Storia delle dottrine politiche
V secolo a.C.: La democrazia ad Atene
Ad Atene, con Pericle, si instaura la forma costituzionale definita democrazia, ovvero quella forma di governo nella quale i cittadini si governano e contemporaneamente sono governati. Questa forma di governo trova vita nella Polis, ovvero la città-stato che si governa in quanto autosufficiente. L’autonomia della città di Atene si manifesta con l’istituzione della democrazia. La cittadinanza è data solo agli uomini liberi, all’interno della famiglia solo il capofamiglia è considerato un cittadino, gli altri membri della società svolgono i lavori manuali, in modo che i cittadini, uomini liberi, possano dedicarsi alla vita politica. Nella polis il principio di uguaglianza non viene riconosciuto, nonostante sia instaurata la democrazia, la Polis non è una città di pari. A quel tempo non esisteva una distinzione tra norma morale e norma giuridica. Inizialmente le norme sembrano essere di origine divina, come quelle che regolano la natura, infatti non si poteva separare le regole naturali da quelle della Polis.
La natura della legge
- L’orizzonte etico era unitario
- Le leggi dello stato erano state introdotte per lo più per consuetudine, erano state introdotte perché considerate giuste per natura
- Le leggi poste dall’uomo erano inferiori rispetto a quelle naturali
- Si riconosceva la giustizia delle leggi naturali a prescindere da ciò che riteneva il potere politico
Sofisti
Sofisti: Professionisti della retorica, cioè della capacità di persuadere. Insegnano l’arte della retorica, in genere agli aristocratici, i quali avrebbero poi partecipato alla vita politica. La lezione veniva però impartita nell’agorà e quindi poteva essere ascoltata da tutti. Si pongono il dubbio che il significato della legge promulgata dall’assemblea avesse a che vedere con una legge assoluta; colui che vuole che una sua legge venga approvata da un'assemblea deve convincere l’uditore a prescindere dai contenuti della legge stessa e ci riesce solo grazie alla retorica. Si tratta quindi di un atto di forza, vince chi è più bravo con la retorica, chi è più capace di persuadere. I sofisti segnano la differenza tra legge e natura. L’interesse dei sofisti non è quello di ricercare il "perché?", per questo non venivano considerati dei veri e propri filosofi, ma mettono in dubbio l’esistenza di un principio primo che regolasse natura e Polis.
Socrate – 469 a.C.
Socrate si oppone alla mentalità diffusa dai sofisti per cui si riteneva che nessuna verità fosse conoscibile. Per i sofisti infatti nessun oggetto era riconoscibile univocamente. Socrate fu considerato dal popolo ateniese sia come massimo sofista sia come maggiore anti sofista. Egli infatti si avvaleva apparentemente dello stesso metodo dei sofisti: l'oralità dialettica e il dialogo. Oggi è ritenuto il maggiore degli anti sofista, dalla critica storica e politica. Egli è anti sofista per antonomasia. Socrate visse tra il 469 (o 470) e il 399 a.C. Socrate cerca disperatamente di fermare la decadenza della cultura classica della polis ateniese e della Grecia nel suo complesso attraverso i propri insegnamenti. Socrate chiacchierava molto e ricorreva spesso al dialogo. Aristofane lo presenta come il maggiore dei sofisti dandone un ritratto assai gradevole. Il motto di Socrate riprende quanto detto dall'oracolo di Delfi: conosci te stesso. Gli uomini devono conoscere sé stessi.
La conoscenza di Socrate va oltre l'opinione (greco, doxa). L'opinione è una conoscenza, una fonte conoscitiva fragile, apparente, destinata/sottomessa a discussione e analisi. Per definizione, l'opinione esprime conoscenza passeggera, che può diventare occasione di approfondimento se si mette in atto un metodo adeguato, e dunque se ci si chiede la ragione della stessa opinione, ovvero il perché della diffusione tra il popolo di determinate convinzioni. In sé l'opinione non è necessariamente sbagliata: si tratta di capire il perché della diffusione, le ragioni della stessa opinione. L'opinione diventa l'occasione per conoscere ciò che sta oltre l'opinione stessa e ciò che l'opinione rivela. Questo qualcosa che sostiene l'opinione è detto concetto. Il concetto fonda, sostiene, appoggia le opinioni ed è al concetto che si deve "mirare" attraverso il metodo suggerito da Socrate.
