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dall’impero turco. Tale progetto fu esposto al re del Portogallo dal geografo fiorentino Toscanelli. Su tali

convinzioni Cristoforo Colombo iniziò il suo progetto di raggiungere l’Asia, nella convinzione però che la

sfera terrestre fosse molto più piccola. Una serie di spedizioni navali a breve raggio portarono alla scoperta

di nuove isole che riempirono le carte geografiche. Oltre le Canarie nel corso del 400, i portoghesi

scoprirono le Azzorre, Madera e Capo Verde. L’individuazione e lo sfruttamento di queste isole

rappresentò il preludio ai grandi viaggi di scoperta, perché contribuirono ad accorciare anche

psicologicamente le distanze per la navigazione transoceanica. Alle origini di questa accelerazione dei viaggi

vi era essenzialmente la necessità di individuare una nuova via per il commercio delle spezie. Ma solo nei

primi decenni del 400, con la costruzione nei cantieri portoghesi della caravella (piccolo veliero veloce e

maneggevole) si poté attraversare l’oceano. La prima potenza europea ad impegnarsi nella ricerca di nuove

rotte per l’oriente fu il Regno del Portogallo. Il principale obiettivo dell’espansione portoghese era il

dominio sui traffici di oro e spezie. Alla fine del 400, Bartolomeo Diaz doppiò il Capo di Buona Speranza e

Vasco da Gama raggiunse l’India circumnavigando l’Africa. Iniziava così l’espansione verso l’oriente, che

portò il Portogallo ad una guerra conto gli Egiziani e i Turchi. Sulle coste orientali, i portoghesi crearono una

serie di basi navali fortificate, poste sotto il controllo dei viceré di nomina regia, con il compito di difendere

con le armi l’autorità commerciale portoghese. Nel XVI sec. i portoghesi poterono così contare su una via

commerciale diretta che collegava Lisbona al Giappone attraverso l’Africa e l’India. Il controllo delle spezie

da parte del Portogallo non fu mai totale, giacché divideva il mercato europeo delle spezie con Venezia.

Una prima spedizione spagnola per raggiungere l’oriente, fu guidata da Cristoforo Colombo che toccava le

coste del nuovo mondo nel 1492, con solo tre caravelle: la Pinta, la Nina e la Santa Maria. Trasportavano

come merci da scambiare con oro e spezie, perline di vetro e altra merce scadente. Dopo lo scalo alle

Canarie, in 33 giorni di viaggio raggiungessero le Bahamas, poi Cuba e Haiti. Al suo ritorno in Spagna,

Colombo accolto con grandi onori, riportò, oltre all’oro, alcuni indigeni mostrati a corte come una curiosità,

e la convinzione di aver toccato le coste dell’Asia. Nella terza spedizione Colombo approdò alla foce

dell’Orinoco, quando comprese di non essere approdato in Asia, ma in un mondo sconosciuto e diverso.

Nuove spedizioni portarono alla scoperta dell’America del nord da parte degli inglesi, e alla scoperta del

Brasile con Amerigo Vespucci, da parte dei Portoghesi. Intanto i viaggi d’oltremare continuavano,

definendo sempre più precisamente la fisionomia del continente. Nel 1519 il portoghese Ferdinando

Magellano, al servizio della Spagna, compiva la prima circumnavigazione del globo, superò la costa

brasiliana e lo stretto che in seguito prenderà il suo nome, per attraversare il Pacifico e raggiungere le

Filippine. Qui Magellano fu ucciso dagli indigeni e il resto della spedizione tornò in Spagna attraverso la

rotta Portoghese, carichi di spezie. Ma i costi e il lungo viaggio si erano dimostrati troppo alti per essere

concorrenziali. Il problema della legittimazione della conquista si pose immediatamente. A riconoscere la

signoria della corona spagnola sulle Americhe, dette anche Indie occidentali, fu il pontefice Alessandro VI,

uno spagnolo. Contemporaneamente a tale investitura, la Spagna si impegnava solennemente a convertire

al cristianesimo i popoli del nuovo mondo. La bolla fissava a ovest delle Azzorre un’immaginaria linea di

confine, la raya, per delimitare la sfera d’influenza spagnola e quella portoghese. Questa linea fu poi

modificata a vantaggio dei portoghesi, che non avevano accettato le disposizioni papali, con il trattato di

Tordesillas stipulato direttamente tra i due Regni. L’estrazione e il commercio dell’oro divennero il

principale obiettivo della conquista e sottomissione delle popolazioni indigene da parte degli spagnoli. Gli

indigeni di Haiti furono impegnati al setacciamento delle sabbie dei fiumi, con ritmi di sfruttamento che

insieme all’impatto delle malattie portate dagli spagnoli (vaiolo, influenza e morbillo) portarono al quasi

sterminio della popolazione dell’isola. La stessa sorte toccò alle Antille, dove per ovviare a questi problemi

si cominciarono a importare schiavi neri. La forma di organizzazione politica e sociale adottata sin dall’inizio

del 500 dalla Spagna fu il sistema dell’encomienda. Con questo sistema, interi villaggi venivano affidati a

spagnoli, a cui gli indios dovevano prestare servizio e pagare tributi, e che avevano da parte loro l’obbligo di

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curare la cristianizzazione. Si ebbe così una sorta di infeudamento dei territori americani, con la

conseguente riduzione degli Indios in stato di semi schiavitù.

I portoghesi si insediarono in Brasile e adottarono un’organizzazione abbastanza simile a quella spagnola: il

territorio fu suddiviso in 12 capitanie, ma assai diversa da quella spagnola fu l’attività economica dei

portoghesi nel nuovo continente. Gli insediamenti si limitarono alle zone costiere e non fu avviato alcun

tentativo di esplorare e colonizzare l’interno. Il territorio sembrava presentare scarso valore economico

offrendo solo legno. Solo più di un secolo dopo, la scoperta di oro e diamanti nel cuore del continente

muterà la politica del Portogallo, che applicherà un regime di monopolio sullo sfruttamento di tutti i

territori delle Americhe, in Africa e in Asia.

Inizialmente, gli spagnoli erano venuti a contatto solo con popolazioni che non possedevano

un’organizzazione sociale complessa. Le cose cambiarono quando piccoli gruppi di avventurieri europei si

volsero alla conquista dei grandi imperi degli Aztechi e degli Incas presenti nella parte centro meridionale

del continente. Il territorio messicano e la parte più settentrionale dell’America centrale erano, all’epoca,

sottoposti al dominio degli Aztechi, una popolazione originariamente nomade che si era stanziata

sull’altopiano messicano a partire dal XI sec., sottomettendo progressivamente le altre comunità presenti

nella regione. Si trattava di un vero e proprio impero, il cui potere politico e militare era detenuto

dall’imperatore, eletto dal consiglio supremo. La terra apparteneva alla comunità, anche se i membri

aristocratici ne detenevano in parte l’usufrutto. Nel mezzo della scala sociale vi erano artigiani e mercanti, e

in quello più basso servi e schiavi. Gli spagnoli sbarcarono nella penisola dello Yucatan, trovando una città

di pietra con templi e larghe strade lastricate, con abitanti che, a differenza degli Indios, indossavano

vestiti, possedevano oro, praticavano l’agricoltura; si trattava di popolazioni maya. Per quanto la civiltà

maya si trovasse in quel momento in uno stato di decadenza rispetto al passato e avesse accettato la

supremazia degli Aztechi, era munita di un temibile apparato militare. Dopo essere stati accolti come ospiti,

si impadronirono dell’acqua potabile, scarsa e preziosa: furono dunque attaccati e scacciati con gravi

perdite. Gli spagnoli incontrarono così, per la prima volta nella storia della conquista, la resistenza delle

popolazioni locali. La corona spagnola organizzò dopo una seconda spedizione più numerosa e più

attrezzata della precedente. Una terza spedizione, composta di 400 soldati, fu guidata da Hermàn Cortés, la

cui esplorazione fu affidata dal governatore di Cuba. Temendo di essere sollevato dal comando, per le sue

aspirazioni di conquista lontane dalla strategie di colonizzazione del governatore, Cortés prese il mare

clandestinamente ancora prima di completare i preparativi della spedizione. Aveva con sé 11 navi, cavalli e

armi da fuoco. Stabilito un insediamento sulla costa dello Yucatan, vi fondò una città per legittimare, presso

la corona spagnola, il suo comando nella spedizione. Oltre a esplorare la regione, egli riuscì a penetrare nei

meccanismi politici che legavano l’Impero Azteco ai popoli tributari e far leva sulle divisioni e sulle fragilità

di quella complessa organizzazione politica. Nel frattempo l’imperatore Montezuma gli inviava emissari,

doni e offerte di alleanza. Cortés partì così verso l’interno, nell’intento di raggiungere la capitale, per

prendere prigioniero Montezuma e costringerlo ad accettare la sovranità spagnola. Senza trovare

opposizione da parte di Montezuma, che lo accolse come un ospite, gli spagnoli si impadronirono dell’oro e

dei tesori di Montezuma prendendolo in ostaggio. Spagnoli e Aztechi si scontrarono, Montezuma fu ucciso

e il nuovo imperatore guidò un tentativo di rivolta contro gli spagnoli. Dopo un lungo assedio, e l’aiuto di

alcune popolazioni tributarie degli Aztechi, Cortés riprese il possesso della capitale, ormai quasi

completamente distrutta. Nel 1552, Cortés fu nominato governatore della Nuova Spagna, il futuro Messico.

Ad opera di un avventuriero analfabeta, Francisco Pizarro, si realizzò la conquista del Perù, attraverso una

strategia assai simile a quella di Cortés. In Perù, la civiltà Inca aveva fondato un vasto impero,

assoggettando numerosi popoli e tribù di diversa origine. Capo supremo dell’impero era l’imperatore, che

risedeva nella capitale, Cuzco. L’economia era essenzialmente agricola, la terra era gestita dalla comunità,

senza alcuna forma di proprietà individuale. La conquista del continente americano era stata rapidissima.

