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Storia delle dottrine politiche

15/09/2014 Prof. De Boni // Corso A-L esclusivo

Introduzione al corso

Si tratta della storia dei teorici dottrinari della politica, limitato, da tradizione della Cesare Alfieri, all’età contemporanea. La trattazione di tipo generale sarà compresa tra due autori: Machiavelli e Marx (primo 1500 e fine 1800), e questa è la parte di carattere generale, senza dilungarsi in un fascio d’autori, bensì concentrandosi sugli autori chiave. Questo occuperà i primi due moduli su tre del corso. Verranno raccontate le principali idee di fondo, il rapporto di queste idee con la filosofia, col pensiero sociale e giuridico, e in commistione al periodo storico corrente.

Manuale

Manuale: Storia delle dottrine politiche - Bonaiuti, Collina; Ed. Le Monnier. Di questi due moduli i contenuti sono interamente rintracciabili nel manuale.

Terzo modulo

Il terzo modulo: approfondimento di carattere tematico, parte non manualistica (di soli appunti), dedicato al pensiero utopico, letteratura utopistica, sviluppato in termini storici (da Thomas More al ‘900), al vi sarà una distinzione nel programma tra frequentanti e non frequentanti, in quanto ai frequentanti sarà chiesta una sola domanda, mentre ai non frequentanti un intero libro. (Vd. Procchi - Unipi ndr)

Verrà fatto poco di questo anche perché il 90% degli studi di Scienze Politiche è orientato sulla contemporaneità; le prove saranno misurate sul lavoro effettivamente fatto a lezione dai frequentanti, ogni domanda sarà fatta solo su argomenti fatti a lezione, niente rimando al manuale.

Le prove d'esame

L’esame è esclusivamente scritto, a domande aperte, 4 domande che costituiranno la prova d’esame: 3 sulla parte generale, la quarta sull’Utopia o sul libro aggiuntivo in caso di non frequentazione. Saranno domande esclusivamente su parti d’autore. Es. domande Machiavelli: figura del principe e Machiavelli repubblicano. Il programma per le prove intermedie finisce con Mill.

Viene utilizzata la prova intermedia, che corrisponde a 2 quesiti su 4, permettendo di fare l’esame finale senza la prima metà del programma. Non sarà a fine del secondo modulo, bensì a metà dello stesso, da Machiavelli a fin dove si arriverà come spiegazione. Il professore ammette alla prova intermedia anche chi avrebbe la matricola bloccata a causa del test di autovalutazione.

Ricevimento

Ricevimento: Martedì dalle 16 alle 18, terzo piano del polo D5.

Contesto storico e culturale

Siamo in età moderna, all’inizio dell’età moderna, 1492 per convenzione (Scoperta dell’America). Sul piano culturale l’età del c.d. Rinascimento, secondo una definizione squisitamente italiana. In ambito europeo si usa l’equivalente di Umanesimo, la riscoperta dei valori dell’uomo, che il medioevo in un certo qual modo aveva occultato. Siamo in un’epoca di profonde trasformazioni di carattere storico, un’epoca finisce, il medioevo, e ne parte un’altra, l’umanesimo, da ricordarsi come comunque nulla muoia o nasca dal nulla, ma sia una continua variazione. Lutero e Calvino non sono in programma.

È un’età innovativa, ma anche di crisi, dell’ordine medievale, età di trapasso e trasformazione, che avviene su 3 terreni: ‘400 ‘500,

