Problemi di storia moderna
La cultura del Rinascimento
Il periodo compreso tra i primi decenni del XV secolo e la prima metà del XVI secolo viene definito “Rinascimento”, caratterizzato da una nuova visione del mondo, dell’arte e della politica, e da quel movimento culturale, denominato “Umanesimo”, che affermò la centralità educativa della cultura antica latina e greca. Nacque in questo contesto la filologia, la disciplina volta alla ricostruzione e interpretazione di documenti letterari, storici e ufficiali. Un importante filologo fu Lorenzo Valla, il quale dimostrò inconfutabilmente la falsità della “Donazione di Costantino”, documento su cui si basavano tutte le pretese giuridiche della Chiesa al potere temporale.
Per quanto riguarda la lingua, soprattutto a partire dai primi del Quattrocento, prevalse la tendenza ad utilizzare il volgare, anche nelle scritture amministrative. La cultura umanistica si affermò con difficoltà nelle istituzioni universitarie, dove era ancora saldamente stabilita la Scolastica. Il carattere fondamentale della filosofia scolastica consisteva nell'illustrare e difendere le verità di fede con l'uso della ragione. A tal fine, si privilegiava la sistematizzazione del sapere già esistente rispetto all'elaborazione di nuove conoscenze.
L’innovazione consiste soprattutto nella nascita delle Accademie, nate inizialmente come luoghi di diffusione culturale assolutamente informali, ma vennero istituzionalizzate nel corso del '500, spesso collegate, protette e promosse dal potere. In questi anni importantissime sono le innovazioni artistiche e tecniche, tra cui l’invenzione della prospettiva, ma soprattutto quella della stampa. La stampa a caratteri mobili è stata inventata dal tedesco Johannes Gutenberg. Il primo libro stampato fu una Bibbia.
Con la scomparsa delle libere città-stato e con l’affermarsi delle corti signorili e principesche, nel corso del XVI sec, la pedagogia civile divenne sempre più cultura del cortigiano, del raffinato e colto gentiluomo integrato nella corte di un principe, il sostituirsi delle virtù cortigiane alle virtù civili. Il Rinascimento rappresentò una vera e propria rivoluzione culturale, che si realizzò senza contrasti, sostanzialmente in accordo con le istituzioni politiche ed ecclesiastiche. Un’opposizione al rinnovamento umanistico, venne invece dagli ordini dei mendicanti, il domenicano Girolamo Savonarola condannò le opere immorali dei pittori fino a metterle sul rogo e dalla cultura universitaria, dove dominava la filosofia scolastica.
In realtà l’umanesimo affermò l’autonomia del sapere e dei valori umani dalla religione, ma non negò mai il valore della sfera religiosa. Esso si impegnò nel tentativo di arrivare a conciliare la tradizione antica con quella cristiana. La storia divenne interpretazione del passato in funzione del presente e delle sue prospettive politiche e dunque strumento per individuare i bisogni del presente. Gli storici parteciparono in prima persona alla vita politica, rivestendo ruoli ufficiali, come Machiavelli, il quale traendo spunto dalle vicende della repubblica fiorentina, fu il primo che seppe dare una dimensione autonoma alla politica separandola da ogni considerazione religiosa. Nelle monarchie europee di Francia e Inghilterra, nell’Impero e in Spagna, il rinnovamento culturale si attuò attraverso il contatto e l’assorbimento di quello italiano.
Le scoperte geografiche e la conquista del continente americano
La fine del XV sec. è caratterizzata da grandi viaggi ed esplorazioni geografiche che modificarono l’immagine del mondo. Fino ad allora, infatti, si immaginava la terra come una massa continentale continua, circondata da un oceano circolare, divisa in tre regioni; Europa, Asia e Africa, con al centro la città di Gerusalemme. Nel corso del XV sec. un profondo rinnovamento nel campo degli studi geografici aveva modificato questa concezione. Uno dei fondamenti di questo processo fu la riscoperta da parte degli umanisti dell’opera del grande geografo greco-alessandrino Tolomeo, che aveva rappresentato il mondo come una superficie sferica. Il recupero della tradizione tolemaica reintrodusse la teoria della sfericità della terra. L’accertamento di tale teoria aprì la possibilità di nuovi viaggi esplorativi, al fine di trovare nuove rotte commerciali: se la terra era sferica e dunque circumnavigabile, diventava possibile per gli europei raggiungere l’oriente facendo rotta verso ovest, evitando di attraversare il Mediterraneo orientale, sbarrato dall’impero turco.
