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Un punto su cui riflettere prima di esaminare nel dettaglio le varie fasi, è quello dell’instabilità dei governi

italiani (75 governi in 61 anni (21, 28, 26) e più di 1.000 ministri – il contrammiraglio Sechi è ministro

della guerra per due giorni), fenomeno endemico, grave, soprattutto se confrontato con la stabilità di altri

paesi occidentali come UK (17 premiers in 61 anni) e Stati Uniti dove in 61 anni si alternano 19 Presidenti

(anche la Francia aveva qualche problemino in tal senso. Riuscirà a risolvere però la situazione con le

riforme volute e imposte da un uomo forte quale il generale DE GAULLE).

61 anni di storia ITALIA 61 anni storia UK 61 anni storia USA

75 governi 17 governi 19 governi

Emblematici sono alcuni casi limite come il Presidente FARINI, restato alla guida del governo per 105 giorni

nonostante una riconosciuta e grave malattia mentale che lo portò anche a tentare di pugnalare il re. Ma

perché il re nomina un uomo malato di mente? Sembra paradossale ma VEII non era uno sprovveduto.

Tutt’altro. Era un uomo molto attento e sapeva bene che una figura debole, non in grado di intendere e di

volere avrebbe reso più semplice le sue ingerenze nelle decisioni e nella vita politica del paese. Il ruolo del

Re è uno dei motivi, a mio modesto avviso, di maggiore fragilità del sistema politico italiano del

sessantennio liberale. La corona è un’istituzione consolidata, solida, mentre il parlamento, il governo, il ruolo

del PdC, non esistono, si stanno creando. E il re ha tutto l’interesse per rallentare questo processo. Tiene

sotto controllo la popolazione, cerca di sedare i dissidi e i disordini con qualche concessione. Ma sa bene che

istituzionalizzare dei meccanismi in modo chiaro significherebbe limitare la sua sovranità (forza centripeta

vs forza centrifuga, restio a cedere sovranità, vuole mantenere lo status quo, è legittimato dallo statuto a

nominare e destituire le cariche politiche, ecc.). Un altro problema è rappresentato dal

MULTIPARTITISMO e alle aggregazioni parlamentari di tipo personale (non attorno a un’idea quindi).

Interessante, poi, notare come in questo intricato puzzle di PdC si inseriscano i Generali. Succede spesso e

con tutti e tre i sovrani. Ma perché? Si tratta di soluzioni tampone. Laddove si crea una crisi e il re non ha a

disposizione un leader politico a cui affidare il governo, si rivolge al suo primo aiutante di campo,

comandandolo di creare un governo e uscire dall’empasse. Si tratta dunque di esperienze congiunturali

che non hanno mai avuto la pretesa di sostituire governi politici; il generale PdC è una sorta di

“Commissario di Crisi” dell’epoca più che un’alternativa scelta scientemente dal re per manovrare il

governo. Tra i generali PdC ricordiamo CHIODO (1849 con Carlo Alberto), LA MARMORA, MEABREA,

PELLOUX (con VEIII nel 1898 – 99).

LA DESTRA STORICA (1861 – 1876):

Con Re Vittorio Emanuele II, al governo si alternano i leader della destra storica (Cavour muore

prematuramente nel 61 di febbre malarica. Aveva poco più di 50 anni). È così chiamata per distinguerla da

quella del XX secolo. RICASOLI, RATTAZZI, FARINI, MINGHETTI, LA MARMORA, RICASOLI,

RATTAZZI, MENABREA, LANZA, MINGHETTI.

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Personaggi più in vista della Destra Storica

D’AZEGLIO fondatore della destra storica nel Legge SICCARDI

1849; famoso il suo Proclama di

Moncalieri; inaugura stagione di

riforme;

CAVOUR Già nel 1860 aveva dichiarato che

Roma doveva essere dell’Italia.

RICASOLI Conte, ideatore del vino chianti, Due volte PdC: nel 1862 e nel 1866-

uomo d’onore rifiuta la decorazione 67. Vicino al mondo ecclesiastico

prussiana Aquila Nera perché non tenta una riconciliazione.

veniva concessa anche a La Marmora.

Leggenda fantasma a cavallo.

MENABREA Piemontese, ingegnere di spicco, PdC in 3 legislature consecutive.

generale del genio, diplomatico

(sarà ambasciatore a Londra) e

politico.

SELLA esponente dell’ala Permanente e

ministro delle finanze ricordato per il

pareggio di bilancio ottenuto nel 76

LA MARMORA PdC nel 1864-65, poi lascia il posto a Codice di diritto pubblico: legge

RICASOLI per guidare l’EI nella 3 comunale e provinciale, legge sul

Guerra d’Indipendenza consiglio di stato, legge sul

contenzioso amm.vo.

MINGHETTI capo ala “CONSORTERIA”

La destra storica nei 16 anni ottiene importanti risultati come l’unificazione d’Italia che si completa

nel 1870, il pareggio di bilancio.

All’indomani dell’unificazione in Italia vi sono diversi problemi. Innanzitutto le finanze. Il Paese affronterà

in questi anni un grossissimo deficit che arriverà al 60% per cui obiettivo primario di tutti i PdC di destra in

questa fase sarà il risanamento (che verrà raggiunto nel 1876). Le finanze precarie del paese portano a

tassazioni che colpiscono i ceti meno abbienti (legge sul macinato) e il malcontento generale alimenta il

brigantaggio. Inoltre per risolvere il problema, i governi ingaggiano una lotta all’esteblishment religioso,

sopprimendo corporazioni religiose e trasferendo i beni al demanio. In politica estera vi sono due grandi

tematiche:

- la questione romana;

- il veneto.

Entrambe sono legate dalla necessità di completare l’unificazione (che sarà raggiunta nel 1870 con la Breccia

di Porta Pia). Il Re durante questi anni più volte rimanda la soluzione della problematica dello Stato

Pontificio e dei Francesi (Napoleone III appoggia il Papa). Sul fronte veneto, invece, quando nel 1865 il

“cancelliere di ferro” prussiano (Germania) Otto von BISMARCK gli chiede quale sia la sua posizione nel

caso in cui la Prussia attaccasse l’Austria, il re si schiera al fianco dei prussiani. Sondato il terreno con UK,

Francia, e Russia, BISMARK scatena la guerra che vede l’Italia combattere in Veneto (III Guerra

d’Indipendenza). Sarà un disastro per l’Italia guidata da LA MARMORA (al cui posto, alla presidenza del

consiglio viene messo RICASOLI), impreparata, poco addestrata, priva di un adeguato Stato Maggiore.

CUSTOZA e LISSA sono per sempre alla memoria come due sonore sconfitte. Nonostante tutto, comunque,

al termine della 3 guerra di indipendenza, l’Italia, grazie agli accordi presi con la Prussia, ottiene il Veneto.

12

In questa fase della storia d’Italia viene istituita la Corte dei Conti per il controllo amministrativo (per la

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precisione con il governo RATTAZZI nel 1862 . NB Rattazzi è il fondatore della destra storica ma opera e

governa in epoca di destra storica grazie al c.d. CONNUBBIO cioè grazie a una sorta di accordo che il

Cavour riuscì a strappare già nel 1852 con la sinistra di Rattazzi. L’accordo prevedeva l’abbandono delle ali

estreme in parlamento e la convergenza su un programma liberale). Al 1865 risale la decisione di trasferire la

capitale da Torino a Firenze, provvedimento poi attuato per intercessione del re. Rientra nella cosiddetta

convenzione di settembre (1964) con i francesi per risolvere la QUESTIONE ROMANA. Più volte nel

paese vi sono spinte affinché si affronti a muso duro la Francia – che, con Napoleone III protegge lo Stato

Pontificio - per eliminare la sua influenza sullo stato Pontificio e ritirare le sue truppe da Roma. Garibaldi

ne fa una bandiera di guerra e ingaggia, con un esercito personale di 40.000 uomini, una vera e propria

campagna per liberare Roma. Ma il governo centrale e il re VEII per timori di ripercussioni della Francia gli

scagliano contro l’esercito regolare e lo arrestano. Vili!! Nel 65 con la convenzione i francesi accettano di

ritirare le truppe da Roma a patto che l’Italia rinunciasse una volta per tutte a Roma . In un protocollo segreto

la Convenzione di Settembre prevedeva, inoltre, lo spostamento della capitale da Torino a Firenze. A riprova

della volontà di rispettare il patto, il re spinge affinché in parlamento venga votata la questione dello

spostamento della capitale a Firenze. La popolazione piemontese insorgerà costringendo Minghetti a

dimettersi causa una grossa crisi in seno alla maggioranza.