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Molti fattori in realtà si erano sommati a determinare la vittoria di Cortés e Pizarro, con il loro gruppo di

conquistadores. In primo luogo la crisi in cui versavano le civiltà Azteca e Inca già prima della venuta degli

spagnoli. Un altro elemento a vantaggio degli spagnoli fu costituito dalla diffusione delle epidemie portate

dagli europei, a ciò si aggiunse un fattore legato alle mentalità delle popolazioni indie, l’incapacità di

affrontare l’ignoto che incombeva su di loro, di leggere i comportamenti degli europei e capirne la

minaccia. I Maya e gli Aztechi conoscevano la scrittura, possedevano delle vere e proprie biblioteche, (gli

Incas no): attraverso queste opere è possibile ricostruire il trauma della conquista. Le fonti spagnole

spiegano l’incredibile resa di Montezuma nei confronti di Cortés e della disperazione che lo avrebbe colto

alla notizia dello sbarco: per l’imperatore l’arrivo di Cortés fu interpretato come il ritorno di un dio antico,

che secondo le profezie avrebbe segnato la fine dell’impero. La religione di questi popoli era dominata

dall’idea che ogni individuo avesse un destino prefissato che si ripeteva ciclicamente. Per ingraziarsi la

divinità suprema, identificata dalle tre civiltà con il dio sole, si compivano ciclicamente sacrifici umani. In

particolare, secondo gli Aztechi andava scongiurato il pericolo di un 5° cataclisma che avrebbe decretato la

fine dell’impero. Di questa concezione finì per avvantaggiarsi Cortés. Contro gli spagnoli furono attuate

forme di resistenza, e non solo armata, tentata comunque dopo la conquista: una resistenza espressa

quotidianamente, in forme differenti, al processo di acculturazione, di schiacciamento dell’identità ecc.

Negli anni successivi si impose un’altra conquista: quella spirituale, con l’arrivo dei missionari per convertire

al cristianesimo, evangelizzare i pagani indios. I primi missionari che sbarcarono in Messico furono 12

francescani, emuli dei 12 apostoli, pieni di entusiasmo nel convertire una popolazione nuova e numerosa,

del tutto ignara del messaggio cristiano. Il processo di evangelizzazione fu rapido e violento. Gli Indios

furono portati in massa al battesimo. I simboli della loro religione e della loro cultura furono distrutti come

espressioni diaboliche. Ben presto però, essi si resero conto della fragilità della loro opera di

cristianizzazione. Gli antichi dei sopravvivevano e i loro culti si affiancavano a quelli cristiani. Per molto

tempo, i missionari tollerarono il persistere di forme di religiosità pagane, mantenendo fissi solo pochi

principi fondamentali, come la lotta contro i sacrifici umani. Anche l’atteggiamento dei missionari nei

confronti della cultura india fu pieno di ambiguità, e mentre imponevano con la forza il cristianesimo, essi si

curarono di salvare la memoria del passato degli indios, che sopravvive anche grazie ai loro scritti. La

manifestazione improvvisa di milioni di uomini nuovi, sfuggiti all’evangelizzazione delle origini, suscitò

interrogativi sulla loro stessa umanità, che diede origine a polemiche assai aspre, tra chi, come i

conquistatores, voleva sfruttarli come esseri privi di anima, e chi, come i missionari, si proponeva invece di

salvarne l’anima. L’Europa è anche incerta sulla valenza di queste nuove figure di selvaggi e li interpreta ora

come crudeli cannibali, ora come buoni selvaggi, incorrotti dalla civiltà.

Convenzionalmente si definisce età moderna il periodo storico che va dal 1492 alla rivoluzione francese del

1789, ed età contemporanea il periodo che da quell’evento giunge fino ai nostri giorni. Nel corso del 1492

oltre alla scoperta dell’America si determinano eventi chiave della storia Europea. In Spagna si porta a

compimento un processo secolare di unificazione politica e religiosa, la Reconquista contro i mussulmani,

sale al trono Alessandro VI, i sovrani firmano l’editto di espulsione degli ebrei dalla Spagna. Si tratta

comunque di una data simbolica e convenzionale.

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Tra il 500 e i primi del 700, il mondo occidentale muta radicalmente aspetto. Emergono all’interno

dell’Europa le prime forme di produzione di tipo capitalistico. Il termine capitale, a partire dal 700 e poi nel

800 con il filosofo tedesco Karl Marx, individua un processo ampio e complesso: il capitale è un mezzo di

produzione che viene utilizzato per produrre altri beni e servizi. frutto Assai più recente è il termine

capitalismo, lanciato all’inizio del 900 a designare un’età storica caratterizzata da una produzione

capitalistico, basato sulla separazione fra chi possiede i capitali e chi li fa sfruttare attraverso il lavoro. La

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scoperta dell’America e l’espansione coloniale europea del 500 e del 600, con i cambiamenti apportati nei

circuiti di scambio commerciali, hanno avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione economica del vecchio

continente. Il primo effetto delle scoperte geografiche del XV sec. fu il declino della centralità economica

del Mediterraneo come tramite del commercio delle spezie tra oriente ed occidente. Il suolo americano si

era rivelato ricco di giacimenti d’oro e di argento. La colonizzazione e l’intenso sfruttamento del territorio

da parte del Portogallo e Spagna determinò un ingente afflusso di metalli preziosi in Europa. In passato

l’Europa era stata afflitta dalla scarsità di metalli preziosi, necessari per garantire gli scambi nel bacino del

Mediterraneo: il pagamento delle merci orientali si faceva tramite moneta contante, in oro e in argento,

mentre all’interno del continente europeo si prediligeva lo strumento della lettera di cambio, un titolo di

credito contenente l’indicazione di una somma di denaro da pagare entro una certa data. Altro effetto

importante delle scoperte fu la diffusione in Europa dello zucchero e del cotone. Lo zucchero di origine

indiana era conosciuto in Europa prima del 500, ma fino ad allora impiegato esclusivamente per uso

medicinale. Il suo passaggio a un uso alimentare fu lento: fu prima usato come bene di lusso, poi sempre

più come un prodotto di consumo di massa. Anche il cotone era presente in Europa, importato dalla Siria

dai mercanti veneziani. La sua coltivazione nelle Americhe incrementò un notevole afflusso di fibre grezze

in Europa. Inizialmente nelle piantagioni di zucchero e cotone, così come nelle miniere di oro e argento,

venivano impiegate le popolazioni indigene, in condizioni di lavoro disumane. In seguito gli spagnoli

rimediarono alla scarsità di manodopera con la tratta degli schiavi, l’importazione forzata degli schiavi neri

dall’Africa. I portoghesi prima e gli spagnoli poi, barattavano con merci europee schiavi neri, razziati per lo

più dai mercanti arabi sulle coste africane. Particolarmente dure erano le condizioni del trasporto

d’oltreoceano: gli schiavi erano ammassati come bestiame sulle navi, in condizioni terribili e una gran parte

di loro moriva nel corso della navigazione. Una volta arrivati, erano venduti come merci e impiegati nel

lavoro. Successivamente il sistema schiavistico si estese dal Brasile e dalla Antille, dove erano impiegati

nelle miniere e nella coltivazione dello zucchero, alle coste del nord America, con le piantagioni di cotone.

Ai mercanti portoghesi e spagnoli subentrarono, fra il 600 e il 700, mercanti inglesi, francesi, olandesi e

danesi, moltiplicando il numero degli schiavi a dismisura. Il XVI sec. è caratterizzato da un sensibile

aumento demografico, seguito da un ristagno demografico nel XVII sec. Alle radici di ciò ci sono molteplici

fattori: la stagnazione demografica del 600 fu dovuta alle carestie, epidemie, guerre ed elevata mortalità. Il

clima stesso fu caratterizzato da un aumento della piovosità e del freddo. Ma le ragioni sono anche umane

e sociali: la stessa società aveva messo in atto una strategia di mantenimento della popolazione, attraverso

il ritardo del matrimonio e della creazione di un’unità solo nel momento in cui si creavano i presupposti per

consentire alla nuova famiglia un lavoro e la sopravvivenza dei figli. Si tratta di un fenomeno del mondo

rurale, in cui l’età matrimoniale diventa per gli uomini di circa 30 anni e 25-26 per le donne, con

conseguente riduzione degli anni di fertilità della coppia. Proprio questo equilibrio ha consentito il

definitivo decollo demografico nel 700, in presenza di un aumento delle risorse economiche e alimentari,

indotto da importanti innovazioni tecnologiche dei settori agricolo, dei trasporti e della produzione

industriale. Furono messe nuovamente a coltura le terre abbandonate durante la crisi del 300 e riconvertite

a cereali, grano e frumento. Il rapporto tra coltivazione e pascolo restava fondamentale, in ragione della

necessità che la terra aveva di concime. Il risultato di questo processo fu la suddivisione dell’Europa in

diverse aree agricole. Fu così che l’Europa orientale divenne una zona di approvvigionamento del grano e

della carne per la più sviluppata e progredita Europa occidentale. Questo permetteva all’ovest di ridurre la

percentuale di persone impiegate nell’agricoltura e volgerla verso il commercio e le manifatture. Un’altra

conseguenza della crescita demografica fu un generale e consistente rialzo dei prezzi che interessò tutti i

beni di largo consumo, in tutti i paesi europei.

