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Appunti e considerazioni propedeutici al superamento dell'esame di Scienze della comunicazione anno 2014/2015 tenuto dal prof Morcellini, Università di Roma corso base di comunicazione. Il documento permette una conoscenza esaustiva delle teorie principali della comunicazione.

Esame di Scienze della comunicazione docente Prof. M. Morcellini

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Accenni storici sulla nascita delle scienze della comunicazione

A differenza di altri ambiti, per la comunicazione, si è spesso costretti a dissipare una specie di cortina

fumogena prima di giungere al nocciolo scientifico dell’argomento.

Non è possibile dire precisamente che cosa si debba intendere con il concetto di comunicazione poiché

come si vedrà più avanti, non esiste una sola “idea” di comunicazione, bensì tante idee quante sono le

derivazioni scientifiche e culturali. La numerosità e la difficile conciliabilità degli episodi comunicativi

prodotti in una società come quella contemporanea, del resto, aiutano la confusione, ne risulta piuttosto

una chiara difficoltà di inquadramento dell’oggetto empirico.

Gli ostacoli sono riconducibili a due livelli:

a) le incertezze, i ritardi e l’esasperante eclettismo del complesso degli approcci scientifici.

b) Le particolari caratteristiche dell’oggetto-comunicazione che condivide tutta intera l’imprevedibilità

dell’azione umana e sociale, aggiungendo un’instancabile “esplosione tecnologica” e un’evoluzione

che ne rende i contorni sempre approssimativi.

Tra le più importanti trasformazioni subite dai processi comunicativi, debbono essere annoverate alcune

modifiche strutturali dei flussi comunicativi , ormai stabilizzate nella società contemporanea, che incidono

sul risultato complessivo dei processi, sul ruolo degli attori sociali coinvolti e sui quadri teorici implicati nella

spiegazione. Sarà sufficiente citare solo quelle decisive:

 L’incremento straordinario della facilità di accesso all’azione comunicativa;

 La moltiplicazione dei canali comunicativi e la semplificazione e automazione del loro

funzionamento che hanno indiscutibilmente lo scambio di informazioni, rafforzandone il carattere

di neutralità.

 L’ampiezza del raggio d’azione e d’influenza della comunicazione.

Misurando con approssimazione la distanza che separa ormai il concetto odierno di comunicazione da

quello tramandatoci dalla civiltà classica si può partire dalla radice del termine “comunicazione” che risale

ai verbi greci “rendere comune”, “unire” e “partecipare”, entrambi legati all’idea della comunità e al latino

communico (metto in comune, con-divido). Le azioni comprese in questa cornice terminologica instaurano

un complesso di connessioni significative basato sul semplice presupposto per cui “mettere al corrente”

qualcuno di qualcosa vuol dire anche, in certa misura, coinvolgerlo in un impegno comunitario. Oggi a

questo uso ideologico del termine, va considerata un estensione semantica del suo significato, ovvero

comprendere nel vocabolo comunicazione anche comportamenti sociali nuovi, legati al mutamento delle

condizioni storico-sociali. La struttura della società pre-moderna, rigidamente articolata in ceti e ispirata al

principio della gerarchia, disciplinava e controllava i contatti interpersonali (orizzontali) mediante una

pesante formalizzazione, ribadita dalla scarsa elasticità dei comportamenti comunicativi “pubblici”

(verticali). Se fino a non molto tempo fa l’archetipo dell’attività comunicativa si basava sul dialogo, sulla

falsariga delle situazioni colloquiali, ora invece la dimensione fondamentale di tutti gli approcci scientifici,

deve sempre più categoricamente essere marcata dalle nozioni di pluralismo e di complessità. La pluralità

irreversibile dei soggetti che vi partecipano, la complessità sempre crescente delle attività comunicative,

hanno polverizzato la struttura binaria del dialogo, dando luogo a forme comunicative che rendono

superato il modello “botta e risposta”.

La nascita della società moderna ha dato vita a un filone di studi sociologici di assoluto rilievo fra questi:

Tönnies con la contrapposizione fra “comunità” e “società”, quella di Durkheim tra “solidarietà meccanica”

e “solidarietà organica”, quella di Max Weber fra “agire tradizionale” e “agire razionale”. Non va

dimenticato che una parte rilevante della letteratura scientifica a poi studiato l’avvento dei mass media

dapprima come un flauto magico nelle mani di vari capi e capetti carismatici e poi come uno strumento di

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massificazione, di alienazione e di impoverimento culturale di strati sempre più larghi della popolazione. E’

in qualche modo mancata una riflessione su come e quanto la comunicazione influenzi la qualità e la

velocità dei processi di modernizzazione e, viceversa, come e quanto l’ascesa della modernità abbia

trasformato non soltanto le attività connesse alla comunicazione ma anche, sul piano teorico, le radici

stesse della nozione di agire comunicativo.

La moltiplicazione generalizzata delle possibilità comunicative hanno sottoposto a revisione e crisi profonda

tutti i paradigmi scientifici. La communication research nasce soprattutto negli Stati Uniti a partire dagli

anni Venti come punto d’incontro delle tradizioni scientifiche di varie provenienze.

Anche gli studi più specifici sulla comunicazione finiscono per rivelare, una multidisciplinarità obbligatoria e

alquanto speciale che non somiglia all’impegno coordinato verso un obiettivo unico, ma ad una diffidente

contesa.

Tuttavia si può riconoscere alla communication research il merito indiscutibile d’essere riuscita a stratificare

con il tempo un settore scientifico con fisionomia propria, sostanzialmente svincolato dall’analisi di tipo

linguistico e estraneo all’approccio retorico classico. Nel contesto pre-industriale e pre-moderno i

fenomeni comunicativi non riuscivano a generare una riflessione in termini specifici e globali, non esisteva

cioè un vero metadiscorso, essendo la comunicazione, esclusivamente esperita attraverso i criteri di

comprensibilità e di verità dei contenuti, senza riguardo per i suoi tratti generali e per gli effetti sociali che

produce. Quel che contava era il fine cui era rivolto l’atto comunicativo, cioè lo stabilirsi di un legame di

tipo razionale oppure affettivo. L’azione comunicativa era imputata di norma alla volontà dell’attore. Le

forme nuove della comunicazione hanno dilatato l’azione comunicativa, mettendola a confronto da un lato

con la sfera dell’irrazionalità e con la complessità delle motivazioni psicologiche e, dall’altro, con le

influenze provenienti dal sistema sociale. È dunque la particolare visibilità dei mezzi di comunicazione di

massa a istituire procedure operative e implicazioni sociali sostanzialmente diverse rispetto al passato, che

rendono imprescindibile un esame specifico, sia in termini di analisi scientifica che di verifica dei risultati

operativi. Tanto è vero che da più parti convergono proposte di chiavi teoriche inedite per interpretare alla

luce dei sistemi comunicativi il senso complessivo della società contemporanea. La più interessante è senza

dubbio quella racchiusa entro la definizione di “società dell’informazione”, le cui principali caratteristiche,

convergono nell’assegnare all’informazione, nella società contemporanea, il ruolo di risorsa più preziosa e

di mezzo di produzione più significativo.

