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Lez 12 23/10/14

L’Italia entra in guerra nel giugno 1940 dopo vari accordi diplomatici effettuati dal regime fascista,

il quale passa ad una politica di equidistanza rispetto ai vecchi alleati.

Le maggiori fratture si verificano nei riguardi della Francia per Nizza e della Corsica e per i Balcani

poiché l’espansionismo fascista, come voleva la classe dirigente, è direzionato in queste zone

piuttosto che in Africa.

Grandi parla di “peso determinante”: l’Italia deve essere il centro delle alleanze e delle trattative.

(Questa tendenza cambia negli anni ’30, per cui la politica estera diventa funzionale per aumentare

il controllo interno effettuando una maggiore pressione sulle istituzioni e sulla opinione pubblica).

Mussolini inizia un progressivo distacco nei confronti dei vecchi alleati poiché egli voleva

aumentare il potere della nazione, soprattutto diventando una potenza determinante nel

Mediterraneo. Naturalmente la Francia e l’Inghilterra, due nazioni fortemente presenti in quell’area,

non intendono riconoscere l’Italia come potenza al loro pari, dunque qualsiasi bozza di trattato

multilaterale con queste fallisce. Da qui l’esigenza di Mussolini di legarsi ad un’altra potenza, la

Germania, l’unico paese che voleva rivedere drasticamente e militarmente i trattati di pace usciti da

Parigi 1918. Il legame tra le due potenze ha sicuramente una base ideologica ma inizialmente

Mussolini è spaventato dal panazionalismo hitleriano, il quale potrebbe annettere definitivamente il

Tirolo. Il rapporto tra i due Stati cambia negli anni ’30, con il patto anticomintern e la guerra civile

spagnola, dove sia l’Italia che la Germania intervengono senza rispettare il patto di non intervento, a

differenza di quanto fanno Francia e Inghilterra che rimangono fedeli ad esso. L’intervento italiano

avviene in maniera piuttosto indiretta poiché Mussolini manda in Spagna solo dei civili volontari.

La volontà di accelerare in senso totalitario la società italiana e l’asservimento al

nazionalsocialismo con l’introduzione delle leggi semite fa iniziare le prime rotture tra governo

fascista e società. In Italia il pericolo dell’antisemitismo fra l’opinione pubblica non era certamente

avvertito, infatti la società ebrea era sempre stata molto piccola e aveva sempre aderito al Regno

d’Italia. Inizialmente le preoccupazioni del regime si rivolgono ai matrimoni misti, per poi passare

progressivamente alla definizione del nemico interno in quanto tale: gli ebrei; le leggi applicate nei

sono

confronti della comunità ebrea sono leggi che creano delle fratture con la società civile

condivise poco dalla società italiana perché si pensa sia un asservimento ideologico al nazismo.

Nella conferenza di Monaco del ’38 si annettono la Boemia e la Moravia alla Germania, in base al

principio di riunificazione tedesca. Dopo questa conferenza si comprende come l’aggressività

diplomatica di Hitler, riportata in Mein Kampf, non si fermerà.

Dal 1939 la situazione degenera con l’Italia che occupa l’Albania. Viene siglato il patto d’Acciaio,

differente dalla Triplice: si tratta infatti di un patto offensivo che costringe l’Italia a seguire la

Germania in caso di guerra. Dopo aver firmato tale patto, Ciano, resosi conto del carattere

estremamente vincolante dell’alleanza, fece redigere ed inviare ad Hitler il cosidetto memorandum

cavallerum, dove si scrive che l’Italia sarà in grado di entrare in guerra dopo 3 anni.

Hitler non lo prende in esame e nell’agosto del 1939 sigla il patto Ribbentrop-Molotov. L’URSS

sigla dei trattati con le potenze che vogliono cambiare gli equilibri: Giappone e Germania.

Vantaggio della Germania in conseguenza al patto: non è costretta a combattere su due fronti;

vantaggio Giappone in conseguenza al patto: evita di ritrovarsi come nemico una potenza come

l’Unione Sovietica.

L’esercito italiano entra in guerra con la Germania pur non essendo pronto e commette errori

grossolani, come nella conquista della Grecia il 28 ottobre, quando vengono iniziate le operazioni

fa troppo freddo, il fondale del porto di Atene è troppo basso per far attraccare le navi..

Si evince come Mussolini abbia delle difficoltà a portare avanti la guerra parallela. Gli inglesi

incominciano a controllare il Mediterraneo e non si riescono ad approvvigionare gli eserciti italiani

in Africa.

La fase del 1942-43 vede un peggioramento delle vicende politiche interne e di quelle militari. Nel

1942 l’Italia perde l’Africa. Nel 1943 c’è lo sbarco in Sicilia. La guerra è già persa. Gli alleati

aprono un fronte in Italia per cercare di togliere all’Asse l’anello più debole. Contemporaneamente

si riattivano i partiti, i circoli e si cercano delle soluzioni per uscire dal fascismo. La monarchia

torna a riprendere il suo ruolo ormai compresso nell’epoca fascista.

A casa di Bonomi si riuniscano gli esponenti del comunismo, della nascente Dc, del socialismo. Ci

sono una serie di riflessioni ed incontri tra le ex forze politiche; ma ci sono delle riflessioni anche

nell’élite fascista: c’è l’ipotesi di una successione a Mussolini si pensano a figure come Bottai o

come Grandi per rimpiazzare Mussolini.

I bombardamenti che avvengono sul triangolo industriale nella primavera del 1943 fanno sì che si

realizzi uno scollamento, iniziato con il 1938, della popolazione nei confronti del fascismo e del

regime.

Il circuito che porta alla caduta del regime vedi come protagonisti i vertici del governo, al di sopra

delle masse; in effetti la decisione ultima di uscire dal fascismo avviene a livello apicale. Si

verificano una serie di colloqui tra Bonomi, esponenti della Dc e Vittorio Emanuele III per chiedere

che la monarchia divenisse il pivot per cercare di scalzare Mussolini dal governo. A norma di

Statuto Albertino spetta al re revocare e nominare il presidente del Consiglio. Il re deve decidere il

da farsi: si convince sempre più che bisogna salvare il salvabile e uscire dalla guerra. Il re non

prende in ipotesi che si possa uscire dal fascismo grazie alla vecchia classe dirigente (dicendo a

Badoglio che sono dei fantasmi), denunciando lo sfaldamento della classe dirigente liberale del

1919-1922 e dando un giudizio sprezzante: non sono stati in grado di gestire il paese nel 1922,

possono farlo ora, nel 1943, in questa situazione?

La monarchia prova a giocare con i dissidenti del fascismo e con le forze armate, fedeli ancora alla

monarchia. Tant’è che Vittorio Emanuele III chiama al governo Badoglio. Inizia il dialogo fra

dissidenti, monarchia ed esercito. Questo processo culmina in una riunione a Palazzo Venezia nel

24-25 luglio del 1943: pochi giorni prima c’era stato il famoso bombardamento di San Lorenzo. Nel

momento in cui San Lorenzo viene bombardata, il re non fa nulla, vede i bombardamenti a Roma e

non scende dalla macchina, non sta a contatto con le persone. Il re fa questo errore politico che

segna il distacco tra la monarchia e il popolo. È un errore che Pio XII non fa, facendosi immortalare

nelle macerie, segnando quella linea che parte dall’enciclica del 1905 con l’abolizione del non

expedit. Il mondo cattolico è a pieno titolo parte integrante dello stato italiano: da un punto di vista

concreto c’è una riunificazione del cattolicesimo con la società italiana. La componente cattolica è

ormai importante e sta diventando il punto di riferimento, al contrario delle istituzioni regie. Aspetto

che pesa ed è simbolico; dà l’idea di questo spostamento dal sovrano al papato.

Nella riunione del Gran Consiglio(o.d.g Dino Grandi) si chiede a Mussolini di ridare il controllo

delle forze armate al sovrano. La mattina del 1925 Mussolini si reca dal sovrano, pensando che

possa gestire la situazione perché il Gran Consiglio è solo un organo consultivo, che non può

sfiduciarlo. Siccome il processo si è avviato, Mussolini quando arriva dal sovrano, il re dice che

interpreta il voto del Gran Consiglio come un voto di sfiducia, fa arrestare Mussolini per la sua

incolumità e nomina Badoglio a capo del governo, che lo guiderà nella famosa stagione del governo

dei 45 giorni. La reazione della popolazione è quella di scendere in piazza e inneggiare perché

pensa si sia usciti dalla guerra. Badoglio cerca di tranquillizzare i tedeschi che si continuerà la

guerra con loro, intanto si intavolano dei trattati con gli alleati per cercare di uscire bene dall’Italia.

I tedeschi non ci cascano: sia perché si ricordano gli eventi del 1914 sia perché Hitler poteva

contare sull’Italia solo grazie a Mussolini, mentre Hitler e il Re non avevano buoni rapporti.

Lentamente i tedeschi inviano truppe in Italia per fronteggiare l’avanzata americana. Sia il Re che

Badoglio credono di poter uscire dalla guerra in modo onorevole, invece gli anglo-americani

avevano deciso la resa incondizionata dalla potenza dell’Asse.

Il carattere autoritario del regime in questi 45 giorni rimane invariato perché si vogliono evitare dei

possibili processi rivoluzionari, tant’è che c’è un governo composto da burocrati sorto anche per

evitare il risveglio dei partiti.

Il 3 settembre 1943 viene firmato l’armistizio, il quale viene reso pubblico solo l’8 attraverso la

radio. L’Italia esce dal conflitto e lo stesso 8 settembre nasce il CLN, a cui il partito repubblicano

non aderirà mai poiché resterà fermo sulle posizioni intransigenti del 1925 che non prevedevano un

dialogo con la monarchia, cosa fortemente auspicata dalla monarchia.

Badoglio, il Re e la sua famiglia si recano a Brindisi per diverse ragioni:

1. Roma ormai era impossibile da difendere. Proprio per non innescare un nuovo processo

costituzionale e scardinare la monarchia, pensando di andare in un territorio libero per

riaffermare il potere della monarchia.

2. Il Re era preoccupato per la sua incolumità fisica e quella della famiglia perché aveva tradito

i tedeschi.

3. Il Papa aveva chiesto al Re di abbandonare Roma per evitarne la distruzione da parte di

eserciti contrapposti

Una parte dei combattenti italiani partecipa alla Resistenza, una parte viene disarmata dai tedeschi e

viene portata nei campi di concentramento (caso IMI), un’altra parte abbandona le armi e torna a

casa. In questa fase dunque l’esercito non c’è più e il paese viene gestito dai Carabinieri e dalla

Chiesa, in un momento nel quale tutto sembra sgretolarsi. La gestione dell’armistizio da parte del

vengono arrestate milioni di persone.

Re e di Badoglio è pessima

Il regno del Sud viene controllato dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti e dura fino al 1944.

Nel frattempo, Farinacci spinge Hitler ad instaurare uno Stato fascista per ottenere uno Stato

fantoccio; pertanto Mussolini viene liberato dai tedeschi a Campo Felice, torna al governo per

ordine di Berlino e fonda la Repubblica di Salò (questo nome deriva dal fatto che a Salò era

presente il ministero degli Interni). Secondo De Felice, Mussolini aderì a quanto proposto dalla

Germania per evitare una dominazione diretta dei tedeschi sull’Italia. Nonostante ciò, la Repubblica

di Salò è sempre rimasta totalmente controllata dai nazisti, non è mai stata riconosciuta dagli altri

Stati ad eccezione degli altri satelliti e i tedeschi hanno sempre applicato sul territorio italiano una

politica fortemente repressiva, rastrellando gli ebrei.

In Italia ci sono dunque due governi che si contendono la legittimità, ma si può ben capire come

siano espressione di due potenze straniere che si competono per la vittoria sull’Italia.

La frattura del paese è anche di natura ideologica: nel regno del Sud non esiste dialogo tra

monarchia e partiti ed è un governo puramente burocratico, mentre nel regno del Nord si assiste

invece anche ad una battaglia fisica in opposizione al regime.

Teoria St. M. P. P. (30/10/14)

La stragrande maggioranza della popolazione italiana non partecipa attivamente alla repubblica di

Salò, ma subisce la situazione; milioni di italiani attendono in verità la fine del conflitto (la famosa

“zona grigia” di De Felice). Le forze che lottano nel Cln sono eterogenee né tutte democratiche, però

decidono di attenuare per il momento le differenze ideologiche interne e combattere contro il nemico

comune. L’obiettivo principale è quello di liberare l’Italia dai nazi-fascisti dal RSI (repubblica sociale

italiana). Quest’ultima è limitata e controllata dalla Germania, soprattutto in politica estera. Se al

centro-Nord la situazione è tale, in cui la lotta resistenziale è combattuta con azioni strategiche di

sabotaggio, in realtà nel regno del Sud la situazione è completamente diversa. Il dibattito politico nel

Meridione esiste perché il regno è libero dai nazi-fascisti. Il dibattito politico in questa fase è molto

cristallizzato: da una parte l’istituzione monarchica con un governo di funzionari che regge il governo

e dall’altra il Cln formato da 6 partiti, quasi tutti in posizioni ostili nei confronti della Monarchia. Tra

questi ultimi vi è anche il Pli che subisce una profonda frattura: i vecchi esponenti sono pro monarchia

contro i giovani che vogliono che la monarchia cada e Vittorio Emanuele III lasci il trono. Tutto il

Cln è schierato su posizioni repubblicane: la Dc ha una scomposizione interna perché i vertici sono

più progressisti rispetto all’elettorato di base; perciò per molti esponenti della dirigenza della Dc

bisogna portare in Italia la Repubblica. C’è una difficoltà di dialogo: la Monarchia non riconosce i

partiti e la loro importanza e i partiti non sono più filomonarchici per via del fascismo.