Tale progetto fu esposto al re del Portogallo dal geografo fiorentino Toscanelli. Su tali convinzioni Cristoforo Colombo iniziò il suo progetto di raggiungere l’Asia, nella convinzione però che la sfera terrestre fosse molto più piccola. Una serie di spedizioni navali a breve raggio portarono alla scoperta di nuove isole che riempirono le carte geografiche. Oltre le Canarie nel corso del 400, i portoghesi scoprirono le Azzorre, Madera e Capo Verde. L’individuazione e lo sfruttamento di queste isole rappresentò il preludio ai grandi viaggi di scoperta, perché contribuirono ad accorciare anche psicologicamente le distanze per la navigazione transoceanica.
Alle origini di questa accelerazione dei viaggi vi era essenzialmente la necessità di individuare una nuova via per il commercio delle spezie. Ma solo nei primi decenni del 400, con la costruzione nei cantieri portoghesi della caravella (piccolo veliero veloce e maneggevole) si poté attraversare l’oceano. La prima potenza europea ad impegnarsi nella ricerca di nuove rotte per l’oriente fu il Regno del Portogallo. Il principale obiettivo dell’espansione portoghese era il dominio sui traffici di oro e spezie. Alla fine del 400, Bartolomeo Diaz doppiò il Capo di Buona Speranza e Vasco da Gama raggiunse l’India circumnavigando l’Africa. Iniziava così l’espansione verso l’oriente, che portò il Portogallo ad una guerra contro gli Egiziani e i Turchi. Sulle coste orientali, i portoghesi crearono una serie di basi navali fortificate, poste sotto il controllo dei viceré di nomina regia, con il compito di difendere con le armi l’autorità commerciale portoghese. Nel XVI sec. i portoghesi poterono così contare su una via commerciale diretta che collegava Lisbona al Giappone attraverso l’Africa e l’India. Il controllo delle spezie da parte del Portogallo non fu mai totale, giacché divideva il mercato europeo delle spezie con Venezia.
Una prima spedizione spagnola per raggiungere l’oriente, fu guidata da Cristoforo Colombo che toccava le coste del nuovo mondo nel 1492, con solo tre caravelle: la Pinta, la Nina e la Santa Maria. Trasportavano come merci da scambiare con oro e spezie, perline di vetro e altra merce scadente. Dopo lo scalo alle Canarie, in 33 giorni di viaggio raggiunsero le Bahamas, poi Cuba e Haiti. Al suo ritorno in Spagna, Colombo accolto con grandi onori, riportò, oltre all’oro, alcuni indigeni mostrati a corte come una curiosità, e la convinzione di aver toccato le coste dell’Asia. Nella terza spedizione Colombo approdò alla foce dell’Orinoco, quando comprese di non essere approdato in Asia, ma in un mondo sconosciuto e diverso. Nuove spedizioni portarono alla scoperta dell’America del nord da parte degli inglesi, e alla scoperta del Brasile con Amerigo Vespucci, da parte dei portoghesi.
Intanto i viaggi d’oltremare continuavano, definendo sempre più precisamente la fisionomia del continente. Nel 1519 il portoghese Ferdinando Magellano, al servizio della Spagna, compiva la prima circumnavigazione del globo, superò la costa brasiliana e lo stretto che in seguito prenderà il suo nome, per attraversare il Pacifico e raggiungere le Filippine. Qui Magellano fu ucciso dagli indigeni e il resto della spedizione tornò in Spagna attraverso la rotta Portoghese, carichi di spezie. Ma i costi e il lungo viaggio si erano dimostrati troppo alti per essere concorrenziali. Il problema della legittimazione della conquista si pose immediatamente. A riconoscere la signoria della corona spagnola sulle Americhe, dette anche Indie occidentali, fu il pontefice Alessandro VI, uno spagnolo. Contemporaneamente a tale investitura, la Spagna si impegnava solennemente a convertire al cristianesimo i popoli del nuovo mondo. La bolla fissava a ovest delle Azzorre un’immaginaria linea di confine, la raya, per delimitare la sfera d’influenza spagnola e quella portoghese. Questa linea fu poi modificata a vantaggio dei portoghesi, che non avevano accettato le disposizioni papali, con il trattato di Tordesillas stipulato direttamente tra i due Regni.