La comunicazione di massa

La comunicazione contemporanea coincide essenzialmente nell’idea di comunicazione di massa. Si tende

cioè in generale a considerare la dimensione di “massa” non come una delle declinazioni, anche se

preminente, dell’azione comunicativa, bensì come una connotazione esclusiva: le comunicazioni di massa

vengono cioè identificate con la comunicazione tout court, o almeno con tutta la comunicazione della quale

è lecito occuparsi sistematicamente.

Si evidenzia allora due ordini di problemi:

1) L’idea della presenza di flussi comunicativi potenzialmente universali, di sistemi mass-mediali

socialmente invasivi e di una loro presenza talmente massiccia da spaventare per la sua pretesa

capacità d’assicurare consenso a qualunque ideologia.

2) Una radicalizzazione della distinzione tra micro e macro comunicazione.

Per quanto concerne il primo ambito problematico, un ruolo importante spetta alle conseguenze che

l’irruzione delle masse sulla scena storica, sociale e politica ha prodotto entro la sfera culturale. In primo

luogo la crescita del sistema delle comunicazioni di massa, soprattutto di quelle audiovisive, più moderne,

in una forma centralizzata e politicamente controllata ha messo più del dovuto in risalto l’uso

prevalentemente propagandistico che ne è stato fatto dai regimi dittatoriali tra le due guerre e da quelli

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“democratici” nel clima della “guerra fredda”. Questo ed altri fattori hanno condotto, in secondo luogo, ad

una eccessiva insistenza nel connotare la comunicazione come processo essenzialmente strumentale e

volontario. La strumentalità dell’atto comunicativo non può certo essere trascurata, ma la sua esasperata

enfatizzazione non può che produrre una visione angusta dell’intero processo segnata dalla prevalenza di

bullet theories.

Anche il requisito della volontarietà è stato un supporto per immagini a fosche tinte e, in tempi più recenti,

una garanzia che, sotto il nome di selettività, avrebbe reso il pubblico “refrattario” ai messaggi teorici. È

evidente che entrambi gli aspetti sono proprietà ineliminabili dei processi comunicativi, ma una riflessione

più serena ed aggiornata consente di chiarire, rispetto al primo, che gli effetti della comunicazione non

possono sempre essere definibili a partire dai singoli quadri motivazionali dei comunicatori e, rispetto al

secondo, che la mole, la frequenza e la rilevanza del sistema comunicativo odierno rendono sempre meno

plausibile la lettura dell’atteggiamento delle audience in chiave di difesa contro la persuasione.

Micro e macro comunicazione

Il secondo ambito problematico prende avvio dalla discriminazione tra la comunicazione di massa e tutto il

resto dei fenomeni comunicativi. Poiché questa suddivisione fonda la sua legittimità sul fatto che è il

sistema dei mass media a fornire la cifra più sicura e vistosa dei fenomeni comunicativi nella società

contemporanea, ha finito per orientare in modo irrevocabile la communication research sui fenomeni

macrocomunicativi.

Mentre gli approcci microcomunicativi andavano aggiornando molti paradigmi interpretativi sulla

comunicazione, le scienze sociali più intensamente coinvolte nella communicatione research si sono intanto

preoccupate di spogliare questa specifica azione umana dal suo carattere mentale, per sforzarsi di

ricondurla entro le coordinate del comportamento sociale osservabile razionalmente e scomponibile in una

serie di elementi da individuare con precisione e di effetti da rilevare sperimentalmente. In questo

atteggiamento è riscontrabile un’ampia consonanza con le correnti di stampo neopositivista, prevalente

nella prima metà di questo secolo, ed un’ancor più stretta influenza della psicologia comportamentista, che

hanno contribuito a sostanziare l’interpretazione generale della comunicazione come flusso massificato,

incontrollabile e minaccioso, come “fatto sociale” in qualche misura esterno all’uomo, inquadrato come

processo astratto, riconducibile a formule fisico-matematiche ed applicabile ai più svariati ambiti. Almeno

due sono i cardini sui quali si è poggiata questa fondazione di un paradigma scientifico specifico:

a) La vocazione analitica, tipica del pensiero moderno, e generalmente aliena dal considerare gli

aspetti unitari dei processi sociali e propensa piuttosto alla scomposizione dei fenomeni nei suoi

elementi costitutivi.

b) L’interesse sulla comunicazione come procedimento.

Tanto grande è la rilevanza dell’azione comunicativa nella costruzione sociale della realtà, quanto

inversamente proporzionale è l’interesse della communication research per quest’aspetto della vita

collettiva. In verità già negli anni Trenta l’interazionista Herbert Blumer rilevava l’influenza cognitiva del

cinema su alcune concezioni stereotipate dei giovani, ma almeno fino agli anni Settanta scarsa è stata

l’attenzione della ricerca empirica sul versante degli effetti a lungo termine della comunicazione.

Il rammarico diventa ancor più acuto se si pensa a come la communication research abbia sfiorato i nodi

essenziali della problematica, scoprendo l’importanza dei fenomeni comunicativi routinizzanti nella

percezione delle rilevanze tematiche pubbliche (agenda setting, questa ipotesi teorica sostiene che la

gente tende ad includere o escludere dalle proprie conoscenze, ciò che i media includono o escludono dal

proprio contenuto) e nella adesione a tavole di valori consolidati ( cultivation analysis, che ascrive ai media

un ruolo strategico nella costruzione delle rappresentazioni mentali della realtà sociale e ne fa un agente a

pieno titolo del processo di socializzazione) senza però, fornire ulteriori soddisfacenti formulazioni teoriche.

Del resto anche nel passaggio dallo studio degli effetti a breve termine a quello degli effetti a lungo

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termine, la ricerca canonica non è ancora giunta ad una chiara definizione di cosa si intenda per

problematica degli effetti.

Anche gli approcci micro sociologici non sono riusciti a dar vita ad una produzione teorica in grado di

mantenere la sua validità oltre l’ambito dei protocolli convenzionali.

La multidisciplinarietà della comunicazione.

