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TEOLOGIA I - STERCAL

PENSIERO ALLA MORTE, di Paolo VI (1897 – 1978)

Il testo è un'interpretazione della vita di Paolo VI, sommo pontefice per una quindicina d'anni tra il 1963 e il

1978.

Tale testo, bello e sintetico, potrebbe essere rappresentato come il frutto di un percorso filosofico e teologico

sull'esistenza. “E' giunto il tempo di sciogliere le vele”

Con la frase latina, successivamente tradotta in italiano, ,

comincia il testo proposto. Già da queste brevi parole è possibile trarre alcune riflessioni: in primo luogo esse

evidenziano come il tema sia uno sguardo sul passato; in secondo luogo, invece, la presentazione della frase

in latino con seguente traduzione in italiano dimostra come il testo non sia stato scritto soltanto per un

pubblico dotto. Il testo non è stato scritto dal pontefice, per una propria riflessione personale, ma anche per la

divulgazione. Inoltre, nel fatto che Paolo VI abbia voluto far conoscere questi suoi pensieri solo dopo la

morte, si evidenzia la speranza del pontefice che loscritto potesse divenire quasi un suo testamento spirituale,

“Vedo che la considerazione prevalente si

una lettera ai posteri. Le parole chiave evidenziate nella frase,

fa estremamente personale [...] e perciò estremamente morale”, mostrano la dimensione

profondamente intima della riflessione del pontefice che, a partire dall'analisi della propria condizione

prossima alla morte, ritiene importante l'interrogativo morale ( inteso come una delle attività umane ossia

“E vedo

). Con la frase,

l’esercizio della libertà: scegliere in base a ciò che si è – e non come sinonimo di “legge”

che questa suprema considerazione non può svolgersi in un monologo soggettivo”, il pontefice

vuole farci comprendere che la vita, qualunque considerazione di sé si abbia, non può essere un

monologo soggettivo, ma dev'essere almeno un dialogo, anche per chi non crede: anche se lontani, anche se

nemici, “gli altri” ci sono sempre, e tra questi “altri” i primi interlocutori del nostro dialogo dovrebbero

essere i nostri genitori, rappresentanti del dialogo con la nostra origine. “L'ora viene. […]

Se non conoscessimo l’autore, visto il contesto odierno, potremmo attribuire le parole,

Più ancora della stanchezza fisica, pronta a cedere ad ogni momento, il dramma delle mie

responsabilità sembra suggerire come soluzione provvidenziale il mio esodo da questo mondo” , a

Benedetto XVI: si tratta, anche in questo caso, di un pontefice anziano, stanco, che non ha però immaginato

come soluzione a tali problemi le sue dimissioni, ma l'intervento della Provvidenza a porre fine alla sua vita.

“Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da

Il termine “fosca chiarezza”, della frase

infermità, ha una sua fosca chiarezza” , è un ossimoro ( ),

accostamento di termini di significato opposto

utilizzato per evidenziare come, sul finire dei propri giorni l'uomo sia portato a rianalizzarli, come per trarre

le somme della propria esistenza, ottenendone considerazioni da un lato estremamente lucide, ed alle quali

forse sarebbe stato più opportuno giungere prima, da un altro lato piuttosto confuse, oscurate dall'angoscia

che spesso accompagna il riconoscersi dell'uomo come essere finito e limitato. Il testo mette dunque

l'esperienza al servizio dei futuri lettori per condividere tale “fosca chiarezza”; la quale è data da 3 elementi,

che naturalmente possono accompagnare gli ultimi anni della vita di chiunque: delusione, rimorsi e saggezza.

La delusione deriva dal fatto che nessuno è perfetto, e nessuno riesce dunque a fare tutto ciò che vorrebbe o

come lo vorrebbe; i rimorsi evidenziamo come non solo ci si rammarichi di non aver potuto fare, ma anche

aver sbagliato in quel che si è fatto; la saggezza deriva invece dal riconoscere, come improvvisamente, il

vero valore delle cose e l'importanza delle virtù.