  • Terreno politico: Vengono meno, tra fine e primo la pratica e la convinzione, la consapevolezza, la credenza nei grandi universalismi di tipo medievale, viene meno il riconoscimento delle grandi autorità universali, nella cultura medievale 2, potere temporale e potere spirituale (teoria dei due soli, vd. Dante Alighieri, Convivio), quindi papato ed impero. Sul piano religioso il primato del pontefice di Roma, sul piano politico l’imperatore, a cui tutti i poteri sottostanti: monarchi, città, comuni etc. credevano e prendevano come riferimento universale sul piano politico, fatta eccezione, chiaramente, per i monarchi di nazioni forti come Inghilterra o Francia, non nobilitate come l’imperatore, comunque. Vanno profondamente in crisi questi due universalismi, all’inizio dell’età moderna. Già in Europa il “papa cattolico non era più il di tutti”, visto che le chiese orientali de facto e de iure si erano completamente dissociate dalla chiesa cattolica romana. Altra rottura la si ha nella stessa Europa occidentale, che rompe la propria unità religiosa, con la riforma protestante (iniziata nel 1517, proseguendo nei decenni successivi), o con la fondazione della chiesa anglicana ecc. tutte le chiese riformate non riconoscono l’autorità del papa. L’assolutismo dell’impero viene messo in dubbio, l’imperatore non più l’unico in grado di dar voce riguardo le libertà e autonomie europee, le forti monarchie gli si oppongono, come Francia e Inghilterra, che si conquistano, in particolare la Francia, un’autonomia dal dominio imperiale Asburgico, soprattutto col duello tra Francesco I e Carlo V d’Asburgo, che aveva posto sotto di sé un considerevole numero di terre, tentando di restaurare la vecchia istituzione imperiale, divise poi tra i due figli, uno avrà la Spagna, l’altro l’impero. Di qui Machiavelli osserva che ci si sposta da un’ottica imperiale ad un’ottica nazionale.
  • Terreno economico: La scoperta dell’America cambia tutto il terreno anche sul piano economico, comincia il colonialismo europeo, prima verso le Americhe, poi verso Oceania, Indocina etc. Cresce l’importanza, già elevata, dell’economia mercantile, prevalentemente, nel medioevo, rurale. Il flusso di moneta si sposta dalla terra ai commerci, anche con l’ulteriore sviluppo della manifattura, sconosciuto, a livello di produzione in scala, nel mondo medievale. Si ricordi che il medioevo dopotutto era divisibile in: nobile combattente/soldato, sacerdote e contadino/lavoratore rurale. Viene rotto anche il normale ordine corporativo ed urbano medievale, che si evolve, si espande, e cresce, contaminato dal pensiero umanista.
  • Terreno culturale: Si ha una specializzazione delle conoscenze, l’Umanesimo dona nuova vita al culto del sapere, iniziano a nascere le prime università; i testi sacri non sono più l’unica fonte di conoscenza, ci si sposta su un’ottica più empirica e meno contemplativa; secondo Croce questa è una delle più grandi innovazioni di Machiavelli, ossia egli studia la politica in sé, non come rapporto tra uomo e religione, ma come scienza umana, riconfermando la ritrovata fiducia nella mente umana, che comunque non diventa atea, ma solo più fiduciosa nelle proprie capacità. Diceva Pico della Mirandola che in fondo Dio ci aveva creato a sua immagine e somiglianza, pertanto dobbiamo usare la ragione per capire il mondo. Che si interpretino i testi per quello che sono, nasce qui la vera filologia, non più cultura e testi in rapporto alla religione, ma in rapporto con sé stessi, grazie al creatore di questa branca di studi, Erasmo da Rotterdam (durante l’inizio del 1500). Si noti che gli autori classici oggetti di studio del corso sono studiati e ripensati tutt’ora nel 2014, alla luce della realtà politica attuale. Gramsci ne è un esempio, infatti uno dei suoi quaderni del carcere era interamente dedicato a Machiavelli.

Machiavelli

(Tratteremo solo due suoi lavori, che sembrano presentare idee politiche antitetiche: Il Principe, terminato nel 1513, e sempre nello stesso periodo lavorava ai Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio. Parlando di Roma repubblicana e quindi di repubblica, enucleando una sua idea, così come nel Principe egli enuclea la sua figura del principato. L’ordine repubblicano presuppone la collaborazione di diversi elementi, senza un singolo che decida tutto, si vedrà in seguito come vengono messi insieme questi due pensieri simili e antitetici).

Il Principe fu interpretato come opera di coagulazione di consenso intorno a sé da parte di Machiavelli per ingraziarsi i Medici dopo la restaurazione del principato [Speculazione]. Machiavelli è stato statista, scrittore di teatro e poeta. In particolare tratteremo il Principe.

Caratteristiche del pensiero di Machiavelli

Alcuni chiarimenti introduttivi: Primo elemento di cui tenere considerazione il realismo di cui Machiavelli fa uso; egli infatti ha intenzione di studiare il fenomeno politico per quello che è, usando termini moderni fa scienza della politica. “Il richiamo a seguire la realtà effettuale delle cose e non la loro imaginazione”. - Machiavelli. Dice esplicitamente di non voler rimanere nell’idea di come ci si immagini la politica, di come deve essere o di come sia, egli si interessa alla realtà effettiva ed oggettiva della stessa. Egli ritiene che le regole della politica siano universali, che comprendendo le logiche di una politica greca antica, si può capire allo stesso modo la Firenze del suo tempo eccetera. (Eterno ritorno della politica)

“I popoli sono fatti in modo tale da pensare che il loro principe sia la persona più pia e buona di questo mondo, che il principe glielo lasci pensare, se preferisce, può anche essere empio e vile.” In tal caso il mentire, l’immaginazione, diviene strumento della politica, della direzione del consenso.

