SMITH
- teoria empirista (filosofica) dice che l’uomo tende ad accorparsi e ad essere sociale
- Non c’è bisogno di di Dio o dello Stato
- Smith porta alle estreme conseguenze logiche tale pensiero empirista
- Gli individui servono l’interesse collettivo perchè perseguono l’interesse personale
- distinzione tra
- Capitale fisso (macchine, impianti, edifici,...)
- Capitale circolante (necessario per pagare materia prima e lavoro)
- l’interesse generale della nazione coincide con l’interesse dalla classe borghese (capitalisti) poichè è
questa che consegue una propensione marginale positiva ed accresce il capitale
- Proprietari terrieri, non possedendo capitale produttivo, non sono interessati al risparmio
- I lavoratori ottengono un salario di sussistenza e quindi non possono accumulare
- Distinzione tra
- Prezzo di mercato: prezzo effettivo in un particolare momento
- Prezzo naturale: prezzo che consente di pagare i capitalisti, proprietari e dipendenti
- Il prezzo di mercato dipende da tutte le forze del mercato
- “Il prezzo naturale è il prezzo a cui gravitano tutte le merci”
- “il mercato è guardiano di se stesso, si autoregola da solo” = mano invisibile
- Le 3 condizioni di equilibrio concorrenziale:
- La produzione consente di offrire quelle merci chi i consumatori domandano
- I metodi produttivi scelti sono quelli più efficaci
- Le merci vengono vendute al prezzo più basso possibile
- il limite di questa grandiosa costruzione è che non venne dimostrata. Smith non riuscì a dimostrare che
l’equilibrio esiste, che non è unico e non è stabile
- la legge di Say (economista smithiano): la produzione crea la propria domanda di altri prodotti
- Due interpretazioni della legge di Say:
- (forte)La somma di tutti gli eccessi di domanda deve essere uguale a zero e da ciò è possibile
dedurre che l’eccesso di domanda di moneta è sempre zero: una sovrapproduzione generale
risulta impossibile
- (debole)Benchè non possa verificarsi temporaneamente una sovrapproduzione generale, c’è una
tendenza all’equilibrio in cui l’eccesso di domanda di moneta è zero
- nella visione forte quale sia il livello di produzione, il valore della domanda non può essere inferiore ed è
quindi esattamente uguale al valore dei beni prodotti, cioè l’offerta. Domanda = Offerta
RICARDO
MARX
- rivolse 3 critiche ai classici:
- Incapacità di spiegare la natura del profitto e del capitale (sono l’origine dello sfruttamento del
lavoro)
- Incapacità dei classici di riconoscere il carattere storico del capitalismo
- Incapacità degli economisti classici di riconoscere l’esistenza dello sfruttamento alla base del
modo di produzione capitalistico che li portava, invece, a concentrare l’attenzione sui rapporti di
scambio, invece che su quelli di produzione
- Marx si soffermò sui meccanismi che regolano la produzione del reddito e la sua distribuzione tra salari e
profitti - Il lavoratore è proprietario solo della forza-lavoro
- Il capitalista è proprietario del capitale, ovvero un parte destinata a pagare il salario
- Quando il capitalista diventa proprietario della forza-lavoro del lavoratore tramite i contratti di
lavoro, questo cercherà di produrre merci il cui valore d’uso sia maggiore del valore della forza-
lavoro utilizzata, così da percepire un plus-valore. Dal plus-valore il capitalista detrae le quote per
pagare rendite, interessi e altri redditi da trasferimento. Ciò che rimane è il reddito del capitalista.
- Il plus-valore è la valorizzazione del capitale e appartiene al capitalista.
- In tema di valore Marx non era uno sprovveduto. Apprezzò le ragioni della distinzione smithiana tra lavoro
contenuto e lavoro comandato e criticò Ricardo per non aver ben capito il motivo per cui le merci non si
scambiano in base ai valori-lavoro. Le merci per Marx si scambiano ai ‘prezzi di produzione’, che sono prezzi
determinati in modo da garantire un saggio di profitto uniforme tra le varie industrie. In generale il rapporto
tra prezzi di produzione di due merci non coincide con il rapporto tra le quantità di lavoro in esse contenuto.