Dall’ultimo decennio del 500, il mondo agrario europeo si trovò ad affrontare una nuova crisi. All’aumento

del prezzo dei beni primari non aveva corrisposto un eguale aumento dei salari. In alcuni casi i proprietari

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terrieri erano riusciti ad imporre l’aumento dei fitti, in altri erano passati all’amministrazione diretta della

terra, disincentivando gli investimenti agricoli. In molte zone si abbandonarono le culture di cereali per dare

spazio al pascolo. Questo fenomeno è stato descritto come una crisi generale, più acuta nel settore

agricolo, dove finì per accentuare gli squilibri esistenti in alcune zone portando a una sorta di

rifeudalizzazione. Anche nel settore commerciale, il 600 accentuò gli squilibri fra le varie economie: in nord

Europa, l’Inghilterra (produzione di artiglieria in ferro, costruzioni navali, del carbone e di legna) e l’Olanda

conobbero un forte sviluppo commerciale e manifatturiero, rispetto al sud dell’Europa che assistette ad

una forte riduzione degli scambi. In questi due secoli, il capitale frutto dell’attività commerciale e finanziaria

viene rinvestito in altre attività economiche, primo fra tutti fu quello del commercio e dello scambio,

permettendo la crescita delle banche e il sistema delle borse. Un altro settore sottoposto alla

trasformazione capitalistica fu quello minerario. I minerali maggiormente estratti erano il carbon fossile,

usato per il riscaldamento, il ferro, il rame e l’argento, per il conio delle monete, il mercurio e l’allume,

necessari per la tintura delle stoffe. Nel XII sec. il lavoro nelle miniere era limitato all’estrazione dei minerali

in superficie, ed era svolto da artigiani. Alla fine del XV sec. la necessità di scendere in profondità rese

indispensabili forti investimenti nello scavo di pozzi e gallerie. Le miniere divennero così proprietà degli

Stati o di ricchi mercanti e i minatori si trasformarono in dipendenti salariati, operai sottoposti a condizioni

di lavoro molto dure e malsane. Un altro ambito che vede l’investimento massiccio di capitale mercantile fu

quello dell’industria a domicilio. Nato nei Paesi Bassi e in Italia il sistema consisteva nello spostamento nella

campagna di alcune fasi della lavorazione del prodotto. La lavorazione veniva effettuata a domicilio dai

contadini e dalle loro famiglie, nelle pause di lavoro o nella stagione morta. Nasce la nuova figura del

mercante imprenditore, un mercante divenuto datore di lavoro, che impegnava i propri capitali, forniva ai

contadini il materiale grezzo e i macchinari necessari, ritirando il prodotto finito. Con questo sistema si

evitava la necessità di luoghi centralizzati per la produzione e di macchinari complessi, abbassando inoltre

sensibilmente il costo del lavoro. La produzione a domicilio venne largamente impiegata nel campo della

produzione tessile, ma anche in altri settori, dalla produzione della carta degli orologi, dei coltelli e della

birra. Il termine manifattura indica un’industria centralizzata priva di macchinari, mentre la fabbrica implica

la presenza della macchina e della divisione del lavoro. In realtà i due termini restano sinonimi per tutto

l’800. Più refrattario alla trasformazione è il settore agricolo, dove tuttavia l’introduzione del capitale avvia

colture specializzate o rivolte al mercato. Soltanto in Inghilterra, questo processo è così avanzato da portare

alla scomparsa precoce del sistema signorile e alla formazione di un ceto di proprietari terrieri che

gestiscono la terra in maniera capitalistica, ricorrendo al lavoro salariato, indirizzando la produzione al

mercato, con il sistema delle recinzioni , la chiusura dei campi aperti avvantaggiando il ceto dei piccoli e

medi proprietari terrieri, mentre allontanò dal possesso diretto della terra i contadini più poveri che si

trasformarono in braccianti.

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Numerose erano state, sul finire del 400 e l’inizio del 500, le istanze di trasformazione religiosa della

cristianità, presenti anche nel movimento religioso della Devotio moderna e nel pensiero di Erasmo da

Rotterdam, legato alla nuova concezione umanistica dell’uomo e del bisogno di ritornare ai testi sacri senza

la mediazione della tradizione ecclesiastica. Ma la vera riforma nasce in un ambiente lontano

dall’umanesimo: in Germania, ad opera di un monaco tedesco, Martin Lutero, il quale trasse

originariamente dal suo ordine, quello degli agostiniani, l’essenza della sua critica della prassi e della

dottrina ecclesiastica. L’obiettivo contro cui si scagliò Lutero, espresso pubblicamente nel 1517 con

l’affissione di un manifesto che riportava 95 tesi, fu la dottrina delle indulgenze, un problema che aveva

allora una forte risonanza poiché era stata bandita una speciale indulgenza per finanziare la costruzione

della basilica di S. Pietro . Con il termine indulgenza si indicava la remissione parziale o totale della pena

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imposta al peccatore, per consentire la sua riammissione in seno alla comunità dei credenti. Alla fine del XI

sec. con le crociate si era imposta l’idea che l’indulgenza potesse essere ottenuta attraverso la

partecipazione alla guerra contro gli infedeli o attraverso il pagamento di somme da impiegare per il

finanziamento delle crociate o per la creazione di opere religiose o l’elemosina. L’azione meritoria poteva

essere così sostituita dal denaro. Si diffuse dunque la pratica della vendita delle indulgenze, che potevano

essere ottenute anche utilizzando il merito guadagnato da altri. Inizialmente la remissione tramite

indulgenza riguardava solo le pene canoniche, imposte dalla chiesa, non quelle da scontarsi in purgatorio.

Nel corso del tempo però, divenne possibile acquistare le indulgenze per accelerare l’espiazione delle pene

delle anime del purgatorio. Le tesi si diffusero rapidamente, scatenando le critiche verso la politica della

curia papale, i suoi soprusi e la sua corruzione, e mettendo in discussione il ruolo di mediatore della chiesa

e gli stessi sacramenti. Lutero aveva trovato nell’Epistola ai Romani di San Paolo la risposta al problema

della salvezza: il giusto vivrà per fede. Secondo Lutero dunque non sono le opere buone a dare la salvezza,

poiché l’abisso che c’è tra Dio e l’uomo non potrà mai essere colmato dalle buone opere. Solo la grazia

divina può salvare il peccatore, indipendentemente dal peccato commesso, svalutando completamente il

ruolo della chiesa come intermediario tra Dio e la comunità dei fedeli. La dottrina della predestinazione,

nell’incapacità dell’uomo di decidere del suo destino essendo sottomesso completamente alla volontà di

Dio, si distacca da quella dell’umanista Erasmo da Rotterdam, che invece esaltava il libero arbitrio, cioè la

capacità dell’uomo di scegliere tra il bene e il male, ricercando la salvezza attraverso le sue azioni.

È Giovanni Calvino nella città di Ginevra a portare la dottrina della predestinazione in posizione ancora più

estrema, considerando non solo il perdono e la salvezza, ma anche la fede stessa come un dono divino dei

predestinati. Le opere nella concezione calvinista riacquistano un ruolo importante, non necessarie per

ottenere la salvezza, ma diventano il segno di una salvezza già ottenuta. Secondo la dottrina religiosa

elaborata da Lutero, la chiesa perde ogni funzione mediatrice e salvifica, non vi è differenza fra laici ed

ecclesiastici, tutti i credenti in quanto battezzati sono sacerdoti. Lutero ridusse i sacramenti da 7 a due, gli

unici fondati sulle scritture: il battesimo e l’eucarestia. Lutero respinge inoltre quella dottrina cattolica

secondo la quale le formule e i gesti del sacerdote determinano la trasformazione del pane e del vino in

corpo e sangue di cristo. Per Lutero nell’ostia eucaristica c’è già la presenza di Cristo, e il ruolo del

sacerdote è quello di rendere la sua presenza percepibile; mentre per i riformisti svizzeri l’eucarestia aveva

un valore puramente simbolico, nel rievocare l’ultima cena e il sacrificio di Cristo. Cattolici e riformisti si

scontrarono molto su questa questione, ma anche su chi dovesse bere il vino della messa, se solo il

sacerdote o tutti i fedeli. Nelle chiese riformate la concessione del calice annulla la distinzione tra clero e

popolo. Il sacerdote, spogliato della sua sacralità, assumeva il ruolo del pastore di anime, che aveva il

compito di guidare la comunità dei credenti nel perfezionamento morale e del raggiungimento della santità

in terra. Il movimento riformato abolì inoltre il celibato ecclesiastico, Lutero stesso si sposò. Se la riforma

sopprimeva il sacramento della penitenza, la chiesa cattolica negli anni della controriforma ne riduce

fortemente il ruolo. Nonostante i punti di rottura, molte sono le convergenze tra la riforma luterana e

quella cattolica, come gli strumenti dell’educazione e morale, di cui lo strumento principale è il catechismo,

che ora perde il suo antico significato di “esorcismo” che precede il battesimo, per assumere quello di

insegnamento. La spinta protestante alla lettura diretta del testo biblico, letto in volgare da tutti i fedeli,

spinge i riformati ad estendere enormemente l’alfabetizzazione. La necessità per i protestanti della lettura

diretta, sollecita l’istruzione e la creazione di scuole. Nel mondo cattolico, la lettura della bibbia viene

invece scoraggiata, la parola di dio veniva letta in un latino incomprensibile e riservata al sacerdote. Eppure

anche il mondo cattolico tende a estendere la cultura a strati più ampi. Si moltiplicano le scuole, sia per i

ricchi che i poveri. La compagnia di Gesù fondata da Ignazio di Loyola elabora una pedagogia nuova

destinata all’educazione dei ricchi, che da una parte esalta la disciplina cattolica, ma dall’altra introduce

l’uso del gioco, della danza e delle recite teatrali. La controriforma inoltre teorizza il ruolo dell’immagine,

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per indottrinare gli analfabeti, irrigidendo il controllo delle opere d’arte commissionate per la chiesa

cattolica. La riforma luterana influenzò profondamente la storia artistica-culturale d’Europa. Per i

protestanti non era lecito dare forma ai principi religiosi. L’arte religiosa tradizionale venne quindi

considerata come una forma di idolatria, che doveva essere cancellata per riportare la religione alla sua

purezza originaria. Le nuove chiese erano severe e prive di ornamenti, dovevano favorire la concentrazione

interiore e non attrarre lo sguardo. Nasce così nell’Europa riformata un nuovo genere iconografico: scene di

vita domestica e di villaggio, nature morte, paesaggi e vedute di città. in assenza di un’arte figurativa sacra,

in area riformata acquista sempre più importanza la musica, che doveva accompagnare la lettura dei testi

sacri. Nel 1518, di fronte all’allargarsi dell’agitazione antiromana in Germania, Lutero fu convocato ad

