Lezione 11.1.1. Moravcsik e le preferenze interne: il liberalismo contemporaneo
Andrew Moravcsik, studioso di integrazione europea, ha cercato di trasformare il pensiero liberale in una teoria scientifica, cioè voleva ripulire il liberalismo dalla visione armonica degli interessi. La politica internazionale per Moravcsik è influenzata dalla politica interna di un paese. La politica di un paese è composta da:
- Variabili indipendenti: la politica interna è una variabile indipendente ed è la causa della politica estera e/o del sistema internazionale (politico e economico);
- Variabili dipendenti: la politica internazionale è una variabile dipendente dalla politica interna, quindi la politica internazionale è la conseguenza della politica interna (un esempio è il Partito comunista italiano, che non può andare al potere a causa del Piano Marshall).
È importante in questo contesto considerare la teoria di Gershenkron, che sostiene l’opposto di Moravcsik, quindi che la politica internazionale è la variabile dipendente, mentre la politica interna è la variabile dipendente. Fa l’esempio dell’economia nazionale in relazione all’economia mondiale nel momento di industrializzazione:
- Economia mondiale non ancora avanzata (prima industrializzazione): i costi d’entrata sono bassi, quindi si crea un’economia nazionale liberale e decentralizzata (Gran Bretagna);
- Economia mondiale già avanzata (seconda industrializzazione): i costi d’entrata sono alti, quindi si crea un’economia nazionale centralizzata (Prussia), la quale ha ripercussioni sulla politica (dà origine ai totalitarismi).
Quindi, in base al grado di sviluppo dell’economia mondiale (variabile indipendente), vengono fatte determinate politiche economiche interne (variabile dipendente). Per Moravcsik è la relazione tra stato e società che ha importanza nella determinazione del comportamento degli stati sulla scena internazionale. Le preferenze internazionali sarebbero il prodotto delle preferenze dei gruppi interni (nel realismo, invece, esse erano considerate come il risultato della posizione che lo stato occupa nel sistema internazionale). È un tipo di visione pluralistico: sarebbe una sorta di mercato formato dalle élites politico-burocratiche, dalle élite economiche e dai gruppi con agende diverse. La politica internazionale rifletterebbe la concentrazione di potere o la distribuzione di potere che esiste in un determinato regime politico. È applicabile anche alle autocrazie, nelle quali il potere è concentrato in una sola persona, bensì in più persone (un esempio è l’Iran con i suoi Pasdaran). È necessario sottolineare che anche nel liberalismo democratico questa visione non ci dice che tutti i gruppi influenzano la politica di uno stato, ma alcuni gruppi lo fanno più di altri in base alle risorse che hanno (per esempio, economiche); un esempio di questo fatto sono le lobby israeliane. Esiste quindi un gruppo più rappresentato di altri, ed è in parte la natura delle istituzioni a favorire un certo tipo di rappresentatività piuttosto che un altro (determinando così non solo chi sarà rappresentato, ma anche come).
Moravcsik: il ruolo dello stato
Lo stato è fondamentale perché è il principale veicolo con cui i gruppi interni perseguono i loro obiettivi nel sistema internazionale; sono entrambi importanti, ma in modo diverso:
- Gruppi interni: determinano gli interessi nella politica estera degli stati;
- Stato: realizza questi interessi.
Lo stato non è un attore unitario, è un’istituzione rappresentativa, una “cintura di trasmissione” tra la politica interna e esterna. Il bersaglio di Moravcsik è lo stato, cioè quell’attore che viene definito come unitario e che agisce nell’arena internazionale in base agli interessi nazionali: questo non ha nulla a che vedere con la realtà degli stati, che sono una poliarchia intesa come un’organizzazione in cui il potere è disperso (quindi non è concentrato in modo verticistico). L’interesse nazionale nella realtà non esiste: è solo il modo che viene usato per giustificare gli interessi particolari dei gruppi d’interesse.
