La fondazione di Roma
Secondo la cronologia dello storico latino Varrone, Roma è stata fondata nel 753 a.C. da Romolo. È impossibile pensare che la fondazione di una città avvenga in un giorno; sotto questo profilo, è possibile capire come ci siano insediamenti sul Palatino e sul Quirinale, cioè su tutte le zone di altura già nel IX secolo, mentre la parte del Foro Romano era disabitata, perché era una zona paludosa, quindi malsana.
Ciò che si può ricavare dalle fonti è che questi popoli, che vivevano sui vari colli e alture, in particolare i Sabini sul Quirinale e i Latini sul Palatino, ad un certo punto si uniscono a partire dall'VIII secolo. Piano piano il Foro comincia ad essere considerato un luogo di incontro, uno spazio pubblico. Prima era utilizzato solo come sepolcreto, ma ad un certo punto iniziano a lastricarne una parte, quella del comizio, luogo di incontro tra le due suddette comunità. Queste comunità più piccole, che erano comunità patriarcali, si fondono insieme e danno luogo ad una comunità che tende a diventare sempre più grande numericamente.
Dalle fonti sappiamo della presenza dei Sabini a Roma in età arcaica. Infatti, l'episodio del ratto delle Sabine evoca lo scontro-confronto tra la comunità latina del Palatino e quella sabina del Quirinale, che si conclude con la loro fusione, e alla guerra tra Romolo e Tito Tazio, raccontati per lo più in modo leggendario. Abbiamo non solo i dati archeologici ma anche le glosse di questo, come si evince da una serie di termini, anche giuridici di origine sabina: quirites, che deriva da curis e vuol dire lancia in lingua sabina; oppure Giunone, la divinità che presiede al comizio, che è una divinità sabina.
Si può quindi affermare che Roma ha due componenti etniche, i Romani e i Sabini, a cui poi si aggiungerà una terza componente durante la fine del VII secolo con la monarchia etrusca. Si aggiungerà quindi un nucleo etrusco, anche se numericamente molto inferiore: la maggioranza della popolazione rimarrà latina e sabina.
Dato che Roma non è stata fondata in un giorno, la suddetta data è stata assunta come data di fondazione. Le fonti ci presentano all'origine la costituzione come una costituzione monarchica al cui vertice c'è il rex.
Struttura familiare
È da cogliere l'idea che la città sarebbe stata il punto d'arrivo di un processo di crescita della società umana, il cui inizio sarebbe da identificare nella famiglia naturale: il padre e i suoi più diretti discendenti. Di qui la possibilità di cogliere un elemento comune sia alla più piccola cellula della società umana, che è la famiglia, sia alle città, ovvero in particolari di vincoli.
Occorre dapprima specificare i significati di familia e gens, ovvero le due strutture centrali nel corso di tutta la storia di Roma. La prima, in genere, s'identifica con quella che i Romani chiamavano familia proprio iure, nucleo centrale dell'organizzazione giuridica e sociale, che comprende il pater familias, la moglie, i figli e spesso anche le nuore (se i figli non sono sui iuris). La famiglia così si estendeva, ma comunque durava solo finché era in vita il pater familias; infatti, alla sua morte i figli maschi diventavano sui iuris.
La gens, invece, non è un gruppo parentale. Essa costituisce un'aggregazione di più famiglie, che hanno in comune il cd. pater gentis: un capostipite, però non più vivente e quindi possono essere anche molto numerose (anche di 300 membri, più tutti i clienti, ovvero coloro che si appoggiano alla gens). L'elemento caratteristico è il nomen gentis: si appartiene a quella famiglia e si ha quel nomen (che accompagna il praenomen personale e il cognomen del lignaggio). È il nome gentilizio e indica tutti coloro che appartengono allo stesso capostipite. Talvolta i Romani erano più avanzati rispetto ad altri popoli, come i Greci, ma molto indietro rispetto ad altri, come gli Etruschi: le donne erano chiamate soltanto con il gentilizio, avevano solo il nomen. Mentre le donne etrusche avevano il loro praenomen, e in più davano il nome ai figli: il gentilizio della madre passava ai figli.