Augusta, invitato inutilmente a ritrattare. La condanna che avrebbe dovuto seguire, fu però sospesa per

motivi politici: il protettore di Lutero, l’elettore tedesco Federico il Saggio di Sassonia, era il candidato

romano al trono imperiale. Solo dopo l’elezione di Carlo V la curia romana fu libera di occuparsi

nuovamente di Lutero. Nel 1520, il pontefice condannava pubblicamente le idee di Lutero e ordinava il rogo

per i suoi scritti, lasciando 2 mesi di tempo per abiurare. La sua risposta fu quella di bruciare pubblicamente

la bolla papale, sancendo la rottura definitiva con la chiesa di Roma che lo condannò come eretico, e messo

fuorilegge da Carlo V nel 1521, con la Dieta di Worms. Quando Carlo V affrontò nuovamente con la Dieta di

Spira il problema dei protestanti (così denominati dalla protesta fatta dai seguaci di Lutero durante la dieta

di Spira, contro la condanna del Luteranesimo), la riforma si era ormai diffusa. Nel 1530, nella Dieta di

Augusta, Carlo V rifiutò di riconoscere i principi protestanti, sancendo la divisione definitiva della cristianità.

I prìncipi tedeschi vedevano nel luteranesimo la possibilità di emanciparsi da Roma e dall’imperatore,

acquistando autonomia politica. Contro di loro, riunitisi nel 1531 in un’alleanza militare, la Lega di

Smalcalda, Carlo V mosse guerra. Nel 1534 anche l’Inghilterra si staccava da Roma, in seguito alle vicende

matrimoniali di re Enrico VIII. Il sovrano voleva annullare il suo matrimonio con Caterina d’Aragona per

sposare Anna Bolena, ma il papa si rifiutò di accordare l’annullamento. Enrico VIII celebrò ugualmente il

matrimonio e rispose alla scomunica papale con un atto di supremazia approvato dallo stesso parlamento,

con cui si proclamò capo supremo della Chiesa di Inghilterra. Si compì un vero e proprio scisma che portò

alla creazione della chiesa anglicana. In Italia il papato aveva intanto messo in atto un complesso processo

di rinnovamento, che prenderà il nome di Riforma Cattolica o Controriforma, espressioni per designare un

fenomeno storico: il processo di trasformazione della chiesa cattolica del 500, in corrispondenza della

riforma protestante e in opposizione a essa. Il termine Controriforma è nato a sottolineare il valore di

opposizione del processo di trasformazione interna della chiesa cattolica alla riforma luterana. Chi

sottolinea l’aspetto della controriforma vuole sottolineare le sue forme repressive, di controllo del pensiero

e dell’eresia, inquisizione, indice, rogo di uomini e libri. Con l’espressione di Riforma cattolica la storiografia

di matrice cattolica, voleva rivalutare il valore autonomo della riforma interna alla chiesa, al di là della

necessità di rispondere ai protestanti. Il problema della chiesa non era più quello di trovare un accordo

teologico con i riformati, ma piuttosto quello di opporre dogmi contro l’eresia protestante, agendo sia sul

piano teologico che su quello disciplinare. Tra i molti strumenti di questa trasformazione della chiesa

cattolica, il principale fu un concilio convocato a Trento nel 1542 da Paolo III, che si protrasse per oltre 20

anni a causa di molte vicissitudini e sospensioni, fino al 1563. Il concilio fu anche il risultato di uno scontro

politico fra la curia romana e gli stati che si trovavano a lottare contro la scissione protestante. In primo

luogo l’impero e la Spagna, il cui clero spingeva verso un’opera di profonda riforma, da impedire che le

critiche alla corruzione morale della chiesa si trasformassero in adesione ai principi della Riforma. Le

decisioni prese dal concilio in materia dogmatica, riunite nei 5 decreti dogmatici, chiarivano e definivano in

modo preciso la dottrina della chiesa, separando l’ortodossia dall’eresia. Fu imposta come lingua universale

della chiesa il latino, accettando come unica versione ufficiale della bibbia, la Vulgata latina di San

Gerolamo. Fu riconfermato che la lettura dei testi sacri spettava unicamente al clero. I sacramenti erano

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fissati nel numero di 7, considerati validi perché amministrati dalla Chiesa, dove il sacerdote è il

rappresentante del sacro sulla terra e mediatore tra uomo e dio. Dal punto di vista istituzionale, la chiesa

affermò la necessità di creare un clero più preparato e impegnato. Un modello di vescovo nuovo, attento a

introdurre innovazioni, come il confessionale, e a porre in primo piano la difesa dell’ortodossia. L’azione

intrapresa con il concilio di Trento rafforzò la chiesa cattolica e la dotò di apparati teologici e dottrinali che

mantiene ancora oggi. ’

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Sia la religiosità cattolica che quella riformata compiono un processo sostitutivo da una religiosità che si

esprimeva nell’appartenenza a una comunità e nella condivisione di valori religiosi collettivi, ad una forma

di religiosità centrata sull’individuo. Si tratta quindi di un processo di modernizzazione: cambia la scala dei

valori etici, il rapporto della religione con la sfera politica. Nel mondo cattolico questi cambiamenti si

accompagnano a strumenti di propaganda e repressione. Il disciplinamento indica questa vasta azione di

controllo sociale e di riorganizzazione che, accanto all’opera repressiva, caratterizza questo secolo di

cambiamenti. Cambia ad esempio la scala di gravità dei peccati, basati sui 7 peccati capitali: mentre prima i

peccati più gravi erano quelli dello spirito, l’ira, l’orgoglio, peccati che comportavano gravi rischi per la

collettività, ora più gravi diventano quelli che incidono sui comportamenti individuali, cioè quelli della

carne, in primo luogo quelli sessuali. Cambia per i protestanti, convinti dell’inutilità delle opere ai fini della

salvezza, ma anche in misura ridotta per i cattolici, la concezione della carità: non più messe per i defunti

ma assistenza e aiuto per i poveri. La stessa concezione del matrimonio si trasforma: per i riformati non è

più un sacramento, ma un’istituzione di carattere sociale. Per la chiesa cattolica, il matrimonio mantiene e

potenzia il suo valore sacramentale, attraverso la celebrazione da parte di un sacerdote, celebrati prima

davanti alla chiesa poi al suo interno, rispettando i vincoli sociali: pubblico e alla presenza di testimoni, per

evitare i matrimoni clandestini. Lo scontro tra cattolici e protestanti toccava molto da vicino anche la sfera

politica. Per Lutero sfera religiosa e sfera statale dovevano restare distinte. Per molti dei suoi seguaci,

invece questa libertà doveva estendersi anche alla sfera sociale. La dottrina più radicale in questo senso fu

quella anabattista. Il suo principale esponente, Thomas Müntzer, sosteneva che lo spirito santo fosse

superiore alla parola di Dio contenuta nelle sacre scritture. Il battesimo doveva essere accompagnato da

una rinascita spirituale e quindi riservato all’età adulta. Secondo gli anabattisti, la comunità di santi eletti da

dio, era destinata a reggere e governare l’intera società, regolata dall’osservanza delle virtù cristiane delle

origini, povertà, carità e umiltà. L’anabattismo dette vita nel 1524-25 ad una vasta ribellione dei contadini

che combattevano l’introduzione di elementi che tendevano a trasformare il sistema feudale, ma

peggioravano le condizioni dei contadini, espresse nei 12 articoli. Lutero riconobbe parzialmente i diritti dei

contadini ma ne respinse gli strumenti di lotta. Nel 1525 i principi tedeschi, tanto cattolici che protestanti,

schiacciarono nel sangue la rivolta contadina. L’ultimo tentativo di instaurare il regno di Dio in terra si

realizzò nella città di Münster, dove una comunità anabattista, approfittando di una crisi del governo

locale, si impadronì del potere. Nella città fu permessa la poligamia, secondo l’usanza dei patriarchi biblici,

eliminata la proprietà privata e il denaro. Il governo di Münster non durò a lungo, schiacciato nel sangue dai

prìncipi. L’episodio screditò il movimento anabattista facilitandone il suo totale sradicamento dalla

Germania.

Di fronte alla spaccatura della cristianità e ai progressi della riforma, la chiesa cattolica riorganizzò

l’inquisizione, centralizzandola nella congregazione cardinalizia del Sant’Uffizio, che coordinava i tribunali

inquisitori locali. L’inquisizione romana era assai diversa nell’ideologia e nella pratica repressiva rispetto

all’inquisizione spagnola, nata alla fine del 400 in Spagna sotto il diretto controllo della monarchia allo

scopo di combattere il fenomeno del ritorno all’ebraismo dei “nuovi cristiani”, ebrei convertiti più o meno

forzatamente. Si trattò infatti di uno strumento che si attenne alla legge, e che solo raramente effettuò

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condanne capitali. Elementi di libertà erano però presenti nella procedura inquisitoriale sulla ricerca delle

prove di colpevolezza, come l’uso della tortura al fine di ottenere una confessione.

Per arginare la diffusione del pensiero luterano attraverso la stampa, la chiesa instaurò un attento controllo

sui libri, attraverso l’introduzione dell’Indice dei libri Proibiti. Alla messa all’indice si accompagnò

un’intensa attività poliziesca, contro la diffusione clandestina delle opere vietate, soprattutto dei testi

protestanti.