Per vedere ciò nel modo più semplice consideriamo un’economia in cui si producono due sole merci: un
bene capitale e un bene di consumo. Siano k e k le quantità di bene capitale usate per produrre una unità
k c
di bene capitale e una di bene di consumo rispettivamente, l e l gli input di lavoro vivo, λ e λ i valori-
k c k c
lavoro, p e p i prezzi (monetari) di produzione, w il salario monetario e r il saggio di profitto. Avremo:
k c
λ = l + k λ = l /(1 – k )
k k k k k k
λ = l + k λ = l + l /(1 – k )
c c c c c k c
p = wl + k p (1 + r)
k k k k
p = wl + k p (1 + r)
c c c k
I valori-lavoro relativi e i prezzi relativi sono rispettivamente:
λ /λ = l /l (1 – k ) + k
c k c k k c
p /p = l /l [1 – k (1 + r)] + k (1 + r)]
c k c k k c
Solo a due condizioni si può verificare λ /λ = p /p . La prima è che r = 0, ma è un’ipotesi non plausibile
c k c k
in un’economia capitalistica. La seconda è che k /l = k /l ovvero che l /l = k k . Infatti sostituendo k k al
k k c c c k c k c k
posto di l /l nelle precedenti equazioni si ottiene λ /λ = p /p .
c k c k c k
In genere i prezzi divegono dai valori-lavoro perché sono diverse le tecniche con cui si producono le
diverse merci. Marx esprimeva questo risultato dicendo che sono diverse le ‘composizioni organiche’ del
capitale nei due settori, ossia k /l ≠ k /l .
k k c c
WALRAS
- la “rivoluzione walrasiana” ha inteso trasformare l’opinabile della scienza economica precedente, inquinata
da ideologie, politiche e filosofie, in un sapere inequivocabilmente esatto
DA RIVEDERE TUTTO
MARSHALL
- lo scenario privilegiato da Marshall è quello di un mercato di libero concorrenza, in cui nessun
consumatore e produttore è in grado di modificare il prezzo o altri fattori
- Con Marshall l’argomento viene suddiviso in due:
- Analizzare il mercato dal punto di vista del consumatore (domanda)
- Analizzare il mercato dal punto di vista del produttore (offerta)
- Stabilendo così il prezzo di equilibrio
- il consumatore muove la sua domanda in funzione dell’utilità marginale
- Analiticamente, data al soggetto per ogni merce una funzione di utilità continua e derivabile (con T = 1,2,3,
…, n): U = f(q )
t t
E tale per cui la sua derivata U ’ = dU /dq
t t t
Sia decrescente all’aumentare delle dosi, la condizione soggettiva di equilibrio è definita da:
U ’dq = U ’dq = …
1 1 2 2
Ma siccome sul mercato deve valere anche la condizione oggettiva d’equilibrio che impone gli scambi a
valori equivalenti, ossia
dq p = dq p = …
1 1 2 2
la simultaneità dei due vincoli porta alla posizione sintetica:
U ’/p = U ’/p = …
1 1 2 2
Che garantisce al consumatore il conseguimento della massima soddisfazione possibile nel rispetto
della ‘legge d’equivalenza’ degli scambi sul mercato. Se poi facciamo intervenire la moneta, l’equazione
finale diventa:
U ’/p = U ’/p = U ’/p = …
m m 1 1 2 2
da cui risulta, ponendo il prezzo della moneta pari all’unità (numerario) e facendo l’ipotesi di costanza
dell’utilità marginale della stessa, una posizione di equilibrio del singolo consumatore ad ogni merce
scambiata t-esima del tipo:
U ’ = U ’p
t m t
a prova che “il prezzo misurerà l’utilità marginale della merce per ciascun compratore individualmente”,
mettendo perciò in evidenza il fatto esemplare che, alla diminuzione del prezzo della merce, il consumatore
può riguadagnare la posizione di equilibrio soltanto riducendo l’utilità marginale della stessa, ossia
acquistando una maggiore quantità.
- passando ad analizzare l’offerta, il problema economico si presenta in forma analoga a quello della
domanda
- La produttività marginale decrescente d’ogni fattore produttivo, analiticamente definita derivata
parziale della funzione rispetto alla quantità di quel fattore P ’ = ∂q /∂q
st t st.
