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all’offeso di uccidere il ladro. Uno era questo, se il furto era notturno, quindi ci poteva essere una

legittima reazione da parte di chi appunto veniva aggredito dal ladro, e quindi ovviamente poteva

arrivare anche ad ucciderlo, legittima difesa. In questo caso le XII Tavole dicono, “iure caesus est”, cioè

è ucciso secondo il delitto. Quindi non è in nessun modo colui che uccide imputabile per omicidio,

perché è la legge che consente in questo caso di uccidere il ladro notturno. Non c’è risarcimento, o

almeno il risarcimento ci può essere solo se poi il ladro è stato ucciso.

E l’altra fattispecie che è citata subito dopo alla norma 13 della Tavola VIII riguarda l’altro caso in cui il

ladro può essere ucciso e la sua uccisione non comporta l’accusa di omicidio. Il caso di un furto che

avvenga di giorno, infatti, si parla di luci, poi si fa riferimento al fatto che il ladro ha un’arma, “luci si se

telo defendit”, cioè si difende con un’arma, che non è il giavellotto. Però si fa riferimento al verbo plorare,

il chiamare aiuto, io qua non posso uccidere il ladro di giorno, però devo chiamare i testimoni. Ciò vuol

dire che se uccido un ladro di notte sono sicuro di non essere punito, se lo uccido di giorno contro di me

potrebbe essere intentato un processo, per verificare se effettivamente ricorreva la legittima difesa.

Allora io devo precostituirmi le prove e quindi devo chiamare i vicini, devo plorare. È richiesta il requisito

della ploratio, proprio per evitare che ci fossero abusi di persone che magari dicessero era un ladro.

Quindi qui la differenza rispetto al caso precedente che un giudizio può essere intentato e quindi è

necessario precostituirsi delle prove e dei testimoni.

La norma 14 e 15 della Tavola VIII riguardano sempre il furto riguardano il tipo di perquisizione che si

doveva fare.

Interessante la norma 21 della Tavola VIII in cui ritroviamo una norma già presente nelle leggi Regie.

Probabilmente si sente la necessità di ribadirla perché i rapporti tra patrizi e plebei sono cambiati.

Mentre se vi ricordate nell’Età Regia non c’era ancora questo contrasto così forte come nel I secolo della

Repubblica, adesso si sente la necessità di riaffermare una norma che probabilmente nella prassi non

era osservata, perché altrimenti non ci sarebbe la necessità di ribadirla. La norma in questione è quella

del patrono che froda il cliente. La fides, qui è affermata soltanto con riguardo alla figura del patrono. E

quindi si dice che se il patrono froderà il cliente, sacer esto, cioè la sanzione è identica, però si sente la

necessità di ribadirla. Quindi il fatto che venga ribadita una norma già presente e che venga ribadita solo

con riguardo al patrono ci fa pensare che i rapporto tra i due gruppi sociali siano nel frattempo cambiati a

svantaggio dei clienti.

Un’altra norma che è ripresa, probabilmente perché fosse poco osservata è quella dell’omicidio

involontario. Vi ricordate che la distinzione tra l’omicidio volontario e l’omicidio involontario, per il quale

era necessario dare l’arietem subicito ai parenti dell’ucciso. Qui si dice esattamente la stessa cosa, si

dice che nel caso in cui, è sempre Plinio che ce ne parla, il telum, cioè l’arma sfugge di mano, manu

fugit, cioè sfugge, arietem subicito, deve essere dato l’ariete. Si fa richiamo anche qui alla norma per cui

deve essere offerto un ariete, che viene sacrificato espiare la colpa di chi ha senza volere ucciso un altro

soggetto.

Inoltre ci sono solo due norme di diritto pubblico nelle XII tavole e sono contenute nella tavola IX.

Una riguarda il divieto di irrogare privilegi, da qui dobbiamo partire dall’etimologia del termine

privilegium, perché vista così sembrerebbe una norma a vantaggio di qualcuno e a discapito di altri. Per

Roma il termine non ha questa valenza, “privus” in latino vuol dire singolo, quindi sono norme emanate

per le singole persone e non per la totalità della collettività. Queste norme possono essere sia favorevoli

che sfavorevoli, se la collochiamo nella metà del V sec dobbiamo pensare che non riguarda l’irrogazione

di benefici quanto l’emanazione di leggi ad personam, siano positive per il soggetto o negative.

Cicerone fa riferimento alla legislazione de capite civis, cioè tutte le norme che riguardano il caput del

cittadino, le norme che stabiliscono una pena capitale. Egli dice che ci sarebbe stata quest’altra norma la

quale avrebbe stabilito che: “de capite civis rogari nisi maximo comitiatu”, cioè non si possono rogari,

ovvero chiedere un parere, non possono essere emanate leggi che riguardino il caput del civis se non

dinanzi a questo comitiatus maximus. Vi sono due interpretazione che servono per far capire la portata

di tale legge.

Una parte della dottrina ha tenuto che questo rogare fa riferimento solo all’attività di tipo giurisdizionale

dei comizi in materia criminale, quindi ad essere stabilita una competenza esclusiva limitata solo ai

processi criminali. Secondo questa parte della dottrina, quindi si riferisce solo ai processi capitali che

vengono portati davanti al popolo mediante la provocatio.

Secondo l’altra ipotesi più valida, rogare si usa in senso tecnico per le leggi, infatti le leggi repubblicane

sono leges rogate, perché il popolo viene interrogato dal magistrato. Se accogliamo questa ipotesi che

parte dal significato tecnico di rogare dobbiamo ipotizzare che questa competenza esclusiva del comizio

centuriato sia non solo per i processi ma anche per le altre leggi che riguardino tutta la materia capitale.

Quindi sarebbe una riserva di legge a favore dei comizi centuriati, che sono l’unica assemblea a poter

decidere l’introduzione di nuove leggi che stabiliscano pene capitali.

L’altra riguarda il comitiatus maximus, dove maximus è superlativo quindi significa che ci sono almeno

tre soggetti, altrimenti sarebbe stato utilizzato “maior”. Vi erano quindi tre assemblee popolari:

• assemblea delle curie già esistente in età regia.

• tribuni della plebe e nascita del concilium plebis, nel 496/494 , anche se non è riconosciuta

come assemblea cittadina perché le delibere dei plebei “plebiscita” non hanno forza di legge.

• comizio centuriato, cioè quello creato sotto Servio Tullio attraverso la riforma centuriata.

Ma ora occorre capire quale delle tre possa essere definita maxima. Se mi riferisco al numero, il

comizio centuriato con 193 centurie, ha un numero di partecipanti maggiore del comizio curiato ma

anche del concilium plebis. Se invece si riferisce all’importanza, si arriva alla stessa conclusione perché

le competenze più rilevanti per la civica sono attribuite al comizio centuriato perché elegge i magistrati

superiori, vota le leggi e giudica in caso di provocatio. Quindi maximus è il comizio centuriato.

Perché c’è una norma di questo genere nelle XII tavole? Molti studiosi ipotizzano che con questa norma,

si sono voluti vietare sia processi che si svolgevano davanti ai comizi curiati sia i processi rivoluzionari

che si svolgevano davanti ai plebei. Quindi scegliere il comizio centuriato significa scegliere

un’assemblea rappresentativa sia dei patrizi che di una parte dei plebei. Questa competenza esclusiva

del comizio centuriato, che riguarda sia i processi sia l’emanazione di leggi de capite, è il risultato di un

compromesso tra patrizi e plebei, perché si dà la possibilità di partecipare alla gestione della res publica

anche ai plebei più ricchi. È interessante vedere che questa legge sul comitiatus maximus, Cicerone la

collega all’altra legge, il divieto di creare norme ad personam.

La dottrina ipercritica ritiene che queste due norme non fossero state contenute nelle XII tavole. Questa

tesi fa leva sul fatto che questa notizia, Cicerone la riferisce nel “de legibus”, da molti questo è

considerato una sorta di costituzione ideale, cioè quello che Cicerone avrebbe voluto fosse stata la

costituzione della repubblica e non quello che effettivamente era. La norma sui privilegi, riguarderebbe

un fatto storico accaduto allo stesso Cicerone: Cicerone fu mandato in esilio grazie ad un provvedimento

ad personam emanato da Clodio perché aveva condannato a morte i Catilinari, senza concedere loro la

provocatio. Quindi Cicerone riporterebbe la sua situazione ingiusta alle XII tavole, dicendo che non ci

deve essere una legge ad personam. Seguendo queste ipotesi, questa legge non è mai esistita.

Questo discorso non può valere per quella che attesta l’esistenza dell’assemblea centuriata e la sua

competenza a decidere del caput del civis, questo perché da più fonti e da una serie di processi, che tutti

i processi che hanno ad oggetto la pena capitale si svolgono davanti al comizio centuriato fino al II

secolo. Nel II secolo, con Silla, si afferma un nuovo tipo di processo per cui non sarà più il popolo a

giudicare ma dei tribunali ad hoc.

La caduta del decemvirato e il nuovo modello costituzionale

Nel 449 cade il decemvirato. Anche in questo caso c’è una rivolta che inizia con lo stupro di Virginia ad

opera di Appio Claudio.

Nelle fonti si fa una distinzione tra i primi decemviri che sono considerati in senso positivo perché

giudicano secondo le leggi, che concedono la provocatio ai cittadini. Si ha invece, una visione negativa

dei secondi decemviri che vi comprendevano anche i plebei; Appio Claudio è patrizio ma molto vicino ai

plebei, riesce a farli inserire nel secondo decemvirato il quale sarà macchiato di una serie di atti tirannici,

dove i decemviri cercarono di rimanere in carica oltre il tempo stabilito e sarebbero stati loro ad

introdurre queste due ultime tavole, perché in origine sarebbero state dieci, definite dalle fonti “inique”

non a vantaggio del popolo perché in queste sarebbe stato contenuto il divieto di connubium tra patrizi e

plebei. Proprio per questi crimini odiosi sarebbe stato rovesciato il decemvirato e ci sarebbe stato lo

stupro.

Questa connotazione negativa del secondo decemvirato è dovuta al fatto che la storiografia è patrizia.

Ma rimane il fatto che il decemvirato fu rovesciato e si tornò ai consoli e quindi due patrizi che

gestiscono la res publica, anche se per pochi anni (449-444). Ciò si spiega dal fatto che forse i tempi

non erano maturi per avere un governo misto e con tutti questi magistrati, era difficile convincere di una

stessa idea dieci magistrati.

In seguito si tenta di trovare un nuovo modello costituzionale per quanto riguarda la figura di vertice, la

suprema magistratura. Dal 444 al 367, non troviamo i consoli ma magistrature di vertice individuate

con questa formula, tribuni militum consulari potestate, ovvero tribuni militum con potestà consolare. Nei

vari anni il numero di questi cambia, a volte due a volte tre, non si supera mai il numero di sei. Due di

questi, danno il nome all’anno e quindi si pongono in una posizione sopraelevata rispetto agli altri. L’altra

cosa interessante è che mentre negli anni in cui troviamo i consoli sono solo patrizi, negli anni in cui ci

sono i tribuni abbiamo all’interno del collegio anche plebei.

Si assiste così ad una nuova sperimentazione costituzionale in cui si vogliono ammettere anche i plebei

al governo della res publica inserendoli in questo collegio. Questo sarebbe stato l’organo dal quale sono

nati poi i magistrati repubblicani perché da un lato ci sono questi due che danno il nome all’anno, in

alcuni anni due di questi tribuni si occupano del censimento, predecessori dei censori creati nel 492. In

altri casi sappiamo che uno di questi, si occupa della giustizia civile, ci potrebbe far pensare ad un

predecessore del pretore che sarà introdotto nel 497.

La dottrina pensa che questo tribunato avrebbe dato origine alle supreme magistrature repubblicane: i

due consoli, il pretore e i censori. Questa sperimentazione costituzionale finisce nel 467, anno in cui si

ha la legge lucinia sestia de consule plebeio, la quale metterebbe per iscritto quella che è una prassi

consolidata.

Altri studiosi ritengono che il tribunato non avrebbe nulla a che fare con la nascita di altre magistrature. Il

fatto che ci siano più magistrati in un anno è spiegato perché era un momento in cui c’erano più guerre

che vedevano Roma impegnata in più fronti e quindi c’era la necessità di avere più comandanti militari al

posto dei soli due consoli. In teoria si può sostenere questa ipotesi, ma incontra la difficoltà del perché ci

sono due figure che si occupano del censimento. Sono tutte ipotesi non certe.

Magistrature repubblicane: 1) Il dittatore

Fra le magistrature più antiche c’è il dittatore, che è una magistratura straordinaria e non ordinaria,

quindi non è eletto ogni anno ma solo in determinate circostanze. L’origine della dittatura è da ricollegare

all’età regia, Cicerone ci dice che il nome più antico di dittatore era magister populi, quindi il dittatore

dell’età repubblicana è l’erede del magister populi dell’età monarchica, quindi sarebbe un comandante

militare.

I dati a favore di questa ipotesi sono la testimonianza di Cicerone, il quale specifica il nome “magister

populi” era contenuto nei documenti sacerdotali. Altro elemento deriva da un tabù religioso, il diritto

astrattamente legato alla religione. In età storica il dittatore non poteva montare a cavallo a meno che

non avesse avuto una autorizzazione del senato. Tale divieto esisteva perché il magister populi era

comandante della fanteria, mentre il magister equitum era comandante della cavalleria. Il magister populi

doveva porsi davanti alla falange, se avesse avuto il cavallo, avrebbe potuto abbandonare l’esercito

quando vedeva che la situazione volgeva al peggio, e l’esercito sarebbe stato esposto a rischi maggiori.

Da un lato il fatto che il magister populi fosse indicato nei liber sacerdotali, dall’altro il divieto di montare

a cavallo ci fanno pensare allo stretto legame esistente tra il dictator e il magister.

Ma ci sono altri elementi che ci fanno capire che dittatore era il nome repubblicano del magister populi.

Innanzitutto il dictator così come il magister populi non era eletto dai comizi; mentre gli altri magistrati

superiori sono eletti dai comizi, il dittatore in origine è nominato con un rituale ricco di avvenimenti

sacrali. Il dictator veniva nominato di notte, in età repubblicana da uno dei consoli con il consenso del

senato, gli auspicia vengono presi di notte e ci deve essere silenzio per entrare in rapporto con la

divinità. Nel 300 ci sarà una norma che stabilirà che il dittatore, come le altre magistrature, dovrà essere

eletto dai comizi.

Le fonti in origine parlano solo del dittatore come optima lege creatus, il dittatore che viene creato

secondo questa legge (non la legge curiata, lex in latino ha il significato di pronuncia vincolante) ha la

totalità dei poteri: contro di lui non si può opporre la provocatio; contro di lui non si può opporre

l’intercessio; non deve rendere conto del suo operato quando esce di carica; non vale lo ius auxili che

hanno i tribuni.

Questi poteri straordinari ci spiegano anche la limitazione, il dittatore non può rimanere in carica più di

sei mesi e ha l’obbligo di abdicare al termine della scadenza. Ha anche l’obbligo di nominarsi il magister

equitum.

Il dittatore è nominato in casi particolari, o perché c’è una guerra che si presenta molto pericolosa e c’è

la necessità di avere un comandante unico e non due, oppure per sedare le rivolte dei plebei, oppure si

elegge un dittatore quando i consoli litigano tra loro, e siccome un console può opporre l’intercessio

all’altro console, creando una situazione di stallo per cui è necessario nominare il dittatore.

Nel 300 si stabilirà che anche il dittatore deve essere eletto dal comizio e si creeranno figure di dittatori

con diritti minori e compiti specifici: infiggere il chiodo nel tempio della dea Nortia, convocare i comizi

perché i due consoli sono morti. Nel I secolo la dittatura tornerà in auge ma sarà completamente diversa

da quella arcaica, come le dittature di Silla e di Cesare, che non rispettano la durata dei sei mesi Silla è

dittatore per 2 anni, Cesare è dictator perpetus.

2) Consoli

Oltre alla dittatura ci sono i consoli, sono magistrati cum imperio quindi sono dotati del più alto comando

militare.

Le magistrature con imperio a Roma sono: consolato, dittatura e pretura. Le magistrature minori sono

dotati solo di potestas.

I consoli sono due, prima del 367 sono patrizi, dopo sono anche plebei. La legge del 367 stabilisce che

può essere plebeo, in seguito troveremo sempre un patrizio e un plebeo e alla fine troveremo anche due

plebei.

Tutti i magistrati che hanno l’imperium hanno anche il diritto di convocare il popolo e il senato. Questi

non possono autoconvocarsi devono sempre essere convocati da un magistrato cum imperio. Avere

l’imperio significa avere il comando dell’esercito ed il diritto a fregiarsi delle insigne imperii avere i cd

fasci, quindi in qualsiasi momento poteva mettere a morte il cittadino. Hanno anche la potestas, quindi

un potere di tipo civile, possono imporre tributi, governano la Repubblica con il consiglio del senato.

I consoli non sono giuridicamente obbligati a seguire il parere del senato, ma lo sono politicamente,

perché se vogliono entrare a far parte del senato devono comportarsi in modo che il senato non esprima

un divieto sulla loro entrata al senato una volta terminata la magistratura.

3) Censori

Secondo Plivio, il primo anno di funzionamento è il 443 a.C., ma chi ha provveduto a fare il censimento

prima di tale data? In origine lo fecero i funzionari del re poi i consoli, si ha poi altre indicazioni dalle fonti

che ci indicano una coppia all'interno del collegio nel tribuni militum specializzata nel redigere il

censimento, per poi distaccarsi pian piano, fino ad arrivare nel 443, anno di introduzione della censura.

Se accettiamo tale ipotesi di origine dei censori, occorre far presente che anche se sono considerati

magistrati maggiori, questi non hanno l'imperium, e infatti nella loro elezioni non ricorre la lex curiata

d’imperio che attribuiva i poteri militari, ma essi hanno una lex centuriata de censoria potestate. Pur non

avendo l’imperium sono considerati tra le magistrature più importanti. Essi non hanno l’imperium perché

le loro competenze non prevedeva l’esercizio del potere militare, aveva solo compiti di natura

amministrativa.

Una volta eletti, i due censori entravano in carica ed emanavano un editto, la lex censui censendo, che

dava loro i poteri per fare il censimento.

Un elemento di innovazione ci fu con una lex Aemilia del 439 che stabili la durata della carica che è di 18

mesi e la loro elezione ogni 5 anni, perché il censimento si faceva ogni 5 anni.

Il censimento era importante perché la riforma centuriata richiedeva una sorta di fotografia della

popolazione per far sì che ciascuno venisse inserito in una centuria e nelle tribù. Il popolo veniva riunito

nel campo Marzio e alla presenza dei censori tutti i pater familias dovevano dichiarare i propri beni

(schiavi, terreni, strumenti per coltivare il fondo). Per chi dichiarava il falso la pena era la servitù

(addietus), o secondo certe fonti addirittura la morte.

Oltre a tale compito c'erano anche altre funzioni. In particolare vi era il controllo dei costumi, dove i

censori vigilavano sulla condotta pubblica e privata dei singoli cittadini e potevano sancire una nota

censoria, con conseguenze quali la retrocessione di centuria, e l’esclusione dalle tribù e dalle classi.

Tale controllo era discrezionale, di qui il grande potere di cui erano investiti tali magistrati.

L'altro compito fondamentale è la lectio senatus (scelta del senato). Del senato facevano parte gli ex

magistrati e tale carica era a vita. Alla morte dei senatori era necessario sostituirli, e a sceglierli tra quelli

che ne avevano i requisiti erano proprio i censori.

Per questi ultimi due poteri era necessario che i due censori fossero d'accordo.

I censori, inoltre, avevano una serie di competenze relative all'amministrazione della res pubblica:

innanzi tutto la gestione dei beni pubblici (ad esempio affittare l'ager publicus i cui gli affitti erano

quinquennali) poi si occupavano delle opere pubbliche più importanti.

Tutte queste prerogative sono operazioni che non è necessario compiere ogni anno, salvo casi

eccezionali in cui i consoli facevano una lex straordinaria, oppure veniva fatto un processo al posto della

nota censoria da parte dei consoli o in certi casi dai tribuni della plebe. Una volta finite le operazioni di

censo, spettava loro anche compiere uno dei sacrifici pubblici più importanti, ossia la cd lustratio che

era una solenne purificazione del popolo e consisteva nel sacrificio di alcuni animali (bue, maiale,

pecora) nel campo Marzio.

Rapporti tra Roma e le comunità del Lazio e dell’Italia centrale

Roma aveva un particolare sistema di alleanze con le altre città già in età arcaica: le leghe, unioni di città

che avevano una funzione religiosa oltre che militare, inoltre ci sono leghe anche prima della fondazione

di Roma: lega dei 30 popoli ardensens con centro ad Albalonga; in Etruria quella delle 12 città etrusche.

Nel 493 Roma, uscita dalla influenza etrusca, partecipa alla lega Latina attraverso Furio Cassio (dittatore

o console secondo le fonti) il quale sottoscrive un trattato di alleanza, faedus cassiano. La lega si attiva

soprattutto quando c'è una minaccia esterna.

Dal 493 al 338 Roma si trova in una posizione paritaria rispetto agli altri membri della lega. Dopo il 338

Roma deciderà da se le sorti della lega e dei rapporti tra le altre città della lega. Il comando della lega

era a turno su base annuale, a turno veniva eletto un comandante comune denominato dictator, che ci fa

pensare ad un esercito oplitico, oppure di praetor maximum. Tra le città della lega erano garantiti una

serie di diritti reciproci, caratterizzati dalla reciprocità:

1. ius connubi, ovvero il diritto di contrarre matrimonio tra membri appartenenti a città diverse, la

cittadinanza di chi nasceva dal matrimonio era stabilita in base a quella del padre. La

cittadinanza non si trasferiva anche alla moglie, la quale conservava la propria.

2. Ius commerci, ovvero il diritto di commerciare reciprocamente, anche se non sappiamo se i latini

potevano partecipare a tutti gli atti dello ius civile, è argomento dibattuto e non facilmente

risolvibile. Era garantito sicuramente il dominium ex iure quiritium.

3. ius migrandi, ovvero possibilità di stabilire la propria residenza in qualsiasi città della lega. Una

volta stabilita la residenza si aveva il diritto di voto sia attivo che passivo. Anche questo su base

reciproca.

Questo sistema dura fino allo scoppio della guerra Latina del 340 che durerà due anni. Roma riesce a

vincere e sostanzialmente a tutti questi rapporti bilaterali sostituisce rapporti unilaterali tra Roma e ogni

singola città, impedendo al contempo che le città possano unirsi tra loro con trattati e alleanze. La

reciprocità e l'assoluta parità non sussistono più e Roma ha un posto di primo piano.

Una prerogativa della lega è quello di fondare colonie, e le colonie fondate dalla lega sono colonie latine.

Un problema che si pone è quale diritto sia applicato a queste colonie. È un problema non risolto, perché

sappiamo che potevano farne parte tutti gli interessati, solitamente i più poveri perché aveva necessità di

avere terre. La tesi che sostiene Capogrossi è che probabilmente il diritto applicabile alla colonia fosse

quello della maggioranza dei suoi membri (di Tuscolo, di Ariccia, di Tivoli ecc.), comunque sia il diritto

latino comunque non era molto diverso da città a città.

Roma si arroga anche dopo il 338 la possibilità di fondare colonie latine in nome della lega. Qui è

verosimile che si applicasse il diritto romano, però non abbiamo elementi. Alle colonie romane si

applicava il diritto romano, e su questo gli studiosi sono concordi.

Differenza Colonie - Municipia

Le colonie sono deduzioni ex novo di coloni in un luogo dove non c'è un agglomerato urbano e la città

viene costruita ex novo. C'è una delibera del senato seguita da una dei comizi che stabilisce dove si

fonda la colonia, i coloni che ne fanno parte, e le terre che vengono date alla nuova colonia. Poi ci sono

tre magistrati straordinari, i cd tresviri coloniae deducendae. I coloni sono guidati in formazione militare

da questi magistrati e uno di questi tre ha il compito di fondare la colonia. Per la fondazione si seguono

le stesse regole usate per la fondazione di Roma: col rito dell'aratro, fatto in parti di bronzo, col quale

viene perimetrato il territorio in senso antiorario e si crea questo solco, trainato da una coppia di

buoi,vacca e toro bianchi che poi saranno sacrificati, e su tale solco inviolabile sorgeranno le mura. Al

suo interno la colonia è divisa in tanti lotti di terra attraverso il sistema della centuriatio, ossia la divisione

secondo assi verticali (il cardo viene tracciato da est a ovest e il decumano da nord a sud). La terra così

divisa in tanti quadrati, le centurie, è oggetto di dominio lex quiritium, e quindi ogni colono avrà un suo

appezzamento di terra in piena proprietà. La funzione delle colonie latine e di quelle romane è diversa:

quelle romane, le più antiche risalenti al IV secolo e sono Ostia, Anzio e Terracina e tutte situate lungo

le coste, sono dette colonie marittime e dovevano proteggere l'interno dai pericoli provenienti dal mare,

come la pirateria etrusca e cartaginese, e quindi hanno la funzione di presidi militari lungo le coste e

sono formate da 300 famiglie, e tali coloni erano esentati dal servizio militare. La terra affidata loro era in

misura minore (da 2 a 7 iugeri) proprio per questa funzione di difesa. Le colonie latine invece sono tutte

all'interno e in zone pianeggianti (pianura padana e Campania), che si prestano alla coltivazione. Era

affidata ai coloni più terra più ampia (circa 25 iugeri). La funzione principale quindi è di popolamento e di

sfruttamento della terra.

Gli abitanti delle colonie romane erano cittadini romani e seguivano il diritto romano in tutto e per tutto,

gli abitanti di quelle latine non lo sappiamo ma probabilmente non avevano la cittadinanza romana. Nelle

fonti sono riportati molti casi di cittadini romani che scelgono di perdere la cittadinanza romana per far

parte delle colonie latine, rinunciando anche a diritti importanti quale la provocatio ad popolum e ad altri

privilegi, perché solitamente cittadini meno abbienti e che avevano bisogno di più terra da coltivare.

Vedremo come nel corso della storia la fondazione di tali colonie latine si ha quando la plebe comincia

ad essere in sovrannumero e si ha la necessità di allontanare la plebe da Roma per evitare anche

insurrezioni. I cittadini appartenenti alle classi meno abbienti vengono inviati a far parte di queste nuove

colonie e così si alleggerisce anche la pressione politica.

I Municipia, deriva da munus = obbligo, sono città già esistenti, con una forma urbana, con

magistrature, con un'assemblea, già definita, che però non sono città romane,possono essere latine,

etrusche. A partire dal IV secolo i romani che cominciano a espandersi nella penisola, concedendo la

cittadinanza romani ai municipi.

Il municipium più antico è quello di Cere (Cerveteri), città etrusca. A questa viene assegnata la

cittadinanza romana senza diritti politici attivi e passivi (Civitas romana sine suffragium), poiché aveva

conservato i sacra di Roma, durante il saccheggio di Roma del 390 da parte dei galli e viene così

gratificata da Roma.

Questo non implica che si applica direttamente il diritto romano: i rapporti interni erano ancora regolati

dal diritto proprio etrusco, ma il diritto romano era utilizzabile nei rapporti tra romani e cittadini del

municipium (ius commercium, ius connubium, ma non ius migrandi e quindi non avevano il diritto di

suffragio). I cerini quindi conservano la propria cittadinanza e nei rapporti interni vigeva il diritto etrusco,

ma quando si spostano a Roma possono sposarci e commerciare con i romani, ma non possono votare

ne essere eletti magistrati.

Accanto a questa forma di cittadinanza romana limitata, nel 381 viene concesso un altro tipo di

cittadinanza romana, in particolare a Tuscolo, altro municipio già esistente, la quale viene gratificata con

la Civitas optimo iure, che comprende anche lo ius migrandi oltre allo ius commercium e lo ius connubi.

Anche per le comunità cui è attribuita la Civitas optimo iure conservano la propria cittadinanza e hanno

anche quella romana.