È una fase difficile perché molte leggi e l’ordinamento in generale sono settoriali. È come se il neo nato stato

sia ancora privo della sua ossatura portante. Le discussioni in parlamento, infatti, l’incapacità di accordarsi a

prescindere dallo schieramento di appartenenza rendono paludoso il percorso. È per questo che, come già

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detto in precedenza, Lamarmora , capo del governo prima della 3 guerra di indipendenza, chiede una

delega legislativa al parlamento (che gli viene concessa nonostante l’opposizione della sinistra che denuncia

una violazione dell’articolo della costituzione sulla separazione dei poteri) per scavalcare gli ostacoli e

procedere a varare quelle norme necessarie alla Nazione. Ne nasce un vero e proprio codice di diritto

pubblico con una serie di novità: viene istituita la figura del prefetto (le prefetture servono per tenere il

controllo periferico del paese visto che con l’unificazione si sceglie di accentrare, tenendo le istituzioni e il

cuore a Torino e dislocando sul territorio una serie di posti avanzati), viene promulgata una legge sul

contenzioso amministrativo sancendo l’unicità della giurisdizione e la sua indipendenza dal governo. È in

questa fase che nasce la COSCRIZIONE OBBLIGATORIA.

Per quanto riguarda la lotta all’establishment religioso e alla separazione Stato – Chiesa, si è detto come già

negli anni 50 dell’800, con D’Azeglio PdC, si sia iniziato a gettare le basi per un percorso di separazione. È

del 50 la legge SICCARDI (che aboliva tre grossi privilegi della chiesa: il foro ecclesiastico, il diritto di asilo

e la Mano Morta). Successivamente un altro duro colpo arriva con l’istituzione del matrimonio civile voluta

dal Cavour. Nel 1855, con la cosiddetta Legge RATTAZZI sotto il governo Cavour, vengono aboliti gli

ordini religiosi ritenuti non di utilità sociale. Nel 1866 il 2° governo Ricasoli tenta un riavvicinamento con lo

Stato Pontificio. Ritiratisi da Roma i Francesi (dove erano schierati a difesa del Papa finché questi non

avesse avuto un suo esercito, come stabilito da una convenzione firmata anche dal Re VEII che si impegnava

a non attaccare lo Stato Pontificio e a pagare parte dei suoi debiti), Ricasoli propone una restituzione delle

proprietà ecclesiastiche in cambio del pagamento di una somma di denaro (24 mln di lire). Il suo intento è di

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stampo separatista ma tende a garantire un’autonomia anche materiale alla chiesa. Lo scontro in parlamento

è duro, il Ricasoli si dimette e nel 67 è di nuovo RATTAZZI a dargli il cambio. Nel 1867 un altro

provvedimento tenta di regolare la c.d. questione romana: vengono chiusi/soppressi numerosi

istituti/ordini/corporazioni religiosi e i beni confiscati e devoluti al demanio. A combattere questa battaglia

con lo stato pontificio, sul piano militare, c’era poi Mazzini e Garibaldi con i suoi 40.000. Il re,

7 L’avvocato Urbano RATTAZZI succede nel 1862 a RICASOLI. Considerato di sinistra, padre della sinistra storica –

lascerà il posto a Depretis - è ricordato in quegli anni per la lotta a GARIBALDI che però non riesce a fermare. Nel

mezzogiorno dilaga il fenomeno del Brigantaggio, egli viene ritenuto incapace di gestire la crisi e viene sostituito da

FARINI il pazzo per un centinaio di giorni. Dopodiché arriverà il 1 governo MINGHETTI.

8 Attenzione perché La Marmora non è alla sua 1^esperienza da PdC. Era già stato chiamato dal Re a rivestire l’alta

carica, sebbene nel Regno di Sardegna, dopo che Cavour era stato esautorato in seguito alla Crisi di Villafranca del

luglio del 1859. Nell’Italia unita diviene PdC nel 1865.

9 I provvedimenti di confisca e vendita delle infrastrutture religiose rientrano in un processo che fu chiamato

“liquidazione dell’Asse ecclesiastico”.

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tendenzialmente garantista e preoccupato della reazione dei francesi, tende a osteggiarlo e con lui a mal

vedere anche Rattazzi (sempre propenso a ingaggiare scontri con la Santa Sede su tutti i piani) e sul finire del

67, con un atto suo personale destituisce Rattazzi e nomina Pdc il Gen. MENABREA , suo Aiutante di

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Campo. Così sperava di preservare quel patto con la SS e i Francesi (convenzione di settembre del 64 coi

francesi di cui si è detto prima). Questi sarà al potere per 3 anni e sarà infaustamente ricordato per le tasse

imposte per rimpinguare le casse dello stato tra cui la tassa sul macinato. Avere a capo del governo Manabrea

voleva dire per il re avere una longa manus sulla gestione del Paese. Questa influenza continua del sovrano

sul parlamento e sugli atti del governo, però, portò ben presto a una nuova crisi che nel 1869 porta a capo del

governo LANZA. Questi continuò battendo sui temi più cari alla Destra: il risanamento dei conti dello stato,

la restituzione di Roma all’Italia. Quest’ultima viene conseguita nel 1970: la Francia è alle prese con la

guerra con la Prussia, è in grande difficoltà e non ha modo di seguire gli sviluppi a Roma a cui, anzi, chiede

aiuto (negato). L’esercito italiano guidato dal Cadorna, fa una breccia nelle mura dello Stato Pontificio nei

pressi di Porta Pia. A difendere il Papa c’è un esercito di Zuavi . Lo scontro favorisce l’Italia che

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s’impossessa dello Stato Pontificio. È l’ultimo tassello mancante all’unità sebbene il Papa non riconoscerà

mai l’autorità dell’Italia. A Roma viene istituita una luogotenenza con La Marmora per guidare la transizione

sotto lo stato italiano e procedere all’unificazione legislativa e amministrativa. Per regolare la questione

annosa dei rapporti con la Santa Sede, nel 1871 viene votata la LEGGE SULLE GUARENTIGIE (atto

unilaterale con il quale il governo italiano intese regolare i rapporti con la Santa Sede dopo l’occupazione di

Roma nel 1870. Muoveva dal concetto di assicurare al papa un insieme di condizioni che gli garantissero il

libero esercizio del potere spirituale). Essa era divisa in due parti: la prima delineava le prerogative del

Sommo pontefice (esenzione dalla giustizia italiana e immunità nei luoghi in cui risiedeva, libertà nel

governare la chiesa cattolica, libero esercizio dei suoi poteri spirituali, corpi armati a difesa), nella seconda

venivano regolate le relazioni tra Stato e Chiesa. Con la legge delle g. trionfò il principio cavouriano, e in

genere della Destra, della separazione fra Chiesa e Stato. Accusata d’incoerenza logica e giuridica (per es.,

per il riconoscimento al papa dell’inviolabilità, che è attributo sostanziale della sovranità, disgiunto da quello

della sovranità territoriale, presupposto della prima), la legge regolò tuttavia i rapporti fra Regno d’Italia e

Papato per quasi 60 anni, costituendo una base che permise il distendersi dei contrasti in una pacifica

coesistenza delle due potestà finché tali rapporti non furono regolati su basi concordatarie con i Patti

Lateranensi dell’11 febbraio 1929. Tuttavia il papa ritiene questa legge un atto unilaterale e non la accetta.