Non va sottovalutata la natura ambigua di quei processi che denominiamo comunicativi. Per spiegare con

un esempio la natura di questo impaccio, si deve considerare la comunicazione come un’entità fissa, un

processo sociale determinato ovvero un semplice procedimento attraverso cui attivare scambi al livello

dell’azione sociale o della veicolazione del pensiero. Al contrario immaginando che la comunicazione sia

un’entità mobile, cioè un luogo dell’azione sociale in cui lo scambio è più impegnativo e prevede la

costruzione reciproca dei significati e un’attività di selezione attraverso i processi di rifiuto e di condivisione

dei contenuti. In entrambi i casi è possibile rendersi subito conto anzitutto della necessità di restare

all’interno di ciascun modello per mantenerne la coesione, ma anche del costo che comporta, il tentativo di

astrarre un’idea generale di comunicazione dalle sue singole e concrete manifestazioni ( una conversazione,

una trasmissione televisiva). Nella prima ipotesi infatti, quella del “procedimento”, viene valorizzato

l’aspetto tecnico ed esecutivo dell’atto comunicativo: il linguaggio, i dettami epistemologici, il sistema

logico-grammaticale, le connotazioni antropologiche, le stesse routines comunicative. Il processo

comunicativo finisce così per scolorire in una manifestazione episodica di strutture profonde che diventano

il vero oggetto d’indagine.

Nella seconda ipotesi, quella della “costruzione di senso”, nell’atto comunicativo si verifica la convergenza

di spinte diverse su uno spazio essenzialmente contrattuale, ciò implica un elevato grado di libertà che

costringe a continue sovrapposizioni disciplinari onde mantenergli una fisionomia propria.

Questa introduzione sui principali nodi problematici che rendono avventuroso il cammino delle scienze

della comunicazione, non sarebbe comunque completa se non rammentassimo la difficoltà di tracciare con

mano sicura un profilo storico degli studi. No solo bisognerebbe chiamare in causa lo sviluppo di quasi tutte

le scienze moderne, ma perfino in un ambito più limitato quale quello della communication research, non è

affatto così scontato parlare di un avvicendamento di “cifre comunicazionali” (ad esempio, ipodermica fino

agli anni Cinquanta e “interazionista” dagli anni Sessanta in poi). Le ricorrenti diatribe sull’influenza forte o

debole dei mezzi di comunicazione o la domanda se alla loro attività corrispondano funzioni generiche o

effetti precisi, hanno sovente esclusivo valore di sollecitazione. Lo stato attuale della ricerca, consente

appena di affermare proposizioni relative: i mass media esercitano effetti a breve termine o a lungo

termine, di mediazione sociale o di brain washing, forme di influsso che vanno da zero all’infinito, a

seconda dei contesti comunicativi, degli schemi applicati, del quadro delle interazioni fra elementi, della

configurazione del contesto, del tipo di medium coinvolto, della sua attualità e delle sue proprietà

produttive, contenutistiche ecc.

Prima di esplicitare in maniera più organica il discorso sulla incompiutezza delle fondamenta, e prima di

soffermarsi sui passaggi nodali di quest’”opera aperta” che è la scienza della comunicazione, è opportuno

procedere ad una sintetica ricostruzione storico-sistematica dello studio della comunicazione.

Si passerà quindi in una breve rassegna, nel capitolo successivo, anzitutto gli ambiti specifici che si sono

occupati di comunicazione prima ancora che il termine avesse le veste e la fortuna moderne, e in particolar

modo la filosofia del linguaggio, anche se qualche titolo vantano la retorica, la critica letteraria e, seppure

con qualche opportuna distinzione, la logica e l’epistemologia. 5

La filosofia del linguaggio

L’interesse della scienza per i sistemi di comunicazione elaborati dall’uomo rimonta agli albori della

speculazione filosofica. Ma fin dall’inizio l’attenzione si è andata focalizzando prevalentemente sul

linguaggio, cioè su quello che oggi verrebbe considerato “soltanto” un medium o – per essere più precisi – il

codice più rilevante attraverso cui il processo comunicativo viene generalmente espletato. Con il termine

linguaggio viene generalmente designato, nel lessico scientifico, un codice, o l’insieme di più codici umani

(verbali e non) o animali, che trasmettono, conservano ed elaborano informazione. Nell’uso comune

prevale invece di linguaggio come facoltà psicofisica di comunicare ed esprimersi attraverso suoni articolati.

Il primo problema che si presenta oggi, è quello della estensione del linguaggio e, in particolare, del

rapporto fra linguaggio e comunicazione. Se si considera il linguaggio come medium, è possibile attribuire

alla comunicazione lo status di processo generale di cui il linguaggio è manifestazione particolare, sotto

l’aspetto della costruzione, regolazione e interpretazione dei messaggi.

Designando come linguaggio l’insieme dei codici, e soprattutto riconducendovi anche fenomeni espressivi,

non sempre consci o addirittura trasgressivi o di invenzione di codici, si ripropone invece una tendenziale

identificazione del linguaggio con la comunicazione.

Una tale identificazione può essere assimilata, in questa versione moderna, al concetto di

informazionalismo, si denominano così gli approcci teorici sulla comunicazione che estendono la generica

necessità del linguaggio per la vita umana, giungendo alla considerazione dell’inconcepibilità della vita

stessa (dunque di quella umana, animale e vegetale) senza linguaggio, senza cioè circolazione codificata di

informazione.

Gli approcci moderni debbono comunque prendere atto dell’esistenza e dell’importanza di funzioni sociali

sempre più complesse, che resterebbero sicuramente indeclinabili se rinchiuse all’interno della definizione

di linguaggio.

I problemi dell’adeguatezza: il linguaggio, realtà e verità

Un secondo problema costruito come tale fin dalle origini stesse della filosofia del linguaggio e non ancora

risolto, riguarda la relazione fra linguaggio e realtà, ovvero quella dimensione d’analisi che Charles Morris

ha reintrodotto con il nome di «semantica». Le dottrine filosofiche sul linguaggio umano, cioè, trascuravano

le numerose componenti non linguistiche, le condizioni “esterne” e le “funzioni” del processo

comunicativo, quel che contava in definitiva, era solo il contenuto della comunicazione. L’ambizioso

traguardo dei filosofi del linguaggio, infatti, fu subito quello d’afferrare il legame segreto fra le parole e le

cose, fra le espressioni linguistiche e i loro “referenti” nella realtà. La contrapposizione tra approccio

“convenzionalista” e approccio “naturalista”, delineatosi a partire dal IV secolo, nella Grecia di Democrito e

di Platone, mette bene in evidenza come, pur esponendo punti di vista diametralmente opposti, il quadro

di riferimento resta per entrambi saldamente radicato nella congruenza fra parole e idee.

Nella sua insistenza sul distacco dell’uomo dalla realtà delle cose, Democrito era giunto ad una concezione

convenzionalistica del linguaggio, motivata dalla variabilità dei nomi e dalla irregolarità dei loro rapporti

con le cose designate. Platone invece, sviluppa una critica della concezione democritea che, approdando a

una perfetta equivalenza tra nomi e cose, giungeva infine all’individuazione del “nome ideale”, che

appartiene alla cosa per natura e che è lo stesso per tutti gli uomini, nonostante la parziale arbitrarietà

dell’attribuzione dei significati nel linguaggio corretto. La fase più antica della riflessione filosofica è quindi

profondamente segnata dalla tendenza a legare strettamente la riflessione sul linguaggio alla speculazione

metafisica. È con Aristotele, però, che giunge alla sua prima maturazione un altro dei problemi “storici”

dell’analisi sulla comunicazione: quello della corrispondenza tra linguaggio e verità. Aristotele finì per

considerare generalmente il linguaggio poco più d’un pretesto – utile soltanto per intuire le astuzie della

logica- poiché l’oggetto del sapere non consisteva per lui nel carattere probabilistico dell’opinione, ma in

quello della verità. Il sapere si fondava dunque sulla dimostrazione. L’analisi grammaticale occorse infatti al

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grande filosofo solo per stabilire empiricamente l’elenco delle categorie: i diversi generi di idee semplici,

immediate. Tutto il resto apparteneva alla logica.