Questa difficoltà è rappresentata dal Congresso di Bari (1944): quasi tutte le posizioni del Cln sono

anti-monarchiche e ribadiscono l’incomunicabilità. A cambiare la situazione interviene un

accadimento di importanza internazionale: avviene il riconoscimento del governo del sud da parte

dell’URSS. Di fronte alla perplessità degli angloamericani nel riconoscere il regno del Sud, per paura

di avere delle richieste di mitigazione delle clausole armistiziali, l’Urss, siccome vuole rientrare nel

quadro italiano, non essendo entrata nella penisola militarmente per una chiara scelta di Churchill,

decide di farlo dal punto di vista politico, in 2 modi: da un lato con il riconoscimento politico e poi

con la mossa di Togliatti che il 27 marzo ritorna in patria ed attua la famosa svolta di Salerno. In essa

espone il vero problema dell’Italia: bisogna lottare l’occupazione e riattivare il dialogo con la

Monarchia, stabilendo la prossima esistenza del referendum costituzionale. Il sovrano si doveva

impegnare ad abdicare in favore del figlio al momento della liberazione di Roma; cerca di mitigare

le parti provando a liquidare la figura del re. Dopo questa svolta si crea il primo governo totalmente

politico (21 aprile 1944), si ricrea una base di quella che è la “Repubblica dei partiti”, formando un

governo Badoglio con i partiti del Cln. Questo governo dura poco. In coincidenza con lo sbarco in

Normandia (4 giugno 1944), viene liberata Roma e i tedeschi arretrano sulla linea Gotica. Vittorio

Emanuele III abdica dando la luogotenenza al figlio: questo aspetto indebolisce la figura di Umberto

II che non ha sin da subito i pieni poteri; inoltre ciò dà l’idea di come Vittorio Emanuele III pensasse

che il figlio non fosse pronto per governare. Arrivati a Roma, il governo Badoglio finisce perché

colluso con il fascismo. Egli cede il passo a Bonomi, presidente del ricostituito Cln, e viene nominato

capo di governo (1944-1945) per due volte. I problemi del governo sono enormi: all’interno si prova

a ricostruire una vita politica e sociale in Italia; dal punto di vista internazionale cerca di attenuare le

dure clausole armistiziali con tutte una serie di iniziative, sia di carattere diplomatico, sia di carattere

pratico, cercando di ricostituire il nucleo di un esercito italiano. Si ricostituisce una prima formazione

militare motorizzata, usata dagli americani solo come retrovia, perché non si fidano degli italiani;

inoltre gli Alleati hanno paura che gli italiani vogliano far venire meno o attenuare le clausole

dell’armistizio dimostrandosi attivi nella fase di cobelligeranza. Gli inglesi non lo vogliono e infatti

cercano di mantenere in carica il re perché hanno paura che gli italiani possano non mantenere la

parola data da Vittorio Emanuele III nell’armistizio. In sostanza gli inglesi vogliono farla pagare

all’Italia e soprattutto vogliono far lasciare l’Africa. Gli inglesi non vogliono più ricadere negli errori

dell’800, facendo sì che l’Italia non sia più un problema come potenza coloniale e che non possano

utilizzare la Libia come ponte per attaccare la propria perla, l’Egitto.

Infatti si arrabbiano nel momento del passaggio di testimone da Badoglio a Bonomi; Churchill

addirittura mette un veto sulla partecipazione di Sforza al governo, sempre per la paura che i patti

vengano violati. Il governo Bonomi deve quindi vedersela con diverse difficoltà. In più cominciano

a delinearsi dei contrasti, anche sulla interpretazione di quello che è stato. Viene creato un organo

legislativo preparlamantare, la Consulta, in cui vi è lo scontro tra Parri e Croce. La discussione è sul

carattere o meno democratico-liberale dell’Italia liberale. Parri è convinto che al contrario del passato

regime libgerale, l’Italia ora sia finalmente democratica, cosa che Croce non accetta e risponde in

maniera decisa all’esponente del partito d’azione.

Il dibattito della Consulta verte su tantissimi aspetti, ma l’aspetto principale del governo Parri è che

sembra sia arrivata l’ora della rivoluzione socialista, il famoso “Vento del Nord”, secondo Nenni. Il

governo sconta la debolezza del presidente del Consiglio e soprattutto la sua incapacità di mantenere

il controllo interno, dovuto alla scarsezza di mezzi (come le truppe o la polizia) e alla situazione del

nord Italia nel dopoguerra (omicidi, banditi, prelievi di persone). Dopo la fine della guerra c’è un

prosieguo violento della resistenza in particolar modo al Nord.

Inoltre le vicende della guerra sanciscono ulteriormente una frattura supplementare tra Nord e Sud,

aggiungendosi a quella che il paese conosce sin dal Risorgimento. Nasce una frattura di carattere

ideologico, importante per la storia elettorale di questo paese: mentre al Nord c’è tutta una coscienza

civile, orientata fondamentalmente a sinistra, con una visione di rivoluzione globale da parte del

mondo cattolico e del mondo comunista, il centro Sud rimane escluso dalla lotta resistenziale. Non

c’è stata guerra civile, non c’è la violenza che al Nord determina una frattura forte tra gli epigoni del

fascismo e la società. Perciò mentre il centro sud sarà un bacino elettorale di stampo conservatore, il

centro Nord sarà invece di stampo progressista. Differente quindi è l’idea del fascismo che hanno le

due parti del paese: se il Sud ha conosciuto il cosiddetto fascismo regime, quella sostanzialmente

benevolo, non duro, il Nord invece ha una valutazione del fascismo nettamente negativa che fa sì che

infatti i voti vadano a coalizioni e partiti antifascisti.

Il governo Parri sconta una serie di difficoltà, dovute non solo alla sua incapacità politica, ma anche

per via delle differenze che si delineano nel Cln. Questo è il punto di qualsiasi governo assembleare.

In questa fase non c’è per esempio la stessa idea di patria, anche in questa fase ci sono visioni

completamente contrapposte. Ovviamente i partiti cercano di far riavviare il paese, ma certamente la

mentalità non è ancora democratica. Fino al ’68, l’assetto del paese è sostanzialmente autoritario,

rimane di base quello fascista. Nel momento in cui viene epurato il governo dai fascisti vengono

eliminati i vertici, non tutti ovviamente. Alcuni ambasciatori lasciano di propria spontanea volontà il

proprio posto. C’è tutto un personale che è passato dal fascismo alla repubblica, una transizione di

personale politico che viene epurato a livello verticistico, ma non burocratico. I problemi sono di

carattere politico: come si può realizzare una ricostruzione economica di un paese quando all’interno

del Cln abbiamo una posizione liberista, una Dc che pensa che sia necessario l’intervento dello stato

nell’economia, e infine due partiti che voglio nazionalizzare le fabbriche e le terre e l’applicazione di

un dirigismo in campo economico, come in URSS?! È difficile ricostruire un paese quando già

l’approccio economico è divergente.

Non ci sono margini di dialogo, tant’è che il Pli fa cadere il governo Parri, che aveva intrapreso misure

troppo di sinistra, che non piacciono ai liberali ed escono dal governo. Quest’ultimi lo fanno anche

perché i vecchi santoni del liberalismo cercano con l’appoggio dell’istituto regio di tornare al governo

perché, superata la fase del “Vento del Nord”, l’assetto del paese è di stampo conservatore, autoritario,

non di stampo rivoluzionalsocialista. Cercano di dare una sterzata più a destra rispetto al governo

Parri (che passa per il Kerenskij italiano, un governo che avrebbe organizzato la rivoluzione). Questa

operazione dei liberali non riesce, perché non si mettono d’accordo tra di loro e ritornano le fratture

viste nel 1919-1922. La palla passa all’altro esponente del mondo moderato, ovvero De Gasperi, che

guida il paese dal dicembre 1945 alla primavera-estate 1953. Questo rappresenta la trasmigrazione

che il mondo cattolico ha fatto nelle istituzioni italiane a partire dal 1943 e anche durante la

Resistenza, colmando il divario creato dall’epoca del Risorgimento: per la prima volta il potere viene

preso da un cattolico dall’unione dell’Italia. Dal 1945 al 1994 abbiamo governi guidati solo da

esponenti cattolici. Questa è la grande invenzione di De Gasperi. Grazie all’appoggio del cardinale

Montini, convincono il Papa di favorire il partito dei cattolici, chiarendo al Papa che era impossibile

governare il paese senza che fosse presente un partito unitario dei cattolici. Non tutti sono convinti

all’interno della curia, perché era una responsabilità diretta del Vaticano.

La Dc è un partito assolutamente interclassista, che doveva cogliere alcuni fermenti che provenivano

dalla società italiana e creare un argine solido e forte dal punto di vista politico nel timore che si

potesse realizzare una rivoluzione di stampo socialista. Pio XII vuole evitare il pericolo del

bolscevismo e perciò favorisce l’operazione politica di De Gasperi, che si rivela un success perché la

Dc non si rivolge a un settore della società italiana, ma a tutta. È la parte politica che più eredita dal

punto di vista elettorale quelle grandi masse che hanno votato il fascismo, trascinandosi il problema

della frattura tra una guida progressista e un corpo elettorale maggiormente conservatore. Uno dei

compiti della Dc è stato quello di educare il popolo alla democrazia.

Il partito liberale sconta soprattutto il richiamo ideologico, perché il liberalismo, a parte l’adesione

monarchica, non effettua un richiamo a dei valori fondanti, a differenza dei partiti che si stanno

formando, come quello comunista o quello cattolico. La Dc è sostenuta dai valori cattolici, radicati

ampiamente nella nostra società; il comunismo ha un richiamo fondante connesso con la rivoluzione

del 1917 e una propria visione del mondo, che in Italia prende spunto dalla riflessione gramsciana e

per la volontà di Togliatti che fa sì che il partito faccia parte del sistema partitico, giocandosi la carta

della svolta di Salerno, delineando una prospettiva nazionale del partito, rilanciando il bisogno di un

dialogo tra tutti i partiti popolari. Manda avanti questa strategia ma che sconta molti limiti: Togliatti

è costretto a seguire le linee di politica internazionale dell’URSS (come nel caso dello scambio

Trento-Gorizia, ferendo migliaia di italiani). Togliatti dunque cerca di inserire all’interno del tessuto

nazionale il partito, a differenza di quanto fatto nel 1919 con il socialismo. Doppiezza di Togliatti e

del Pci: portare avanti una strategia legalitaria e portare avanti al contempo l’idea di rivoluzione.

Il partito comunista in questa fase non ha obiettivi democratici; si partecipa al gioco democratico, ma

si pensa alla rivoluzione.

La dirigenza comunista è costretta a vedersela con l’armata statunitense, a differenza di stati come la

Polonia e l’Ungheria che hanno l’Amata Rossa che può aiutare all’interno del paese e fa vincere il

Pci perché l’Urss vuole creare il cordone sanitario della prima guerra mondiale al contrario.

Questo è il momento che si organizzano dei gruppi paramilitari da parte dei partiti comunisti e da

parte dell’occidente; non è un caso che vengono riciclati tutti gli esponenti facenti parte del passato

regime, non solo per i comunisti, ma anche per difendere la Dc. Tutto il corpo militare pronto dopo

la fine della guerra viene utilizzato per cercare di fermare una possibile rivoluzione comunista.

All’interno del Pci non si pensa all’Italia, ma si guarda oltre, alla rivoluzione. Tutto ciò ovviamente

cambierà nel futuro, ma in questa fase la prospettiva è questa: personaggi come Secchia o Longo

parlano con Stalin perché vogliono la rivoluzione; tutto fuorché la democrazia. La contraddizione del

partito comunista è richiamarsi agli ideali comunista in posizione antifascista (il primo ha creato un

totalitarismo, l’altro è di stampo autoritario). La pratica della democrazia non vuol dire che tutti sono

democratici: non lo sono i comunisti, non lo sono i missini, non lo sono i monarchici. Abbiamo un

elettorato che pensa alla formazione di uno stato cattolico, uno imbevuto di ideali comunisti che

guarda all’Urss come la propria patria, un altro che si rifà alla monarchia o al fascismo, visto come

religione. Nel 1945 nel Pci non c’è il dissenso: l’idea è il riferimento chiesastico a dei principi ai quali

bisogna obbedire e il dissenso non è ammesso.

La Dc e i comunisti possono mettersi d’accordo su questioni contingenti come la monarchia.

L’Assemblea Costituente vede un successo della Dc e votano le donne per la prima volta. Il Psiup

sopravanza il Pci. Questi sono i 3 partiti di massa del sistema politico italiano che raggiungono il

75%. Questo è importante: la democrazia e la repubblica sono fatte per i partiti di massa. Nuova fase

in cui si afferma lo “stato dei partiti”, che vedono il proprio potere sanzionato dalla Costituzione. Per

non far spaccare l’elettorato profondamente monarchico al referendum, De Gasperi decide che la

forma costituzionale debba essere decisa dal popolo, non dall’Assemblea Costituente. Il PdA si

scioglie nel febbraio 1946 per il proprio carattere eterogeneo ma sopravvivrà lo spirito azionista. La

grande sconfitta è della cultura liberale che esce di scena e avrà un picco solo nel 1963 con il 7.1%.

Il personale liberale manterranno il proprio posto fino a quando non saranno poi sostituiti da esponenti

della Dc.

Lez 14 10/11/2014

Tra il 1946 e il 1947 si gioca il futuro assetto della prima Repubblica. All’interno della DC vi era la

volontà di proseguire l’alleanza con il tripartito (PSI, PCI, DC), specialmente da parte di De

Gasperi. Nonostante quest’intenzione, negli ambienti della Curia esisteva una stragrande

maggioranza fortemente conservatrice che si mostrava restia nei confronti dell’unione con i partiti

di sinistra e nei confronti di chi aveva un’ideologia vicina ad essa, come il partito repubblicano o il

partito d’azione. La Chiesa rimase ferma su queste posizioni soprattutto a causa dell’impronta

centralizzante data da Papa Pio XII, il quale aveva strutturato il mondo ecclesiastico in maniera

gerarchica ed era rimasto da sempre su posizioni ostili alle sinistre. Per questo motivo, dal Vaticano

iniziano a ripercuotersi pressioni sulla DC affinchè essa interrompa la volontà di istituire il

tripartito.