Anzi, nel 1874, con il non expedit, vieta ai cattolici italiani la partecipazione alla vita politica. I cattolici no

parteciperanno alla politica fino al 1919 con il Partito Popolare Italiano di Don Luigi Sturzo finché poi la

questione con la SS verrà regolata una volta per tutte sotto il regime di Mussolini con i Patti Lateranensi. Nel

1873 diventa PdC MINGHETTI che contraddistingue il suo mandato per una strenua lotta per il risanamento

del bilancio che alla fine raggiungerà per la 1 volta in Italia. Con lui però finisce l’epoca della destra storica

(viene messo in minoranza e esautorato per la 1 volta dal parlamento – si parlò di rivoluzione

parlamentare – (e non dal re) sull’ordine del giorno riguardante la nazionalizzazione delle neonate ferrovie 12

che il parlamento non volle votare. Alle elezioni del 1876 viene eletto DE PRETIS, esponente della Sinistra.

10 Viene chiamato dal re dopo il disastroso tentativo di Rattazzi di impadronirsi di Roma sfruttando Garibaldi.

11 Sono rimasti nel linguaggio comune i “pantaloni alla zuava”, dai pantaloni dell’uniforme zuava che erano corti e

arricciati sotto le ginocchia.

12 Minghetti e altri esponenti di destra come Spaventa, ritenevano che la gestione dovesse essere pubblica e accentrata,

in ossequio ai principi liberali.

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LA SINISTRA STORICA (1876 -1887)

(DEPRETIS, RIVOLUZIONE PARLAMENTARE, TRASFORMISMO, RIFORME, LEGGE

ELETTORALE, ISTRUZIONE, ABOLIZIONE TASSA MACINATO, ISTITUZIONE BARRIERE

DOGANALI, CAIROLI, UMBERTOI)

Nel 1876, dopo l’imboscata alla camera subita da Minghetti, AGOSTINO DEPRETIS fa in tempo a farsi

nominare PdC dal “Padre della Patria” VEII (che muore si dice di malaria dopo aver trascorso una notte di

caccia all’addiaccio), per poi essere confermato dal suo successore, UMBERTO I (figlio di VEII) che diviene

Re nel 1878. Conseguito il pareggio di bilancio, costruite le grandi infrastrutture, occupata Roma e

liquidato il Brigantaggio, dopo 16 anni al potere la destra storica lascia spazio alla sinistra.

Depretis domina la scena politica italiana per circa 11 anni costringendo i suoi avversari di partito a

organizzarsi in quella che fi chiamata la PENTARCHIA (CAIROLI, ZANARDELLI, NICOTERA, CRISPI,

BACCARINI). Già ministro della marina e ministro delle finanze, Depretis, capo della Sinistra Storica dal

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1873, quando muore RATTAZZI , sarà alla guida di ben 9 governi, interrotto per brevi periodi dalle

esperienze di CAIROLI e ZANARDELLI. Vicino a Garibaldi e Mazzini (al contrario di quanto aveva fatto

Rattazzi) e strenuo oppositore del Cavour, egli inaugura una stagione parlamentare nuova e innovativa

ricordata col nome di “TRASFORMISMO” (sui quotidiani dell’epoca veniva spesso raffigurato con un

camaleonte). Offre a tutti i parlamentari, a prescindere dal partito di appartenenza (divisioni che egli riteneva

superate), che volevano appoggiare un governo progressista di votare per quest’ultimo e per le sue iniziative

legislative in parlamento. Effettivamente la destra con Minghetti accetta l’offerta e vota per iniziative di

sinistra, come se i suoi parlamentari fossero stati “intimamente trasformati”. A partire da quel momento e

fino all’avvento di Crispi che tornerà a rimarcare i confini politici tra destra e sinistra, sarebbe stato molto

difficile attribuire una precisa identità politico parlamentare alle maggioranze del presidente.

Depretis è tutt’altro che una novità quando a più di 60 anni di età viene nominato PdC. Già protagonista nel

regno sub alpino, grande mediatore, maestro del rimpasto ministeriale, eleva la sopravvivenza

governativa al rango di arte del compromesso. Disposto a tutto, grande menzognero, schivo ma attento ai

bisogni in prossimità di crisi o elezioni, promette di donare la sua eredità in cambio di appoggio e arriva a

preannunciare una sua possibile morte pur di strappare l’ultima ennesima fiducia. Vicino al re, fece molto

ricorso alle infornate di senatori (ne propose + di 200 negli anni) e puntò sempre sul primato dell’assetto

amministrativo su quello politico.

Tra le riforme volute dal Depretis e anticipate sapientemente nel “discorso di Stradella” (che tenne poco

prima di essere nominato PdC per timore che il suo compagno di partito e rivale CAIROLI potesse

13 In tale ottica è bene evidenziare che Rattazzi ha avuto due esperienze di governo in epoca di destra storica. Per tanto

la categorizzazione destra o sinistra storica non è ermetica. Anche la sinistra contribuì alla costruzione dell’Italia post-

unitaria.

15

anticiparlo. Si tratta di un discorso in cui egli enuncia quello che poi sarà il suo programma di governo),

ricordiamo l’abolizione della tassa sul macinato, l’istruzione obbligatoria, laica e gratuita per tutti i

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bambini dai 6 ai 9 anni , l’introduzione di tariffe doganali e l’inaugurazione dell’espansionismo in

Africa. C’era poi la questione delle ferrovie su cui era caduto Minghetti. Depretis opta, in modo molto

discutibile se si pensa al ruolo che un tale asset infrastrutturale poteva avere per lo sviluppo del paese, per

concederne la gestione a soggetti privati. Molto importante fu inoltre il contributo del Depretis alla

definizione della figura di PdC: con un decreto ad hoc, infatti, nel 1876, all’atto della sua nomina, riveste la

figura del presidente di una sua autonomia rispetto alla corona e di una posizione di preminenza sui ministri

che rappresenta e di cui è portavoce. La riluttanza dei ministri ad accettare un ruolo subalterno al presidente

però impediscono che venga resa operante tale norma. 15

Nel 1882 con la c.d. RIFORMA ZANARDELLI , si passa a un suffragio allargato. L’elettorato

ammesso al voto deve avere un’età di 21 anni (e non + 25) e deve versare 20 lire all’anno (anziché 40). Si

arriva così a circa 2 mln di votanti (vedi tabella sopra). Zanardelli è inoltre ricordato per il c.d. CODICE

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ZANARDELLI che apportò alcune innovazioni nel codice penale come l’abolizione della pena di morte.

Sul fronte politico, poi, la degenerazione della levatura morale dei parlamentari, dovuta all’allargamento del

suffragio, spinge il governo Depretis a presentare una legge sull’incompatibilità parlamentare (per la

verità già proposta con un testo simile da Minghetti nel 64) che poi, una volta votata e convertita in legge, si

trasforma più che altro in una regolamentazione sui casi di ineleggibilità.

Nel 1878, dopo esser stato confermato alla presidenza dal nuovo re, Umberto I, in seguito a una crisi politica

lascia il posto a CAIROLI che rimarrà comunque meno di un anno salvo poi tornare per un 2° mandato di

due anni circa nel 1879. Il suo secondo mandato fu fortemente condizionato dalla politica estera: la Francia,

dopo aver promesso di non condurre azioni militari in Tunisia da sempre territorio di interesse dell’Italia, nel

1881 la invade facendone un protettorato mentre l’Italia rimane a guardare. In parlamento, di fronte alle

critiche intorno a quello che fu chiamato “LO SCHIAFFO DI TUNISI” IL PdC Cairoli si deve dimettere.

Ebbe comunque il tempo di guadagnarsi una medaglia d’oro al valor militare per essersi lanciato in difesa del

re quando, l’anarchico Passannante tentò di pugnalarlo.

