Estratto del documento

Per frequentanti del corso di teologia I – Prof. C. Stercal

Introduzione per lo studente ed indice

La presente dispensa nasce per soddisfare le esigenze di coloro che hanno frequentato il corso di teologia I con il professor Stercal. Per gli studenti frequentanti il programma d'esame consiste infatti in una serie di testi, analizzati a lezione, che saranno poi oggetto di discussione in sede d'appello.

Di seguito viene riportata la trattazione di tutti i testi proposti, approfonditamente analizzati da un punto di vista contenutistico, ma anche contestualizzati da un punto di vista cronologico e di collocazione nell'ambito della Bibbia. Si tratta quindi di materiale adatto, seppur in modo diverso, sia a chi si pone come obiettivo il semplice superamento dell'esame, sia a chi desidera raggiungere risultati di fascia alta anche in questo insegnamento.

La completezza del lavoro permette infatti anche con sole poche letture della dispensa di avere un quadro chiaro e puntuale del contesto d'analisi e degli aspetti più volte richiamati dal docente; la ricchezza di particolari, il rimando a questioni citate in precedenza e i numerosi collegamenti permettono invece a chi lo desidera di raggiungere una preparazione approfondita. Si conclude inoltre con una cronologia riepilogativa facente riferimento all'intero corso.

Indice

  • "Pensiero alla morte", di Paolo VI (1897 – 1978)
  • "La vocazione di Abramo", da Genesi, 12
  • "Le promesse e l'alleanza", da Genesi, 15
  • "Il sacrificio di Isacco", da Genesi, 22
  • La figura di Mosè nell'Esodo", da Esodo, 2, 3, 19, 20, 24, 31 e 32
    • "La vocazione di Mosè"
    • "Il roveto ardente"
    • "La missione di Mosè"
    • "La rivelazione del nome divino"
    • "La teofania"
    • "Il decalogo"
    • "La conclusione dell'alleanza"
    • "La consegna a Mosè delle tavole della Testimonianza"
    • "Il vitello d'oro e l'alleanza rinnovata"
  • Estratti diversi dalle "Confessioni", da Geremia, 20
  • "Il Signore e la sposa infedele", da Osea, 2
  • "Lamento su Gerusalemme", da Isaia, 1
  • "Il discendente di Davide", da Isaia, 11
  • "La responsabilità personale", da Ezechiele, 18
  • "Il digiuno accetto da Dio", da Isaia, 58
  • Dal libro dei proverbi, da Proverbi, 1, 6, 7, 8, 17 e 31
    • "Titolo generale"
    • "Il saggio: fuggire la compagnia di giovani cattivi"
    • "La sapienza: arringa agli sprovveduti"
    • "Ripresa del discorso paterno"
    • "Seconda personificazione della sapienza"
    • "Autoelogio della sapienza. La sapienza regale"
  • Dai Vangeli, da Luca, 17 e 19, e da Giovanni, 3, 4, 7 e 19
    • "L'incontro con la Samaritana"
    • "L'incontro con Zaccheo"
    • "L'incontro con i dieci lebbrosi"
    • "L'incontro con Nicodemo"
  • Dai Vangeli, dalla Passione nei diversi Vangeli
  • Cronologia riepilogativa

1 - "Pensiero alla morte", di Paolo VI (1897 – 1978)

Introduzione

Il testo, contrariamente a quanto potrebbe far pensare il titolo, è un'interpretazione della vita di Paolo VI, sommo pontefice per una quindicina d'anni (1963-1978), e risulta essere tra i più bei testi del XX secolo. Tale testo, bello e sintetico, potrebbe essere rappresentato come il frutto di un percorso filosofico e teologico sull'esistenza, e viene in questo corso proposto non tanto per l'autorità dell'autore, ma per le qualità morali dello stesso.

Analisi del testo

"E' giunto il tempo di sciogliere le vele" Così comincia il testo proposto, o meglio, con tale frase in latino, successivamente tradotta in italiano. Già da queste brevi parole è possibile trarre alcune riflessioni. In primo luogo tale affermazione evidenzia come il tema sia subito quello di uno sguardo sul passato; in secondo luogo, invece, la presentazione della frase in latino con seguente traduzione in italiano dimostra come tale testo non sia stato scritto soltanto per un pubblico dotto.