Ciò funziona fino al 90 a.C., ci dice Cicerone, le singole città se vogliono, possono mutuare singole leggi

di Roma, su base volontaria ma non sono obbligate ad utilizzare il diritto romano. Perché mutuano solo

le leggi: perché sono scritte, sono conosciute e utilizzate, i mores invece no perché presuppongono

l'interpretazione dei prudenti, cioè ceto di giuristi, che noi sappiamo esistere a Roma e non nelle altre

città. Gli unici ad aver sviluppato una scienza giuridica sono i romani. Nel 90, con la Legge Giulia de

civitate, subito dopo la guerra sociale contro le popolazioni italiche, la cittadinanza verrà concessa a tutte

le comunità disposte a deporre le armi durante la guerra; molti popoli italici decideranno di accettare

viste le garanzie che la cittadinanza offriva. La differenza della concessione della cittadinanza tra prima

e dopo è che nel 90 le comunità che vogliono la cittadinanza, volontariamente, devono contestualmente

rinunciare al proprio ordinamento e utilizzare solo ed esclusivamente il diritto romano. Alcuni non

accettano la cittadinanza, come le città greche, conservando il proprio ordinamento e stabiliscono

un'alleanza per conservare le proprie tradizioni. A partire dal I secolo scompaiono tutte le epìgrafi di

lingua dell'Italia antica, mentre prima ne abbiamo tantissime, e abbiamo solo epìgrafi in latino, e tutte le

magistrature di cui abbiamo conoscenza di questi popoli scompaiono e vengono amministrati da

magistrati municipali. Da questo punto inizierà la romanizzazione della penisola, portata avanti dal diritto.

Il diritto romano non distruggerà del tutto le consuetudini locali, tant’è che nel Digesto di parlerà mores

regioni, di consuetudini locali che però si attuano in subordine rispetto alle leggi di Roma.

457 anno di svolta: la legge Licinia Sestia

Il 457 è un anno di svolta, nel senso che si costituisce una nuova classe dirigente. Questo non vuol dire

che Patrizi e Plebei vengono a porsi sullo stesso piano anche sotto il profilo economico, i Patrizi

continuano ad essere ricchi e i Plebei, una parte riesce ad avere ricchezze, l’altra parte ovviamente no.

Però l’elemento importante è che lo strato più ricco della plebe partecipa adesso al Governo in città e in

questo senso dobbiamo vedere una conquista della prima delle leggi Liciniae Sesti.

L’altra legge importante è la legge Licinia Sestia cosidetta del modo agrorum, che è la seconda

legge, perché fa riferimento ad un problema dell’ager publicus. Questa legge poneva un limite: si diceva

che nessun cittadino potesse possedere più di 500 iugeri, quindi 125 ettari di terra.

Questo limite riguardava solo la terra pubblica, come pensa la maggioranza degli studiosi, o riguardava

la terra in generale, anche la terra privata, ponendo in questo caso un limite anche ai possessi di terra

oggetto di dominio? Fino a pochi decenni fa l’idea predominante era che il limite dei 500 iugeri valesse

solo per la terra pubblica, per l’ager publicus, quindi le terre di dominio potevano avere un’estensione

anche più ampia dei 500 iugeri, il limite avrebbe riguardato solo la terra pubblica. Recentemente, invece,

è stata avanzata un’altra ipotesi, attraverso una lettura più attenta delle fonti, e si è ipotizzato che questo

limite fosse generale, quindi riguardasse tanto le assegnazioni in proprietà privata, tanto quelle in terra

pubblica, sulla base del fatto che delle fonti principali delle leggi non dicono esplicitamente che il limite

riguarda l’ager publicus, la legge direbbe che nessun cittadino romano può possedere più di 500 iugeri di

terra. Quindi fin ora si è interpretata così letteralmente, non abbiamo una specificazione delle fonti che ci

dicono “ è ager publicus”, è vero che questa ipotesi è stata costruita su una serie di dati, per esempio il

fatto che in origine i Plebei erano esclusi dall’ager publicus, tutte le lotte che noi vediamo per

l’assegnazione in proprietà privata dell’ager publicus, dati a riscontro ce ne sono però se noi guardiamo

il testo della legge che ci è giunto in via indiretta non c’è. Si dice 500 iugeri di terra non ager publicus o

ager privato. Capogrossi dice “ questa legge potrebbe aver messo un limite all’ager pubblico o forse

anche all’ager privato” anche lui è incerto su questo punto.

L’altro elemento che potrebbe far propendere per questa ipotesi è che pochi anni prima, nel 396, si è

verificato un fatto importante e nuovo, si conclude la guerra di Roma contro Veio. Veio è una città

etrusca che aveva un territorio molto vasto e molto vicino a Roma e dopo una guerra durata 10 anni,

Veio viene rasa al suolo e tutto il territorio della città viene confiscato, e viene data 7 iugeri di terra a

ciascun cittadino romano maschio. La novità è che non viene più assegnata la terra al pater familias, ma

anche ai figli sui iuris, si possono quindi creare delle proprietà vaste, cosa che prima di Veio non

succede, perché le assegnazioni in proprietà venivano fatte al pater familias. Adesso si utilizza un

criterio diverso, probabilmente in parte per mettere a tacere questo malcontento della plebe, si fa questa

istituzione fatta a tutti i cives maschi sui iuris e non sui iuris. In questo elemento analogicamente molto

vicino, perché l’assegnazione avviene nel 396, la legge nel 367, allora le famiglie erano più numerose di

quanto fossero ora, in effetti si potrebbe pensare che questo limite a cui accenna la legge riguardasse

anche la proprietà privata. Non siamo in grado di dirlo con certezza, però mentre prima si diceva tutti

concordemente che il limite riguardasse l’ager publicus, adesso la dottrina è un po’ più cauta e si apre

anche verso questa ipotesi.

La terza legge è la cosiddetta legge “de ere alieno”, legge che riguarda i debiti, non la servitù per

debiti, ma la legge riguarda un problema altrettanto importante quale era quello dei debiti. La legge

stabilisce che, quanto si è versato a saldo di un debito debba essere computato al capitale e non agli

interessi, se il debitore non riusciva a pagare il debito interamente ed estinguerlo, quanto versava veniva

imputato agli interessi, questo comportava che il capitale che costituiva oggetto del debito continuava a

rimanere quello quindi a produrre continuamente interessi. Dal momento stesso in cui si decide che

quanto si versa se non si riesce a coprire l’intero va invece imputato al capitale il capitale diminuisce e gli

interessi che produce sono minori (quello che noi chiamiamo divieto di anatomicismo quindi se io devo

10 e investo 2, quei 2 non mi vanno a coprire l’interesse del 2% sui 10, per cui quanto devo versare sui

10, ma mi diventa 8, quindi produrrà meno), anche questo è un provvedimento importante fatto a

vantaggio della plebe.

Questa concessione che si pone su due lati diversi, abbiamo visto che la plebe sia composta da uno

strato sociale alto che non è interessato dai debiti e che non vuole il controllo della res publica e gli

stessi diritti dei patrizi e c’è uno strato sociale basso, che invece ha esigenza a confrontarsi con il

problema dei debiti, i provvedimenti che sono stati presi riguardano entrambi gli strati sociali, perché la

norma de consuli plebeio va incontro alle esigenze della fascia alta della plebe, la norma de ere alieno

va incontro alle esigenze della fascia bassa della plebe.

Magistrature superiori della res publica

Il pretore

I patrizi fanno queste concessioni, però ottengono in cambio un’altra concessione: nello stesso anno, nel

367, viene istituito il pretore, una magistratura che ha il compito di amministrare la giurisdizione civile sia

fra ceneri romani, sia, prima del 242, fra ceneri romani e peregrini, questa magistratura si stabilisce che

non è collegiale e che può essere investita solo da un patrizio. Quindi se da un lato i patrizi cedono,

dall’altro hanno qualcosa in cambio, si riservano una magistratura importante, perché sostanzialmente il

controllo del diritto e dell’amministrazione della giustizia rimane ai patrizi, perché del collegio pontificale

fanno parte solo i patrizi, fino al 300 e dell’amministrazione della giustizia, almeno per 30 anni fino a

quando non potrà essere eletto il primo pretore plebeo, fanno parte solo i patrizi. È da notare come il

pretore nasca fin da subito come magistratura unica e non costituisca mai un collegio, nemmeno quando

viene creato il pretore peregrino. Anche questo ha delle conseguenze, perché sostanzialmente

abbiamo visto, prendete ad esempio il consolato, che i consoli si dividevano in due il potere, l’uno ha

l’intercessio nei confronti del collega, mentre nessuno può porre l’intercessio al pretore, è discusso

anche se potessero farlo i tribuni, sicuramente non lo può fare un collega. Quindi il pretore è un

magistrato unico come tale prende le decisioni da solo e questo ovviamente in parte si capisce per la

natura dei compiti che sono affidati al pretore, perché se deve amministrare la giustizia e tutte le volte

deve consultarsi con un collega che ha idee diverse ovviamente il processo non va avanti. Da una parte

ci sono esigenze concrete, però dall’altra c’è la volontà di creare fin da subito una magistratura unica,

perché altrimenti potremmo pensare che quando si crea un’altra figura che ha gli stessi compiti del

pretore peregrino si sarebbero dovuti riunire in collegio cosa, invece, che non si fa.

Il pretore è detto collega minor dei consoli, quindi diciamo che al limite si può ipotizzare che i consoli

potessero avere l’intercessio nei confronti del pretore, ma sicuramente il pretore non poteva avere

l’intercessio nei confronti dei consoli perché è un magistrato minore. Ha l’imperium e proprio a

simboleggiare che è collega minor ha sei fasci, vi ricordate che il dittatore che ha l’imperio summum ne

ha 24, i consoli ne hanno 12 ciascuno e il pretore ne ha 6. Avendo l’imperium ha tutte quelle prerogative

che sono connesse all’imperium e che hanno ovviamente anche tutti gli altri magistrati che hanno

l’imperium e sono: lo ius agendi cum populo, quindi il pretore può convocare il popolo; lo ius agendi cum

patribus, il pretore può convocare il senato; lo ius edicendi, può emanare delle disposizioni che siano

vincolanti ed espressione più evidente dello ius edicendi sia l’editto.

Il pretore una volta entrato in carica ogni anno emana un editto che ha una sorta di

autoregolamentazione, perché nell’editto è indicato come si comporterà nei diversi casi che verranno

sottoposti alla sua attenzione, se concederà azione o non concederà azione, se e quali fattispecie

tutelerà ecc.

Il pretore non è costretto ad osservare quanto è indicato nell’editto, questo almeno fino a quando l’editto

non verrà codificato, ma siamo già in età imperiale. Non è vincolato ad osservare quanto ha scritto

nell’editto perché si può sempre presentare un caso concreto che egli quando è entrato in carica non ha

previsto eppure si rende conto che questo caso è meritevole di tutela allora in qualsiasi momento e a

sua piena discrezionalità potrà emanare un’azione decretale che si distingue dall’azione dittale, che è

prevista nell’editto, quindi le parti quando vanno dal pretore chiedono io agisco in base l’actio deposito, a

me serve l’actio empti, a me serve una conditio. Ci sono altre situazioni in cui la parte non ha nessuna

azione che può utilizzare perché nell’editto la fattispecie non è prevista il pretore ritiene che siano

meritevoli di tutela può concedere un’azione decretale o azione infactum.

C’è pure il fenomeno dell’edictum tralaticium che sostanzialmente il pretore recepiva quanto gli altri

pretori avevano fatto prima di lui, così quando lui emanava l’editto ogni anno generalmente teneva fermo

tutto quello che i suoi predecessori avevano fatto e questo editto cresce nel corso degli anni. Lo stesso

editto che noi conosciamo non è che si crea in un giorno, si crea nel corso degli anni e dei secoli. Ogni

pretore però era libero di adottare quanto avevano stabilito i suoi predecessori, non era obbligato a farlo.

Questa situazione fluida si arresta quando l’editto sarà codificato, con Giuliano, d’ora in poi non si potrà

più modificare, ma fino ad allora qualunque pretore lo poteva modificare. Il diritto del pretore detto anche

ius honorarium è un diritto che corre sempre in parallelo allo ius civile. Il pretore non può abrogare lo

ius civile, però nei fatti lo disapplica, per cui il grande uso che il pretore fa delle finzioni giuridiche (ad

esempio l’actio pubbliciana, il fatto che, io fingo che sia decorso il termine dell’usucapium perché colui

che ha acquistato essendo un caso di una traditium di res mancipi non ha compiuto la mancipatio, quindi

la proprietà non è passata, è passato il possesso, se io vengo spossessato prima, ovviamente è una

soluzione ingiusta perché ho pagato quanto dovevo e sono stato spossessato, il pretore non può

abrogare la norma adottata dallo ius civile ma la disapplica in concreto, per cui sostanzialmente finge

che sia decorso il tempo e quindi tutela la parte che sia in buona fede. Lo ius pretorium non può andare

ad abrogare il mores, questo è l’elemento più importante del diritto pretorio.

I comizi centuriati

Nel 367 ci troviamo una serie di magistrati superiori che sono consoli, pretori e censori, di questi però

consoli e dittatore e pretore hanno l’imperio mentre i censori non hanno l’imperio ma hanno solo la

potestas. I magistrati ordinari sono consoli, pretori e censori. Nel ceto più alto troviamo i magistrati

superiori, all’interno di questi bisogna individuare quelli che hanno l’imperio e quelli che non lo hanno.

Tutte queste magistrature vengono elette dai comizi centuriati, con il passare del tempo la composizione

dei comizi è mutata rispetto all’età regia perché ci sono più famiglie plebee, però sostanzialmente la

composizione del comizio è rimasta quella che noi abbiamo visto nelle cinque classi di censo.

Per quanto riguarda elezione dei magistrati superiori, ogni anno venivano indette le elezioni, non tutti

potevano candidarsi, perché i candidati venivano individuati dal Senato. La possibilità che ci siamo

omines novi, cioè uomini che non fanno parte delle famiglie più ricche o delle famiglie che detengono le

cariche, si avrà con Mario nel I secolo. Quindi le persone che ricoprivano le cariche erano

sostanzialmente o le stesse o occupate dalle stesse famiglie, quindi c’è un monopolio delle cariche

proprio perché a individuare i candidati era il Senato e i comizi non potevano che votare soltanto le

persone che formalmente erano candidate. Le elezioni si tenevano in appositi comizi del campo Marzio.

L’elezione dei magistrati superiori spetterà sempre ai comizi centuriati fino alla loro esistenza. Le altre

competenze che spettano a questa assemblea sono:

– la provocatio ad popolum Essa riguardava l’amministrazione criminale del diritto criminale, in

particolare tutti quei casi in cui l’imputato era stato condannato ad una pena di morte. Tutti i processi

capitali verranno discussi sempre dinanzi ai comizi centuriati, competenza esclusiva che verrà meno

quando si creerà una nuova forma di processo che è quello per quaestiones, in cui a giudicare non

sarà più il popolo riunito dai comizi ma una giuria.

– la competenza legislativa in origine dei comizi centuriati poi condivisa anche con i comizi tributi.

In origine le leggi vengono votate dai comizi centuriati, essi si chiamano leges rogate perché

presuppongono una rogatio, una richiesta, che fa il magistrato proponente al popolo riunito nei

comizi. La richiesta può essere accolta e quindi diventa legge o respinta ma il popolo non può

modificare in nessun modo la proposta di legge. Questa competenza a differenza delle due

precedenti non sarà esclusiva dei comizi centuriati, perché nel 286 verranno equiparate le leggi

votate nei comizi centuriati (leges rogate) alle leggi votate nei comizi tributi (plebiscita) che erano più

facili da convocare perché non avevano norme sugli auspicia, quindi molte leggi per avere la

certezza che venissero applicate venivano presentate dinanzi ai comizi tributi.

Senato

Il Senato è presente già in età monarchica e in origine, prima della riforma di Tarquinio, il senato fosse

composto soltanto da i vari capi delle gentes, quindi vi appartenevano soltanto i nobili di sangue,

successivamente con Tarquinio il Senato si apre anche ai ricchi che però non sono nobili, questo vale

ancora di più per l’età repubblicana,in età repubblicana si trovano numerose genti plebee ricche che

vengono a far parte del Senato.

Il senato si pone come interlocutore dell’elezione del magistrato perché politicamente il magistrato

superiore (soprattutto i consoli) è libero di condurre la sua azione di governo come meglio crede, il

Senato può dare delle indicazioni (senatus consulta), ma non sono minimamente vincolanti non solo per

la collettività, perché non è una fonte del diritto, ma nemmeno giuridicamente nei confronti del

magistrato. Esso è un consiglio che viene dato al magistrato ed egli può decidere se seguirlo o no; nei

fatti però alla fine queste indicazioni diventavano vincolanti perché il magistrato alla fine dell’anno di

carica se voleva sfidare ad essere scelto dai censori ad entrare a far parte del consesso doveva quando

era in carica uniformarsi a quelli che erano del Senato perché altrimenti non lo avrebbero mai scelto dato

che era per computazione discrezionale da parte dei censori, automaticamente era certo che

comportandosi in un determinato modo sarebbe poi entrato a far parte del senato che non durava un

anno, si restava senatore a vita, quindi pur non esistendo un vincolo giuridico in età repubblicana di fatto

il console si uniformava a quella che era la volontà del Senato.

Il vero motore della politica sia interna che esterna è il Senato perché è l’unico in grado di poter portare

avanti un’azione nel tempo perché è un consiglio i cui membri ne fanno parte a vita.

Le competenze del senato sono innanzitutto mantiene la competenza dell’inter regnum, ovviamente

ha un significato diverso in età repubblicana, gli inter reges erano i senatori che venivano scelti quando

era morto il re per poter scegliere il successore, adesso è un istituto residuale che si applica solo in

circostanze particolari, ad esempio quando non ci sono dei consoli che possono indire le elezioni.

L’altra competenza fondamentale è l’auctoritas, la parola latina si ricollega al verbo àugere, accrescere,

letteralmente è una sorta di carisma, una sorta di potestas che va ad integrare una situazione che

altrimenti mancherebbe di qualcosa. Auctoritas si trova in diritto privato con riferimento agli atti del

pupillo, il pupillo non può porre in essere atti giuridici se non ha l’auctoritas del tutore, in questo caso il

tutore con la sua auctoritas integra una capacità che sennò non sarebbe piena da parte del pupillo o

della donna. L’auctoritas del senato si esplica nei confronti del popolo, va ad integrare una volontà del

popolo che altrimenti non sarebbe efficace e riguarda specificamente le leggi rogate, non i plebiscita che

non avranno mai bisogno dell’auctoritas del senato. In origine quest’auctoritas era successiva, il

magistrato presentava una proposta di legge, il popolo l’approvava, ma il senato non dava l’auctoritas,

quindi nonostante ci fosse stata l’approvazione del popolo sulla proposta del magistrato la legge non

entrava in vigore, quindi il controllo da parte del ceto della classe dirigente si esercita sia a monte perché

il magistrato politicamente vincolato ha presentato una rogatio che abbia già ottenuto l’approvazione del

senato, ma poi tale processo è continuato anche in valle perché addirittura si arriva ad una situazione in

cui il popolo approva una rogatio ma la rogatio non diventa legge perché non ha l’auctoritas del senato.

Questa situazione risulta troppo pesante e nella seconda metà del IV secolo l’auctoritas rimane, ma

diventa preventiva, quindi il senato deve valutare di dare l’auctoritas alla proposta del magistrato, una

volta che il magistrato ha presentato la sua rogatio al senato e il senato ha concesso l’auctoritas e la

legge viene approvata dal popolo automaticamente entrerà in vigore. La direzione della politica estera e

interna si attua attraverso il controllo dell’esecutivo perché il senato di per sé non può completamente

adottare dei provvedimenti, ma può indurre i consoli o il pretore ad adottare dei provvedimenti che il

senato ritiene.

L’altra competenza che spetta al senato riguarda la deduzione delle colonie. Della deduzione delle

nuove colonie c’è bisogno a monte di una delibera del senato, che poi dal momento in poi avrà necessità

di avere bisogno anche di una legge del popolo. Quindi per dedurre una nuova colonia ci deve essere

una delibera senatoria e poi probabilmente a partire dal IV secolo questa delibera senatoria deve essere

seguita anche da una deliberazione dei comizi centuriati.

Successivamente queste competenze subiranno un cambiamento importante nel passaggio dalla

Repubblica al Principato e l’innovazione più importante sarà che il che ha un parere rilasciato su varie

materie, perché i magistrati possono interrogare il senato su tutte le materie che ritengono utili dal

presentare una proposta di legge, dal promuovere un’accusa e così via, mentre in età repubblicana il

parere non è vincolante con il principato Augusto farà del senato consulto una delle fonti del diritto al pari

della legge, quindi il senato consulto sarà vincolante non nei confronti del magistrato, ma nei confronti di

tutti i cittadini. Anche questo ha una sua motivazione precisa perché vedremo come il senato consultum

sotto il principe non sarà altro che la decisione del principe riversa come senato consultum. Quindi

diventa fonte del diritto perché il principe avrà tutto l’interesse a far sì che una sua proposta diventi legge

attraverso l’aspetto formale del senato consultum, che non sarà altro che una votazione sull’oratio

principes, cioè sul discorso del principe attenuto al senato.

Non si riuniscono più in comizi, non si votano più le leggi, è necessario comunque creare nuove norme

si convoca il senato e si dà efficacia normativa al senato consultum, ma per tutta l’età repubblicana

questo non accade. A partire dal II secolo, il Senato per un certo periodo assumerà un ruolo nella

repressione criminale, però sarà un ruolo non legale per cui verrà di fatto poi la legge dei Gracchi che

metterà fine a questo esercizio illegittimo da parte del Senato per la repressione criminale.

Magistrature inferiori della res publica

Le magistrature inferiori più importanti sono questori ed edili, vengono eletti dai comizi tributi, non

potranno mai essere eletti dai comizi centuriati. Accanto a questi abbiamo una magistratura dei 26

uomini, che sono tanti singoli collegi magistratuali con compiti diversi per noi poco rilevanti, è importante

sapere che all’interno di questi ci sono i tresvidi monetales, coloro che si occupavano di battere la

moneta), i tresvidi capitales, ausiliari dei magistrati che si occupavano degli illeciti commessi dagli

schiavi o comunque dalle persone di bassa condizione sociale, i tresvidi che si occupano di fondare una

nuova colonia. Ci sono tutta una serie di figure minori che condividono con gli edili e i questori il fatto di

essere eletto da una diversa assemblea e è quella dei comizi tributi, si tratta nella maggior parte dei casi

di magistrature che non verranno elette annualmente, ma solo in casi straordinari. Le magistrature che

hanno maggior peso sono quelle degli edili e dei questori.

Questori

I questori li troviamo già in età regia perché si trovano i quaestores parricidii, che erano gli ausiliari del

rex che si occupavano della repressione dell’omicidio, se l’omicidio era volontario destituire il processo

davanti al popolo, se l’omicidio era involontario dovevano comunque presiedere l’assemblea e

sorvegliare sul fatto che venisse consegnata l’ariete. Questi quaestores parricidii non sono gli stessi che

noi troviamo nell’età repubblicana, anche se si chiamano nello stesso modo, perché il termine quaestor

deriva dal verbo latino quaero che significa chiedere e questo tipo di funzione era propria sia dei

quaestores parricidii che dovevano chiedere per cercare il colpevole sia dei quaestores che dovevano

chiedere per ricevere le imposte, perché i questori sono dei funzionari che hanno compiti della

discussione dei tributi e in particolare sono dei magistrati che sono ausiliari dei consoli quindi si

occupano per il console di esigere i tributi ma anche di pagare i soldati, avevano competenze di tipo

finanziario.

I questori senza altre specificazioni sono quelli che si occupano di pagare i soldati, desigere tributi,

questi ultimi seguivano i consoli anche quando uscivano fuori dall’Italia per combattere le guerre, sempre

in posizione di magistrati subalterni. Edili

Gli edili in origine esistono solo edili plebei e secondo le fonti, li troviamo già quando vengono creati i

tribuni della plebe, quindi con secessione sull’Aventino nel V secolo.

Un elemento che contraddistingue gli edili plebei dai tribuni è che i tribuni sono sacrosanti, mentre gli

edili non saranno mai sacrosanti, quindi se io attento alla persona del tribuno della plebe o anche gli

impedisco di parlare in pubblico sono sacer esto e chiunque mi può uccidere se invece commetto

qualcosa nei confronti dei tribuni della plebe non sono sacer esto perché l’edile non è sacrosanto.

Il termine dell’edile deriva da edes (tempio), in origine gli edili plebei si occupano di conservare il tesoro

di Cerere che non è altro che l’erario plebeo, mentre la cassa della res pubblica sarà per anni il tempio

di Saturno (foro romano), l’erarium della plebe sta nel tempio di Cerere. Quindi questi due funzionari in

origine si occupano di gestire il tesoro della plebe hanno competenze di tipo amministrativo, quindi non

hanno la necessità di essere tutelati da una sanzione come il sacer esto, che invece è fondamentale per

i tribuni della plebe. Siccome hanno queste competenze amministrative si decide di creare due edili che

si occupino dell’amministrazione dell’erarium del popolo romano e vengono creati sul modello degli edili

plebei due edili curuli, chiamati così perché hanno diritto ad avere la sedia curule e vengono eletti

sempre dal comizio tributo.

Gli edili plebei e gli edili curuli sono magistrature che saranno sempre separate nonostante abbiano le

stesse competenze. Con il tempo vediamo che gli edili curuli avranno anche una limitata competenza

per quanto riguarda la giurisdizione sui mercati ed emanano un editto che era limitato ad una sfera di

competenza ben precisa che riguardava le vendite effettuate dei mercati. Noi troviamo il comizio tributo

operante quasi dal IV secolo, i primi questori vengono eletti nel 409, per quanto riguarda il nome

comitium vuol dire unione di tutto il popolo, mentre tributo una parte. Il criterio per appartenere al comizio

tributo è dove si ha, in origine la propria terra, la residenza. Abbiamo già sentito parlare di tribù territoriali

sotto Servio Tullio, il problema che ci si pone è se il comizio tributo nasce nel IV secolo come assemblea

che viene convocata sulla base di un altro criterio, quindi comprenderebbe fin dalla sua nascita patrizi e

plebei, cioè tutti i cittadini romani che hanno anche 2 iugeri di terra all’interno delle diverse tribù fanno

parte del comizio tributo; un’altra ipotesi prevede che il comizio tributo esistesse già prima del IV secolo

e non è altro che la trasformazione del concilium plebis, con l’apertura del conciulium plebis anche ai

patrizi, quindi a tutta la popolazione. Quindi fin dal IV secolo sarebbe composto solo dai plebei, dopo la

fine del IV secolo comprende anche i patrizi e questo ci spiega perché si chiama comizio tributo e non

concilium plebis, restano aperte entrambe le ipotesi perché non abbiamo dati certi per dire è vera una o

è vera l’altra. Il comizio tributo si convoca senza auspicia e questo ci farebbe pensare che questo

comizio fin dall’origine fosse convocato da magistrati che fossero privi di auspicia, come i tribuni, le

delibere del comizio tributo si chiamano plebiscita e si convoca per tribù.

Dopo il 367

La svolta per quanto riguarda la costituzione repubblicana si può collocare nel 367 primo console plebeo

e un dato importante è una legge del 312, il plebiscito Ovinio, è importante perché stabilisce che il

reclutamento dei senatori deve avvenire tra gli uomini migliori di ogni ordine; mentre in origine entravano

a far parte del senato solo gli ex magistrati comuni e la parte plebea che spesso arrivava alle

magistrature inferiori, spesso non venivano scelti per entrare a far parte del senato. Con questo

plebiscito invece si stabilisce che non entrano a far parte del senato solo coloro che avevano ricoperto

cariche di magistratura superiore ma i censori possono scegliere chi far entrare in senato tra tutti gli ex

magistrati, scegliendo ovviamente i migliori, questo cambia notevolmente la composizione del senato: i

plebei cominciano ad entrare in modo massiccio anche all’interno del supremo possesso, anche se

ancora per un po' rimarrà quella distinzione anacronistica tra patres, i senatori di origine patrizia cioè i

nobili e coscritti che sono coloro che non sono nobili; sono i senatori fatti entrare da Tarquinio Prisco nel

senato perché non appartenevano alla nobiltà di casta)

Questa distinzione di fatto continua a rimanere ma poi fu un peso solo formale, mentre dopo il plebiscito

Oinio quindi dopo il 312 l’elemento plebeo entra sempre più massicciamente anche nel senato e

cominceranno a porsi le basi per il moltiplicarsi di quelle figure di omines novi che poi noi troveremo

sopratutto negli ultimi due secoli della repubblica. Per cui la possibilità di allargare l’ingresso al senato

anche ai plebei mette in moto tutto un meccanismo per cui anche i plebei aspirano sempre di più a far

parte del governo della res publica.

Altra tappa fondamentale è nel 300 il plebiscito Ogulnio, è importante perché ammette i plebei ai collegi

sacerdotali, quindi i plebei possono far parte di quelli che sono i due collegi più importanti: dei pontefici e

degli auguri; questa fu una contesa durissima perché i patrizi si opposero in ogni modo ma persero

perché noi non abbiamo più questa contrapposizione netta tra patrizi e plebei ma abbiamo una nobilitas

mista, quindi non solo i plebei entrano, ma addirittura nel collegio degli auguri detengono la maggioranza

perché il collegio degli àuguri sarà composto da 9 membri di cui 4 patrizi e 5 plebei; posto che gli àuguri

potevano intervenire in qualsiasi momento della votazione rimandandola o annullandola perché gli era

riconosciuto il potere di interpretare i segni divini; i plebei quindi avevano un peso importante.