- Rispetto al consumatore, l’imprenditore tiene i suoi calcoli in termini di costo
- La convenienza economica indurrà l’imprenditore a determinare la quantità producibile di merci
che gli assicura il massimo profitto, ossia la massima differenza del ricavo dal totale: max π = max
(q p - ∑ q v )
t t s st s
- un equilibrio di mercato ‘temporaneo’ vale solo per il breve periodo, perché a lungo andare la
differenza positiva che abbiamo visto aprirsi tra i ricavi e i costi non può che indurre anche altre
imprese ad intervenire in quel settore, provocandovi un aumento progressivo dell’offerta che nel
lungo andare spingerà al ribasso il prezzo d’equilibrio fino al limite del livellamento dei ricavi ai
costi di produzione (questi ultimi pari alla somma dei prezzi di servizio dei fattori). La posizione
finale d’equilibrio dell’impresa è identificata dalla condizione: q p = ∑ q v
t t s st s
SCHUMPETER
- Assume esplicitamente l’equilibrio economico generale walrasiano come punto di riflessione analitica ma,
constatandone i limiti di costruzione, gli attribuisce validità solo nel caso ipotetico (necessario perché
minimo) di una ripetizione identica (istante dopo istante), dei medesimi comportamenti ‘adattivi’ di
capitalizzazione, produzione e consumo.
- È questa la premessa del “flusso circolare”, che per Schumpeter significa descrivere l’economia statica,
ossia uno stato dell’economia ‘che non si modifica, che procede a scala costante nel tempo e che
riproduce semplicemente se stesso’.
- L’unica fonte di squilibrio possibile: l’innovazione.
- Posta la decisione soggettiva dell’innovare, quali sono le condizioni soggettive necessarie alla sua
realizzazione?
- Nello stato di piena occupazione delle risorse, l’imprenditore decide un ammontare d’investimento
superiore al risparmio disponibile.
- Investire più dei risparmi occorre detenere più moneta, e dove trovarla se nel flusso circolare non
c’è disponibilità monetaria superiore al valore complessivo del reddito pagato facendo intervenire
la sua seconda condizione economica di sviluppo: un credito bancario eccedente i depositi quale
‘completamento monetario dell’innovazione’
- Si afferma l’idea che il sistema bancario sia una sorta di “quartier generale” dello sviluppo
economico in quanto capace di alimentare gli investimenti
- se innovare all’inizio è difficile, quando l’innovazione ha poi preso piede è tutto un precipitarsi a
imitarla, sicché alla lunga l’innovazione non è più tale (la fanno tutti), mentre la sua applicazione
generalizzata letteralmente divora, con la novità, pure il profitto
- perché le innovazioni non si distribuiscono uniformemente nel tempo ma tendono a concentrarsi,
dato che “la comparsa di uno o di alcuni imprenditori facilita, e per ciò determina, la comparsa di
altri imprenditori e questa, a sua volta, la comparsa di altri ancora e sempre più numerosi”, e ciò
non solamente nel ramo della produzione in cui compaiono, ma ipso facto anche in gran parte
degli altri rami della produzione”.
- Così quel profitto “scivola di mano all’imprenditore non appena la funzione d’imprenditore è
adempiuta.”
- Ciò spiega perché Schumpeter non arrivi a considerare la recessione come un momento
patologico dell’economia da contrastare con adeguate terapie di intervento, giudicandola invece
come il processo naturale d’assorbimento della trasformazione qualitativa indotta dai “cicli di
volontà” degli imprenditori che fissano la cadenza degli “sciami innovativi”.
- Da qui la sua contrarietà per ogni interferenza non necessaria dello Stato nell’economia (che
avrebbe finito per snaturarne il funzionamento spontaneo).
KEYNES
- la Grande Depressione venne interpretata come un fallimento della mano invisibile, Keynes sosteneva che
le scelte individuali non sempre producono risultati collettivi razionali anzi, possono essere caotici e
irrazionali
- Per questo motivo credeva che l’intervento dello Stato fosse necessario, per affrontare inflazione,
disoccupazione
- nel Trattato era subito colta tutta l’importanza della relazione critica “reale” tra risparmio e investimenti nella
determinazione del livello dei prezzi, al punto da potersi sostituire all’equazione generale degli scambi MV
= PQ una nuova equivalenza che pareggiava il valore della produzione complessiva al reddito monetario a
meno dei risparmi, ma in più degli investimenti: PQ = Y + I – S
- Era perciò evidente che, data la quantità della produzione, i prezzi rimanevano invariati solo se si
annullava la differenza tra risparmio e investimento:
- ± ∑ q π =∑ q p’ – ∑ q v = C + I – C – S = I – S ;Ossia per una qualsiasi produzione, essendo
t t t t t t s s s
positive la quantità prodotta: π < 0 se I < S oppure π > 0 se I > S
t t
- Quindi, gli investimenti eccedenti provocheranno prezzi superiori a quelli d’equilibrio (inflazione)
con trasferimento di reddito verso gli imprenditori, mentre una scarsità degli stessi avrà
conseguenze deflative (prezzi inferiori a quelli di equilibrio)
- dicendo che un boom è generato da un eccesso di investimenti rispetto al risparmio, ed una crisi
da un eccesso di risparmio rispetto agli investimenti”.
