Dispensa per frequentanti del corso di teologia I – Prof. C. Stercal
Introduzione per lo studente ed indice
La presente dispensa nasce per soddisfare le esigenze di coloro che hanno frequentato il corso di Teologia II con il professor Stercal. Per gli studenti frequentanti, il programma d'esame consiste infatti in una serie di testi analizzati a lezione, che saranno poi oggetto di discussione in sede d'appello. Di seguito viene riportata la trattazione di tutti i testi proposti, approfonditamente analizzati da un punto di vista contenutistico, ma anche contestualizzati da un punto di vista cronologico e di collocazione nell'ambito della Bibbia, o del testo di provenienza.
Si tratta quindi di materiale adatto, seppur in modo diverso, sia a chi si pone come obiettivo il semplice superamento dell'esame, sia a chi desidera raggiungere risultati di fascia alta anche in questo insegnamento. La completezza del lavoro permette infatti anche con sole poche letture della dispensa di avere un quadro chiaro e puntuale del contesto d'analisi e degli aspetti più volte richiamati dal docente; la ricchezza di particolari, il rimando a questioni citate in precedenza ed i numerosi collegamenti permettono invece a chi lo desidera di raggiungere una preparazione approfondita.
Viene di seguito riportato un indice schematico dei paragrafi in cui è organizzata la dispensa:
- Dal Vangelo secondo Giovanni
- Dalla Prima lettera ai Corinzi
- Dalla Lettera a Diogneto
- Da S. Agostino
- Dall'Attesa di Dio
- Da Opere spirituali
- Dal Credo del popolo di Dio
Dal Vangelo secondo Giovanni
Premessa
Gli scritti giovannei risalgono all'ultimo autore della Bibbia, collocabile cronologicamente attorno al 100 d.C. Si discute se si tratti di un unico autore o di una pluralità di autori, se si tratti dell'apostolo Giovanni o se egli sia solo la fonte, essendo poi la redazione stata curata da qualcun altro; in ogni caso si intendono scritti giovannei il Vangelo di Giovanni, le Lettere di Giovanni e l'Apocalisse. La datazione proposta rivela come l'apostolo Giovanni fosse giovane alla morte di Gesù, ed abbia poi avuto una vita abbastanza lunga, ma soprattutto essa assume un ruolo particolarmente importante in quanto segna la fine dell'epoca apostolica, estesa dalla nascita di Gesù alla morte dell'ultimo dei suoi "collaboratori".
Gli anni successivi a tale epoca si definiscono epoca sub-apostolica, e si avranno poi l'epoca patristica, il medioevo, e così via sino ai giorni nostri, ma ciò che distingue l'epoca apostolica dalle epoche ad essa successive è il ruolo decisivo che ha sempre rivestito nella storia del cristianesimo in quanto epoca del Fondatore: tutti i riformatori hanno sempre fatto riferimento all'epoca apostolica (Lutero, Francesco, ecc.). Siamo dunque di fronte a testi che hanno sempre costituito un tassello significativo della cultura occidentale, e non solo.
Abbandonando l'inquadramento cronologico e storico per passare ad aspetti più strettamente legati ai testi in analisi, va detto il primo di essi sarà tratto dal Capitolo 13 del Vangelo di Giovanni. Siamo dunque nella seconda parte del Vangelo stesso, poiché gli esegeti dividono il Vangelo di Giovanni in una prima parte, comprendente i capitoli da 1 a 12, chiamata “libro dei segni”, ed una seconda parte, comprendente i capitoli da 12 a 21 (ossia alla fine), chiamata “libro dell'ora”.
Il “libro dei segni” raccoglie sostanzialmente parole e gesti di Gesù che secondo l'evangelista sono interpretabili come segni dell'identità e della missione di Gesù stesso (si pensi all'incontro con la samaritana, alla resurrezione di Lazzaro, alla guarigione del ceco nato, ecc.): essendo Giovanni l'ultimo autore, egli non solo lavora su una quantità più ampia di materiale, ma sviluppa anche riflessioni in ottica più teologica, evidenziando non solo i fatti, ma anche i segni eloquenti, per permettere ai lettori di capire chi è Gesù, come si relaziona con gli altri e con il Padre, ecc.