Il dialogo platonico "Sofista"
Nel dialogo platonico dal titolo "Sofista", Socrate dice che i sofisti hanno solo una conoscenza apparente delle cose, sanno molte nozioni, sono esperti dell'arte retorica ma non conoscono la verità. Per Socrate è uno scherzo il fatto che i sofisti affermino di conoscere molte cose e di essere in grado di insegnarle in poco tempo e a poco prezzo. Per Socrate infatti si può imparare solo nel lungo periodo e a nessun prezzo. La conoscenza non è valutabile economicamente. Socrate cerca il concetto, ciò che Platone chiamerà poi "essenza". Egli invita l'uomo a conoscere sé stesso: l'identità dell'uomo risiede nella sua anima, che per Socrate è la ragione. L'anima, intesa come ragione, è sede della vita intellettuale e morale. Essendo sede della vita intellettuale e morale, l'anima, sempre intesa come ragione, è quella facoltà che consente all'uomo di praticare la virtù secondo tutti i suoi aspetti.
Per Socrate la virtù (o azione virtuosa) è l'azione conforme al bene, l'azione buona in sé stessa. Deriva che l'uomo virtuoso è colui che abitualmente agisce per il bene. Il fine delle azioni dell'uomo virtuoso è il bene, ed egli abitualmente agisce conformemente al bene. L'uomo virtuoso è l'uomo che sa e che conosce, che agisce virtuosamente proprio in quanto sa. Socrate ritiene che la virtù si identifichi con la conoscenza, il vizio con l'ignoranza. Se virtù è conoscenza e vizio è ignoranza, allora significa che chi agisce conforme al bene lo fa perché sa cos'è il bene. Per converso chi compie il male lo fa perché si è sbagliato, ovvero la sua azione mirava a conseguire il bene ma ha compiuto un errore nella conoscenza. Dunque il vizio, ciò che si contrappone al bene, ovvero il male, è frutto dell'ignoranza.
Per Socrate il vizio, ovvero il male non è imputabile a chi lo compie essendo stato realizzato per ignoranza. Per Socrate tutto il valore della vita umana è ricondotto alla conoscenza. La conoscenza è il fulcro della vita umana. Per Socrate tutta la vita dell'uomo è finalizzata alla conoscenza, essendo l'anima l'identità dell'uomo e quella facoltà razionale che consente di conoscere mirando alla conoscenza. Se l'uomo asseconda la sua natura di essere razionale, quando commette il male lo fa perché si è sbagliato, a causa di un errore e non perché la sua volontà è orientata al male. In altre parole il male non è mai voluto per sé stesso, chi lo compie lo fa perché si sbaglia, si inganna e considera ciò che è apparenza di bene (che in realtà è male) come un vero bene. Tale posizione è detta intellettualismo etico e appare criticabile sotto diversi fronti.
Critiche
Non solo è possibile agire conformemente a ciò che è contrario al bene, ma inoltre non è sufficiente conoscere il bene per realizzarlo. (Esempio: So che fumare fa male, ma questo non basta a non farmi fumare). Il problema che rimane irrisolto sta nel fatto che non è preso in considerazione il valore della volontà. L'uomo non è solo intelletto, ma la sua natura e la sua ricchezza sta anche in un'altra facoltà: la volontà.
Il metodo dialettico di Socrate
Per cercare la verità è necessario un metodo dialettico che si compone di due momenti:
- Confutazione
- Maieutica
(va detto che Socrate praticava questo metodo mediante la maschera dell'ironia, prendendo benevolmente in giro coloro che dialogavano con lui. Lo faceva con una maschera che gli consentiva di affermare di non sapere: "so di non sapere". La dichiarazione di Socrate che afferma di non sapere è l'affermazione di colui che umilmente interroga chiedendo di poter conoscere. Socrate, con l'uso della maschera, si oppone a chi afferma di sapere e di poter insegnare quel che sa. Socrate non solo cerca di far emergere le contraddizioni dei suoi avversari - sofisti - ma inoltre vuole far vedere che alla verità non si giunge da soli: la conoscenza della verità è possibile solo grazie al dialogo e alla discussione, rinunciando a definizioni dogmatiche presuntuosamente affermate. Il sapere vero si costruisce solo grazie al dialogo tra gli uomini. Nessun uomo è onnisciente. L'uomo può conoscere attraverso lo stare con propri simili e con dialogo. Ecco che quindi ammettere la propria pochezza è affermare già una verità. Questa, il non disporre di conoscenza assoluta, è l'unica precondizione necessaria per giungere a conoscenza.