Nonostante questo scritto non sia stato reso noto prima della morte di Paolo VI, infatti, si capisce in fretta che l'autore l'ha scritto non solo per sé, per la propria riflessione personale, ma anche per la divulgazione, e nel fatto che Paolo VI abbia voluto far conoscere questi suoi pensieri solo dopo la morte, si evidenzia la speranza del pontefice che tale scritto potesse divenire quasi un suo testamento spirituale, una lettera ai posteri per quando lui non ci sarebbe stato più.

"Vedo che la considerazione prevalente si fa estremamente personale [...] e perciò estremamente morale" Le parole chiave evidenziate dimostrano la dimensione profondamente intima della riflessione del pontefice, che, a partire dall'analisi della propria condizione, prossimo alla morte, ritiene importante l'interrogativo morale.

Purtroppo oggi come oggi si ha spesso una visione moralistica del termine "morale", che non dovrebbe essere inteso come quasi sinonimo di "legge", ma molto prima, come una delle attività più propriamente umane, ossia l'esercizio della libertà, della libertà di scegliere in base a ciò che si è.

"E vedo che questa suprema considerazione non può svolgersi in un monologo soggettivo" La vita, qualunque considerazione di sé si abbia, non può essere un monologo soggettivo, ma dev'essere almeno un dialogo, e questo anche per chi non crede: anche se lontani, anche se nemici, "gli altri" ci sono sempre, e tra questi "altri" i primi interlocutori del nostro dialogo dovrebbero essere i nostri genitori, rappresentanti del dialogo con la nostra origine.

"L'ora viene. [...] Più ancora della stanchezza fisica, pronta a cedere ad ogni momento, il dramma delle mie responsabilità sembra suggerire come soluzione provvidenziale il mio esodo da questo mondo" Se non ne conoscessimo l'autore, visto il contesto odierno, potremmo tranquillamente attribuire tali parole a Benedetto XVI. Si tratta infatti anche in questo caso di un pontefice anziano, stanco, che non ha però immaginato come soluzione a tali problemi le sue dimissioni, ma l'intervento della Provvidenza a porre fine alla sua vita.

"Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza" Fosca chiarezza.. Si tratta di un ossimoro (accostamento di termini di significato opposto), e tale figura retorica viene utilizzata per evidenziare come, sul finire dei propri giorni l'uomo sia portato a rianalizzarli, come per trarre le somme della propria esistenza, ottenendone considerazioni da un lato estremamente lucide, ed alle quali forse sarebbe stato più opportuno giungere prima, da un altro lato piuttosto confuse, oscurate dall'angoscia che spesso accompagna il riconoscersi dell'uomo come essere finito e limitato.

Il testo mette dunque l'esperienza al servizio dei futuri lettori per condividere tale fosca chiarezza.

"(da precedente) quella delle memorie [...] ; quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi [...] ; quella della saggezza che finalmente intravede la vanità delle cose e il valore delle virtù" La fosca chiarezza di cui si accennava sopra riguardo la visione della vita umana sul tramontare di quest'ultima è data in questo primo luogo da 3 elementi, che naturalmente possono accompagnare gli ultimi anni della vita di chiunque: delusione, rimorsi e saggezza.

La delusione deriva dal fatto che nessuno è perfetto, e nessuno riesce dunque a fare tutto ciò che vorrebbe, o come lo vorrebbe; i rimorsi evidenziano come non solo ci si rammarichi di non aver potuto fare, ma anche aver sbagliato in quel che si è fatto; la saggezza deriva invece dal riconoscere come improvvisamente il vero valore delle cose, la vanità del materiale e l'importanza delle virtù.

Indipendentemente dalle citazioni particolari sinora riportate per dare spiegazione a quella che risulta essere una sorta di "introduzione", tre sono i contenuti fondamentali che si articolano su quasi tutto il testo:

  • Riconoscenza / Gratitudine [per la vita e per il mondo]

    "Sembra che il congedo debba esprimersi in un grande e semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine: [...] questa vita mortale è un prodigio sempre originale e commovente" "Tutto era dono, tutto era grazia" Il testo invita a "vedere il bicchiere mezzo pieno", in particolare riguardo alla vita: è un invito a considerare ciò che si ha, apprezzarlo e valorizzarlo, poiché la vita non è un compimento, ma un inizio.