Il "rex"
Riguardo al modo in cui il rex è scelto dalla comunità, occorre tenere conto delle differenze che vi sono tra il re latino-sabino ed i re etruschi. Innanzitutto, la monarchia latina non è dinastica, ma elettiva. In questo caso, le fonti sono molto precise nel spiegarci come avveniva la nomina del re. Si sa che Romolo è il primo re e quindi, di fatto, assume il potere da solo. Per diventare re era necessario che ci fosse la volontà degli altri patres, quella degli dèi e quella del popolo. Romolo s’investisce da solo, sale sul Palatino, chiede a Giove il segno, Giove manda dodici avvoltoi. Per stabilire quali dei due fratelli dovesse tracciare il solco sacro e dare il nome alla città, i due gemelli consultano il volo degli uccelli: Remo dal colle Aventino vede sei avvoltoi, Romolo dal Palatino ne vede dodici. Ne sorge un litigio tra i due fratelli, che si conclude con la morte di Remo.
Quindi Roma sorge con un fratricidio, ma questo non è contenuto ovviamente nelle fonti imperiali, ma si afferma che Remo non è stato ucciso da Romolo, bensì da un soldato, perché ha osato saltare i confini della nuova città. Trattasi di una fonte ovviamente manipolata dallo stesso Romolo. Romolo così si impadronisce del potere solo grazie all’accordo con la volontà della divinità, si presenta con i suoi soldati e diventa di fatto re.
Alla morte di Romolo si uniscono i patres, i capi delle gentes, un ristretto consiglio di anziani detti interreges (tra i re) perché a turno, per cinque giorni ciascuno, tengono la cosiddetta insegna del potere: sono il ponte tra il vecchio e il nuovo re. “Con il potere di interrogare gli dèi, una volta scelto il successore, che sarà detto rex inauguratus, uno di questi patres ne fa il nome: in questo caso è Numa Pompilio. Le fonti dicevano che veniva dalla Sabina, infatti da ciò si evidenzia come ci fosse l’alternanza tra componente latina e componente sabina, a conferma che non c’è una dinastia.
Dopo essere asceso alla carica attraverso la creatio, la procedura è seguita dalla richiesta della volontà degli dei, che si manifesta attraverso l’intervento dei sacerdoti, chiamati àuguri, i quali sono definiti dalle fonti come interpretes Iovi (interpreti di Giove). Quindi, se Romolo aveva osservato direttamente da solo gli uccelli, in questo caso è un sacerdote che li osserva e fa una domanda precisa alla divinità: si fas est (se è lecito, se conforme alla natura divina) che Numa Pompilio sia re. Qui si manifesta la differenza tra ius e fas: ius è il diritto creato dall’uomo, fas è la volontà divina. In base a questa, Numa Pompilio ascende alla carica di re attraverso la solenne cerimonia dell’inauguratio, ovvero quella procedura volta ad accertare l’assenso della divinità e destinata a persistere nei rituali romani fino ad età imperiale.
Secondo questo rituale, l’augure deve tracciare il cd. templum, cioè tracciare sulla terra uno spazio (templum terrestre) che corrisponde ad un altro spazio simbolico nel cielo (templum celeste), ed i segni per essere validi si devono manifestare all’interno di questo spazio prestabilito. Templum in origine non identificava un edificio ma uno spazio idealmente disegnato sulla terra. I segni sono favorevoli perché si manifestano da sinistra a destra.
I patres avevano grande potere, perché sceglievano il re, nonché i sacerdoti per essere àuguri dovevano essere patrizi. I patres, i patrizi erano molto influenti, infatti solo con l’affermare che vi sia un auspicio, un segno negativo, può interrompere un comizio, negare ad un soggetto la possibilità di diventare re.
Un altro elemento di cui ci parlano le fonti è la cd. lex curiata de imperio. Non è una vera e propria legge. Il re, che era stato scelto dai patres e inaugurato dagli àuguri, anch’essi patres, ed era presentato al populus, all’esercito. Il termine populus, infatti, in origine indica l’assemblea degli armati. Quindi il rex si sarebbe presentato al popolo riunito nella forma dei comizi curiati, da lui stesso convocati, al fine di assumere di fronte ad essi il supremo comando. In tal modo i suoi governati partecipavano alla nomina con un atto solenne che è appunto la lex curiata de imperio. Il re aveva necessità di presentarsi davanti al popolo, per avere una legittimazione da parte di coloro che dovevano seguirlo in guerra.