Con questi due provvedimenti la classe dirigente sta cambiando e sta cambiando notevolmente. Nella

composizione del senato si riproduce a grandi linee quella che è la composizione della nobilitas patrizi e

plebei per i magistrati, quindi anche all’interno del senato abbiamo una divisione in ranghi, in virtù delle

magistrature ricoperte prima di entrare in senato: princeps senatus era il senatore censorio (cioè ex

censore) patrizio più anziano; ex censorii, ex consulares, ex praetorii, ex aedilicii, ex tribunicii ed ex

quaestorii. Tale divisione è importanza si realizza all’interno del senato lo stesso meccanismo di

votazione dei comizi in particolare i comizi centuriati. Nei comizi le decisioni le prendevano la prima

classe e la classe dei cavalieri. Nel senato le decisioni le prendevano i senatori dei ranghi più elevati e

chi apparteneva ai ranghi inferiori non riusciva neanche a parlare.

Il senato non poteva autoconvocarsi, veniva convocato da un magistrato con lo ius agendi cum patribus

(quindi solo i magistrati cum imperium), il magistrato indicava la data e il luogo della riunione e l’ordine

del giorno su cui il senato era chiamato ad esprimersi, il luogo doveva essere un luogo inaugurato (che

gli àuguri avevano preventivamente recitato), la seduta si svolgeva dall’alba al tramonto, gli interventi

non erano contingentati, si parlava per ordine di rango e spesso, soprattutto quando c’era ostruzionismo,

accadeva che la seduta si concludesse dopo 3-4 interventi quello del princeps senatus e di qualche

dittatore o consolare, e gli altri non avevano diritto di parola perché non si poteva interrompere chi aveva

preso la parola, quindi se si arrivava al tramonto e questi non avevano finito di parlare si passava

direttamente alla votazione senza che moltissimi avessero potuto esprimere il loro parere. Anche qui si

riflette il meccanismo che abbiamo visto operare nei comizi centuriati per cui comanda chi è più ricco, in

questo caso comanda chi è di rango maggiore, quindi il potere è strettamente nelle mani di una classe

dirigente che è mista ma che è un classe dirigente di pochi. I senatori dei ranghi inferiori, infatti, spesso

vengono indicati nelle fonti come pedarii, poiché le votazioni si ponevano generalmente si formavano

due pareri e la votazione avveniva per discessionem, cioè con l’andare o da una parte o dall’altra, per

questo il nome pedarii, perché votavano “con i piedi”, spostandosi.

Dopo la votazione bisognava predisporre il testo del senatus consulta per poi archiviarlo, si sceglieva un

relatore che doveva verbalizzare quella che era stata la votazione indicando il senatore che aveva votato

per primo, quale era il testo della relatio, quanti voti c’erano stati a favore quanti contro, dove si era

tenuta la votazione. Dopodiché questo verbale redatto dal relator insieme ad un gruppo di senatori da lui

scelto veniva conservato nell’Aerarium Saturni, cioè nella cassa del popolo romano che stava nel

Tempio di Saturno.

Per quanto riguarda i senato consulti dobbiamo porci due problemi: in quali materie intervenivano e che

natura giuridica hanno in età repubblicana. Non c’è una legge che stabilisce in modo preciso tutte le

competenze del senato, conosciamo soltanto leggi che limitano quelle che sono le competenze del

senato. Il senato era competente:

• per la politica estera, questo comportava possibilità di decidere se fondare colonie latine o

colonie romane, era il senato a deciderlo e poi era necessaria l’approvazione del popolo quindi di

una legge;

• decideva a chi assegnare le provincie, le provincie sono i territori soggetti a Roma fuori dall’Italia;

• sindacare sulla condotta della guerra da parte dei consoli, poteva valutare il comportamento dei

consoli e nel caso fosse ritenuto scorretto potevano invitare i magistrati ad aprire un processo

contro il console;

• competenze finanziarie: imporre tributi, battere moneta;

• repressione criminale: a partire dal III secolo, il senato si arroga il diritto di creare tribunali

straordinari, che affida ai consoli; straordinari perché non seguono le forme del processo

ordinario che è ancora processo comiziario e questi tribunali servono a perseguire reati politici,

non solo a Roma ma anche in Italia. Questa ingerenza che non ha alcun fondamento nella legge,

ma è un potere esercitato, di fatto, che il senato si arroga, sarà abolito del tutto da Caio Gracco

nel 123 con la Lex Sempronia de capite civis, che riguarda la pena di morte, infatti, questa legge

abolisce la creazione di questioni straordinarie che si fondano su un senatus consultum cioè su

una delibera del senato, e potrà abolirle in quanto incostituzionali, perché l’unico giudice è il

popolo che in questo caso viene spogliato di una competenza che ha in via esclusiva da un

organo non legittimato quale è il Senato che però si arroga questo potere. Si stabilisce quindi la

pena di morte per chiunque istituirà una nuova quaestio sulla base del senatus consultum. Si

potranno invece creare tribunali sulla base di un plebiscito o di un legge perché in questo caso è

il popolo a volerlo quindi non c’è una ingerenza nelle competenze esclusive del popolo quindi

non c’è incostituzionalità.

Per quanto riguarda il valore normativo dei senatu consulta. Partendo dal rapporto senatus consultum -

ius civile, il senatus consultum in età repubblicana non può in alcun modo creare ius civile, cosa che può

fare solo la legge; il Senato però può indurre il console a presentare proposta di legge che in realtà

riprenda il contenuto di un senatus consultum, quindi se il contenuto di un senatus consultum viene

versato in una lex di un magistrato e la rogatio viene approvata allora diventerà vincolante per tutti i

cittadini; ma il senatus consultum di per sé in età repubblicana non può creare diritto civile. Inoltre il

Senato, rimanendo nella sfera privatistica, non può creare norme sul piano dello ius honorarium, ma

anche in questo caso nulla vieta che ci sia un senatus consultum che inviti un pretore ad esercitare la

sua giurisdizione e secondo i principi contenuti nel senatus consultum; il pretore deciderà se farlo o

meno, se il pretore decide di accogliere questi principi e gli inserisce nell’editto automaticamente

vedremo che diventeranno principi di diritto onorario, ma la loro fonte non sarà mai il senatus consultum

ma l’editto del pretore che ha recepito le indicazioni di un senatus consultum.

Per quanto riguarda il diritto pubblico, il Senato non potrà creare diritto pubblico ma anche in questo

caso è fatta salva la possibilità che un console faccia un rogatio che si inspira al contenuto di un senatus

consultum, se la rogato viene approvata nascerà diritto. L’unico caso in cui il senatus consulta sembra

avere efficacia normativa è nell’ambito della repressione criminale, perché, in effetti, queste quaestiones

create sulla base di una delibera del senato sono operanti, fino a quando verranno bandite, sono

operanti e creano nuovo diritto perché sostanzialmente, soprattutto gli omicidi politici, vengono in molti

casi sottratti alla sede competente e discussi in un’altra sede e si arriva alla condanna. Il problema di

queste quaestiones è che non sono soggette alla provocatio ad populum, quindi il senato si arroga il

potere di mettere a morte senza il limite della provocato ad populum, cui invece i consoli erano soggetti.

Però sono l’unico punto in cui il senatus consultum ha valenza normativa, anche se in un arco temporale

ristretto che va dall’inizio del III secolo al 123.

Assemblee popolari in Roma

Le assemblee a Roma sono tre: comitia, concilia e contiones. Le tre assemblee politiche sono: comitia

curiati; comitia centuriati e comitia tributi.

I comitia curiati operano soprattutto in età monarchica e rimangano anche nell’età repubblicana però

con delle competenze ben precise che sono: il diritto di famiglia, in particolare adrogatio, adoptio,

passaggio da plebei a patrizi e viceversa, la possibilità di sposarsi tra patrizi e plebei, ed il testamento

capis comitii, e la lex curiata de imperio. Il voto nei comiti curiati è espresso in modo individuale,

all’interno di ciascuna curia; si contano i voti all’interno di ciascuna curia e la maggioranza darà il voto di

quella curia; le curie sono 30 e per far passare la proposta bisogna raggiungere la maggioranza

all'interno dei 30 voti delle curie.

Nei comitia centuriati si votava per classi e all’interno delle classi per centurie, con la conseguenza che

i voti dei più ricchi determinavano tutte le decisioni. È interessante dire che i comitia centuriati nascono

come assemblea militare e poi si trasformano in assemblea politica, Servio Tullio la crea come

assemblea militare, poi pian piano cambiando l’organizzazione militare e non si avrà più la falange, le

due assemblee cominciano a scindersi. Dei comitia centuriati che si trattasse di assemblea militare ce lo

dice la terminologia, infatti per convocare i compitia si usa in termine convenire mentre per i comitia

centuriati si usa il termine di exercitus urbanus e per convocarlo uso il termine imperare exercitus cioè

comandare. Inoltre i comitia centuriati dovevano riunirsi fuori dalla città poiché le armi non potevano

essere introdotte all’interno. Anche qui elemento caratterizzante è il rigido formalismo, ad esempio il

magistrato la notte prima della riunione si recava a prendere gli auspicia e se questi erano sfavorevoli la

riunione veniva rinviata, anche durante la riunione se la votazione non andava come si voleva si poteva

annullarla e rinviarla per prodigi negativi. Qui le modalità di voto avvantaggiavano non solo ricchi ma

anche gli anziani, perché votavano per primi e perché le centurie dei giovani pur essendo molto più

numerose contavano come un unico voto.

Le riunioni si svolgevano nel Campo Marzio, venivano creati tanti recinti, detti septa, e i singoli votanti

passavano da un recinto all’altro tramite dei ponticelli, accanto ai quali c’erano gli scrutatores. Dopo ogni

centuria veniva effettuato il conteggio dei voti e proclamato il risultato (se il magistrato lo voleva) e in

questo modo chi votava per primo influenzava anche il voto delle successive centurie. Poiché il voto era

orale e in base a se si stesse tenendo un comizio per eleggere un magistrato, un comizio per votare una

legge o un comizio per un processo cambiava la modalità di voto. Nel caso si stesse votando una legge

chi era d’accordo diceva allo scrutatores “uti rogas” cioè come tu mi chiedi io voto, se era contrario

diceva ”antiquor" cioè approvo quello vecchio; se si trattava di un processo la formula era “condanno” o

“assolvo”; se si trattava di comizi elettorali veniva detto il nome tra i nomi dei candidati scelti dal senato

d’accordo con i magistrati.

Nel II secolo però questo sistema era soggetto a imbrogli notevoli nel senso che gli scrutatori alteravano

i voti, perché nessuno controllava cosa questi scrutatori annotavano sulle tavolette cerate e contro il

broglio elettorale viene introdotta la pena di morte; ma si ritiene più importante passare al voto segreto e

viene introdotto lo scrutinio segreto, quindi all’atto del votare a ciascuno viene data la propria tavoletta

cerata e nella tavoletta il singolo scriveva generalmente in forma abbreviata tutte quelle formule

precedentemente menzionate; e queste tavolette venivano messe nelle ceste e poi si procedeva al

conteggio. Però il magistrato aveva un potere notevole, perché se il conteggio dei voti non risultava

funzionale a quelle che erano le istanze del gruppo dominante, il magistrato poteva rifiutarsi di

proclamare il risultato, e nessuno poteva obbligarlo a farlo, e la votazione doveva ripetersi.

È una procedura molto complessa e soggetta a controlli, da un lato dal Senato con l’auctoritas e da un

lato dal magistrato che non era obbligato a proclamare i risultati e poteva benissimo far ripetere la

votazione. Per questi motivi molto spesso in età repubblicana non si fa votare una legge all’interno di

questi comizi ma si preferisce il comizio tributo perché nei comitia tributi innanzitutto si vota per tribù, e

le tribù votano tutte insieme quindi tutti i cittadini votano; quindi i comitia tributi sono maggiormente

democratici, innanzitutto perché non si prestano a quell’ostruzionismo che invece caratterizza il comitio

centuriato, perché non ci sono auspicia (quindi nessuno può dire che la divinità ha voluto che la riunione

quel giorno non si tenesse), si vota tutti insieme quindi non c’è un peso dei più ricchi rispetto ai meno

abbienti, e questi comizi possono essere convocati anche dai magistrati senza auspicia cioè anche dai

tribuni della plebe.

Quindi dopo che nel 286 con la Lex Hortensia De Plebiscitis si stabilisce l'equiparazione tra il

plebiscito e la legge, era più conveniente far approvare le leggi all'interno dei comitia tributi che

all'interno dei comitia centuriati; però non tutte le proposte di leggi si potevano presentare all'interno dei

comitia tributi (almeno fino ai Gracchi). Per esempio non si potevano presentare all'interno dei comitia

tributi: le proposte riguardanti leggi de capite civis le leggi de capite civis dovavano essere votate dai

comizi centuriati; le leggi sulla pace e sulla guerra non si potranno mai far votare all'interno dei comizi

tibuti ma solo nei comizi centuriati; i processi criminali per reati puniti con la morte saranno sempre

competenza esclusiva dei comizi centuriati mai dei comizi tributi; l’elezione dei magistrati superiori

sempre solo dai comizi centuriati.

Ma aldilà di questo, a partire dal III secolo dopo la Lex Ogulnia acquistano sempre più importanza i

plebiscita votati all'interno dei comizi tributi. Il termine “lex” ha un significato vastissimo, in italiano

possiamo tradurlo come “delibera vincolante” e non possiamo andare oltre perché il termine lex lo

troviamo sia in ambito privatistico, quindi non la possiamo intendere come legge cioè come norma che

vincola tutta la collettività. Diversamente ci sono leggi che vincolano tutti i cittadini e sono le leges

pubblicae; ma essendo il termine lo stesso va tradotto con “delibera vincolante” poi in ambito privatistico

sarà vincolante per le parti mentre in ambito pubblicistico la lex vincola tutto il popolo alla sua

osservanza.

Una prima distinzione tra leggi e plebisciti è l’organo che ha emanato la delibera: comizio centuriato nel

primo caso, prima i consilia plebis e comizi tributi poi nel secondo caso. Le norme votate dal comizio

centuriato saranno vincolanti sempre dal 509, data a cui risale la prima legge proclamazione della

Repubblica fino ad Augusto, mentre i plebiscita diventano vincolanti per tutta la collettività solo dal 286

con la Lex Hortensia.

All’interno poi delle leggi votate dal comizio centuriato dobbiamo distinguere tra leggi rogate e leggi

date: le leggi rogate sono quelle che prevedono un’interrogazione chiamata rogatio dal magistrato, la

rogatio che è il testo sul quale il magistrato chiede il parere; le leggi date che sono leggi che vengono

date direttamente dal magistrato ma in settori ben precisi, riguardano la cittadinanza, sono leggi che

concedono la cittadinanza romana a comunità che prima non le avevano, emanata direttamente dal

magistrato, generalmente il magistrato che ha conquistato quel territorio, previo accordo del senato, però

non c’è un’interrogazione vera e propria del popolo.

Nella legge rogata, forma più comune, la struttura della legge si compone di tre parti, la prima parte si

chiama praescriptio, è la parte che introduce la legge in cui sono contenuti tutti i dati tecnici che sono

informazioni accessorie (il magistrato che ha proposto la legge, l’assemblea che ha votato, il luogo e la

data in cui si è svolta l’assemblea, la prima centuria che ha votato e all’interno della prima centuria il

nome del primo cittadino che ha votato), la seconda parte è il testo della legge che si chiama rogatio,

perché sostanzialmente il magistrato poneva una domanda al popolo, e infatti diceva “volete/ordinate

militi che ………… diventi legge vincolante per tutti”, ovviamente il popolo non poteva apportare

emendamenti quindi o la approvava in toto o la respingeva, poi stava al magistrato che la vedeva

respinta casomai riproporla cambiando gli aspetti che non avevano avuto approvazione. Poi c’è l’ultima

parte, che è quella più complicata, la sanctio, non dobbiamo farci fuorviare dal fatto che il termine

sanctio viene spesso tradotto con sanzione, perché in latino sanctio significa sancire/stabilire dopo

assumerà anche il significato di stabilire una pena, ma la sanctio non c’entra niente con la sanzione. È

molto più complessa perché innanzitutto non è uguale per tutte le leggi, si conoscono pochissime

sanctio, contenevano una serie di regole che non necessariamente dovevano esserci tutte e queste

regole riguardavano due aspetti fondamentali: regole che servivano a far osservare la legge; regole che

stabilivano i rapporti della legge con le altre leggi che facevano parte dell’ordinamento.

Fra le norme che riguardano regole che servivano a far osservare la legge, c’è ne sono diverse e si

affermano quasi tutte nel II secolo, quindi in pieno contrasto tra il Senato e i popolani. Alcuni esempi di

queste regole:

• si chiedeva ai magistrati di giurare che avrebbero applicato la legge, proprio perché in questo

clima di lotta durissima spesso le leggi venivano approvate ma non venivano applicate dal

magistrato, quindi si obbligano i magistrati a giurare di applicarle;

• si prevedevano multe molto salate a carico di chi, magistrato o giudice, non applicava le leggi.

Tra le norme che regolano i rapporti tra la legge votata e le altre leggi che facevano parte

dell’ordinamento e quella più discussa è il Caput tralatìcium de impunitàte, essa è una clausola con la

quale veniva espressamente garantita l’impunità dei soggetti che, per rispettare una nuova legge,

avessero dovuto violare i precetti stabiliti da una legge precedente. Questa clausola che troviamo molto

spesso nelle leggi è problematica perché almeno apparentemente non ha senso in quanto nelle dodici

tavole troviamo già il principio secondo cui la legge successiva può abrogare quella precedente; allora

perché esiste questo caput? Non c’è una soluzione, non lo sappiamo. Forse perché questo caput

riguarda le leggi che incidono sul diritto sacro. Una forse possibile soluzione sembrerebbe, almeno nei

casi in cui c’è giunta questa Caput tralatìcium de impunitàte, che servisse in qualche modo a giustificare

dei comportamenti di coloro che magari si erano macchiati di omicidi o comportamenti scorretti, ad

esempio quando Vespasiano arriva al potere nella Lex Imperio Vespasiana c’è una Caput tralatìcium de

impunitàte secondo cui tutti coloro che hanno commesso omicidi o si sono macchiati di colpe gravi

perché hanno aiutato Vespasiano ad arrivare al potere non sono puniti in base alle precedenti leggi;

però sembrerebbe un impunità data a singole persone rispetto alla commissione di atti bene precisi.

Per quanto riguarda colui che propone le leggi, usiamo il termine moderno di legislatore, in questo caso

il magistrato, che libertà ha? possiamo parlare a Roma di sovranità del legislatore? Roma ha una

costituzione in parte non scritta, però dalle fonti possiamo dire che il legislatore incontra dei limiti, pochi

ma ben precisi, alcuni scritti cioè sanciti da leggi apposite altri erano non scritti. La legge che violava

questi limiti era considerata nulla, quindi come non proposta.

Fra i limiti scritti c’era:

1. il divieto di presentare proposte di leggi eterogenee , cioè che contengono all’interno norme

diverse, vi era cioè il divieto di raccogliere insieme in un’unica rogatio disposizioni eterogenee

chiamate rogatio per saturam, questo divieto viene ribadito più volte perché non veniva mai

rispettato, la rogato deve contenere un solo argomento;

2. il divieto di irrogare i privilegi cioè leggi ad personam, risale al periodo delle XII Tavole e fu

rispettato almeno in tutta l’età repubblicana, verrà disatteso lo stesso Cicerone sarà vittima di un

legge ad personam che gli combina l’esilio;

Fra i limiti non scritti c’era:

1. non si può modificare la forma Repubblicana , per cui tutte le leggi che per esempio pensano di

reintrodurre il regno sono di per se nulle, come non presentate, perché esiste questo divieto non

scritto per cui non si può tornare indietro al periodo monarchico e infatti vedremo come il

princeps Ottaviano sarà attentissimo non farà mai una legge sul suo potere ma si limiterà a dire

che è il primo il princeps della Repubblica pur essendo nei fatti un imperatore a tutti gli effetti;

2. non si può abrogare/presentare una proposta di legge che ha per oggetto l’abrogazione della

garanzia fondamentale della provocatio ad populum, questo divieto fu sempre rispettato pur non

essendo scritto;

Ulpiano fa una tripartizione delle leggi romane e le divide in:

• leges perfectae, ovvero quelle che sancivano la nullità dell’atto contrario alle loro disposizioni;

• leges minus quam perfectae, ovvero quelle che non disponevano la nullità dell’atto, ma una pena

a carico del trasgressore spesso la multa;

• leges imperfectae, ovvero quelle che nulla disponevano in caso di trasgressione e non

dispongono nemmeno la nullità; sarà la maggioranza delle leggi ad essere leggi imperfetta e

questo ha portato ad una serie di interpretazioni da parte dei giuristi. Per esempio la legge più

antica, la Lex Valeria de provocatione del 509, è una legge imperfectae, in quanto introduce la

provocatio ad populum ma non stabilisce che le condanne emesse dal magistrato in violazione di

tale diritto siano nulle e non pone nemmeno una pena a carico del magistrato che non la

osserva. Allora gli studiosi si sono chiesti come si faceva a far rispettare la provocatio, posto che

il magistrato che non la rispettava non era passibile ne di sanzione ne la sua condanna veniva

considerata nulla; probabilmente perché sostanzialmente c’erano altre forme per farla rispettare.

Nel caso specifico è verosimile che il magistrato che non osservava la provocatio o venisse

messo a morte dal tribuno ovvero contro di lui potesse essere intentato un processo, ma sono

solo ipotesi. La legge del 300, l’ultima della leggi Valeriae, non era una legge perfetta ma minus

quam perfectae, perché vietava un comportamento e poneva una grave pena a carico del

magistrato che non avesse rispettato la provocatio ad populum.

Facendo un resoconto, la maggioranza delle leggi sono imperfette o minus quam perfectæ; mentre le

leggi perfette sono pochissime, ad esempio la Lex Cìncia de donationibus, è una legge perfetta, però è

un caso eccezionale. E per questi motivi molti studiosi in particolare quelli del secolo scorso hanno detto

che i romani non avevano la capacità ricreare norme perché non avevano gli strumenti, in realtà questa

è un’ipotesi un po' semplicistica, perché è verosimile che il rispetto delle norme fosse assicurato su un

piano diverso, per questo abbiamo leggi che ai nostri occhi appaiono monche, proprio perché è una

società ancora ristretta in cui c’erano altri strumenti di repressione,di pressione sul magistrato che non

rispettava le leggi, come il fatto stesso di poterlo escludere dal Senato oppure di poterlo colpire con una

nota censoria. Quindi non è detto che abbiamo poche leggi perfette perché i romani non erano in grado

di legiferare ma è perché c’erano altri meccanismi di controllo e non c’era bisogno di creare

necessariamente leggi perfette.

Le province

In questo periodo vi un orientamento che vuole trasformare le terre sottratte ai vinti in ager publicus

romanus e quindi poi distribuire queste terre sottratte ai vinti e di questo orientamento vedremo che si

farà promotore il console Flaminio, che costruirà la via Flaminia. Accanto a quest’orientamento ce n’è un

altro che, invece, ritiene più vantaggioso per Roma estendere il proprio dominio nel Mediterraneo,

attraverso una progressiva espansione della egemonia di Roma, senza una conquista vera e propria di

territori da assegnare poi a cittadini romani. Prevale, anche per circostanze storiche, questo secondo

orientamento e quindi Roma sfiderà Cartagine per il controllo del Mediterraneo e, dopo più di vent’anni di

guerra, riuscirà ad ottenere queste province.

Si pone il problema di come organizzare queste province. Roma si trova a confrontarsi con popolazioni

diverse, per tradizioni storiche e per cultura, in Sicilia, noi abbiamo popolazioni autoctone, i Sicani, i

Siculi e poi il dominio greco, Gerone di Siracusa. Una parte della Sicilia è sotto il dominio greco, un’altra

parte sotto il dominio cartaginese, ad esempio, la zona di Mozia, comunque sono popolazioni diverse,

rispetto alle tradizioni latine e lo stesso vale per la Sardegna, ci sono le popolazioni autoctone, i Sardi, e

dall’altro lato, anche la Sardegna era in parte sotto il dominio dei cartaginesi e in parte sotto il dominio

greco. In questi casi, Roma non po’ utilizzare quegli strumenti che aveva utilizzato per le popolazioni

latine, cioè la concessione della cittadinanza sine suffragio o optimo iure, perché mancava questo

sostrato comune.

Quindi si rifà ai precedenti domini, soprattutto al modello greco e la Sicilia era organizzata in questa

sorta di regno greco, con base a Siracusa, dove regnava il tiranno Gerone. I romani sostituiscono il

potere di Gerone con il proprio potere, però mantengono, sostanzialmente inalterati, quelli che erano gli

istituti già introdotti dai greci, come la distinzione fra città e contado. Quindi, generalmente, gli abitanti

della Sicilia, quelli che non vivono nelle città, ma vivono nel contado, nei villaggi sparsi, vengono

considerati sudditi, come già prima erano considerati sudditi del re Gerone e questo è un primo

elemento.

La terra viene considerata di proprietà del popolo romano e questi abitanti sono assoggettati a dei tributi,

che possono essere di natura personale, i cosiddetti tributi capitis, che gravava su ogni suddito, o

possono essere tributi che riguardano lo sfruttamento delle terre, le terre spettano al popolo romano, ma

vengono date in concessione perpetua agli abitanti, in cambio della decima. La decima è una forma di

tassazione già presente sotto Gerone e che consiste nella dazione alla res publica della decima parte

dei prodotti del fondo. Della riscossione di queste tasse si occupano i pubblicani, ossia i cavalieri, perché

i senatori non si occupano di questo. Però questo valeva per il contado, all’interno della Sicilia, meno

della Sardegna, i romani tendono a privilegiare le città, perché a Roma il diritto si identifica con la civitas,

con la struttura urbana, c’è la volontà di privilegiare questi agglomerati che poi sono ex città greche.

I rapporti con queste città sono regolati secondo tre modelli; nelle fonti troviamo:

1. città federate : sono città che sono legate a Roma da un foedus, hanno un’autonomia sovrana,

possono utilizzare il proprio diritto, i proprio ordinamenti e i rapporti tra queste città e Roma sono

regolati da un trattato, che è un vero e proprio trattato internazionale. Generalmente il foedus

contiene anche delle contribuzioni che devono dare queste città, è Roma che decide, in modo

unilaterale, è lei che concede il foedus.

2. civitates sine foedus, liberae ac immunes : non c’è un accordo internazionale, che regola i

rapporti tra queste città e Roma, sovranità nominale, si dice che sono libere, ossia suis legibus uti

(Roma non si ingerisce nella dominazione/organizzazione interna di queste città), l’altro aggettivo è

immunes: significa che non devono pagare i tributi, ma sono libere solo dal pagamento dei tributi

ordinari. Le città tanto quelle legate da un foedus, tanto i soci italici, dovevano pagare Roma o

fornendo contingenti militari o fornendo contributi, o in natura o tasse. Queste città devono

contribuire solo in casi straordinari, cioè in caso di guerra, a seconda di cosa è stabilito, navi,

frumento, vari tipi.

3. civitates liberae : di fatto, non c’è un trattato, è riconosciuta la sovranità, possono autogovernarsi,

devono però pagare i tributi a Roma.

La differenza, nel primo caso, è che Roma è legata dall’esistenza di un trattato, quindi se vuole ingerirsi

nella politica interna di queste città, lo fa violando un trattato, che nella forma è bilaterale, nella sostanza

non lo è, ha un regola in più. Queste città hanno una difesa in più. Negli altri due casi non c’è niente,

Roma può decidere da un giorno all’altro di togliere autonomia a queste città. Nei fatti tutti e tre i tipi di

città si gestiscono autonomamente.

Nelle province c’è una differenza tra il contado, essi sono sudditi, il territorio è dei romani, e queste città

che hanno un proprio ordinamento, i cui abitanti sono cittadini, cittadini pellegrini, perché non hanno la

cittadinanza romana. Roma cercherà sempre di spingere verso l’urbanizzazione, il diritto antico si

identifica con la civitas, civitas e diritto sono inscindibilmente legati, avere la cittadinanza significa avere

diritti.

L’amministrazione di questi territori all’inizio non crea grossi problemi, perché le province sono soltanto

due, la Sicilia e la Sardegna-Corsica; Roma decide di creare due nuovi magistrati, due pretori che hanno

come compito quello di amministrare le province, uno la Sicilia e l’altro la Sardegna-Corsica ed è in

questo momento che il termine provincia cambia di significato, pian piano andrà ad indicare il territorio in

cui si esercita il proprio dominio.