    Il genere letterario in questo punto cambia: il testo diviene un dialogo con Dio per interpretare la vita come un dono da parte di qualcuno che ci vuole bene, che ci ama. La gratitudine in oggetto, però, non coinvolge solo la vita, ma anche il mondo.

    "Né meno degno d'esaltazione e di felice stupore è il quadro che circondo la vita dell'uomo" Il pontefice autore del testo sottolinea il suo apprezzamento per le bellezze del mondo ed esprime dispiacere nel non averle conosciute a sufficienza, ragione per cui invita ad approfondire il contatto con il Creato: è normale che per quanto ci impegniamo non facciamo mai abbastanza, ma questo non è e non dev'essere un alibi per non farlo del tutto.

    Il Creato, la natura, sono inoltre modi per riconoscere la rivelazione divina nel mondo terreno, che ci consentono dunque di avvicinarci, tramite essi, a Dio.

  • Pentimento

    "In questo tramonto rivelatore un altro pensiero [...] occupa il mio spirito: ed è l'ansia di profittare dell'undicesima ora, la fretta di fare qualche cosa di importante prima che sia troppo tardi. Come riparare le azioni mal fatte, come recuperare il tempo perduto [...]?" Il testo fa riferimento all'"undicesima ora"*, l'ultima ora del giorno ed in questo caso l'ultima ora della vita dell'autore, che esprime il proprio pentimento per non essere riuscito a fare tutto ciò che pensava utile o necessario; l'ansia di fare qualcosa di importante prima di morire.

    Viene da chiedersi, in che rapporto tale pensiero debba collocarsi rispetto alla riflessione precedentemente descritta, che esaltava la vita come dono. Sarebbe infatti difficilmente accettabile, alla luce di quanto precedentemente detto ed analizzato, l'incontro di un punto di vista negativo, cupo: come conciliarlo con un dono divino?

    Il problema, però, non si pone in quanto il pentimento, non solo non è il primo punto della riflessione dell'autore, ma anzi, è quello a cui viene dedicato minor spazio; è invece segno di maturità da parte dell'autore la trattazione, seppur concisa, di tale argomento, che nell'ammissione dell'errore esalta la grandezza del dono ricevuto (vita/mondo), riconoscendosene indegno, non all'altezza.

    [Sarebbe stato d'altro canto scorretto non approcciarsi nemmeno al tema del pentimento, come se fosse tutto dovuto] "Qui affiora alla memoria la povera storia della mia vita [...] attraversata da una trama di misere azioni, che si preferirebbe non ricordare, tanto sono manchevoli, imperfette sbagliate, insipienti, ridicole" Come si accennava poche righe sopra, l'autore esprime la propria inadeguatezza di fronte all'immensità di cui ha fatto e sta facendo esperienza, e pur se dall'analisi della vita di Paolo VI poco risulta insipiente, ridicolo, imperfetto, manchevole o sbagliato, non si può portare giudizio a riguardo in quanto ognuno dentro di sé conosce le proprie fragilità.

    La riflessione su questo punto dunque, pur se non molto ampia, si delinea come molto personale, in coerenza con quanto detto in apertura del testo (riflessione personale e morale), e si conclude con la positiva prospettiva del fatto che nell'ottica cristiana anche l'errore ha una sua positività, in quanto occasione di sperimentare la misericordia di Dio.

    L'esperienza dell'errore è infatti profondamente umana, tanto che risulta preferibile chi sbaglia e chiede perdono, a chi non sbaglia mai, e non ha quindi mai potuto sperimentare la "dolcissima misericordia", ovvero la dolcezza, a volte commovente, del perdono ottenuto (si pensi ad esempio al fatto che Gesù affidò la Chiesa a Pietro, "profondamente" peccatore).

    * Evangelicamente l'undicesima ora è richiamata nella parabola dei vignaioli, pagati tutti allo stesso modo sia che fossero stati chiamati alla prima ora, sia che fossero stati chiamati all'undicesima ed ultima ora di lavoro.

  • Il futuro

    L'ultima nozione sintetica che Paolo VI propone è quella di un progetto di vita, formulato alla luce dei doni ricevuti e di un'analisi del modo in cui li si è amministrati, di fronte ad una verifica dei propri errori (anche in questo caso, come già richiamato al punto precedente, la riflessione si conferma coerente con gli aggettivi "personale e morale").