Accanto all’azione dei tribunali e all’attività di repressione, la chiesa cattolica sviluppò un’ampia azione di

propaganda e di proselitismo, cercando di richiamare i fedeli e di conquistarne dei nuovi attraverso la

predicazione. Il cristianesimo è fin dal suo nascere una religione universalistica, che ha fra i suoi obiettivi

fondamentali la conversione degli infedeli. Il fervore conversionistico della chiesa coinvolse anche gli ebrei,

verso cui Roma lanciò una campagna proselitistica di vastissime proporzioni, cercando di risolvere una volta

per tutte, attraverso la loro conversione globale, il problema dell’esistenza di infedeli entro la società

cristiana. Agli strumenti adottati dalla chiesa, si univa ora la creazione dei ghetti, cioè di quartieri in cui gli

ebrei dovevano vivere rinchiusi e segregati. La creazione del ghetto a Roma, chiuso da cancelli e

sorvegliato da guardie durante la notte, fu deciso da Paolo IV nel 1555. Nello spazio chiuso del ghetto gli

ebrei erano separati dai cristiani, spinti verso l’abbandono dell’antica fede: gli stati luterani invece

espulsero sistematicamente gli ebrei. Solo il calvinismo avvierà un rapporto diverso con la minoranza.

Nell’età della riforma e della controriforma si assiste alla ripresa di un fenomeno nato intorno alla metà del

XIV sec., quello della caccia alle streghe. L’ondata repressiva colpì solo marginalmente l’Italia e in misura

ancora minore la Spagna, mentre toccò profondamente la Francia, l’Impero, i paesi scandinavi, l’Inghilterra

e la Scozia. Probabilmente anche i mutamenti sociali che si verificano in questo periodo nelle campagne

inglesi hanno contribuito a determinare la rottura di solidarietà comunitaria. Vedove e donne sole, un

tempo protette dalla comunità, rimangono ai margini generando ansie, paure e sensi di colpa nel mondo

individualistico che nasceva, pronto a proiettare su loro tutti i mali del villaggio. La caccia alle streghe

sarebbe un fenomeno che accompagna la modernizzazione. Nonostante la creazione del mito del patto col

diavolo sia di natura teologica e cristiana, nel 500 e ancora di più nel 600 essa diventa espressione di

repressione essenzialmente laico, statale. Roma assume atteggiamenti prudenti, scoraggia la persecuzione

in Italia emanando nei primi anni del 600, per opera dell’Sant’Uffizio, una regolamentazione che limitava la

possibilità di istituire i processi per stregoneria, ponendo sostanzialmente fine alla persecuzione

formalizzata dell’inquisizione. Inizialmente le donne avevano partecipato con entusiasmo alla critica dei

riformati: la riforma sembrava dar loro spazi maggiori di partecipazione alla vita religiosa e di conseguenza

sociale. Con l’istituzionalizzazione delle chiese protestanti, anche questa libertà si esaurì rapidamente,

mentre l’abolizione dei conventi toglieva nei Paesi protestanti alle donne la possibilità di autonomia, di

studio, di ricerca interiore che la scelta monastica aveva loro precedentemente offerto. Nell’area cattolica

invece, la permanenza delle istituzioni monastiche femminili permise alle donne una presenza nella chiesa,

che in alcuni casi poté arrivare dopo la morte, alla proclamazione della santità.

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Dal 1521 al 1648 l’Europa fu ininterrottamente scossa da una serie di guerre, alla cui base ci fu la lotta

politica per il predominio nel continente, ma anche la lotta religiosa tra protestanti e cattolici e quella per il

predominio commerciale, per il controllo dei mercati per il possesso delle colonie del Nuovo Mondo.

Alla morte del re di Spagna Ferdinando il cattolico gli succedette il nipote Carlo d’Asburgo, il quale regnava

già sui Paesi Bassi ereditati dal padre Filippo il Bello. La successione spagnola gli portò anche l’eredità dei

Regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna. Nel 1519, con la morte del nonno, l’imperatore Massimiliano

d’Asburgo, Carlo ereditò anche il dominio del territorio austriaco, assumendo la corona imperiale, con il

nome di Carlo V. Numerosi erano i candidati alla corona imperiale, che era elettiva e dipendeva dal voto dei

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7 principi elettori di Germania. Determinante per l’elezione di Carlo fu il sostegno dei banchieri che

anticiparono al giovane sovrano somme di grande entità. Carlo V si trovò così a capo di un territorio

vastissimo, che comprendeva anche colonie spagnole nel continente americano. La concentrazione nella

sua persona di tutti questi domini era principalmente il risultato di un’abile politica di alleanze

matrimoniali. L’unione nella persona di Carlo V di possessi tanto vasti, si accompagnava al sogno di

restaurare l’impero universale e di assumere il ruolo di difensore della religione cristiana contro gli infedeli

mussulmani. La Francia, ritrovandosi accerchiata dai possedimenti spagnoli e asburgici, contrasterà con

forza il progetto imperiale di Carlo V: lo stesso Francesco I, candidandosi alla successione imperiale in

Germania, progettava un Impero francese comprendente l’Italia. La guerra tra Carlo v e la Francia (1521-

59), cominciò in Italia, interrotta da tregue e periodi di pace. Un’importante vittoria degli imperiali a Pavia

costrinse il re Francesco I, fatto prigioniero e portato in Spagna, a sottoscrivere un trattato di pace, con cui

si impegnava a cedere la Borgogna e il Ducato di Milano, punto strategico per l’impero, in quanto

raccordava i domini spagnoli nell’ Italia meridionale con quelli tedeschi. Tornato in patria, Francesco I si

rifiutò di cedere la Borgogna, riaccendendo il conflitto. La Francia si riunì nella Lega di Cognac con

l’Inghilterra, Firenze, Venezia, Milano e con il papa Clemente VII Medici, che temeva un eccessivo

rafforzamento dell’Impero. Dopo una nuova vittoria degli imperiali, la pace di Cambrai del 1529 sancì la

cessione del Ducato di Milano a Carlo V ma a sua volta l’imperatore rinunciò ad ogni pretesa sulla

Borgogna. In quest’ultima fase della guerra Roma venne presa d’assedio e saccheggiata dalle truppe

dell’imperatore, composte prevalentemente da lanzichenecchi protestanti, guidati dal duca di Borbone. A

seguito dell’adesione del papa alla lega di Cognac, un esercito imperiale scese in Italia e pose nel 1527

l’assedio a Roma senza chiedere l’autorizzazione a Carlo V. Roma fu messa a fuoco e fiamme per 10 mesi,

durante i quali le chiese furono profanate, cittadini e uomini di chiesa uccisi, innumerevoli opere d’arte

distrutte. Tutto ciò suscitò un enorme impressione nell’Europa cristiana: gli stati italiani aderenti alla Lega

non andarono in soccorso del papa, rifugiato a Castel Sant’Angelo, ma approfittarono della sua debolezza.

Firenze scacciò i Medici e proclamò la Repubblica, e Venezia occupò alcuni territori pontifici. Clemente VII

fu costretto a scendere a patti con Carlo V, il quale si impegnò a far restituire al papa i territori sottratti,

ottenendo in cambio il riconoscimento dei suoi possessi in Italia. Carlo V fu incoronato dallo stesso papa

che sancì simbolicamente la sottomissione politica degli stati italiani alla Spagna.

Nei territori tedeschi dell’Impero, Carlo V si trovò ad affrontare la questione luterana: solo quando la

Riforma si era affermata in gran parte della Germania, Carlo si impegnò a fondo nella guerra contro i

protestanti tedeschi riuniti nella Lega di Samarcanda. La vittoria imperiale non pose fine alla resistenza dei

principi protestanti. Il nuovo re francese Enrico II figlio di Francesco I, spostò il conflitto su territorio

tedesco, e si accordò con i principi luterani che, in cambio del suo appoggio, gli cedettero le città di Metz,

Toul e Verdun in territorio imperiale ma abitate in prevalenza da francesi. La guerra in Germania terminò

con la pace di Augusta del 1555, che sancì la divisione della Germania tra cattolici e protestanti. Una

clausola stabiliva il principio che imponeva ai sudditi dei vari stati tedeschi di seguire la religione scelta dal

loro principe. Quella con la Francia si concluse invece con la pace di Cateau-Cambrésis, in cui la Spagna

ottenne il dominio sull’Italia, mentre la Francia si garantì il possesso delle tre città renane (Metz, Toul e

Verdun) e alcune del Piemonte. Carlo V ottenne un importante successo nella politica matrimoniale, col

matrimonio del suo erede Filippo con Maria Tudor, nuova regina d’Inghilterra. Il futuro erede di questo

matrimonio avrebbe portato la corona di un nuovo regno, formato dall’unione di Paesi Bassi e Inghilterra.

