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Il Risorgimento italiano

Influenza della rivoluzione francese

Il Risorgimento italiano, come tutti i moti che si svilupparono nel 1800, ha risentito in maniera evidente del processo rivoluzionario in Francia. Malgrado sia innegabile che ci fossero state anche in precedenza riflessioni circa la necessità dell’unificazione in Italia, la Rivoluzione Francese ha inferto un duro colpo al sistema dell’ancien regime e ha favorito il risorgere dei sentimenti nazionali.

La Rivoluzione Francese ha gettato le basi per la creazione dei partiti di massa. I circoli giacobini non erano ramificati o sezionati come gli attuali partiti di massa, ma utilizzavano la stampa per la diffusione delle loro ideologie. I circoli erano diffusi in tutti i paesi che sentivano le influenze della rivoluzione ed erano legati alla borghesia e all’aristocrazia, con l’eccezione dell’Italia cui circoli includevano anche i ceti più bassi.

Impatto della dominazione francese

In Italia, la dominazione francese introdusse degli elementi che avrebbero inciso profondamente sul futuro assetto statuale italiano. Dal punto di vista dottrinario, venne affermata l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e vennero varate una serie di riforme nel campo giudiziario ed amministrativo che andavano a riaffermare tale principio. Vennero create strutture intermedie consultive tra l’assolutismo e i cittadini, conducendo così ad un graduale scardinamento del potere centrale.

Si afferma un nuovo modello statuale caratterizzato da:

  • Utilizzo degli intendenti (prefetti italiani)
  • Riaffermazione del potere centrale
  • Abolizione del feudalesimo ed eliminazione dei molteplici poteri delle passate monarchie (fine privilegi clero e aristocrazia)

Con la Restaurazione si vengono a formare le cosiddette monarchie amministrative, cui non modificano le riforme introdotte durante il periodo napoleonico ma tentano semplicemente di restaurare i precedenti personaggi, i nobili.

La Carboneria e la Giovine Italia

L’ammodernamento delle monarchie esclude la divisione del potere reale con il ceto di borghesi e con l’aristocrazia convertita agli ideali liberali. Le monarchie, quindi, si rifiutarono di aprire un dialogo in materia politico-istituzionale. La borghesia domandava una più ampia condivisione del potere politico e ulteriori riforme burocratiche-amministrative che potessero assecondare lo sviluppo civile dei singoli stati. Il contrasto tra dinastie regnanti, volte a mantenere lo status quo, e le domande di maggiore riformismo provenienti dal basso, furono alla base dei moti del 1820-21 e del 1830-31, i quali, diffusi su scala europea, impegnarono severamente le case regnanti italiane.

Sono moti portati avanti soprattutto dalla Carboneria, la quale non riuscì a trasmettere il suo carattere rivoluzionario a causa della scarsa partecipazione del popolo italiano e del grave tasso di analfabetismo presente nella penisola. Essa non riuscì a scardinare il potere delle monarchie, molto forti da punto di vista militare. Il fallimento dei moti porta ad un esaurimento della Carboneria che coincide con la formazione della Giovine Italia di Mazzini (1831) e al sorgere di un dibattito politico/letterario circa l’unità italiana, sia fisica che identitaria.

La Giovine Italia non riuscì nell’intento unificatore, ma proponeva l’idea della necessità di unificazione. Infatti, il suo programma per raggiungere l’unità si basava su tre punti:

  • Processo unificatore derivante da forze interne
  • Necessaria creazione di una repubblica
  • Esclusione della Chiesa (la massoneria intendeva sostituirsi al cattolicesimo per diventare la religione civile italiana)

Questi tre punti non furono mai realizzati poiché la popolazione era assente dalle politiche dei vertici, il paese era costituito solo da monarchie e il cristianesimo aveva un forte radicamento tra i cittadini, i cui codici e valori erano esclusivamente dettati dalla Chiesa.

Il dibattito sull'unità italiana

Il dibattito sull’unità si strutturò su tre piani:

  1. Piano economico: Abolizione dei dazi per il passaggio da una monarchia all’altra, possibilità di realizzare ferrovie in comune, condivisione di più settori economici fra regni.
  2. Piano politico: Prospettiva neoguelfa, Vincenzo Gioberti/D’Azeglio: l’unità si sarebbe raggiunta solo con l’ausilio del papato e si pensava ad un’unità confederale, in cui Roma sarebbe stata la capitale morale e religiosa e Torino la capitale politica (si pensava alla confederazione perché le differenze tra gli stati erano molto forti); Cesare Balzo, prospettiva neoghibellina: unificazione possibile solo attraverso la monarchia sabauda, dove l’esistito sarebbe stato o una confederazione, o una repubblica o un'unione integrale della penisola.

