, nel 1972, i racconti riuniti sotto il titolo del più lungo di essi, La increible y triste historta de la cándida Eréndira y de su abuela desalmada (L'incredibile e triste storia della candida Eréndira e di sua nonna snaturata, ed. it., Milano, Feltrinelli, 1973) e, nel 1975, El otoñio del patriarca (L'autunno del patriarca, ed. it., idem, 1975), storia allucinante di un dittatore mitico.
Nel 1975 torna in Messico, dove ora risiede in forma stabile. Riprende anche il lavoro di giornalista, con grossi servizi sull'Angola e sulla lotta politica in Argentina, pubblicati in Italia dall'«Espresso». Infine, dà alle stampe il romanzo breve, Crónica de una muerte anunciada (Cronaca di una morte annunciata, 1981, ed. it., Milano, Mondadori, 1982).
Grazie alla vasta fortuna internazionale, ottenuta soprattutto con la maggiore delle sue opere, si sono recentemente moltiplicate le edizioni dei suoi libri precedenti, mentre vengono riuniti in volume tutti i suoi racconti (1975), e persino si ristampano in libro le sue vecchie rubriche giornalistiche, in Obra periodistica - di cui sono usciti per ora i primi due volumi, cioè Textos costeños, dell'epoca 1948-1952 (Barcellona, Bruguera, 1981) e Entre cachacos, degli anni 1954-1955 (idem, 1982) - come già era in parte avvenuto per i servizi di Cuando era feliz e indocumentado (1973; ed. it., Un giornalista felice e sconosciuto, Milano, Feltrinelli, 1974).
Molto vasta è la bibliografia su Gabriel García Márquez. Tra i libri più considerevoli usciti in lingua spagnola citiamo quello dello scrittore Mario Vargas Llosa, G.M.: historia de un deicidio (Barcellona, Sei Barral, 1971); tra quelli usciti in Italia, il saggio di Cesare Segre su I segni e la critica, Torino, Einaudi, 1969, e i volumi di Elena Clementelli, G.M., Firenze, "Il Castoro", 1974, di vari autori in Materiali critici: G.G.M., a cura di P.L. Crovetto, Genova, Tilgher, 1979 e quello di Roberto Paoli, Invito alla lettura di G.M., Milano, Mursia, 1981. (a cura di D. P.)
Nessuno scrive al colonnello
Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse che ne era rimasto appena un cucchiaino. Tolse il pentolino dal focolare, rovesciò metà dell'acqua sul pavimento di terra battuta, e con un coltello raschiò l'interno del barattolo sul pentolino finché si distaccarono gli ultimi rimasugli di polvere di caffè misti a ruggine di latta.
Mentre aspettava che l'infusione bollisse, seduto vicino al focolare di mattoni in un atteggiamento di fiduciosa e innocente attesa, il colonnello provò la sensazione che nelle sue viscere nascessero funghi e muffosità velenose. Era ottobre. Una mattina difficile da cavar fuori, anche per un uomo come lui che era sopravvissuto a tante mattine come quella. Per cinquantasei anni — da quando era finita l'ultima guerra civile — il colonnello non aveva fatto altro che aspettare. Ottobre era una delle poche cose che arrivavano.
Sua moglie alzò la zanzariera quando lo vide entrare nella stanza col caffè. Quella notte aveva sofferto una crisi di asma e ora era prostrata in uno stato di sopore. Ma si sollevò per prendere la tazza.
"E tu," disse.
"L'ho già preso," mentì il colonnello. "Ne era rimasta ancora una cucchiaiata grande."
In quel momento cominciarono i rintocchi. Il colonnello si era dimenticato del funerale. Mentre sua moglie beveva il caffè, staccò l'amaca da un'estremità e l'arrotolò nell'altra, dietro la porta. La donna pensò al morto.
"È nato nel 1922," disse. "Esattamente un mese dopo nostro figlio. Il sette aprile."
Continuò a bere il caffè nelle pause della sua respirazione rantolosa. Era una donna costruita soltanto di cartilagini bianche su una spina dorsale inarcata e inflessibile. I disturbi respiratori la costringevano a far domande affermando. Quando finì il caffè stava ancora pensando al morto.
"Deve essere orribile essere sepolto in ottobre," disse. Ma suo marito non le fece caso. Aprì la finestra. Ottobre si era insediato nel patio. Osservando la vegetazione che prorompeva in verdi intensi, le minuscole cupole dei vermi nel fango, il colonnello sentì di nuovo il mese funesto negli intestini.
"Ho le ossa umide," disse.
"È l'inverno," ribatté la donna. "Da quando è cominciato a piovere ti sto dicendo di dormire senza toglierti le calze."
"È da una settimana che dormo con le calze."
Pioveva adagio ma ininterrottamente. Il colonnello avrebbe preferito avvolgersi in una coperta di lana e rimettersi nell'amaca. Ma l'insistenza delle campane fesse gli ricordò il funerale. "È ottobre," mormorò, e si mosse verso il centro della stanza. Soltanto allora si ricordò del gallo legato al piede del letto. Era un gallo da combattimento.
Dopo aver portato la tazza in cucina andò nel salotto a caricare una pendola in cornice di legno intagliato. A differenza della stanza da letto, troppo angusta per la respirazione di una asmatica, il salotto era ampio, con quattro sedie a dondolo di vimini attorno a un tavolino con un tappeto e un gatto di gesso. Sulla parete opposta a quella dell'orologio, c'era il quadro di una donna avvolta in veli, circondata da amorini in una barca carica di rose.
Erano le sette e venti quando terminò di caricare l'orologio. Poi portò il gallo in cucina, lo legò a un sostegno del focolare, cambiò l'acqua alla bacinella e vi mise vicino un pugno di granturco. Un gruppo di bambini entrò dallo steccato sconnesso. Si sedettero intorno al gallo, a contemplarlo in silenzio.
"Smettetela di guardare quell'animale," disse il colonnello. "I galli si sciupano, a furia di guardarli."
I bambini non si scomposero. Uno di loro attaccò sull'armonica gli accordi di una canzone di moda. "Oggi non si suona," gli disse il colonnello. "C'è un morto in paese." Il bambino si infilò lo strumento nella tasca dei pantaloni e il colonnello andò nella stanza a vestirsi per il funerale.
Il vestito bianco non era stirato a causa dell'asma della donna. Di modo che il colonnello dovette decidersi per il vecchio vestito di panno nero che dopo il suo matrimonio usava soltanto in speciali occasioni. Gli costò fatica trovarlo in fondo al baule, avvolto nei giornali e preservato contro le tarme con palline di naftalina. Rigida sul letto la donna continuava a pensare al morto.
"Deve aver già incontrato Agustín," disse. "Può darsi che non gli racconti la situazione in cui ci siamo trovati dopo la sua morte."
"A quest'ora staranno discutendo di galli," disse il colonnello.
Trovò nel baule un ombrello enorme e antico. Lo aveva vinto la donna a una tombola politica destinata a raccogliere fondi per il partito del colonnello. Quella stessa sera avevano assistito a uno spettacolo all'aperto che non era stato interrotto malgrado la pioggia. Il colonnello, sua moglie e suo figlio Agustín — che allora aveva otto anni — avevano assistito allo spettacolo fino alla fine, seduti sotto l'ombrello. Ora Agustín era morto e la fodera di raso lucido era stata distrutta dalle tarme.
"Guarda che cosa è rimasto del nostro ombrello
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