In quegli anni poi, si afferma il partito dell’Uomo Qualunque di Giannini, nato nel 1945. Intorno ad

esso si raccoglie un personale politico con una concezione conservatrice, costituito soprattutto da ex

fascisti e neofascsti, visto che il MSI non era ancora nato. Il partito effettuava opposizione nei

confronti della repubblica dei partiti e del conformismo ideologico ed era fortemente anticomunista;

sembrava cogliere quell’elettorato sommerso, radicato specialmente al sud, rimasto da sempre ostile

al dialogo con le sinistre.

A questo quadro di politica interna, si somma la situazione presente in politica estera. Tra il 1946 e

il 1947 si verifica il confronto fra USA ed URSS, avvenuto in modo particolare in Grecia dove nella

guerra civile il partito comunista cerca di sottrarre il controllo inglese sulla nazione. Inoltre, alla

presidenza americana era salito Truman, che attua una tattica di maggiore fermezza nei confronti

del comunismo.

L’Italia veniva considerata una pedina fondamentale in questo gioco di equilibri poiché se fosse

mancata al controllo americano, sarebbe salito al potere il PCI, primo partito filosovietico nel

Mediterraneo. La paura era infatti che l’URSS potesse attuare anche in Italia la “tattica della

cipolla” che consisteva nella preventiva riunificazione dei partiti socialisti e comunisti per poi

occupare quelle compagini governative che avrebbero potuto permettere una lenta erosione della

vecchia classe dirigente in modo da preparare il campo alla rivoluzione.

I due blocchi tentarono così di elargire concessioni alla penisola per fare in modo che si schierasse o

da una parte o dall’altra. I Russi erano disposti a dare al governo De Gasperi tutte le ex colonie,

mentre gli occidentali proposero l’unione tripartita tra Inghilterra, America e Francia (1948),

promettendo a De Gasperi tutta Trieste, inclusa la zona B di Tito. La dichiarazione si rivelò poi

essere falsa e illegittima. Questa situazione evidenzia come le due potenze straniere intendessero

condizionare le elezioni del 1948.

In questo quadro, tra il 1945-1946, una serie di elementi convergono a favore dell’Uomo Qualunque

e il partito inizia ed essere utilizzato come strumento per cercare di modificare la strategia di De

Gasperi. La forza del qualunquismo è data dal fatto che sembra rassicurare gli americani e alcuni

settori della chiesa cattolica portando sempre avanti la sua campagna anticomunista. L’Uomo

qualunque è poi l’unico movimento, insieme ai comunisti e ai socialisti, che predica i propri ideali

in piazza confrontandosi anche sul terreno della fisicità e della violenza con le forze rosse.

Il movimento quindi, inizia a rappresentare un’alternativa valida alla DC per l’elettorato moderato.

De Gasperi avverte l’impennata di consensi nei confronti del partito di Giannini e teme di non

riuscire più ad essere il perno della ricostruzione italiana. Per questo motivo, comprende la necessità

di accreditarsi come il vero ed unico rappresentante delle forze anticomuniste in Italia e soprattutto

comprende la necessità di doversi schierare a favore di uno dei due blocchi. La centralità della DC

potrà essere riacquisita soltanto dopo aver raccolto i consensi degli anticomunisti.

Il capo di governo intraprende così un viaggio in America per essere riconosciuto come unica forza

italiana garante di una condotta filoccidentale e per tentare di estrapolare degli aiuti economici.

Nel 1947 viene interrotta ufficialmente la collaborazione con il PSI e il PCI, i quali vengono

estromessi dal governo . Si forma un governo monocolore democristiano. Nonostante ciò, la rottura

con le sinistre è un momento particolarmente difficile sul quale il Capo di governo indugia a lungo

per varie motivazioni:

1. Art. 7 Cost: tale articolo prevede i Patti Lateranensi. L’inserimento di quest’ultimo è

particolarmente caro alla Santa Sede e vengono effettuate pressioni su De Gasperi affinché

venga riportato. Il PCI, il PLI e il PRI(in parte) sono ostili a questa scelta. Tuttavia, De

Gasperi riesce ad inserire l’art nel testo appoggiandosi ad un esponente ragionevole ed

affabile del comunismo, Togliatti.

2. Trattato di pace: le clausole dell’armistizio sono particolarmente pesanti e fanno tutte

riferimento alla tattica della resa incondizionata del settembre-novembre 1943. Esse

prevedono: una riduzione dell’esercito, la riparazione dei danni di guerra causati ai paesi

aggrediti(in termini economici o non, es. fornimento di navi), la perdita di tutte le colonie

prefasciste anche annesse attraverso accordi internazionali riconosciuti, il non

riconoscimento dei territori conquistati attraverso la Prima Guerra mondiale, il non

riconoscimento di conquiste metropolitane come l’Istria.

L’unica cosa che l’Italia riesce a mantenere è il Tirolo, attraverso un accordo De Gasperi-

Gruber. Per quanto riguarda il territorio libero di Trieste, esso doveva essere governato da

un governatore nominato dall’ONU. Questo non verrà mai nominato a causa del veto

dell’URSS. Dunque continuano a permanere la zona A truppe inglesi e la zona B truppe

titine. La situazione verrà risolta nel 1954 con la definitiva cessione di tutti i territori della

zona B (Dalmazia e Istria) alla Jugoslavia di Tito e il ritorno di Trieste sotto la sovranità

italiana. De Gasperi conosce queste problematiche e per questo cerca di condividere le

responsabilità della conclusione dei trattati con le altre forze politiche rappresentative del

paese. De Gasperi non vuole che sia solo la Dc a firmare il trattato di pace nel 1947.

3. Lavori dell’Assemblea Costituente: il dibattito all’interno dell’Assemblea costituente è di

primaria importanza perché avrebbe delineato il futuro istituzionale della democrazia

italiana. All’interno della costituente è evidente uno scontro tra le tre anime politiche

(cattolica, socialista e liberale) del paese, forze che poi al di fuori della costituente

smentiranno gli orientamenti che avevano palesato nei lavori della Costituzione. I comunisti

ad esempio, in costituente si batterono per la democrazia, per poi difendere nelle piazze i

meccanismi di garanzia previsti dalla Costituzione. Il dibattito soprattutto si incentra sulla

necessità di rafforzare il potere legislativo nei confronti dell’esecutivo portando ad un

accentuato parlamentarismo con derive assembleariste. La legge proporzionale è

funzionale al carattere parlamentare della costituzione perché maggiormente fotografa la

realtà politica del paese rendendo tutte le sfumature. Un sistema maggioritario era

impensabile perché non poteva ammettersi in un contesto in cui si stava formando la

cosiddetta democrazia bloccata. In quegli anni infatti si afferma un nuovo trasformismo alla

Depretis con un forte centro che può oscillare verso i due poli, facendo sì allo stesso tempo

che le ali estreme siano escluse. Si raggiunge quindi il risultato di una democrazia bloccata

in cui il raggruppamento di centro è funzionale all’arginamento delle forze estreme. il Pci è

ammesso all’area della rappresentanza ma non sarà mai ammesso all’area di governo, e

questo sistema rimarrà tale fino al 1994.

De Gasperi doveva dare atto al fatto che i costituenti, nonostante le fratture interne ed

esterne, erano riusciti a portare avanti i lavori della costituente prescindendo dalle

contingenze politiche e personali, tenendo fisso l’obiettivo di salvaguardare e fare il bene dei

cittadini.

Sull’onda della politica interna (aumento consensi Uomo Qualunque) e della politica estera( tattica

del containment di Truman- elaborazione del piano Marshall), De Gasperi rompe a sinistra,

recuperando così i consensi della Chiesa, dell’America e di gran parte dell’elettorato italiano. La

DC si sposta lungo una posizione moderata e conservatrice.

Dopo il 1947 la DC si alle con il PRI e il PS dei lavoratori italiani. In questa fase il partito

comunista si appiattisce e segue pedissequamente i voleri del Cominform (Togliatti doveva fare in

un certo modo mea culpa per non aver compreso la strategia degasperiana e assoggettarsi

completamente alle direttive).

Gli anni del centrismo sono quelli che vanno dal 1948 al 1953. Durante il periodo prima delle

elezioni del 1948, sia URSS che USA tentano di fare delle offerte alla DC per cercare di favorire la

propria parte (URSS colonie- USA Trieste).

Nel clima elettorale si verifica uno scontro di civiltà, tra i sostenitori del modello Occidentale di

accettazione del capitalismo e i sostenitori del modello sovietico basato sulla socializzazione dei

mezzi di produzione. È bene sottolineare come tali proposte siano fortemente differenti se una si

basa sull’accettazione di un progressivo sviluppo economico, l’altra prevede una tacita accettazione

della scomparsa della democrazia, sulla falsariga di un totalitarismo.

Nel 1948 la Dc raggiunge la vittoria (consenso maggiore mai raggiunto 48,51%, battuto solo dal

governo Berlusconi del 2008) facendo leva sul fatto che si presentava come Diga contro il

comunismo, riprendendo la funzione iniziale che sarà sempre presente all’interno della Dc, a fasi

alterne. La parte moderata e perciò maggioritaria del paese decide che vuole una politica guidata da

un partito cattolico e conservatore. Nel 1948 si chiude il cerchio dell’inserimento dei cattolici nella

vita politica.

Pur potendo governare da solo, viste le motivazioni che lo avevano portato ad indugiare sulla

rottura a sinistra, De Gasperi decide di fare un governo quadripartito: Dc, Pli, Pri e Psli. Questa

formula centrista permane per tutta l’esistenza della Prima Repubblica.

A differenza del Pci e del Psi, che ereditano tutta una serie di strutture collaterali nell’Italia

repubblica, la Dc in questa fase è ancora un partito di notabili; la forza non gli viene dalla struttura

bensì dalla Chiesa e dalle strutture parrocchiali ramificate ovunque. La vittoria elettorale del 1948

non verrà dunque dal partito in quanto tale ma dal Vaticano che, ricevendo i soldi degli aiuti

statunitensi, costituirà i cosiddetti comitati civici che organizzano la propaganda e favoriscono la

vittoria determinante della Dc. Non si tratta di una struttura del partito ma è parallela e sottoposta al

controllo del Vaticano. La figura del papà sarà quindi in alcuni casi subalterna a quella di De

Gasperi. Il Vaticano, e Pio XII soprattutto, vuole attuare una riconquista cristiana della società in

cui i valori del cattolicesimo devono essere fondativi. Il partito quindi, deve tradurre in politica i

dettami religiosi che provengono dalla chiesa evidenziando l’assenza di autonomia della struttura

partitica rispetto alla santa sede. Ci sono dei parlamentari che derivano la loro elezione non dal

partito, ma dalla Santa Sede e costituiranno quindi dei centri di potere estranei al partito.

De Gasperi condivide invece una visione più autonoma del partito, alla base della quale deve

esistere una democrazia pluralista in cui tutti gli attori dovrebbero essere legittimati a partecipare.

Nel 1949 viene dichiarata la repubblica popolare cinese e nel 1950 scoppia la guerra di

questi avvenimenti rilanceranno l’anticomunismo con ripresa delle destre in tutta l’Europa.

Corea

In Francia ci sarà il

Poujadismo, in Italia il Msi e i monarchici, che otterranno addirittura la città di Napoli.

Per Pio XII era infatti necessario cambiare l’asse politico del paese cambiando l’attuale

conformazione spostata a sinistra (Pri e Partito socialdemocratico) verso un’alleanza di centrodestra

con l’appoggio dei monarchici e del Msi. Nel 1951 si svolsero le elezioni a Pompei e monsignor

Rochi favorì una lista civica che prende il doppio dei voti della Dc.

Nelle elezioni a Roma del 1952, il Vaticano cerca di replicare l’esperimento di Pompei con la

creazione di una lista espressione non del partito democristiano ma delle nuove forze di destra,

determinando uno spaccamento nel voto cattolico. De Gasperi si oppone nettamente a questa

opzione e Andreotti dimostrò come l’alleanza con le forze di destra avrebbe portato una perdita di

consensi. La linea degasperiana fu quella vincente. Il capo di governo decise così di allearsi con i

partiti minori laici per allentare il potere della Santa Sede sul governo i partiti minori non servono

solo a condividere l’onore e l’onere del governo, ma soprattutto serve a crearsi degli spazi di

manovra in autonomia rispetto alle pressioni del vaticano. Dopo le elezioni amministrative del 1952

Pio XII non riceverà mai più in udienza privata De Gasperi (nemmeno quando la figlia si fa suora).

LEZ 15 17/11/2014

La legge elettorale del 1953 attribuiva alla coalizione di liste che avrebbero raggiunto il 50%+1 dei

voti il 65% del premio di maggioranza. Tale legge aveva l’obiettivo di blindare l’esecutivo e

proteggere il sistema da un possibile periodo di grande instabilità. De Gasperi è infatti consapevole

della problematicità del sistema politico del tempo, caratterizzato dalla difficoltà di educare il

popolo alla democrazia, dalla stagnazione creata dalla Guerra Fredda, dai complessi rapporti con la

Chiesa.

L’obiettivo dello statista era proteggere l’esecutivo da attacchi esterni non solo provenienti da

sinistra (all’interno del Pci ci sono ancora istanze di natura rivoluzionaria), ma anche e soprattutto

dalla destra. Infatti l’elettorato moderato conservatore, di cui la Dc era espressione, negli anni non

si era dimostrato sempre fermo sulle sue convinzioni. Durante il periodo del centrismo erano state

varate alcune leggi lesive nei confronti degli interessi di questa fetta della popolazione, come ad

esempio la riforma agraria essa viene fortemente voluta soprattutto dagli americani, i quali

avevano l’obiettivo di sgretolare i latifondi per fare in modo che non si generasse ulteriore povertà

nel Sud, proprio perché erano convinti che il comunismo attecchisse in presenza di condizioni

sociali difficili. Lo scopo della legge era quello di creare un ceto di piccoli e medi

imprenditori/coltivatori per avere un bacino di voti nel Mezzogiorno, cosa che succederà grazie

anche alla Cassa del Mezzogiorno. Nonostante essa apporti dei miglioramenti, nel breve periodo

questa riforma scontenta i latifondisti che indirizzano il proprio voto verso il Msi e il Pnm che, non

a caso, nelle elezioni del 1953 arrivano quasi al 10%. Questa crescita negli anni 50 della destra è

dovuta a un contesto internazionale che favorisce le destre in tutta Europa e negli Stati Uniti, con il

fenomeno del maccartismo.