La “rivoluzione aristotelica” non demoliva soltanto la struttura dialettica della ricerca della verità ma anche

l’alone mitologico che ancora circondava la parola. In un sistema di pensiero come quello precedente l’età

classica, non essendo ancora la verità frutto esclusivo dell’astrazione concettuale, risultava impossibile

separare la parola dalle sue funzioni: dalla lode, dal racconto liturgico, dal gesto rituale, dal pensiero mitico.

Ma la nuova impostazione dei problemi del linguaggio divenne presto tradizione e si perpetuò nella

grammatica speculativa medievale che, cercando nella parti del discorso le funzioni corrispondenti alle

categorie aristoteliche di forma, sostanza ecc., si configurava ancora come una ontologia del linguaggio.

L’età moderna assista ad una graduale emancipazione del linguaggio dalla logica, per vederlo accostarsi

sempre di più alla riflessione epistemologica. L’interesse degli studiosi si va dunque concentrando sulle

relazioni fra il linguaggio e l’acquisizione delle conoscenze. Sotto questo profilo, tre posizioni soprattutto

meritano di essere segnalate. Quella di Locke, che assegnò ai segni linguistici la funzione principale di

comunicare gli universali, le idee generali; quella di Condillac, secondo il quale lo sviluppo ultimo del

linguaggio in segni convenzionali consentiva di analizzare il pensiero, componendolo e scomponendolo; la

terza, infine, forse la più interessante sostenuta da Humboldt, in base alla quale il linguaggio assolveva

essenzialmente il compito di strutturare nell’uomo un articolato universo concettuale.

La linguistica

Gli studi linguistici nel Novecento ci consegnano il profilo di una scienza profondamente rinnovata rispetto

alla sua storia millenaria e protesa ad attingere in altri ambiti disciplinari una serie di interessi senza

precedenti. Alle radici del successo della linguistica nella cultura contemporanea possiamo collocare la

scelta teorica e metodologica impressa all’inizio del secolo da Ferdinand de Saussure. Le fondamentali

distinzioni da lui introdotte nel Corso di linguistica generale, come quella tra langue e parole, tra sincronia

e diacronia, tra rapporti sintagmatici e associativi, e alcune tesi di fondo, come quella dell’arbitrarietà del

segno, hanno avuto una vasta eco nella cultura contemporanea.

Langue e parole

La langue è per de Saussure il sistema astratto, il codice comune a tutti i parlanti che si servono di un dato

linguaggio; la parole è il concreto uso che di tale codice viene compiuto nei singoli atti linguistici.

La langue è il sistema nel suo complesso;

La parole rappresenta le manifestazioni reali del linguaggio scritto e parlato;

Sincronia e diacronia

Questa distinzione è stata introdotta da de Saussure per definire due diverse dimensioni dell’analisi di una

lingua. Nella considerazione sincronica del linguaggio si esamina uno stato determinato di lingua come

sistema di elementi; una considerazione diacronica analizza invece la successione degli stati sincronici di

una lingua.

De Saussure non intende però l’analisi diacronica come analisi della storia di un sistema linguistico, bensì

come analisi, nel tempo, di singoli elementi linguistici e la declassa pertanto a descrizione di aspetti

particolari, avulsi dal loro sistema.

L’arbitrarietà del segno

Se la lingua è per de Saussure un sistema di segni, il segno linguistico è da lui concepito come un’entità

composta da due parti indivisibili (come due facce della stessa medaglia): il significante e il significato.

Il significante è un suono che rimanda non alla “cosa” ma ad un “concetto”, cioè al significato.

Il segno linguistico è un’entità psichica a due facce, che può essere rappresentata dalla figura: 7

Questi due elementi (concetto e immagine acustica) sono intimamente uniti e si richiamano l’un l’altro.

L’idea saussuriana di “concetto” e “immagine acustica” è alla base della distinzione di Hjelmslev fra

“contenuto” ed “espressione”. De Saussure ridenomina poi il concetto e l’immagine acustica con i termini

di “significato” e “significante”.

Il rapporto tra significante e significato è di natura arbitraria , poiché il segno grafico o fonetico che

rappresenta il concetto non è collegato necessariamente al significato cui è connesso. La relazione tra

significante e significato è però garantita, per ogni stato linguistico, dalla langue come fatto sociale e non è

modificabile arbitrariamente da parte dei singoli parlanti.

Rapporti sintagmatici e associativi

Stante il carattere di arbitrarietà, i segni linguistici sono entità che non hanno un valore in sé, ma

acquistano senso solamente nelle loro differenze reciproche all’interno del sistema: il “valore” del segno

linguistico va dunque sempre rapportato al sistema di cui fa parte. I collegamenti fra i diversi segni possono

essere di due tipi: sintagmatici e paradigmatici. Il termine saussuriano è «associativi»: “paradigmatici” è

una correzione terminologica proposta successivamente da Hjelmslev e generalmente accettata. Hjelmslev

parlava di un asse paradigmatico, dimensione della langue e del codice, e di un asse sintagmatico,

dimensione della parole e del processo comunicativo. I rapporti sintagmatici, collocabili al livello della

parole, sono rapporti di contiguità: il valore del singolo segno è determinato dalla sua posizione e dal tipo di

contatto con i segni contigui.

I rapporti paradigmatici, collocabili al livello della langue, sono invece rapporti di opposizione tra unità

linguistiche. 8

Spiegandoci con un esempio, l’alfabeto costituisce un paradigma, ovvero un insieme di segni tra i quali si

effettuano alcune scelte che conducono alla formulazione di un messaggio. Le combinazioni di segni

ottenute sono i sintagmi. Tutti i messaggi comportano dunque la selezione da un paradigma e la

combinazione in un sintagma.