Avendo finito di illustrare l’ “introduzione” del brano, possiamo analizzare i tre contenuti fondamentali del

testo: 1) Riconoscenza / Gratitudine per la vita e per il mondo

Il testo invita a “vedere il bicchiere mezzo pieno”, in particolare riguardo alla vita: è un invito a considerare

“Sembra che il

ciò che si ha, apprezzarlo e valorizzarlo, poiché la vita non è un compimento, ma un inizio (

congedo debba esprimersi in un grande e semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine: […]

questa vita mortale è un prodigio sempre originale e commovente” ). Il genere letterario in questo

punto cambia: il testo diviene un dialogo con Dio per interpretare la vita come un dono da parte di qualcuno

“Tutto era dono, tutto era grazia”

che ci vuole bene, che ci ama ( ). La gratitudine in oggetto, però, non

coinvolge solo la vita, ma anche il mondo. 1

“Né meno degno d'esaltazione e di felice stupore è il quadro che circondo la vita

Inoltre, con la frase

dell'uomo” , il pontefice sottolinea il suo apprezzamento per le bellezze del mondo ed esprime dispiacere nel

non averle conosciute a sufficienza, ragione per cui invita ad approfondire il contatto con il Creato: è

normale che per quanto ci impegniamo non facciamo mai abbastanza, ma questo non è e non dev'essere un

alibi per non farlo del tutto. Il Creato, la natura, sono inoltre modi per riconoscere la rivelazione divina nel

mondo terreno, che ci consento dunque di avvicinarci, tramite essi, a Dio.

2) Pentimento

“In questo tramonto rivelatore un altro pensiero […] occupa il mio spirito: ed è

Il testo, con la frase

l'ansia di profittare dell'undicesima ora, la fretta di fare qualche cosa di importante prima che sia

troppo tardi. Come riparare le azioni mal fatte, come recuperare il tempo perduto […]?” , fa

riferimento all'“undicesima ora” ( evangelicamente l'undicesima ora è richiamata nella parabola dei vignaioli, pagati

tutti allo stesso modo sia che fossero stati chiamati alla prima ora, sia che fossero stati chiamati all'undicesima ed ultima

), l'ultima ora del giorno ed in questo caso l'ultima ora della vita dell'autore, che esprime il

ora di lavoro

proprio pentimento per non essere riuscito a fare tutto ciò che pensava utile o necessario.

“Qui affiora alla memoria la povera storia della mia vita […] attraversata da una

L'autore, con

trama di misere azioni, che si preferirebbe non ricordare, tanto sono manchevoli, imperfette

sbagliate, insipienti, ridicole” , esprime la propria inadeguatezza di fronte all'immensità di cui ha fatto e

sta facendo esperienza, e pur se dall'analisi della vita di Paolo VI poco risulta insipiente, ridicolo, imperfetto,

manchevole o sbagliato, non si può portare giudizio a riguardo in quanto ognuno dentro di sé conosce le

proprie fragilità. La riflessione su questo punto dunque, pur se non molto ampia, si delinea come molto

personale, in coerenza con quanto detto in apertura del testo ( ), e si conclude con

riflessione personale e morale

la positiva prospettiva del fatto che nell'ottica cristiana anche l'errore ha una sua positività, in quanto

occasione di sperimentare la misericordia di Dio. L'esperienza dell'errore è infatti profondamente umana,

tanto che risulta preferibile chi sbaglia e chiede perdono, a chi non sbaglia mai, e non ha quindi mai potuto

sperimentare la “dolcissima misericordia”, ovvero la dolcezza del perdono ottenuto ( si pensi ad esempio al

).

fatto che Gesù affidò la Chiesa a Pietro, “profondamente” peccatore

3) Il futuro

L'ultima nozione sintetica che Paolo VI propone è quella di una progetto di vita, formulato alla luce dei doni

“Non

ricevuti e di un'analisi del modo in cui li si è amministrati, di fronte ad una verifica dei propri errori:

più guardare indietro, ma fare volentieri, semplicemente, umilmente, fortemente, il dovere […]

come Tua volontà” . Interessanti i quattro avverbi utilizzati per descrivere le quattro diverse modalità del

fare, quattro diverse prospettive attraverso le quali affrontare la propria vita secondo l'amore conosciuto da

Dio:

• Volentieri: esprime il legame dell'agire con la volontà; non si tratta di sacrificio, ma scelta libera.

• Semplicemente: l'avverbio in oggetto significa “con un unico fine”, “senza doppi interessi”.

• Umilmente: l'umiltà è virtù fondamentale del cristianesimo; è la virtù di chi sa ciò che ha ricevuto in

dono, di chi ne riconosce l'importanza, e sa quindi che il progetto per gli anni che gli restano dev'essere

accettato anche come derivante dall'alto, quasi indipendentemente da quelli che sono i propri desideri.

• Fortemente: l’avverbio sta per “con decisione”, “con esercizio di libertà forte, consapevole, intelligente”.