Dunque possiamo dire che ciò che convince De Gasperi a varare la legge del 1953 è proprio la

paura che i voti della destra finora intercettati dalla Dc vadano a confluire in partiti schierati a

destra, di cui si teme un successo non solo a livello amministrativo ma anche politico. Inoltre, lo

statista temeva lo spostamento del Vaticano su una posizione di centro-destra, tendenza che pareva

essere confermata dall’operazione Sturzo del 1952 (poi sconfessata), dove in occasione delle

elezioni romane del 1952 Sturzo con l’appoggio del Vaticano si candida a capo di una lista civica

composta da diversi candidati dei vari partiti di destra e della Dc per cercare di non lasciare in mano

ai comunisti la capitale. Essendo comune il bacino di voti tra Dc e destra, ci sarà sempre un travaso

di voti nel corso degli anni in direzione biunivoca, a seconda della legislatura.

Alle difficoltà del piano interno si sommano le difficoltà di carattere internazionale, le quali sono

principalmente due: la mancata soluzione della situazione di Trieste e il Patto Atlantico, firmato

dall’Italia nel marzo 1959. Per quanto riguarda quest’ultima questione, il Vaticano, memore della

sanguinolenta guerra, non voleva che l’Italia entrasse a far parte di una nuova coalizione per fare in

modo che non venisse coinvolta in un’altra guerra. Il Vaticano si converte a favore dell’ingresso

italiano nella NATO solo dopo l’uccisione del cardinale Mindszenty in Ungheria .

Inoltre, a dare fiato alle destre contribuisce anche la mancata risoluzione della questione di Trieste. I

neofascisti usano questa questione irrisolta per indicare il governo come incapace di trattare le

clausole del Trattato di pace e di riportare la città all’Italia. Ciò alimenta nei neofascisti e nei

monarchici la campagna contro la Dc e spiega il trend positivo per le destre in quel periodo.

In realtà vi era davvero una debolezza di fondo, dimostrata dal fatto che quando gli USA nel 1948

fanno la dichiarazione tripartita e fanno delle offerte all’Italia, De Gasperi chiede l’annessione

dell’intera città di Trieste nonostante questo non sia possibile. Più in generale, si può affermare

situazione che

come tutta la diplomazia di quel periodo abbia sempre alla base questa richiesta

genererà uno stallo nelle relazioni internazionali con l’Italia. Solo nel 1954 con Pella (si chiude la

pagina del Risorgimento italiano secondo Romano, con lo sbarco dei bersaglieri) e con il trattato di

Osimo del 1975 si raggiunge una soluzione. De Gasperi ha le sue colpe e il problema se lo pone, ma

non riesce a risolverlo. (il problema nasce da come la diplomazia italiana si sia incagliata nella

situazione pattuita nel patto tripartitico).

Ancora, non è facile controllare il paese perché la sinistra ha ben poco di socialdemocratico.

Dimostra di non essere affatto ancorata ai valori della democrazia borghese e di continuare ad avere

come riferimento Mosca e i paesi del blocco orientale. Le forze della sinistra rifiutano l’ipotesi di

una rivoluzione poiché non vi erano le condizioni per poterla attuare, ma non senz’altro perché essa

mai

non fosse prevista. Infatti, esisteva un vero e proprio piano militare nel 1948 ideato dal Pci

realizzato anche a causa della presenza degli americani sul territorio italiano.

Con II legislatura si apre la fase del cosiddetto centrismo instabile, in cui si succedono quattro

governi diversi. È una fase di preparazione all’apertura verso il centrosinistra. Il sistema è

tendenzialmente bloccato e i partiti minori perdono terreno, oltre ad entrare in contrasto tra di loro

(nel 1953 il Pli sarà svuotato a causa di voti confluenti nell’MSI).

In questo periodo, a causa dei continui oscillamenti dei governi prima a destra e poi a sinistra si

determina una paralisi legislativa ma non istituzionale perché durante questa legislatura vengono

approvati e varati tutti gli istituti previsti dalla Costituzione e mai realizzati fino a quel momento

disgelo costituzionale che segue quello della Guerra Fredda dopo la morte di Stalin.

Dopo la morte di De Gasperi, la segreteria viene presa da Fanfani e dal 1955 alla presidenza della

Repubblica sale Gronchi, esponente della sinistra democristiana. Abbiamo l’ascesa di due figure

che punteranno ad aprire il dialogo con le sinistre, perché chiaramente non si può scegliere una

alternativa al centrismo. Il problema è che il dialogo con i socialisti non può essere fatto tra il 1953

e il 1958 perché non ci sono alternative fattibili alla formula del quadripartito e al centrismo che

continua nonostante non ci siano i numeri necessari.

Ci si incomincia a preoccupare dei problemi sociali che sta attraversando il paese, il quale tra gli

anni 50 e 60 inizia a diventare un paese essenzialmente industriale. Questa trasformazione è

imponente e non viene controllata dalla politica, incapace di cogliere questo cambiamento.

Si assiste alla distruzione di un mondo di tradizionale (compresa la società agricolo-contadina che

aveva caratterizzato la classe di riferimento per il fascismo prima e per la Dc poi) con tutto ciò che

ne consegue in costi sociali: urbanizzazione incontrollata, lacerazione dei tessuti familiari,

depauperamento dei piccoli territori, fenomeni di immigrazione dal Sud al Nord non contenuti..

In questo contesto la chiesa autoritaria di Pio XII continua a interpretare il dialogo tra le forze

politiche in termini di scontri di civiltà e per questo motivo non si trova ad essere capace di

rappresentare e guidare i processi di rivolgimento sociale sperimentati dal paese. Si condanna infatti

l’effetto del capitalismo sulla società, ossia il benessere materiale che porta con se un processo di

secolarizzazione. Queste profonde trasformazioni in corso tendono a sottrarre il consenso alla destra

da parte delle masse meridionali e quindi la scelta di aprirsi verso la sinistra per la Dc significa

guidare questa nuova fase legittimandosi nella nuova società.

Con la segreteria Fanfani inoltre si cerca sempre più di dotare il partito di una struttura territoriale

più forte determinando una svolta nel partito anche relativamente al suo rapporto con la Chiesa.

Tale operazione è ovviamente favorita da tutte quelle strutture istituzionali che sono effettivamente

“occupate” dai membri della Dc e che, in una fase inedita di intervento dello stato in economia, si

rivelano molto utili.

La scelta di aprirsi al socialismo è per alcuni esponenti della Dc un ritorno al passato, una soluzione

di continuità rispetto alla rottura del 1947 dovuta alla necessità di piegarsi alle direttive

internazionali. anche per questo nuovo dialogo, come nel 1947, sarà determinante lo scenario

internazionale che permetterà l’esperimento del centro-sinistra. di fronte a questa possibilità si

assiste all’estrema ostilità della Santa Sede assolutamente contraria all’apertura ai socialisti.

Lez 17 20/11/2014

La scelta dell’apertura a sinistra non è così lineare. Tra il 1954 e il 1960 si valuta la possibilità sia di

un’apertura a sinistra che a destra, con MSI e monarchici. Questo accade perchè le posizioni

all’interno della Dc non sono omogenee e si incontrano numerose resistenze, portate avanti

specialmente da chi crede che la scelta migliore sia continuare sulla strada del centrismo.

La strada del centrosinistra è fortemente auspicata dai vertici(dal presidente del Consiglio Fanfani e

dal presidente della Repubblica Gronchi), ma nonostante ciò si frappongo molteplici elementi alla

creazione della nuova formula politica:

• disaccordi all’interno dei partiti, soprattutto all’interno del Psi dove si verificano diverse

fratture

• questione Ungheria: durante tutto il corso della Guerra Fredda, era sempre stata l’Unione

Sovietica a dettare le linee per la formulazione dell’ideologia socialista, tant’è che lo scontro

con la Cina si era verificato proprio perché quest’ultimo paese aveva interpretato

diversamente l’ideologia, stabilendo che il punto di riferimento del comunismo cinese

dovevano essere i contadini e non gli operai, visto che tale classe non era abbastanza

presente nel paese. Dopo la morte di Stalin e la fine della Guerra Fredda, nel 1956

l’Ungheria di Nagy riteneva fosse arrivato il momento della distensione. Tant’è che il capo

del paese aveva pensato di formulare una “via nazionale comunismo”, che prevedeva un

generale aumento del livello di democratizzazione e un reinserimento del pluripartitismo.

Nonostante non si trattasse di una adesione al modello occidentale capitalista, Mosca inviò

le truppe per reprimere questo nuovo esperimento e Nagy fu impiccato.

Il Pci(Napolitano anche) appoggia la repressione sovietica in Ungheria. Questa posizione

genera l’effetto di una diaspora di alcuni intellettuali dal Pci (cosiddetto manifesto degli

intellettuali), i quali non riescono ad accettare la repressione di un movimento che era

comunque di stampo comunista. Questa fuoriuscita non ha grande importanza dal punto di

vista elettorale come dimostrano le elezioni politiche del 1958 dove il partito in questione

risulta comunque vincente, ma possiede ricadute sull’immagine del partito.

Questa posizione del Pci porta ad una rottura con il Psi. Nenni e gli altri socialisti riformisti,

abbandonano l’idea della sola rivoluzione come modo per riscattare le masse lavoratrici e

pensano a modi ulteriori per raggiungere questo scopo, fra i quali l’emanazione di riforme

anche in alleanza con un altro partito. Inizia così una guerra tra le sinistre che continuerà

fino a dopo gli anni 80.

• USA: alla presidenza degli Stati Uniti sale Eisenhower, con cui si accentuano i caratteri

anticomunisti e l’emblema di questa reminiscenza è rappresentata in Italia dalla diplomatica

Clare Boothe Luce, fortemente cattolica e anticomunista, dunque ostile alle sinistre. Finché

c’è Eisenhower è impossibile organizzare un’apertura a sinistra. Le cose cambiano nel 1959

quando Kennedy sale alla presidenza americana. La sua amministrazione allenta il rigido

anticomunismo e si favorisce la possibilità del dialogo nei confronti del Psi.

• Sempre nel 1959 sale al soglio papale Giovanni XXIII, che sostituisce Pio XII,

visceralmente anticomunista; nonostante sia cambiata la struttura della Dc con Fanfani e il

rapporto del partito con la Chiesa, in realtà i vincoli tra di essi sono sempre molto forti. La

Chiesa di Pio XII non riesce ad interpretare i cambiamenti che stanno attraversano il paese,

perché, come i comunisti, legge la realtà prendendo in esami gli scontri tra ideologie.

Giovanni XXIII è invece figlio di contadini veneti, perciò avvicina la Chiesa ai problemi

della società, facendo venire meno la posizione ieratica di distanza. Non tutti gli ambienti

della Chiesa sono favorevoli all’apertura al centrosinistra, così come si evince da un

sondaggio di Moro ai vescovi italiani. Molti non rispondono ma quelli che lo fanno non

sono favorevoli, perciò le resistenze non muoiono con Pio XII. Il ricambio giova alla causa.

Questi tre sono punti indispensabili perché il dialogo inizi, ma ovviamente non cessano tutte le

resistenze, anzi permangono. Le resistenze sono ad esempio della destra economica Confindustria

passa dalle mani di Costa, molto vicino a De Gasperi, a De Micheli, completamente spostato a

destra, patron del Pli e finanziatore del Msi, contrario ad uno scivolamento al sinistra. Nel 1956

quest’ultima finanzia la Confintesa che doveva costituire delle liste che dovevano apparentarsi o

con i monarchici o con i democristiani o con i missini per cercare di sostenere il governo e bloccare

l’apertura a sinistra. Sono questi gli anni in cui si parla di realizzare un grande destra per creare un

cartello così forte tanto da essere usato dalla Dc come base affinché avvenisse uno scivolamento a

destra piuttosto che a sinistra.

Nel 1958 si vede un completo crollo dei monarchici e della destra in genere. Il progetto di

realizzazione della grande destra non avviene per gli scontri interni alla destra stessa, dato che

nessuna componente vuole fare il gregario. Il Pli, nonostante i finanziamenti ricevuti da

Confindustria, non sfonda e con il suo 4% non riesce a essere quella massa elettorale ideale sulla

quale la Dc può appoggiarsi. Anche il Msi, avendo ottenuto solo l’8% non riesce a costringere la Dc

al compromesso con la destra. I due anni successivi sono anni di tergiversazioni perché le

resistenze, specialmente delle forze armate e della magistratura, non scompaiono e risultano frenanti

al riformismo. Questo carattere autoritario del paese rimane e incomincia a mutare solo dopo il

1968.

Un altro avvenimento interno porta ad interrompere qualsiasi prospettiva di apertura a destra. Nel

1959 cade Fanfani e sale alla presidenza del Consiglio Segni, che doveva trattenere la Dc

dall’aprirsi a sinistra, ma nel 1960 a causa della sfiducia del Pli, Segni cade e Gronchi nomina un

esponente della Dc sinistroide, Tambroni. Questo è un governo del presidente che non ha la

maggioranza abbastanza solida, sembra cadere ma alla fine in Parlamento trova il voto dei missini.

La politica dei Tambroni è tale da permettere al Msi di tenere il proprio congresso nazionale a

Genova, medaglia d’oro della resistenza e roccaforte della sinistra. Tale congresso non si terrà a

causa della reazione della città che si dilaga poi in tutto il paese. Il movimento di protesta è sotto

l’egida dei partiti dell’ex Cln, che incolpani il governo Tambroni di collusione coi fascisti.

Manifestazioni di piazza e scontri in diverse regioni fanno cadere il governo Tambroni e abbiamo

un momento di svolta per l’Italia: dopo questo governo la carta del centrodestra muore

definitivamente, non solo per gli avvenimenti internazionali, ma proprio perché nasce una grossa

manifestazione antifascista contro il pericolo di una insorgenza del fascismo dei missini. L’apertura

alla sinistra parte proprio da qui; il Msi da questa data sarà escluso da tutte le giunte amministrative

e locali, soprattutto nel Sud, perché la formula del centrosinistra si replica a livello amministrativo,

facendo finire quel dualismo di epoca degasperiana durante il quale la Dc e il Pli avevano intessuto

rapporti con i missini nel meridione per le giunte amministrative. Solo con la segreteria di

Almirante nel 1969 si cerca di dare slancio al partito.