Conquista e colonizzazione
L’estrazione e il commercio dell’oro divennero il principale obiettivo della conquista e sottomissione delle popolazioni indigene da parte degli spagnoli. Gli indigeni di Haiti furono impegnati al setacciamento delle sabbie dei fiumi, con ritmi di sfruttamento che insieme all’impatto delle malattie portate dagli spagnoli (vaiolo, influenza e morbillo) portarono al quasi sterminio della popolazione dell’isola. La stessa sorte toccò alle Antille, dove per ovviare a questi problemi si cominciarono a importare schiavi neri. La forma di organizzazione politica e sociale adottata sin dall’inizio del 500 dalla Spagna fu il sistema dell’encomienda. Con questo sistema, interi villaggi venivano affidati a spagnoli, a cui gli indios dovevano prestare servizio e pagare tributi, e che avevano da parte loro l’obbligo di curare la cristianizzazione. Si ebbe così una sorta di infeudamento dei territori americani, con la conseguente riduzione degli Indios in stato di semi schiavitù.
I portoghesi si insediarono in Brasile e adottarono un’organizzazione abbastanza simile a quella spagnola: il territorio fu suddiviso in 12 capitanie, ma assai diversa da quella spagnola fu l’attività economica dei portoghesi nel nuovo continente. Gli insediamenti si limitarono alle zone costiere e non fu avviato alcun tentativo di esplorare e colonizzare l’interno. Il territorio sembrava presentare scarso valore economico offrendo solo legno. Solo più di un secolo dopo, la scoperta di oro e diamanti nel cuore del continente muterà la politica del Portogallo, che applicherà un regime di monopolio sullo sfruttamento di tutti i territori delle Americhe, in Africa e in Asia.
Inizialmente, gli spagnoli erano venuti a contatto solo con popolazioni che non possedevano un’organizzazione sociale complessa. Le cose cambiarono quando piccoli gruppi di avventurieri europei si volsero alla conquista dei grandi imperi degli Aztechi e degli Incas presenti nella parte centro meridionale del continente. Il territorio messicano e la parte più settentrionale dell’America centrale erano, all’epoca, sottoposti al dominio degli Aztechi, una popolazione originariamente nomade che si era stanziata sull’altopiano messicano a partire dal XI sec., sottomettendo progressivamente le altre comunità presenti nella regione. Si trattava di un vero e proprio impero, il cui potere politico e militare era detenuto dall’imperatore, eletto dal consiglio supremo. La terra apparteneva alla comunità, anche se i membri aristocratici ne detenevano in parte l’usufrutto. Nel mezzo della scala sociale vi erano artigiani e mercanti, e in quello più basso servi e schiavi.
Gli spagnoli sbarcarono nella penisola dello Yucatan, trovando una città di pietra con templi e larghe strade lastricate, con abitanti che, a differenza degli Indios, indossavano vestiti, possedevano oro, praticavano l’agricoltura; si trattava di popolazioni maya. Per quanto la civiltà maya si trovasse in quel momento in uno stato di decadenza rispetto al passato e avesse accettato la supremazia degli Aztechi, era munita di un temibile apparato militare. Dopo essere stati accolti come ospiti, si impadronirono dell’acqua potabile, scarsa e preziosa: furono dunque attaccati e scacciati con gravi perdite. Gli spagnoli incontrarono così, per la prima volta nella storia della conquista, la resistenza delle popolazioni locali. La corona spagnola organizzò dopo una seconda spedizione più numerosa e più attrezzata della precedente.
Una terza spedizione, composta di 400 soldati, fu guidata da Hermàn Cortés, la cui esplorazione fu affidata dal governatore di Cuba. Temendo di essere sollevato dal comando, per le sue aspirazioni di conquista lontane dalla strategie di colonizzazione del governatore, Cortés prese il mare clandestinamente ancora prima di completare i preparativi della spedizione. Aveva con sé 11 navi, cavalli e armi da fuoco. Stabilito un insediamento sulla costa dello Yucatan, vi fondò una città per legittimare, presso la corona spagnola, il suo comando nella spedizione. Oltre a esplorare la regione, egli riuscì a penetrare nei meccanismi politici che legavano l’Impero Azteco ai popoli tributari e far leva sulle divisioni e sulle fragilità di quella complessa organizzazione politica. Nel frattempo l’imperatore Montezuma gli inviava emissari, doni e offerte di alleanza.