Nel corso del Novecento gli studi linguistici hanno vissuto un vero fermento e diversi approcci innovativi

hanno caratterizzato lo sviluppo della materia, a partire dal circolo linguistico di Praga, che accolse tra i più

grandi studiosi europei, e i cui poli di analisi furono la teoria fonologica e l’analisi del linguaggio poetico, e

l’opera di Jakobson. La struttura del suo modello individua da un lato i sei elementi essenziali della

comunicazione linguistica (fattori costitutivi dell’atto comunicativo), e dall’altro la rete delle funzioni che

ciascuno di questi elementi realizza:

Ogni funzione è orientata prevalentemente verso un fattore. Nella funzione emotiva si pone l’accento sul

mittente, essendo l’espressione dell’atteggiamento di chi parla su ciò ch’egli stesso dice. Nella funzione

referenziale, associabile alla formulazione di un messaggio informativo sulla realtà, l’enfasi cade sul

contesto (una terza persona, anche inanimata); in quella conativa (espressa dal vocativo o dall’imperativo)

sul destinatario. La funzione fàtica è quella che mantiene aperti i contatti della comunicazione (il classico

“Pronto!” telefonico) e quella metalinguistica, orientata verso il codice, verso il linguaggio stesso, serve ad

identificare il codice comunicativo effettivamente usato. La funzione poetica, infine è orientata sul

messaggio in quanto tale, attirando l’attenzione del destinatario sul messaggio stesso, che si rivela così

autoreferenziale.

Anche l’indirizzo teorico elaborato tra il 1930 e il 1950 dal Circolo linguistico di Copenaghen, denominato

glossematica, propone un pensiero appartato ed originale ma nello stesso tempo strettamente legato al

programma saussuriano. Il procedimento propugnato da Hjelmslev è infatti rigorosamente deduttivo. La

teoria deve essere generale e deve cogliere la lingua come una totalità autosufficiente, una struttura sui

generis.

La distinzione fra «espressione» e «contenuto» è stata introdotta da Hjelmslev per indicare i due piani dalla

cui connessione risultano qualunque segno, testo e sistema di segni. L’espressione corrisponde al piano dei

significanti e il contenuto a quello dei significati. Ma se il segno è dunque, un’entità generata dalla

connessione dei due piani, non possiamo automaticamente dedurre che il segno grafico «rosso» sia il segno

di un particolare colore. Nelle diverse lingue lo spettro cromatico viene organizzato in maniera differente e

perciò il colore in questione non è concepibile indipendentemente dalla segmentazione particolare

effettuata dalla lingua nella quale è espresso il segno grafico. Quindi, sul piano dei contenuti bisogna

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distinguere ulteriormente due livelli: la “forma del contenuto” e la “sostanza del contenuto”.

Analogamente, bisogna distinguere una forma e una sostanza dell’espressione. Ciascun piano, allora, è

costituito da una “materia” che, assumendo una “forma”, struttura la materia in “sostanza”. In ogni

semiotica, possono essere distinti un piano dell’espressione e un piano del contenuto, i quali unendosi,

danno luogo ad una semiotica “denotativa”.

Il processo semiotico va però oltre questa semplice funzione di base, che può a sua volta costituire il piano

dell’espressione per una semiotica “connotativa”.

Nel caso inverso, la semiotica denotativa può costituire il piano del contenuto, dando luogo ad una

“metasemiotica”, come è nel caso dei metalinguaggi. La linguistica ne costituisce un esempio: ci serviamo,

infatti di una lingua per parlare di una lingua.

I due piani del linguaggio (espressione e contenuto) sono stati ampiamente utilizzati nella linguistica

strutturale. Greimas, per esempio, utilizzando l’espressione distribuzionalista di Levin, secondo la quale le

unità poetiche sarebbero proiezioni degli schemi sintagmatici, costruisce due livelli gerarchici di

comunicazione poetica.

La linguistica statunitense 10

Negli anni Venti comincia ad acquistare una propria fisionomia anche la linguistica statunitense, per merito

di Sapir e Bloomfield. L’opera di Bloomfield ha dominato a lungo negli anni Trenta e Quaranta e si è ispirata

ad un’impostazione comportamentistica del rapporto tra linguaggio e pensiero e dando vita alla corrente

linguistica denominata distribuzionalismo. Secondo questa ottica, gli elementi linguistici erano descritti in

relazione alle strutture e ai contesti in cui si organizzano, e cioè secondo la loro “distribuzione”. La

scomposizione della frase nei suoi elementi “costituenti” giunge fino alle unità minime non più utilizzabili i

morfemi. Nonostante l’importante lascito nel campo dell’analisi morfemica, il distribuzionalismo non né

approdato a risultati compiuti ed è stato definitivamente messo in crisi dal generativismo. Corrente

linguistica identificata in larga misura con l’opera di Chomsky, i cui sviluppi stimolano ancora non soltanto

l’analisi del linguaggio ma anche altri aspetti della cultura contemporanea, come l’epistemologia, la

psicologia ecc.

Dagli scritti di Sapir invece, emerge una visione “umanistica” del linguaggio e la sua attenzione per la

complessità del fenomeno linguistico tende a sottolineare costantemente il carattere simbolico. La lingua

non è una semplice nomenclatura degli oggetti ma forma il pensiero ed è essa stessa una visione del

mondo. Questo concetto sviluppato da un suo allievo Whorf è tramandato negli studi come “l’ipotesi Sapir-

Whorf”. Essa afferma che i modelli culturali, i modi di pensare e la stessa struttura sociale sono

determinati dalla struttura del linguaggio usato in una particola cultura.

In una prospettiva ancora diversa si muove la grammatica generativo-trasformazionale di Chomsky.

Secondo il modello di analisi del linguaggio proposto da Chomsky, l’accoppiamento tra suoni e significati

non avviene mediante l’accesso a liste codificate di coppie, bensì attraverso il possesso di un sistema di

regole dal quale le liste di coppie si generano. La grammatica chomskiana punta dunque sulle “regole” e

non sugli “elenchi” di tipo distribuzionalista. La capacità di adoperare le regole per accedere ad un numero

infinito di frasi viene chiamato “ competenza” (competence) linguistica, mentre l’uso effettivo, il reale

comportamento di comprensione e produzione del linguaggio è detto “esecuzione” (performance).

Il dominio della sociolinguistica

Il termine sociolinguistica è entrato nell’uso scientifico da un tempo relativamente recente, da quando,

cioè, si è accentuato l’interesse per gli aspetti sociali dell’uso del linguaggio. Una prima e generale

distinzione fra sociologia del linguaggio e sociolinguistica definisce la prima come lo studio della lingua

come una variabile all’interno di una rete di relazioni sociali, la seconda invece, dovrebbe occuparsi delle

manifestazioni interne al sistema linguistico. Sulla stessa linea si situa la distinzione fra micro

sociolinguistica e macrosociolinguistica. All’interno della microsociolinguistica si inseriscono gli studi sulla

competenza comunicativa dei membri di un gruppo di parlanti, mentre la macrosociolinguistica si occupa

dell’analisi dei sistemi linguistici usati dai parlanti nelle dinamiche comunicative.