Il cambiamento, durante la guida fanfaniana, avviene nel congresso del luglio 1957 a Vallombrosa,

dove si comincia a dibattere sulla necessità di inserire il Psi nell’area di governo. In quel momento

il leader della Dc è sia segretario di partito che presidente del Consiglio(cosa che resterà tale fino al

1959) e per questo motivo rappresenta agli occhi degli altri militanti una detentore di potere troppo

il partito esprime il suo dissenso. Nei primi mesi del 59, dopo una crisi di governo, si

grande

assiste ad una manovra di Fanfani per farsi reincaricare come presidente del Consiglio e pertanto

rinuncia alla carica di segretario. Nel frattempo, durante la riunione presso la Domus Mariae,

iniziativa democratica, corrente di sinistra di Fanfani, si sfalda e nasce la corrente dei dorotei. La

nuova corrente, di stampo moderato-conservatrice, ha come esponente principale Segni e individua

come nuovo segretario del partito Aldo Moro, giurista pugliese convinto della necessità di aprirsi a

sinistra(su questa posizione sposterà la corrente dei dorotei, inizialmente ostile). Mentre Fanfani

dunque lascia la segreteria convinto di poter ottenere la carica di presidente del consiglio, Gronchi

pensa di nominare Segni (marzo 1959-maggio 1960). Dunque Fanfani si trova nel breve a perdere

due cariche e esce momentaneamente di scena.

Dopo il convegno della Domus Mariae del 1959, si verifica un ulteriore consiglio nazionale nel

marzo 1959 dove Moro, da nuovo segretario, auspica la necessità dell’apertura a sinistra, ribadita

anche nel congresso svoltosi a Firenze. Nel frattempo il Psi, nel gennaio 1959 in occasione del

congresso nazionale, aveva chiesto alla Dc di fare una scelta di campo e abbandonare qualsiasi

dialogo a destra per avviare un dialogo concreto tra le due fazioni.

Il governo che si forma dal 1962 al 1963 è il cosiddetto governo delle convergenze parallele, un

governo preparatorio a quello del centrosinistra che va dal 62 al 63 in cui però il Psi partecipa solo

alla formazione del programma. Entrambi i governi sono presieduti da Fanfani. La storiografia che

si è occupata del centrosinistra riflette spesso sul fallimento del carattere riformista del

centrosinistra e ha individuato come causa il portato riformista troppo esiguo. Infatti, la maggior

parte delle riforme (scuola media unica obbligatoria e nazionalizzazione energia elettrica) sono solo

durante questi governi Fanfani. Questo perché molte sono le resistenze all’interno del paese: i

vescovi, le stesse forze politiche..Non a caso nel 1967 scoppia il caso Sifar, avvenimento del piano

Solo (collaborazione De Lorenzo e Segni per effettuare colpo di Stato nel caso in cui Psi fosse

entrato nel governo).

Dal 1963 al 1968 gli anni sono caratterizzati dalla presidenza del Consiglio di Moro e quindi dal

centrosinistra. Questo ci fa capire come non si possano chiedere troppe riforme perché le resistenze

nel paese sono troppo forti e i militari non vogliono che il Psi faccia parte del governo. Ciò fa capire

anche la reticenza della Dc ad accettare troppe richieste del Psi e il non varo di riforme durante i

governi di centrosinistra. Il centrosinistra fallisce non solo per le resistenza, ma anche perché gli

attori si avvicinano ad essa con dei dubbi. La Dc è scossa dalle elezioni del 1963; Moro capisce che

l’elettorato non ha gradito l’apertura, perciò cerca di smorzare il carattere riformistico dovuto

all’ingresso del Psi nel governo. Moro vuole preservare l’egemonia democristiana che allarga

sempre la maggioranza inglobando chi è necessario per governare.

Il Psi al congresso del 1961 di Milano, la posizione di Nenni di carattere riformista, vince con il

55% dei voti. Quindi c’è una spaccatura nel partito, dove Lombardi col 45% dei voti insiste sulla

necessità di profonde riforme strutturali che devono essere effettuate con l’ingresso del Psi nel

governo. La Dc è contraria a ciò perché nel 1963 ha perso 4/5 punti percentuali. Questo problema

del Psi fa si che avvenga una scissione: creazione del Psiup e del Psu (formato dal Psi e dal Psd ma

che fa flop e nel 1969 si rescinde). Gli attori portatori del centrosinistra non hanno idee così chiare:

Nenni stesso pensa che sia importante far parte del governo, ma non sa cosa ne farà. Una formula

politica sulla quale si riflette molto ma poco concreta. La formula del centrosinistra arriva quando il

boom economico si arresta nel 1963, quindi la fase è di stagnazione economica.

Lez 18 24/11/2014

Le interpretazioni della storiografia sul centrismo si dividono in due principali giudizi: secondo

molti il centrosinistra è stato necessario, secondo altri si è risolto in un fallimento. Per coloro che

sostengono la prima visione (Scoppola, Colarizi..) il centrosinistra è necessario perché un fase di

sviluppo economico come quella degli anni ’60 non poteva che essere gestita da una forza

progressista; con un’apertura a destra si correre il rischio di una deriva autoritaria. Dall’altra parte è

stato fallimentare, perché a tutti i progetti iniziali, le grandi riforme, non hanno conseguito dei

risultati reali. Orsina, a queste due interpretazioni controbatte con una sua propria originale

posizione sostenendo che il centrosinistra non poteva essere considerato necessario perché si poteva

comunque governare con altre formule politiche( es. in parlamento si avevano i numeri per tentare

la strada del centrismo o aprire a una coalizione di centrodestra) e inoltre non è stato fallimentare

perché sono state varate delle riforme importanti (scuola media, regioni, statuto dei lavoratori).

Tra i due contraenti della formula politica esisteva una differente visione del centrosinistra. Il Psi

intendeva servirsi di questo sistema per effettuare delle riforme strutturali nel paese, ossia apportare

degli elementi di socialismo all’interno della società; la Dc invece non ha intenzione di accontentare

ogni proposta dei socialisti. Per questo motivo si consuma col passare degli anni il rapporto tra le

due forze.

Nel 1972 l’Italia va al voto e sembra ci sia uno spostamento verso destra: recuperano consensi il Pli,

la Dc, ma soprattutto l’Msi che raggiunge quasi il 9% dei consensi. Questo risultato elettorale

preoccupa le correnti di destra della Dc che vedono in questo resoconto una risposta esplicita

dell’elettorato italiano non più intenzionato a sostenere il centrosinistra. Dunque, il risultato delle

elezioni del 1972 sommato alle differenti interpretazioni della formula politica adottate dai due

contraenti mettono in crisi il sistema politico, negli anni 70.

In questo quadro si inserisce il Pci, il cui nuovo segretario è, dal 1972, Berlinguer. Egli propone

una politica di dialogo tra Pci e Dc. Nell’autunno del 1973 Berlinguer parla di compromesso storico

anche in conseguenza ai fatti che nello stesso anno sono avvenuti in Cile, dove avviene il colpo di

stato di Pinochet, supportato dalla Cia americana, che rovescia il governo del sinistroide Allende.

Tra il settembre e l’ottobre del 1973 Berlinguer scrive alcuni saggi intitolati “riflessioni sull’Italia

dopo i fatti del Cile”. Afferma che la gravità dei problemi italiani, le minacce di una deriva

reazionaria e la necessità di aprire all’Italia un percorso di modernizzazione, tutti questi elementi

consigliano che si giunga a un compromesso storico tra le forze di maggioranza italiane, ovvero Dc,

Psi e Pci. Secondo Berlinguer non è possibile ipotizzare una maggioranza di sola sinistra in Italia,

da qui la necessità di un fronte politico più ampio per le riforme necessarie al paese.

Nonostante ciò, Berlinguer non vuole aprire definitivamente alla Dc perché si tratta comunque di un

partito conservatore con il quale è quasi impossibile scendere a patti; egli si rivolge pertanto

all’animo popolare della Dc accomunato dalla volontà di ammodernare il paese. Questo disegno

trae ispirazione dalla linea di Togliatti, il quale aveva proposto, nel dopoguerra, la linea della

comunisti e

democrazia progressiva, ovvero unione tra comunisti, democristiani e socialisti. NB

dei socialisti collaboravano, prima di essere cacciati dall’aera di governo nel 1947 da De Gasperi.

Dietro il disegno del comunista sardo c’è una motivazione tattica. Egli ritiene che non sia più

possibile governare con le sinistre anche se i loro voti sommati raggiungono il 51% di tutto perché

il Pci è legato a Mosca e a sbarrare l’ingresso del Pci in Parlamento abbiamo diverse forze, gli Usa,

il Vaticano, e lo stesso gruppo dirigente democristiano. In più questa strategia non convince né lo

stesso partito comunista, soggetto alla conventio ad excludendum, né la base elettorale, visto che tra

gli anni 50 e gli anni 60 era stata vittima di una propaganda contro la Dc che l’aveva descritta come

bandiera del capitalismo.

I socialisti hanno una posizione ambigua, perché da un lato sono consapevoli del fatto che la

stagione del centro sinistra li ha fatti emergere esclusivamente come una forza appannata e

appiattita sulla volontà della Dc e auspicano dunque che Pci entri a far parte del governo per

assumersi maggiori responsabilità(per il Psi, anche il Pci doveva metterci la faccia insomma);

dall’altra si rendono conto che un dialogo tra Pci e Dc relegherebbe in un cono d’ombra il Psi.

A metà maggio 1974 si svolge il referendum per abrogare la legge sul divorzio, approvata nel 1970.

Il divorzio fu confermato con una maggioranza vicina al 60%. La parte antidivorzista, la Dc e il

Msi, portano il 40%, risultato inferiore addirittura alle elezioni del 1972. Questo dimostra che la

società italiana si sta modernizzando e laicizzando, cambiamento non colto dalla Dc e da Fanfani in

particolar modo. Nella battaglia divorzista ebbe un ruolo importante il partito radicale di Pannella; il

partito radicale era una novità: organizzazione agile, basata sul volontariato, senza funzionari di

partito, non ramificato e soprattutto era un movimento che teneva separate le cariche di partito da

quelle elettive. Può essere definito un partito di opinione, ovvero non di stampo fideistico come nel

caso del Pci.

Il governo Rumor entra in crisi a causa delle conflittualità tra Dc e Psi. Nasce un governo guidato

da Moro e dal partito repubblicano, con l’appoggio esterno di Psi e Psdi (1974). Questo governo

deve fare i conti con un aggravamento della condizione economica e dell’ordine pubblico. Tale è la

preoccupazione per l’ordine pubblico che il governo vara la legge Reale, fortemente limitativa della

libertà individuale (ad es prevede il prolungamento del fermo poliziesco a 48h e più ampie

possibilità di utilizzo delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine).

Nel 1975 si arriva al voto per le elezioni regionali e amministrative. Data fondamentale perché dopo

tre anni il quadro politico italiano si sposta verso sinistra, prima di tutto con la sconfitta della Dc,

ma soprattutto con il balzo in avanti del Pci che dal 27% passa al 33%. Il Psi arriva al 12% e il Psdi

tocca il 6%. Succede che nella stragrande maggioranza delle città italiane, nascono le giunte rosse.

Il Psi nel 1975 dichiara ufficialmente terminata la stagione del centrosinistra e il fatto di

raggiungere la soglia del 51% sommando le percentuali raccolte da tutti i partiti di sinistra, dà fiato

a una parte del Psi che lancia la “alternativa socialista”, ossia una formula politica che vuole

costruire un polo progressista composto esclusivamente dalla sinistra per mandare all’opposizione

la Dc.

La Dc subisce dunque due sconfitte nel giro di due anni (elezioni amministrative 1975 e battaglia

sul divorzio). La risposta della Dc a questa difficile situazione è la sostituzione di Fanfani con

Zaccagnini, esponente vicino ad Aldo Moro e ben visto dalle correnti andreottiane. Zaccagnini fa

valere l’esigenza della moralizzazione della vita interna della Dc: propone l’abolizione delle

correnti interne, la scelta dei dirigenti e dei ministri sulla base delle competenze e l’apertura di una

nuova stagione di rapporti con il Pci, cercando di avere un confronto costruttivo. Nessuna proposta

viene effettuata, tranne l’ultima che trova adito. La Dc si rende conto che è necessario dire di si alla

proposta di Berlinguer.

Berlinguer vede nel compromesso uno strumento per la trasformazione della società. È convinto che

solo la Dc possa aiutare il Pci ad entrare nell’aerea di governo per essere così legittimato ad

effettuare le tanto auspicate riforme modernizzatrici. Mentre la visione berlingueriana è una visione

permanente, Moro invece ha una visione contingente e crede che il compromesso sia uno strumento

da qui l’esigenza di coinvolgere il partito che è a soli 2

di difesa della fragile democrazia italiana

punti percentuali di distacco dalla Dc. Quest’ultima è una visione però contingente, ossia funzionale

al momento di grande emergenza della politica italiana.

Il governo Moro entra in crisi sul tema dei diritti civili (gennaio 1976), ovvero quello dell’aborto.

La proposta di legge sulla liberalizzazione dell’aborto viene snaturata da un emendamento che

vuole la Dc secondo cui l’aborto viene presentato come un reato e legittimo solo nel caso in cui una

donna subisca violenza o si trovi in pericolo di vita. I socialisti votano contro, Moro non ha più la

maggioranza; Leone convoca le elezioni nel 1976 e la campagna elettorale in questa epoca è simile

a quella del 1948: la Dc ostacola il Pci con il tema della minaccia e pericolosità dei governi rossi.

La Dc recupera i voti e torna al 38%. Il sorpasso da parte del Pci non c’è stato ma il partito cresce

ancora, toccando il 34,4%. Il vero sconfitto di queste elezioni è il Psi, ben sotto il 10% (minimo

storico). Questa percentuale segnerà la vita politica del partito, poiché apre le porte alla stagione

craxiana.