Moravcsik nega perciò che lo stato sia un attore razionale nella scelta delle sue preferenze, ma lo è nella scelta dei mezzi. Gli stati sono cioè degli attori razionali nel perseguire i loro obiettivi interni: la razionalità risiede nel saper massimizzare i propri mezzi in relazione alla scelta dello scopo stesso, che può non essere dotato di razionalità, almeno rispetto ad un ipotetico interesse nazionale (la distinzione tra razionalità rispetto allo scopo e razionalità rispetto ai mezzi viene da Max Weber). Un esempio nel quale uno stato ha perseguito interessi particolari è la guerra russo-giapponese, nella quale la Russia ha protetto gli interessi dell’aristocrazia zarista. I governi hanno interesse nel perseguire gli interessi particolari perché in questo modo restano al potere: l’interesse nazionale è solo una maschera dietro alla quale nascondere l’interesse particolare; come conseguenza, non si deve mai credere alle ragioni dei politici, i quali vogliono solo:
- Ottenere il potere;
- Mantenere il potere.
Non esiste un gruppo che sia sempre predominante: in base alle questioni che si devono trattare, c’è un diverso gruppo elitario che impone i propri interessi particolari. La decisione politica è il frutto di un processo di contrattazione tra diverse élite, le quali mercanteggiano i valori detenuti per raggiungere gli obiettivi prefissati. Il potere si disperde in micro-poteri. Per Moravcsik l’integrazione europea è avvenuta perché i gruppi d’interesse hanno catturato la politica europea. Un esempio è la PAC (Politica Agricola Comune), la quale non è nell’interesse generale delle persone, ma solo dei gruppi d’interesse.
Per Moravcsik la minaccia è secondaria, ha una fonte diversa rispetto a ciò che pensavano i realisti: se per i realisti la minaccia deriva dalla quantità della potenza militare, per Moravcsik deriva dall’interno, dal conflitto materiale tra le preferenze degli stati. La causa dei conflitti non va ricercata nel potere relativo, ma nella struttura politica, economica, militare interna di uno stato. Per Moravcsik la superiorità di un approccio liberale è che spiega i cambiamenti della politica interna e esterna degli stati. Il realismo vuole spiegare la ripetitività e la continuità della politica internazionale, ma al persistere del potere e dell’informazione, sono i mutamenti nelle preferenze a spiegare il contenuto “nuovo” della politica estera e internazionale.
Il comportamento di uno stato in politica estera si genera in due momenti diversi:
- Interno (liberalismo/pluralismo): è il momento in cui si formano le preferenze;
- Esterno (intergovernativismo): implementazione delle preferenze che si svolge in un ambiente strategico in cui bisogna considerare le mosse e le preferenze di altri stati (viene usato dalla teoria dei giochi).
Lezione 22.2.1. Liberalismo repubblicano: Michael Doyle e la pace democratica
È un sotto settore del liberalismo contemporaneo. Importante è la teoria della pace democratica (della quale Doyle è un teorico); questa teoria guarda al regime politico degli stati e sottolinea come il fatto di essere una democrazia cambia il comportamento nei confronti degli altri stati: le democrazie, infatti, non combattono tra loro e formano una “comunità di sicurezza”. Non c’è mai stata una guerra tra due democrazie. Questo è dovuto a:
- Norme democratiche: la democrazia rispetta anche le minoranze (ci sono delle elezioni, nelle quali la maggioranza accetta di poter eventualmente essere minoranza in futuro);
- Meccanismi istituzionali e decisionali: sono lenti, quindi i leader possono trattare e l’opinione pubblica si interessa a questo);
- Liberalismo commerciale: crea interdipendenza.
La teoria della pace democratica sostiene che le democrazie siano diverse e in un certo senso migliori di altri tipi di regime, nel senso che sono più pacifiche. Le democrazie, lungi dall’essere più pacifiche, combattono quanto gli altri tipi di regime, ma non si combattono tra loro. È l’idea di:
- Kant e la “pace separata”;
- Deutsch e la “comunità di sicurezza”: gruppo che è diventato integrato, quindi che ha raggiunto un senso di comunità, accompagnato da istituzioni formali e informali o da pratiche sufficientemente forti e diffuse da assicurare il cambiamento pacifico tra i membri di un gruppo con ragionevole certezza per un lungo periodo di tempo.