Il problema scoppia quando le province aumentano di numero, dopo il 146 e la terza guerra punica,

continuerà a crescere fino all’Impero, e continuando a creare nuovi magistrati non poteva essere una

soluzione. Si scelse un altro sistema, la prorogatio imperii che creerà un sacco di danni. Il magistrato

che aveva completato il proprio anno di carica a Roma, diventava promagistrato e andava a svolgere il

proprio compito nella provincia, quindi il console, terminato l’anno di carica a Roma, diventava

proconsole e veniva mandato a governare una provincia, e questo lo stesso il pretore. Qui si rompe

l’unità fondamentale tra titolarità magistratura e titolarità imperio; coloro che vanno a governare le

province e hanno l’imperio, ma non sono più magistrati, sono ex magistrati e sono usciti di carica. Io

posso dare ad un ex pretore la carica proconsolare in provincia, ma questo non ha mai avuto la carica di

console a Roma. Il pretore uscito di carica, come ex magistrato non dovrebbe avere nessun potere,

perché l’imperium è legato alla magistratura, se io invece li mando a governare in provincia, assegno un

potere a chi non è più magistrato, nel 211 si arriverà a dare l’imperium a un privato cittadino, Scipione,

giovanissimo, mai magistrato, che avrà l’impero proconsolare in Spagna, il quale creò tutte le premesse

per un potere personale forte che non ha una base popolare. Questo sistema inizialmente è usato

empiricamente, volta per volta, il governatore provinciale rimaneva in carica fin quando arrivava il

successore, mandato dal senato a rilevare la carica, invece, le magistrature a Roma, duravano per

legge, un anno.

Silla rende stabile questo sistema, usciti di carica, pretori e consoli vanno come ex pretori ed ex consoli

nelle province e distinguerà l’imperium domi dall’imperium militiae, creando una frattura ulteriore. Fin ora

l’imperium è stato unico, il console, entro la città, non può mettere a morte, entro il sacro pomerium c’è la

provocatio e c’è lo ius auxilii dei tribuni, ha l’imperium domi dentro, fuori ha l’imperium militiae, Silla

rompe l’unità del supremo comando domi et militiae, nascono grandi poteri personali.

Chi ne guadagna è il senato, la competenza della politica estera spetta al senato, ergo i senatori a

scegliere chi sarebbe andato a governare una provincia o un’altra, quindi, trattandosi di una scelta

arbitraria, gli uomini, vicini al senato, venivano mandati nelle province più ricche, Sicilia e Africa, questo

appannaggio esclusivo del senato della gestione delle province, sarà causa di uno sfruttamento

massimo delle province e si arriverà a dover costituire un tribunale ad hoc che giudicherà delle

malversazioni dei governatori provinciale, che in latino ha il nome di quaestio de repetundis, cose

ingiustamente sottratte che vengono richieste indietro e questo farà da modello alle quaestiones

perpetuae, nuovo tipo di processo, che sostituirà il processo comiziale.

I Gracchi cercheranno di arginare questo potere del senato, già Tiberio aveva posto fine alle questioni

dei senatoconsulti che riguardano il processo criminale, dichiarando l’illegittimità dei tribunali, ci sarà

anche un’altra legge Sempronia, sempre del 193, de provincis consolaribus, che stabilirà come i senatori

dovessero scegliere, prima dell’elezione dei consoli, a chi sarebbero andate province, proprio per evitare

manipolazioni e sorteggi che erano truccati. Questa legge fu ampiamente disattesa da tutti i Gracchi e si

tornò all’antico sistema.

Questo è un magistrato che ha pieni poteri e molto vasti ed è assistito da dieci legati del senato, scelti

all’interno del senato che hanno il compito di controllare e verificare che l’amministrazione avvenga

secondo il volere del senato. Il governatore non è limitato da tutte le garanzie che esistono a Roma. Solo

nel 193 una lex porcia de provocatione stabilì che i cittadini romani, solo i romani, che abitavano in

provincia e venivano messi a morte dal governatore, non potevano essere uccisi sul luogo, ma

dovevano essere portati a Roma e processati qui, spesso questa norma non veniva rispettata, ad

esempio Verre, la norma esiste solo sulla carte. Il governatore esercita sia l’amministrazione della

giustizia civile che quella penale, racchiude in sé una doppia competenza.

Il processo provinciale non prevede la distinzione tra le due fasi del processo iure et apud iudicem, come

a Roma, sarà alla base della comitio extra ordinem che si affermerà a Roma. Noi abbiamo tre tipi di

processo, quello che prevede le leges actiones, quello davanti al pretore e poi la cognitio davanti

all’imperatore. La cognitio non distingue più tra la fase davanti al magistrato e la fase davanti al giudice

privato, perché tutto il processo si svolge davanti al funzionario pubblico, questo nuovo modello viene

applicato a Roma proprio dalle province, dove si ha già dal secondo secolo, sia in ambito privatistico che

pubblicistico, un processo che si svolge tutto davanti al magistrato che è insieme inquirente e giudice,

garanzie delle parti ancora minori.

Il territorio poi viene diviso in diocesi, entità amministrative minori; essi sono importanti perché dureranno

per tutto il Medioevo e oltre e servivano per la riscossione dei tributi a cui pensavano i pubblicani,

appartenevano alla classe del cavalieri, perché i senatori non potevano esercitare il commercio,

addirittura ci sono delle norme che gli vietavano di possedere delle navi, le province faranno la fortuna

del ceto degli equites, che va a contrapporsi ai senatori e si occupavano di tutte le attività commerciali.

Spettava al governatore introdurre se necessario tributi straordinari, senza dover consultare nessuno,

nessuna autorizzazione del senato, poteva farlo a sua discrezione, nell’amministrazione della provincia

era, invece legato a rispettar le civitates, non si poteva ingerire nella politica interna delle civitates nelle

tre forme viste, avevano un’amministrazione autonoma. Una parte del territorio provinciale diveniva

proprio ager publicus popoli romani e quindi questa parte veniva dato in locazione, in affitto, dai censori

per cinque anni, dietro un pagamento di canone molto alto, l’altra parte era sempre sotto il dominio di

Roma, ma venivano dati agli abitanti del luogo dietro pagamento della decima. Sul suolo dei provinciali

non può esserci dominium ex iure quiritium, c’è solo sul territorio italico, sul territorio provinciale c’è il

dominio del popolo romano, nemmeno diritti di servitù, perché la proprietà eminente della terra spetta

allo stato.

Alla fine del primo secolo, quando la cittadinanza romana verrà data a tutti gli italici, ci sarà una

distinzione fondamentale tra tutta l’Italia, oggetto di dominio e tutte le province, mai oggetto di dominium

ex iure quiritium.

Osservazioni di Polibio

Polibio dà una valutazione della Costituzione Romana. Si chiede quale sia il segreto del successo

politico di Roma, dominio stabile e molto grande, operazione mai riuscita, nemmeno ai greci, prima dei

romani.

Per Polibio il segreto sta nel fatto che Roma non ha scelto una sola costituzione tra quelle esistenti e

cioè tra quella monarchica, aristocratica e democratica, Roma non ha scelto una di queste costituzioni,

ma ha una costituzione mista, cioè, nel governo di Roma sono presenti elementi di tutte e tre le

costituzioni allora sperimentate e conosciute, aveva cercato un equilibrio proveniente dalla commistione

di questi tre modelli.

Polibio scrive da osservatore esterno, se guardiamo Roma:

1. consoli , costituzione monarchia, dove i consoli sono competenti sia per il governo che per le

leggi che per l’amministrazione della giustizia;

2. senato

, costituzione aristocratica, dove il senato ha serie di attribuzioni, ha autorità sul tesoro,

entrate e usciti, crimini commessi in Italia che richiedono accusa pubblica, riceve e invia

ambasciatori;

3. comizi , costituzione democratica, dove una parte significativa del potere è lasciata al popolo, che

è l’unico padrone degli onori e delle pene, elegge le magistrature, processi fino a Silla, è sovrano

nella votazione delle leggi, è competente nelle decisioni sulla pace e sulla guerra.

Questi tre principi, rileva Polibio, sono perfettamente in equilibrio, è questa la grandezza.

Gli studiosi moderni hanno invece analizzato la costituzione romana con gli occhi e con le strutture

moderne, per primo il Monsters, commettendo un grave errore, secondo Capogrossi. Egli distingue i tre

poteri e utilizza il dato storico, lo Stato moderno e lo fa diventare un dato storico, leggendo Roma con

l’idea della sovranità e della tripartizione della sovranità, dando per vigente il sistema della tripartizione

dei poteri. Per Capogrossi, applicando questo modello a Roma, riesco a comprendere la costituzione

romana o rischio di creare un immagine di Roma perfetta, ma mai esistita storicamente?

Per quanto riguarda il potere esecutivo a Roma, lo avevano certamente i consoli, però i consoli hanno

anche il potere legislativo, presentano la rogatio, senza rogatio la legge non potrà mai essere votata, ma

hanno anche una parte del potere giudiziario, promuovono l’accusa davanti al popolo, o i pretori, perché

il popolo non può autoconvocarsi. Quindi tale concezione di modello storico applicata ai Consoli, che

dovrebbero essere detentori del solo potere esecutivo, non regge.

Per quanto riguarda l’applicazione al senato, possiamo vedere che partecipa al potere esecutivo,

amministra la res publica, la politica estera, monetaria, e qui le sfere solo del senato, ma interviene

anche nella sfera legislativa, con l’auctorita. Auctoritas patrum, prima successiva, poi nel 339, con la lex

Publilia, diventa preventiva, magistrato prima presenta la rogatio al senato e poi se c’è l’approvazione al

popolo. Il senato ha anche potere giudiziario, si arroga, dal terzo secolo, il potere di creare tribunali

straordinari. Anche con il senato, la teoria della divisione dei poteri non funziona.

Riguardo al popolo, ha il potere legislativo, vota le leggi, ha il potere giudiziario, con i processi comiziali,

e ha il potere esecutivo, con le deliberazioni pace e guerra.

L’applicazione della rigida divisione dei poteri, come fa notare Capogrossi, non regge, anzi c’è la

compenetrazione o condivisione dei poteri, è su questo che si basa la costituzione di Roma, partecipano

tutte le cariche. Il problema che si ha per Roma, è quando questa compartecipazione non si realizza.

Abbiamo il tribuno, che può sempre mandare in blocco Roma con l’intercessio, dall’altro abbiamo lo

scontro tra senato ed equites, porterà alla caduta della repubblica e alla nascita del principato, come

soggetto super partes.

Il lavoro del Monsters è assolutamente non applicabile, non è storico, si ha un diritto romano senza

tempo.

In massima sintesi, dalla tesi di Capogrossi e di Polibio possiamo capire come sia importante

considerare cosa pensassero gli storici dell’epoca e dall’altro evitare di commettere questo errore dei

moderni, sovrapporre le nostre categorie allo studio delle esperienze antiche, compiendo errori anche

gravi. Giurisprudenza IV e III secolo

Fino al 300 per la giurisprudenza pontificale, su ogni questione sottoposta alla loro attenzione,

abbiamo un collegio che si esprime in maniera unitaria; il problema nasce successivamente, quando

proprio ad opera di Papirio, primo pontefice plebeo, si rendono noti i formulari dei pontefici, infatti, prima

lo ius pontificali era segreto, come lo ius degli àuguri, solo i facenti parti del collegio potevano

conoscerlo. Papirio rende noti i formulari, tutti, volendo, possono occuparsi del diritto, ma per legge

occorreva studiare, andare in Grecia, e avere una ricchezza tale da poterselo permettere. I giuristi non

erano remunerati, e quindi era necessario avere altre fonti di reddito, solo con l’impero saranno

stipendiati.

Dopo il terzo secolo nasce la giurisprudenza laica, in contrapposizione a quella pontificale. Nasce lo

ius controversum. Con il passaggio alla giurisprudenza laica, ho un parere per ogni giurista che si

occupa di quel caso e questo ius controversum è tutto potenzialmente diritto vigente, e il pretore, quando

imposterà la causa, potrà scegliere tra tutte le soluzioni che gli vengono prospettate e la soluzione scelta

diventerà diritto certo, ma solo per quel determinato caso specifico. Ogni pretore poteva scegliere come

voleva e scegliere il parere che gli sembrava più giusto, quindi casi uguali anche con soluzioni diverse,

spesso i pretori non erano esperti.

Nasce lo ius controversum con la nascita di giuristi laici, Trebazio, Labeone e si iniziano ad identificare i

compiti di una giurisprudenza laica, quella pontificale solo responsa.

L’attività dei giuristi sarà composta dai tria verba: cavere, respondere, ed agere.

Cavere, da caveo, dove il compito del giurista è mettere in guardia la parte privata, dargli consigli su

come risolvere, sotto il profilo giuridico, la questione che gli viene sottoposta, è un consiglio

stragiudiziale.

Agere, richiama l’actio, ed è l’attività più legata al giudizio, io parte sono incerta su quale azione

utilizzare tra quelle presenti nel diritto per avere soddisfatta la mia richiesta, è da ricordare che il

processo romano è formulare, ha delle formule precise, che devono essere rispettate, se si vuol vincere.

Renpondere sono pareri dati alle parti, al pretore, anche al giudice, che è un privato cittadino, non è un

tecnico, può avvalersi da un responsum. Esso ha valenza come precedente, se scelto, ma non è

vincolante, cosa che invece succederà nell’impero, per i responsi dei giuristi che hanno lo ius

respondendi. Sostanzialmente qui è la personalità del singolo che prevale per capacità e che si afferma.

Si dedicavano a questa attività i senatori, i magistrati, spesso consoli, figli dei nobili, che non hanno

problemi per mantenersi e che possono andare a studiare fuori da Roma.

La giurisprudenza usa il metodo casistico, per farlo era necessario studiare la filosofia, che mi dà le

categorie e la Retorica, e per farlo era necessario recarsi in Grecia, infatti, i procedimenti utilizzati nel

diritto sono tutti retorici, vedi l’analogia che nasce con la filosofia, e la fictio nella retorica.

Un altro elemento da sottolineare è il legame che ha la giurispudenza con il diritto privato. Appunto

l'interpretatio prudentium è lo stretto legame che la giurisprudenza ha con il diritto privato. È strettamente

legata allo ius civile e in particolare al diritto privato. Non riguarda invece il diritto pubblico e il diritto

criminale. E questo è uno di quei motivi per cui Mommsen ha detto che i romani erano dei giganti per

quanto riguarda il diritto privato per quanto riguardava il diritto pubblico e quello criminale. Questo

perché il diritto pubblico si evolve attraverso lo strumento della legge, la lex publica, ed è interessante

notare che tutte le volte in cui ho una norma, una lex publica che interviene anche in ambito privatistico,

è perché i giuristi, da soli, non riescono a modificare la situazione di fatto. Quindi l'interpretatio da sola

non è sufficiente per far evolvere il diritto.

Caso specifico: in origine, i diritti reali, le servitù in particolare, erano res mancipi, quindi venivano

trasferite con la mancipatio ed erano concepite come comproprietà della striscia di terreno sulla quale

veniva ad esercitarsi la servitù. Quindi non erano ancora concepiti come diritti in re aliena, cioè come

diritti su una cosa altrui. Colui che esercitava il passaggio era comproprietario della striscia di terreno

sulla quale esercitava questo diritto, e possiamo capirlo dal fatto che si potevano usucapire le servitù.

Ora, elemento fondamentale dell’usucapione è che ci sia un corpus, quindi io posso usucapire qualcosa

che è materiale. Quindi le servitù potevano essere usucapite, avevano corporalità perché non erano

ancora considerate come diritti, ma come comproprietà di una striscia di terreno.

Nel 50 abbiamo una lex Scribonia in materia di servitù che dice che tutte le servitù, sia quelle rustiche

che quelle urbane, che nascono già come diritti su cosa altrui sono incorporales e quindi non sono più

usucapibili. Ora perché qui è dovuta intervenire una legge? Perché la giurisprudenza da sola non

avrebbe avuto la forza di affermare un’interpretazione così dirompente rispetto al passato, dato che fino

al 50 a.C. le servitù rustiche erano res corporales a tutti gli effetti. Allora perché questo cambiamento

radicale nella concezione delle servitù potesse affermarsi ed essere conosciuto e rispettato da tutti serve

una legge.

In tutti gli altri casi, che sono la maggioranza, non è necessaria una legge perché la giurisprudenza

riesce a imporre la soluzione. Ad esempio, nelle XII tavole, pensiamo al caso della mancipatio del figlio,

la vendita fittizia del figlio, per poterlo liberare. Quindi bisogna tener presente che per l’interpretatio il

campo privilegiato è il diritto privato, serve a farlo evolvere, per adattarlo al caso concreto. Diritto

pubblico e criminale rimangono al di fuori. Infatti non a caso le opere dei giuristi repubblicani riguardano

proprio lo ius civile. Noi quando riusciremo ad avere qualche opera che si occupa ad es. di diritto

criminale? II, III secolo d.C. perché si forma un ciclo di funzionari incaricati della repressione criminale. E

quindi comincia anche una riflessione sul diritto criminale. Ma è sporadica. Per esempio abbiamo opere

sui compiti del governatore, o che riguardano le attribuzioni di determinati magistrati. Ma non abbiamo

qualcosa di analogo per sistematicità come abbiamo invece per il diritto privato.

L’altro caso caratteristico della giurisprudenza romana è il metodo casistico: tutti i giuristi partono

dall’analisi del caso concreto, che può essere poi un caso reale o un caso di scuola. Però è dal caso

concreto che si parte per astrarre e trovare il principio che può regolare più fattispecie analoghe

Quindi la categoria si pone alla fine di questo processo di astrazione logica che parte sempre dal caso

concreto che viene sottoposto al giurista (sia un caso vero o immaginario). Quindi diciamo che queste

sono le caratteristiche peculiari di questa giurisprudenza repubblicana, e che manterrà anche poi la

giurisprudenza classica. Chiudiamo così l’argomento della scorsa lezione.

Repressione criminale in età repubblicana

Le XII tavole distinguono nettamente quelli che sono i delicta (cioè gli illeciti civili, perseguibili su istanza

di parte, es. furto, rapina, danneggiamento e le lesioni fisiche, come il membrum ruptum e l’os fractum) e

crimina. Abbiamo visto quali sono i crimina che in esse ricorrono. Anche qui una elencazione esaustiva

non vi è. Noi abbiamo analizzato i principali perché restano comunque sempre in vigore quelli compresi

all’interno delle leggi regie.

Volendo fare una piccola ricapitolazione: abbiamo tutti quei comportamenti puniti col sacer esto, che

troviamo nelle leggi regie e anche nelle 12 tavole, come tutti quei che violano il rapporto di fides tra

patrono e cliente; abbiamo poi tutti quei comportamenti che invece vogliono una pena pubblica sebbene

con carattere sacrale, il cosiddetto deo necari, ad esempio la vestale che si macchia del crimen incesti,

colui che ruba di notte (o fa incantesimi per rubare) le messi o il pascolo sul fondo altrui, spaventare le

messi, l’incendio dei covoni posti vicino la casa: tutte fattispecie punite con la morte; inoltre rimane il

tradimento, nelle due grandi forme della perduellio, che è un tradimento nei confronti degli organi della

civitas, quindi tutto interno alla città (es. il volere di farsi re (?), l’aspectatio regni (?), di cui saranno

accusati poi i fratelli Gracchi); e il tradimento con il nemico, una fattispecie diversa che si chiama

proditio, che indica tutti quei comportamenti criminosi ma che implicano un rapporto con il nemico. Poi

abbiamo visto tutti gli illeciti commessi dai militari, che vengono puniti con la pena della securi percussio,

la decapitazione con la scure.

Però sostanzialmente dalle XII tavole al II secolo non ci sono grandi cambiamenti, nel senso che i

crimina rimangono quelli. Vengono introdotte 2 leggi nel II secolo che riguardano il crimen ambitus, dove

ambitus letteralmente l’etimologia è: andare in giro, ambire, girovagare. Mentre in realtà come secondo

significato ambitus ha quello di andare in giro per chiedere i voti, e quindi viene poi a individuarsi una

fattispecie criminosa che è quella dell’accaparramento di voti elettorali in cambio di doni agli elettori, e

questo ambitus viene sanzionato con la pena di morte. Ovviamente l’ambitus poteva avere rilievo

rispetto a quali assemblee? Ai comizi centuriati e ai comizi tributi, perché erano le uniche due assemblee

che eleggevano i magistrati: i primi i magistrati maggiori, i secondi quelli minori. Non ha senso invece

parlare di ambitus per i comizi curiati, come pure alcuni autori hanno fatto, perché questi non eleggono i

magistrati. La lex Curiata De Imperio è sostanzialmente un riconoscimento del re che è già stato creato

dai patres, quindi dai senatori ha avuto la conferma degli auguri, si presenta dinnanzi al popolo, per

essere investito del potere militare, però i curiati non intervengono mai nell’elezione di magistrati. Sotto

questo profilo altri crimini non vengono introdotti.

Processo

C’è da soffermarsi su quello che era il processo, come avveniva la repressione di questi illeciti. Qui

abbiamo il problema delle fonti, perché le nostre fonti sono più tarde rispetto agli eventi che trattano, con

quello che ne consegue in termini di attendibilità; poi soprattutto sono fonti non tecniche, cioè chi ce ne

parla sono storici come Plivio, Dionigi di Alicarnasso, ma non abbiamo opere di giuristi. Sappiamo che il

termine tecnico per indicare questi processi che avvenivano dinnanzi al popolo era Iudicium Populi e poi

da questo il termine più tardo di Iudicium Publicum. Quindi implica un’attività giudicante, che si conclude

con un’assoluzione o una condanna in cui a svolgere il ruolo di giudice è il popolo, riunito nei comizi,

perché c’è una riserva di competenza già fissata nelle XII tavole (es. tavola nona con la norma sul

comitiatus maximus, in cui si dice che tutti quei crimina che comportano la pena di morte, l’unica

assemblea compente a giudicare in maniera esclusiva è il comitiatus maximus che gli studiosi

identificano con il comizio centuriato).

Come si svolgevano questi giudizi. È Cicerone in parte a dirci che il processo era abbastanza rapido, nel

senso che aveva natura inquisitoria, quindi era il magistrato che era incaricato di promuovere l’azione. E

quali magistrati potevano promuovere l’azione? Spesso dipende dal tipo di crimine: nel caso di

perduellio erano i duoviri perduellionis a promuovere l’accusa, almeno nei primi secoli della repubblica;

poi vedremo che questi magistrati, che erano regi, risalgono già al periodo regio (es. il caso di Orazio e

dell’uccisione dalla sorella, che verrà condannato per perduellio), vengono sostituiti dai tribuni della

plebe. In sostanza si parla dei magistrati legittimati a portare l’accusa davanti all’assemblea popolare:

questi cambiavano in relazione al tipo di crimine. Nel caso del tradimento (perduellio), quindi all’interno

della civitas, senza l’intervento del nemico, in origine erano competenti i duoviri peruellionis, che noi

troviamo già sotto i re. Però già al cominciare della fine del IV secolo questo concetto di perduellio, che è

tradimento in generale, viene ad ampliarsi e ad agire al posto dei duoviri trovo i tribuni della plebe.

Perché proprio i tribuni della plebe e quali problemi sorgono.

In primis, i tribuni della plebe non hanno auspicia e il comizio centuriato può essere convocato soltanto

dal magistrato che ha gli auspicia; quindi i tribuni della plebe per convocare il comizio devono chiedere

gli auspicia ai consoli o al pretore. Qui i consoli potevano decidere di denegare gli auspicia, cioè se

ritenevano che contro quel soggetto non si dovesse procedere, si limitavano a non dare gli auspicia ai

tribuni della plebe. E vediamo che questo alla lunga portò a presentare alcuni dei processi, non quelli

capitali, ma quelli per multa, davanti ai comizi tributi, perché questi potevano essere convocati anche da

coloro che non avevano auspicia. Quindi se i tribuni della plebe non riuscivano a far condannare

l’individuo per la perduellio, quindi con la pena di morte, lo facevano condannare davanti ai tributi, per

una multa, che però spesso era salatissima (Scipione stesso verrà condannato ad una multa cosi

ingente, che sarà costretto ad andare in esilio per l’impossibilità di mantenersi a Roma, perché privato di

tutto il suo patrimonio). Quindi a volte era preferibile una morte civile, quindi la possibilità di andare fuori

Roma e mantenere i debiti, magari lasciandoli ai figli, che non una condanna a morte vera e propria.

Il concetto di perduellio poi si amplia, perché in origine è un tradimento nei confronti degli organi della

civitas. Abbiamo visto il caso specifico di Orazio, accusato di perduellio perché si era sostituito al pater

nell’uccidere la sorella, usurpando una prerogativa del pater familias, l’unico ad averne il diritto. Adesso

invece, tra IV e III sec, il nomen criminis cambia, e sostanzialmente viene ricompreso nella perduellio

l’abuso d’ufficio, e quindi i vari illeciti commessi dai magistrati, per esempio accusati di non aver condotto

bene la guerra, di essersi appropriati del bottino oppure di non aver rendicontato dopo l’uscita dalla

carica (perché tutti i magistrati romani avevano l’obbligo di rendicontare, tranne il dittatore). E quindi alla

fine l’accusa di perduellio diviene uno strumento politico nelle mani dei tribuni della plebe, contro quei

magistrati patrizi che non si erano comportati correttamente. E non sempre queste accuse erano

fondate, spesso si tratta di processi politici, poi rivelatisi infondati, ma che portano lo stesso alla

condanna dei magistrati cum imperio. Potevano essere i duoviri, potevano essere i tribuni (che erano

competenti per questi reati politici che rientravano nella perduellio), i quaestores parricidii, che

promuovevano l’accusa tutte le volte in cui ci si trovava di fronte ad un omicidio, prerogativa che

avevano già in età regia, dato che esistono come ausiliari del rex.

Quindi c’era una cosiddetta prima accusatio: questi magistrati che intentavano l’accusa si rivolgevano

informalmente al popolo in una contio, riunione informale alla quale può partecipare chiunque, anche i

non cittadini perché non si vota, si ascolta solo quello che ha da dire il magistrato ma non si vota

(diversa dal comitio). Dopo un giorno c’era una seconda contio, chiamata anche seconda accusatio, e

qui era l’imputato a difendersi. C’era poi, sempre interpellata dopo un giorno, una terza contio, una terza

accusatio, in cui si ascoltavano i testimoni da una parte e dall’altra. A questo punto il magistrato doveva

scegliere se andare avanti e quindi arrivare a prospettare una condanna, e quindi la pena a cui

intendeva condannare l’imputato, oppure decidere, magari perché le prove non erano convincenti o il

clima politico non era adatto, di desistere, e quindi dopo la terza accusatio il processo si concludeva. Se

invece il magistrato decideva di proseguire oltre, si aveva la quarta ed ultima accusatio, che invece ha

natura formale. In questo caso infatti veniva convocato il comizio nella sua completezza, con quella

procedura arcaica per cui l’araldo va su tutti i punti delle mura chiamando a raccolta il popolo che deve

presentarsi nel Campo Marzio per poter votare. Dopo il 137 viene introdotto il voto segreto, quindi

mentre prima ciascuno passava davanti allo scrutatore dicendo “assolvo” o “condanno”, si scriveva

sopra una tavoletta la A di assolvo o la C di condanno, si contavano i voti e a questo punto vi era o

l’assoluzione o la condanna.

Quali erano le conseguenze della condanna? La pena di morte, se questa veniva eseguita, ma vediamo

che già a partire dal III sec si diffonde la cd. prassi dell’esilio. Cioè prima che venga pronunciato l’ultimo

voto da parte delle centurie, il cittadino può avvalersi della facoltà di andare in esilio, e quindi si allontana

dal luogo del giudizio. A questa decisione segue un provvedimento formale molto importante, l’acqua et

igni interdictio, letteralmente interdizione dall’acqua e dal fuoco, è una formula arcaica, che indica i 2

elementi che troviamo nella Roma già alle origini: ricordate l’importanza dell’acqua, per es. nel caso del

parricida, veniva chiuso nel sacco per evitare di contaminare l’acqua; e l’importanza del fuoco, es. nel

caso delle vestali che dovevano sempre tenere acceso questo fuoco sacro.

Questo provvedimento comporta:

1. Il divieto assoluto di tornare nei confini del territorio romano, quindi non solo Roma, ma nei

confini dell’ager publicus romano. Se il condannato decide di tornare e viene sorpreso nel

territorio romano viene ucciso.