La percentuale raggiunta dalla Dc è stata toccata tramite l’approdo di voti moderati: ha una forte

valenza anti Pci, dal momento che l’elettorato moderato si è mobilitato e ha svuotato i partiti laici

premiando la Dc come diga del comunismo ancora una volta. Per questo motivo le forze di destra

sono quasi inesistenti, come il Pli e l’Msi. Si pone però il problema della governabilità del paese: il

calo delle forze di destra sbarra la strada a un centrodestra e neppure ci sono i numeri per una svolta

centrista; ci sarebbero i numeri per un centrosinistra, ma il Psi non intente perseguire questa

politica. Non c’è alternativa che l’apertura alla stagione della solidarietà nazionale. Questa scelta,

caldeggiata dal Pci, spacca la Dc e fa sì che l’Italia abbia problemi a livello internazionale. Infatti,

in una riunione in Sudamerica tra i paesi più industrializzati si decide che se l’Italia governerà

assieme ai comunisti, non riceverà più aiuti economici. Di fronte a questa situazione, Berlinguer

rilascia una intervista importante al Corriere della Sera nella quale dichiara che l’uscita dell’Italia

dal patto atlantico sarebbe un errore e dichiara inoltre di sentirsi, come comunista, più sicuro sotto

l’ombrello protettivo della NATO. Questo è un messaggio che vuole tranquillizzare le parti più

moderate della Dc e soprattutto il dipartimento di stato con riguardo alla situazione internazionale.

La situazione si sblocca per il quadro economico e sociale del paese. Moro cerca di convincere i

gruppi parlamentari della Dc che sia necessario un rapporto con i comunisti perché effettivamente il

vincitore delle elezioni del 1976 non è solo la Dc, ma anche il Pci. Viene creato il cosiddetto

governo della sfiducia, ossia un governo monocolore democristiano guidato da Andreotti che si

regge su tutte le astensioni dei partiti del governo; dunque per la prima volta il Pci non vota contro.

Ovviamente il governo Andreotti non ha in Parlamento la maggioranza, perché essa è in astensione.

Così Moro tenta di sensibilizzare i gruppi parlamentari democristiani, sostenendo che per

fronteggiare la complessa situazione economica serviva il non ostacolo dei sindacati, obiettivo che

sarebbe potuto essere raggiunto solo con l’appoggio del Pci.

Il Pci, che condanna da sempre le misure economiche troppo onerose, nel caso degli aspri

provvedimenti antirecessione di Andreotti, fa voto di silenzio per far risollevare l’economia del

paese. Sul lato dell’ordine pubblico, Moro e la Dc hanno bisogno delle forze politiche che più si

sono spese per la salvaguardia dei diritti sociali a fronte dei gravi disordini operati dalle Brigate

Pci e Psi.

Rosse

A un certo punto Berlinguer pone un Ultimatum alla Dc, ovvero la necessità di un nuovo governo e

dell’ingresso del partito comunista nella maggioranza di governo; egli non può continuare ad

accettare delle misure impopolari senza avere nulla in cambio. Berlinguer decide di fare così perché

una parte dell’elettorato incomincia a prendere parte a frange dell’estrema sinistra

extraparlamentare, che tra l’altro lo accusa di aver tradito la vera natura rivoluzionaria del partito

sedendosi allo stesso tavolo della Dc, baluardo del capitalismo.

Berlinguer compie altri passi significativi dal punto di vista ideologico a Mosca, nel 1977,

davanti ai massimi dirigenti comunisti internazionali, afferma che la democrazia è il valore

universale sul quale fondare una società socialista. Affermazione di portata storica, accompagnata

dalla rivendicazione di una via italiana al comunismo (conciliabilità fra democrazia e socialismo).

Questi strappi servono per accreditar il Pci all’interno del paese. Alla fine del 1977 il Pci vota in

Parlamento una mozione sulla politica estera italiana dove i punti cardini erano l’importanza

dell’alleanza atlantica e dell’integrazione europea. Nonostante questi passi in avanti, nel 1978

l’Italia aderisce allo Sme e il Pci vota contro. Poi, nel 1979, l’Urss modifica l’equilibrio di potenza a

proprio favore con il puntamento degli SS20 sulle capitali europee. La risposta è il dispiegamento di

missili americani. Il primo paese a lanciare l’allarme è la Germania: il cancelliere tedesco lancia la

clausola della non singolarità la Germania accetta i missili ma non deve essere l’unica a livello

europeo. Siccome la Gran Bretagna e la Francia già hanno dispositivi di difesa, l’Italia è quella che

deve dare la propria disponibilità. Tutti i partiti votano a favore, tranne il Pci, che dimostra di non

voler mai arrivare, con Berlinguer, alla rottura totale con Mosca.

Nasce nel marzo 1978 il governo Andreotti, retto dai voti degli altri partiti, compreso il Pci. Il 16

marzo 1978 viene rapito Moro e massacrata la sua scorta. Al clima di spavento nel paese, il Pci

Pci mai compreso nell’area di governo. Gli anni

ritira la fiducia al governo Andreotti, che cade

del compromesso storico sono quelli tra il 1976 e il 1979. Nel 1979 il Pci esce dalla maggioranza di

governo perché non riesce ad entrare a pieno titolo nel governo e non vuole continuare senza

ottenere niente.

Dal punto di vista sociale, sul finire degli anni , l’Italia è un paese alla ricerca di leader, di un

individuo capace di farsi carico dei problemi e cerchi di risolverli. In Italia questo bisogno è così

sentito da privilegiare una figura di rottura. Il Psi e il Pri di Spadolini sono gli unici a comprendere

questa necessità. La richiesta di politici decisori è il portato dell’uomo nuovo: sta nascendo un

individualismo che si identifica con la velocità di mercato. Così come il consumatore ricerca

prodotti nuovi, allo stesso modo l’elettore ha bisogno di un volto diverso.

Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, la televisione cambia la politica italiana.

(sezioni e piazze vuote, salotti delle case sintonizzati sui programmi televisivi di politica pieni). La

forza politica che prima di altri interpreta questa modernità è il Psi di Craxi. Alla fine degli anni

settanta il suo volto viene associato al simbolo del partito sui manifesti. Alcuni dirigenti del Psi

accusano di culto della personalità Craxi. Nel corso della campagna elettorale, in televisione, Craxi

si rivolge al corpo elettorale e propone un contratto agli italiani: in cambio di maggiori voti al Psi

egli garantiva 5 anni di progresso e di riforme, 5 anni di governabilità. Gli anni 80 sono un

momento di svolta perché fattori interni ed esterni logorano il potere dei vecchi partiti. Al posto dei

partiti emergono i leader e si inizia a parlare di personalizzazione della politica. Ciò vuol dire che si

fa più stretta la correlazione tra il leader e il partito. Per essere in sintonia con l’elettorato il leader

politico ha bisogno di umanizzarsi: deve apparire come uno di noi. In questo caso il più veloce a

capirlo è il Psi di Craxi. Viene ripreso Craxi nel privato, in jeans e camicia bianca come un cittadino

qualsiasi.

NB: mentre il partito di Craxi rimane comunque di massa, FI è invece un partito non partito che

nasce in risposta antipolitica alla crisi politica.

28 novembre 2014

Inizio anni 80: inizio di PERSONALIZZAZIONE o LEADERIZZAZIONE della politica, propria del

PSI ma anche del PRI di quegli anni. Comincia a svilupparsi anche un altro fenomeno, perché finisce

la stagione pesante del terrorismo, delle crisi petrolifere, ossia il tema del RIFLUSSO, in parte messo

in evidenza nel libro di Gervasoni in cui viene messo in evidenza il tema del RIFLUSSO

IDEOLOGICO: il paese, dopo anni infuocati, vive un disimpegno accompagnato a una nuova

caratterizzazione dei partiti e della vita politica. La crisi nel 1992-1994 affonda le sue radici in questo

periodo: c’è una fase di abbandono della forte generalizzazione propria degli anni 70, viene

abbandonato e ci si distacca dall’impegno di carattere politico. C’è un periodo di generale ripresa

economica, dal 1983 al 1987, con i governi di Craxi per cui l’Italia si pensa possa avere un bilancio

nuovamente produttivo e un rilancio del ruolo italiano dal punto di vista internazionale.

Emergono sempre più le figure dei segretari come figure che catalizzano l’attenzione dell’elettorato,

la figura del segretario diventa CENTRALE: per la prima volta il PSI sui cartelloni elettorali non

mette il simbolo mala figura di Craxi. Il PSI è il partito che maggiormente intercetta il rinnovamento

della politica di quegli anni, che maggiormente incarna questo rinnovamento e le trasformazioni che

stanno avvenendo nella società, il fenomeno della ideologizzazione, della volontà degli italiani di

lasciarsi alle spalle i faticosi anni 70 e di mandare avanti una vita più incentrata sul consumo che con

la politica, c’è una visione più EDONISTICA della vita politica e in generale del paese (la Milano da

bere).

Attorno alla rivista di “Mondo Operaio”, intorno a Craxi, si riflette molto sulla società dei

cambiamenti e non è un caso che il Psi a partire dal 1979 (e anche il MSI che viveva però in modo

isolato) incara l’idea della profonda riforma istituzionale all’interno del paese, l’idea di una riforma

generale del paese che potesse far rimettere in modo il meccanismo istituzionale del paese. Uno dei

problemi del crollo del 92-94 è che il paese è bloccato: nel momento in cui fallisce l’esperimento

della solidarietà nazionale, quindi l’allargamento dell’area governativa al PCI, più di questo il sistema

non poteva fare. La formula degli anni 80 è quella del PENTAPARTITO con il rientro nell’area

governativa del PLI, ma il sistema è chiaramente bloccato: al centro i 5 governi e ai lati il MSI e il

PCI più i piccoli partiti e movimenti politici che stanno nascendo.

La riforma parte proprio da Craxi che non pensa a una riforma tramite una legge elettorale ma a una

prospettiva di carattere PLEBESCITARIO, una sorta di PRESIDENZIALISMO. Il fatto di mutare la

costituzione in una che dia ruolo più importante al Presidente della Repubblica e quindi uscire fuori

dalla sproporzione di potere data al legislativo (questo emerge dal 1946-48: il ruolo dell’esecutivo è

fortemente sbilanciato rispetto al legislativo). Alla fine degli anni 7° si comincia ad innescare la

volontà di aumentare il ruolo dell’esecutivo (in Francia con la III Rep alla fine degli anni 70). La

riflessione sui temi della riforma istituzionale anima il dibattito politico degli anni 80 perché si avvia

la prima e più importante commissione bicamerale per le riforme, guidata dal liberale Aldo Bozzi,

che tuttavia non riesce realmente ad arrivare a raccordi su riforme istituzionali. La commissione

risente molto dell’influenza e della lotta tra i partiti politici per cui non riesce a mandare avanti un

processo di riforma delle istituzioni tale da modificare l’assetto parlamentare della costituzione

italiana. Il PSI aveva quindi interesse a favorire riforma istituzionale del paese perché voleva

accrescere la sua posizione nel sistema politico italiano. Si tratta della prima di tante commissioni

(1992-1994 sotto il governo Amato; D’Alema-Berlusconi; tentativo di riforma istituzionale di

Berlusconi 2001). Ancora oggi si sta riflettendo sulla necessità di riforma istituzionale (idea di una

camera delle regioni).

In questi anni per la prima volta dal 1945, alla presidenza del consiglio salgono delle forze laiche,

non c’è più un presidente del consiglio della DC, già il presidente della Repubblica non era più della

DC con Sandro Pertini, figura che avrà una forte risonanza nella vita politica del paese, con Pertini si

comincia la personalizzazione della politica, processo che avviene già dal vertice in quanto Pertini

incarna un ruolo molto attivo, esorbitando quasi dal ruolo preciso del presidente della repubblica, per

cui la personalizzazione non è solo propria del sistema partitico ma di tutto il sistema politico italiano.

Egli interviene nello sciopero dei conduttori di volo, rimanda dei provvedimenti alle camere,

favorisce i governi del presidente. È una figura che “sfonda” lo schermo, che dialoga direttamente

con gli elettori, è lui a decidere di aprire le porte del quirinale alle visite da parte dei cittadini, il che

da un’idea di riavvicinamento.

Il passaggio dal 1981 al 1987: due presidenti del consiglio espressione dell’area laica della

maggioranza parlamentare. Prima c’è la figura di Spadolini, espressione del PRI, poi la figura di

Craxi. La nomina di Spadolini è dovuta essenzialmente alla sconfitta referenziale della DC,

relativamente all’aborto, nel 1981. La sconfitta indebolisce il mondo cattolico, già indebolito con il

referendum sul divorzio e comincia ad avvertire la progressiva secolarizzazione del paese, già

comincia dagli anni 60. Queste nomine di Spadolini e Craxi sono indicative del fatto che questi due

partiti politici maggiormente intercettano il parlamento, due figure che interpretano una stagione

nuova che ha le sua appendici sia dal punto di vista internazionale che interno.

1979: intervento russo in Afghanistan, forte rilancio dell’anticomunismo; anni in cui Reagan parla

dell’impero del male, rilanciando l’anticomunismo con una comunicazione che ricorda il confronto

duro degli anni 50. Questi sono gli anni in cui a Bin Laden vengono date le armi per fronteggiare

l’offensiva russa. Rilancio dell’anticomunismo si avverte anche in Italia: la presa di posizione

negativa di installazione dei missili in Italia, decisa da Cossiga, sembra allontanare di nuovo il PCI

dall’Area Atlantica. Tale presa di posizione risente del legame non risolto del PCI nei confronti di

Mosca: era rivolto che i missili erano rivolti contro l’URSS. C’è quindi un’interruzione del dialogo

tra PCI e DC che aveva rischiato di ridurre i ruolo dei partiti minori dell’area governativa, rilancia il

ruolo di questi partiti, in specie il PSI e PRI, nell’area di governo. Sono gli anni in cui la separazione

tra PCI e PSI si accentua. In un volume scritto da Gervasoni sulla “guerra delle sx mette in luce che

gli anni del craxismo porta a peggiorare il rapporto tra i due. Craxi vuole far giocare al PCI il ruolo

di egemone nelle sx.