La morte senza eredi di Maria Tudor mandò in pezzi queste ambizioni. A Filippo II, erede al trono di Spagna,

Carlo V voleva trasmettere tutti i suoi possedimenti, ma l’opposizione del fratello Ferdinando portò la

divisione dell’impero in due parti: la Spagna, i Paesi Bassi, l’Italia e le Americhe andarono a suo figlio Filippo

II, mentre il fratello Ferdinando gli successe sul trono imperiale. 11

La guerra tra Francia e Asburgo era terminata con l’equilibrio territoriale e politico raggiunto a Cateau-

Cambrésis. Filippo II decise di fissare la sua corte a Madrid, un villaggio che diventò il centro politico della

Spagna. La difesa del mondo cristiano contro i Turchi e del cattolicesimo contro i protestanti furono i due

cardini della politica del sovrano spagnolo, politica assai cauta e prudente. Nei primi anni del suo Regno,

l’impegno di Filippo II si rivolse in area mediterranea contro i Turchi, che la Spagna sconfiggerà nella

battaglia di Lepanto. Inoltre riuscì facilmente ad annettere il Portogallo. Dopo la morte del giovane sovrano

portoghese, Filippo II, che aveva diritti sulla successione, invase con le armi il Portogallo. Le truppe

spagnole, guidate dal feroce Duca d’Alba, ebbero una facile vittoria, con l’unificazione dei due Regni, si

lasciò al Portogallo la sua autonomia politica ed economica, e il Regno Spagnolo acquistò così il grande

impero coloniale portoghese. Carlo V aveva tenuto la sua corte principalmente nei Paesi Bassi, a Bruxelles. I

Paesi Bassi (Olanda, Belgio, Lussemburgo e la Francia nord-orientale) erano uno stato assai eterogeneo,

costituito da 17 province, governate da assemblee provinciali gli Stati e da un parlamento comune gli Stati

generali. Il nuovo re Filippo trasferì definitivamente la corte da Bruxelles a Madrid, lasciando come

reggente dei Paesi Bassi la sorella Margherita di Parma, ponendole accanto il suo ministro con l’incarico di

mettere in atto un processo di centralizzazione politica, amministrativa e fiscale, destinato a suscitare una

forte opposizione. A questo si unì un’azione di repressione del movimento calvinista. La rivolta scoppiò

nelle città calviniste ad opera degli strati popolari. Mentre Margherita tentava una mediazione, Filippo II

decise di ricorrere all’uso della forza e inviò nei Paesi Bassi un esercito guidato dal duca d’Alba, che

instaurò un tribunale speciale, il Consiglio dei torbidi, che colpì con migliaia di condanne a morte. I ribelli

trovarono un capo di grande prestigio in Guglielmo I , principe di Orange, che intraprese contro gli spagnoli

una vera e propria guerra, riconquistando una dopo l’altra le province del nord, che lo elessero come loro

governatore. Il terribile sacco ad Anversa, compiuto dalle truppe spagnole in rivolta per non aver ricevuto

la loro paga, ebbe l’effetto di far sorgere nelle popolazioni dei Paesi Bassi un sentimento di coesione

nazionale, accelerando il processo di pacificazione fra le province protestanti del nord e quelle cattoliche

del sud in funzione antispagnola, realizzatosi nell’Unione di Grand.

Ma la pacificazione non durò a lungo, a causa dell’abile politica del nuovo governatore spagnolo Alessandro

Farnese. Mentre le province del sud concludevano una tregua con Filippo II, quelle del nord con una

dichiarazione d’indipendenza, proclamavano la Repubblica delle province unite, uno stato autonomo i cui

confini coincidevano con quelli attuali dell’Olanda. Quando Guglielmo d’Orange fu assassinato, Anversa fu

ripresa dagli spagnoli. In questo frangente Elisabetta d’Inghilterra decise di inviare un esercito in loro

difesa: l’intervento spinse Filippo II ad attaccare direttamente l’Inghilterra. Il distacco della chiesa anglicana

da Roma, avvenne in accordo con il parlamento, affermando un legame tra monarchia e Parlamento.

Contemporaneamente, l’Inghilterra rinunciava alle sue mire espansionistiche nel territorio francese,

spostando la lotta contro la Spagna. La nuova regina cattolica, Maria Tudor, sposò il futuro re di Spagna

Filippo II, e si adoperò a riportare il cattolicesimo in Inghilterra, attraverso un’opera di violenta repressione

del protestantesimo, passando alla storia come Maria la Sanguinaria. L’età di Filippo II coincide con il fiorire

della civiltà elisabettiana in Inghilterra. Divenuta regina alla morte della sua sorellastra Maria Tudor,

Elisabetta figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, attuò una politica religiosa abile e moderata, incentrata al

rafforzamento della monarchia. Scomunicata da Roma come eretica, divenne l’anima del partito

anticattolico in Europa. Dal punto di vista economico, l’Inghilterra è nel pieno dello sviluppo commerciale e

manifatturiero. Importante in questo sviluppo è l’uso dei corsari, predatori del mare autorizzati dai sovrani

tramite lettere di corsa, ad attaccare le navi nemiche per impadronirsi dei loro carichi. Le navi corsare

inglesi incrociavano lungo le coste oceaniche e attaccavano le navi spagnole per depredarle dei preziosi

carichi provenienti dalle Americhe. Il rifiuto della regina di sposarsi rese fondamentale il problema della

successione. L’erede più diretta di Elisabetta era la cattolica Maria Stuart regina di Scozia, e come moglie

del re francese Francesco II, regina di Francia. Alla morte di Francesco II, la giovane regina Maria tornò nel

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suo regno di Scozia, ormai calvinista, avviando un’opera di restaurazione del cattolicesimo. Sospettata di

reati gravissimi (l’uccisione del suo II marito), Maria fu costretta ad abdicare in favore di suo figlio Giacomo

e a rifugiarsi a Londra, dove Elisabetta la fece imprigionare. Sospettando che Maria avesse rinunciato ai suoi

diritti sul trono inglese in favore di Filippo II, vedovo di Maria Tudor la fece infine giustiziare. La Spagna

diede così il via ai preparativi di guerra. Contro il nemico inglese, Filippo II, creò una flotta imponente

l’Invincibile Armata per tentare di invadere l’Inghilterra. La sconfitta spagnola fu durissima, oltre alla flotta

inglese che si dimostrò però superiore, grazie a moderne tecniche di combattimento, le numerose

tempeste fecero naufragare gran parte della flotta. Il lungo regno di Elisabetta rappresenta per l’Inghilterra

il momento di slancio economico, politico e culturale, si parla infatti di civiltà elisabettiana. In questi anni la

sua corte divenne la più importante e sfarzosa d’Europa.

Nella seconda metà del XVI sec. la Francia attraversa un periodo di guerre civili, alla cui origine vi era lo

scontro tra cattolici e protestanti o ugonotti (calvinisti francesi): sono guerre civili assai sanguinose che

terranno la Francia lontana dalla politica internazionale. Con la morte di Enrico II, larghe fasce della nobiltà

aderirono al calvinismo, come la famiglia dei Borbone. La nobiltà cattolica faceva invece capo alla famiglia

dei Guisa. Caterina de Medici, vedova di Enrico II, avviò una politica di pacificazione religiosa, consentendo

una limitata libertà. Dopo tre guerre civili che dilaniarono la Francia, si giunse all’editto di St. Germain, con

il quale si concedeva la libertà di culto e si permise a uno dei capi del partito ugonotto di entrare nel

consiglio reale, il quale progettava una politica antispagnola offrendo appoggio ai Paesi Bassi. Non disposta

alla ripresa della guerra, Caterina lo fece assassinare. Uno dei momenti più tragici di questa serie di guerre

fu il massacro della notte di San Bartolomeo, quando il popolo di Parigi, istigato dal re e dai principi

cattolici, massacrò migliaia di ugonotti. Il massacro fece esplodere nuovamente la guerra civile: sotto la

guida di Enrico di Guisa si costituì una lega cattolica, la fazione protestante si riorganizzò sotto la guida di

Enrico di Bordone. Nasceva inoltre un terzo partito, quello dei Politiques, che si affermò soprattutto tra

funzionari e intellettuali, borghesi e nobili contrari alla Lega. I politiques miravano a rafforzare le deboli

strutture del Regno francese in nome della pacificazione religiosa e dell’interesse nazionale. Jean Bodin,

autore dei 6 libri della Repubblica, teorizza il potere monarchico come assoluto in cui il sovrano ubbidisce

solo alla legge divina e a quella naturale.

Sotto il regno di Enrico III di Valois, la potenza della Lega cattolica, che si era alleata con la Spagna, crebbe a

dismisura. Parigi, dominata dalla Lega cattolica, insorse contro l’ipotesi di una successione protestante:

tuttavia, prima della sua morte, Enrico III nominò suo successore Enrico di Borbone, a patto che si

convertisse al cattolicesimo. Enrico salì al trono con il nome di Enrico IV. Il re spagnolo Filippo II, schierato

al fianco della Lega cattolica, invase con le sue truppe il territorio francese. La Francia che in quel momento

cercava la pace, che consentiva di risanare lo stato, siglò con la Spagna la pace di Vervins, in cui si

ribadivano gli equilibri di Cateau-Cambresis. L’esercito spagnolo abbandonò quindi il territorio francese. Per

mettere fine alle discordie religiose, Enrico IV promulgò l’editto di Nantes, che consentiva agli ugonotti

libertà di culto garantita dal possesso di un 100 di luoghi fortificati: si afferma un’idea di Stato nuova, quello

dello Stato Assoluto.

Il mantenimento della pace fu il perno della politica del nuovo re di Spagna Filippo III. A determinare questa

scelta politica fu la ripresa dell’impegno mediterraneo contro i Turchi e la difficile situazione finanziaria

provocata dai costi elevatissimi delle guerre. Con l’avvento al trono di Filippo IV e del suo primo ministro, la

Spagna riprenderà a svolgere un ruolo politico e militare attivo, affiancandosi agli Asburgo d’Austria nella

guerra dei 30 anni. In Francia, alla morte di Enrico IV successe il figlio bambino Luigi XIII: il trono fu retto

dalla madre Maria de Medici, un’italiana poco amata in Francia. Il cardinale Rechelieu prese le redini del

governo francese e iniziò un lungo e lento distacco dall’orbita spagnola. Esclusa dai giochi politici fu, per un

lungo periodo, anche l’Inghilterra. Alla morte di Elisabetta, era salito al trono Giacomo I Stuart, che terrà

una posizione neutrale nei conflitti europei: il suo successore, Carlo I, sarà impegnato totalmente nello

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scontro con il Parlamento, non partecipando alla guerra dei 30 anni. Nell’impero il panorama religioso era

profondamente mutato, soprattutto per la diffusione del calvinismo, praticato in numerose regioni e

diventando religione ufficiale del Palatinato; al contrario, la Baviera divenne il centro di una lega cattolica,

sostenuta dalla Spagna. Sotto l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, la corte fu spostata da Vienna a Praga: la

capitale della Boemia divenne un centro culturale ed artistico di grande importanza. Rodolfo II concesse la

libertà di culto ai boemi, che professavano la religione Hussita, molto vicina a quella protestante. Ma, alla

sua morte, la situazione in Boemia andò precipitando. Il suo successore, suo fratello Mattia era vecchio e

debole, dietro di lui per la successione si affacciava Ferdinando d’Asburgo, il quale revocò la libertà di culto

concessa ai boemi. La fine della tolleranza religiosa, provocò sommosse e reazioni popolari. Un incidente,

noto come la defenestrazione di Praga, in cui i due nobili cattolici che reggevano il trono boemo, in assenza

di Ferdinando, vennero gettati da una finestra dalla folla in tumulto, segnò l’inizio della ribellione boema.