De Pretis poi è ricordato per aver rotto l’isolamento dell’Italia in politica estera. Il dubbio e il dibattito a quei

tempi era se appoggiare la Francia e l’Inghilterra (ma la Francia si era dimostrata cinica con la storia della

Tunisia) o se propendere per appoggiare la Germania e con essa anche l’Austria (che però era ovviamente

non ben vista dalla popolazione per motivi storici). Del resto Bismark si era dimostrato un valido alleato

quando, in occasione della guerra contro l’Austria e nonostante Custoza e Lissa, concesse il Veneto all’Italia.

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Depretis quindi propende per accordarsi con Germania e Austria dando vita alla triplice alleanza . Fu

sostenitore della campagna in Africa.

La Sinistra storica prese provvedimenti anche in campo amministrativo (dove attuò un decentramento

dei poteri) e in campo sociale, con l'introduzione di prime misure a difesa dei lavoratori. Furono inoltre

avviate numerose inchieste per esaminare le condizioni di vita della popolazione rurale (rilevarono una

diffusa malnutrizione, alta mortalità infantile, grande povertà e scarse condizioni igieniche, diffuso fenomeno

dell'emigrazione).

In generale, l’esperienza della sinistra si rivelò meno progressista di quello che aveva proclamato e, anzi,

ebbe una sorta di involuzione conservatrice.

14 Si tratta della c.d. Legge COPPINO dal nome del ministro proponente. C’è una particolarità importante: i costi

erano a carico dei comuni per cui si creò una diseguaglianza Nord-Sud/campagne-città.

15 Ministro della giustizia. Riceverà lo stesso incarico anche con Crispi.

16 Attenzione perché tale codice fu approvato nel 1889, sotto la presidenza del CRISPI.

17 La Triplice alleanza fu un patto militare difensivo stipulato nel 1882 a Vienna dagli imperi di Germania e Austria

(che già formavano la Duplice Alleanza) e dal Regno d'Italia. I 3 paesi promettevano di aiutarsi a vicenda militarmente

in caso di un attacco contro uno di essi da parte di due o più potenze straniere. Ad esso si contrapponeva la TRIPLICE

INTESA formata da UK, FRANCIA e RUSSIA.

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CRISPI (1887 – 1896)

1887 – 1891 CRISPI I; 1891 – 1892 RUDINI’; 1892 -1893 GIOLITTI I; 1893 – 1896 CRISPI II.

Alla morte di Depretis, nel 1887, il re nominò quale PdC nel segno della continuità l’allora ministro degli

interni, CRISPI (Crispi era stato già appunto ministro con Depretis e anche presidente della Camera nel

primo governo Depretis. Inoltre, apparteneva alla stessa corrente politica, la sinistra storica). Grande

decisionista, uomo forte dalla grande personalità si ispirava al cancelliere prussiano Bismarck ed era

scarsamente propenso alla mediazione politica (un po’ come in passato fece Cavour). Grande sostenitore

della spedizione dei mille, alla quale partecipò, era un anticlericale convinto. Egli sostenne strenuamente la

politica coloniale in Africa che segnò poi la sua ingloriosa fine. Adua, nel 1896, fu una delle più clamorose

disfatte europee in Africa!! Già noto al panorama politico del tempo, era stato ministro degli interni con

Depretis salvo poi essere messo un po’ in disparte per una decina di anni a causa di un’accusa per bigamia.

Importantissimo è l’idea che Egli aveva della corona. A differenza di quanto accaduto con il Depretis, che

aveva cercato e ottenuto una certa autonomia dalle ingerenze del re, Crispi, rifacendosi allo statuto,

sottolinea come il potere esecutivo sia una prerogativa esclusiva in capo al re. È il re che è capo dello stato e

capo del potere esecutivo e per tanto è libero di muoversi come meglio crede. Ma a rappresentare il re in

parlamento e nel governo doveva essere solo il PdC. Apertura, dunque, verso la corona con la quale aveva un

rapporto privilegiato. Al contrario del Depretis, che tendeva a prolungare il più possibile le sessioni

parlamentari, a creare equilibri precari, il Crispi spesso e volentieri optava per rivolgersi al re chiedendogli di

chiudere o prorogare le sessioni parlamentari (cioè bloccare i lavori per tempi indefiniti) laddove qualche

discussione potesse mettere in difficoltà l’esecutivo. Addirittura ricorreva al sovrano per enunciare il suo

programma di governo al parlamento. Ciò però porta, anche attraverso i fallimenti in politica estera, a

scoprire il Re. Gli insuccessi e i fallimenti finiscono per essere imputati all’incapacità del re, sebbene egli sia

per costituzione irresponsabile, gettando le basi per quella che sarà la crisi di fine secolo e il regicidio di

18

Monza .

Crispi, con un disegno di legge sui poteri del governo, torna a ribadire il primato decisionale dei PdC nel

gabinetto e istituisce la figura di Sottosegretario di Stato. Ottiene che il gabinetto si possa riorganizzare

all’occorrenza (gli uffici, la struttura, le dipendenze) tramite decreto legge e senza dover passare dal

parlamento. Come si ricorderà, chi in passato aveva insistito sul ruolo di preminenza del PdC sul gabinetto e

sul rapporto tra PdC e corona, era stato il Cavour (ma anche Depretis in forma minore). Questi si era posto

come alter ego del re, ponendosi quale suo unico interlocutore politico. Il re era il capo dello stato ma se

avesse voluto in qualche modo interagire con l’ordinamento politico istituzionale, avrebbe dovuto farlo per il

tramite del Cavour. Questa posizione privilegiata fu ottenuta grazie anche una forte base parlamentare fatta

non solo di deputati del suo stesso schieramento politico, la sinistra, ma anche grazie ai voti della destra

storica che con il trasformismo inaugurato da Depretis votano anche su provvedimenti del partito

avversario). Il Crispi non si presentò invece come punto di riferimento dell’opinione nazionale. Non si

presenta a Umberto I come capo di un vasto schieramento parlamentare rappresentativo dell’opinione

pubblica liberale ma come “uomo chiamato dal destino”.

Crispi è alla guida del governo per due trienni intermezzati dalle presidenze di Rudinì e Giolitti. Nel primo

triennio (1887 – 1891) non si può non ricordare:

− La riforma dell’ordinamento comunale e provinciale con la quale si rendono elettive le cariche di sindaco

e presidente provinciale (nasce poi la giunta provinciale col compito di vigilare sull’attività degli enti

locali); il Crispi attuò un vero e proprio decentramento amministrativo

− il potenziamento del consiglio di stato;

− il varo del nuovo codice penale (codice Zanardelli).

Dopo questo triennio si deve dimettere a causa di una crisi scoppiata in parlamento per motivi legati

all’ordine dei conti pubblici. Il re da l’incarico al Marchese RUDINI’ nel 1891 (uomo di destra che si occupò

di risanare i conti pubblici e di procedere con il decentramento amministrativo) salvo poi passare al I

governo Giolitti nel 1892 (Rudinì perde l’appoggio della corona volendo tagliare i fondi per le F.A.). Il I

governo Giolitti (che si mostrò da subito sensibile alla problematica dell’allargamento della base consensuale

dello stato attraverso le istituzioni parlamentari) contava tuttavia su un’esile maggioranza e fu travolto nel

18 Il re viene ucciso a Monza a colpi di rivoltella dall’anarchico Bresci il 29 luglio 1900.

17 19

1892 dallo “scandalo della banca romana” . La banca aveva distribuito più denaro di quanto ne avesse in

disponibilità, peraltro parte del denaro era falso. Giolitti tenta di opporsi alla commissione d’inchiesta anche

per coprire il re, il quale era fortemente indebitato con la banca e coinvolto dunque nella sporca faccenda.

Giolitti e Crispi furono accusati dal direttore della banca in galera di aver ricevuto illecitamente denaro.