2. La confisca totale dei beni, che divengono dello stato.

3. La perdita della cittadinanza. Alla fine quindi il cittadino perdeva tutto e l’unica cosa che poteva

conservare era la vita. Quindi spesso, troviamo nelle fonti casi di cittadini che alla morte civile

(che ti cancella non sul piano fisico, ma sul piano del diritto) preferiscono morire perché

sostanzialmente la morte non comportava la perdita dei beni che restavano agli eredi, soprattutto

per i cittadini delle classi più abbienti.

Quindi il giudizio comiziale si compone di queste quattro accusazioni, tre informali e la quarta formale.

Ci sono però dei problemi che riguardano il processo comiziale. Uno dei problemi, sostanzialmente

irrisolto, è: il processo davanti al popolo è un processo di primo grado o di secondo grado? Vedi la

provocatio ad populum, che è il diritto di tutti i cittadini romani condannati alla pena di morte oppure ad

una multa eccedente il massimo (30 buoi e 2 pecore) di chiedere che sulla loro sorte si pronunci

l’assemblea popolare. Ci sono autori come il Mommsen, che ritengono che la provocatio sia sempre un

giudizio di secondo grado, perché ritengono che i consoli e i magistrati con imperio fossero giudici e che

quindi potessero istruire un primo processo davanti al loro tribunale; e ci sono invece ci sono altri

studiosi come Kunkel, che ritengono invece che i magistrati cum imperio avessero soltanto poteri di

polizia, una coercitio, e che quindi sostanzialmente l’unico vero processo sarebbe quello davanti al

popolo.

Le fonti non ci consentono di sostenere una delle due tesi, perché sono contradditorie, nel senso che i

consoli spesso vengono indicati con il termine iudices e questo farebbe pensare ad una loro competenza

nell’ambito della iudicatio, però spesso i processi di cui spesso abbiamo menzione richiamano sempre la

provocatio. Però gli studiosi hanno detto di conoscere questi processi con la provocatio perché sono

solo più importanti, perché abbiamo menzione solo di 10-15 processi ed è ovvio che a Roma non

possono esserci stati solo questi. Quindi gli studiosi antichi ci hanno tramandato i processi più

importanti, che erano quelli politici, ed in questi molto probabilmente l’imputato sarà ricorso alla

provocatio. Questo ancora oggi è dibattuto in dottrina: o c’è un unico processo che si svolge davanti al

popolo, oppure c’è un processo che si svolge davanti ai magistrati con l’imperio e c’è un processo

davanti al popolo che è un processo di appello.

L’elemento di dubbio che ci resta è ad esempio perché non troviamo mai i consoli a proporre l’accusa

dinnanzi al popolo. Ma anche questa è stata interpretata in maniera diversa dagli studiosi, perché coloro

che ritengono che i consoli fossero giudici, dicono che è chiaro che non sono questo a promuovere

l’accusa di fronte al popolo perché hanno già giudicato in primo grado, quindi saranno altri magistrati a

presentare l’accusa. L’altra ipotesi invece ritiene che i consoli non figurino mai per evitare un contrasto

politico tra i supremi magistrati della repubblica e il popolo. Quindi, non volendo inimicarsi

sostanzialmente il popolo, i consoli non promuovono mai l’accusa in prima persona ma si avvalgono di

ausiliari, quali i tribuni. Anche qui non abbiamo elementi. Queste sono ricostruzioni di studiosi sulla base

delle fonti.

In sostanza si ha lo iudicium populi, che è un giudizio di primo ed unico grado. Chi sostiene questa

ipotesi automaticamente ritiene che i consoli non abbiano la potestà giurisdizionale ma abbiano solo il

potere di polizia. L’altra ipotesi è quella per cui la provocatio è un giudizio di appello, quindi c’è un primo

giudizio che si svolge davanti ai consoli, poi se la parte appella si va davanti al popolo. Qui lo iudicium

populi è un giudizio sempre ed esclusivamente di appello. Comunque io nelle fonti molto spesso trovo i

consoli chiamati iudices. Allora, questo potrebbe essere un elemento a favore di chi sostiene che la

provocatio sia un giudizio di secondo grado, perché il fatto stesso che i consoli si chiamino iudices, che

indica la possibilità di giudicare, e il combinato con l’altro fatto per cui io non mi ritrovo mai i consoli nel

processo della provocatio, potrebbe avvalorare la tesi che in effetti il giudizio dinanzi al popolo sia di

secondo grado. Però rimaniamo nell’ipotesi. Quanti invece sostengono che il magistrato non avesse la

iudicatio, quindi il potere giurisdizionale, ma solo la coercizio, cioè il potere di polizia, di irrogare sanzioni,

dicono che i consoli sostanzialmente non portano mai l’accusa, un procedimento di condanna, dinanzi

all’assemblea popolare perché non vogliono inimicarsi quello che sostanzialmente è l’esercito (se vi

ricordate l’assemblea popolare non è formata da altro che soldati, cittadini soldati). Io preferisco quella di

Mommsen, e quindi che ci sia il doppio grado di giurisdizione, però comunque non si è arrivati ad una

tesi su cui concordano tutti. Rimane un dubbio.

Questo processo funziona benissimo fino al II secolo, sostanzialmente fin verso la prima metà del II sec,

poi va in crisi. Perché Roma cresce numericamente (vi ricordate la concessione della cittadinanza

romana alle popolazioni vicine, sia nella forma della optimo iure che della civitas sine suffragio) e questa

procedura dinnanzi ai comizi era lunga. Alla fine, aumentando i crimini, sostanzialmente il comizio

doveva essere convocato seduta stante sempre, perché vi erano poi molti giorni, i cd dies nefasti, in cui

non si poteva tenere il comizio. E poi il popolo avrebbe dovuto riunirsi periodicamente pure per votare le

leggi, ed erano riunioni a parte, per eleggere magistrati, ed erano riunioni a parte. Quindi non si riusciva

sostanzialmente a poter in questa forma così farraginosa e complicata assicurare una repressione

mirata per il numero di crimina che aumentava all’aumentare della popolazione, e questo è il primo

elemento di crisi. L’altro è che spesso le fattispecie complesse non potevano essere portate dinanzi al

popolo perché, come avveniva per le leggi, così per i processi, la votazione avveniva su un testo che

poteva essere modificato. Attraverso lo iudicium populi quindi non poteva essere punito il concorso nel

reato, per cui vi erano delle fattispecie che non si riuscivano a reprimere attraverso questo strumento. In

più le decisioni del popolo erano sempre più manipolabili o da parte dei popolari o da parte degli ottimati.

Quindi questo processo, il processo giudiziale, pur rimanendo in vigore, entra in crisi. Così cominciamo a

vedere altre forme di repressione criminale: le cd quaestiones extraordinariae , nuovi tribunali (quaestio

qui indica il tribunale, ma deriva dal verbo quaero che significa indago per trovare prove). Ne abbiamo

due tipi: quelle che hanno alla base un senatoconsulto, cioè una deliberazione del senato e quelle che

hanno alla base un plebiscito, ovvero una deliberazione del popolo riunito nei comizi tributi. Queste

quaestiones sono dei tribunali, che però vengono creati caso per caso per reprimere un fatto che si è

verificato. E l’istituzione di questo tribunale straordinario per caso singolo viene fatta o sulla base di un

provvedimento del Senato, e allora si chiamerà quaestio ex senatoconsulto, o sulla base di un

plebiscito, cioè di una legge votata dai comizi tributi, e si chiamerà quaestio ex plebiscito.

Ci sarà poi una legge del 123 di Caio Gracco, Lex Sempronia, che di fatto stabilirà l’impossibilità per

chiunque che non sia il popolo riunito nei comizi di creare tribunali ad hoc. Questa è una legge chiamata

lex de capite civis; ora riprendiamo quello che sappiamo in tema di garanzie del cittadino: noi abbiamo le

leggi de provocatione e de capite civis, tutti e due riguardano le garanzie del cittadino ma in modo

diverso. Abbiamo tre leggi Valerie (facenti capo alla gens Valeria), tutte chiamate de provocatione,

perché riguardano il diritto fondamentale del cittadino condannato a morte o per una multa eccedente il

massimo, di chiedere un giudizio davanti al popolo. Quella più antica è quella del 509, che sanciva

l’impossibilità di mettere a morte, necare o verberare; poi quella del 449, subito dopo il decemvirato, che

invece stabiliva che per il futuro non si dovessero più creare magistrature non soggette al limite della

provocatio, perché i decemviri nominati nel 451 erano stati creati senza provocazione e quindi potevano

condannare a morte senza che la sentenza fosse appellata; ed infine una del 300, che invece andava a

colpire il provvedimento della securi percussio (tanto è vero che nel testo si menziona solo questa pena,

e non il necare, che ricomprende più fattispecie), e questa sarebbe stata la prima a porre una pena tipica

del magistrato, però noi non sappiamo qual è (abbiamo pensato alla nota censoria). Abbiamo poi altre e

tre leggi de provocatione, che si collocano tutte nel II sec, e si chiamano Porciae: leggi Porciae de

provocatione. Anche qui tutte la stessa gens, tutta la gens Porcia (dal nome gentilizio), cui appartiene

anche Catone.

Rispetto alle Valeriae siamo molto meno informati, perché le fonti ci parlano di 3 leggi, ma di alcune non

sappiamo nemmeno l’anno e il contenuto con certezza. Sappiamo che la più antica dovrebbe essere del

199 a.C., risalente a un Porcio Catone (ovviamente non il censore) che avrebbe esteso la provocatio

anche alla sola fustigazione come pena autonoma rispetto alla decapitazione, e un esempio concreto è

quello dell’apostolo Paolo, che riesce ad evitare la fustigazione perché disse “civis romanus sum”. E lo

può fare perché una legge Porcia aveva stabilito non soltanto il divieto di mettere a morte, ma anche il

divieto di fustigare. Perché una conseguenza della fustigazione poteva essere anche la morte in seguito

alle ferite riportate, quindi è stata vietata anch’essa.

L’altra legge Porciae invece sembrerebbe aver esteso la provocatio, sempre nel 195, anche oltre i 1000

passi da Roma. Questo comporta che anche i cittadini romani che si trovavano, vivevano fuori Roma

potevano, usufruire di questo diritto, potevano provocare il popolo. Prima potevano farlo solo chi stava a

Roma, ora anche coloro che abitavano in città romane diverse da Roma potevano ottenere la

provocatio. La terza legge de provocatione avrebbe esteso questo diritto ai militari; infatti prima il

comandante militare, quando usciva dal pomerium, innestava le scuri nei fasci, a simboleggiare che il

suo potere era assoluto e poteva condannare a morte senza né l’intercessio dei tribuni, che non

potevano lasciare Roma, né la provocatio.

Con questa legge si ammette che il soldato che è condannato a morte dal comandante militare, può

provocare e quindi essere portato a Roma per essere giudicato qui dal popolo. All’inizio questo rito non

viene sempre rispettato. Infatti nelle fonti troviamo casi in cui il Senato invia al comandante lettere per far

ritornare a Roma un soldato condannato a morte, il comandante non apre le missive del Senato e lo

mette a morte, aprendole successivamente. Anche qui si affermerà pero poi il principio che il

comandante non può più mettere a morte, ma può intentare l’accusa se vuole e poi il cittadino sarà

inviato a Roma.

Poi abbiamo le norme de capite civis che invece hanno una portata più ampia, perché non riguardano

solo l‘istituto della provocatio, e abbiamo visto come la più antica di queste è nelle XII tavole, ed

affermava il principio che l’unica assemblea competente era il comitiatus maximus. L’altra norma de

capite civis la troviamo a distanza di secoli, nel 123 a.C.: quindi passiamo dal 451 al 123. Questa sarà

quella voluta poi da Caio Gracco, il quale stabilirà il principio secondo cui un cittadino potrà essere

condannato a morte solo a seguito di un iudicium populi. Si ribadisce che ci vuole un provvedimento del

popolo per provocare, anche un plebiscito. Si viene cosi a rompere un monopolio, che fino ad allora

aveva visto solo il comizio centuriato depositario della giurisdizione criminale in materia capitale. Nel

momento stesso in cui io dico che anche il plebiscito va bene usato per mettere a morte il cittadino,

capite che questa competenza esclusiva del comizio centuriato viene meno, perché è sufficiente che ci

sia il plebiscito. Ma perché posso farlo? Perché nel 286 era avvenuto un fatto fondamentale, che ai

plebisciti era stata riconosciuta la stessa forza vincolante delle leges. Quindi è chiaro che una delibera

presa all’interno del comizio tributo dato che ormai rappresenta tutto, sia la componente patrizia che

quella plebea, non pone problemi.

Tribunali straordinari di Silla

Vi è un problema: questi tribunali straordinari possiamo considerarli degli antecedenti dei tribunali

permanenti che poi troveremo sotto Silla? C’è chi dice di si e chi dice di no. Vedremo che Silla farà una

riforma del diritto penale creando delle corti di giustizia permanenti, dei tribunali perpetui, che andranno

ad affiancarsi al popolo. Ed ogni tribunale aveva una legge che lo istituiva, che stabiliva quali erano le

condotte punibili, qual era la pena. Ovviamente a giudicare non c’è il popolo, ma c’è una giuria composta

da giurati.

Qui parliamo delle quaestionel perpetuae, che sono i tribunali istituiti da Silla, per capire se questi

tribunali, che sono perpetui, stabili, hanno origine da queste quaestiones exta ordinem, oppure no, non

c’entrano niente, sono due tribunali separati, sicuramente sappiamo che questi tribunali non derivano

dallo iudicium populi, che continua ad esistere ed ha una natura completamente diversa. Il problema è di

capire se questi tribunali che Silla crea, li crea da queste quaestiones extra ordinem oppure se sono

autonome, se sono frutto di una riforma autonoma. L’elemento che caratterizza questi tribunali, per

capire se possono derivare da queste quaestiones extra ordinem è il fatto che i tribunali sono istituiti tutti

da una legge, cioè un plebiscito o una legge giurata, che stabilisce la competenza del tribunale, quindi le

condotte punibili e la pena applicabile. E a giudicare non è il popolo ma i giurati.

Vi sono studiosi che dicono che questi tribunali che noi troviamo a partire dal II secolo e poi nella loro

composizione effettiva con Silla, I sec, derivano da questi tribunali straordinari che rinveniamo già nel V

secolo..

Quindi questi tribunali nascono grazie a Silla, come qualcosa di indipendente che nasce solo allora,

oppure ha un precedente in questi tribunali straordinari che si trovano nelle fonti e che sussistono in casi

particolari a partire già alla fine del V sec? Anche qui gli studiosi sono divisi: c’è chi ipotizza un rapporto

diretto fra queste quaestiones extra ordinarie e Silla; e c’è chi dice che non hanno nessun rapporto,

perché le fonti sono ambivalenti, e le possiamo leggere in un modo o nell’altro. Quindi certezze non ne

abbiamo. Da Silla in poi vi è un po’ più certezza, nel senso che dei tribunali introdotti da Silla

conosceremo tutto di come funzionano, perché abbiamo fonti più recenti che ci danno maggiori notizie.

Sappiamo anche che si afferma il principio nullum crimen sine lege, che fino allora non c’era mai stato,

con Silla si.

Il più antico caso di un tribunale straordinario, si parla di quaestio, è del 414 a.C. Quali sono i fatti? In

questo anno viene ucciso un tribuno militare (abbiamo visto, nel primo periodo di sperimentazione

costituzionale, che spesso non vengono eletti consoli ma tribuni militari con potestà consolare da non

confondere tribuni militari con tribuni della plebe, sono due cose completamente diverse anche se

derivano tutti da questi comandanti dell’esercito, sono magistrature diverse), che è inviso dalla sua

truppa, perché impedisce ai soldati di divedersi il bottino e nel corso di una sevizia viene ucciso. Questa

è la prima volta che nelle fonti si menziona una quaestio. Si dice che all’inizio di questo anno, in seguito

all’uccisione di un tribuno, fu emanato un senatoconsulto, diretto a costituire una quaestio, un tribunale

relativo all’assassinio di Postumio. Questo è un testo di Plivio un po’ rimaneggiato. Accade una cosa un

po’ strana: che la plebe, interrogata, di sua sponte decide di affidare la quaestio ai consoli (cosa che

lascia perplessi, perché l’assassinio era stato commesso dai soldati, sicuramente plebei). Quindi i

consoli creano questo tribunale, individuano i colpevoli e mettono a morte quelli che vengono individuati

come colpevoli; alcuni si suicidano altri vengono messi a morte. Gli studiosi cosa hanno detto: si tratta di

un’anticipazione di un fatto avvenuto storicamente molto più tardi, perché noi abbiamo un episodio simile

nel 52 a.C. di un tribuno, in questo caso un pretore, Pleminio, che viene ucciso dai suoi soldati e quindi il

senato istituisce una quaestio per individuare i responsabili. Questo episodio è considerato non vero ai

nostri fini. E su questo tutti gli studiosi sono d’accordo, perché ricalca in modo evidente l’episodio del 52

a.C. e soprattutto perché sembra molto improbabile che il senato abbia chiesto alla plebe di scegliere

come doveva essere organizzata la cognitio e che la plebe abbia dato questo potere ai consoli, anche

perché ci troviamo in un momento in cui il pareggiamento tra gli ordini non si è verificato.

Diverso invece è il caso del 331 a.C., anche qui in un periodo abbastanza risalente, con l’istituzione di

un tribunale straordinario che riguarda l’avvelenamento. È sempre Plivio a raccontare. Si verifica una

moria per tutti quelli che erano gli aspiranti alle massime cariche magistratuali, e tutti morivano con gli

stessi sintomi. C’era una levatrice, una serva, che sosteneva che ad avvelenare gli aspiranti alle

magistrature erano mogli, fidanzate e sorelle perché ciascuna cercava di fare arrivare al potere il proprio

protetto. Anche qui si istituisce un tribunale: e in questo caso sono i consoli che chiedono al senato se

possono istituire questo tribunale e soprattutto dare l’impunità alla serva. Il Senato ovviamente

acconsente e si ha primo giudizio pubblico nei confronti dell donne. Perché la repressione delle condotte

illecite delle donne, avveniva nell’ambito del tribunale domestico (era il pater assistito dai vicini a

giudicare). Qui, perché una quaestio: innanzitutto perché sorprende il numero delle matrone coinvolte, le

persone riconosciute colpevoli sono 170 matrone secondo altre fonti 370, numeri comunque elevati.

Quindi il crimine ha rilevanza pubblica. Ovviamente perché una quaestio ex senatoconsulto? Perché in

questo caso il crimine riguardava tutti personaggi di rango elevato, perché erano tutti aspiranti alla

magistratura, quindi questa moria era idonea a mettere in pericolo la stabilità della civitas. Per questo si

fa un processo pubblico nei confronti delle matrone. Alcuni ritengono questo il primo esempio di tribunale

straordinario che storicamente sarebbe attendibile. Però altri ritengono che non possa essere visto come

il primo caso di tribunale straordinario, perché sostanzialmente non si veniva a violare alcun diritto alla

provocatio; infatti una caratteristica di questi tribunali che sono extra ordinem è che vengono eseguite le

condanne a morte senza che i condannati possano ricorrere alla provocatio, proprio perché non si

sceglie la via normale che la prevede, ma si sceglie una via alternativa. Ora, il fatto che tutte le

condannate siano donne pone un problema, c’è stata una violazione della provocatio nel caso specifico?

No, perchè le donne non hanno mai diritto alla provocatio. Quindi io di fatto con questo tribunale io non

ho leso un diritto fondamentale del cives, una garanzia, proprio perché le donne non ce l’hanno. Quindi

vedere questa questione come un antecedente è monca, perché in questo caso ho, si, una forma di

repressione pubblica, ma il iudicium populi non poteva essere applicato alle donne. Quindi la novità di

questa quaestio qual è? Che siccome il crimine interessa tante persone io per la prima volta ho un

giudizio che va fuori del iudicium domestico; cioè io seguo una procedura diversa ma perché sono troppi

i soggetti coinvolti, perché è un fenomeno che ha dimensioni così grandi da mettere in pericolo la

sicurezza della res publica. Ma non c’è violazione di diritti costituzionali, che è un elemento

fondamentale di questo tribunale.

I casi suddetti non possono essere considerati antecedenti. Poi arriviamo dal 331 al 186, quindi sono

pochi questi casi. Allora è più probabile vedere gli antecedenti storici in una serie di processi che

cominciano nel II sec. Il più famoso è quello sui Baccanali (186 a.C.). Noi abbiamo addirittura il testo

epìgrafico: il senatus consultus de baccanalibus. In questo caso il Senato si arroga un potere che non è

suo. Perché la repressione avviene al di fuori del iudicium populi e avviene nei confronti di cittadini

romani, sia residenti a Roma, sia fuori Roma (es. cittadini di Capua). Si fa un tribunale straordinario

capeggiato dai consoli, che farà eseguire una serie di condanne a morte. E considerate che una

caratteristica di questo tribunale è che i consoli (talvolta anche il dittatore) sono sia magistrati inquirenti,

sia magistrati giudicanti. Quindi capite che non c’è nessuna garanzia per l’imputato perché sono i consoli

stessi a cercare le prove con questa attività, che prevede ogni mezzo per cercare la verità, anche la

tortura, e sono gli stessi consoli ad emettere poi una sentenza che non è appellabile, quindi la

provocatio non si può applicare. E qui abbiamo la prima violazione dei diritti del cittadino: perché

questo non può provocare ad populum. Quindi questo viene condannato a morte sulla base di un

documento illegittimo che è un senatoconsulto. Perché ovviamente il Senato non ha questa possibilità di

farlo.

Pochi anni dopo, circa 50 anni dopo abbiamo un primo tribunale mediante un plebiscito. In questo caso

vi erano stati una serie di omicidi che avevano coinvolto esponenti della classe dirigente, in Sila, dove

però erano sempre cittadini romani (sebbene di seconda generazione). Anche qui si crea un tribunale,

però questa volta il tribunale non è creato con un senatoconsulto, ma con un plebiscito. Neanche qui si

applica la provocatio, vengono condannati a morte gli autori, alcuni si suicidano.

Dopodiché non abbiamo più notizie di questo tipo di tribunali straordinari, però abbiamo nel 123 questa

legge Sempronia, che stabilisce che i cittadini romani possono essere condannati a morte soltanto sulla

base di un provvedimento del popolo (espressione generale, che può voler dire judicium populi, e non

pone problemi, ma può significare anche che può istituirsi un tribunale anche sulla base di

un’autorizzazione preventiva del popolo, un plebiscito, che stabilisce un tribunale straordinario che poi

diventerà permanente).

Ci sono degli studiosi che ritengono che questo sistema del iudicium populi integrato con le questiones

per la repressione dei singoli casi specifici, non bastasse a stabilire ordine all’interno della civitas. Hanno

quindi proposto delle ipotesi alternative, tra essi Kunkel. Secondo lui i delitti commessi a Roma erano

troppi soprattutto nel II secolo, essendo aumentata la cittadinanza romana e che la procedura per

convocare i comizi fosse troppo artificiosa e lunga. Quindi è impensabile ipotizzare che il popolo fosse

seduto a giudicare in comizi. Ipotizza che ci sia un altro tribunale: i tresvires (tre uomini) capitales o

nocturni. Troviamo questa magistratura all’inizio del II secolo, probabilmente fu istituita nel 190. La

maggioranza degli studiosi ritiene che fosse una magistratura minore con poteri di polizia. Kunkel

diversamente ritiene che i tresviri avessero una giurisdizione criminale e quindi sarebbero stati

competenti per tutti quei reati commessi da personaggi di bassa condizione sociale: gli schiavi, i liberti o

gli strati più umili della popolazione. Sarebbero stati competenti per i reati di omicidio, incendio doloso,

furto aggravato, rapina e così via. Questa ipotesi di Kunkel non trova riscontro nelle fonti perché i tresviri

non vengono mai indicati dalle fonti come iudices, termine tecnico per indicare il magistrato o il popolo

incaricato del potere di dare un giudizio, di giudicare in materia criminale. Iudices sono definiti i consoli, i

giurati, iudicium populi si chiama il processo comiziale. Questi tresviri in nessuna fonte vengono mai

indicati con termine di iudices, questo è il primo elemento. Altro elemento era che l'unico potere che

nelle fonti viene indicato come spettante a questo collegio minore è un potere di polizia. Vengono definiti

capitales nocturni perché lavoravano di notte e sorvegliavano che non sorgessero incendi e che non ci

fossero condotte pericolose per l’ordine. Negli unici casi in cui abbiamo testimonianze approfondite, ci

dicono che questi magistrati avevano il compito di raccogliere le prove, ascoltando eventualmente anche

i testimoni e se le prove erano convincenti, le portavano a conoscenza del magistrato legittimato a

proporre l’accusa. Hanno casomai un ruolo di indagine e di raccolta delle prove, non sono legittimati a

presentare accuse nei comizi ma devono ricorrere al magistrato che ha questo potere (quaestores

parricidi, tribuni della plebe). Questa tesi di Kunkel viene ripresa da Mantovani ma non trova nelle fonti

delle conferme. Anche perché per quanto riguarda gli schiavi, il pater familias legittimamente si

occupava di sanzionare le loro condotte. infatti gli schiavi non hanno capacità giuridica, sono considerati

delle res, non è necessario istituire un processo per condannarli. Il pater esercita il suo potere sulla res,

può castigare lo schiavo o se ritiene metterlo a morte.

Tesi non regge ma rimane il dato di fatto che è impensabile che il popolo fosse riunito in seduta

permanente per giudicare tutti gli illeciti. Dobbiamo quindi immaginare una soluzione più complessa: da

un lato abbiamo gli iudicia populi che sono attivati per tutti i crimini più rilevanti o commessi da strati più

elevati della popolazione, dall’altro abbiamo le quaestiones extraordinarie e poi una serie di illeciti

vengono puniti all’interno della domus, quelli commessi dagli schiavi, dai figli, dalle donne tranne nel

caso della questio de beneficis in cui gli illeciti coinvolgono più matrone. Tutta un’altra serie di delitti

erano repressi sul piano privatistico: furto, lesioni, rapina, danneggiamento. Era il singolo danneggiato,

parte offesa, che si recava dal magistrato. È verosimile pensare a un quadro più complesso. Questa

ipotesi può reggere fino al II secolo in cui si ha problema sempre maggiore derivato dal governo delle

province perché cominciano a verificarsi casi di malversazioni o di ruberie commesse dai governatori

provinciali per i quali non è prevista in origine né una sanzione né un tribunale competente. Siccome

questo fenomeno assume dimensione sempre maggiori e ci sono ribellioni di popolazioni soggette a

Roma, nel 171 si istituisce una nuova procedura che non è tribunale permanente, viene creato ad hoc in

quell’anno, ed è in relazione agli spagnoli. La Spagna è provincia romana, nel 171 si recano a Roma per

chiedere soddisfazione di serie di ruberie commesse da tre governatori romani. Il senato istituisce con

una legge, che sarà ripresa nel 149 dalla Lex Calpurnia, un tribunale che ha una procedura di tipo

privatistico nel senso che la giuria è composta dai senatori. Quindi i senatori giudicano le ruberie dei

governatori che erano ex senatori. Questo processo si poteva attivare su istanza di parte e i provinciali

non potevano direttamente presentare l’accusa dinanzi a tribunale ma dovevano essere affiancati da

patroni romani scelti tra i senatori: questo è altro elemento che non dava garanzia di perseguire

effettivamente l’illecito. Questo tribunale non aveva una funzione criminale, non perseguiva il reo ma si

limitava a restituire il maltolto. Il collegio giudicante infatti non prende il nome di iudices, non siamo di

fronte e tribunale penale ma prendono nome di recuperatores: questi soggetti recuperano quanto è

stato sottratto. Questa è una procedura che non dà garanzie, questo processo che vede imputati i tre

governatori romani, due vengono condannati a restituire e il terzo assolto. È un sistema che non

funziona.

Un salto in avanti importante si farà sotto i Gracchi, in particolare con Caio che farà una riforma ad

ampio raggio per portare i cavalieri dalla sua parte contro i senatori, per cercare di espropriare parte del

senato dei suoi poteri. Farà due importanti leggi in materia criminale: quella che riguarda la

composizione delle giurie e il fatto che per la prima volta si crea un tribunale penale. La legge di Caio

avverrà tra il 123-122 a.c. ed è chiamata Lex Sempronia iudiciaria perché riguarda il giudizio, si rifà a

una precedente legge che noi non conosciamo. Legge di Caio la conosciamo per via epìgrafica, le

cosiddette tavole bembine. Questa legge stabilisce un tribunale penale, primo elemento di differenza

rispetto al caso del 171, si persegue illecito e anche restituzione del maltolto. Si attribuisce presidenza

del tribunale ad un pretore: il pretor de repetundis. La giuria non sarà composta da 5 senatori, ma

scelta tra album di 450 giudici. Entrato in carica ogni anno, il Pretore de repetundis deve stilare elenco di

giudici che deve contenere 450 nomi. Per far parte di questo elenco bisognava possedere un censo di

400.000 sesterzi e far parte degli equites. Non sappiamo se solo agli equites che appartenessero alle 18

centurie o se era sufficiente avere censo superiore o pari a 400.000 assi e non aver ricoperto cariche

senatorie o far parte del senato.

