Introduzione
Sunto per l’esame di scienze della comunicazione Anno 2013/14 Università di Roma La Sapienza Prof: Mario Morcellini/Fatelli. Testo d’esame: Le scienze della comunicazione, modelli e percorsi disciplinari.
Elaborato personale del testo consigliato dal docente per l’esame di scienze della comunicazione. Il sunto dell’esame è una mia personale elaborazione del testo e degli appunti presi a lezione e contiene una introduzione sulla multidisciplinarità della comunicazione, con riferimenti all’influenza della semiotica, linguistica e sociolinguistica. Una rapida escursione dei modelli, teorie, e paradigmi che hanno contraddistinto gli studi comunicativi dai primi anni del Novecento ad oggi.
Accenni storici sulla nascita delle scienze della comunicazione
A differenza di altri ambiti, per la comunicazione, si è spesso costretti a dissipare una specie di cortina fumogena prima di giungere al nocciolo scientifico dell’argomento. Non è possibile dire precisamente che cosa si debba intendere con il concetto di comunicazione poiché, come si vedrà più avanti, non esiste una sola “idea” di comunicazione, bensì tante idee quante sono le derivazioni scientifiche e culturali.
La numerosità e la difficile conciliabilità degli episodi comunicativi prodotti in una società come quella contemporanea, del resto, aiutano la confusione, ne risulta piuttosto una chiara difficoltà di inquadramento dell’oggetto empirico. Gli ostacoli sono riconducibili a due livelli:
- Le incertezze, i ritardi e l’esasperante eclettismo del complesso degli approcci scientifici.
- Le particolari caratteristiche dell’oggetto-comunicazione che condivide tutta intera l’imprevedibilità dell’azione umana e sociale, aggiungendo un’instancabile “esplosione tecnologica” e un’evoluzione che ne rende i contorni sempre approssimativi.
Tra le più importanti trasformazioni subite dai processi comunicativi, debbono essere annoverate alcune modifiche strutturali dei flussi comunicativi, ormai stabilizzate nella società contemporanea, che incidono sul risultato complessivo dei processi, sul ruolo degli attori sociali coinvolti e sui quadri teorici implicati nella spiegazione. Sarà sufficiente citare solo quelle decisive:
- L’incremento straordinario della facilità di accesso all’azione comunicativa.
- La moltiplicazione dei canali comunicativi e la semplificazione e automazione del loro funzionamento che hanno indiscutibilmente lo scambio di informazioni, rafforzandone il carattere di neutralità.
- L’ampiezza del raggio d’azione e d’influenza della comunicazione.
Misurando con approssimazione la distanza che separa ormai il concetto odierno di comunicazione da quello tramandatoci dalla civiltà classica, si può partire dalla radice del termine “comunicazione” che risale ai verbi greci “rendere comune”, “unire” e “partecipare”, entrambi legati all’idea della comunità e al latino communico (metto in comune, con-divido). Le azioni comprese in questa cornice terminologica instaurano un complesso di connessioni significative basato sul semplice presupposto per cui “mettere al corrente” qualcuno di qualcosa vuol dire anche, in certa misura, coinvolgerlo in un impegno comunitario. Oggi a questo uso ideologico del termine, va considerata un’estensione semantica del suo significato, ovvero comprendere nel vocabolo comunicazione anche comportamenti sociali nuovi, legati al mutamento delle condizioni storico-sociali.
La struttura della società pre-moderna, rigidamente articolata in ceti e ispirata al principio della gerarchia, disciplinava e controllava i contatti interpersonali (orizzontali) mediante una pesante formalizzazione, ribadita dalla scarsa elasticità dei comportamenti comunicativi “pubblici” (verticali). Se fino a non molto tempo fa l’archetipo dell’attività comunicativa si basava sul dialogo, sulla falsariga delle situazioni colloquiali, ora invece la dimensione fondamentale di tutti gli approcci scientifici, deve sempre più categoricamente essere marcata dalle nozioni di pluralismo e di complessità. La pluralità irreversibile dei soggetti che vi partecipano, la complessità sempre crescente delle attività comunicative, hanno polverizzato la struttura binaria del dialogo, dando luogo a forme comunicative che rendono superato il modello “botta e risposta”.
La nascita della società moderna ha dato vita a un filone di studi sociologici di assoluto rilievo fra questi: Tönnies con la contrapposizione fra “comunità” e “società”, quella di Durkheim tra “solidarietà meccanica” e “solidarietà organica”, quella di Max Weber fra “agire tradizionale” e “agire razionale”. Non va dimenticato che una parte rilevante della letteratura scientifica ha poi studiato l’avvento dei mass media dapprima come un flauto magico nelle mani di vari capi e capetti carismatici e poi come uno strumento di massificazione, di alienazione e di impoverimento culturale di strati sempre più larghi della popolazione. È in qualche modo mancata una riflessione su come e quanto la comunicazione influenzi la qualità e la velocità dei processi di modernizzazione e, viceversa, come e quanto l’ascesa della modernità abbia trasformato non soltanto le attività connesse alla comunicazione ma anche, sul piano teorico, le radici stesse della nozione di agire comunicativo.
La moltiplicazione generalizzata delle possibilità comunicative ha sottoposto a revisione e crisi profonda tutti i paradigmi scientifici. La communication research nasce soprattutto negli Stati Uniti a partire dagli anni Venti come punto d’incontro delle tradizioni scientifiche di varie provenienze. Anche gli studi più specifici sulla comunicazione finiscono per rivelare, una multidisciplinarità obbligatoria e alquanto speciale che non somiglia all’impegno coordinato verso un obiettivo unico, ma a una diffidente contesa. Tuttavia si può riconoscere alla communication research il merito indiscutibile d’essere riuscita a stratificare con il tempo un settore scientifico con fisionomia propria, sostanzialmente svincolato dall’analisi di tipo linguistico e estraneo all’approccio retorico classico.