Queste idee e progetti costituirono la base programmatica e politica del nascente del partito moderato, nel quale si riconosceva la borghesia moderata e parte della nobiltà.

Il contesto europeo e le rivoluzioni del 1848

Il Risorgimento italiano si inserisce nel contesto europeo e il 1848 è un momento di rivoluzioni che colpiscono tutte le capitali del continente. La borghesia chiede l’emanazione di Carte ai fini di limitare il potere dei vertici istituzionali e organizzare l’apparato statale. In Italia, Carlo Alberto era restio a tali concessioni, ma tra il 7-8 febbraio 1849 concesse lo Statuto Albertino grazie alle spinte della classe dirigente (i Balbo e i D’Azeglio).

La prima fase della guerra contro l’impero asburgico fu la fase monarchica, a seguito della quale si formarono tre repubbliche (Roma, Venezia, Firenze) con la quale si apre la fase repubblicana che fallisce per diversi motivi. Il regno di Sardegna è l’unico a non ritirare lo statuto, assecondando il processo di indipendenza ed unificazione. Lo Stato di Savoia teneva fede ai principi liberali e si adeguava alla modernizzazione.

Lezioni successive e la monarchia post-unitaria

La destabilizzazione delle corti europee sotto l’urto degli impeti rivoluzionari e la conversione, vera o presunta, dei sovrani italiani agli ideali liberali, accelerò il processo politico che avrebbe portato alla nascita di una coalizione di Stati, e alla susseguente prima guerra di indipendenza del Risorgimento. (1848-49)

Dopo il fallimento della prima guerra d’indipendenza, il regno di Sardegna fu l’unico a seguire il percorso intrapreso con l’istituzione dello Statuto Albertino, restando fedele agli ideali liberali. Si separò così il destino del Regno di Sardegna rispetto agli altri stati pre-unitari. Optò per la scelta vincente, cioè per l’accettazione di una monarchia costituzionale/parlamentare. Questa risultò una mossa vincente della classe dirigente piemontese.

Cammarano afferma che anche nella costituzionale Inghilterra, il rapporto tra corona e classe politica era tutt’altro che lineare: la regina Vittoria influiva sulla politica, preferendo sempre i conservatori ai liberali. L’accettazione della monarchia costituzionale da una legittimazione ideologica rispetto agli altri stati italici.

Importante ricordare che la monarchia non perde poteri su argomenti fondamentali, anche nel corso della storia, come: politica estera e forze armate.

La prima fase termina nel 1849, con l’armistizio di Salasco. Con il fallimento della prima guerra di indipendenza, a Carlo Alberto, che abdica, succede Vittorio Emanuele II. Dopo la firma dell’armistizio si continua a tener fede allo Statuto anche se si viene a creare una maggioranza non più liberale ma piuttosto liberal-democratica. Il proclama di Moncalieri (1849) è la prima manifestazione dell’intervento di Vittorio Emanuele II sul parlamento.

Per mezzo di esso, egli “minaccia” il parlamento stabilendo che, che nel caso in cui l’assemblea non si fosse schiarata su linee moderate, avrebbe sospeso lo Statuto. Dunque esisteva una Carta in grado di limitare i poteri del sovrano, ma allo stesso tempo egli non permette al parlamento di avere piena libertà. Non tollerava infatti che il parlamento trascinasse il Regno di Sardegna alla guerra. Alle elezioni del 1849 si affermò una maggioranza moderata, dunque il proclama di Moncalieri sortì l’effetto desiderato.

Legge Siccardi e le correnti politiche

Altro passaggio decisivo è la legge Siccardi del 1850 che abolì il foro ecclesiastico in Piemonte, segnando una frattura tra la monarchia e la Chiesa. Frattura che culminerà con il ridimensionamento della destra conservatrice e reazionaria, la cui base era proprio il Regno sabaudo. Il percorso non è stato lineare, il re era tirato da una parte dalle forze ecclesiastiche e dall’altra dalla classe dirigente liberale.