Alla morte di Mattia, la nobiltà boema offrì la corona al principe del Palatinato Federico V, capo dell’unione

evangelica. La corona di Boemia era decisiva per l’elezione imperiale: dei 7 principi elettori, 3 erano cattolici

e 3 di fede protestante. I principi protestanti speravano, attraverso l’elezione di Federico a re sposato con la

figlia di Giacomo Stuart, di ottenere l’aiuto dell’Inghilterra nella lotta contro gli Asburgo: Federico accettò la

corona di Boemia. Un mese prima, però, Ferdinando era stato eletto imperatore con il nome di Ferdinando

II. Gli Spagnoli occuparono la Valtellina, corridoio di congiunzione tra i territori spagnoli e quelli imperiali,

dove le truppe spagnole potevano facilmente ricongiungersi all’esercito imperiale nella guerra contro la

Boemia. La guerra dei 30 anni (1618 – 1648) ebbe origine in Germania, dove le tensioni religiose erano alte

a causa del diffondersi del calvinismo, non previsto dalla pace di Augusta. L’esercito di Federico fu travolto

nella battaglia della Montagna Bianca, dalle truppe imperiali. Nella Boemia distrutta, il cattolicesimo fu

restaurato con la forza. La vittoria asburgica diede un grande impulso al processo di riconquista cattolica in

Germania. L’imperatore Ferdinando II era libero di portare avanti il suo progetto di centralizzazione e

ricattolicizzazione della Germania, progetto che prevedeva anche la trasformazione dell’Impero da elettivo

in ereditario. L’Editto di restituzione ordinava la restituzione di tutti i beni e principati usurpati dai

protestanti. La risposta dei principi protestanti tedeschi fu la guerra. Al loro fianco, scese in campo anche la

Svezia. A opporsi all’esercito svedese, guidato dal re Gustavo Adolfo, erano le truppe imperiali guidate da

Wallenstein, un nobile boemo. Le truppe svedesi sconfissero l’esercito imperiale, ritenuto invincibile ma il

re Gustavo Adolfo morì sul campo. Questo evento salvò Ferdinando II dalla sconfitta, dandogli il tempo per

riorganizzare la lotta contro gli svedesi. L’imperatore Ferdinando diffidente nei confronti di Wallenstein che

aveva accumulato un patrimonio enorme, lo fece uccidere. La guerra contro la Svezia rimaneva affidata

all’esercito spagnolo, che sconfisse le truppe svedesi. I principi protestanti tedeschi accettarono una pace

separata in cambio del rinvio dell’applicazione dell’Editto di restituzione.

La Francia intervenne direttamente nel conflitto, dichiarando guerra a Spagna ed Impero. Le truppe

francesi attaccarono l’esercito spagnolo su vari fronti, e si congiunsero all’esercito svedese e a quello

olandese. A Rocroi, i francesi riportano una netta vittoria sugli spagnoli e occuparono la Baviera, mentre gli

svedesi assediavano Praga. La vittoria della lega antiasburgica fu sancita nel 1648 con i trattati di pace

passati alla storia sotto il nome di pace di Vestfalia, che sancivano la pace in Germania tra cattolici e

protestanti, e tra Francia ed Impero si mise fine alla guerra dei 30 anni. Con la pace di Vestfalia, gli Asburgo

furono costretti a rinunciare al loro sogno di centralizzazione e di restaurazione cattolica e la Germania fu

smembrata in numerosi statarelli quasi autonomi. L’impero era ormai una finzione giuridica la Francia e la

Svezia coglievano le maggiori vittorie. La guerra colpì direttamente le popolazioni, ma fu la Germania il

paese maggiormente devastato. La guerra accentuò la divaricazione tra lo sviluppo economico dell’Europa

occidentale e quello dell’Europa orientale. Dal punto di vista politico, la guerra accentuò il processo di

accentramento del potere, detto assolutismo in paesi come la Francia, e rappresentandone il fallimento di

paesi come la Germania imperiale. 14

In poco più di un secolo, la guerra aveva mutato il carattere. Le innovazioni principali appartenevano tutte

ai secoli XIV- XV: l’introduzione delle armi da fuoco e la progressiva sostituzione della cavalleria medievale

con la fanteria. La fanteria aveva avuto un ruolo dominante all’interno dell’esercito, durante la guerra dei

cent’ anni. L’introduzione delle armi da fuoco mutò profondamente le caratteristiche di queste fanterie.

Accanto alle armi da fuoco leggere, gli eserciti utilizzavano i cannoni. Inizialmente molto pesanti e

difficilissimi da manovrare, richiedevano un gran numero di cavalli per essere trainati: una volta collocati sul

campo, non c’era possibilità di spostarli. Ma la loro forza distruttiva era enorme. Nel 500 le fortificazioni

cambiarono aspetto, per rispondere agli attacchi dei cannoni: le vecchie mura, alte e merlate, furono

sostituite da mura dette bastioni più solide e basse, sostenute da terrapieni tondeggianti, in modo da

attutire l’impatto delle palle di cannone e farle rimbalzare, dotate a loro volta di cannoni. La strategia

bellica si fondava ormai sugli assedi, divenuti lunghissimi, che privavano i nemici dei rifornimenti necessari

alla sopravvivenza. I cannoni a lunga gittata fecero la loro comparsa sulle navi inglesi, nella battaglia tra la

flotta inglese e quella spagnola dell’Invincibile Armata. La flotta inglese poté così distruggere l’avversario,

munito di navi più pesanti e meno agili, senza ricorrere al combattimento ravvicinato. A introdurre nelle

battaglie di terra cannoni leggeri, fu invece l’esercito svedese. Le innovazioni introdotte dal re svedese,

Gustavo Adolfo, riguardavano direttamente la struttura dell’esercito: la fanteria fu resa più agile e formata

essenzialmente da moschettieri, mentre l’artiglieria fu munita di cannoni agevolmente spostabili sul campo

di battaglia. A questo si aggiunse la riforma del reclutamento, dove un uomo su 10 era chiamato alle armi

per 20 anni e gli altri erano tassati per provvedere ai suoi bisogni. L’esercito svedese non era composto da

mercenari raccolti a caso, ma costituito da truppe regolari a lunga ferma.

I l m

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i t e r

r a n

e

o e i t

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i

Il mar Mediterraneo ha costituito fin dall’epoca romana un grande bacino di scambi commerciali e culturali,

grazie alla facilità di navigazione tra le grandi città mediterranee, per lo scambio dei prodotti orientali e

mediorientali, come le spezie e la seta, il cuoio e i cavalli, con prodotti occidentali, quali metallo, legno, lana

e soprattutto manufatti.

Nel 500 il mediterraneo era diviso in due blocchi contrapposti, i cui confini politici coincidevano con quelli

religiosi. L’area settentrionale, di fede cristiana, era in gran parte egemonizzata dagli Asburgo, l’area

meridionale, in prevalenza di religione mussulmana, era sottoposta al dominio turco. La principale nemica

della potenza mussulmana era la Spagna, che combatteva contro gli infedeli in nome della cristianità, lo

stesso Carlo V, riuscì a riconquistare Tunisi. La tensione tra impero turco e Spagna si riaccese in seguito

all’occupazione ottomana dell’isola di Cipro, un dominio veneziano in zona strategica per il commercio. Il

papa Pio V riuscì a costituire una Lega santa che comprendeva oltre il papato anche la Spagna (di Filippo II)

e Venezia, riuscendo a sconfiggere a Lepanto la flotta ottomana. Il successo cristiano fu soprattutto

simbolico, determinando la fine dell’invincibilità turca, mentre i risultati politici furono scarsi. I veneziani

rinunciarono all’isola di Cipro, e gli ottomani poco dopo recupereranno il dominio di Tunisi. Dalla conquista

di Costantinopoli l’impero ottomano aveva accresciuto la sua potenza e ampliato notevolmente la sua

estensione territoriale. L’ex capitale dell’impero bizantino, ribattezzata Istanbul, diventa la splendida e ricca

sede del sultano. I Turchi sotto la guida del sultano Selim I, si espansero sia verso l’Africa e l’Asia sia verso la

penisola balcanica. Il sultano acquisì anche il titolo di califfo, capo supremo dell’Islam, massima autorità

politica e religiosa. Il successore di Selim, il figlio Solimano I, detto il magnifico consolidò la potenza

ottomana estendendo il suo dominio nella penisola balcanica, diventando la maggiore potenza affacciata

sul Mediterraneo. Queste vittorie gli permisero di controllare tutti gli itinerari commerciali che

raggiungevano dall’Asia il Mediterraneo, accumulando un’immensa ricchezza. Il successo

dell’espansionismo si deve al sistema politico accentrato, in cui l’autorità suprema era nelle mani di un solo

uomo il sultano, i cui sudditi erano legati da un vincolo di ubbidienza assoluta. La maggior parte delle

