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STORIA ECONOMICA
Dispensa basata sugli appunti delle lezioni del
prof. Mocarelli, con tanto di simulazioni di esame,
volta al superamento dell’esame
da frequentante. 3
INDICE
1) La storia economica 3
2) Lo sviluppo 5
3) Distribuzione della ricchezza 7
4) Il ruolo del commercio 10
5) La situazione economica nell’età preindustriale 14
6) La situazione economica nell’età preindustriale (prosieguo) 17
7) L’importanza del quadro istituzionale 20
8) L’importanza degli assetti istituzionali 23
9) La storia della tecnologia 26
10) L’ascesa degli USA 29
11) La moneta 32
12) I sistemi bancari moderni 35
13) I diversi livelli di scambio 37
14) Il supporto del pensiero economico e delle politiche allo sviluppo del commercio 39
15) Il ruolo dello stato 42
16) Gli interventi diretti: stato-imprenditore 44
17) Il caso italiano di sviluppo 46
18) L’evoluzione dell’agricoltura 49
19) L’industria italiana 53
20) L’intervento dello stato 56
21) Domande esame 59
1) LA STORIA ECONOMICA 4
Bisogna prima di tutto partire dal termina storia: in greco historía significa indagine e la radice histor
significa colui che ha visto, e che quindi può raccontare i fatti. Il primo storico fu Tucidide che raccontò
la guerra del Peloponneso.
La redice indoeuropea del termina invece è weid, ovvero vedere ma anche sapere.
Ma la storia a cosa serve? Tra il passato e il presente c’è un legame molto stretto: il passato spiega il
presente e il presente spiega il passato.
Quello che studia la storia sono le cose rilevanti del passato.
La conoscenza del passato è uno strumento molto importante per meglio comprendere la realtà in cui
si vive, sembra roba da poco ma così non è, in quanto poter scegliere sapendo cosa ci circonda, ci
rende liberi. La storia insomma ci consente di capire cosa è rilevante e cosa non lo è.
Parlando di storia è inevitabile che la variabile tempo venga presa in causa.
Si può fare una semplice distinzione nella variabile tempo:
- tempo soggettivo, esso ha a che fare con la percezione che hanno le persone dello scorrere del
tempo, che seppur passi sempre allo stesso modo, è fortemente soggettivo;
- il tempo della storia, ovvero il tempo che viene misurato dalle varie civiltà; noi usiamo il calendario
gregoriano basato sulle fasi solari, i cinesi invece ne utilizzano uno basato sulle fasi lunari, gli
occidentali contano il tempo dalla nascita di Cristo, i musulmani dalla fuga di Maometto.
Ci sono tuttavia delle cose che sono sempre uguali, che di conseguenza vengono definite strutture,
che cambiano lentissimamente nel tempo, es. il modo di costruire varia dalla zona, nelle Alpi i tetti
devono essere costruiti per sorreggere forti quantità di neve, in Sicilia è l'esatto contrario, e questo
modo va avanti da secoli.
I tempi della società e dell'economia sono invece più brevi, si parla difatti di anni e decenni.
La cronologia è molto rilevante: il legame tra il passato e il presente è un legame causa-effetto quindi
bisogna capire dove collocare gli eventi.
L'importanza di uno sguardo temporalmente distaccato
Come già sottolineato, una delle caratteristiche fondamentali della storia è quella che ci permette di
capire il presente, però occorre che determinati fatti passati siano abbastanza distaccati dal presente
per poter essere valutati. Di conseguenza non si può fare storia del presente, ad esempio: prendiamo
in causa l'attacco alle Torri Gemelli, non si può ancora sapere quanto tale evento sia stato rilevante, in
quanto alcuni meccanismi scaturiti da tale attacco sono ancora in corso, quindi solo tra alcuni anni
saremo in grado di dirlo.
La storia economica è una storia specialistica; le storie possono essere di due modi:
- il primo elemento di specializzazione è legato alla cronologia;
- il secondo è legato all'oggetto di studio.
La storia economia studia gli avvenimenti economici nel lungo periodo, partendo dal passato
arrivando fino ad aventi vicini a noi, tale discorso lo si può fare in riferimento ad un solo paese o più,
ora si studia molto la global history.