    "Non più guardare indietro, ma fare volentieri, semplicemente, umilmente, fortemente, il dovere [...] come Tua volontà"

    Interessanti i quattro avverbi utilizzati per descrivere quattro diverse modalità del fare, quattro diverse prospettive attraverso le quali affrontare la propria vita secondo l'amore conosciuto da Dio:

    • Volentieri
      • Tale avverbio esprime il legame dell'agire con la volontà: non si tratta di sacrificio, ma scelta libera.
    • Semplicemente
      • In questo caso, in questo contesto, l'avverbio in oggetto significa "con un unico fine", "senza doppi interessi".
    • Umilmente
      • L'umiltà è virtù fondamentale del cristianesimo: è la virtù di chi sa ciò che ha ricevuto in dono, di chi ne riconosce l'importanza, e sa quindi che il progetto per gli anni che gli restano dev'essere accettato anche come derivante dall'alto, quasi indipendentemente da quelli che sono i propri desideri.
    • Fortemente
      • Tale ultimo avverbio sta per "con decisione", "con esercizio di libertà forte, consapevole, intelligente".

"Fare tutto [...] lietamente, anche se supera immensamente le mie forze e mi chiede la vita" È con questa frase che assume carattere esplicito quanto già tratteggiato nelle righe precedenti: a sottolineare il carattere unitario del testo, nonostante la classificazione in punti qui riportata (che non vuole essere rigidamente schematica), l'autore riporta il suo complesso discorso all'unica conclusione di quell'amore che dona, fa sentir piccoli tanto è grande, perdona di fronte al pentimento e dà la forza per grandiose gesta.

La frase riportata (infatti) richiama indubbiamente la Croce, ma indipendentemente dal fatto biblico vuole indicare quell'amore che si manifesta anche nel momento della fatica, della sofferenza, del dono di sé; e l'amore vero, proprio perché autentico, fatica volentieri.

Da specificare è il richiamo alla sofferenza: essa non è il tema principale, e soprattutto non indica il dolore fisico, che non è infatti per nulla sottolineato nei Vangeli (contrariamente a quanto invece accada nel film La passione). Nei Vangeli, infatti, non c'è sofferenza nel dolore fisico e nella quantità di sangue, ma nella sofferenza dell'amore tradito, incompreso, venduto ed abbandonato.

"Perché hai chiamato me, perché mi hai scelto?" "Ed eccomi al tuo servizio, eccomi al tuo amore. Eccomi in uno stato di sublimazione che non mi consente più di ricadere nella mia psicologia istintiva di pover'uomo" Anche la chiamata è interpretata come atto d'amore, che non può che essere ripagato con il servizio. Paolo VI sottolinea infatti come l'incontrare Gesù gli ha permesso di non chiudersi nella psicologia istintiva dell'uomo che, non donandosi, si ripiega su se stesso: l'amore derivante dall'incontro con Dio gli ha permesso di sfuggire in parte dalla tendenza dei poveri uomini e delle povere donne (che siamo noi tutti) a chiudersi nella propria istintività.

Il testo risulta dunque essere complessivamente un testamento d'amore, così come l'autore dichiara essere stata testamento d'amore la morte in croce di Gesù, al termine di un'accorata analisi dell'"ultima ora" di Gesù. Conclusasi tale riflessione, posta in conclusione al terzo punto dell'articolata tesi che ha percorso sin qui il brano, si aprono alcuni pensieri secondari:

  • Pudore dell'amore

    "Vorrei che la Chiesa lo sapesse [sott. che l'ho amata], e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all'estremo momento della vita si ha il coraggio di fare" Il testo sottolinea un aspetto dell'amore quotidianamente sperimentabile da chiunque, ossia la difficoltà di manifestare i propri sentimenti.

  • Dimensione autentica dell'amore

    "Vorrei comprenderla tutta [...] nella sua umana ed imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze" Al pudore dell'amore subentra la sua autenticità, che dà forza all'insieme del pensiero: anche nelle sue debolezze, nelle sue miserie, nei suoi aspetti meno simpatici la persona amata, se la si ama sul serio la si ama così com'è, così come si amano di più i più deboli.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher SimoGR di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Stercal Claudio.
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