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province dell’Impero venivano governate da un funzionario alla diretta dipendenza del sultano. Questi

governatori si limitavano a controllare l’organizzazione esistente prima della conquista, riscuotendo il

tributo stabilito e ad arruolare i militari. Il sultano poteva delegare una parte del suo potere al gran vizir,

che svolgeva le funzioni di primo ministro, tutti gli incarichi affidati potevano però essere revocati in ogni

momento. Gli europei impararono a conoscere questo sistema di governo attraverso le relazioni degli

ambasciatori veneziani, definendo questo sistema col nome di dispotismo: potere non limitato da leggi, ma

esclusivamente dalla volontà del sovrano. Il mito negativo del dispotismo orientale, riflette una concezione

eurocentrica della storia, incentrata tutta sull’Europa, che contrappone l’Europa del progresso all’Oriente

immobile. La differenza del sistema politico, fra impero ottomano e Occidente cristiano traspare anche nei

simboli esteriori, ad esempio, il sedile su cui i sovrani siedono per ricevere i sudditi, il trono per i cristiani e il

divano per i mussulmani. Se il trono individua una concezione verticale del potere, che vede il sovrano

posto su un gradino più alto e i suoi sudditi, disposti secondo una scala sociale che dipende dalla nascita, il

divano è il segno di una società in cui il potere non dipende dalla nascita e dal rango ma dalla vicinanza al

sovrano o ai potenti signori locali al suo servizio e quindi dalla possibilità di godere di favori. Un rigido

cerimoniale, disciplinava sia la vita di corte sia quella della burocrazia imperiale, dove il turbante era

riservato ai soli mussulmani, mentre i sudditi portavano una cuffia di differenti colori a seconda della

nazionalità. Gli appartenenti ad altre religioni, in prevalenza cristiani ed ebrei, vivevano raggruppati in

comunità, il cui capo era direttamente responsabile nei confronti del potere centrale, in cambio del

pagamento di una tassa i diversi gruppi potevano comunque professare liberamente il proprio culto. I

cristiani avevano inoltre l’obbligo della leva, che reclutava periodicamente, i migliori ragazzi tra gli 8 e i 20

anni, figli di montanari e contadini dei Balcani. I ragazzi chiamati alla leva, allontanati dalle loro famiglie,

venivano educati nella più rigida ortodossia mussulmana e destinati, ad essere arruolati nella fanteria,

nucleo più forte dell’esercito turco o a ricoprire cariche pubbliche nell’amministrazione dell’impero. Questo

tipo di reclutamento forniva al sultano funzionari e soldati perfettamente addestrati, privi di legami

famigliari e territoriali e per questo fedeli al suo comando. Uno degli strumenti principali della guerra

commerciale tra impero ottomano e potenze cristiane era la pirateria, navi cristiane e navi mussulmane,

solcavano i mari per attaccare e depredare i convogli dei paesi nemici e gli insediamenti costieri. A partire

dal XII sec. si era affermata anche una forma di pirateria autorizzata dagli Stati: la corsa. Spesso lo stesso

Stato tollerava il fenomeno della pirateria che assicurava un costante afflusso di ricchezze al Paese. Algeri

conobbe un’improvvisa espansione grazie al notevole afflusso di beni saccheggiati lungo le coste occidentali

del Mediterraneo. La pirateria cristiana era praticata, oltre che dai cavalieri di San Giovanni, che in seguito

presero il nome di Cavalieri di Malta, anche dalla flotta del Granducato di Toscana. La flotta aveva la sua

base a Livorno, che mirava a sostituire Venezia quale polo del commercio del Levante. La città toscana ben

presto divenne un porto franco, libero cioè da imposte doganali, affermandosi come uno dei principali porti

del Mediterraneo. La pirateria mediterranea, era inizialmente controllata dalle popolazioni costiere del

bacino, passando poi agli olandesi e agli inglesi, che si affermarono grazie alla superiorità tecnica delle loro

navi, i velieri, in grado di affrontare l’oceano e di navigare anche d’inverno. Un altro elemento comune, era

il commercio degli schiavi. Nel mondo cristiano, era largamente accettato che si potessero tenere come

schiavi coloro che non erano cristiani ed anche nella società mussulmana la schiavitù dei non mussulmani

era ammessa e diffusa. Nei territori islamici gli schiavi erano adibiti per lo più a mansioni domestiche. I

veneziani invece, impiegavano schiavi mussulmani a Cipro e a Creta nelle loro piantagioni di canna da

zucchero. Ma per tutta l’età moderna gli schiavi furono utilizzati, sia dai Turchi che dai cristiani, come

rematori nelle navi. I più importanti fornitori di schiavi furono i pirati barbareschi che, catturate le navi, ne

vendevano oltre che il carico, anche l’equipaggio e gli eventuali passeggeri. I prigionieri potevano essere

riscattati dalle loro famiglie, se appartenenti a ceti abbienti, o da organizzazioni caritative religiose,

altrimenti venduti come schiavi. Le donne erano per lo più comprate per gli harem. Un mercato di schiavi

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era presente anche a Livorno, dove molti schiavi erano utilizzati nella costruzione di strade ed edifici

pubblici. In un primo tempo questi schiavi vennero rinchiusi nelle fortezze e nelle galere, in seguito fu

costruita una sorta di cittadella cinta da mura, chiamata bagno, a causa della grande umidità. Agli schiavi

era garantita l’assistenza in caso di malattia e la possibilità di praticare il proprio culto religioso. Il bagno fu

chiuso solo dopo che il Granducato di Toscana ebbe stipulato un accordo con i Turchi e la schiavitù fu

abolita.

Nel XVI la presenza di mussulmani in Spagna era ancora forte, nonostante la vittoriosa riconquista cristiana.

Anche se politicamente e socialmente discriminati, i mussulmani spagnoli erano in massima parte abili

artigiani nelle città e agricoltori nelle campagne, rivestendo una posizione importante all’interno

dell’economia iberica. Nel 500 la corona spagnola impose a tutti i mussulmani residenti nel regno di

convertirsi al cristianesimo, obbligandoli altrimenti a lasciare il Paese. La conversione venne accettata,

anche se in realtà le comunità mussulmane continuarono a vivere secondo le loro regole, pur

frequentando, per convenienza, le chiese cristiane. Questo fu tollerato, poiché i mussulmani convertiti,

detti moriscos, rappresentavano un’importante forza lavoro. Con l’acuirsi del conflitto contro i Turchi le

preoccupazioni della Chiesa per la simulazione religiosa dei moriscos si unirono ai timori politici di una loro

alleanza con il nemico ottomano e al sospetto che fra loro vi potessero essere spie o emissari del sultano. I

controlli sempre più stretti provocarono una violenta rivolta dei moriscos a Granada, soffocata subito nel

sangue, per paura di un intervento dei pirati barbareschi a favore dei rivoltosi. I moriscos di Granada furono

deportati in Castiglia e le loro terre vendute ai colini cristiani, tale provvedimento non fu però sufficiente,

molti infatti tornarono. Filippo III decise perciò la loro espulsione senza possibilità di revoca, imbarcando

sulla sua flotta migliaia di moriscos, trasportandoli sulle coste del nord Africa, dove essi fondarono prospere

comunità.

Molto numerosi furono invece i cattolici che spontaneamente o perché catturati dai pirati barbareschi si

convertirono all’Islam, i rinnegati. Si trattava in massima parte di schiavi che vedevano nella conversione un

modo per migliorare la propria condizione o per raggiungere la libertà per concessione del padrone o

attraverso la fuga, resa possibile da una minore sorveglianza. Sembra che i periodi di massimo flusso verso

l’Oriente coincidessero con i momenti di crisi della società europea. Gli ex cristiani stabilitisi nell’Impero

ottomano svolgevano, un ruolo di primo piano nell’esercizio della pirateria. I rinnegati si trovavano presso i

ricchi musulmani come segretari di fiducia, interpreti o anche a capo delle città. Quelli di loro che

tornavano ad abbracciare la religione cattolica, venivano sottoposti a un breve processo dal tribunale

dell’Inquisizione e poi riaccolti dalla Chiesa di Roma. L’indulgenza dei giudici nei loro confronti si spiega col

gran numero di persone coinvolte in questo passaggio di religione. Le donne, una volta fatte schiave, erano

quelle che più facilmente abbandonavano definitivamente il cristianesimo, spesso trattenute in Oriente

dalla nascita di figli. Ricercate per la loro pelle chiara, erano spesso acquistate da personaggi facoltosi dei

quali divenivano facilmente le concubine favorite o legittime spose. Cecilia Baffo, di famiglia veneziana,

catturata dal Barbarossa a 12 anni, fece innamorare di se il sultano Selim III, tanto da divenirne moglie. Da

quella posizione, la donna esercitò una notevole influenza politica a favore di Venezia. I veneziani erano

ammirati e sconcertati dall’incredibile ascesa di una fanciulla che in patria, poiché nata illegittima, sarebbe

stata destinata al monastero o ad un modesto matrimonio.

All’inizio del XVII sec. cominciarono a mostrarsi segni di decadenza dell’impero ottomano: il Mediterraneo

perde il suo ruolo commerciale, l’espansionismo turco si arresta, l’economia dell’Impero, legata

esclusivamente ai circuiti commerciali, entra in crisi, inizia la subordinazione economica alle potenze

occidentali. Se la minaccia turca aveva sollevato l’interesse degli europei nei confronti dell’Impero

ottomano, il suo declino permise di considerarlo con maggiore serenità. A cominciare dalla fine del XVI sec.

la cultura religiosa non polemizza più con l’Islam e numerosi autori difendono l’Islam. La generazione degli

illuministi passerà dall’accettazione all’ammirazione. Nasce l’orientalismo, l’interesse e la passione per il

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti su Lineamenti di storia moderna di Anna Foa.
Negli appunti di storia moderna della professoressa Foa si ripercorre il periodo che include:
Il Rinascimento
La scoperta del Nuovo Mondo
Donne e gender nella prima età modernaLa rottura dell’unità religiosaInquisizione ed eresie
Maggioranza e minoranzeAssolutismi, rivolte e rivoluzioniEuropa e IslamEconomia e società fra XVI e XVIII secoloLa nuova scienza
Il secolo dei Lumi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia medievale, moderna e contemporanea
SSD:
Docente: Foa Anna
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Foa Anna.

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