Secondo aspetto, strettamente legato al sovracitato: la grande operazione che Croce aveva identificato in Machiavelli, di aver costruito nella sua opera, soprattutto nel Principe, un processo intellettuale che interpretava la politica come autonoma dalla religione e da ogni altro tipo di sapere, autonoma in sé. Studiare il fenomeno politico indipendentemente dal fenomeno religioso. Ciò lo si nota sin dalle prime righe del Principe, quando discute del principato, riguardo i fini della politica in funzione al principato, ossia: Fondare un principato (qualora esso manchi) o conservare un principato (qualora questo si abbia già).

Il fine della politica è dunque politico, la conquista e l’esercizio del potere, non vi sono finalità sovrannaturali. Il principe è l’unico soggetto che deve garantire sicurezza, pace ed ordine, e li stabilisce e permette ai consociati del principato di vivere e persistere.

Questo indica un terzo elemento di carattere introduttivo: dove, si chiede Machiavelli, si incarna maggiormente quest’autorità politica, nell’età moderna? Si incarna nella monarchia nazionale, il principe si richiama al principe, sovrano del principato, ma inteso anche in senso lato, come uomo detentore del potere politico, ci si muove verso una nuova realtà politica, che non era né il governo regionale, né l’impero continentale, bensì la monarchia nazionale, di cui Machiavelli ha intuito la nascita, identificandola in Francia, come effettivamente accadrà; in Francia quindi incarna la monarchia nazionale, dal duplice scopo: Rafforzare la propria posizione ed emanciparsi dall’imperatore.

Nasce quindi nel 1500 la tendenza di costruire un’autorità di tipo monarchico-nazionale.

Influenza di Machiavelli

Machiavelli ha influenzato anche altri combattenti/pensatori, come Mazzini. Machiavelli aveva notato che era difficile unificare l’Italia, i cui singoli elementi erano troppo forti per essere asserviti, troppo deboli per asservire, identificando in uno stato dell’Italia centrale il futuro fulcro del potere e della cultura nella penisola. Tuttavia egli ritiene fattibile e realistica la prospettiva di unificare l’Italia, se non altro di unire l’Italia centrale, prospettando il fautore di un solido principato italiano nel Valentino, Cesare Borgia.

Per Machiavelli la politica non è pace, ma guerra, agonismo, lotta, il debole viene schiacciato. Per questo egli ritiene che sia meglio un principe forte, ma cattivo, che uno debole e buono, in quanto un principe forte simbolo di uno stato forte; e ricordiamo che in questo periodo abbiamo il confronto tra Francia e Impero, con le truppe in Italia che spadroneggiano come vogliono, in quanto divisa in piccole frazioni territoriali.

Il Machiavelli parla anche del Papa, ritenendolo non sufficientemente forte da unificare l’Italia, ma sufficientemente forte da impedire che altri lo facciano, identificando quindi nello stato della chiesa il veto alla unificazione italiana, risolta poi nel risorgimento. Il Machiavelli antireligioso denuncia anche la possibilità che la vita religiosa possa distogliere l’uomo dalla vita politica, distorcendo e riducendo la forza e la potenza del principe, ingaglioffito dalla religione.

Necessità del potere

Machiavelli ha la necessità dell’instaurazione di un potere forte e autonomo, ritiene che l’uomo non sia fatto per autogovernarsi. Se lo si definisce umanista nello studio della politica, lo è molto meno nello studio dell’uomo, che per Machiavelli non è pensante, prima di tutto passione, non prima di tutto intelletto. Ritiene infatti che il meno colto dei contadini, se chiamato dal principe alla lotta, sarebbe in grado di mostrare un eroismo che mai il più intellettuale del principato, sarebbe in grado di tirar fuori. L’ordine del sovrano dà un senso all’esistenza del suddito, rendendo quindi l’uomo comune dipendente dall’uomo sovrano, l’uomo è suddito delle passioni, non spontaneo, sudditanza delle passioni, del potere e della politica.

