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Libertà

La novella si ispira ai fatti di Bronte, un episodio storico su cui ancora non si è fatta del tutto chiarezza. Agli inizi del 1900, quando lo storico Radice ricostruì gli avvenimenti, ne scaturì un gran putiferio, ma poi sull’episodio si preferì sorvolare, perché si temeva che potesse gettare un’ombra di discredito sull’epopea garibaldina in Sicilia. La storiografia contemporanea, liberatasi dalla retorica celebrativa del Risorgimento, ha riaperto, per così dire, il caso la cui interpretazione rimane comunque controversa. Proprio perché si tratta di un evento storico, occorre quindi distinguere il livello della storia da quello della narrazione.

Quello che dice la storia

A Bronte, centro agricolo a 800 m di altitudine sulle pendici dell’Etna, dal 2 al 5 agosto 1860, scoppiò una rivolta, poiché i contadini erano esasperati dalla mancata divisione delle terre demaniali, divisione prevista da un editto degli stessi Borboni e poi riconfermato da Garibaldi. Nell’arrivo del dittatore (così si proclama Garibaldi), i contadini vedevano confusamente una speranza di liberazione dalla loro miseria ed erano incoraggiati nella loro speranza dal partito dei liberali, capeggiato dall’avvocato Nicolò Lombardo.

Per vari giorni il paese fu messo a ferro e fuoco dai contadini insorti e furono commesse terribili atrocità, non solo contro gli amministratori, favorevoli ai Borboni, ma anche contro vittime innocenti (le cronache raccontano di un ragazzo bruciato vivo). La sommossa, infatti, era sfuggita di mano ai capi politici ed era degenerata in una vera e propria jacqueries medioevale.

Quando Bixio giunse a Bronte, la situazione si era già calmata, ma il generale, trascinato dal suo carattere impetuoso, dichiarò Bronte “colpevole di lesa umanità”; fece mettere in prigione l’avvocato Lombardo, che gli si era presentato spontaneamente, e altri sei capi della rivolta e istituì un tribunale di guerra che, in poche ore, senza aver lasciato alla difesa il tempo di assolvere la propria funzione, emise cinque condanne a morte (tra le quali quella dell’avvocato Lombardo) che furono eseguite la mattina successiva.

L'interpretazione storica dei fatti

Alcuni storici hanno giustificato Bixio, appellandosi a ragioni di emergenza (se l’esempio di Bronte fosse stato seguito, come sembrava possibile, ci sarebbero stati ulteriori spargimenti di sangue). Altri, all’opposto, ritengono che Garibaldi abbia voluto reprimere la rivolta per stroncare la sinistra che voleva egemonizzare politicamente l’isola, riportando la Sicilia sotto l’ala di casa Savoia e dei liberali di Cavour. In tale prospettiva, la condanna dell’avvocato Lombardo avrebbe avuto un significato politico, rivolto ai garibaldini di sinistra che perseguivano l’ideale di una rivoluzione sociale.

Altri, infine, sottolineano che nella decisione della repressione entrarono con peso determinante anche gli Inglesi, poiché proprio a Bronte esisteva la Ducea della famiglia dell’ammiraglio Nelson, 25.000 ettari di terre di cui si temeva l’esproprio da parte degli insorti. Tutti questi motivi spiegherebbero dunque perché Garibaldi abbia affidato la repressione a un uomo deciso e spregiudicato come Bixio.

L'opinione del Verga

Fin qui il fatto storico e la sua controversa interpretazione, ma qual è l’opinione del Verga che traspare dalle pagine della novella ideologicamente più discussa?

La tesi di Sciascia: Il critico più severo ma, al tempo stesso più documentato, è stato lo scrittore Leonardo Sciascia, il quale accusa esplicitamente Verga di falsificazione storica e mette a nudo la parzialità del catanese che tende a screditare gli insorti e a far risaltare la giustezza del comportamento di Bixio. A sostegno della sua tesi, Sciascia porta due fatti: il mancato riferimento al ruolo dell’avvocato Lombardo, con l’esplicito intento di far apparire la protesta solo confinata nell’ambito contadino, e la sostituzione del pazzo mandato a morte con un nano, attenuando così la responsabilità del generale, poiché la gente considera il pazzo dotato di una certa sacralità, mentre il nano era visto come maligno e cattivo.

Altre tesi interpretative

Mi pare sinceramente poco sostenibile la tesi di chi sostiene che secondo il Verga gli insorti sono certamente dalla parte del giusto. Più equilibrata l’interpretazione del Luperini, il quale, pur condividendo l’accusa di mistificazione storica, individua come elementi caratterizzanti la novella, la pietà e la condanna nei confronti di chi tenta di cambiare condizione. Del resto, anche per Luperini è netta la denuncia verghiana della rivolta e della brutale ferocia con cui è stata attuata. A mio avviso la tesi del Luperini è condivisibile, a condizione però di vedere la pietà di Verga verso i contadini solo.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Verga Marcello.
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