“Fare tutto [...] lietamente, anche se supera immensamente le mie forze e mi chiede la

Con la frase,

vita” , si sottolinea il carattere unitario del testo: l'autore riporta il suo complesso discorso all'unica

conclusione di quell'amore che dona, fa sentir piccoli tanto è grande, perdona di fronte al pentimento e dà la

forza per grandiose gesta. La frase riportata richiama indubbiamente la Croce, ma indipendentemente dal

fatto biblico vuole indicare quell'amore che si manifesta anche nel momento della fatica, della sofferenza, del

dono di sé; e l'amore vero, proprio perché autentico, fatica volentieri. Da specificare è il richiamo alla

sofferenza: essa non è il tema principale, e soprattutto non indica il dolore fisico, che non è infatti per nulla

sottolineato nei Vangeli ( in essi non c’è soggerenza nel dolore fisico, ma nell’amore tradito, incompreso, venduto ed

).

abbandonato “Perché hai chiamato me, perché mi hai scelto?[…]Ed eccomi al tuo servizio,

Anche la chiamata,

eccomi al tuo amore. Eccomi in uno stato di sublimazione che non mi consente più di ricadere nella

mia psicologia istintiva di pover'uomo” , è interpretata come atto d'amore, che non può che essere

ripagato con il servizio. Paolo VI sottolinea infatti come l'incontrare Gesù gli ha permesso di non chiudersi

nella psicologia istintiva dell'uomo che, non donandosi, si ripiega su se stesso: l'amore derivante dall'incontro

2

con Dio gli ha permesso di sfuggire in parte dalla tendenza dei poveri uomini e delle povere donne ( che siamo

) a chiudersi nella propria istintività. Il testo risulta dunque essere complessivamente un testamento

noi tutti

d'amore, così come l'autore dichiara essere stata testamento d'amore la morte in croce di Gesù.

Conclusasi tale riflessione si aprono alcuni pensieri secondari:

• “Vorrei che la Chiesa lo sapesse [ ], e che io avessi

Pudore dell’amore: il testo, sott. che l'ho amata

la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all'estremo momento della vita si

ha il coraggio di fare” , sottolinea un aspetto dell'amore quotidianamente sperimentabile da chiunque,

ossia la difficoltà di manifestare i propri sentimenti.

• Dimensione autentica dell’amore: subentra al pudore dell’amore, che dà forza all'insieme del pensiero:

anche nelle sue debolezze, nelle sue miserie, nei suoi aspetti meno simpatici la persona amata, se la si

ama sul serio la si ama così com'è, così come si amano di più i più deboli. Come afferma il testo:

Vorrei comprenderla tutta […] nella sua umana ed imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e

nelle sue sofferenze”.

Riguardo questi ultimi due punti, interessante potrebbe essere il riferirli a Gesù stesso, che nell'ultima cena

ha voluto manifestare pienamente il proprio amore per i suoi, nonostante una possibile e probabile fatica di

svelare apertamente a tutti il proprio sentire, e che con la morte in croce ha dimostrato l'autenticità del

proprio amore, pur diretto verso peccatori. BIBBIA

I più antichi documenti scritti della storia dell'umanità ( ), che costituiscono il

natura contabile e commerciale

passaggio dalla preistoria alla storia, si collocano intorno al 3500 a.C. nella bassa Mesopotamia. La

composizione della Bibbia, copre un notevole arco temporale ( ) dal 1000 a.C. circa, quando si

circa 1100 anni

iniziò a mettere per iscritto quelli che sono testi radicati in un passato ancor più lontano, fino al 100 d.C.

circa, quando venne terminata l'Apocalisse ( ). Dunque, autori diversi, epoche diverse,

ultimo testo della Bibbia

culture diverse, lingue diverse ( ), luoghi diversi (

almeno 3: ebraico, aramaico e greco Palestina, Siria, Babilonia,

), che fanno della Bibbia un bel documento della varietà

Egitto, Grecia, Italia → bacino mediterraneo

dell'esperienza umana. La Bibbia è suddivisa in Antico Testamento (

Pentateuco, Libri Storici, Libri Sapienzali,

), che racchiude in sé le Scritture Sacre di Isreale; e in Nuovo Testamento (

Libri Profetici Vangeli e Atti,

).

Epistolario paolino, Lettere Cattoliche PENTATEUCO

Con tale termine Pentateuco si vuole indicare l'insieme dei primi 5 libri che costituiscono la Bibbia: Genesi,

Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. Essi si rivelano essere un insieme di testi fondamentali utilizzati

da tutte le 3 grandi religioni monoteiste. Si tratta dunque di un insieme eterogeneo, che raccoglie testi

diversi, scritti da autori diversi ed in epoche diverse, poi ordinati ed organizzati da un redattore finale.