All'interno di questo album stilato dal pretore, l'accusatore sceglieva 100 giudici. L’Accusato all’interno

dei 100 giudici scelti da accusatore ne poteva ricusare 50, gli altri 50 costituivano la giuria per il processo

specifico. Quindi primo elemento di differenza è la costituzione della giuria: lì abbiamo un collegio privato

di 5 recuperatores, qui abbiamo collegio giudicante di 50 giudici, scelto con questo sistema chiamato

elexio.

L'accusa la può promuovere direttamente il danneggiato senza avvalersi di un patrono romano. Prima

invece era obbligatorio per poter portare avanti accusa che ci fosse un patrono romano. Con la lex acilia

i provinciali possono far valere direttamente le proprie ragioni, addirittura si afferma possibilità che a

portare avanti accusa sia il cosiddetto “Quivis de populo” cioè qualsiasi cittadino romano che abbia

volontà e interesse nel bene comune, può portare avanti l'accusa. Quindi accusa o la portano avanti

davanti al tribunale de repetundis i provinciali che sono stati danneggiati, o i provinciali con l’aiuto dei

patroni,o lo fa cittadino romano nell’interesse del popolo.

Sì svolge il dibattimento: l’accusato porta sue prove e anche accusatore. Vengono sentiti testimoni, fino

alla cognitio è più importante la prova testimoniale

Il Pretore presiede ma non interviene, non può votare. Una volta ascoltati i testimoni, il pretore chiede

alla giuria se si è formata un giudizio. Se giuria non se lo è formato cioè non linquet, si poteva rinnovare

dibattimento, c’è ampliatio: cioè dato più tempo alle parti per potare nuove prove e testimoni. Questo è

un elemento di differenza anche rispetto a processo davanti al popolo: nel iudicium populi si deve

decidere da alba a tramonto e se si tarda, processo non si può più ripresentare, la parte accusata

andava assolta.

Nelle questiones invece è prevista ampliatio cioè se non si è formato convincimento si può aumentare

tempo per decidere. Ma spesso si tendeva a rimandare all'infinito, si mette quindi un limite.

Spesso i giurati per motivi politici dicevano di non aver formato parere. Per questo, introdotta legge per

cui non si può rimandare più di una volta. inoltre per chi ha comportamenti non corretti è prevista una

sanzione, una multa. Ampliatio non può essere all'infinito. Poi si vota e il parere è a maggioranza di 50

giurati. Se si condanna, il soggetto veniva privato di cittadinanza, non sappiamo se c’era anche la

confisca dei beni (sembra che per quella de repetundis non ci fosse).

Poi (dopo il processo pubblico) si apriva un successivo processo privatistico, finalizzato a stabilire

l’ammontare di quanto doveva essere restituito: quindi prima c’era la condanna vera e propria e poi un

successivo processo per stabilire quanto aveva rubato il governatore e quanto dovesse restituire.

Generalmente la restituzione era il doppio per reprimere l’illecito di malversazione.

Questo modello di corte giudicante, la questio de repetundis, serve come modello per le altre corti.

Alcune di queste forse le troviamo già operanti prima di Silla, ma i dati sono scarsi.

I dati certi li abbiamo con la riforma giudiziaria di Silla intorno agli anni 80 in cui crea le quaestiones

perpetuae, rendendo permanenti non le questioni extraordinarie ma questi tribunali istituiti sotto i

Gracchi. Tra queste ci sono notevoli differenze: iudicium populi e questiones extraordinarie sono di tipo

inquisitorio mentre le questiones perpetue sono di tipo accusatorio, è necessaria accusa per procedere.

Silla mette a posto sistema giudiziario e crea tribunali ex lege: che possono essere o ex lege rogatae o

ex plebiscito. Lex Acilia è un plebiscito e introduce sotto i Gracchi tribunale de repetundis. Silla riordina il

sistema e rende perpetui questi tribunali, prendendo come modello quello delle repetundae; ci sono sei

corti di giustizia sotto silla. Ciascuna di queste corti viene introdotta da una legge che è votata o dal

plebiscito o dal comizio centuriato e stabilisce fattispecie criminose punite da quel tribunale, la procedura

da seguire, la pena da erogare. Per la prima volta troviamo a Roma applicato il principio di nullum

crimen sine lege, questo non si applica nel iudicium populi né nelle quaestiones extraordinarie. Si

applica nelle questiones: ogni questio è istruita per legge, la legge prescrive procedura da seguire,

condotte da seguire e la pena. Quindi è un passo avanti importante per la certezza del diritto. Ci sarà

una lotta serrata tra senatori e cavalieri per la presidenza delle giurie: con la legge iudiciaria di Gracco,

tutti i giudici sono scelti tra gli equites, Silla invece attribuisce tutte le giurie ai senatori. Sotto Augusto la

giuria sarà composta da metà di senatori e metà da cavalieri.

L’altro elemento che introduce Silla riguarda l’accusa: spesso più soggetti legittimati a proporre accusa

per illecito commesso. Infatti introduce istituto della divinatio. Nella prima verrina tra tutti gli accusatori

fu scelto Cicerone infatti si tendeva a scegliere accusatore che aveva più possibilità di vincere il

processo: colui che era il più bravo oratore, aveva più prove. Prima di ogni processo, tutte le volte che

c’erano più accusatori, c’era una fase preliminare chiamata divinatio (scelta) per la scelta dell'accusatore

più importante, colui che portava avanti l'accusa nel processo. I Tribunali operanti sotto Silla erano:

- la questio de repetundis che perde importanza perché a giudicare i senatori sono gli stessi

senatori:le assoluzioni dei governatori superano condanne;

- viene, poi, costituita la questio de falsis, introdotta da Silla, che si occupa di tutte le fattispecie di

falsificazioni di documenti e di testamenti. Quindi viene istituito Tribunale ad hoc che si occupa di

falsificazioni e di alterazione delle monete. La falsificazione sarà punita con pena di morte.

- si crea la questio de maiestate, maiestas del popolo romano. Rientrano in questo crimine

fattispecie che prima rientravano nella perduellio: l’abuso di ufficio, il magistrato che non ha condotto

bene guerra, colui che è accusato di aver assunto un potere personale troppo forte. Dato che i

confini non erano netti, c’era possibilità di far rientrare molti altri comportamenti nella maiestas che

era un tribunale politico che subirà una trasformazione nel passaggio dalla repubblica al principato

perché maiestas non sarà più del popolo ma dell’imperatore quindi verranno ricompresi i

comportamenti contro imperatore.

- si ha la questio de sicaris et beneficiis. Silla unisce insieme queste questiones, che sanzionano

l’omicidio commesso assoldando sicari o l’uso di bande armate (omicidio aggravato). Vi rientravano

anche coloro che introducevano in segreto armi nella città per fare sommosse. Si occupavano

anche di avvelenamento per far fuori avversario politico. Rientra in questa corte anche il parricidio

(omicidio semplice) anche se se ne distacca per quanto riguarda la pena :nel caso della questio de

beneficiis la pena è la morte ma c'è possibilità di esilio, mentre se si è accusato di parricidio c’è la

classica pena mortale e accusato non può andare in esilio.

- sono istituiti due tribunali: il peculato cioè l’indebita sottrazione di beni che appartengono alla res

pubblica. Peculato prima era represso in un iudicium popoli in cui accusa mossa dai tribuni contro i

magistrati che si sono appropriati di beni pubblici. Magistrati usciti di carica (tranne il dittatore)

dovevano rendicontare e se rendicontazione non era corretta c’era accusa di peculato. Prima c’era

iudicium populi, poi introdotta questa questione ad hoc per reprimere tutte le questioni peculato.

- si ha la questio che reprime l’ambitus cioè gli imbrogli elettorali: accaparramento di voti in cambio di

promesse di doni fatti agli elettori. A differenza delle altre questiones, non è punita con la morte ma

con l’interdizione dai pubblici uffici di 10 anni.

Sotto Silla i pretori sono otto: 6 eletti annualmente per presiedere i tribunali permanenti e ad essi si

affiancano il pretore urbano e quello pellegrino. La situazione è immutata fino a I secolo d.C., in cui si

afferma processo della cognitio extra ordinem. Questo processo per questiones è rigido: il presidente

della questio che è pretore non può adattare la pena nel caso in cui ci siano attenuanti né può

modificarla se ci sono aggravanti perché la pena è stabilita per legge. La situazione è analoga per la

votazione delle leggi: il popolo o vota la legge in blocco senza modifiche o la respinge. Allo stesso modo

i giudici o assolvono o devono applicare la pena stabilita per legge. Questo viene superato dalla cognitio.

Crisi della repubblica

Sul piano politico e delle altre riforme costituzionali dobbiamo prendere in esame il periodo storico dalla

seconda metà del II secolo fino a Silla; ci avviciniamo al periodo di crisi della repubblica. Dal V secolo al

367 si hanno lotte patrizi e plebei. Nel 367 si raggiunge un compromesso, si crea una nuova classe

dirigente mista: la nobilitas patrizio-plebea perché quando si ammettono i plebei al consolato e poi a

rivestire cariche sacerdotali, i plebei entrano nel senato e nella classe dirigente. Questa nobilitas verso la

fine II secolo entra in crisi che durerà fino a fine I secolo, quando si imporrà il potere personale di

Augusto. Quindi gli ultimi due secoli della repubblica sono caratterizzati dal contrasto tra ordini: tra

optimates (senatori) e populares (equites). Questo conflitto porterà alla fine della repubblica e

all’istaurarsi del principato di Augusto. I Gracchi

L'Inizio del conflitto si ha col tribunato dei fratelli gracchi. Nel 133 a.C Tiberio al tribunato, è di famiglia

ricca pur appartenendo ai populares. Tiberio si accorge del divario che si sta creando tra i ceti più ricchi

della popolazione e quelli intermedi, che tendono a perdere potere e a impoverirsi. Tiberio fa un viaggio

in Etruria e si rende conto che le campagne sono spopolate e le terre sono latifondi nella disponibilità di

pochissime famiglie e lavorate dagli schiavi. Quindi non ci sono più contadini liberi ma schiavi a lavorare

le terre. Perché a causa delle guerre transmarine che duravano molti anni, i contadini arruolati

nell’esercito erano lontani per decenni dai loro campi, e se ne occupavano le donne che non avevano la

forza in sufficienza. I contadini quindi si indebitavano ed erano costretti a vendere il fondo alle nobili

famiglie e andare o a lavorare in fondi altrui o ad inurbarsi.

Motivo di decadenza società romana per Tiberio è che non si è capaci di levare un esercito di liberi.

Soluzione per lui è di mettere un limite al latifondo e ridistribuire ager publicus in proprietà privata.

Propone quindi riforma agraria: lex de modo agrorum. Tiberio propone limite: nessun pater familias può

avere più di 500 iugeri di terra, al massimo può arrivare a totale di 1000 iugeri, considerando 250 iugeri

per ciascun figlio. Per non far arrabbiare i patrizi, acconsente a trasformare 1000 iugeri di terra in

proprietà privata. Quindi le famiglie che possedevano più di mille iugeri, potevano conservarne 1000 che

diventavano in proprietà privata, l’eccesso andava restituito alla res publica la quale avrebbe dovuto

ridistribuire la terra eccedente tra i contadini che avevano venduto la loro terra, costretti da esigenze

economiche e quindi erano diventati nullatenenti e si erano inurbati a Roma costituendo la plebe urbana.

Riteneva che se questa riforma fosse andata in porto si poteva avere nuovamente un esercito efficiente,

ripopolare le campagne grazie a un ceto di liberi e non grazie agli schiavi.

La proposta di legge trova ostacoli: innanzitutto le grandi famiglie ritenevano che queste terre che di fatto

erano loro, lo fossero anche sotto un profilo giuridico anche se questo non era vero. Perché questi

domini li consideravano come detenuti da tempo e quindi propri. Quindi patrizi per ostacolare Tiberio lo

combattono sul suo stesso piano assoldando un tribuno: Ottavio, per opporsi alla proposta di legge

agraria di Tiberio. Questo era legittimo, tribuni hanno l’un con l’altro l’intercessio.

Tiberio viola la legge: fa deporre Ottavio con la giustificazione che non può essere tribuno della plebe chi

si oppone agli interessi della plebe. Ma non c’è vincolo di mandato: il tribuno eletto agisce come meglio

crede. Ottavio viene deposto e Tiberio fa passare la sua legge: con il limite di massimo di 1000 iugeri

che diventeranno in proprietà privata e le terre eccedente acquisita da res pubblica e redistribuita a

cittadini nullatenenti in possessi di 25-30 iugeri, i cui possessi sono inalienabili e la loro vendita era nulla.

Vi era la volontà di far ripartire economia agraria, che era vista come fondamento di economia romana.

Gli viene dato anche capitale iniziale per avviare attività.

Tiberio è abile politico: costituisce commissione ad hoc per far funzionare riforma composta da lui, dal

fratello e dal suocero. Questa commissione è chiamata i triumviri agris dandis et assegnandis, ovvero

hanno il compito di dare e assegnare i campi in proprietà privata. I beneficiari sono i cittadini romani.

Questa commissione ha potere giudicante in questa materia: la divisione e assegnazione delle terre. Si

ha redistribuzione terra che viene data ai contadini. Ha funzionato la riforma di Tiberio, lo sappiamo dai

cippi graccani cioè dagli scritti che indicano dimensione dei campi.

Poi Tiberio compie un errore: si ricandida a tribuno, anche se non c’è legge che vieta a ricandidatura di

tribuno. Esiste una legge del 180, la lex vilia che pone il divieto di reiterate cariche di console, pretore

cioè delle magistrature superiori. Ma non c'è legge specifica per i tribuni. Però c'era prassi costituzionale

per cui si aspettava un anno o due prima di ripresentare la stessa carica. Ne approfittano gli optimates

accusando Tiberio di voler aspirare al regno cioè di volere avere potere personale forte e la prova è che

si ricandida al tribunato. Ne consegue un tumulto in cui Tiberio e i suoi seguaci vengono uccisi a colpi di

sediate.

Il senato emana il senatus consultum ultimum che è uno strumento di lotta rivoluzionaria che stabilisce la

sospensione delle garanzie costituzionali e veniva dato ai consoli ogni potere per sedare la rivolta e

perseguire i seguaci di Tiberio. furono quindi assassinati e giudicati in modo sommario i seguaci di

Tiberio.

La riforma si blocca perché si arresta la commissione, privata di uno dei suoi membri. Poi i senatori

trasferiscono competenza dei casi controversi al pretore urbano, facendo leva sul fatto che la

commissione è stata privata di uno dei suoi membri cioè di Tiberio. Questo è un modo per insabbiare la

riforma, infatti non ci sono più assegnazioni di terre, non abbiamo più cippi graccani che diano riscontro

di assegnazione.

Entriamo in un clima di scontro sempre più forte. Il senatoconsulto ultimo è una novità assoluta perché il

senato si arroga un diritto che non ha: di sospendere le garanzie fondamentali del cittadino e di attribuire

un potere ai consoli straordinario. Una delle leggi non scritta della res pubblica è che non si può privare

cittadino romano del diritto alla provocatio ad populum. In questo clima di lotta politica, il senato

emanando questo provvedimento viola un limite costituzionale non scritto, arrogandosi un diritto che non

ha.

Per 10 anni, fino a 123 il senato ha la meglio: ci sono una serie di vendette e processi politici contro i

seguaci di Tiberio. Nel 123 avremo la seconda offensiva dei Gracchi con Caio che si rende conto della

necessità di proporre una riforma più ampia, non solo una riforma agraria ma una riforma che dia più

potere ai popolares e che sottragga questo potere ai senatori. Egli cerca di coinvolgere dalla sua parte

gli equites, fino ad allora rimasti fuori dalla scena politica. Caio per cercare di far passare le sue idee

deve trovare una forza in grado di opporsi al senato. Il coinvolgimento dei cavalieri nella gestione res

pubblica rimarrà nel tempo che diventeranno classe dominante nel periodo di Augusto.

Occorre, inoltre, ricordare la storia agraria romana. La prima questione riguarda quali rapporti sussistono

tra la legge Licinia sesta de modo agrorum del 367 a.C. e l’altra legge de modo Agrorum di Tiberio. La

proposta presentata e approvata da Tiberio nel 133 è una legge Sempronia de modo agrorum. Esistono

in dottrina due orientamenti: c’è chi ritiene che siamo di fronte a due provvedimenti diversi, entrambi

storicamente esistenti e c’è chi invece ritiene che la legge Licinia sesta del IV secolo sia un’anticipazione

della legge di Tiberio Gracco del 133, in quanto in entrambe viene utilizzata la medesima terminologia

essendo denominate “de modo agrorum” ed entrambe prevedono la medesima entità del limite, ovvero

500 iugeri di terreno pubblico per ogni paterfamilias, più 250 iugeri per ogni figlio maschio fino ad un

limite di 1000. Tale limite lo ritroviamo di pari passo nella legge di Tiberio e perciò poteva essere stato

riproposto perchè ad esempio non veniva rispettato. L’altra difficoltà è capire quali terre riguardasse,

ovvero se riguardasse le terre possedute complessivamente dal paterfamilias e quindi si conteggiano nei

1000 iugeri anche le terre di proprietà privata, oppure secondo l’orientamento prevalente, questo limite

riguardasse solo le terre pubbliche, ager publicus posseduto. Questa seconda ipotesi spiegherebbe il

perché si diffonda il latifondo. Si tratta di un’altra delle tante questioni aperte.

La legge Licinia Sestia nella testimonianza di Plivio stabiliva un limite alla proprietà terriera, ovvero il

divieto di possedere più di 500 iugeri procapite. Qui si parla di Ager. Questa limitazione di terra quale

scopo ha? Occorre un limite ai patrizi nell’accaparramento dell’ager publicus ed evitare che si diffonda il

latifondo oppure cercare di ridistribuire in modo più equo la terra fra le diverse componenti della città?

Fra queste due ipotesi sembrerebbe più attendibile la seconda, ovvero la volontà di entrambe le leggi di

procedere ad una ridistribuzione più equa della terra. Per capire il motivo per cui questo fine sia

preferibile, dobbiamo guardare al contesto storico, siamo nel 367 periodo del compromesso tra patrizi e

plebei, c’è la volontà di andare incontro ai plebei, sotto il profilo politico è stato riconosciuto a quest’ultimi

la possibilità di accedere al consolato, ed in parte vengono alleggerite le questioni dei debiti. In questo

contesto di venire incontro alle esigenze della plebe potremo inserire anche la volontà di ridistribuire in

maniera più equa la terra ed è sempre Plivio a darci qualche indicazione scrivendo che era ingiusto che

ci fossero patrizi che possedessero ben più di 500 iugeri e cittadini plebei che ne possedevano quantità

come 2 iugeri, sufficienti a mala pena per la tomba di famiglia.

La legge di Tiberio è la stessa legge di Licinia sesta? Plivio ci informa che quella di Licinia Sesta fu

approvata nel 367 e che il suo stesso promotore, ovvero uno dei due tribuni, l’anno successivo venne

condannato sulla base della stessa legge ad una ammenda di 10.000 assi per il fatto che insieme al

figlio superavano il limite di 1.000 iugeri, in quanto aveva tentato di aggirare la legge emancipando il

figlio, facendolo diventare sui iuris e una volta paterfamilias, poteva possedere legittimamente iugeri.

Quale è la chiave di lettura che ci offre questo testo di Plivio? Che la legge del 367 è una legge minus

quam perfectae (nell’ambito della classificazione vi sono legge imperfactae, minus quam perfectae e

perfectae). La legge è minus perché non annulla la proprietà di Stolone che in questo caso eccede il

limite, ma prevede solo il pagamento di una multa. In questo contesto ci sono tutte le condizioni affinchè

una successiva legge intervenga per porre un freno all’atteggiamento di raggiro del limite che

comportava semplicemente il pagamento della multa e la conservazione della titolarità della terra, senza

rendere nulli i possedimenti che superassero il limite. Il testo di Plivio, proprio per questo motivo ci fa

capire come possano esserci due leggi che disciplinano la stessa materia. Entrambe denominate con il

termine de modo agrorum. di fonti ne abbiamo tantissime e la dottrina sulla base di queste fonti e

soprattutto sulla base del testo di Plivio, ipotizza che ci siano state due leggi, quella del 367 e quella del

133, il fatto che siano de modo agrorum entrambe non pone problemi, anche dopo ci saranno leggi con

questo norme, il nome indica la natura dei provvedimenti. Non essendo la legge del 367 una legge

perfetta che rendesse nulli possedimenti che andavano oltre i mille iugeri fa si che era necessario

riproporla.

Le leggi di Gaio e Tiberio sono leggi perfette. La prima metà del II secondo è il periodo della storia

romana considerato più “democratico”, quello che più si avvicina ai tratti della democrazia ateniese, nel

senso che il potere si sposta sia pure per un breve periodo dal senato al popolo, in particolare ai comizi

tributi grazie ad un’attività dei tribuni della plebe. Fino ai gracchi, il tribunato si caratterizzava per essere

una magistratura negativa che ha un potere di veto e di intercessio nei confronti dei magistrati, ad

eccezione del dittatore e nei confronti del senato ma non ha un potere propositivo.

I Gracchi rappresenta l’unica parentesi in cui i tribuni della plebe avranno un potere propositivo e

riescono a farlo quando c’è questo clima di contrasto tra patriziato o meglio tra gli optimates, classe

dirigente e i populares, si tratta sempre di ricchi ma a favore delle rivendicazioni degli strati più bassi

della popolazione quindi i Gracchi rappresentano il massimo potere mai riconosciuto ai tribuni, che

durerà poco e si concluderà con lo stesso Caio. Silla nell’80 farà una riforma per annullare

completamente i tribuni della plebe.

Tiberio era un nobile, giovane aristocratico, la cui madre apparteneva alla gens Cornelia ed era

imparentata con Scipione l’africano. Era di quella aristocrazia più vicina agli interesse della plebe e

riteneva che si potesse tornare agli antichi splendori soltanto modificando la situazione attuale. Fu

illuminato da un viaggio in Etruria, regione ormai romanizzata ed era rimasto colpito da un spopolamento

delle campagne da parte dei contadini liberi. Vedeva questo alternarsi di grossi latifondi, gestiti dai

senatori attraverso gli schiavi.

Si era diffuso l’istituto della cosiddetta villa schiavistica, grande azienda agricola con produzione

differenziata che serviva sia per il fabbisogno della villa sia per l’esportazione soprattutto delle

coltivazioni privilegiate della vita e dell’olivo che meglio si potevano esportare per la loro conservazione.

Questi vasti appezzamenti di terra vengono coltivati con manodopera di tipo servile, figure di tipo servile

sovraintendono alla gestione della villa, come il villicus che amministra la villa, si tratta uno schiavo che

risponde direttamente al padrone, in genere sono schiavi greci in quanto acculturati.

I contadini, ovvero i possessori di 7 iugeri, erano stati derubati in quanto costretti a vendere le proprie

terre ai latifondisti e quindi di fatto avevano perduto di che vivere. Come si è arrivato a questo

impoverimento dei contadini? Per il fatto che le guerre non duravano più 6 mesi. in quel momento storico

le guerre si combattevano fuori Roma, ovvero in oriente e in Grecia, e se la guerra era vista come un

fattore di accumulo di ricchezza, proprio perché c’era la possibilità di mandare i figli nell’esercito che

venivano spesati a carico dello stato, e se c’era la vittoria, c’era la possibilità di portare indietro il bottino

e schiavi, al contrario le guerre del II secolo si concludono con insuccesso da parte dei romani, e

presentavano solo l’effetto negativo di tenere lontano da Roma la manodopera libera senza la

compensazione data dal bottino e dalla possibilità d arricchirsi.

Quando queste campagne militari intorno alla metà del II secolo hanno un arresto, i contadini che hanno

venduto le loro terre, hanno due possibilità: la possibilità di andare a lavorare come liberi nella villa

schiavistica stagionalmente per integrare la manodopera servile, oppure trasferirsi a Roma senza avere

di chi vivere; assistiamo in questo modo ad un progressivo inurbamento della plebe, dove una massa

sempre maggiore di contadini si riversano in città e non hanno di che vivere, tanto che i Gracchi

istituiranno le fumentationes ovvero le istituzioni di grano a titolo gratuito.

Tiberio cerca di fare una riforma che da un lato consenta all’esercito di avere nuove leve dall’altro, ai

contadini che hanno venduto le loro terre, di avere terre proprie da coltivare. Con la riforma a chi si

rivolge Tiberio, alla plebe urbana o a quella rurale? Questo è un punto controverso, probabilmente si

rivolge ad entrambe perchè molti dei contadini si erano trasferiti a Roma dopo aver venduto le proprie

terre. L'iter di questa legge si caratterizza per il fatto che Tiberio compie una sistematica violazione delle

norme istituzionali romane. Tiberio si pone subito in contrasto con il Senato, perché, quando presenta la

proposta lo fa direttamente davanti al comizio tributo saltando il passaggio fondamentale dell’auctoritas

patrum secondo cui i provvedimenti presentati al popolo dovevano essere prima presi in considerazione

dal Senato. Salta questo passaggio che non era d’obbligo ma previsto dalla prassi, ciò è farto

volutamente perché sapeva che la legge sarebbe stata bocciata. Rompe questo ordine costituzionale, i

senatori cercano di raggirare l’ostacolo e infatti gli oppongono un altro Tribuno, Gaio Ottavio il quale

sostiene gli interessi del patriziato, pone l'intercessio contro la proposta di Legge di Tiberio.

La frattura avviene dopo con Tiberio che fa deporre Ottavio dalla carica di tribuno, con argomentazione

non giuridiche, dicendo che non può essere tribuno della plebe chi non fa gli interessi della plebe anche

se non esiste un vincolo di mandato tra tribuno e i suoi elettori. Tiberio fa deporre il collega e fa votare la

sua deposizione all’assemblea, ai comizi, anche se non aveva potere per deliberare tale deposizione

( ulteriore forzatura.)

Ottavio viene deposto ma la legge tende ancora ad avere difficoltà ad affermarsi e sembra che Tiberio,

nonostante sia dibattuto in dottrina, abbia proclamato il cosiddetto iustitium. Letteralmente è una

sospensione dell’ordinaria attività giudicante in vista di un pericolo esterno per cui questa sospensione

dell’attività giudiziaria e più in generale dell’attività amministrativa della città, si può proporre solo in

determinati contesti storici come ad es la minaccia di una guerra, il nemico che alle porte e soprattutto lo

può emanare soltanto un magistrato con imperio non un tribuno della plebe.

Dove verte il problema? Si tratta di un’ulteriore frattura costituzionale è dovuta al fatto che un tribuno si

sia appropriato di un potere del console, ovvero del magistrato con imperio, e abbia proclamato questo

iustitium per uno scopo politico? Possiamo dire, come fanno alcuni autori, che Tiberio abbia emanato

questo Iustituim o no? Il testo che ce ne parla è un testo di Plutarco. Qui si pone il problema perché

Plutarco scrive in Greco, in questo testo non trovo la parola Iustitium ma il termine greco diagrammata

che viene tradotto letteralmente con edictum, non Iustitium, si tratta di un termine generico che indica

qualsiasi tipo disposizione emanata da un magistrato, il secondo al contrario indica un sottotipo di

edictum.

Un primo problema è l'assenza di fonti che parlano di iustitium ma solo quella di Plutarco che scrive in

greco. Parte della dottrina traduce diagrammata con iustitium altra con edictum. Come possiamo uscire

da questo empasse? Innanzitutto Il dato letterale che è edictum, secondo ci si domanda se realmente il

tribuno della plebe aveva necessità, per approvare la sua legge, di ricorrere a questo istituto per cui non

aveva la competenza, ovvero l’imperio, oppure C’era un altro modo per raggiungere questo fine? Si con

l’intercessio ad ogni atto contrario del senato e dei consoli, quindi non c’è bisogno di ipotizzare che

Tiberio avesse messo in atto anche questa rottura dell’ordine costituzionale in quanto poteva utilizzare lo

strumento dell’Intercessio. Si esclude che Tiberio abbia utilizzato lo strumento dello iustitium.