Entrambi furono poi assolti, ma se Giolitti era stato esposto in prima persona da PdC e si era comunque

bruciato, Crispi riesce a uscirne pulito e, anzi, più forte politicamente tanto che nel 93, a seguito dell’acuirsi

della “crisi dei fasci siciliani dei lavoratori”, riceve l’incarico di formare un suo nuovo governo. Si tratta di

agitazioni sociali dovute al caro pane che Giolitti si era rifiutato di reprimere ricorrendo all’uso della forza.

Crispi era fermamente convinto che fossero state finanziate e fomentate da Paesi rivali stranieri, primo tra

tutti la Francia. Proclama lo stato d’assedio in Sicilia e Lunigiana, con fucilazioni sommarie e tribunali

militari a scapito di tanta povera gente che manifestava per ottenere migliori condizioni di vita. Il partito

20

socialista , nato in quegli anni quale “PARTITO DI MASSA” e ritenuto responsabile venne sciolto. Essendo

le camere sospese – Crispi aveva ottenuto una proroga delle sessioni – il PdC governa con il solo appoggio

del re: introduce nuove imposte, come quella sul consumo elettrico e del gas, e aumenta i dazi doganali.

Sul fronte della politica estera, il Crispi si concentra sull’Africa e in particolare pone la sua attenzione

sull’altopiano etiopico (vicino al Corno d’Africa, sopra ha eritrea sotto Somalia) ritenendo che questo possa

costituire zona d’espansione coloniale per l’Italia. L’Eritrea è già colonia d’Italia e lì a gestire il paese c’è un

governatore ex garibaldino. Crispi ha nel suo background ben chiara l’esperienza della Sicilia e della

spedizione dei mille dove in pochi, mille appunto, riuscirono ad avere la miglio su molti. È convinto che con

decisione, coraggio ed eroismo lo stesso schema possa essere riproposto in Etiopia dove spedisce 14.000

soldati poco addestrati contro un esercito di 80.000 soldati guidati dal NEGUS MENELIK II, addestrati e

soprattutto avvezzi a un clima proibitivo per gli italiani. Non tiene conto che la spedizione dei mille fu

appoggiata dall’esercito grazie al Cavour e dalla Mediterranean Fleet inglese. Il risultato fu una sonora

bastonata: la più grossa sconfitta mai registrata, ADUA! Crispi ne esce azzerato come uomo di governo.

LA CRISI DI FINE SECOLO (1896 – 1900)

All’uscita di scena di Crispi si apre un quadriennio estremamente turbolento che terminerà nel luglio del

1900 con il regicidio di Monza. Al governo sale prima RUDINI (2 mandato) e poi il Gen. PELLOUX.

Rudinì, ripristinato almeno formalmente il ruolo del parlamento, riuscì a disingaggiarsi dal pantano africano

(pace di Addis Abeba) ma poté fare poco per migliorare il disagio delle classi più povere che continuavano a

rappresentare il malessere generato dal caro pane. Si sarebbero dovute ridurre le spese militari che gravavano

sulle casse dello stato per il 40% per devolvere una somma consistente a quel proposito. Ma il re non ne

voleva sentire di tagliare i fondi militari (peraltro proprio su questa questione era caduto il suo primo

governo). Questa volta le agitazioni scoppiano violente a Milano e Rudinì decide di risolvere la situazione

utilizzando il pugno di ferro crispino. È di nuovo stato d’assedio e i cannoni sparano ad alzo zero sui

manifestanti. È di nuovo disastro. Nel parlamento è bagarre. C’è chi, come SONNINO, invoca un ritorno

allo statuto, azzerando quegli eccessi trasformisti inaugurati dalla sinistra che avevano fatto degenerare il

sistema. Era come azzerare quella serie di poteri che PdC e Ministri avevano col tempo sottratto al re, per

tornare a consegnare tutto nelle mani del sovrano. La formula il re regna ma non governa ha portato lo stato

alla deriva secondo Sonnino che lamenta un’eccessiva autonomia del gabinetto dal re e dal parlamento.

Praticamente impossibile. Rudinì ha fatto ormai il suo tempo, il re non riesce a trovare nessun leader politico

che possa far uscire il paese e il regno da quell’empasse e così assegna l’incarico, su suggerimento di

Giolitti, al Gen. PELLOUX, vicino anche alla sinistra. Pelloux mitiga gli eccessi repressivi del ministero

precedente. Cerca diversivi all’estero e s’imbarca in un’improbabile spedizione in Cina alla ricerca di una

base commerciale. Nel frattempo, sul fronte interno, per timori di agitazioni fuori controllo, porta il Paese a

regredire nella revoca del diritto di sciopero e nella limitazione dei diritti di associazionismo . Alla

camera si tenta per la prima volta e sulla scia dell’esperienza britannica l’ostruzionismo parlamentare per

ingessare l’azione del governo. Di tutta risposta, il generale cerca di modificare il regolamento della camera

ottenendo però così di consolidare ancor di più l’opposizione. Anche la magistratura si pronuncia

sull’illegittimità di quei decreti e il Generale si deve dimettere. Siamo al giugno del 1900. Per l’ultima volta

19 A seguito del riordino della banca romana venne fondata, nel 1893, la BANCA D’ITALIA.

20 Il PS nasce nel 1892 con l’esigenza di dar voce al proletariato fino ad allora escluso dalla vita politica del paese.

nello statuto elemento portante è la lotta per dare migliori condizioni ai lavoratori. Tra gli esponenti Filippo TURATI.

18

il re incarica di formare un governo il senatore SARACCO. Ritenuto responsabile delle dure repressioni

interne e dei fallimenti esteri, mai amato veramente sebbene noto con l’appellativo del “re buono”, Umberto

I viene ucciso il 29 luglio 1900 mettendo fine alla crisi di fine secolo. Si apre così un lungo periodo che vede

quale indiscusso protagonista GIOLITTI.

L’ETA’ GIOLITTIANA

Il quindicennio di inizio secolo, praticamente fino allo scoppio della 1 G.M. è detto quindicennio di

NORMALIZZAZIONE. Si viene ad un periodo difficile: il parlamento è interessato da un acceso dibattito su

ruoli, autorità, competenze, potere. Il rapporto tra corona parlamento e governo è in discussione. C’è chi

vorrebbe tornare ad una interpretazione più rigida dello statuto e c’è chi, approfittando dallo strappo creatosi

col regicidio di Monza vorrebbe muovere verso un liberismo più spiccato sul modello inglese. L’evoluzione

dell’assetto istituzionale passava per la soluzione di due problemi fondamentali: il suffragio elettorale

elitario (che limita la partecipazione popolare alla vita pubblica) e il centralismo amministrativo. Per

risolvere questi problemi si doveva intervenire sull’istruzione (il tasso di alfabetizzazione è ancora

bassissimo), sulla qualità della vita nei comuni e nel sud del paese e sulle leggi che vietano alle sigle

sindacali e alle associazioni di lavoratori di rappresentare gli interessi di queste classi (il Gen. Pelloux alla

fine dell’800 aveva ridotto queste libertà per timore di ulteriori disordini interni).

Vi è una grave situazione sociale (fame, caro pane, partito socialista sciolto da Crispi) e un precario

equilibrio istituzionale, c’è bisogno di resettare la situazione, di normalizzarla. E l’opportunità è data a

Giovanni GIOLITTI che, con un atteggiamento improntato alla strategia del ritiro dal fronte politico caldo,

all’allontanamento dal governo quando si verificano crisi o momenti difficili, finisce, come già aveva fatto il

Crispi per scoprire nuovamente la corona, senza riuscire a stabilizzare il sistema.

Giolitti, infatti, usava dimettersi o fare un passo in dietro laddove le situazioni più o meno incresciose

avessero potuto mettere in cattiva luce la sua figura. Ciò non piacque sicuramente al nuovo re, VEIII a

21

detta di molti il più professionale dei re d’Italia . Questi, infatti, gradiva un PdC serio, che assumesse le sue

responsabilità, poco avvezzo a “manovrette politiche”, a inciuci, che avevano l’unico scopo di andare avanti,

di far sopravvivere governi deboli. Il re era alla ricerca di uno stabile capo del governo, un leader forte,

sicuro, che portasse avanti il suo programma senza dover ricorrere a mezzucci che avrebbero portato

nuovamente a scoprire la corona. È probabilmente per questo che, nel 1922, per uscire dalla grave crisi che

colpiva il Paese, decide di porvi alla guida un uomo forte, un cancelliere italiano. Mussolini!