Cortés partì così verso l’interno, nell’intento di raggiungere la capitale, per prendere prigioniero Montezuma e costringerlo ad accettare la sovranità spagnola. Senza trovare opposizione da parte di Montezuma, che lo accolse come un ospite, gli spagnoli si impadronirono dell’oro e dei tesori di Montezuma prendendolo in ostaggio. Spagnoli e Aztechi si scontrarono, Montezuma fu ucciso e il nuovo imperatore guidò un tentativo di rivolta contro gli spagnoli. Dopo un lungo assedio, e l’aiuto di alcune popolazioni tributarie degli Aztechi, Cortés riprese il possesso della capitale, ormai quasi completamente distrutta. Nel 1552, Cortés fu nominato governatore della Nuova Spagna, il futuro Messico.
Ad opera di un avventuriero analfabeta, Francisco Pizarro, si realizzò la conquista del Perù, attraverso una strategia assai simile a quella di Cortés. In Perù, la civiltà Inca aveva fondato un vasto impero, assoggettando numerosi popoli e tribù di diversa origine. Capo supremo dell’impero era l’imperatore, che risedeva nella capitale, Cuzco. L’economia era essenzialmente agricola, la terra era gestita dalla comunità, senza alcuna forma di proprietà individuale. La conquista del continente americano era stata rapidissima. Molti fattori in realtà si erano sommati a determinare la vittoria di Cortés e Pizarro, con il loro gruppo di conquistadores. In primo luogo la crisi in cui versavano le civiltà Azteca e Inca già prima della venuta degli spagnoli.
Un altro elemento a vantaggio degli spagnoli fu costituito dalla diffusione delle epidemie portate dagli europei, a ciò si aggiunse un fattore legato alle mentalità delle popolazioni indie, l’incapacità di affrontare l’ignoto che incombeva su di loro, di leggere i comportamenti degli europei e capirne la minaccia. I Maya e gli Aztechi conoscevano la scrittura, possedevano delle vere e proprie biblioteche, (gli Incas no): attraverso queste opere è possibile ricostruire il trauma della conquista. Le fonti spagnole spiegano l’incredibile resa di Montezuma nei confronti di Cortés e della disperazione che lo avrebbe colto alla notizia dello sbarco: per l’imperatore l’arrivo di Cortés fu interpretato come il ritorno di un dio antico, che secondo le profezie avrebbe segnato la fine dell’impero. La religione di questi popoli era dominata dall’idea che ogni individuo avesse un destino prefissato che si ripeteva ciclicamente. Per ingraziarsi la divinità suprema, identificata dalle tre civiltà con il dio sole, si compivano ciclicamente sacrifici umani. In particolare, secondo gli Aztechi andava scongiurato il pericolo di un 5º cataclisma che avrebbe decretato la fine dell’impero. Di questa concezione finì per avvantaggiarsi Cortés.
Contro gli spagnoli furono attuate forme di resistenza, e non solo armata, tentata comunque dopo la conquista: una resistenza espressa quotidianamente, in forme differenti, al processo di acculturazione, di schiacciamento dell’identità ecc. Negli anni successivi si impose un’altra conquista: quella spirituale, con l’arrivo dei missionari per convertire al cristianesimo, evangelizzare i pagani indios. I primi missionari che sbarcarono in Messico furono 12 francescani, emuli dei 12 apostoli, pieni di entusiasmo nel convertire una popolazione nuova e numerosa, del tutto ignara del messaggio cristiano. Il processo di evangelizzazione fu rapido e violento. Gli Indios furono portati in massa al battesimo. I simboli della loro religione e della loro cultura furono distrutti come espressioni diaboliche. Ben presto però, essi si resero conto della fragilità della loro opera di cristianizzazione. Gli antichi dei sopravvivevano e i loro culti si affiancavano a quelli cristiani. Per molto tempo, i missionari tollerarono il persistere di forme di religiosità pagane, mantenendo fissi solo pochi principi fondamentali, come la lotta contro i sacrifici umani.
Anche l’atteggiamento dei missionari nei confronti della cultura india fu pieno di ambiguità, e mentre imponevano con la forza il cristianesimo, essi si curarono di salvare la memoria del passato degli indios, che sopravvive anche grazie ai loro scritti. La manifestazione improvvisa di milioni di uomini nuovi, sfuggiti all’evangelizzazione delle origini, suscitò interrogativi sulla loro stessa umanità, che diede origine a polemiche assai aspre, tra chi, come i conquistadores, voleva sfruttarli come esseri privi di anima, e chi, come i missionari, si proponeva invece di salvarne l’anima.
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