Nella confutazione, Socrate maschera l'ignoranza e dunque pone continuamente domande all'interlocutore, facendo risaltare le incoerenze della sua posizione. Dalla confutazione si giunge alla seconda fase, quella maieutica. In questo momento Socrate pratica l'arte maieutica: l'arte dell'ostetrica (l'arte del far nascere bambini). Così come l'ostetrica fa in modo che le mamme partoriscano senza problemi, così dice di fare Socrate. Attraverso le domande poste all'interlocutore egli fa in modo che l'interlocutore stesso si renda conto dell'errore ma inoltre giunga, attraverso le domande opportunamente poste, ad affermare una conoscenza vera. La verità viene fatta venire alla luce come un bambino e dunque non attraverso un percorso agevole e comodo ma anzi a tratti doloroso. La verità è già dentro l'uomo. Alla verità gli uomini possono giungere attraverso il dialogo, ma lo possono fare proprio perché già in loro c'è la verità. Le certezze apparenti che l'interlocutore esibiva sono scalfite dalla confutazione e convertite in sapere vero e autentico grazie all'arte maieutica. La virtù, innanzi tutto conoscenza, si raggiunge solo grazie al dialogo e al confronto. Socrate non giunge a elaborare una teoria della logica in senso stretto. Le regole della logica saranno sistematizzate da Aristotele. Il compito di Socrate è condurre gli allievi, Platone in primis, ad un metodo di studio che tutti possono praticare ma solo i più capaci sanno approfondire. Tale metodo va applicato anche alla politica dato che tutta la vita è vita politica e tutti gli uomini devono conoscere.
Sarebbe auspicabile che coloro che governano conoscessero la storia. La politica, che in quanto arte di governo fa in modo che gli uomini possano conseguire il bene, viene praticata in modo adeguato solo se il politico è virtuoso ovvero non è ignorante del passato, del presente, di quell'arte legata all'esercizio dell'attività di governo. Il politico deve essere esperto dunque sia nella conoscenza degli uomini, della loro anima, sia di quelle tecniche che gli permettono di amministrare bene la vita nella polis. La vita nella polis è possibile solo se la virtù è praticata diffusamente. Non tutti gli uomini sono virtuosi e non sempre quindi è possibile una vita felice. Socrate stesso è "vittima" dell'ignoranza degli uomini. Egli venne infatti condannato a morte in quanto considerato responsabile di corruzione della gioventù e di aver inventato nuovi dei. Fu prima imprigionato e poi condannato a morte (a bere la cicuta).
Nell'attesa della morte i suoi allievi tentarono di convincerlo a fuggire. Socrate rifiuta di fuggire dalla prigione raccontando un sogno che aveva fatto: la prosopopea delle leggi. Nel sogno gli erano apparse le leggi della Polis, che (come abbiamo visto) unitariamente esprimono il bene morale, il bene politico, il bene giuridico e che sono un tutt'uno con leggi della natura. Tali leggi gli dissero che ad esse egli doveva la sua vita. Ora queste leggi, pur intese non conformemente al bene, gli davano la morte. Ma Socrate, per far in modo che venisse affermata l'importanza di tutte le leggi, sostiene che grazie ad esse ha avuto assicurata una vita felice e buona. Ad esse egli si sottomette anche se al momento della condanna gli appaiono ingiuste. La sottomissione alle leggi, che dunque fu assoluta, voleva dire sottomissione alla città e riconoscere importanza della polis. Senza le leggi la polis non esiste, siano esse buone o cattive. Esse stesse rendono possibile la vita al loro interno e dunque ad esse sempre ci si deve sottomettere. Socrate muore serenamente bevendo cicuta.
Protagora, Trasigono, Callicle, Antifone
“L’uomo è misura di tutte le cose” L’uomo a cui si fa riferimento è quello in carne ed ossa. Quindi ogni uomo è misura, non esiste una solo verità. L’uomo ha una sua individualità, ovvero ciò che penso io è l’unico criterio di giudizio. L’uomo è incapace di comunicare ed è quindi solo.