Come sappiamo, dopo l’esperienza del Generale Pelloux il governo viene guidato dal senatore SARACCO e

successivamente da ZANARDELLI (1901 - 1903). Dal 1903 al 1914 troviamo quella che è nota come ETA’

GIOLITTIANA. Giolitti regge in quegli anni il timone dello stato per circa 92 mesi, un periodo

lunghissimo. A dire il vero, il periodo di governo di Giolitti è interrotto da due censure: l’intermezzo

TITTONI-FORTIS-SONNINO (1905-1906) e quello SONNINO-LUZZATTI (1909-1911). Si tratta dunque

di tre sotto tranche in cui tra il 1903 e il 1914 il Giolitti e stato PdC. Nel 1905 Giolitti rassegna le dimissioni

per motivi di salute. Non tutti ci credono (guarda caso aveva un problema spinoso con le agitazioni dei

ferrovieri). Sta di fatto che finita l’esperienza SONNINO nel 1906, l’esaurimento nervoso di Giolitti

sembrava bello che sparito. Pare che, una volta esauritasi la debole successione di FORTIS (già vicino al

21 Figlio unico di cugini primi (VEII e Margherita di Savoia), cresce con una forte educazione militare (studia da

giovane alla Nunziatella) e sarà l’unico re ad affrontare 2 guerre mondiali, la fine dello stato liberale, il regime fascista e

la composizione della questione romana.

19

CRISPI) in appena 3 mesi, Giolitti abbia suggerito al re la successione di SONNINO (di destra) per

indebolirlo e levarselo di torno.

L’astuto Giolitti trova un pretesto per uscire di scena anche nel 1909. Sebbene abbia vinto le elezioni e sia

sostenuto da una schiacciante maggioranza in parlamento, una volta eletto si trova a dover affrontare lo

spinoso problema della razionalizzazione dei trasporti marittimi controllati in gran parte dalla Società

Generale di Navigazione finanziata dalla Banca Commerciale. Il clima in parlamento diventa incandescente,

i giornali cominciano a scandagliare nel torbido e Giolitti, temendo uno scandalo come quello della Banca

Romana mette in atto il suo ennesimo stratagemma. Presenta un DDL per tassare le successioni, ben sapendo

che la sua stessa maggioranza non lo avrebbe votato. E di fatti così è e il governo cade. Tocca di nuovo al suo

avversario, Sidney SONNINO che, visto che il re gli rifiuta lo scioglimento delle camere, è costretto dopo

pochissimo a fare un passo in dietro lasciando il campo per un anno a LUZZATTI. Un anno, fino a quando

Giolitti è nuovamente pronto a riprendersi il posto che sembra possa essere solo suo. Il programma con cui si

presenta per il suo IV governo è molto avanzato: riforma elettorale per giungere al SUFFRAGIO

UNIVERSALE MASCHILE (che ottiene portando i votanti dai 2 mln della riforma Zanardelli a 8 mln),

INA (che istituisce) e PENSIONI OPERAIE (che egli credeva di finanziare con gli introiti delle assicurazioni

sulla vita dell’INA ma che non riuscì a istituire a causa delle forti opposizioni).

Nel 1903 nel discorso alla camera, Giolitti cerca di convincere i suoi onorevoli colleghi che si debba

persuadere le classi dei lavoratori che i loro interessi possono essere rappresentati e tutelati in Parlamento.

Proprio per questo, tornando al governo, non si oppone, come prima, alla ventata reazionaria di fine secolo,

ma intraprende un'azione di convincimento nei confronti del Partito Socialista cercando di coinvolgerlo nel

governo (si rivolge direttamente a Filippo Turati, che vorrebbe persino come suo ministro). Nei confronti

delle agitazioni sociali il presidente del Consiglio mutò radicalmente tattica rispetto alle tragiche repressioni

dei governi precedenti secondo una filosofia nuova: i sindacati erano i benvenuti in quanto un'organizzazione

garantisce sempre e comunque maggior ordine rispetto ad un movimento spontaneo e senza guida; inoltre, e

le informative prefettizie lo dimostravano, gli scioperi avevano alla base motivazioni economiche e non

politiche e pertanto la dialettica tra le parti sociali avrebbe risolto le cose da sé. I precedenti governi, quindi,

ravvisando nelle agitazioni operaie un intento sovversivo, avevano commesso un tragico errore: la

repressione degli scioperi era espressione di una politica folle, che davvero avrebbe potuto scatenare una

rivoluzione. Lo Stato non doveva spalleggiare l'una o l'altra parte in conflitto; doveva semplicemente

svolgere una funzione arbitrale e mediatrice, limitandosi alla tutela dell'ordine pubblico.

Questi concetti, che oggi possono sembrare scontati, erano all'epoca considerati "rivoluzionari". I

conservatori criticarono duramente quello che per loro era un cedimento al sovversivismo e gli industriali

rimasero costernati quando si sentirono dire a chiare lettere che il governo non sarebbe assolutamente

intervenuto nei confronti degli scioperi e che, piuttosto, gli imprenditori si sarebbero dovuti rassegnare a

concedere adeguati aumenti salariali ai lavoratori. In questo contesto furono varate norme a tutela del

lavoro (in particolare infantile e femminile), sulla vecchiaia, sull'invalidità e sugli infortuni; i prefetti

furono invitati ad usare maggiore tolleranza nei confronti degli scioperi apolitici; nelle gare d'appalto

furono ammesse le cooperative cattoliche e socialiste.

Giolitti viene eletto con un programma improntato all’apertura verso quella classe di lavoratori i cui diritti

non sembravano rappresentati politicamente. Dice” io credo che bisogna mettere allo stesso livello di fronte

alla legge tanto il capitalista quanto il lavoratore..”. Nella sua idea lo stato non dovrebbe avere un interesse

nel tenere basso il salario dei lavoratori e nel favorire i capitalisti. Il governo deve essere imparziale con i

suoi cittadini anche perché con l’atteggiamento tenuto fino a quel momento, dice Giolitti con intelligenza, si

commette un grave errore politico, ci si inimica la maggioranza del paese.

Di sicuro, quando Giolitti diventa PdC nel 1903, considerata la sua tendenza progressista non gode

dell’appoggio della corona. È per questo che egli, a differenza del Crispi, cercherà sempre l’appoggio della

Camera dei Deputati. Anche egli ribadisce il primato del Presidente sul Gabinetto e intuisce che per

governare bene il paese è necessario che la Pubblica Amministrazione funzioni bene e in sintonia col

potere esecutivo. Volle inoltre inaugurare una stagione di OPERE PUBBLICHE NEL MEZZOGIORNO e

istituisce la Cassa DEPOSITI E PRESTITI (di moda in questo periodo). Crea l’INA (Istituto Nazionale

Assicurazioni) e riordina la giustizia amministrativa (sebbene gli fu criticato che questa era sempre

soggetta al potere esecutivo). Il governo con Giolitti diventa il nodo decisionale principale: è lì che si

decidono le linee d’azione, le strategie, che si indirizza la vita economica e sociale. L’intensa attività

legislativa del governo in quegli anni ne è testimonianza. Giolitti faceva spesso ricorso a varie tecniche per

20

risolvere situazioni incresciose: infornate di senatori, crisi extraparlamentari e lo stesso andare ad elezioni

per formare all’occorrenza maggioranze idonee ad uscire dall’empasse.

Tra le critiche mosse a Giolitti per il suo operato, ricordiamo che, nel tentativo di rendere efficiente la P.A., la

organizzò in modo rigidamente gerarchico, sullo stampo delle F.A. e che non procedette mai a un riordino

delle amministrazioni locali.