A quali terre guardava Tiberio? Per poter recuperare più terra possibile e ridistribuirla ai piccoli

proprietari. Le fonti ci dicono che il senato si oppose e consentì soltanto che le terre oggetto di

riassegnazione fossero determinate categorie di ager publicus, di cui a Roma abbiamo quattro grandi

categorie:

1) ager censorius : prende il norme dai censori ed è un ager publicus che va in affitto all’inizio ogni 5

anni, successivamente anche per 10, 15 anni dietro il pagamento di un canone irrisorio, si tratta di

terre piuttosto fertile, le più fertili come la pianura campana.

2) ager queastorius : dato in affitto ai questori, terre meno ricche, come ad esempio la Sabina, terre

adatte non tanto all’agricoltura ma piuttosto al pascolo, in quanto piuttosto montuose. Affitto anche

in questo caso con canone bassissimo, in genere a 20, 30, 40 anni.

3) ager occupatorius : forse il più antico, è una porzione di terra pubblica che ciascuno riesce ad

occupare coltivandola. In origine si poteva occupare tanta terra quanto era la speranza di poterla

mettere a coltivazione. Per questo ager non era previsto nemmeno un canone, chi poteva

accaparrarselo? Si poteva accaparrare più occupatorius chi avesse più forza lavoro, come ad es i

grandi latifondisti che avevano la forza schiavile adatta.

4) ager intrientalibus : Roma, dopo la seconda guerra punica non riesce a pagare lo stipendio ai soldati,

perciò invece di pagarli con i soldi, vennero pagati con le terre, date in concessione per almeno 30

anni.

Di tutte queste categorie di ager, il dominium, la proprietà spettava allo stato, i privati avevano soltanto la

concessione allo sfruttamento della terra ma non il dominium. Nella visione di Tiberio c’era la volontà di

ricomprendere tra le terre da riassegnare tutte e 4 le categorie ma Il senato si oppone ed esclude tutte le

terre tranne l’ager occupatorius. Si tratta di assegnazioni molto lontane da Roma, in quanto investono

parti della penisola come la Puglia, la Calabria, o addirittura la Pianura Padana al contrario Tiberio

voleva riassegnare terre vicino Roma.

Cosa comportava da un punto di vista politico? Comportava che i nuovi assegnatari che erano fedeli ai

Gracchi, se si ritrovarono a risiedere in Calabria, Puglia, non potevano recarsi a Roma facilmente, in tal

modo i Gracchi andavano a perdere la possibilità di avere accanto sostenitori attivi. Rimane l’ager

occupatorius, in prima battuta va controllato affinché nessuno possedesse più di 1000 iugeri e Tiberio a

tal fine fa votare una Commissione agraria creando una magistratura straordinaria, ovvero i triumveri

agris dandi et adsignandis. Letteralmente sarebbero i triumveri incaricati di dare e assegnare le terre.

Il termine adsignare è un termine tecnico collegato alla proprietà, da questo possiamo sostenere che le

terre da pubbliche diventano private, e perciò l’assegnatario non può essere più espropriato perché la

res publica rinuncia a queste terre. Tutte si trasformano in dominium (in realtà i patrizi già consideravano

queste terre come private). Si tratta su di un contentino che Tiberio pensa di dare ai patrizi per evitare

opposizioni ma che non sortisce alcun effetto.

Viene eletta la Commissione composta innanzitutto da Tiberio, dal fratello e dal suocere che attribuisce

a questa magistratura poteri straordinari di iurisdictio. La Commissione procede alla distribuzione delle

terre sulle quali è necessario il pagamento di un canone, altrimenti potrebbero in teoria ritornare alla res

publica. Le terre inoltre vengono considerate inalienabili.

Questi due elementi vanno ad incidere sulla proprietà tanto da pensare che non possono configurare un

vero e proprio dominio? Oppure questi due elementi, canone irrisorio e inalienabilità, sono una tutela in

più da prestare ai nuovi assegnatari per evitare che rivendano la terra al latifondista? Se pongo

l’inalienabilità automaticamente la legge è perfetta perché ogni vendita è nulla. Quale delle due ipotesi

seguire? Sicuramente la clausola dell’inalienabilità delle vendite va a tutela dei piccoli contadini, dalle

fonti sappiamo che di fatti i latifondisti si rivolgevano ai piccoli proprietari per farsi alienare le terre, il fatto

che ci fosse un canone sarebbe un incentivo in più per il piccolo proprietario a continuare a coltivare il

proprio campo. Il fatto che si ipotizzi incompatibilità tra dominium e canone non è vero se pensiamo che

sotto Diocleziano tutte le terre oggetto di dominium vengono assoggettate al canone, ad un vertical,

tassazione. Un altro problema che si pone è se l’assegnazione riguardasse solo i cittadini romani o

anche gli italici? Chi sono gli italici? Le popolazione italiche che non hanno ottenuto la cittadinanza

romana, esistono fino al 90, quando con la legge iulia de civitate, la cittadinanza viene estesa a tutta

Italia. Sicuramente possiamo dire con i dati in nostro possesso che la legge di Tiberio avesse come

soggetti solo i cittadini romani anche se non possiamo escludere che in alcuni casi si è voluto privilegiare

i cittadini italici, prima attraverso il riconoscimento della cittadinanza poi mediante assegnazione di ager.

Anche in questo caso noi lo sappiamo tramite i cippi, epìgrafi dove ci sono solo riferimenti ai cittadini

romani.

Altro problema è quello relativo alla copertura finanziaria: affinché la riforma effettivamente dovesse

partire questi piccoli proprietari terrieri necessitava di un capitale iniziale che consentisse ad esempio

l’acquisto di frumenti, di tutti gli attrezzi necessari per avviare la produzione e la coltivazione del campo

dagli attrezzi agricoli ai buoi per l’aratro, qui Tiberio compie l’ennesima rottura del sistema costituzionale.

Nel 133 muore il re di Bergamo il quale senza eredi lascia tutto il territorio piuttosto ingente al popolo

romano, prima che il Senato decidesse di questo tesoro, al quale spetta la competenza di politica estera,

Tiberio presenta ai comizi tributi una legge che stabilisce che questo tesoro deve essere utilizzato per

dotare di un capitale iniziale i nuovi assegnatari. Si tratta di una rottura molto forte della prassi

costituzionale, in quanto investe una competenza esclusiva del Senato. In questo clima di tumulto

politico la legge viene comunque approvata e la riforma effettivamente riesce a partire in quanto

ciascuno di questi nuovi assegnatari ha un capitale sufficiente per iniziare la propria attività agricola.

Dove è che finisce la storia di Tiberio e perché? Tiberio commette quella che è un’imprudenza. Siccome

aveva avviato la riforma ma riteneva che fosse necessario un altro tribunato, da un lato per seguire

l’evolversi della situazione e continuare a lavorare all’interno della commissione, dall’altro per non

perdere l’inviolabilità, altra caratteristica precipua del tributo, finisce allora per candidarsi al tribunato per

l’anno successivo ovvero 132. Di fatto non esisteva una norma che non prevedesse una successiva

rielezione, ciò era previsto dalla prassi, in tal modo si macchia del crimine di voler aspirare al regnum,

l’accusa che gli viene mossa è di affectatio regni, ovvero la volontà di acquisire un potere personale

così forte da diventare un tiranno. Facendo leva su questa volontà di Tiberio di impadronirsi del potere, i

senatori, nell’ambito di una rissa che avviene vicino alla Curia, ordineranno l’uccisione di Tiberio e di

parte dei suoi seguaci. Subito dopo si ricorrerà ad un altro strumento eversivo in questo caso è il senato

a macchiarsi della violazione, per cui si sospendono tutte le garanzie costituzionali, l’intercessio, la

prorogatio, istituiscono un tribunale straordinario composto dai consoli di quell’anno, tra cui Publio Muzio

Scevola, il quale ritenendo incostituzionale il procedimento non vi prenderà parte, in quanto come

giurista non poteva aderire a questa soluzione, e verranno messi a morte in base ad un processo politico

senza garanzie, tutti i seguaci di Tiberio. Si tenta ovviamente di bloccare il lavoro della Commissione lo

si farà non eliminando la commissione, ma attraverso una clausola che ne limitava i poteri, ovvero il

potere giudicante. Ciò implica un blocco del lavoro di riassegnazione delle terre in quanto essendo tutti i

casi controversi era necessario ricorrere alla giurisdizione del pretore urbano.

Il primo problema affrontato riguarda i rapporti con la legge Licinia sesta, due orientamenti. Il preferibile

dalla maggioranza della dottrina, è che ci siano due provvedimenti distinti perché la prima legge, quella

del 367 veniva sempre violata in quanto imperfetta. Il secondo problema era quali terre riguardasse.

Questo è un punto controverso, se come limite di mille iugeri guardiamo alla terra nel suo complesso

arriviamo alla situazione per cui nessun cittadino romano poteva avere più di mille iugeri, se ipotizziamo

che il limite riguardasse solo le terre assegnate da Tiberio potremo avere una assegnazioni di terre

maggiori di mille iugeri, 5000, 6000,7000. Si tratta della tesi più seguita in quanto giustifica la nascita del

latifondo. Tra le varie tipologie di terre, oggetto di occupazione è solo l’ager occupatorius questo vuol

dire che i patrizi continuavano ad occupare le altre categorie. I beneficiari sono tutti i plebei sia la plebe

urbana sia la plebe rustica. Altro dato pacifico è che le terre vengono trasformate in terre private, e

questo cambia l’assetto dello stato in quanto le terre private sono molto considerevoli. nessun dubbio sui

poteri della commissione e nessun dubbio su tutti i processi di rottura costituzionale che Tiberio avrebbe

commesso, con eccezione dello iustitium.

Il fatto che abbia deposto il collega Gaio Ottaviano, è fatto incontrovertibile. Il fatto che non abbia

presentato la proposta prima al senato, altro dato incontrovertibile e punto di rottura.

Per dieci anni non succede nulla, con conseguente arresto della riforma agraria portata avanti da

Tiberio. Dieci anni più tardi ci riproverà il fratello, Gaio che cercando di far tesoro degli errori di Tiberio,

ritiene che per poter avere qualche possibilità di successo sia necessario avere nuovi alleati in grado di

opporsi ai senatori, si tratta di una classe antagonista e chi è questa classe antagonista ai senatori? Gli

equites che già esistevano dall’età regia e poi per tutta l’età repubblicana, si occupano di commercio,

ricoprono molto spesso il ruolo di esattori delle imposte.

A vantaggio dei cavalieri verrà disposta la riforma che conferisce alle giurie delle questioni, non abbiamo

ancora le quaestiones perpetue ma abbiamo già quelle straordinarie, ai cavalieri, perché ovviamente

essendo i governatori provinciali tutti tratti dall’ordo senatorio è chiaro che a questo punto a giudicare

delle condotte dei senatori erano i cavalieri e non più i senatori stessi. Questa legge si chiama lex

Sempronia iudiciaria che va a fare riferimento al iudicium, termine tecnico che indica il processo.

Questi equites sono probabilmente sia i discendenti degli antiche 18 centurie di cavalieri che noi

troviamo già nell’esercito centuriato, che si sono allargate, con tutti quei cittadini che hanno un censo

superiore a un milione di sesterzi nel II secolo e quindi sono cittadini molto ricchi. Abbiamo detto che il

discrimine tra senatori e cavalieri è dato dal tipo di funzioni che svolgono all’interno della res publica

perché spesso gli equites appartengono alla stessa famiglia dei senatori, spesso sono figli dei senatori o

comunque nipoti, però mentre i senatori si occupano delle cariche, quindi di gestire la politica romana, gli

equites si occupano del commercio e c’è una volontà netta di distinguere tra senatori e cavalieri, nel

momento in cui si vieta ai senatori di possedere e esercitare il commercio si vuole mantenere questa

distinzione netta tra nobiltà delle cariche e tra commercianti ai massimi livelli.

Ora l’altro soggetto che Gaio cerca di tirare dalla sua sorte sono gli Italici, una popolazione che vive nella

penisola ma che non hanno ancora avuto la cittadinanza romana. Vi ricordate che a partire dal IV secolo

ci sono delle progressive concessioni della cittadinanza sia sine suffragio sia optimo iure però

ovviamente la cittadinanza non è stata ancora concessa a tutte le comunità italiche, quindi ci sono

ancora città che vengono ancora regolate dai propri ordinamenti, e Gaio Gracco presenta una proposta

di legge di concedere agli Italici il diritto latino e ai Latini il diritto romano. Vedremo come questa

proposta sarà quella che poi lo farà cadere, perché alla fine né la plebe né i cavalieri sono d’accordo a

dividere le terre e i privilegi con i non cittadini.

Ora gli studiosi hanno sempre detto che rispetto al fratello, Gaio fosse un politico molto più abile proprio

per l’azione di riforma che fa a tutto campo, in realtà se andiamo anche qui a vedere in concreto quali

sono le sue proposte di legge vediamo che manca dello stesso senso pratico perché sostanzialmente

cerca di accontentare tutte le classi, con eccezione ovviamente dei senatori, quindi il popolo minuto, i

cavalieri e addirittura gli italici, ma alla fine non riuscirà a creare un blocco compatto che lo possa

sostenere in questa sua azione diretta contro i privilegi del senato.

E come fa il senato a liberarsi di Gaio Gracco? Innanzitutto, approfitta del fatto che Gaio si ripresenta per

la terza volta al tribunato nel 121, e aveva fatto votare la legge e quindi in teoria poteva tranquillamente

ripresentarsi, e gli oppone un altro tribuno che formula proposte ancora più demagogiche e quindi alla

fine riesce a battere Gaio sul suo stesso terreno, perché Gaio non sarà eletto nel 121 e al suo posto

sarà eletto Plivio Druso (padre, poi vedremo anche Plivio Druso figlio) il quale propone una serie di

riforme che non saranno attuate, che però bastano di fatto a rendere possibile la sua elezione al posto di

quella di Gaio, e non essere eletti significava perdere la garanzia data dalla sacrosanctis.

Quali proposte fa Plivio Druso? Innanzitutto propone che le comunicazioni diventino gratuite, non c’è

nemmeno più un prezzo politico, poi propone non di fondare tre colonie come aveva fatto Gaio ma

addirittura 12 colonie, sia in Italia sia al di fuori, poi vedremo che ne sarà fondata una sola ad Avellino e

infatti è chiamata colonia Livia, propone poi per quanto riguarda la legge agraria di abolire il vectigal cioè

il pagamento del canone e quindi e le terre di fatto rimanevano in piena proprietà senza nemmeno dover

pagare questo canone e propone di concedere ai Latini la provocatio, non la cittadinanza e anche

l’immunità dalla pena delle verghe cioè la provocatio anche per i soldati latini che militavano come alleati

all’interno dell’esercito romano perché voi sapete he con la terza legge Porcia i cittadini romani e anche i

soldati non solo non possono più venir messi a morte ma nemmeno fustigati perché la terza legge

Porcia elimina anche la pena delle verghe ma solo per i cittadini romani.

Plivio Druso che cosa propone? Di consentire anche agli alleati in questo caso latini di non subire la

pena della vergazione quando servono come soci, come contingente alleato nell’esercito. Ora questo

che cosa fa succedere? C’è uno scontro tra la fazione senatoria che appoggia Plivio Druso e invece i

populares che appoggiano Gaio Gracco il quale pur non essendo rieletto al tribunato si dedica

comunque ai preparativi per la fondazione della colonia? Mentre è davanti al comizio per proporre

questa fondazione ne succede un tumulto, non diversamente da quello che era successo per il fratello, e

viene ucciso insieme a più di 100 seguaci in un solo giorno. Anche in questo caso com’era avvenuto nel

133 il senato emana allora un ultimum che è un provvedimento incostituzionale in cui si danno pieni

poteri ai consoli di esercitare il loro imperium milizie anche all’interno della città. Rispetto però al senatus

consultum del 133 si aggiunge un elemento nuovo, la configurazione di Gaio e dei i suoi seguaci come

hostes tra i publicie, ciò vuol dire che sono considerati nemici interni della repubblica; anche questo è

incostituzionale, perché non si può trasformare un cittadino in un nemico, questa volta un avversario

politico in un nemico, perché voi sapete il nemico non ha nessun diritto politico in quanto hostes e si

inaugura questa procedura che però poi sarà seguita più volte nel corso delle guerre civili quindi ogni

volta che si avrà di fronte un avversario politico si ricorreva a questa dichiarazione di hostis republicae

per cui veniva privato di ogni garanzia quindi provocatio, intercessio, lex sempronia de capitis de civis, e

poteva essere messo a morte dai consoli senza che questi rispondessero di omicidio. La pena era: o

venivano uccisi come è successo ai fratelli Gracchi o venivano deietti, gettati nel carcer Tullianum, che

era il luogo destinato alla morte dei capi di stato stranieri, quindi davvero erano hostes, in questo caso

invece la stessa pena del lancio del tullianum, facevano un salto di 5 mt venivano lasciati a marcire in

questo luogo umido sotto l’acqua insieme agli altri che venivano lanciati prima e morivano di stenti, e

infatti nel tullianum c’è l’epigrafe che ricorda tutti coloro, capi di stato, stranieri o appunto cittadini romani

che sono stati uccisi all’interno del tullianum.

Ora vediamo come l’apertura dei Gracchi che rappresenta come vi dicevo ieri il massimo periodo di

potere del tribunato a Roma si chiude male perché non c’erano da un lato le premesse politiche per

un’azione di rinnovamento e dall’altra perché Gaio non riesce a unire i vari ceti, ma perché non li può

unire? Perchè hanno interessi diversi.

Gli equites hanno molto più in comune con i senatori con cui condividono la ricchezza che non con la

plebe urbana o delle campagne e coalizzati plebe e equites li troviamo contro gli italici perché

riconoscere la cittadinanza agli italici. Ciò voleva dire:

1) cambiare il corpo elettorale, perché gli italici una volta che diventavano cittadini ovviamente

avrebbero votato;

2) le terre non potevano più essere espropriate, perché nel momento stesso in cui cittadini italici

diventavano cittadini romani avevano anche loro il diritto a mantenere le proprie terre o a

partecipare all’assegnazione di terre, quindi capite che l’allargare a soggetti esterni trova contrari sia

i cavalieri sia la plebe e quindi questo progetto naufraga, comincia un periodo di crisi della

repubblica che poi nell’ultimo secolo porterà definitivamente alla caduta della res pubblica e alla

nascita del principato.

Dopo i Gracchi ci furono ulteriori scontri politici in cui le due fazioni degli optimates e dei populares

continuano a scontrarsi, una data importante è quella del 100 che è il primo consolato di Mario.

Mario è un uomo cosidetto novus, vuol dire che nessuno nella sua famiglia aveva ricoperto prima

cariche politiche, appartiene agli equites, è una persona che ha un discreto patrimonio economico, e

questo è evidente per tutti, perché abbiamo detto che le cariche non sono remunerate, quindi per poter

fare carriera politica è necessario avere dei beni alle spalle.

Quindi nel 100 viene eletto console, abbiamo queste personalità che cominciano ad avere un potere

sempre più importante e che sono al di fuori degli insegnamenti politici e Mario si trova a dover

affrontare un problema grande qual è quello della guerra contro Giugurta, re della Numidia. Giugurta

aveva cercato di sobillare tutti i greci contro i romani dicendo che in realtà la volontà dei romani era

quella di sottomettere la Grecia e riesce ad avere un certo seguito e intorno all’anno 100, secondo le

fonti nel 112 si macchia di una strage di cittadini romani, in un giorno secondo le fonti sono state uccise

più di 2500 mercanti che si trovavano in Asia per commercio, ovviamente si pone per Roma la necessità

a dimenticare questa strage, di non lasciarla impunita, non si aveva un esercito in grado di poter

contrastare l’esercito messo insieme da Giugurta. Mario, quindi, per la prima volta farà qualcosa che

sarà dirompente cioè arruola volontari e li arruola capite censi, abbiamo detto che erano posti in un’unica

centuria all’interno dell’ordinamento centuriato i capite censi e non erano inquadrati nell’esercito perché

non erano armati, avevano soltanto le fionde, quindi seguivano l’esercito ma non erano inquadrati,

adesso il nervo più forte dell’esercito è dato da questi proletari, i quali sono assolutamente nullatenenti e

che quindi sono più fedeli al comandante che non alla repubblica, perché ogni loro possibilità di far

fortuna e quindi di acquisire ricchezza è rimessa al comandante, perché il comandante finito il servizio

militare li conceda dandogli delle terre, perché spesso gli consente di spartirsi il bottino e quindi si

assiste ad una trasformazione epocale che è quella dell’antico esercito romano che non è più formato da

cittadini soldati che hanno interesse a difendere i propri beni che si trovano in Italia ma sostanzialmente

un esercito di mercenari, un esercito di mestiere in cui appunto i soldati sono legati da un vincolo di

fedeltà con il loro comandante, l’unico che poteva garantire un futuro in termini economici.

D’altronde abbiamo visto come lo stesso Tiberio si era mosso con le sue riforme per cercare di dare

spazio ai piccoli contadini perché potessero riarruolarsi nell’esercito e non c’era riuscito. Con Mario

l’esercito era ormai un esercito di mestiere, i soldati ricevono uno stipendio dallo stato ma soprattutto

seguiranno nella milizia per 30-40 anni, quindi non ci saranno più 6 mesi in cui combattono e 6 mesi in

cui restavano a casa a coltivare il campo, oramai sono soldati di mestiere, quindi passano tutta la loro

vita attiva a combattere e poi vengono ricompensati quando diventano veterani, vanno in pensione con

terre e con una parte del bottino. Perché questa riforma sarà deleteria? Perché apriva la strada al

formarsi di poteri personali e soprattutto di eserciti personali che li troveremo poi durante il periodo di

Silla, poi con Cesare ma anche durante il triumvirato, cominceranno a crearsi tanti eserciti personali che

seguono i vari comandanti.

Questa riforma Mariana è una riforma epocale per le conseguenze che avrà, ovviamente Mario riesce

con questo esercito a sconfiggere Giugurta anche lui verrà trucidato nel tullianum però a Roma le cose

diciamo non vanno bene proprio perché questo contrasto tra optimates e populares continua a

sussistere, da un lato perché Mario continua a farsi eleggere dal consolato in questo caso violando la

legge Villia che stabiliva che per poter essere eletti consoli bisogna aspettare 5 anni, lui sarà eletto

console per ben 6 volte, quindi anche qui capite che cominciano a a porsi le premesse per le imperia dei

signori.

Un’altra tappa importante, parliamo di questo contrasto di fine repubblica è del 91. Nel 91 c’è il figlio di

Plivio Druso, avversario di Gaio Gracco che riporta l’attenzione al piano degli italici, in questo caso

proponendo la cittadinanza romana sia ai latini sia agli italici perché muoveva dal presupposto che gli

italici sopportavano tutto il peso delle guerre che Roma faceva però non godevano dei diritti che

avevano i cittadini romani. Quindi Plivio Druso presenta davanti ai comizi questa norma, però mentre

presenta questa norma viene assassinato, pugnalato e ucciso. Scoppia il cd bellum sociale perché i

soci sono gli alleati italici e fu forse il momento più pericoloso per l’esistenza di Roma dopo Canne nel

216, perché anzitutto si sollevano contro Roma gran parte delle popolazioni italiche, gli etruschi, i galli, a

sud i sanniti, i lucani, e sono tutte popolazioni che combattono con le stesse tecniche dei romani perché

per secoli hanno ormai combattuto a fianco dei romani, e sono molto più numerosi rispetto all’esercito

romano, e quindi vediamo che Roma rischia di essere sconfitta, non accade questo perché alla fine cede

e concede la cittadinanza con le cd Leggi Iulie recitate nel 90 con la cittadinanza a tutti gli italici che non

sono schierati in battaglia e poi a tutti coloro che smettevano di combattere e deponevano le armi.

Quindi sostanzialmente riesce a domare e a mettere fine alla guerra italica in cambio della concessione

della cittadinanza a tutta l’Italia fino alla pianura padana.

Per quanto riguarda gli italici, gli studiosi vedono in due modi diversi la guerra sociale, secondo alcuni la

volontà degli italici sarebbe davvero quella di ottenere gli stessi diritti dei romani proprio perché avevano

gli stessi oneri, secondo un’altra tesi opposta invece la guerra italica rappresenterebbe l’ultima

occasione degli italici di liberarsi dall’egemonia romana e quindi vedono nella guerra sociale un tentativo

delle popolazioni di ottenere la propria indipendenza sconfiggendo Roma. Quali sono i dati in nostro

possesso. Sicuramente per la prima volta abbiamo una presa di coscienza da parte delle popolazioni

italiche di formare un tutt’unico in contrapposizione a Roma, su che basi? Che queste popolazioni si

riuniscono tutte in una Lega, hanno una capitale che è Corfinium e battono moneta, abbiamo una serie

di monetazioni nella quale appare per la prima volta il nome Italia e il simbolo è il toro che di fatto

sconfigge la lupa che era il simbolo di Roma. L’elemento certo è che gli italici prendono coscienza, poi

sui dati che abbiamo entrambe le letture sono possibili, forse il fatto che alla fine cedono di fronte alla

cittadinanza fa pensare che la volontà sia quella di diventare cittadini romani anche perché molte di

queste città l’avevano già la cittadinanza o comunque potevano mutuare da Roma singole leggi come

diceva Cicerone, la differenza fondamentale è che con le leggi Giulie tutte le popolazioni italiche che

aderiscono devono lasciar perdere le loro tradizioni giuridiche, i loro diritti e possono anzi devono usare

esclusivamente il diritto romano, questo comporta la perdita di tutti i diritti anteriori e quindi per noi la

possibilità di conoscerli e soprattutto la scomparsa delle lingue, l’unica lingua della penisola italica sarà il

latino.

Questo nel 91, ma se si aggiunge un periodo di tregua vediamo che il periodo forse più brutto per la

repubblica sta per cominciare perché ci avviciniamo al periodo delle guerre civili e si comincia con Silla.

Silla era un abile generale di famiglia aristocratica senatoria e vediamo come lo scontro sarà tra Mario

esponente dei popolari e Silla esponente degli optimati. Anche qui c’è un casus belli, la necessità di

creare un esercito molto forte per sconfiggere Mitridate, re del Ponto che stava mettendo in pericolo le

province di Roma nell’Asia, i comizi centuriati attribuiscono il comando dell’esercito nella spedizione

contro Mitridate a Silla.

Questa decisione non fa contento Mario il quale attraverso un tribuno, un certo Sulpicio, fa votare al

comizio tributo che non ne aveva la competenza che il comando dell’esercito contro Mitridate passasse

da Silla a Mario. Di nuovo si infrange la costituzione perché gli unici comizi legittimati a occuparsi della

guerra e della pace sono i comizi centuriati, quindi Sulpicio che è un tribuno della plebe ha si il potere di

convocare il comizio tributo, ma questo non ha il potere di votare una delibera che riguarda il passaggio

del comando dell’esercito da Silla a Mario. Però questo accade, Silla però non sta con le mani in mano,

nell’88 fa la prima marcia su Roma, che cosa intendiamo con la prima marcia su Roma? Fa qualcosa

che nessuno aveva mai fatto prima d’ora, varca il pomelium con l’esercito, quindi anche lo spazio urbano

che abbiamo detto si chiama domi, perché lo spazio dell’amministrazione politica, lo spazio civile diventa

territorio di guerra, quindi soggetto alle regole della guerra quindi non si applicano le garanzie, niente

provocatio, niente intercessio, niente lex Sempronia, ovviamente Silla fa uccidere i suoi avversari politici,

viene ucciso lo stesso Sulpicio ovviamente senza processo e Mario riuscirà peraltro a fuggire.

L’anno dopo, nell’87, Silla deve partire per l’Oriente come proconsole e vediamo che non riesce a

controllare del tutto le elezioni per cui vengono eletti due consoli uno a suo favore che è Ottavio

(rappresentante optimati) e l’altro che è suo acerrimo nemico Lucio Cornelio Cinna (populares).

Silla parte per la campagna in oriente e i populares riprendono potere e quindi ovviamente il primo atto

che Cinna farà sarà quello di uccidere il collega così come vengono uccisi molti segaci di Silla

approfittando del fatto che egli si trovi fuori da Roma e dall’ Italia. Anche Cinna si comporta contro le

regole perché continua a farsi eleggere ogni anno proconsole e in alcuni casi anche sine collega, anche

qui abbiamo un’ulteriore violazione della legalità repubblicana, mantiene il potere come console da solo,

questo dura fino a quando Silla non torna dall’Oriente, nell’83 arriva a patti con Mitridate, in quanto non

riesce a sconfiggerlo però gli impone di versare un tributo nelle casse di Roma e in cambio avrebbe

mantenuto i suoi territori, Mitridate acconsente e raggiunta questa pace, vista per Roma vantaggiosa in

quanto consentiva una entrata notevole nelle casse dello stato, Silla torna in Italia. Nell’82 compie una

seconda marcia su Roma, spesso le fonti si confondono tra le due marce, su quali atti furono compiuti

nell’88 e quali nell’82. Sull’82 siamo più informati perché viene adottato per la prima volta il meccanismo

delle proscrizioni sillane.