Dal 1848 e dagli anni successive si possono delineare delle correnti di natura politica:

  • Una destra reazionaria (Clemente Solaro Della Margherita) che perde potere
  • Un destra meno reazionaria che si avvicina poi a Cavour
  • Un centro liberale cavouriano che nel 1852 si unisce al centro-sinistra di Rattazzi, di estrazione piemontese

Si tratta del famoso connubio, ossia convergere più ali politiche verso posizioni centrale. Questo connubio non ha lo stesso scopo del trasformismo: ha una valenza molto più dinamica, poiché porta al compimento dell’unità del paese. Gli sforzi che questi politici fanno sono infatti volti alla liberazione e all’unità del paese. Nel frattempo, Cavour cerca di evidenziare come la monarchia sia affidabile e cerca di far uscire dall’anonimato il Regno di Sardegna, affinché rafforzi il cammino liberale.

Infatti, nel 1855 la classe dirigente convince il re a partecipare alla guerra in Crimea che conduce il Piemonte alla conferenza di Parigi, dove vengono posti problemi come l’instabilità politico-sociale italiana e le continue sommosse presenti nel territorio, che preoccupavano l’Europa. Questo quadro rappresentava un pericolo per il concerto europeo, poiché poteva minacciare il suo status quo e venne descritto come causato dalla presenza dell’impero asburgico, contrariamente all’impero sabaudo che fu presentato invece stabile.

Accordi di Plombières e conflitti successivi

Cavour stipulò gli accordi segreti di Plombières nel 1858, con i quali il Regno di Sardegna cedeva Nizza e Savoia alla Francia in cambio della sua partecipazione alla guerra contro l’Impero Asburgico, solo qualora il Regno Sabaudo fosse stato attaccato. Il Regno di Sardegna aveva come obiettivo di allargarsi verso il Lombardo-Veneto, in vista della creazione di una confederazione degli stati italiani, non c’era ancora l’idea di unire l’Italia. Invece, la Francia accetta così da voler sostituire la propria influenza a quella dell’Impero Asburgico sulla penisola.

Nel 1859 scoppiò la seconda guerra d’indipendenza, dove i piemontesi e gli alleati francesi batterono gli Asburgo. Il progetto prevedeva un allargamento del regno di Savoia con l’annessione del Lombardo-Veneto. La guerra si conclude con l’armistizio di Villafranca, nascosto a Cavour che si dimise. Il Regno di Sardegna ottiene solo la Lombardia e non il Veneto.

Successivamente, Cavour dà sostegno, anche di carattere finanziario, alla spedizione garibaldina che si avvia anche grazie all’appoggio dell’Inghilterra cui opera per limitare il potere di francese. Garibaldi arriva sul continente e riesce a sconfiggere l’esercito del Regno due Sicilie, il più potente degli stati italici. La sconfitta dell’esercito borbonico e di quello pontificio con la battaglia di Castelfidardo, porta all’unificazione del paese che viene raggiunta nonostante i rapporti problematici tra Vittorio Emanuele II e Cavour. Tali complicate relazioni erano sorte perché Cavour aveva cercato di modificare una parte importante dello statuto.

Statuto Albertino e monarchia post-unitaria

Lo statuto prevedeva un cancelliere di nomina regia che non aveva un rapporto di fiducia con le camere. Questo rapporto viene riaffermato nel 1855 grazie a Cavour, dunque si giunge ad un costituzionalismo parlamentare andando a limitare ulteriormente i poteri regi. Il rapporto tra monarchia e classe dirigente diverrà ancora più complesso con il fascismo.

Molto spesso gli autori hanno sostenuto il carattere parlamentare dello statuto albertino. In realtà, la storiografia successiva, ha messo in evidenza che è difficile parlare di un regime costituzionale perché, l’art 5 dello statuto albertino, dà al sovrano potere in due settori molto importanti: delineazione politica estera e controllo forze armate. L’art 5 costituisce una vera e propria riserva di legge: il parlamento non può intervenire su questi settori di controllo regio.

Il controllo sulle forze armate è vero e reale perché vi è identificazione tra esercito e monarchia, sia per il carattere militaresco del regno sabaudo sia la funzione esercitata dai militari: controllare il sociale per ribadire la solidità dell’istituzione monarchica. Inoltre i generali fanno parte della corte e del partito di corte, spesso appartengono a casate nobiliari. I vertici delle forze armate sono aristocratici. L’esercito costituisce poi una forma di crescita e acculturazione: è sotto esso che ci si istruisce e che ci si avvicina agli ideali liberali. Si tratta di un controllo al quale il re non abdicherà mai, tutti i ministri della difesa fino all’età giolittiana (1907) saranno militari o di gradimento regio.

Il sovrano non intaccherà mai la forza delle forze armate: è sull’esercito che si basa la monarchia. Infatti, nel caso in cui il sistema crolli, sarà l’esercito a ribadire l’importanza dell’istituzione regia, attraverso la forza. Neanche Mussolini riuscì a fascistizzare l’esercito.