Nel 1913 ci sono le elezioni politiche. È la prima volta che si vota con il suffragio universale maschile

(SUM) istituito nel giugno del 1912. Tale SUM è stato un po’ il prezzo che Giolitti ha dovuto pagare per

limitare l’ostruzionismo dei Socialisti (la resistenza più forte viene da MUSSOLINI inserito nelle fila dei

socialisti) alla spinta colonizzatrice italiana in Africa e in particolare alla guerra Italo – Turca. Infatti dal

settembre del 1911 all’ottobre 1912 l’Italia combatte questa guerra con l’impero Ottomano che, peraltro,

subisce una decisiva sconfitta visto che l’Italia controlla molto efficacemente i flussi navali nel

Mediterraneo. Giolitti vuole la guerra per evitare che il nord dell’Africa e quindi il Mediterraneo diventino il

cortile di casa di Francia e Inghilterra (che conducevano una massiccia campagna di conquiste in Africa).

Dall’altro lato i socialisti avevano da guadagnarci con il SUM visto che molti loro elettori erano nelle fila dei

ceti operai. Giolitti comunque percepisce il pericolo derivante dagli scalpitanti socialisti, che cerca di

coinvolgere nelle sue fila. Si muove poi parallelamente per ottenere l’appoggio dei cattolici approfittando dei

timori del Papa nei confronti delle spinte riformiste dei socialisti e della tendenza di alcuni gruppi di cattolici

di appoggiare questi movimenti. Stipula quindi un accordo tra il suo schieramento liberale e l’Unione

22

Elettorale Cattolica Italiana presieduta da GENTILONI . Tale accordo passerà alla storia come PATTO

GENTILONI. L’accordo interrompe quel “Non expedit” di Pio IX per il quale era preclusa ai cattolici la

possibilità di partecipare all’attività politica del paese.

Con il patto Gentiloni le organizzazioni cattoliche si impegnavano a sostenere i candidati liberali che

avessero sottoscritto il rispetto di sette punti specifici riassumibili nel tenere un atteggiamento non ostile alla

chiesa, contraria soprattutto al divorzio e favorevole all’insegnamento della religione nelle scuole.

I risultati delle elezioni politiche del 1913 sancirono il grande successo del patto (che rimase comunque

sempre informale): i liberali di Giolitti ottennero il 51% dei voti e i socialisti incrementarono il numero dei

propri eletti (58). Si registrò però il distacco dalla maggioranza dei radicali che per protesta (non videro di

buon occhio la mossa con i cattolici) decisero di non appoggiare Giolitti (al contrario di quanto avevano fatto

con il 3 e 4 governo Giolitti).

Il risultato fu che, nonostante la vittoria, la situazione nella Camera dei Deputati era molto difficile. Le ali

progressiste in seno ai Socialisti e i radicali rendono la situazione molto tesa tanto che Giolitti, fiutando una

possibile crisi, nel marzo del 1914 si dimette. Ancora una volta lo fece a ragion veduta visto che ormai la

tensione era cresciuta a tal punto che nel giugno del 14 si assiste alla c.d. “SETTIMANA ROSSA”, una

settimana di manifestazioni e disordini guidata da MUSSOLINI, NENNI e MALATESTA per manifestare

contro le riforme introdotte di Giolitti. Congedandosi suggerisce al re di nominare Antonio SALANDRA,

calcolando che dal fallimento della politica di questi sarebbe potuto tornare al governo con la sinistra. Le

23

cose poi non andranno così perché i popolari di Don Luigi STURZO lo impediranno.

Il giolittismo è stato un tentativo di rinnovare lo stato liberale allargando le basi sociali del regime

parlamentare. Giolitti aveva tentato di parlamentarizzare i nuovi movimenti di massa. La sua era una

visione burocratica e parlamentare della politica. Il suo limite, se vogliamo, fu quello di abbandonare i

grandi temi della politica per dedicarsi a questioni più spicciole (protezionismo doganale, facilitazioni alle

banche ecc) tipiche della politica degli affari. Il parlamento era diventato una sorta di mercato in cui si

negoziavano grandi e piccoli favori. Una critica forte al Giolitti viene da coloro che gli attribuiscono lo

svilimento dei partiti (non esisteva più destra e sinistra ma accordi, interessi ecc.) dovuto al suo cinismo. Il

suo governo, si diceva sul giornale “la voce”, era un governo parlamentare e non nazionale, cioè circondato

da solida obbedienza di clientele nel parlamento e ad larga antipatia nel paese. Contro il Giolittismo e la

politica del “un colpo al cerchio e un colpo alla botte” (come la definì il TURATI - voleva accontentare tutti,

22 Nel mondo cattolico c’è chi vorrebbe appoggiare il movimento socialista, vicino alla popolazione e considerato

dall’opinione comune anarchico e insurrezionalista. C’è chi invece, come il Papa PIO X, preferisce una vicinanza col

mondo liberale, con la tradizione piuttosto che col “modernismo” di certe correnti politiche e sociali. È per questo che

nel 1909 il papa Pio X promuove la creazione dell’Unione Elettorale Cattolica Italiana, un’associazione laicale volta a

guidare i cattolici italiani nella vita politica. Alla guida dell’Unione il papa pone GENTILONI.

23 Don Luigi Sturzo fonda nel 1919 il Partito Popolare Italiano per dare voce ai cattolici fornendo un’alternativa al

Partito Socialista.

21

cattolici e socialisti a scapito delle idee di base appunto) si leva il sindacalismo, il nazionalismo e da lì in poi

partiti con identità precise come il Partito Popolare Italiano di Don Sturzo che vedeva ormai lo stato liberale

in crisi, vittima di politiche di accentramento, di intrighi di ateismo. Era come se con il Giolitti e il suo

personalismo lo stato liberale avesse perduto la sua coscienza nazionale. Si diffuse presto l’idea della

necessità di una rivoluzione morale, di scoprire un’Italia nuova.

E proprio una nuova Italia era lo slogan del Partito Nazionalista sorto tra il 1903 e il 1910 sull’idea di fare

un’inversione drastica, di ridare autorità allo stato, di riprendere la politica imperialista interrottasi con Adua.

Al partito Nazionalista aderirono intellettuali come D’Annunzio, Verga e Alfredo Rocco. Quest’ ultimo fu un

grande giurista italiano, a cui si deve il Codice Penale ancora oggi in uso. È considerato come l’architetto

dello stato fascista o dello “Stato FORTE”, visto che poi, confluendo il Partito Nazionalista in quello

fascista, le sue idee e i suoi scritti furono presi come base su cui costruire l’impalcatura del fascismo. Rocco

critica duramente il liberalismo e i parti risorgimentali a suo dire ormai degenerati. Solo il CRISPI si salvava.

Egli vedeva lo stato e l’interesse nazionale al centro e tutto il resto al servizio. Tutto doveva essere

funzionale a far crescere la nazione che era un organismo che trascendeva le esigenze dei singoli.

Imprenditori e sindacati dovevano essere assorbiti dallo stato e dovevano lavorare per la sua grandezza. Il

libero mercato doveva essere evitato in favore di un protezionismo che doveva far sviluppare l’economia

locale. Il governo doveva essere affidato ai più capaci per il bene della nazione. I cattolici e la religione

meritavano rispetto e attenzione perché creavano coesione. L’assolutismo statale offerto dal fascismo sembra

la soluzione migliore. Per questo diventerà uno dei più illustri esponenti del fascismo quando questo, nel

1925, assorbe il partito nazionalista. Il fascismo (nella sua mente) avrebbe ricostruito uno stato forte basato

sul principio dell’organizzazione, degli schemi, sul coinvolgimento ordinato delle masse nella vita del Paese.

Non più pochi a fare gli interessi di pochi (come nel liberalismo) ma i migliori a fare gli interessi del paese.

“tutto nello stato, nulla al di fuori dello stato, nulla contro lo stato”!