Platone, IV-V sec. a.C.
Platone, allievo di Socrate. Socrate riteneva che l’accesso alla verità fosse attuabile solo attraverso la parola, per questo non lascia scritti. Socrate attraverso l’ironia provocava nei suoi interlocutori la consapevolezza di essersi contraddetti. Platone proveniva da una famiglia di aristocratici ed era destinato a diventare un uomo politico, ma non lo diventerà mai nella sua patria. Si era infatti risentito nei confronti della politica di Atene per varie vicende, tra le quali la condanna a morte di Socrate. Riteneva quindi che ad Atene non si potesse praticare una politica giusta e bella. Platone fece diversi viaggi: a Siracusa istruì Dione sui contenuti dello stato liberale. Ad Atene, a circa 40 anni, fonda una scuola, l’Accademia. Le opere di Platone hanno la forma di dialoghi che riprendono la forma dialettica; lui riteneva che i concetti più belli fosse inutile scriverli in forma diversa poiché si possono apprendere solo dal proprio maestro e dal dialogo che si crea con quest’ultimo. Infatti diversamente si rischierebbe di fraintenderli e di banalizzarli.
Le opere principali di Platone
Le opere principali di Platone sono: "il politico", "il fedro", "le leggi", "la repubblica".
La Repubblica: In questa opera Platone esprime la sua prospettiva filosofica e politica tra gli anni 80-70 a.C., anni in cui fonda l’Accademia.
I libro
Presenta il luogo in cui avvengono i dialoghi che caratterizzano l’opera, i personaggi e introduce il tema della giustizia. Il dialogo avviene a casa di Cefalo, amico di Socrate, quale torna da una festa al Pireo. Gli altri personaggi sono i figli di Cefalo e alcuni altri sofisti, tra i quali Trasimaco che nell’opera ha un confronto diretto con Socrate. Questo gruppo di personaggi si domanda “quando un uomo è giusto?” e poi “in che cosa consiste la giustizia?”. Trasimaco interviene dicendo che la giustizia è “l’utile di colui che è più forte per natura” e il più forte è colui che governa. La preoccupazione di chi governa è quella di aumentare il proprio potere e l’utile personale. Nell’ottica di Trasimaco la natura stabilisce il più forte e per natura il più forte aumenta il proprio vantaggio naturale (Spinoza esprimerà poi lo stesso pensiero). Secondo Trasimaco la giustizia non esiste se non in questi termini ed è imposta allo stato dal più forte.
Socrate però non è persuaso di questa ipotesi e quindi mette in campo dei dubbi: evoca un’analogia con l’arte medica; colui che governa deve essere come un medico. Il medico nello svolgere la propria missione ha come obiettivo l’aiutare il paziente. Dunque come il medico cerca di fare il bene del proprio paziente, così anche il politico dovrebbe fare il bene della propria Polis. Nel dialogo Platone inserisce, solo indirettamente, anche l’opinione di altri sofisti. Secondo Callicle “il giusto è l’utile del più debole per convenzione”, Trasimaco è legato ad un atto naturale mentre per Callicle la forza dei più deboli sta nella loro unione che non è un atto naturale ma una convenzione. Secondo Antifone “la natura è la verità e la legge rappresenta l’opinione”. Per natura l’uomo è portato a realizzare i suoi interessi egoistici. Separazione tra pubblico e privato. Secondo Ippia, la natura unisce gli uomini e la legge li divide. Quando nel dialogo viene stabilito che colui che governa, come il medico, fa il bene dei cittadini attraverso la giustizia, si chiedono “quando un uomo è giusto?”. Platone dice che rispondere a questa domanda non è semplice e, inoltre, dice che dovremmo guardare a questo quesito come farebbe un miope, ovvero tenendo conto di una prospettiva più grande: dobbiamo chiederci “quando lo stato è giusto?” in quanto lo stato non è altro che l’uomo in grande. La differenza tra il singolo e lo stato è solo di tipo quantitativo e non qualitativo. Così come l’uomo c’è per natura anche la Polis esiste per natura ed è quindi naturale per l’uomo vivere dentro la Polis. Secondo Platone l’uomo non basta a se stesso, non riesce a s
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