Indicativamente sono 5 le fonti dei documenti, che in ordine cronologico sono:

1. Tradizione Jahvista ( ), databile attorno al secolo X a.C. e localizzabile in Israele, nel Regno del Sud.

J

Esistevano infatti in Israele un Regno del Sud, chiamato Giuda, con Capitale Gerusalemme ed in cui

governò re Salomone intorno al secolo X a.C., ed un Regno del Nord, chiamato Israele, con capitale

Samaria. Tale fonte è così chiamata per il modo in cui più frequentemente chiamavano Dio, ossia Jahvè.

2. Tradizione Elohista ( ): tradizione che raccoglie testi scritti tra i secoli IX e VIII a.C. nel Regno del

E

Nord d'Israele. Tale fonte prende il proprio nome dall'appellativo riservato a Dio, ossia Elohim, antica

forma plurale, che lascia intuire un politeismo residuo dalle convinzioni religiose precedenti. Il

passaggio da Elohim a Javhè ( pur essendo cronologicamente posteriore, la tradizione Elohista è precedente a

) avviene nel terzo capitolo dell'Esodo, quando Dio rivelò a

quella Javhista dal punto di vista contenutistico

Mosè il proprio nome, stabilendo un rapporto personale e cancellando così dal modo di chiamare Dio i

residui politeistici e naturalistici delle tradizioni precedenti ( Javhè significa “fondamento di ogni cosa che

).

è”

3. Tradizione Javhista-Elohista ( ): unisce le due precedenti; ciò perchè nel 722 a.C Samaria, capitale del

JE

Regno del Nord, venne presa in assedio e distrutta dagli Assiri, ragion per cui una parte della

popolazione di Samaria si rifugiò nel Regno del Sud, portando con sé testi e tradizione. Fu dunque sotto

il re Ezechia ( ) che i testi della tradizione Jahvista ed Elohista assunsero una nuova forma,

716 - 686 a.C 3

fondendosi.

4. Tradizione Deuteronomista ( ): databile verso la fine del secolo VII a.C. L'etimologia del termine è

Dtr

greca e significa “seconda legge”: la “prima legge” era quella di Mosè, mentre per “seconda legge” si

intende il risultato di quell'operazione come di rilettura della legge di Mosè stessa e della storia del

popolo d'Israele che avvenne all'epoca del profeta Geremia, sotto il re Giosia, e che portò ad una

riscoperta delle radici, dell'autenticità della storia d'Israele, partendo dalla rilettura dell'esodo. Da tale

fonte prende vita il Deuteronomio, quinto libro del Pentateuco ed opera di letteratura dalla straordinaria

bellezza, che si presenta nella forma di un insieme di racconti di Mosè ( pur in realtà morto da tempo a

) rivisti in chiave “attuale”.

quell'epoca

5. Tradizione sacerdotale ( ): risale all'epoca dell'esilio in Babilonia del popolo

P, dal tedesco “Priester Codex”

israelita, dunque nel VI secolo a.C. in quanto sappiamo che nel 587 a.C. Gerusalemme venne

parzialmente distrutta dai babilonesi e solo nel 538 a.C. l'editto di Ciro consentì al popolo di

Gerusalemme di tornare dall'esilio in Babilonia a Gerusalemme stessa. Da un punto di vista

terminologico va sottolineato che tale fonte si definisce “sacerdotale” in quanto, in assenza di re e

governanti, fu il culto a mantener vive le tradizioni e le radici del popolo d'Israele: i sacerdoti produssero

testi adatti alla situazione, ed è dunque in questo contesto che vennero riprese le genealogie, perchè è

normale desiderio di un popolo esiliato ricostruire la propria storia e le proprie origini. Inoltre, il

redattore finale del Pentateuco appartenne alla tradizione sacerdotale.

GENESI

I primi 11 capitoli della Genesi, trattano le origini della creazione e sono stati scritti attorno al VI secolo a.C..

LA VOCAZIONE DI ABRAMO, Gen. 12

Questo testo è probabilmente stato messo per iscritto attorno all'anno 1000 e riflette racconti orali di

800/1000 anni prima ( essendo stato scritto a così grande distanza dall’avvenimento dei fatti, il testo è privo di

particolari, ma essenziale: con il tempo si perdono frammenti storici, ma si acquisisce essenzialità, maggiore

). L'intenzione del testo non è dunque di cronaca, ma si cerca di r

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elaisa1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Stercal Claudio.
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