24

LA CRISI DELLO STATO MODERNO di Santi ROMANO 25

Santi Romano è stato un autorevole giurista italiano. Allievo di Vittorio Emanuele Orlando , professore di

diritto costituzionale e diritto amministrativo, ebbe una brillante carriera che lo portò a essere preside della

facoltà di giurisprudenza di Pisa. Nel 1934 aderì al fascismo (anche se fu più giurista nel fascismo che

giurista del fascismo) e fu nominato dal re VEIII senatore del regno. Cardine fondamentale di Romano è la

sua concezione del diritto che non è semplicemente una somma di norme ma, un’istituzione,

26

l’ordinamento basilare della società . Secondo lui lo stato moderno va in crisi perché non riesce più a farsi

interprete di una società che nel frattempo è cambiata. La società italiana di fine secolo, infatti, si è aperta

alle associazioni di lavoratori e sindacati quali enti preposti alla salvaguardia dei diritti dei lavoratori. Lo

stato di per sé, unitario e impersonale, subisce una duplice eclissi:

− sul piano speculativo rappresenta una finzione giuridica;

− sul piano reale viene scalzato dalle associazioni professionali che comprendono anche i servitori dello

stato;

Lo stato non riesce più a dominare questo movimento, questa voce crescente ma ne è dominato. Infatti, il

movimento sociale (che Romano definisce SINDACALISMO e CORPORATIVISMO) si governa con leggi

proprie e assume un atteggiamento antagonistico di fronte allo stato, mirando a sostituirsi ad esso.

È interessante osservare come il Romano attribuisca a questo crescente potere del sindacato una corrispettiva

incapacità rappresentativa da parte delle istituzioni politiche. La società non si rispecchia nello stato.

Questi sono i concetti espressi da Sante ROMANO nella “prolusione” ovvero nella lezione solenne tenuta

dal preside di giurisprudenza a Pisa all’atto dell’inaugurazione del 15 anno accademico.

Romani è interprete dei cambiamenti di una delicata fase storica che è quella di inizio secolo in cui l’ascesa

di partiti di massa come il Partito Socialista (che alle elezioni del 1909 prende il 20% dei voti) e più tardi del

Partito Popolare Italiano sono le conseguenze, tra l’altro dell’adozione del SUM.

24 1875 – 1947.

25 Giurista e politico italiano della prima metà del 900, sarà PdC dopo la disfatta di Caporetto dal 1917 al 1919.

26 Questo concetto è espresso nella sua opera principale “l’ordinamento giuridico”, di cui la prolusione risulta essere

una sorta di percorso preparatorio.

22

L’allargamento del suffragio consente la crescita del sistema amministrativo, l’aumento del numero degli enti

pubblici (come l’azienda autonoma delle ferrovie), l’aumento della burocrazia, lo sviluppo della legislazione

sociale. Si sviluppa il sindacalismo. Nel 1902 i sindacati passano da 200.000 iscritti dell’anno prima a

500.000 iscritti. Nel primo decennio del 900 cresce anche il sindacalismo cattolico e si sviluppa il

sindacalismo amministrativo. Ovviamente tutti questi sindacati significano voci in contraddizione con lo

stato e quindi scioperi, manifestazioni, rivolte a volte anche violente (come nella settimana rossa del 1914). I

sindacati sono per la distruzione della gerarchia, la formazione di parlamenti tecnici, l’autogestione dei

ministeri (tutte cose che facevano raggelare il sangue al sovrano sempre alla ricerca di personalità forti che

sapessero interpretare con decisione la confusione di quel periodo – finirà poi per questo per dare mandato a

Mussolini).

A inizi 900 lo stato non è più il re (l’Etat c’eist moi di Luigi XIV), il governo o il parlamento ma i

sindacati dei lavoratori che rappresentano l’insieme dei cittadini. Su questa spinta riformatrice (portata

dai movimenti dei lavoratori) nel 1908 la camera emana la prima legge sullo STATO GIURIDICO DEGLI

IMPIEGATI che garantiva diritti ai dipendenti pubblici e che, secondo alcuni, avrebbe dovuto

democratizzare l’azienda dello stato (quell’amministrazione pubblica ritenuta troppo gerarchizzata e rigida).

Tutti questi fenomeni erano interpretati dagli studiosi e dai politologi come lo “sgretolamento della

sovranità”, crisi del parlamentarismo o addirittura “nuovo medioevo”. A un certo punto gli stessi socialisti

riformisti come Turati e Bonomi capiscono che si sta andando oltre e che lo sciopero non possa essere

considerato come strumento “normale” di lotta. Si rischia che la lotta per la tutela di interessi specifici

(perseguiti da ogni sindacato) finisca per oscurare la tutela dei diritti generali, ovvero la salvaguardia

dell’unità e dell’impersonalità dello stato.

Romano matura le sue idee anche sulla base di un’opera del DUGUIT che ebbe molto successo e che si

ispirava, a sua volta, ai lavori del sociologo DURKHEIM. Sostanzialmente DUGUIT sostiene che il

sindacalismo sia un fatto, che lo stato in se non esista ma che esistano, al contrario, i governanti. Questi non

hanno diritti ma sono sottomessi al diritto, possono imporre obblighi solo se conformi al diritto. 27

Romano concorda con DUGUIT nel riconoscere e ammettere l’importanza dei sindacati e delle

corporazioni purché pero, dice Romano, rimangano sotto il controllo dello stato che è preposto a tutelare

l’interesse generale.

Nel 1922, un filosofo del diritto, Giuseppe Capograssi, autore, tra l’altro di un’opera intitolata “la nuova

democrazia diretta” critica l’eccessivo empirismo romaniano che, a suo dire, rende eccessivamente

problematico il concetto di diritto come fatto. Secondo Capograssi ogni ordinamento giuridico è frutto

dell’azione dal basso cioè è il risultato della vita sociale. Egli arriva a postulare l’autogoverno della società

tramite il diritto, data la socialità essenziale del diritto stesso.

Un altro pensatore politico di quel tempo, Gaetano MOSCA, si fa interprete di una profonda critica nei

confronti del parlamento, colpevole a suo dire di aver deviato dall’indirizzo iniziale in seno al liberismo e di

non essere più capace di garantire l’imparziale gestione della cosa pubblica.

IL PERCORSO DEI CATTOLICI

Nel 1871 si completa l’unificazione italiana con l’annessione di Roma (è papa Pio IX). Segue nello stesso

anno la legge sulle GUARENTIGE in seguito alla quale il Papa, totalmente amareggiato, nel 1874, lancia il

non expedit che vincola i cattolici e impedisce loro di partecipare alla vita politica del paese. I fedeli cattolici,

di contro, fondano una nuova organizzazione entro la quale ricondurre le loro attività sociali: l’ OPERA DEI

CONGRESSI DEI CATTOLICI ITALIANI. Scopo fondamentale dell'organizzazione era quello di tutelare

i diritti della Chiesa, ridotti ai minimi termini dopo l'unificazione italiana, promuovere le opere caritative

cristiane (dopo il loro scioglimento imposto dalla legislazione anti ecclesiastica), coordinando le attività

promosse dalle associazioni cattoliche. In politica l'organizzazione rispettava il divieto pontificio contenuto

nel non expedit. L’opera organizza congressi con cadenza annuale e ha, anche, un proprio bollettino.

Abbiamo visto come con la crisi di fine secolo scoppino numerose rivolte in tutta Italia fomentate dalle

nuove associazioni dei lavoratori e da nuovi partiti di massa. In particolare quella di Milano, sugella la

crescita esponenziale del partito socialista. Ne segue una violenta repressione da parte dello stato che, però,

colpisce anche i cattolici accomunati ai socialisti con l’etichetta di insurrezionalisti contro lo stato. L’opera

27 Il Sindacalismo è insieme la causa e l’effetto della scomparsa della credenza della sovranità popolare.

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Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gianluca.L di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia costituzionale italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Guglielmo Marconi - Unimarconi o del prof Ciampi Mario.

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