Leaderizzazione della politica non è solo mettere la faccia sul manifesto. Craxi interpreta attivamente

il ruolo della presidenza del consiglio in tante sfaccettature e soprattutto in campo internazionale. C’è

tutta una polemica che egli fa nei confronti nel mondo comunista accusando il PCI dei rapporti con

l’URSS; sovvenziona l’attività di rappresentare un’altra voce rispetto a quella ufficiale della

Cecoslovacchia. Non solo c’è l’idea di contrapporre al comunismo una socialdemocrazia sulla base

della SPD tedesca, ma anche un concreto aiuto. Questo ovviamente porta a una delegittimazione del

PCI e nasce l’idea di una forza politica che si debba avviare sull’idea della socialdemocrazia.

Rapporto USA: anni delle tensioni con la Libia, anni dell’Achille Lauro, anni della Simonella, una

serie di avvenimenti che segnano, pure nella riaffermazione della stima tra Reagan e Craxi, ma sono

gli ani dell’affermazione del ruolo un po’ autonomo dell’Italia

Discorso di Craxi di politiche di aiuto da parte del ministro degli esteri nei confronti del mondo

africano, delle ex colonia, di aiutare e finanziarie organizzazioni politiche che assicurassero la solidità

degli stati.

Sono gli anni dell’AUE del 1986, passo in avanti verso il discorso di aggregazione dell’UE. A gestire

la politica estera italiana era la figura di De Michelis.

Sicuramente Craxi è uno degli ultimi leader che il paese conosce prima della figura di Tangentopoli.

È un leader anche dal punto di vista comunicativo (Moro non si capiva nulla quando parlava), Craxi

accentua la leaderizzazione della politica anche grazie all’utilizzo della TV e ci sono persone che

funzionano e persone che non funzionano e ciò fa la differenza tra leader e uomo che non è un leader.

Capacità di Craxi di comprendere alcuni passaggi e trasformazioni che sanno avvenendo nella società

italiana: farla a posteriori la politica tutti sono bravi.

Il partito che più interpreta i tempi nuovi, non sono i due grandi partiti di massa, GROSSI COLOSSI

DAI PIEDI DI ARGILLA, la DC e il PCI, ma il PSI che comprende le trasformazioni della società,

della necessità di un partito che debba avviarsi ad essere un partito più “leggero”, che elimini ad

esempio al figura del Comitato centrale.

Dal punto di vista interno sono anni in cui Craxi rilancia l’economia italiana, con i famosi discorsi

del “made in Italy”. Situazione favorita dal fatto che ancora si possono fare manovre di svalutazione

della lira e di indebitamento. Sono quini anche anni di crescita dell’economia italiana, anni in cui

sembra che il paese stia uscendo fuori dagli anni bui degli anni 70.

In realtà c’è poi tutto un rovescio della medaglia che coinvolge l’intero sistema politico italiano. Sono

gli anni in cui il ruolo della politica è sempre più invadente in tutta una serie di campi, non lo è nella

prima fase degli anni50, ma successivamente i partiti diventano sempre più invasivi in tanti settori,

in cui oltre ad avere la raccomandazione di un politico per tenere un posto, ma c’è anche la presenza

dei partiti politica negli industrie di stato. Soprattutto c’è in Italia un’economia in cui non c’è un

liberismo economico (con DG e Einaudi), ma partire degli anni 60 si assiste all’Italia come il “paese

più socialista dell’occidente”, perché c’è una figura dello stato nell’economia molto forte,

specialmente negli anni del centro sinistra. Si crea una rete all’interno del paese in cui c’è un indotto

che porta soldi alle casse dei partiti, partiti pensati con sezioni ramificati in tutti i quartieri e quindi

hanno una struttura che costa. L’invadenza dei partiti è quindi è sempre maggiore, si crea un clima di

corruzione politica che già emerge ne corso anni 70 (affari Lockheed con il socialdemocratico

Tanassi). Nel corso degli anni 80 il tema dell’affarismo si approfondisce sempre di più, c’è una

spartizione del potere economico che avviene per gruppi di attori politici.

Oggi sicuramente si ruba per le proprie tasche personali, non per il partito, mentre negli anni 80 la

cosa è un po’ mista: parte di questa rete clientelare e affaristica serve a mantenere in piedi la struttura

del partito, molto costosa. L’avvio dell’accordo CAF che doveva prevedere la nomina di un

presidenze della repubblica democristiano e di Craxi al consiglio: spartizione del ruolo degli attori

politici all’interno del paese che è la superficie di una spartizione della vita politica all’intero nel

paese sempre più accentuata. Gli anni del “manuale Cencelli”; gli anni della lottizzazione della Rai

arriva a livelli enormi; anni in cui i giornalisti fanno carriera grazie alla politica. Si avvia un clima di

corruzione sempre maggiore all’interno del paese, che non si è arrestato successivamente, e da la cifra

di come è considerata l’Italia all’estero.

A partire dal 1994 scompaiono tutti i partiti del PENTAPARTITO, il cui blocco si dissolve, proprio

perché era quel blocco maggiormente responsabile di tutta la politica di corruzione fatta e favorita

all’interno del paese. Una situazione, proprio sotto gli anni di Craxi, in cui maggiore sembra il periodo

della ripresa economica e politica del paese, in cui sembra impossibile uscire dalla secca di un sistema

politico bloccato nel paese, sono gli anni in cui si approfondisce maggiormente il “cancro” della

corruzione all’interno del paese, delle tangenti che si sviluppano, anni in cui maggiore è la corruzione

nel sistema stesso.

Cosa fanno i due partiti di massa? Essi non riescono a cogliere i mutamenti del paese.

PCI: si allontana dall’area governativa con la scelta del 1979 che dà l’impressione del cordone non

rotto con Mosca. Negli anni 8° rivive un periodo di antagonismo con il PSI, di sostanziale isolamento

che deve fare anche i conti con la morte, nel 1894, di Berlinguer, un patito bloccato nella sua posizione

politica. Perché è importante la solidarietà nazionale? Essa avrebbe permesso l’ulteriore allargamento

dell’area governativa anche al PCI e con la rottura della solidarietà è ormai fallito, anche perché gli

americani si sarebbero sempre opposti all’ingresso del PCI al governo. Il PCI si trova quindi bloccato

in una fase in cui sempre più c’è una riproposizione degli ideali del comunismo che è ormai evidente

essere in crisi. La prova di forza che non riesce in Afghanistan da un ulteriore elemento di crisi di un

paese colosso che non riesce a domare un paese come l’Afghanistan. Nel 1986 c’è l’esplosione di

Cernobyl: da l’idea di un invecchiamento tecnologico, di un’obsolescenza della tecnologia sovietica,

di un paese che non riesce nemmeno a controllare le centrali nucleari. Anzi la vicenda viene tenuta

nascosta ma agli occhi del mondo questa vicenda rappresenta il ritardo tecnologico dell’URSS

rispetto al contesto internazionale di quegli anni. Proprio sul dato tecnologico gli americani spingono

la competizione nei confronti dell’URSS, il discorso del famoso “scudo stellare”, ripreso poi da Bush

jr, mai realizzato ma che dava l’idea di uno scudo ce avrebbe reso invulnerabile gli USA a qualunque

attacco sovietico. L’ago di quel principio di deterrenza reciproca, cominciava così a pendere a favore

della bilancia USA. I russi non riescono a stare dietro la sfida di carattere tecnologico. Questo crea

problemi all’intero degli stessi partiti comunisti e anche all’interno del PCI che non percepisce la

trasformazione italiana in cui non c’è solo il vecchio proprietario della fabbriche e operaio, ma ci

sono altre figure, come i lavoratori del terziario, che il PCI non intercetta perché è ancora legato a

rivendicazioni sindacali e sindacaliste. Berlinguer parla ancora della possibilità del crollo del sistema

capitalistico e del trionfo dell’economia socialista.

DC: altro colosso dal piede d’argilla che non riesce a cogliere le profonde trasformazioni del paese.

Anche la DC affronta la nascita di una sorta di COLLATERALISMO CATTOLICO che si comincia

a distaccare dalla DC. Non è più la DC ad incarnare il pensiero cattolico, non siamo pià ai livelli di

una figura come quella di DG che è cattolico convinto, ma le trasformazioni subite dal partito, portate

avanti soprattutto da Fanfani, il coinvolgimento della DC nell’affarismo italiano, fa si che si realizzi

il distacco del mondo cattolico dal DC. La società non segue più la battaglia ideologica di

riaffermazione dei valori ideologici della società (vedi fallimento divorzio e aborto), ma soprattutto

c’è la distanza del mondo cattolico da personale politico invischiato sempre più nel mondo di

affarismo e corruzione. Questi sono gli anni dello sviluppo di Comunione e Liberazione, movimento

che oltre ad avere una forza di carattere religioso, ha anche forza politica (Casini viene da CL). Anche

nella DC il fenomeno contemporaneo di leaderizzazione del partito, ma professionalizzazione della

politica, e depoliticizzazione della società italiana, fa si che l’adesione al partito non sia dettata da

carattere di adesione a ideali religiosi, ma spesso da opportunismo. Sono gli anni in cui una figura di

primo piano, la più critica nei confronti di Craxi, è quella di De Mita, anche egli investito da questioni

di Tangentopoli. De Mita cerca di ricompattare la DC, cerca di depotenziare la figura di Craxi, uscito

di scena del 1987, si era nuovamente consolidata la figura del presidente del consiglio DC. De Mita

si trova in una fase in cui è sia presidente sia segretario: nel congresso del febbraio 1989 gli viene

tolta la carica di segretario e a lui segue Forlani, che aveva un modo di parlare alquanto complesso.

Tuttavia il sistema politico italiano regge, non c’è ancora una crisi elettorale, ma fino al 1990, ancora

su un tema molto scottante di adesione alla guerra del Golfo per liberare il Kuwait, sostanzialmente

è un sistema politico che regge. Anzi no sembra nemmeno subire gli stravolgimenti a seguito della

caduta dell’URSS nell’autunno del 1989. Ci sono grandi masse di popolazioni che cominciano a

spostarsi, una serie di rivolte che nessuno riesce a fermare, soprattutto perché non arrivano ordini da

Mosca perché Gorbaciov non interviene. Il crollo del 1989 non è solo il crollo di un paese, ma di un

vero e proprio impero militare, eco, politico e tecnologico ma anche un crollo umano. Il riflesso

maggiore lo ha nel paese in cui c’è il più forte partito comunista: ripercussione che non parte dal 1989

ma da ‘idea di una discrasia temporale tra il crollo del comunismo e gli avvenimenti del sistema

politico italiano.

Crollo del sistema della prima repubblica (termine soprattutto di carattere pubblicistico e

giornalistico) se ne parla in maniera impropria: crolla un sistema politico ma non c’è nessuna riforma

istituzionale, a differenza del passaggio tra la IV e la V repubblica. L’implosione della prima

repubblica è dovuta ad una serie di fattori.

- CROLLO COMUNISMO

- EUROPA

- INDAGINE MAGISTRATI

- SUCCESSO LEGA NORD

- REFERENDUM 1993

1) coinvolto nel crollo dell’URSS che ha una sorte politica analoga ai paesi del blocco orientale in

cui il sistema politico si dissolve. Questa la dice lunga su quanto l’Italia fosse stato il paese in cui

maggiore è stata l’influenza del sistema internazionale, maggiore l’influenza degli scontri degli anni

70. A partire dagli anni 70, mentre da noi il PCI ottiene i maggiori consensi, in Francia il PSF viene

risucchiato dal partito socialista e dalla figura di Mitterand; anche in Portogallo fallisce il tentativo di

prendere il potere; anche in Spagna il partito comunista ha inizialmente importanza nella transizione

dal franchismo al post ma poi scompare. L’unico partito che alla vigilia del crollo comunista ha ancora

il 28% dei voti è quello italiano il che dà l’idea di quanto questa fosse stato condizionato dal punto di

vista internazionale.

La bandiera dell’anticomunismo ha sempre portato voti alla DC, non è vero che si esaurisce alla fine

del 1989. Anche alla campagna elettorale del 2001 rilancia il tema del comunismo-anti comunismo.

Dal 1946-47 in poi la DC si era appoggiata su questo baluardo. Quando crolla il comunismo e quindi

viene meno la conventio ad excludendum e quindi il legame tra il PCI con Mosca, l’anticomunismo

non può più essere l’unica carta su cui si deve poggiare la DC. La conventio non c’è più, il nemico

comunista si sta dissolvendo, la storiografia internazionale aveva parlato di “unilateralismo

americano”.

1) Emergere della Lega. Negli anni 50 già si era sviluppato il MARI, un movimento indipendentista

del Piemonte così come ne erano altre in Veneto e in Lombardia che tuttavia non avevano mai avuto

tanta rilevanza. Tra la fine degli anni 80 e inizio 90 le leghe cominciano a crescere nel Nord Italia e i

suoi voti erano quelli che prima andavano alla DC perché viene meno il rapporto con il mondo della

chiesa, perché viene meno la carta dell’anticomunismo quindi c’è una fuoriuscita di voti della DC

verso i movimenti della Lega Nord. Si tratta di movimenti di carattere localistici ma rivendicativi per

maggiore tutela degli interessi settentrionali.