Altro ambito di prerogativa regia era la politica estera: i diplomatici avevano origini savoiarde e aristocratiche, casta di nomina regia, strettamente fedele alla monarchia; il sovrano inoltre conduce una politica estera parallela al governo. La politica estera in questo periodo è fatta quasi esclusivamente dalle teste coronate ed è appannaggio delle case regnanti perché serve ad ampliare il territorio regio e il prestigio della corona. Per le colonie non bisognava portare la discussione neppure in Parlamento. Decideva il re.

Il decennio post-unitario (1861 - 1871)

Il decennio post-unitario sarà caratterizzato da due assetti: consolidamento dello stato unitario e completamento dell’unità. Restano esclusi infatti l’area romana e il Veneto.

Consolidamento dello stato: lo stato che si viene a realizzare è uno stato molto composito, differenziato al suo interno. Si deve costruire uno stato ex novo che deve sobbarcarsi le spese che la dinastia sabauda aveva dovuto sostenere per fronteggiare il processo risorgimentale e per creare nuovi investimenti. Lo Stato è debitore soprattutto nei confronti della Francia, della Germania e dell’Inghilterra. Quindi si creano problemi sul lato fiscale e su come creare un’uniformità amministrativa e burocratica.

Il nuovo stato, per volere di Cavour, continua a mantenere continuità tra il regno di Sardegna (es: non prima legislatura, ma settima e Vittorio Emanuele II non cambia il nome in Vittorio Emanuele I), in quanto pensa che il Regno d’Italia dovesse mantenere e ribadire le precedenti istituzioni liberali, così da stroncare ogni tentativo di rivoluzione.

Il problema però è che la classe dirigente opera con una società civile assente, con un elevato tasso di analfabetismo, il 75%, con punte di 90% in Veneto e in Sicilia, con una difficile situazione economica e pertanto diventa difficile trasmettere i principi del liberalismo. Si discute anche in merito al fatto se dare una struttura accentrata o decentrata allo stato (1861): Minghetti è pro regioni e province, cioè pro decentramento; invece Ricasoli è favorevole ad un accentramento sul modello francese. Alla fine prevarrà la linea pro accentramento anche per la presenza di grandi Imperi come quello francese e asburgico ai confini.

All’interno della destra storica si notano grandi differenze, anche di carattere regionale:

  • Gruppo della “permanente” di cui facevano parte politici piemontesi.
  • Gruppo della “consorteria” di cui facevano parte politici tosco-emiliano.

Dopo la morte di Cavour nel 1861, Vittorio Emanuele II avrebbe voluto scegliere Rattazzi, come Presidente del Consiglio, ma alla fine la decisione ricade su Ricasoli, anche se non era amato dal re, in quanto sembra l’unico in grado di compattare la destra. Egli è il primo Presidente del Consiglio della storia d’Italia.

Inoltre nella Destra, oltre alle divisioni di carattere regionale, ci sono motivi di coesione come:

  • Di carattere ideologico: fedeltà alla monarchia.
  • Di carattere politico: fedeltà al magistero di Cavour.
  • Sotto il punto di vista del libero scambismo, che avrebbe favorito il commercio dei beni agricoli, in quanto la Destra storica era composta da grandi possidenti terrieri.

Dopo l’Unità d’Italia, a causa delle tasse sul macinato, alla leva obbligatoria e all’azione sobillatrice dei cattolici e dei borbone, nel sud nasce il fenomeno del Brigantaggio, che vede i piemontesi come invasori. Pertanto la Destra storica risponde reprimendo questo fenomeno nel sangue.

Lezione 3: 22-09

L'assetto politico italiano post-unitario

L’assetto politico italiano era influenzato dalla presenza dell’istituto regio ma anche da un sistema politico che si trovava ad operare attraverso una forma di costituzionalismo non puro. Non poteva essere puro a causa degli elevati poteri del Re in materia di politica estera ed esercito.

Il ruolo della monarchia di Vittorio Emanuele II incide sull’andamento del periodo post unitario. La classe dirigente aveva all’epoca due obiettivi: il consolidamento e il completamento dell’unità.

La Destra Storica, al governo, aveva queste peculiari caratteristiche: era formata da proprietari terrieri, di stampo aristocratico, provenienti dal centro-nord e di idee repubblicane. Si tratta di una classe dirigente avente sostanzialmente un rapporto di fedeltà alla monarchia e al magistero di Cavour.

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher frazor_1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università internazionale degli studi sociali Guido Carli - (LUISS) di Roma o del prof Ungari Andrea.
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