Hudson definisce la sociolinguistica come «lo studio della lingua in rapporto con la società», Greimas

oppone invece un progetto di scienza che abbia come scopo non solo l’analisi delle connotazioni sociali ma

che abbia la capacità di costituirsi come una «teoria generale della manifestazione e della produzione delle

significazioni sociali in tutti i tipi di società umana». La linea di studi che abbiamo già definito come micro

sociolinguistica, finisce col mettere in evidenza l’analisi delle interazioni linguistiche e in questo quadro si

situano gli studi delle regole della conversazione e del discorso, in una linea evolutiva che si snoda dalla

pragmatica di Austin e Searle, attraverso la teoria degli atti linguistici, fino all’analisi di Goffman.

Tutti gli enunciati sono secondo Austin e Searle, particolari tipi di azione sociale: in altri termini gli enunciati

svolgono precise funzioni come ordinare, dichiarare, minacciare ecc. Goffman, da una prospettiva

sociologica, ritiene che il linguaggio costituisca essenzialmente un’attività. Riassumendo gli assunti teorici

delle diverse scuole diremo che: la teoria degli atti linguistici secondo Austin (l’enunciatore compie

un’azione sociale) si può sintetizzare: 11

Di fatto l’atto locutivo di Austin è suddiviso da Searle nei due atti espressivo e proposizionale, la

dimensione retica è sdoppiata nelle dimensioni della referenza e della predicazione. L’interazionismo di

Goffman si può schematizzare in quattro punti:

Al solo scopo di completare l’elencazione dei nodi problematici è bene ricordare la prospettiva di Habermas

sugli universali pragmatici; lo studioso tedesco studiando la teoria di Austin, individua 5 classi di atti

linguistici, si cui solo quattro farebbero parte degli universali pragmatici.

1. Atti comunicativi: esprimono il senso del discorso.

2. Atti constativi: esplicitano il senso delle affermazioni.

3. Atti rappresentativi: esprimono il modo in cui l’enunciatore si autorappresenta al destinatario.

4. Atti regolativi: esprimono il senso del rapporto comunicativo accettato da parlanti e ascoltatori.

La quinta classe, quella degli atti esercitivi e comportamentali di Austin, è considerata invece “non

universale” in quanto tali atti presupporrebbero l’esistenza di istituzioni socioculturalmente determinate. 12

Come è facilmente avvertibile il percorso della sociolinguistica è strettamente intrecciato con quello della

linguistica e della ricerca sociologica. La sociolinguistica comunque, si muove entro confini ampi; accanto

allo studio microsociolinguistico, esiste una dimensione macro, in cui i sistemi linguistici di una comunità

sono indagati e posti in relazione con gli eventi comunicativi prodotti dal linguaggio e da contesto sociale.

In questo quadro si inseriscono gli studi sulla varietà linguistiche e dei fenomeni di bilinguismo e diglossia,

articolati in tre punti:

1. Rapporto varietà e situazioni d’uso (studio dei sub-codici e dei registri linguistici).

2. Rapporto varietà e distribuzione geografica dei parlanti (studio degli idioletti e delle lingue

regionali: dialettologia).

3. Rapporto varietà e stratificazione sociale dei parlanti (studio delle varietà sociali).

Tra le parole chiave specifiche di questo indirizzo vanno segnalate almeno:

 Repertorio linguistico = insieme delle varietà disponibili per una comunità di parlanti;

 Bilinguismo = compresenza in una comunità linguistica di due lingue;

 Diglossia = lingua “alta” (ufficiale) vs lingua “bassa” (quotidiana);

 Fenomeni di contatto = creazione di lingue diverse in caso di bilinguismo o diglossia.

I percorsi della semiotica

Tradizionalmente la semiotica viene definita come la scienza che studia la natura dei segni, la loro

produzione, trasmissione e interpretazione. Storicamente i segni privilegiati sono state le parole. I padri

fondatori della “scienza dei segni” sono indicati in Peirce e de Saussure. Le loro elaborazioni teoriche,

contengono significative diversità. La prima e più importante differenza è d’ordine complessivo e riguarda

la nozione stessa di segno. Per de Saussure il segno, anche quando non sia linguistico, è sempre

socialmente codificato (scrittura, segnali militari, ecc.) e perciò è fortemente determinato dai caratteri di

“intenzionalità” e “artificialità”: una sorta di artificio comunicativo che riguarda due esseri umani che

decidono deliberatamente di comunicare qualcosa. Nella riflessione di Peirce invece, non viene preso in

considerazione alcun interprete o soggetto cosciente. Nell’elaborazione di Peirce il segno è definito come

«qualcosa che sta a qualcuno per qualcosa sotto qualche rispetto o capacità. Si rivolge a qualcuno, cioè crea

nella mente di quella persona un segno equivalente, o forse un segno più sviluppato. Questo segno che

esso crea lo chiamo interpretante del primo segno». In questo modo il segno diventa representamen, cioè

l’espressione dell’oggetto stesso. Il rapporto fra i tre elementi, fra il segno (o representamen), l’oggetto e il

nuovo segno creato, l’interpretante, è schematizzabile in un triangolo: 13

L’interpretante (da non confondere con l’interprete) è un altro segno, una specie di “senso” del primo; in

effetti, l’interpretante è un’altra possibile rappresentazione dell’oggetto e può, a sua volta, dare vita a un

altro interpretante, dando luogo ad una semiosi illimitata. A seconda del rapporto dei segni con i loro

referenti, di contiguità, di similarità, di tipo convenzionale, il filosofo statunitense giunge a stabilire una

tripartizione in indici, icone e simboli. Nell’indice il rapporto è di natura fisica (il sintomo di una malattia, un

dito puntato su un oggetto); un segno iconico è quello atto a sostituire, per la sua somiglianza, l’oggetto (un

disegno, una fotografia, ecc.); il simbolo è representamen il cui carattere Rappresentativo consiste

precisamente nel suo essere una regola che determinerà il suo Interpretante, obbedendo a una struttura

convenzionale (come i segni linguistici).

Ancora oggi è legittimo parlare di una tradizione peirciana, che continua a cercare una teoria semiotica

capace d’includere una serie più ampia di fenomeni segnici, inclusi quelli non prodotti per fini comunicativi,

mentre possiamo parlare di una persistenza della tradizione saussuriana nel caso degli studiosi che

prendono in considerazione gli atti specificatamente comunicativi.

La semiologia di tradizione saussuriana, ha tentato di dilatare l’interpretazione del segno fino ad estendere

i suoi concetti alla semiotica generale, si deve però soprattutto a Roland Barthes la ripresa e la rilettura del

pensiero di de Saussure. Il semiologo francese attribuisce un’importanza centrale alla nozione di segno

inteso come elemento non problematico e formato dall’incontro di un significante appartenente al piano

dell’espressione e di un significato capace di esprimere la “rappresentazione psichica della cosa”. Il segno

allora, riesce a comunicare qualcosa in più del suo significato primario grazie al meccanismo della

connotazione; in pratica l’intero segno è assunto come significante e in tal modo si genera la possibilità di

associarvi un nuovo significato.