La storia economica inizia negli anni '30 con la crisi del '29, la più grave crisi della storia.
Gli economisti ai tempi non furono in grado di dire molto a riguardo. Inizia così ad esserci
un'attenzione particolare all'economia del passato, per cercare di poter spiegare una crisi del genere
e in caso prevenirne di future.
Le domande che si fa lo storico economico sono più o meno quelle che si fa l'economista, quindi
come produrre, come distribuire, ecc.; l'approccio metodologico è tuttavia diverso.
Molti economisti credono che la storia economica debba essere subordinata all'economia.
Le differenza principali tra storia economica ed economia
Quali sono però le differenze principali tra storia economica ed economia?
Prima di tutto lo storico ha un approccio diacronico (crono = tempo), ossia che studia le cose
attraverso il tempo e come si sviluppano attraverso il tempo, il sociologo e l'economista si occupano
del presente e di conseguenza hanno un approccio sincronico.
Lo storico studia però il passato per cercare di comprenderlo e cercare di capire cosa è successo,
bisogna quindi distinguere la descrizione e l'interpretazione:
- la descrizione altro non è che un racconto dei fatti;
- l'interpretazione invece vuole dare una spiegazione ai fatti trattati dalla descrizione, questo è un
elemento molto complicato, in quanto lo storico deve ricostruire dei processi lunghi e complessi
5
prendendo in considerazione un gran numero di variabili. Il buono storico deve quindi anche avere la
capacità di fornire spiegazioni.
Quanto deve saperne lo storico di teoria economica? Non c'è dubbio che un minimo di economia lo
storico la deve conoscere; le cose non possono essere proiettate su realtà diverse.
Un altro argomento importante è quale criterio adottare per valutare le cose: non c'è cosa più
sbagliata del valutare cose disuguali.
Infatti, mentre l'economista cerca di costruire dei modelli simili alle scienze dure (matematica,
fisica,ecc.) ovvero dei modelli che abbiano delle leggi che abbiano valore obbligatorio (dato x avrai y),
e deve perciò prendere in considerazione un numero limitato di variabili, si ricercano perciò la
regolarità per le leggi universali.
Quello che stanno provando gli economisti è costruire una fisica della società: il voler trasformare
l'economia in scienza dura li ha portati ad un utilizzo veramente forte della matematica, è in corso un
processo di formalizzazione sempre più forte.
Dall'altro lato essi hanno un po' attenuato il principio dell'economia neoclassica della razionalità pura,
(perseguimento dell'interesse proprio scegliendo sempre l'opzione migliore), in quanto essa
presuppone la conoscenza di tutte le informazioni necessarie, che ovviamente non è sempre
possibile.
Sintetizzando, lo storico economico è concentrato nello spiegare ciò che è successo nel passato,
mentre l'economista è concentrato sull'aspetto della previsione, cercando di capire cosa succede e
succederà.
Come opera lo storico?
Lo storico, come già detto, opera nel passato al contrario degli economisti (Keynes: nel lungo periodo
siamo tutti morti). Chi si occupa del passato non ha tantissimi dati, non può chiedere informazioni alle
persone, in quanto ha a che fare con realtà eccessivamente lontane; lo storico può contare solo sulle
fonti. Egli deve raccogliere le informazioni che gli servono e poi capire se tali informazioni sono
attendibili o meno. Spesso c'è anche molta distanza tra chi produce le informazioni e lo storico:
l'uomo medievale e l’uomo in generale del passato era molto più interessato ad altri campi piuttosto
che all'economia (es. alla religione), per fortuna sono rimaste molte contabilità dei mercanti.
Il primo passo è capire da cosa dipende la raccolta delle fonti: le domande che si pone lo storico
hanno ovviamente bisogno di una documentazione che non sempre è presente, molto dipende dal
caso quindi dalla fortuna nel trovare le fonti.
Andando indietro nel tempo bisogna rivolgersi a diversi tipi di fonti, es. fotografia, ecc.
La raccolta e l’esame critico si dividono in quattro fasi:
- decifrazione;
- interpretazione contenutistica;
- autenticità;
- attendibilità.