Le proscrizioni noi le vediamo per la prima volta con Silla. Il termine deriva da pro-scrivo. Venivano

scritte su delle tavole, i nomi degli avversari politici che potevano essere uccisi senza alcun tipo di

problema a meno che gli era concesso di andare in esilio, si pensa fossero affisse al Foro in modo che

tutti le potessero consultare. Questo comportava che chi fosse inserito in questi elenchi perdeva le

garanzie proprie del cittadino: venivano confiscati i suoi beni e i figli non potevano esercitare la carriera

politica quindi venivano privati dello ius honorum. Inoltre l’inserimento di questi nomi avveniva mediante

delazione cioè mediante denuncia da parte di chiunque ritenesse di avere elementi e spesso come

premio ai dilatori venivano dati beni confiscati ai proscritti. Solo all’interno del Senato vengono uccisi più

di 150 senatori, in tutto si hanno 2000 condanne a morte (soltanto nell’82) e vengono confiscati 250

milioni di sesterzi che vengono poi ridistribuiti tra i seguaci di Silla.

Ora Silla compie un altro atto: si fa nominare dittatore dai comizi tributi. Viene proposto un plebiscito al

comizio tributi con cui viene attribuita a Silla una dittatura con poteri straordinari. Nelle fonti è indicata

con l’espressione “legibus tribundis et rei publicae costituendae”. Così si mettono insieme due poteri

straordinari che noi abbiamo trovato nella storia precedente di Roma perché legibus tribundis l’abbiamo

trovato con riferimento ai decemviri ma, i decemviri avevano avuto quel potere per poter redigere un

codice de legis scripte ed erano comunque un collegio di magistrati.

Adesso questo potere di riscrivere la costituzione viene affidato ad un solo uomo, il quale cumula in se

anche ogni tipo di potere che serve per la res repubblica. Quindi siamo lontanissimi dall’antica dittatura,

perché la dittatura durava sei mesi e si eleggeva un magister equitum e aveva un compito specifico di

portare avanti la condotta della guerra oppure porre fine ad una rivolta. Non aveva mai questi poteri così

ampi e poi ancora il dittatore classico doveva per forza eleggersi un magister equitum, Silla non avrà

un magister equitum e abbiamo un elenco importante di tutti i poteri che sarebbero stati attribuiti a Silla e

questo ci fa capire quale posizione avesse, comincia poi ad essere molto simile a quella che sarà la

posizione di Augusto e prima di Augusto di Cesare.

Egli poteva:

– nominare i magistrati quindi di fatto privava i comizi di un compito che era loro, quello di

eleggere i magistrati, perché in questo caso era Silla che li nominava.

– dedurre colonie anche qui il compito di questa funzione era di un popolo insieme al senato.

Adesso diventa di Silla.

– fissare i confini anche questa non era una prerogativa che poteva avere il dittatore.

– disporre dei fondi pubblici, del ager publicus; per poter ridistribuire l’ager publicus era

necessario una legge quindi una votazione dell’assemblea, adesso, anche questo potere era

attribuito alla autorità di uno solo.

– emanare le leggi.

Oltre a questi poteri concreti vengono attribuiti tutta una serie di poteri di natura sacerdotale e

carismatica che anticiperanno poi Cesare e poi Augusto quindi comincia anche Silla ad assumere un

po’ quella che è la fisionomia del sovrano orientale. Per cui per esempio gli viene dedicata una statua

equestre nel foro. La realizzazione della statua equestre poteva avvenire per meriti che erano stati

conseguiti a vantaggio della res pubblica, ma soltanto a chi era morto e non ancora a chi era in vita,

perché il riconoscimento della statua era un volere eroizzare la singola figura. Inoltre viene insignito

dell’appellativo di felix che non vuol dire felice ma fortunato cioè protetto dalla dea fortuna. Anche qui

quindi si crea un legame particolare tra Silla e la divinità che sarà un elemento proprio dei monarchi

orientali.

Silla approfitta di questi poteri straordinari per fare una serie di riforme che hanno tutte un unico fine:

restituire il governo della res pubblica al senato. Il tribunato della plebe sarà il primo ad essere

colpito. Innanzitutto si stabilisce che i tribuni possono porre l’intercessio (potere di veto) solo nei

confronti dei colleghi quindi, non più intercessio nei confronti dei magistrati, non più intercessio nei

confronti del senato. Quindi il loro potere viene molto ridimensionato. Poi si stabilisce che la scelta dei

tribuni spetti al senato e non più al comizio. Si stabilisce, inoltre che i plebisciti quindi le proposte di

legge che i tribuni presentano davanti i comizi, devono prima avere il parere positivo del senato e da

ultimo, si stabilisce che chi viene eletto tribuno della plebe non può ricoprire nessuna magistratura quindi

si vieta la possibilità di fare politica di fare una carriera politica.

Nel momento stesso in cui si dice che chi fa parte del tribunato finisce lì la sua carriera politica meno

aspiranti sarebbero stati. E Infatti le fonti dicono che Silla avrebbe ridotto il tribunato a un’ imago sine re

cioè a un immagine senza sostanza perché, di fatto, perché ai tribuni rimaneva solo l’intercessio nei

confronti dei colleghi. Poi tutti i loro poteri che diciamo che erano stati fondamentali nel periodo arcano

adesso vengono ridotti al minimo. Questa riforma verrà cancellata una volta che Silla abdicherà, gli anni

successivi in quanto il tribunato ovviamente riacquisterà i propri poteri però intanto per due anni funziona

così.

Silla poi si rivolge al senato e quindi cerca di ridare centralità a questa assemblea. Il primo

provvedimento è restituire le corti giudicanti ai cavalieri e ai senatori e quindi anche qui la legislazione

Graccana viene meno. Poi ovviamente si trova di fronte a un senato che invece di contare 300 membri

ne conta ormai 150 e quindi compirà lui la lex senatus cioè riempirà i vuoti che si sono creati all’interno

del senato. Portando nuovamente il numero a 300 e vi inserisce non diversamente da come ha fatto

Tarquinio un numero significativo di esponenti del ceto equestre. Quindi per la prima volta noi vediamo

entrare in senato non più ex magistrati ma soldati, addirittura alcuni sono liberti, personaggi anche di

bassa condizione sociale che però gli erano stati fedeli e non contento di questo raddoppia il numero di

senatori proprio per creare un partito a lui fedele e li porta a 600 e vedremo come questo numero rimarrà

fino a sotto ad Augusto perché ci sarà Cesare che lo porterà a 200 ma poi Augusto lo riporterà a 600

quindi il numero dei senatori cresce e si stabilisce intorno ai 600.

Silla poi Si preoccupa di evitare che per il futuro qualcuno possa nuovamente marciare su Roma e

quindi porterà a compimento la distinzione tra imperium domini e imperium militie. Nella prassi si

ricorreva già prima di Silla a far si che gli ex magistrati governassero le province, quindi fossero insigniti

di un imperium militie pur non essendo più magistrati. Questa che era una prassi con Silla diventa una

norma, quindi i magistrati durante il periodo della loro elezione devono rimanere a Roma quindi perdono

la guida degli eserciti e hanno competenze solo di tipo civile e amministrativo. Viceversa i promagistrati

esercitano un nuovo potere al di fuori di Roma e hanno invece la titolarità dei poteri militari. Quindi si

rompe definitivamente e irrimediabilmente l’unitarietà dell’imperio (l’imperio era indiviso e soprattutto

poteva essere esercitato da chi aveva la magistratura, da chi era titolare di una magistratura).

Poi vengono una serie di provvedimenti che mirano a cancellare altre leggi dei gracchi: abolisce le

fomentazioni. In questo Silla pensa come Cicerone, anche lui dello stesso partito politico. Le

fomentazioni sono un danno per la plebe però, si rende conto che la crisi economica c’è perciò cerca di

risolvere in un altro modo, calmierando i prezzi, cioè stabilendo il prezzo massimo a cui può essere

venduta una merce. Quindi stabilisce per i generi alimentari di prima necessità un prezzo fissato dallo

stato e questo per venire incontro alle esigenze delle classi più deboli.

Poi farà approvare anche una legislazione sul lusso. Noi le prime legislazioni sul lusso le abbiamo

nelle XII tavole quando si vieta per esempio di porre oggetti d’oro nelle tombe, cosa che invece, questo

tipo di legislazione, non ci sarà mai in Etruria dove, infatti, troviamo moltissimi oggetti preziosi che nelle

tombe romane non si trovano; tanto è vero che c’è già una legge nel V secolo che impedisce di inserire

beni preziosi nelle tombe.

Poi stabilisce la fondazione di nuove colonie essendo questo un sistema che verrà utilizzato per

alleggerire la plebe urbana. Però, ormai, le terre scarseggiano, ciò perché nel 90 se vi ricordate gli Italici

hanno avuto la cittadinanza, quindi Silla, di fatto, conduce coloni all’interno delle terre di quelli che

oramai sono cittadini romani e che vengono privati dei loro beni. Per esempio le colonie vengono

dedotte in Etruria. In Etruria quelli che sono i ceti romani vengono spossessati delle loro terre e queste

terre vengono date ai veterani di Silla.

Quest’esempio sarà seguito anche dai successori di Silla perché oramai le terre scarseggiavano e noi

abbiamo una prova di questo in un documento particolare che è la cd. profezia di Vegoia che è una

profezia della ninfa Vegoia, un documento scritto in latino che ci è giunto per via indiretta ma che è un

testo etrusco nel quale ci fa capire prima ancora di Virgilio in cui si fa riferimento ai romani che

sovvertono l’ordine dato da Giove alla terra e si invia una serie di maledizioni nei confronti dei romani

che espropriano la terra, come malattie terribili che colpiscono i romani facendoli nascere deformi,

malattie contro il bestiame, malattie contro appunto i raccolti, e questo documento è una prova

sostanzialmente di queste confische che vengono effettuate nelle zone vicino a Roma e che

anticiperanno un po’ quelle che saranno poi sotto Augusto.

Silla dopo due anni di dittatura, dove, dopo aver secondo lui ristabilito la res pubblica, decide

spontaneamente di abdicare e si ritira in campagna nei suoi possedimenti. Nel 78, che poi sarà l’anno

della sua morte, vediamo come vede fallire miseramente quella che è la sua riforma perché viene eletto

console un altro populares, suo acerrimo nemico, che è Marco Emilio Lepido e qui cominceremo poi con

le altre guerre civile.

Gli studiosi discutono sul perché Silla avrebbe abdicato. Vi è un orientamento che dice, Silla abdica

perché è convinto di aver fatto tutto quello che era in suo potere per la res pubblica e quindi ancora per

rispetto dell’antica res pubblica da lui restaurata decide volontariamente di abdicare. C’è invece chi

ritiene che oramai Silla avesse perso ogni speranza di poter vedere un cambiamento all’interno della

società romana e che quindi sostanzialmente si fosse ritirato volontariamente dalla vita politica

prendendo atto di questa sconfitta. La rottura del patto

Ora dicevo che comincia il periodo più doloroso per Roma e Capogrossi, a questo proposito, quando

parla della crisi della res pubblica usa un’espressione che è molto indicativa: parla di rottura del patto.

Con questa espressione fa riferimento a quel patto che si era formato nel 367 con la creazione di una

classe dirigente mista patrizio-plebea, attraverso l’elezione del primo console plebeo si era creata una

nobilitas patrizio-plebea per cui i plebei potevano fare tutta la carriera politica e poi entrare a far parte del

senato.

Questo patto va benissimo fino alla fine del II secolo poi comincia a inclinarsi dopo il periodo Graccano.

Perché sono una serie di fattori, dice Capogrossi, che concorrono tutti insieme finché porteranno poi alla

caduta della res pubblica e alla nascita del principato. Innanzitutto c’è una perdita di coscienza da parte

del senato di quello che era stato il suo ruolo in questi secoli della repubblica, cioè il senato si arrota

sempre più su quelle che sono le sue prerogative cioè, non vuole cedere un millimetro né agli equites né

alle classi più povere. Prima opponendosi alle riforme agrarie, poi posteggiando il tribunato in tutti i modi

e un incapacità anche di gestire il proprio ruolo politico perché sostanzialmente i senatori poi saranno in

balia di chi avrà il potere in quel momento quindi non riusciamo più ad esprimere un nuovo potere come

possesso perché non sono riusciti a opporsi a Silla, vedremo come non riusciranno ad opporsi a Cesare,

non riusciranno ad opporsi alla creazione di magistrature straordinarie quali saranno i triumvirati.

Dall’altra parte c’è il sorgere di questa nuova classe quella, degli equites, che fino ad allora era rimasta

al di fuori dalla lotta politica che adesso invece entra all’interno della politica e che rivendica a se poteri e

quindi lo scontro diventa sempre più forte perché spesso gli equites sono dalla parte dei populares che,

sono le famiglie più ricche. Dall’altra ancora tra i fattori di crisi forse uno di quelli poi maggiori è che

Roma è ormai diventata un impero ma conserva in tutto e per tutto la forma della città-stato. Ciò

significa ad esempio che i nuovi cittadini non sono sullo stesso piano dei cittadini romani. Perché

innanzitutto all’inizio tutti i nuovi cittadini vengono ad essere inseriti in una sola tribù quindi per quanto

fossero numerosi, il loro peso politico era un voto su 35. Però è difficile per questi soggetti che abitavano

a molte miglia di distanza da Roma, pensate a chi stava oltre la Pianura Padana, a chi stava in Calabria,

non essendoci la possibilità di votare in loco, doveva lasciare quelle che erano tutte le sue occupazioni e

accollarsi i costi per andare a votare a Roma. Quindi non c’è un esercizio di diritti da parte di queste

popolazioni che sono la maggioranza rispetto ai cittadini di Roma. Quindi non essere riusciti a superare

la forma della città-stato sarà uno dei fattori di ulteriore crisi perché lascerà fuori una fetta importante

della cittadinanza che non può esercitare i propri diritti, politici innanzitutto.

Come altri fattori di crisi sono di natura economica perché, di fatto, vengono piano piano a concludersi

le guerre di espansione perché di fatto Roma ha conquistato gran parte del Mediterraneo ma continua a

sfruttarlo in modo troppo pesante e quindi porterà all’impoverimento di intere province, anche molto

ricche, come l’Africa, perché c’è uno sfruttamento che non ha limiti e questo sfruttamento va ad

arricchire solo pochi e sempre gli stessi.

Quindi vedremo che tutte queste concause che sono diverse e operano su piani diversi, porteranno poi

lo stesso risultato: l’impossibilità di trovare un accordo tra cavalieri e senatori e quindi ricostituire

insieme agli Italici un nuovo patto per la salvaguardia della res pubblica. L’incapacità di mettersi

d’accordo favorirà il sorgere di poteri personali che si scontreranno tra di loro finché uno, quale sarà

Augusto, riuscirà ad imporre il proprio potere sostanzialmente dicendo a tutti, scrivendolo che

formalmente non è altro che il “pater patrie”, cioè che il salvatore della patria, della repubblica continua

ad esistere e che in realtà sarà il primo monarca e fonderà una cosiddetta “era nuova” che è quella del

principato. Ma questo è stato possibile proprio perché la classe dirigente non è riuscita a mettersi

d’accordo e quindi si è dilaniata diciamo al suo interno consentendo l’affermarsi dei poteri forti.

L’età delle guerre civili

La prima rottura si consumi sicuramente sotto i Gracchi, poi ovviamente lo strappo di Silla sotto il profilo

costituzionale sia è molto più evidente, nel momento stesso in cui si fa eleggere dittatore con dei poteri

straordinari, per due anni ecc.

I fattori di crisi accelereranno in modo esponenziale l’implosione della res publica:

• punto fondamentale era la rottura del “patto” del 367 tra patrizi e plebei, che comincia a rompersi

prima con i Gracchi e poi definitivamente nel primo secolo;

• la perdita di centralità del senato: elemento importantissimo perché il senato era l’unico organo in

grado di dettare le strategie a lungo termine in tema di politica sia estera che interna; il senato è

sostanzialmente incapace di gestire questo ruolo, perché si arroga nel voler difendere dei

privilegi che sono di pochi, degli optimates, non capendo invece che la società romana non è più

formata soltanto dai cavalieri e dai senatori, ma ci sono anche le elite italiche, che ormai sono

cittadini romani, dei quali comunque è necessario tener conto; e infatti Augusto riuscirà ad

imporsi proprio perché fonderà il proprio potere anche su queste elite di italici, che tutti per

adesso tendono a lasciare ai margini;

• una profonda corruzione tra i senatori: spia di questo è una testimonianza di un re della Numidia

giustiziato dai romani, il quale disse: “a Roma è tutto in vendita, a cominciare dai suoi senatori”;

• nascita dei poteri personali forti : il primo potere forte è stato quello di Silla, anche se egli era

rimasto l’eccezione sotto questo profilo, in quanto aveva deciso di abdicare spontaneamente,

vedendo egli stesso che la sua dittatura biennale non portò a nulla; l’elemento della nascita dei

poteri eccezionali si accentua sempre di più con la riforma dell’esercito attuata da Mario, in

quanto abbiamo visto come Mario arruola i nullatenenti, pronti a schierarsi con chi offre di più,

anche qui quindi siamo lontani dagli ideali del cittadino-soldato fedele alla res publica, ma

abbiamo soggetti fedeli al comandante, perché in cambio ne ricevono dei favori, prima di tutto le

terre, concesse quando si ritirano dal servizio militare; quindi quella che con Silla era

un’eccezione, ora diventa “norma” e lo vediamo con Pompeo (70), abile generale, che fa, nel 67,

votare una legge (Lex Gabinia de piratis persequendis) al senato, ormai in balia di queste

personalità forti, con la scusa di perseguitare i pirati, facendosi attribuire un imperium: a) come

cittadino privato, quindi senza aver ricoperto una magistratura; b) non limitato alla provincia ma

esteso a tutto il Mediterraneo; c) di durata illimitata (avrebbe deposto il potere quando i pirati

sarebbero stati sconfitti). Inoltre questa legge dava a Pompeo anche il comando dell’intera flotta,

quindi abbiamo una rottura netta delle regole costituzionali, e questo permetterà a Pompeo di

fare il bello e il cattivo tempo, in quanto non ci sarà nessuno in grado di opporsi.

È in questo periodo che Cicerone formula la sua ipotesi sul fatto che a difendere lo Stato debbano

essere i più ricchi, gli opuletes, in quanto soltanto i più ricchi sono quelli che si impegnano per la difesa

dello Stato, perché difendendo i propri beni, indirettamente difendono anche i beni comuni; la teoria di

Cicerone perché non può funzionare perché il potere è in mano di pochi, e alla fine riesce a imporsi chi è

a capo dell’esercito. Infatti, un altro fatto eversivo capita nel 63, quando Cicerone è console: la famosa

congiura di Catilina, aristocratico romano, il quale aveva capeggiato questa rivolta sostanzialmente

cavalcando la plebe oppressa dai debiti, e chiedeva la riduzione di questi debiti; cercò di reclutare bande

armate per realizzare un colpo di Stato, che in qualche modo sovvertisse l’ordine repubblicano; noi

siamo informati di questa congiura da Cicerone che è fonte di parte, il quale non fa che esaltare le sue

capacità come console; questa congiura viene scoperta, e Cicerone, lui che aveva tanto decantato

l’importanza delle regole, le rompe, facendo condannare a morte senza processo i ‘catilinari’. La rottura

avviene con l’invocazione del senatus consultum ultimum, quindi la possibilità di mettere a morte gli

avversari politici, facendoli divenire ostes. Catilina sarà un ostis rei publicae. La rottura delle regole è

quindi evidente, in quanto vengono negati al cittadino i suoi diritti costituzionalmente garantiti; in

quell’anno Cicerone ci riesce, avendo l’appoggio sia di cavalieri che di senatori, appoggio dettato da

interessi in quanto tutti avevano interesse a liberarsi di Catilina, visto come un elemento che poteva

minare la pace sociale.

Cicerone, successivamente, passerà alla teoria della ‘concordia ordinum’, secondo la quale, dice, la

repubblica non è più difesa dai più ricchi, principio che si era dimostrato coi fatti non fondato, ma ‘tutti,

sia cavalieri che senatori, devono collaborare per difendere la res publica’; e poi vedremo cambierà per

la terza volta idea, perché verrà abbandonato sia dai senatori che dai cavalieri, scegliendo la terza teoria

per la quale la difesa della res publica si basa sul consensus omnium bonorum, tutti i cittadini per bene,

anche ceti medi e piccoli contadini. Egli cambierà idea perché accusato di essersi comportato non

correttamente, infatti c’è un tribuno della plebe, Clodio, appartenente alla gens patrizia, che fa emanare

due leggi ad personam:

• lex de capite civis: non si può condannare un cittadino romano senza regolare processo,

disponendo la pena dell’esilio per il magistrato che non l’abbia rispettato.

• lex de esilio ciceronis: questa legge è a tutti gli effetti contro l’oratore, in quanto Cicerone non

aveva rispettato la provocatio ad populum e messo a morte i catilinari senza un regolare

processo; e stabiliva anche che tutti i beni di Cicerone dovevano essere confiscati, la sua casa

distrutta la cui area consacrata per un tempio; e quindi Cicerone, privato dei suoi beni, doveva

lasciare l’Italia per andare in Grecia; l’esilio durerà 1 anno e mezzo, perché egli tornò a Roma

chiamato da Pompeo, riottenendo la sua casa, appoggiandosi a una norma perché Clodio aveva

sbagliato procedura per la consacrazione dell’area della casa di Cicerone, in quanto dovevano

essere presenti tutti i pontefici, invece ce n’era solo uno, e invocando i principi del diritto sacro e

pontificale. Primo Triumvirato (Cesare, Pompeo e Crasso)

I tempi peggiorano sempre più in quanto per la prima volta assistiamo ad un accordarsi tra più soggetti,

tutti detentori di un potere personale, e che vengono a sovrapporsi a quello che è il governo della

repubblica: il riferimento è al primo triumvirato (nel 60) accordo privato tra Cesare, Pompeo e Crasso.

Qui la rottura si ha perché questi sono privati cittadini e l’accordo è un accordo privato, che però di fatto

ha una rilevanza pubblica, perché riescono a gestirsi il potere per cinque anni, senza che il senato

prenda in qualche modo posizione e senza che possa prenderla il popolo, ormai controllato da questi tre

personaggi, in quanto i soldati seguono le indicazioni dei comandanti.

Qual è l’oggetto di questo accordo privato?:

• Cesare ottiene per cinque anni il proconsolato della Gallia, che farà poi la sua fortuna;

• Crasso voleva ridare vigore alle sue glorie militare ormai ammuffite e ottiene il comando della

guerra contro i parti (sono popolazione bellicosa dell’Asia che premeva presso i confini e che

aveva sconfitto i romani in più occasioni);

• Pompeo ottiene il controllo dell’Asia e la possibilità di ottenere delle terre per i suoi veterani, terre

però in Italia, per le quali vengono espropriate tantissime terre dei cittadini italici, per far posto ai

veterani di Pompeo.

Nel 60 viene emanata la lex agraria, che ricorda quelle graccane, in cui però vengono a essere

privilegiate le famiglie che hanno più di tre figli, perché si vuole incrementare demograficamente la

popolazione, e si inserisce una clausola che deve far pensare: l’inalienabilità delle terre, il che vuol dire

che tutte le riforme agrarie precedenti erano state vanificate dai più ricchi latifondisti, e che tutela il

proprietario di fronte alle pressioni dei latifondisti che cercano di farsi vendere le terre, soprattutto dopo

un’annata negativa.

Il fatto che si attribuisse a privati cittadini cinque anni di governo, senza votazione dei comizi e senza

nemmeno una delibera del senato, ci pone in una situazione assolutamente fuori dalle regole; con tutti e

tre fuori Roma, qui imperversa Clodio con le sue truppe armate e con i suoi provvedimenti, per cui si

permette agli schiavi di arruolarsi tra i soldati e addirittura la possibilità data ai liberti di votare nelle 35

tribù; sono tutti provvedimenti che vanno in favore degli strati più umili della popolazione e funzionali, a

creare bande armate, costituite da persone pronte a far di tutto per ottenere dei vantaggi personali.

Quindi a Roma abbiamo un clima di scontri continui, uccisioni, avvelenamenti, scontri fra bande,

insomma la legalità è difficile da mantenere, però né il senato né il popolo riescono a fare qualcosa,

tant’è vero che nel 56, i triumviri si uniscono a Lucca e rinnovano per altri cinque anni il loro triumvirato,

e ovviamente anche qui ulteriore rottura: non solo non vengono consultati gli organi che hanno potere

(senato e popolo), ma ci si riunisce fuori Roma, e questa è un’altra rottura costituzionale, perché

l’elezione dei magistrati e il conferimento dei poteri doveva avvenire a Roma.

Nel nuovo patto cambiano i rapporti di forza: Crasso, non ottenendo grandi successi contro i parti, ha

sempre meno voce in capitolo, e sostanzialmente il potere se lo spartiscono Pompeo e Cesare; il

secondo ottiene altri 5 anni per la Gallia, il primo decide di rimanere a Roma.

La situazione precipita nel 52 perché muore Crasso, rimanendo solo due avversari politici, e nello stesso

anno muore anche Clodio, e Pompeo, che non voleva tirar fuori l’istituto della dittatura, fa qualcosa di

peggiore: si fa eleggere console sine collega; anche qui rottura perché elemento caratteristico del

consolato era la collegialità.

Cesare è in Oriente, e solo verso la fine del 52 decide di eleggere Quinto Metello Pio Scipione Nasica

come collega, e qui comincia lo scontro. Il senato, ormai in balia dei poteri forti, si schiera con Pompeo,

in quanto presente Roma e quindi più pericoloso, e gli approva una serie di leggi tra loro in contrasto,

che però hanno come fine quello di far deporre a Cesare la magistratura, perché se un magistrato è in

carica è intoccabile, se abbandona la carica, diventa privato cittadino e quindi assoggettabile a

processo.

La prima legge dice che per presentare la propria candidatura come console, chi si trova fuori Roma

deve deporre l’imperium e presentarsi a Roma come privato cittadino, quindi senza esercito e senza la

protezione che deriva dalla carica di magistrato (quindi contro Cesare). La seconda dice che si può

presentare la propria candidatura anche tramite intermediari che vengano a Roma al posto del

candidato.

Si crea una situazione d’incertezza e lo stesso Cesare scrive al Senato chiedendo quale norma

bisognava applicare; e il senato tentenna lì per lì, non dando una risposta precisa, arrivando a scrivere

due lettere, una a Pompeo e una a Cesare, affermando che entrambi dovevano presentare la loro

candidatura come privati cittadini.

Nel 50 il senato delibera a maggioranza, che sia Cesare sia Pompeo debbano deporre l’imperium, il che

rassicura Cesare; sennonché, nello stesso anno, sotto pressione di Pompeo, il senato decide che

quest’ultimo poteva tenere l’imperium mentre Cesare doveva deporlo e presentarsi a Roma come

privato cittadino.

Cesare scrive un’altra lettera, dicendo che era disposto a deporre l’imperium a patto che lo facesse

anche Pompeo; e il senato, per tutta risposta, tre giorni dopo emana contro di lui un senatus consultum

ultimum dichiarandolo ostis rei publicae; quindi Cesare viene, in risposta alla sua proposta di

competizione corretta, dichiarato ostis della repubblica.

Cesare passa così il Rubicone alla testa delle sue legioni: passare il Rubicone significava passare il

pomerium, perché con Silla la città si era ingrandita e il pomerium era stato spostato al fiume emiliano, e

Roma si estendeva come area urbana fino all’Emilia Romagna, quindi l’entrata con le truppe era

considerata contro la legge, non soltanto se si superavano le mura della città, ma anche se si

oltrepassava il fiume.

Pompeo fugge in Spagna e il Senato si trova in balia di Cesare, che ora viene riconosciuto come capo

assoluto, il che ci fa capire come ormai i senatori fossero ormai incapaci di prendere una decisione, e

siano sovrastati dai poteri personali.

Cesare seguirà i pompeiani a Farsalo, e Pompeo verrà ucciso in Egitto; Tolomeo XIII, fratello di

Cleopatra, per fare un favore a Cesare, fa decapitare Pompeo, e gli fa servire durante un banchetto, la

testa decapitata di Pompeo; Cesare metterà a morte Tolomeo, e Cleopatra diventerà regina d’Egitto e

dei possedimenti che i romani avevano in Africa e in Asia.

Sistemato l’Egitto, Cesare torna a Roma, e comincia la sua discesa che lo porterà a diventare dittatore a


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Docente: Tassi Elena
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuseppetent92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto Romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Tassi Elena.

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