L’Ecole de Paris. L’approccio greimasiano

Il termine semiotica viene riproposto anche in ambito francofono da Greimas proprio per far risaltare le

differenze fra il proprio progetto teorico e la semiologia barthesiana. Insieme ai suoi collaboratori, riuniti

nel gruppo di ricerche semio-linguistiche attivato presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di

Parigi, egli pone l’accento sui meccanismi di generazione del senso, privilegiando i processi di significazione

rispetto a quelli di comunicazione. E’ quello che Greimas chiama il percorso generativo: questo percorso

parte dalle istanze generative più profonde, quelle logico-semantiche, per giungere ai piani semio-sintattici

più superficiali e infine attraverso le procedure di enunciazione, alla struttura narrativa di superficie.

Greimas propone una distinzione fra il livello semiotico profondo e il livello superficiale del discorso. Il

livello profondo è ulteriormente suddivisibile in strutture logico-semantiche e strutture semio-narrative:

entrambe si articolano in una componente sintattica e in una componente semantica (avremo così una

sintassi fondamentale e una semantica fondamentale, una sintassi narrativa di superficie e una semantica

narrativa). A questo livello interviene l’istanza dell’enunciazione, che, attraverso particolari procedure di

discorsivizzazione (débrayages e attanziali, temporali e spaziali), conduce a una sintassi discorsiva e a una

semantica discorsiva. Il percorso generativo è osservabile nello schema sotto: 14

Al livello semio-narrativo le unità semantiche minimali si relazionano in una dimensione oppositiva: da tale

relazione si costituisce il famoso “quadro semiotico”, che costituisce la struttura elementare della

significazione. 15

Nella prospettiva greimasiana un aspetto importante è costituito dallo schema narrativo, che dallo studioso

viene ripensato in termini di modalità. Lo schema canonico viene distinto in quattro segmenti autonomi

costituiti dal percorso del Soggetto e del Destinante; esso si costituisce di Manipolazione, Competenza,

Performanza, Sanzione.

L’atto pragmatico, inquadrato dalla dimensione cognitiva costituita dalla sanzione e dalla manipolazione, è

sintagmaticamente rappresentabile come nello schema sopra. L’atto è dunque inquadrato in una struttura

contrattuale; il racconto, pertanto, è la storia della realizzazione o del fallimento del contratto. Un ruolo

notevole è dunque assunto dal Destinante, si pensi al ruolo della pubblicità come Destinante nei programmi

narrativi del Soggetto consumatore, depositario ideologico dei valori che il soggetto tenta d’inscrivere nel

suo programma d’azione.

Ma il Destinante giudicatore diventa, un Destinante in cerca di un sapere vero con una competenza

variabile. In questa prospettiva la comunicazione non è intesa come un fare informativo ma come un atto,

un’azione che un uomo esercita su un altro uomo.

Nell’analisi dell’atto pragmatico è importante non dimenticare un’altra delle opposizioni fondamentali nel

pensiero di Greimas: quella fra assiologia e ideologia. Se le assiologie sono i sistemi di valori, le ideologie

son quegli stessi valori già assunti dai soggetti e quindi divenute finalità da raggiungere mediante lo

svolgimento di precisi programmi narrativi. 16

E’ a livello del discorso che si attuano operazioni di débrayage: l’enunciante, proietta all’esterno della

propria dimensione spaziale-temporale-attanziale, spazi, tempi e attori diversi da se stesso e dalle

dimensioni spazio-temporali dell’enunciazione.

Una delle grandi innovazioni della semiotica greimasiana consiste nell’introduzione del concetto di testo. Il

messaggio comunicativo è interpretato come un testo: cioè non vengono comunicati messaggi singoli,

bensì insiemi testuali. L’irruzione della nozione di testo nell’ambito degli studi mediologici ha favorito la

nascita del modello semiotico-testuale, la cui applicazione all’ambito della comunicazione di massa ha

avuto effetti positivi nello spostamento dell’attenzione dal rapporto codifica-decodifica all’asimmetria fra

emittente e ricevente.

Il passaggio da una semiologia della comunicazione a una semiotica della significazione ha condotto al

concetto di enunciazione. Ritorna così il grande tema della ricezione che era rimasto escluso dalle

elaborazioni post Barthes. In questo quadro Eco elabora la teoria della cooperazione interpretativa. Ogni

testo postula la cooperazione del lettore. Un testo dice Eco, è un prodotto la cui sorte interpretativa deve

far parte del proprio meccanismo generativo.

Es: nella strategia militare, lo stratega si disegna un modello di avversario. Se io faccio questa mossa,

azzardava Napoleone, Wellington dovrebbe reagire così. Se io faccio questa mossa, argomentava

Wellington, Napoleone dovrebbe reagire così. Nella fattispecie Wellington si è generato la propria strategia

meglio di Napoleone, Wellington di è costruito un Napoleone-modello che assomigliava al Napoleone

concreto più di quanto il Wellington-modello, immaginato da Napoleone, assomigliasse al Wellington

concreto. L’analogia può essere inficiata solo dal fatto che, in un testo, di solito l’autore vuole far vincere,

anziché perdere, l’avversario. Ma non è detto.

Gli ultimi sviluppi della semiotica hanno contribuito all’elaborazione di modelli più idonei all’interpretazione

e all’analisi della cultura di massa, in particolare del “media system”. Proprio a partire dall’ovvia

considerazione che nei media non avviene comunicazione in rapporto diretto, ha preso le mosse

l’elaborazione del modello semiotico-enunciazionale. In tale modello un enunciatore e un enunciata rio

proiettano reciprocamente le proprie e le altrui immagini sulla superficie significante del testo, col quale

interagiscono. In altre parole, si può dire che l’emittente determina la forma dei propri messaggi non

17

soltanto pensando ai contenuti da trasmettere, ma anche facendo delle inferenze e congetture sulle

possibili convinzioni, aspettative e comportamenti interpretativi dei destinatari; l’insieme delle proprietà

attribuite ipoteticamente a questi ultimi, costituiscono un simulacro del destinatario.

In questo modello comunicativo, l’enunciatore e l’enunciatario non sono più semplicemente l’emittente e il

ricevente dei messaggi, al contrario essi si configurano come soggetti dotati di competenza, per quanto di

competenza variabile. Ecco allora che la comunicazione, per Greimas e Courtés, diventa il confronto,

contrattuale o polemico, tra due soggetti che dispongono di una competenza. L’efficacia comunicativa,

allora, consiste «non tanto nella comunicazione ricevuta, quanto piuttosto nella comunicazione assunta. Se

assumere la parola dell’altro è in qualche modo credervi, allora si tratta di un dire per essere creduti».