Per quanto riguarda i documenti e le fonti, ci sono varie sfumature:
- documenti fonti, qui vi possono essere documenti autentici, falsi, falsi ma veritieri ed infine autentici
ma con contenuti falsi;
- fonti quantitative, per quanto riguarda le fonti quantitative, il problema è valutare l’attendibilità dei
dati e individuare possibili errori;
- risorse elettroniche, per quanto riguarda queste ultime il primo problema concerne la modalità di
selezione dei dati, il secondo invece l’attendibilità.
2) LO SVILUPPO
Lo sviluppo è sempre stato uno dei temi fondamentali per gli storici economici.
Varie sono state le teorie degli studiosi:
- classici (Smith, Ricardo, Marx), essi hanno a che fare con la rivoluzione industriale e la crescita
produttiva. Il loro tema fondamentale è l’espansione economica; 6
- marginalisti (neoclassici), cioè gli economisti che scrivono da metà ottocento in poi, spostano invece
l’interesse dallo sviluppo all’equilibrio statico riferendosi alla teoria dell’equilibrio economico
generale. Tale teoria afferma sostanzialmente che in una situazione di concorrenza perfetta il sistema
economico, se libero da interferenze esterne, è in grado di assicurare, attraverso i comportamenti
massimizzanti degli imprenditori (riguardo al profitto) e dei consumatori (riguardo all’utilità) l’equilibrio
tra domanda e offerta. Si indaga quindi in genere la riallocazione di risorse date;
- Keynes, la differenza tra stato stazionario (costanza del prodotto netto, invariabilità dei processi
produttivi, assenza di accumulazione e crescita) e stato progressivo
Alcuni concetti-base
- produzione: processo finalizzato ad ottenere in termini di valore un output (beni o servizi) superiore
agli inputs (fattori naturali, lavoro, beni durevoli) utilizzati per produrlo;
- fattori della produzione: risorse utilizzate dall’impresa per la produzione di beni e servizi. Secondo
J.B. Say sono la terra, il capitale e il lavoro. Il compenso per l’impiego di questi fattori è
rispettivamente la rendita, l’interesse, il salario. Marshall aggiunge un quarto fattore la capacità
organizzativa il cui compenso è il profitto;
- produttività: rapporto tra l’output ottenuto dal processo produttivo e i fattori impiegati. Un suo
incremento consente una crescita della produzione di tipo intensivo e non più estensivo (es.
produttività della terra);
- crescita: aumento del valore totale di beni e servizi prodotti da una società attraverso un processo
cumulativo, può essere reversibile;
- sviluppo o crescita economica moderna: crescita economica con elevati tassi accompagnata da un
sostanziale cambiamento strutturale ed organizzativo non solo dell’economia ma anche demografico
e sociale. Tende a essere irreversibile;
- il PIL (prodotto interno lordo) è il valore, a prezzi di mercato, di tutti i beni e i servizi finali prodotti
all’interno dei confini di un Paese in un certo periodo di tempo (in genere un anno). Non vengono
quindi contabilizzati nel PIL tutti quei beni o servizi intermedi che sono stati distrutti o comunque
incorporati in altri prodotti durante il processo produttivo (questo per evitare duplicazioni);
- il PNL (prodotto nazionale lordo) si ottiene sommando al PIL i redditi percepiti all’estero dai fattori
produttivi nazionali, ad esempio, nel caso dell’Italia, profitti di filiali di imprese italiane all’estero, le
rimesse degli emigrati italiani, le rendite da attività finanziarie acquistate all’estero;
- il PIL pro capite e PPP. Per confrontare il PIL di più Paesi occorre convertirlo in una valuta comune
(di solito il dollaro) e poi, per isolare l’influenza della popolazione, calcolare il PIL pro capite (PIL
diviso il n° degli abitanti). Tuttavia questo valore nulla ci dice su come la ricchezza sia effettivamente
distribuita fra gli abitanti (es. dei paesi arabi). Inoltre bisogna compiere delle ulteriori rielaborazioni per
tenere conto del reale potere d’acquisto nei diversi paesi (quello che si acquista con un dollaro negli
Stati Uniti è molto diverso da quello che si acquista in Etiopia).
Conseguenze dello sviluppo
Lo sviluppo ha accentuato il divario tra i paesi? Queste sono le due teorie:
- catching up, termine usato nelle teorie di crescita economica per indicare l’ipotesi secondo cui i
paesi più poveri mostrano tassi di crescita più alti dei Paesi più ricchi, raggiungendo nel tempo il loro
stesso livello di PIL pro capite;
- divergence, lo sviluppo ha aumentato la differenze tra paesi sviluppati e non.