Gramsci osserverà come, novello principe, il Partito Comunista, il cui dovere è unificare energie disperse, da singole deboli, forti da unite, così come quelle che dovrebbe unificare il principe.

Sicurezza e guerra per Machiavelli

L’interpretazione del fenomeno politico per Machiavelli è lotta e agonismo, presuppone armi e coscrizione, una preparazione militare. Egli era anche uno studioso di tecniche militari, scrisse L’Arte della Guerra (Sun Tzu anyone) in cui poneva le proprie riflessioni sulle varie truppe, la centralità della fanteria, le truppe e formazioni migliori etc. Nelle primissime pagine del Principe le armi vengono presentate con un forte senso politico, Machiavelli parte e fa un grande gioco di classificazioni, infatti quando parla dei principati parla di quelli presenti e passati in base a 2 elementi: la virtù del principe e le armi.

Per capire con che principato abbiamo a che fare dobbiamo interrogarci su questi due elementi. Virtù intesa come virtus, la capacità di fare, e compiere, Machiavelli poi elencherà tutte le qualità del principe, che sono solo uno degli elementi che serve per reggere il principato, infatti occorrono anche le armi, la forza organizzata per mantenere il potere. La classificazione è tutta giocata sul fatto se queste virtù o queste armi le si hanno oppure no.

Condizione migliore: Il principato in cui il principe governa con le proprie armi (Civis miles), cittadini soldati, loro sono le armi, il migliore esercito è quello popolare, il proprio esercito, l’esercito mercenario è infido ed inaffidabile. Altrimenti vi è il principato in cui il principe ha le armi ma non la virtù, in cui richiede virtù altrui, peggio ancora quando il principe ha la virtù ma non le armi, la condizione peggiore si instaura quando esso non ha nessuno di questi due elementi.

Machiavelli poi parla di come il principe dovrebbe comportarsi, e le condizioni in cui esso agisce. E dopo virtù & armi torna un altro dualismo fonetico: virtù & fortuna (sorte), le qualità del principe e la fortuna, la sorte, che bilancia, regola e talvolta ostacola il principe, intesa come ogni casualità indipendente dalla virtù del principe. Il principe può essere virtuoso, bravo, ma privo di fortuna, il destino può comunque rendere sfavorevole una condizione favorevole inizialmente al principe.

L’esempio più insistito è quello del Principe Valentino, Cesare Borgia, che comincia a costruire un principato dell’Italia centrale, in cui Machiavelli vedeva un primo passo per sanare la troppa dispersione politica dei vari principati italiani. Per un certo periodo ci riesce anche, prende il controllo delle Marche, l’Emilia, e, per Machiavelli, Cesare Borgia era un principe dotato di molta virtù politica, tuttavia il padre, il papa Borgia, muore, ed i cardinali mandano al papato un pontefice di famiglia avversa al nepotismo Borgia, Giulio II, Giuliano della Rovere, per poi muovergli contro le forze europee, concludendo il suo principato.

Nelle vicende politiche conta più la fortuna o la virtù? Machiavelli dice: 50 e 50. Quindi la fortuna ha un peso enorme, ma pari alla virtù, che, se avesse più peso, si darebbe troppa importanza alla soggettività del principe, ignorando l’oggettività della situazione in cui esso deve muoversi, e viceversa.

Quali sono gli aspetti specifici che fanno la virtù del principe, le specifiche qualità del principe? “unIl principe deve essere po’ volpe e un po’ lione” c’è un richiamo all’animalità della vita politica, il principe deve essere forte come un leone ed astuto come una volpe, per anticipare le mosse dell’avversario e reagire con forza. Il principe deve essere forte, astuto, dissimulatore e simulatore, sembrare diversi da quel che si è se serve alla politica, i patti vanno rispettati finché servono, pacta sunt servanda, non necessariamente.

“Il fine giustifica i mezzi” è una frase non di Machiavelli, ma dei suoi detrattori, che fino ad un certo punto ne interpreta il pensiero. La politica non segue la morale comune, e, se nella morale comune non è lecito mentire e simulare, in politica si può fare, il principe può anche essere scellerato, quando serve, per quanto serve, solo se necessario. La scelleratezza del principe dev’essere solo ed unicamente.

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ingrao di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle dottrine politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof De Boni Claudio.
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