Il “libro (o vangelo) dell'ora” riguarda invece la passione di Gesù, durante la quale si comprende in via definitiva quanto il “libro dei segni” “semplicemente” insinuava: Gesù si rivela definitivamente, svela la sua missione in modo inequivocabile e la porta a compimento; il versetto 30 del Capitolo 19 riporta infatti tra le ultime parole di Gesù l'espressione “è compiuto”.
Ad un'analisi superficiale ciò risulta in contraddizione con quanto riportato da Marco, ossia con l'espressione “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, ma tale contraddizione è solo apparente, ed è anzi la chiave per una riflessione più ricca e profonda di quella sollecitata dall'evangelista Marco: egli (Marco), facendo riferimento al Salmo 22, è sicuramente più vicino a quella che può essere considerata tra le due l'espressione più veritiera, ma Giovanni, con l'espressione “è compiuto”, costringe a porsi una serie importante di domande.
Cosa è compiuto? Qual è il contenuto di questo compimento? Com'è possibile che qualcosa possa trovare compimento nella morte? Il compimento riguarda il dono, il gesto “estremo” che porta a compimento tutta l'esistenza di Gesù, ossia il dono di sé, inteso come abbandono, “consegna” all'altro (si ricordi che dal momento dell'arresto Gesù smette di condurre la situazione e si abbandona agli eventi); ed è proprio dalla consapevolezza di ciò che sgorga la necessità di interrogarsi ulteriormente: come ci si può porre di fronte al riconoscimento del compimento di un'esistenza nel dono totale di sé?
Il Vangelo è scritto proprio per invitare il lettore al ragionamento, e per spronarlo, se vuole, a prendere posizione; oggi in particolare il confronto risulta tanto complesso quanto “accattivante”: cosa vuol dire oggi “è compiuto”? In cosa si cerca il compimento della propria esistenza? La nostra cultura in cosa individua il compimento? La proposta del Vangelo è chiara e provocatoria: il compimento sta nel dono di sé.
E non si tratta della risposta ad un interrogativo improvvisato nella storia dell'uomo, perché ripensando al testo di Genesi 22 (trattato lo scorso anno), relativo al sacrificio di Isacco, si nota come anche da Abramo, colui che ha ricevuto il dono della promessa, venne chiesto di donarsi, ed anzi, di donare suo figlio. Ben 1800 anni prima di Gesù, dunque, Abramo ha dovuto affrontare una scelta analoga a quella di Gesù stesso, e sorprende realizzare tale continuità nella storia.
Rientrando da tale digressione, passiamo ora all'analisi del tredicesimo capitolo del Vangelo di Giovanni.
Capitolo 13
Come visto in introduzione al testo, i capitoli da 13 a 21 del Vangelo di Giovanni costituiscono un racconto ampliato della Pasqua di Gesù (si pensi per confronto al fatto che in Marco tale racconto occupa solo tre capitoli, da 14 a 16); pur dedicando metà del suo vangelo alla Pasqua, tuttavia, Giovanni non riporta l'istituzione dell'eucarestia (il miracolo eucaristico è presente in ogni caso nella prima parte), dedicandosi invece all'ampliamento di altri discorsi, gesti e personaggi. Tra questi, in questa ampia, originale, teologicamente ricca seconda parte, spicca il cosiddetto discepolo amato, che appare solo nel Vangelo di Giovanni. Lo si ritrova in sei passaggi, il primo dei quali è il versetto 12 del Capitolo 13 da cui, non a caso, muove la nostra analisi.
Una precisazione va fatta per completezza prima di introdurre la figura del discepolo amato: il Capitolo 13 inizia con la lavanda dei piedi, che introduce al servizio all'altro, e l'ingresso del racconto non è poi così diverso dall'unzione di Betania riportata da Marco: per quanto qui sia Gesù a compiere un servizio i messaggi sono convergenti, perché se la peccatrice descritta da Marco riconosce l'importanza significativa di Gesù, Giovanni la spiega, mostrando come Dio si riconosca più nel piccolo, nel servizio, che nel potente, come erano invece arrivati a pensare gli ebrei.