Quando combattono tra loro, le democrazie si alleano. Non ci sono (quasi) eccezioni: è “la cosa più vicina ad una legge empirica che ci sia nelle relazioni internazionali”. Questo non significa che non ci siano state guerre tra diverse democrazie, ma gli stati che hanno avuto una forte conflittualità con altri stati prima di diventare democrazie, hanno diminuito molto la conflittualità dopo essere diventati democrazie. Le guerre continuano a esserci, ma non tra democrazie. Le varie democrazie possono avere dei conflitti d’interesse, ma non li risolvono militarmente; degli esempi sono:
- Gran Bretagna e USA nel XIX secolo;
- Gran Bretagna e Francia nel tardo XIX secolo;
- Germania e Francia negli Anni ’20 (crisi della Ruhr).
I casi forti che suffragano la teoria della pace democratica sono le democrazie che combattono tra loro. Alcune coppie di stati hanno combattuto frequentemente ma solo quando uno stato almeno tra i due era autocratico, mentre sono state in pace quando si trattava di democrazie; di seguito degli esempi:
- Francia e Germania (1870, 1914 e 1939, poi pace);
- Turchia e Grecia (1974, pace prima e dopo);
- Gran Bretagna e Argentina (1982);
- India e Pakistan (1947-1948, 1965, 1971).
La pace democratica è l’effetto della guerra fredda. Per decidere se uno stato è una democrazia, è stata fatta un’analisi statistica: è stata presa una determinata serie di indicatori (circa 10-15): se un paese supera un determinato numero di indicatori, allora deve essere considerato come una democrazia. Sembrerebbe che la democratizzazione sia la soluzione per avere la pace perché in questo caso l’anarchia non è importante.
La teoria della pace democratica è stata usata per giustificare determinati conflitti. Un esempio è la guerra in Iraq, che fu intrapresa dando come motivazione che se l’Iraq fosse diventato una democrazia, per una sorta di effetto domino anche gli altri stati arabi avrebbero seguito l’esempio (Condoleezza Rice). L’esportazione della democrazia ebbe successo nel XX secolo (quindi si crea una democrazia dopo 10 anni da un intervento finalizzato al cambiamento in senso democratico del regime politico) in rari casi (solo 5) e solo in casi di previa democratizzazione. Le elezioni sono insufficienti: l’autogoverno richiede il consenso e le predisposizioni degli autogovernandi. Anche promuovere la democrazia può essere pericoloso: i regimi autocratici lo percepirebbero come una minaccia. I 5 casi di successo dell’esportazione della democrazia sono:
- Panama (1989): subisce una grande influenza dagli USA;
- Grenada (1983): subisce una grande influenza dagli USA;
- Giappone (1945-1952);
- Germania ovest (1945-1949);
- Italia (1943-1945).
Se ne deduce che si deve promuovere la democrazia, ma non imporla.
La teoria della pace democratica come legge empirica è accolta da tutti perché ci sono poche guerre tra le democrazie. Un esempio, secondo alcuni, è la Prima guerra mondiale: la Germania era democratica, aveva un parlamento; alcuni sostengono che la Germania non fosse una liberal democrazia all’epoca, ma i teorici della pace democratica risposero che allora non esistono liberal democrazie.
Un altro problema, secondo Mansfield e Snyder, sarebbe che i paesi che sono diventati nuove democrazie (stanno quindi sperimentando la democrazia) sono più belligeranti addirittura dei regimi autocratici. La mancanza di consolidamento della legittimazione democratica e l’erosione della legittimazione tradizionale possono indurre le élites che sono a caccia di voti ad utilizzare:
- Retoriche e piattaforme ultranazionalistiche e “pretoriane” (guerre internazionali): Giacobini (1792), Luigi Napoleone (1849), USA e Messico (1846-1848), Germania imperiale (1914), Armenia e Azerbaijan (1991-1994), Peru e Ecuador (1995), Etiopia e Eritrea (1998-2000), India e Pakistan (1999);
- Soprusi della maggioranza (guerre civili): Jugoslavia (1991-1999), Burundi (1993), Ruanda (1994), Timor Est (1999), Cecenia (2000), Iraq (2003).