Problemi PIL e PIL pro capite
Il PIL, nonostante sia molto utilizzato, è comunque un indicatore che presenta dei problemi. In primo
luogo non prende in considerazione tutto ciò che accade al di fuori del regno degli scambi monetari e
quindi non tiene conto di:
- costi sociali (es. crimine) e ambientali (es. esaurimento delle risorse naturali);
- economie non di mercato, cioè tutti gli scambi che non danno luogo a flussi finanziari (es. la cura dei
bambini e degli anziani a casa oppure il volontariato); 7
- economia sommersa (ca. 30% del PIL italiano e 10% di quello statunitense). Ci sono transazioni che
violano la legislazione (es. lavoro in nero) e transazioni illegali (nel 2008 il fatturato della criminalità
organizzata in Italia è stato stimato in 130 miliardi di euro 59 dei quali derivanti dal traffico di droga).
ISU
L’ISU è un indice elaborato dall’ONU. Il PIL tiene conto solo della variabile economica, l’ISU considera
oltre alla dimensione economica anche:
- livello di sanità, la speranza di vita alla nascita;
- istruzione, indice di analfabetismo della popolazione adulta e della media del numero di anni di
studi;
- reddito, PIL pro-capite a parità di potere di acquisto.
3) DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA
Il PIL pro capite nulla ci dice a riguardo del livello di ricchezza di un paese: si utilizza così il metodo di
Gini che stima la distribuzione di ricchezza all'interno di un paese. L'indice varia da 0 a 1 (massima
uguaglianza) o 100 (massima diseguaglianza).
Tale metodo però è indicatore della ricchezza all'interno del paese, non della ricchezza del paese.
Nei paesi più ricchi sta avvenendo un fenomeno di concentrazione della ricchezza in poche persone.
Tra gli industriali più ricchi, eccezion fatta per il primo ,secondo la classifica di Forbes, che è
messicano, 13 su 20 sono americani. 8
Particolare è la situazione di Ferrero, più ricco industriale italiano, proprietario però di un'azienda non
quotata in borsa.
Giusto per avere una idea della concentrazione della ricchezza, i primi dieci hanno un patrimonio
personale di 451 miliardi, giusto per capirci il 3% del PIL americano e 4 volte e mezzo quello del
Bangladesh (più di 160 milioni di abitanti).
Per quanto riguarda l'Italia, il 10% più ricco controlla circa la metà del reddito complessivo: questa è
una situazione tipica pre rivoluzione industriale francese. Negli Usa la situazione è ancora peggiore,
dove il 20% controlla l'84% (l'1% più ricco il 40%) e il 60% solo il 4,3%.
Il problema ovviamente non è solo di questi due paesi ma in generale di tutti i paesi dell'OCSE.
Anche paesi che storicamente avevano una struttura del reddito abbastanza omogenea, hanno visto
negli ultimi anni l'espansione della disuguaglianza.
Vi è inoltre da considerare una distanza, seppur ultimamente molto ridotta, tra il salario dell'uomo e
quello delle donne. Ma come mai? Inizialmente per fattori fisici, l'uomo è più forte fisicamente,
produce di più e quindi guadagna di più. Col tempo il divario si è assottigliato perché non si considera
solo la forza fisica ma il livello di istruzione.
Alla fine del XIX del secolo i paesi sviluppati erano solo 8, siamo nel 2014 e i paesi sviluppati sono
21, come si può vedere il ventaglio di paesi sviluppati non si è ampliato più di tanto.
Vi sono poi i paesi in via di sviluppo, come la Cina che ha un tasso di crescita medio del PIL superiore
al 10%, che seppur la forte crescita hanno un PIL pro capite lontanissimo da quello degli abitanti dei
paesi industrializzati: bisogna infatti distinguere il PIL complessivo dal PIL pro capite.
Per quanto riguarda lo sviluppo, è indiscutibile che l'Europa si sia trovata in una situazione
straordinaria, infatti tutti i paesi sviluppati sono sempre stati europei o di mentalità europea.
Ma perché è stata l'Europa ad avere
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