Lineamenti di sviluppo locale: i distretti industriali
Il territorio come variabile cruciale
Il territorio è quella componente che, insieme con altri elementi, contribuisce a disegnare il disegno economico di un paese. Il processo tecnico, il fattore demografico, l’aumento dei prezzi, l’accumulazione di capitale, definiti pseudo-fattori d’avvio allo sviluppo, sono indissolubilmente legati tra loro nel momento in cui si innesca un meccanismo di industrializzazione.
Le aree geografiche con maggiori vie di comunicazione e ben collegate sia all’interno sia all’esterno dei propri confini furono certamente agevolate nello sviluppo industriale. La posizione geografica agevolata influì, pertanto, sull’evoluzione del distretto industriale; è innegabile che un'area industriale con facile accesso ai mercati, più ampi di quello locale, aveva la possibilità di crescere in maniera più rapida e solida. La tecnologia fu un altro fattore che differenziò lo sviluppo di determinate aree geografiche rispetto ad altre.
Il progresso tecnico influì in maniera più profonda del progresso scientifico; furono gli stessi artigiani ad elaborare innovazioni tecniche che permettevano un miglioramento dei processi di produzione. Quindi diversi livelli tecnologici in altrettanti diversi luoghi di produzione acuirono ancor di più i differenti gradi di industrializzazione di comprensori geografici appartenenti ad una stessa nazione. Alla concentrazione di stabilimenti industriali corrispose la presenza, nelle aree industrializzate, di lavoratori altamente specializzati; questo è dovuto al fenomeno del learning by doing. L’evoluzione tecnologica dunque era successivamente trasmessa alla mano d’opera attraverso un addestramento su campo, innescando in tal modo processi di specializzazione e divisione del lavoro.
Origine del processo di industrializzazione
È innegabile che l’origine del processo di industrializzazione risulti legato ad una componente geografica non trascurabile; l’evoluzione di questo fenomeno portò a privilegiare la razionalizzazione e l’organizzazione dei metodi produttivi corredate da un’efficace direzione aziendale.
Il fattore lavoro è una grandezza correlata negativamente all’impiego di macchinari sempre più avanzati tecnologicamente che adempiono con maggiore efficacia alle mansioni riservate precedentemente agli operai. L’uomo, nella produzione di massa, diventa appendice della macchina; la scomposizione delle fasi lavorative attraverso una meccanizzazione estrema riduce i compiti degli operai in operazioni semplici composte al massimo da 2 o 3 movimenti. In tal modo si eliminano i tempi morti e si riducono i costi.
Taylor diede impulso ad un radicale cambiamento nell’utilizzo della forza lavoro, attraverso una serie di consigli pratici sul metodo di produzione. Egli partiva da un’assunzione di fondo: che esiste un procedimento ideale, o meglio ancora un’ottimale organizzazione del lavoro attraverso il quale si raggiunge il massimo rendimento con il minimo sforzo (modello fordista). La condizione fondamentale per lo sviluppo del modello fordista è l’esistenza nel lungo periodo di una corrispondenza tra produzione di massa e consumo di massa.
Il modello fordista e le piccole imprese
Nel corso del ventesimo secolo si è assistito ad un avanzamento rapido della tecnologia, frutto dell’affermarsi del modello fordista. L’affermazione della produzione di massa lasciava presagire, all’inizio del secolo, una progressiva e inesorabile scomparsa delle piccole e medie imprese. Questo non è accaduto. Fin dagli anni ’60 la piccola e media impresa, attraverso la necessità di produrre ancora piccoli lotti di produzione, coesisteva con la grande impresa rispondendo alle esigenze residuali di mercato.
In svariati settori strutture industriali medio/piccole sono state sinonimo di grande vitalità e solidità con margini di profitto molto consistenti. Negli anni successivi la piccola e media impresa continuò ad essere presente in modo consistente nel sistema economico italiano dove infatti furono alla base della crescita socioeconomica del paese. Questo fenomeno accadde soprattutto nel nord est italiano, in regioni come il Veneto e le Marche, e fu oggetto costante di studi di molti esperti economisti quali Giacomo Becattini.
Becattini e la nuova concezione
Becattini introdusse una nuova concezione fondata sull’assunzione che il fenomeno delle piccole e medie imprese doveva essere analizzato non soffermandosi sullo studio di una singola realtà produttiva ma esaminando numerosi sistemi di piccole imprese che erano presenti sul territorio italiano. Così in Italia coesistevano due realtà come la piccola e la grande impresa, che erano sinonimo di produzione di massa e produzione limitata a piccoli lotti.
La concezione di distretto industriale marshalliano
Il concetto di distretto industriale fu introdotto da Marshall fin dal 1890 e perfezionato negli anni successivi. La concezione marshalliana si sviluppò proprio nel periodo in cui si assistette all’affermazione indiscussa del modello fordista, quando erano in molti a ritenere inevitabile il declino della piccola e media impresa.
L’industrial atmosphere è l’elemento fondamentale del distretto marshalliano; essa più propriamente è una combinazione di conoscenze, pratiche e saperi stratificati nel tempo che animano e consolidano il successo del distretto. È in questo contesto che si sviluppa e si afferma la figura dell’imprenditore descritto come "uomo intraprendente, ma dotato di pochi mezzi": egli agisce all’interno di un'area geografica definita, dove esistono o sono in procinto di nascere una serie di unità produttive di piccola e media dimensioni specializzate in una particolare attività.
All’interno del distretto industriale dunque hanno un ruolo importante i piccoli imprenditori, gli operai e gli artigiani. Proprio per queste caratteristiche del distretto industriale marshalliano si è resa necessaria una rilettura dello stesso, inteso e definito come concetto socio-culturale.
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