La democratizzazione è in crescita, ma non è universale. Ci sono due strade per diffonderla:
- Democratizzazione spontanea;
- Esportazione della democrazia.
Ci sono state tre ondate di democratizzazione (Samuel Huntington):
- Prima ondata (1828-1926): ebbe origine nella rivoluzione americana e francese (il 50% della popolazione maschile poteva votare e l’esecutivo era responsabile nei confronti del parlamento);
- Primo reflusso (1922-1942): è l’era dei totalitarismi;
- Seconda ondata (1943-1962): democratizzazione dei paesi dell’Asse e nuove democrazie in alcune ex colonie europee;
- Secondo reflusso (1958-1975): avvenne specialmente in America latina, ma anche come conseguenza della decolonizzazione in Africa;
- Terza ondata (1974-): viene intensificata dalla fine del blocco sovietico.
Huntington nota come le ondate di democratizzazione hanno dei periodi di reflusso, ossia la democratizzazione arretra. Per ora la terza ondata non ha avuto reflussi.
Istituzioni internazionali e cooperazione nella visione razionalista
Le istituzioni internazionali favoriscono la cooperazione tra stati, che può avvenire però anche senza di esse (teoria dei giochi: dilemma del prigioniero). Negli Anni ’70-’80 sorge una critica al realismo in quanto esso sottostima la cooperazione e i crescenti sforzi di istituzionalizzazione della politica internazionale. Si concentra su:
- Istituzioni come strumenti di modifica del comportamento degli stati;
- Fattori che facilitano la cooperazione a prescindere dalle istituzioni.
Le istituzioni spesso nascono all’ombra dell’egemonia, ma una volta create funzionano in modo autonomo e permangono al venir meno della stessa egemonia. Svolgono una funzione positiva e la loro creazione è costosa. All’inizio degli Anni ’70-’80 si crede che la democrazia degli USA sia in crisi: il sistema di Bretton Woods non esiste più, ma le sue istituzioni sì. I teorici pensano che le istituzioni non siano dipendenti dalla vita dell’egemone, ma una volta create hanno una vita loro e gli stati continuano a usarle tra loro per cooperare perché ci guadagnano.
Le istituzioni possono essere:
- Formali o informali:
- Formali: hanno un proprio personale e un quartier generale;
- Informali: sono l’opposto di quelle formali, ma vengono comunque considerate istituzioni perché hanno valori e norme che creano aspettative, le quali generano condotte regolari (esempi: G8, G20, concerto europeo, guerre precedenti rispetto alla Prima guerra mondiale);
- Bilaterali o multilaterali:
- Bilaterali: tra due stati;
- Multilaterali: tra più di due stati, seguono principi generalizzati di condotta.
Alcune rispettano l’uguaglianza degli stati (WTO, UE), altre riflettono invece le differenze di potere (ONU).
Lezione 33.3.1. Critica al concetto di anarchia neorealista: Axelrod e Keohane
Per i liberali, l’anarchia è una variabile che può essere almeno parzialmente manipolata. Le istituzioni possono favorire la cooperazione, ma solo se gli stati sono compatibili tra loro. Serve quindi fare una distinzione tra:
- Cooperazione: se ci sono interessi comuni, ma non perfettamente armonici (quindi se ci si trova in una mixed-moted situation: la situazione è un po’ a metà);
- Armonia: se c’è armonia, non c’è bisogno di cooperazione perché gli interessi sono già di per sé compatibili.
I teorici ci dicono che le istituzioni sono create per favorire la cooperazione. Esse non cambiano gli interessi degli stati; agiscono però sul perseguimento del proprio interesse comune, non cambiano l’interesse di uno dei due attori. Vogliono solo modificare gli incentivi degli attori a cooperare. Come dicono i teorici dei giochi, la cooperazione permette ad una strategia prima inefficiente di diventare efficiente.
Le istituzioni internazionali:
- Danno informazioni sul cheating, su sanzioni e sul monitoring;
- Riducono i costi di transazione;
- Generano aspettative sulla cooperazione futura.
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