2) Inchieste magistratura tra il 1992 e il 1994. Fino al 1992 il sistema politico in realtà tiene, anche

alle elezioni del 1992 il sistema tiene ancora e in quella fase viene eletto Scalfaro alla presidenza della

Repubblica. Successivamente sull’onda delle inchieste magistratura si dissolve il sistema politico

della prima repubblica: tutti i leader ma anche gli amministratori locali dei partiti del penta, vengono

coinvolti nelle inchieste giudiziarie. Tutto parte intorno al caso di Mario Chiesa e si capisce che il

sistema economico non ce la faceva più e che è venuta meno anche la copertura politica. Da quel

momento la magistratura ha svolto un ruolo esorbitante dalle sue funzioni, un ruolo anche di carattere

politico e in quel momento in particolare svolge un ruolo giudiziale che porta a termine quel sistema

tangentizio e affarizio, cominciato già ad emergere dagli anni 70. È proprio i clima del paese che

cambia, in cui c’era un euforia per cui potesse essere sia abbattuto un sistema in cui si avvertiva il

bisogno di cambiamento, potesse avviarsi verso un risanamento economico, polito e morale. Il Pool

di Milano ha avuto un supporto molto forte da parte dell’opinione pubblica nazionale che sostiene

fortemente l’azione dei magistrati sia tramite la TV sia nelle piazze. Fino al 1994 si avverte la volontà

dell’opinione pubblica di trasformare il paese, ci si rende conto che il sistema politico così non può

più andare avanti, vengono meno partiti storici come il PSI e il PRI. Il PSI che negli anni 80 aveva

rappresentato la novità all’interno del cambio socialista, la volontà di accelerare sul cambio della

socialdemocrazia, viene meno. Gli elettori cominciano a giudicare i partiti sulla base dell’ONESTA

’, di essere coinvolti negli scandali: i due partiti che si salvano sono il PCI e il MSI. Erano due partiti

che non avevano partecipato, tranne per poco il PCI, alla vita governativa, prima di tutto il MSI che

non partecipava nemmeno alle giunte amministrative. Il MSI viene considerato un partito onesto e il

PCI si salva dallo scandalo di Tangentopoli, e in più c’è la Lega, un movimento nuovo e quindi anche

visto come partito degli onesti. Tutti i vertici dei partiti del penta vengono invece coinvolti negli

scandali. Si parla di DECAPITAZIONE di una classe politica che, nonostante questo clima di

corruzione, aveva comunque una preparazione politica, aveva un certo spessore e veniva dalle

esperienze delle scuole di partito, erano dei “professionisti della politica” (sia in maniera positiva che

negativa). Questo sistema, scardinato, lascia il vuoto, non subito nel 1994 ma più avanti. Sicuramente

esplode il tema anti-partitocratico, ma anche anti-parlamentare, un tema sempre “caro” all’Italia (crisi

fine secolo, radioso maggio, fascismo) e in questa fase il rifiuto ei professionisti della politica, della

loro invadenza in tutti i campi della guida del paese, esplode. Il sistema era talmente fragile che

l’opinione pubblica nazionale si scaglia contro la politica. Altro errore di sottovalutazione del

fenomeno Berlusconi: egli scende in campo sollevando la bandiera dell’ANTI-PARTITOCRAZIA.

In prima di tutto è un movimento non un partito, si chiama Forza Italia, il colore è il blu che riprende

quello della nazionale , tutto un pacchetto studiato dal marketing. Berlusconi si presenta come un

industriale che veniva dal basso, come un uomo che si è fatto da solo che ha costruito un impero con

le sue forze, che in quella fase non era ancora stato inquisito dalla magistratura (almeno dal 1992 al

1994). Si presenta quindi come l’ANTIPOLITICA per eccellenza e l’accordo elettorale lo fa nel 1994

con la Lega Nord (nord) e con AN (sud), ossia con quei partiti che si presentavano come partiti

PULITI e il consenso che ottiene lo ottiene proprio su questo. La sx non è stata in grado di esprimere

un leader all’altezza di Berlusconi, uomo che rappresenta un modello vincente, rappresenta il modello

della democrazia che sfrutta e non solo dal punto di vista mediatico. Si avvale poi delle sua capacità

di stratega che danno l’idea di un figura che ha condizionato gli ultimi 20 anni della vita politica

italiana anche perché nel 1996 vince la sx ma solo perché nel 1994 c’è stato il “ribaltone”, ossia la

rottura dell’alleanza con la Lega. La vittoria di FI nel 1994 è dovuta al fatto che si presenta come un

movimento anti-partitico. Già una persona aveva preceduto Berlusconi, ossia ACHILLE LAURO,

presidente del Napoli calcio, fondatore della prima televisione privata napoletana, è un industriale

(l’unica industria a livello internazionale fino agli anni 80 dell’Italia meridionale, è la FLOTTA

LAURO), una figura vitalistica che non c’entra nulla per la politica. Anche lui interpreta

l’antipartitismo solo che la interpreta nel momento in cui non è possibile cambiare il sistema.

Berlusconi si è invece trovato al momento giusto perché aveva capito che era il momento opportuno.

3) FIGURA DI COSSIGA: egli ha un ruolo determinante, per 5 anni è un presidente della Rep molto

distante dall’interventismo di Pertini, molto NOTARILE. Tra il 1991 e il 1992 comincia ad incarnare

e ad intercettare la voglia di trasformazione del sistema politico del paese e lo fa in maniera che

esorbita dalle competenze del presidente. Nel 1991 nel discorso in un’università americana parla della

necessità di riforme istituzionali all’interno del paese. “Uscire dalle pastoie della partitocrazia” dice

successivamente in un intervento alle camere, criticando il sistema e la degenerazione partitocratica.

Il partito che sostiene Cossiga è il MSI ma anche la figura di Fini, il MSI dà la sponda alla polemica

del presidente della repubblica contro la degenerazione del sistema partitocratico. Anche quando

Cossiga esce di scena, a lungo sia Fini, sia Berlusconi hanno visto in Cossiga la possibilità di trovare

un De Gaulle italiano a mettere a capo del partito, a capeggiare un Rassemblement di dx. Cossiga

entra addirittura in contrasto con il CSM. Cossiga voleva guidare lui il progetto di trasformazione del

sistema politico del paese guidando la magistratura, quindi il contrasto sta proprio sul tema della

rivendicazione dell’autonomia da parte della magistratura. Ci fu infatti il famoso sciopero dei

magistrati a cui rispose il MSI che organizzò una manifestazione a sostegno di Cossiga davanti ai

maggiori tribunali italiani. Un contrasto così forte tra il CSM e Cossiga destò un po’ di scalpore. In

questa prova di forza è però la magistratura che ha la meglio, che riesce a guidare il processo di

rinnovamento del paese.

4) Leggi 1991 sulla preferenza unica e 1993 sul maggioritario: gli altri due elementi che scardinano

la prima repubblica. 1991: riforma proposta da Antonio Segni. Questo referendum sull’abolizione

delle tre preferenze per scardinare un sistema di LOTTIZZAZIONE del sistema politico. Mentre tutta

la classe politica, Craci e De Mita, invitano il popolo ad andare al mare e a disertare il popolo, alla

fine il referendum passa. L’opinione pubblica vota a favore dello scrutinio unico di lista che è l’inizio

di quello scardinamento della lottizzazione del potere politico del pentapartito con cui l’opinione

pubblica non è più in sintonia. Si comincia a delineare una frattura nel sistema politico.

Lez 04/12/2014

L’approvazione della legge elettorale maggioritaria del 1993 dà la scossa definitiva al

sistema e lo si vede già dalle amministrative del 1993 e soprattutto a Roma e a Napoli.

A Roma la lista della Dc non arriva nemmeno al ballottaggio perché in realtà la legge

maggioritaria fa venire meno quella democrazia bloccata sulla quale si era retto il

potere della Dc, perché con l’applicazione del maggioritario non funziona più il gioco

della coalizione al centro che allarga l’area della governabilità agli altri partiti. Il

proporzionale è quello che maggiormente raffigura la realtà politica così com’è; il

maggioritario, rispetto al proporzionale tende a ridurre la complessità del consenso

elettorale reale favorendo i partiti maggiori, che hanno più consistenza. Ma la Dc, in

un sistema che va verso una contrapposizione tra destra e sinistra come quello italiano

negli anni ’90, deve mettere in discussione la sua anima. La Dc, che da Fanfani in poi

viene guidata dalla sinistra del partito, si trova con un corpo elettorale moderato,

chiaramente anticomunista (e la vittoria di Berlusconi ne sarà prova) e dei vertici

spostati a sinistra. Il partito deve quindi decidere da che parte schierarsi, perché

mantenere la stessa posizione mediana l’avrebbe condannato all’irrilevanza. La

soluzione tentata da Martinazzoli, dopo la fine della parabola di Forlani per via di

Tangentopoli, di rilanciare la democrazia cristiana come PPI (riportando alla memoria

l’immagine di Sturzo) non funziona: non solo per la questione della Magistratura, ma

perché non si sa che ruolo dare alla Dc, in un contesto bipolare, dove si stanno

formando forze di destra come la Lega al Nord o l’Msi, che dal 1995 diventa An, che

attraggono l’elettorato anticomunista. La Democrazia Cristiana non può e non vuole

prendere una posizione dall’una o dall’altra parte perché e non lo farà nemmeno col

PPI di Martinazzoli. La DC è un partito che funziona in un sistema di democrazia

bloccata, dove c’è un vincolo internazionale e la necessità di una diga anticomunista.

Nel momento in cui tutto cade, la Dc non sa dove andare. E la fine è la dissoluzione

del partito, alla formazione di una serie di partiti a latere della Dc (Buttiglione, Ccd,

Popolari per la riforma con Segni).

Forza Italia, tra il 1994-96, sarà conseguenza del fatto che alcuni esponenti della prima

repubblica non saranno in grado di intercettare quel rassemblement di destra che pone

le condizioni per una forza di centro destra che si contrapponga alla sinistra. Berlusconi

si appoggia a quel corpo elettorato, quel blocco moderato sommerso che è fortemente

anticomunista che il cavaliere sa essere nel paese e che riesce a strappare alla Dc.

Quando si sfalda la Dc, buona parte dell’elettorato democristiano va in gran parte a

destra, altrimenti sarebbe inspiegabile la vittoria di Forza Italia, Lega Nord e Alleanza

Nazionale.

Il motivo per cui Berlusconi riesce a sdoganare il passato del MSI e rilanciare Fini

come leader credibile a livello nazionale è che Berlusconi non è mai stato legato

(escluse infelici battute degli ultimi anni) con il fascismo e la sua ideologia. Berlusconi

riesce a intercettare il mondo elettorale in libera uscita dalla DC, che colpita da indagini

non è più in grado di rappresentare interessi e giocare il ruolo di partito pivot del

sistema in funzione anticomunista.

Pur con il crollo dell’URSS, infatti, il PCI non è finito, tutt’altro: con il discorso della

Bolognina (1989) Occhetto rilancia il partito sotto il nuovo nome: Partito Democratico

della Sinistra (1991). Con svolta della Bolognina (o semplicemente “svolta" o, più

comunemente, "Bolognina") si indica quel processo politico che dal 12 novembre

1989, giorno dell’annuncio della svolta, a Bologna, al quartiere Navile (ex Bolognina),

porterà il 3 febbraio 1991 allo scioglimento del Partito Comunista Italiano. La

transizione da Partito Comunista a Partito Democratico della Sinistra è troppo rapida

per l’elettorato così come lo fu quello da MSI a Alleanza Nazionale, alla quale i

comunisti sono costretti dalla dirigenza. L’elettorato del PdS e del MSI-Alleanza

Nazionale, in realtà, nel 1994 non è diventato improvvisamente democratico, persiste

un’eredità culturale fortemente radicato, cosa che accade anche nel Pd oggigiorno, in

cui si rilegge il passato.

Si inaugura una “seconda Repubblica” ma non è completata la transizione

dell’elettorato nel 1994 (diviene completa nel 1996). Un conto è la volontà dei partiti

di cambiare, l’altro è la reazione dell’elettorato. L’elettorato e in alcuni modi i vertici

di Forza Italia sono formati nell’ossatura dalla parte laica del pentapartito, che voleva

un terzo partito, una terza forza, già caldeggiata durante il centrismo.

Il tradimento più grande che Berlusconi fa all’elettorato italiano è di non aver portato

una rivoluzione liberale. Del liberismo americano in Italia abbiamo importato gli

aspetti deteriori (consumismo) ma non quelli positivi (competizione e responsabilità).

Il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica si ha più nel 1996 che nel 1994 perché

nel 1996 non solo si completano quelle modifiche dei regolamenti parlamentari iniziate

nel 1994 ma anche perché il governo Berlusconi cade, non solo per i dissapori tra Fi e

Lega Nord, ma soprattutto Scalfaro gioca per far cadere il governo del cavaliere e dal

Dicembre 1994 alle elezioni del 1996 c’è il governo Dini e sarà solo nel 1996 che si

definirà ulteriormente la contrapposizione dei due blocchi, con l’emergere dell’Ulivo

di Prodi e si stabilizza l’assetto bipolare italiano che dal momento della fondazione

dell’Italia non c’è mai stato.

La vittoria di Berlusconi nel 1994 è una vittoria schiacciante, sorprendente, incentrata

sulla rivoluzione liberale ma anche sulla diga anticomunista che fa fallire il PdS di

Occhetto.

La vittoria cambia alcune usanze del sistema politico: all’interno del sistema

consociativo della prima Repubblica era usanza nominare presidente della Camera

esponenti dell’opposizione (vedi Nilde Iotti alla Camera), mentre Berlusconi applica

lo Spoils system statunitense e nomina Pivetti alla Camera e Scognamiglio al Senato,

entrambi della sua parte politica.

La politica si fa in maniera diversa: non solo a livello di linguaggio, con Berlusconi

che lascia il politichese, ma anche a livello di presentazione dell’immagine sulla quale

gioca il cavaliere, come il self-made man o il fatto di non essere invischiato con la

politica della prima Repubblica (cosa non vera che afferma per ottenere voti).

La vittoria di Berlusconi è in gran parte dovuta alle sue capacità comunicative, avanti

anni luce rispetto agli avversari, perché si riesce a presentare come l’italiano-medio e

gioca sulle tematiche che toccano il popolo (la tassazione, meno invadenza della

politica nella vita sociale ecc. di stampo, come afferma Orsina, qualunquista).

Il 1996 è quindi il punto di svolta. In questo anno Berlusconi commette il grande errore

politico di rompere con la Lega (che ha paura di essere svuotata dei propri voti al nord)

e Prodi, che pure commette l’errore di lasciare l’Ulivo come grande contenitore di


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher frazor_1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Guido Carli - Luiss o del prof Ungari Andrea.

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