Tale atto non è una legge vera e propria, anche perché nelle fonti si usa il termine suffragatio. Suffragare vuol dire battere le mani, applaudire, acclamare. Quindi è chiaro che era richiesto il parere del popolo perché se il re non era acclamato allora non sarebbe stato seguito in guerra. Entrando nel dettaglio nel significato della lex curiata de imperio possiamo dedurre che con il termine “curiata” fa riferimento all’unione del popolo per curie, che è quello più antico; “imperio” deriva da imperium, che è un potere militare, diverso da potestas che è un potere civile, che si realizza al di fuori della città, tanto è vero che l’esercito non può riunirsi nel cd. comizio centuriato all’interno della città.
Con questi tre atti quali poteri si acquisiscono? Con la creatio si acquisiscono i poteri civili, con l’inauguratio l’insieme dei poteri religiosi, e con la lex curiata de imperio i poteri militari. Ciascuno dei poteri del re ha fondamento in un atto diverso. Non ci sono casi di re che non sono stati eletti perché l’inauguratio, la lex curiata non sono andate a buon fine, perché i re latino-sabini sono tutti eletti regolarmente, hanno tutti i tre atti (tranne Romolo). Mentre per gli etruschi, Tarquinio aveva ancora la creatio, mentre gli altri nessuno dei tre atti.
Nell’ambito sociale il re era uno dei capi delle gentes, che erano tutte patrizie. Le prime genti plebee, che saranno chiamate minores, rispetto alle maiores, cioè le grandi, verranno con gli etruschi, con Tarquinio Prisco, che immetterà nel senato, famiglie non nobili ma con i soldi. Quindi, è uno dei capi delle gentes. Il suo potere è legato ai patres. Il re è il sommo sacerdote della comunità e spetta a lui mantenere la cosiddetta pax deorum, la relazione di amicizia tra la comunità e gli dei, perché se non c’è, la comunità non va avanti.
Tutta la legislazione criminale nell’età arcaica ha base sacrale: saranno puniti quei comportamenti che si considerano lesivi della pax deorum (es. il divieto della donna di bere vino). In presenza di questi comportamenti interviene il re con i suoi ausiliari. E qui anche le sanzioni avevano valore sacrale: c’erano diverse pene di morte che erano riferite ad un preciso illecito (es. parricidium - travestimento da fiera). Tutti i supplizi hanno una ragione precisa, che ha radici in questo stretto legame che c’è tra religione e diritto. Lui interviene personalmente nella repressione criminale solo per pochissimi illeciti: solo quando c’è lesione della pax deorum, altrimenti si lascia spazio alla vendetta privata. Questa, consentita nel periodo arcaico, sarà poi disciplinata dallo Stato. Il termine Stato è usato per comodità ma è errato, perché lo Stato nasce come tale nell'800 (sovranità e territorio). Allora non esisteva neanche il principio di tripartizione dei poteri. Esiste il criterio opposto, della compartecipazione dei poteri.
Il rex è quindi giudice e legislatore. Perché le fonti ci parlano di tantissime leggi regie, che vanno sotto il nome dei singoli re. Ma queste sono leggi nuove che sono introdotte per far fronte a esigenze nuove o non sono altro che la codificazione di mores, di costumi esistenti nella società, messi per iscritto perché tutti li possano conoscere? Non abbiamo elementi per decidere, tranne forse per alcuni casi.
Il rex è anche comandante dell’esercito. Per quanto riguarda il tipo di esercito, è l’esercito che si ritrova nell’Iliade, nell’Odissea: l’insieme dei guerrieri, coadiuvati da una serie di personaggi di rango inferiore, i clientes, che si preoccupano di portare le armi. Sono eserciti piccoli, in cui sono i singoli a vincere, dimostrando il loro valore. Erano dotati di armi soprattutto di difesa, adatte al combattimento individuale, al corpo a corpo. Cambierà tantissimo con gli etruschi: una rivoluzione che porterà a cambiamenti anche nel sistema di potere a Roma, perché alla fine a detenete il potere sarà un numero maggiore di cittadini perché potranno far parte del populus, dell’esercito centuriato, tutti coloro che sono in grado di armarsi a proprie spese, dotati di armature di offesa e non solo di difesa (come i greci). Un nuovo combattimento, a schiera, che si avvicina alla realtà cittadina, in cui protagonisti sono numerosi soggetti. L’esercito alla fine della monarchia è formato da 6000 membri.