Ma veniamo finalmente al versetto 21, e dunque alla prima “apparizione” del discepolo amato, contestualizzata al termine dell'ultima cena, durante la quale Gesù indica chi sarà il suo traditore. Come visto al termine dello scorso anno analizzando il racconto della Passione secondo Marco, l'annuncio da parte di Gesù dell'imminente tradimento mette tutti a disagio, dimostrando che il cristianesimo non è fatto per supereroi, ma per chiunque, ma a differenza di quanto visto in Marco, il racconto prosegue così:
“Uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinatosi sul petto di Gesù gli disse: “Signore, chi è?”. Rispose Gesù: “È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò””
Proviamo, passo passo, ad analizzare i versetti riportati (da 23 a 26): L'espressione “Uno dei discepoli” si riferisce in senso stretto ad uno degli apostoli; la formulazione “quello che Gesù amava” evidenzia invece come egli non venga mai nominato: nella tradizione si è ritenuto che potesse essere lo stesso Giovanni, evangelista ed apostolo, fratello di Giacomo, entrambi figli di Zebedeo (si ipotizza così perché Giovanni è l'unico apostolo che non è nominato altrove nel Vangelo di Giovanni, essendo nominato invece due volte nel Vangelo di Matteo, nove volte nel Vangelo di Marco e sei volte nel Vangelo di Luca (per questo se ne conosce il nome)), ma non se ne può avere la certezza.
Il fatto che non venga nominato porta a due possibili conclusioni: o tutti sapevano chi era il discepolo amato, ed era quindi inutile citarlo, oppure si tratta di un artificio teologico-letterario, volto a favorire nel lettore l'identificazione nel discepolo amato. Qualunque sia l'eventualità corretta, toccante è il fatto che la formula per indicare il discepolo amato non sia il suo nome, ma il suo rapporto con Gesù, estremamente intimo, tanto che l'espressione “si trovava a tavola al fianco di Gesù” è in lingua originale (greco) la stessa che, naturalmente con una traduzione diversa, il versetto 18 del primo capitolo del Vangelo riporta per indicare il rapporto tra Gesù ed il Padre. Vedremo a conferma di ciò più avanti, al Capitolo 19, che al discepolo amato, recatosi ai piedi della croce, Gesù affiderà Sua madre, ammettendolo dunque nella Sua famiglia, con un rapporto analogo a quello trinitario.
[Una precisazione: il rapporto del discepolo amato con Gesù, che costituisce il suo “biglietto da visita” gli è attribuito dal redattore stesso del Vangelo, dal momento che non sembra sia Gesù ad indicarlo, ma piuttosto il gruppo intorno a Lui].
“Simon Pietro gli fece cenno di informarsi..” Al versetto 24 emerge la figura di Simon Pietro come capo del gruppo: egli avverte la necessità di un chiarimento, facendosi interprete delle difficoltà del gruppo, ma non ha il coraggio di chiedere direttamente a Gesù, e manda dunque avanti il prediletto, che “chinatosi sul petto di Gesù gli disse: “Signore, chi è?””.
Il gesto del chinarsi sul petto è simbolo di vicinanza, anche corporea, e nella teologia orientale il discepolo amato viene indicato (soprattutto nelle icone) proprio come “colui che si è chinato sul petto”. Significativa è anche la domanda, poiché è espressione di alcune delle pochissime parole riportate del discepolo amato, che oltre che in questa occasione, si esprime solo al versetto 7 del Capitolo 21 quando, sul lago di Tiberiade, riconosce per primo il Signore risorto (dirà infatti “è il Signore”).
Come vedremo, in quell'occasione il suo rapporto con Gesù gli porta un'attitudine maggiore a riconoscerlo, ben definendo il connubio tra amore ed intelligenza, mentre Pietro, più lento da questo punto di vista, si rivelerà invece un entusiasta nel gettarsi in acqua per andargli incontro, La risposta alla domanda “Signore, chi è?” dovrebbe essere che tutti tradiscono, perché lo stesso interrogativo esprime l'imbarazzo del fatto che neanche i discepoli stessi sanno chi lo tradirà, e si sentono in difficoltà, ma molto belle sono le parole di Gesù, che per quanto il Vangelo di Giovanni non riporti l'istituzione dell'eucarestia, potrebbero essere lette come “è colui con cui farò la comunione” (ciò perché a livello cronologico l'istituzione dell'eucarestia, seppur non descritta, precede il momento della rivelazione del traditore).
Il cristianesimo non nega dunque, e non nasconde il tradimento, poiché non è un'esperienza di cecità e di buonismo, ma in quanto esperienza di autenticità, indica il tradimento stesso con un gesto di comunione, volto ad affrontare il male ed il traditore con un sorprendente gesto d'amore. Ciò è sicuramente lontano dai criteri della nostra vita, ma Dio è così, ed il cristianesimo altro non è che l'interpretazione che dà di Dio, di cui nessuno è all'altezza.