- con la Teoria Generale
- non c’è dubbio che la gran parte della moneta disponibile presso i soggetti economici sarà
destinata all’acquisto di beni di consumo, mentre il restante verrà risparmiato: Y = C + S
- poi “legge psicologica fondamentale, sulla quale siamo autorizzati a basarci con grande fiducia sia
a priori per la nostra conoscenza della natura umana sia per i fatti particolareggiati dell’esperienza,
che di norma e in media gli uomini sono disposti ad accrescere il loro consumo con l’aumentare
del reddito, ma non tanto quanto è l’aumento del loro reddito”, il che fa sì che “quanto maggiori
sono i nostri redditi, tanto maggiore, disgraziatamente, sarà il margine fra i nostri redditi e il nostro
consumo”, ossia il risparmio.
- Il vincolo dell’equilibrio esigerebbe che alla medesima velocità del risparmio crescessero anche gli
investimenti
- Ci si potrebbe però domandare dove vadano a finire le conseguenti eccedenze di risparmio non
investite, ma la risposta keynesiana è ineccepibile: esse rimangono in forma monetaria inoperosa
per quella preferenza per la liquidità che i soggetti economici manifestano per togliersi la paura del
futuro prodotta dalle condizioni di incertezza.
- Sinteticamente, a partire da un reddito monetario a disposizione in grado di attivare integralmente i
fattori produttivi:
Y = C + S
Se si verifica lo squilibrio I < S, il processo di riequilibrio si realizzerà tramite una contrazione del reddito
prodotto proseguita fino al livellamento del risparmio ai minori investimenti:
Y’ = C + S’
Con Y’ < Y tale per cui S’ = I.
Se descriviamo il reddito prodotto come la somma di tutte le merci moltiplicate per i rispettivi prezzi, una
sua riduzione può significare che si producono meno merci e/o ne diminuiscono i prezzi. Distinguiamo i due
casi estremi. Il primo è quello di una riduzione dei prezzi a parità di quantità prodotte:
∑ q p’ < ∑ q p con p’ < p .
t t t t t t t t
Siccome però adesso il prezzo risulta inferiore a quello d’equilibrio, esso non può più remunerare
l’intero costo di produzione:
p’ < ∑ a v
t s st s
per cui il riequilibrio d’impresa (dal lato dei prezzi) si realizzerà solo a condizione che si riducano anche le
remunerazioni dei fattori produttivi
p’ = ∑ a v’ con v’ < v .
t s st s s s
È questo il caso del Trattato, dove per l’appunto la caduta degli investimenti travolge soltanto il sistema
dei prezzi e delle remunerazioni, lasciando le quantità prodotte e quindi il “pieno impiego” dei fattori produttivi
esistenti.
Si deve anche considerare come operi l’altro caso-limite di una riduzione delle quantità prodotte a parità
di livello dei prezzi:
∑ q’ p < ∑ q p con q’ < q .
t t t t t t t t
È ovvio che una minore produzione mette in evidenza un eccesso di fattori occupati rispetto a quelli
effettivamente necessari:
q > ∑ a q’
s t st t
sicché il riequilibrio d’impresa (dal lato delle quantità) potrà avvenire solo a condizione che quella parte
esuberante di fattori venga espulsa dall’impiego
q’ = ∑ a q’ con q’ < q .
s t st t s s
Abbiamo così determinato la situazione teorica ‘pura’ che pone termine al rispetto della condizione
walrasiana di piena occupazione di tutti i fattori produttivi disponibili!
- Quando si verificano i due casi sopra esposti? Di fatto il primo tipo di aggiustamento dei prezzi è
proprio di mercati in libera concorrenza, dove prodotti e fattori produttivi si scambiano a prezzi e
remunerazioni variabili; l’altro, di aggiustamento delle quantit&agr
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