In questo quadro assumono particolare rilievo gli studi di Greimas sul contratto di veridizione. E’ dal testo

stesso (e in particolare attraverso il meccanismo di débrayage) che discendono gli effetti di realtà, e la cui

attivazione nei testi mass-mediatici è di indubbio interesse anche per lo studio delle audiences. Il modello

semiotico-enunciazionale può essere rappresentato come nello schema

Interconnessioni

La semiotica ha interagito con molte altre discipline e scuole, producendo spesso percorsi originali, molto

fecondo, per esempio, è stato l’incontro fra la semiologia barthesiana, le analisi di Eco sui messaggi, e la

corrente degli studi sorta presso l’Università di Birmingham e nota come Cultural studies.

L’incontro fra gli approcci semiotici e l’analisi “culturalist” dei messaggi mediatici si nota già nell’accento

posto da Stuart Hall sui problemi delle modalità di decodifica. Stuart Hall, ad esempio, ritiene che l’attività

18

di lettura rifletta le condizioni materiali e sociali dei lettori e che, dunque, esista una qualche limitazione

della libertà del processo di decodifica. Le tre letture possibili proposte dallo studioso britannico hanno

accenti fortemente vicini alle problematiche legate al tema della decodifica aberrante, che Umberto Eco

elaborò già nel 1965, nel quadro del modello semiotico-informazionale. Eco ritiene che possa darsi

decodifica aberrante in quattro diverse modalità:

1. Incomprensione o rifiuto del messaggio per assenza di codice (il messaggio è segnale fisico non

decodificato o “rumore”).

2. Incomprensione del messaggio per disparità dei codici (il codice dell’emittente non è ben

compreso dal destinatario).

3. Incomprensione del messaggio per interferenze circostanziali (il codice dell’emittente è compreso

dal destinatario ma è modellato sul proprio “orizzonte d’attesa”).

4. Rifiuto del messaggio per delegittimazione dell’emittente (il codice dell’emittente è compreso dal

destinatario ma il senso viene stravolto per motivi ideologici).

La guerriglia semiologica (= decodifica intenzionalmente divergente).

Sullo stesso tema Stuart Hall elabora il modello encoding/decoding, rappresentato nello schema

Come evidenziabile dallo schema la lettura “negoziata” e quella “oppositiva” presumono delle audiences

attive, mentre la lettura “preferita” fa perno su un codice egemonico sentito come “naturale”.

Si noti come la negoziazione possa prevedere forme di decodifica “intenzionalmente” distorta, mentre la

lettura oppositiva è riconducibile alla decodifica ideologicamente aberrante che è alla base dell’idea della

guerriglia semiologica.

E’ sul concetto di testo che avviene l’incontro più fecondo fra la semiotica e le discipline mediologiche. Non

è un caso che nella riflessione degli studiosi di Birmingham assuma un ruolo notevole l’analisi del genere,

19

inteso come un insieme di regole testuali determinate da dinamiche socioculturali. I testi, non solo

producono le proprie possibili letture ma anche i propri lettori, il testo in sostanza, invita il lettore a

produrre possibili letture secondo strade in un certo senso obbligate.

Ma la semiotica è ormai efficacemente utilizzata anche nell’analisi delle dinamiche di consumo, negli studi

di marketing e via discorrendo. Proprio ricorrendo ai concetti echiani di ipocodifica e ipercodifica, nozioni

riconducibili a Umberto Eco, in cui per ipocodifica si intende «l’operazione per cui, in assenza di regole più

precise, porzioni macroscopiche di certi testi sono assunte come unità di un codice in formazione, capaci di

veicolare porzioni vaghe ma effettive di contenuto, anche se le regole combinatorie che permettono

l’articolazione analitica di tali porzioni espressive rimangono ignote.» e per ipercodifica si intende «l’agire in

due direzioni, da un lato l’assegnazione di significati a espressioni minime: le regole retoriche e

iconologiche sono di questo tipo. Dall’altro, date certe unità codificate, esse vengono analizzate in unità

minori a cui si assegnano nuove funzioni signiche.»

L’uso di questi due concetti permette di leggere un centro commerciale come un ipertesto che si dipana

sotto gli occhi del consumatore. Nel centro commerciale il consumatore, trovandosi di fronte a un deficit

informativo dovuto alla ridondanza di informazione presente, agisce per ipocodifica, cioè assume porzioni

macroscopiche di certi testi. La successiva analisi esplorativa di tali porzioni semantiche conduce il

consumatore ad effettuare un processo di ipercodifica: date certe unità codificate, esse vengono analizzate

in unità minori. In altri termini il consumatore penetra all’interno di un campo tematico e può discriminare

dettagli e peculiarità, può cioè effettuare una scelta di consumo.

La ricerca psicologica e sociologica

La psicologia e la psicologia sociale analizzano gli elementi generali dei processi comunicativi, tra cui quelli

extralinguistici, riassumibili nella definizione di “comunicazione non verbale”.

Un rilievo particolare alle problematiche comunicative, nell’ambito della psicologia, è stato attribuito, in

tempi recenti, al movimento cognitivista, uno dei più importanti della psicologia sperimentale

contemporanea; gran parte delle sue elaborazioni teoriche hanno infatti contribuito a valorizzare il ruolo

della comunicazione nella formazione della personalità, nella determinazione della condotta umana e nello

svolgimento dei processi mentali. Il cognitivismo ha focalizzato i principali filoni di ricerca sulla percezione,

l’attenzione, la memoria, il ragionamento e soprattutto il linguaggio.

Le influenze della teoria dell’informazione e della cibernetica forniscono al tradizionale impianto

psicologico un modello dell’organismo umano come sistema complesso, che elabora informazioni e

seleziona gli elementi in entrata, trasformandoli ed immagazzinandoli, e risulta così in grado di raggiungere

decisioni in base alle scelte compiute e non alla predeterminazione degli stimoli ricevuti e assimilando,

sotto il profilo del funzionamento, la mente umana ad un sistema comunicativo “informazionale”: la

struttura psichica agisce cioè come una elaboratrice attiva della informazioni che giungono dagli organi

sensoriali.

L’indagine sociologica

Una prima, ed assai generica, differenza fra l’approccio psicologico e quello sociologico potrebbe essere

individuata attraverso un criterio meramente quantitativo: la psicologia si occuperebbe dei problemi

comunicativi del singolo individuo e la sociologia invece dei problemi della comunicazione di massa e dei

suoi strumenti privilegiati rappresentati dai mass media.

Tuttavia bisogna premettere che molti dei contributi più interessanti nello studio della comunicazione in

contesti macrosociali provengono dagli ambiti della psicologia.

Una suddivisione calzante, sebbene ancora molto semplicistica, è quella di attribuire alla sociologia l’analisi

dei sistemi comunicativi nel loro complesso e delle loro funzioni all’interno della società. Anche

quest’ambito è condotto a subordinare le componenti comunicative alle condizioni esterne entro cui il

processo si svolge. Come l’orientamento psicologico, privilegiando gli eventi psichici, considera processi i

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione pubblica e d'impresa
SSD:
A.A.: 2015-2016

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