Sono questi pilastri fondamentali del cristianesimo, a cui va aggiunto però che comunque sia l'accesso a Dio, la comunione con Lui non è impedita agli uomini, in quanto basata non sull'infallibilità, ma sulla consapevolezza di sé. [Si pensi a riguardo all'esempio di Pietro: egli rinnega Gesù, ma non si accerta che Pietro sia stato] Significative, per concludere, sono le parole riferite a Giuda con cui si chiude il capitolo 13: “Egli preso il boccone subito uscì, ed era notte”.
Giuda accetta la comunione con Gesù, ma è notte, e le indicazioni cronologiche evangeliche non sono mai prive di riferimento umano: era sì sera, ma era più che altro il momento del buio inteso come notte teologica, come venir meno della Luce.
Capitolo 19
Il Capitolo 19 contiene al versetto 25 il secondo dei sei passaggi in cui compare il discepolo amato. Come già anticipato si tratta del momento in cui Gesù affida Maria al discepolo amato, e questi a Maria, vicendevolmente. La tradizione cristiana ha evidenziato in particolar modo il tratto mariano dell'episodio, ossia l'affidamento da parte di Gesù dell'umanità, della Chiesa a sua madre, ma non va persa di vista la reciprocità del gesto, in quanto fondamentale è anche l'affidamento di Maria al discepolo amato, che se ne prenderà cura guidando la famiglia come probabilmente sino a quel momento era stato Gesù stesso a fare.
Siamo dunque in una prospettiva di grande responsabilità: nell'ora della morte Gesù si preoccupa che il discepolo che amava prenda il suo posto, poiché fa parte della missione del discepolo prendersi cura dell'altro, della Chiesa, dell'umanità, entrando così a pieno titolo nella famiglia di Gesù.
Il Capitolo 19, poi, presenta altri aspetti di notevole rilievo. In primo luogo, procedendo in ordine “cronologico” (di lettura), è il capitolo in cui troviamo il passaggio precedentemente analizzato, in cui Gesù afferma “è compiuto”, e per cui si rimanda all'introduzione. In secondo luogo, la frase immediatamente successiva a quella appena citata recita “E chinato il capo consegnò lo spirito”, espressione tipica di Giovanni, che (come Paolo) indica con lo spirito la parte più profonda dell'uomo, evidenziando come pur avendo già consegnato il suo corpo, fu con la consegna dello spirito che Gesù si abbandonò totalmente al Padre ed agli uomini (anticipando in un certo senso la Pentecoste).
In terzo luogo, infine, i versetti da 31 a 34 riportano un passaggio presente solo nel Vangelo di Giovanni, che rappresenta la terza comparsa del discepolo amato nel vangelo stesso. L'episodio è relativo al fatto che a Gesù non vennero spezzate le gambe, ed il fatto che tale testimonianza non trovi spazio negli altri vangeli evidenzia (a conferma delle ipotesi precedentemente esposte) come Giovanni, il discepolo amato, presente sul posto, abbia significativamente contribuito alla redazione del Vangelo in analisi, per lo meno in qualità di fonte, e significativa è l'indicazione, seppur indiretta, che viene di tale presenza: “Chi ha visto ne dà testimonianza, e la sua testimonianza è vero; egli sa che dice il vero perché anche voi crediate”.
Tre elementi si possono ricavare da tale formulazione: in primis l'idea di testimonianza rinnova il concetto di vicinanza a Gesù precedentemente espresso; in seconda battuta la verità della testimonianza evidenzia l'amore che essa sottende, perché chi ama, chi è vicino dice la verità, in quanto un autentico rapporto di amore predispone una conoscenza autentica; infine la testimonianza è volta alla condivisione dell'esperienza con altri.
Capitolo 20
Il Capitolo 20 illustra la scoperta del sepolcro vuoto, che rappresenta, con la descrizione della sepoltura e l'incontro con il Signore risorto, uno dei tre momenti facenti capo al tema-chiave del cristianesimo della resurrezione, dal momento che essa non viene descritta direttamente, se non (come visto l'anno scorso) in alcuni vangeli apocrifi.
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