Il patres - senato
Tanto il più arcaico termine patres quanto il più recente senatus (da senes, anziano), con cui era indicato tale organismo, sembrano richiamare l’idea dell’età e dei ruoli a essa collegati, in coerenza con il carattere patriarcale della società romana. È dunque l’assemblea degli anziani, dei patriarchi delle varie gentes che collabora con il rex. L’appartenenza al collegio dei patres sancisce e convalida una superiorità sociale dei gruppi che li esprimono. Non sembra plausibile, per il Capogrossi, che i senatori s’identificassero nei capi delle gentes. Il numero dei patres, infatti, si presenta in forma artificiale, prima cento fino al numero quasi definitivo di trecento.
Se nulla permette d’immaginare che i singoli gruppi gentilizi fossero sottoposti formalmente al potere di un pater o princips gentis, era però evidente e attestata dalle fonti anche la preminenza di alcuni personaggi particolari. Tra coloro che, in ogni generazione, fossero emersi all’interno delle varie gentes, il rex sceglieva i membri del senato: i patres. Secondo l’ipotesi del Capogrossi, fa salvo il rapporto tra ordinamento gentilizio e senato, ma immagina una logica più elastica e con un più forte ruolo di mediazione del rex.
È improbabile che si fosse definita una sfera di competenze e di vincoli tra gli organi - re, senato e curie - di carattere formale. Anche per questo Capogrossi propende ad escludere l’idea che già nella prima età regia il senato prestasse la sua auctoritas ad atti di altri organi della comunità e in particolare alle delibere dei comizi curiati. Una competenza sicuramente attestata nella prima età repubblicana, allorché sono menzionate nelle fonti vere e proprie delibere da parte di comizi centuriati, da confermare con l’auctoritas del senato. Che tale ruolo si sia affermato potrebbe avvalorarlo il fatto che, in seguito, l’auctoritas del senato fosse associata ai soli patres, inducendoci a immaginare che questa funzione si fosse definita in una fase in cui solo costoro costituivano l’organico del senato. In ogni caso, sin dall’origine dovette esser preminente una funzione consultiva del senato, coinvolto dal rex nelle decisioni più gravi per la città, costituendo un momento importante nella formazione del consenso.
Inoltre, quanto alle sue competenze, altro compito fondamentale è la creatio del rex, perché sono scelti all’interno di questo consilium, gli interreges. È un potere che spetta al più antico senato monarchico (e che conserverà anche in età repubblicana, perché il senato sceglierà quelli che saranno i futuri candidati come magistrati). Altro potere è l’inauguratio, esercitato dagli augures. Questo però è valido soprattutto per i primi re, perché vedremo come poi nascano, secondo le fonti con Numa Pompilio, dei sacerdoti specializzati. Comunque gli augures costituiscono un collegio a parte, potevano far parte o meno del senato, ma comunque erano patrizi.
Dobbiamo escludere invece che avessero un ruolo per quanto riguarda l’emanazione di leggi, un potere di cui è privo il senato monarchico, ma che otterrà in età repubblicana così come nella creazione di magistrati, che non esistono. Invece dubbio è la partecipazione del senato alla nomina degli ausiliari del re. Questi non sono magistrati, non sono eletti dal popolo, ma sono nominati direttamente dal re.
Populus - comizi curiati
Il terzo elemento della costituzione monarchica è il populus. Populus deriva da populari e quindi indica la comunità degli armati. Populus sono, quindi, i cittadini in grado di portare le armi. Solo successivamente questa comunità di armati si trasformerà anche in assemblea politica e ciò avverrà in parte sotto gli etruschi, compiutamente in età repubblicana.
Le fonti tramandano che Romolo avrebbe diviso il popolo in tre tribù e ci danno tre nomi, ci parlano di: Tities, Ramnes e di Luceres. Queste tre tribù sono distinte su base etnica e fanno riferimento: i tities ai Sabini, i ramnes ai Romani, mentre i luceres, fonti e studiosi moderni, li ricollegano alla figura di Lucumone, nome che viene dato ai re etruschi, infatti, Tarquinio Prisco, prima di diventare re di Roma, viene definito lucumo, anche se in realtà nelle epigrafi etrusche si trova questo termine dal significato lucalce.
Di queste tre tribù vi sono buoni argomenti, non solo a livello archeologico ma anche a livello linguistico, per ritenere che le fonti abbiano detto la verità.
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