Nel contesto pre-industriale e pre-moderno i fenomeni comunicativi non riuscivano a generare una riflessione in termini specifici e globali, non esisteva cioè un vero metadiscorso, essendo la comunicazione esclusivamente esperita attraverso i criteri di comprensibilità e di verità dei contenuti, senza riguardo per i suoi tratti generali e per gli effetti sociali che produce. Quel che contava era il fine cui era rivolto l’atto comunicativo, cioè lo stabilirsi di un legame di tipo razionale oppure affettivo. L’azione comunicativa era imputata di norma alla volontà dell’attore. Le forme nuove della comunicazione hanno dilatato l’azione comunicativa, mettendola a confronto da un lato con la sfera dell’irrazionalità e con la complessità delle motivazioni psicologiche e, dall’altro, con le influenze provenienti dal sistema sociale. È dunque la particolare visibilità dei mezzi di comunicazione di massa a istituire procedure operative e implicazioni sociali sostanzialmente diverse rispetto al passato, che rendono imprescindibile un esame specifico, sia in termini di analisi scientifica che di verifica dei risultati operativi.
Tanto è vero che da più parti convergono proposte di chiavi teoriche inedite per interpretare alla luce dei sistemi comunicativi il senso complessivo della società contemporanea. La più interessante è senza dubbio quella racchiusa entro la definizione di “società dell’informazione”, le cui principali caratteristiche convergono nell’assegnare all’informazione, nella società contemporanea, il ruolo di risorsa più preziosa e di mezzo di produzione più significativo.
La comunicazione di massa
La comunicazione contemporanea coincide essenzialmente nell’idea di comunicazione di massa. Si tende cioè in generale a considerare la dimensione di “massa” non come una delle declinazioni, anche se preminente, dell’azione comunicativa, bensì come una connotazione esclusiva: le comunicazioni di massa vengono cioè identificate con la comunicazione tout court, o almeno con tutta la comunicazione della quale è lecito occuparsi sistematicamente.
Si evidenzia allora due ordini di problemi:
- L’idea della presenza di flussi comunicativi potenzialmente universali, di sistemi mass-mediali socialmente invasivi e di una loro presenza talmente massiccia da spaventare per la sua pretesa capacità d’assicurare consenso a qualunque ideologia.
- Una radicalizzazione della distinzione tra micro e macro comunicazione.
Per quanto concerne il primo ambito problematico, un ruolo importante spetta alle conseguenze che l’irruzione delle masse sulla scena storica, sociale e politica ha prodotto entro la sfera culturale. In primo luogo la crescita del sistema delle comunicazioni di massa, soprattutto di quelle audiovisive, più moderne, in una forma centralizzata e politicamente controllata ha messo più del dovuto in risalto l’uso prevalentemente propagandistico che ne è stato fatto dai regimi dittatoriali tra le due guerre e da quelli “democratici” nel clima della “guerra fredda”. Questo ed altri fattori hanno condotto, in secondo luogo, a una eccessiva insistenza nel connotare la comunicazione come processo essenzialmente strumentale e volontario. La strumentalità dell’atto comunicativo non può certo essere trascurata, ma la sua esasperata enfatizzazione non può che produrre una visione angusta dell’intero processo segnata dalla prevalenza di bullet theories.
Anche il requisito della volontarietà è stato un supporto per immagini a fosche tinte e, in tempi più recenti, una garanzia che, sotto il nome di selettività, avrebbe reso il pubblico “refrattario” ai messaggi teorici. È evidente che entrambi gli aspetti sono proprietà ineliminabili dei processi comunicativi, ma una riflessione più serena ed aggiornata consente di chiarire, rispetto al primo, che gli effetti della comunicazione non possono sempre essere definibili a partire dai singoli quadri motivazionali dei comunicatori e, rispetto al secondo, che la mole, la frequenza e la rilevanza del sistema comunicativo odierno rendono sempre meno plausibile la lettura dell’atteggiamento delle audience in chiave di difesa contro la persuasione.
Micro e macro comunicazione
Il secondo ambito problematico prende avvio dalla discriminazione tra la comunicazione di massa e tutto il resto dei fenomeni comunicativi. Poiché questa suddivisione fonda la sua legittimità sul fatto che è il sistema dei mass media a fornire la cifra più sicura e vistosa dei fenomeni comunicativi nella società contemporanea, ha finito per orientare in modo irrevocabile la communication research sui fenomeni macrocomunicativi.
Mentre gli approcci microcomunicativi andavano aggiornando molti paradigmi interpretativi sulla comunicazione, le scienze sociali più intensamente coinvolte nella communication research si sono intanto preoccupate di spogliare questa specifica azione umana dal suo carattere mentale, per sforzarsi di ricondurla entro le coordinate del comportamento sociale osservabile razionalmente e scomponibile in una serie di elementi da individuare con precisione e di effetti da rilevare sperimentalmente. In questo atteggiamento è riscontrabile un’ampia consonanza con le correnti di stampo neopositivista, prevalente nella prima metà di questo secolo, ed un’ancor più stretta influenza della psicologia comportamentista, che hanno contribuito a sostanziare l’interpretazione generale della comunicazione come flusso massificato, incontrollabile e minaccioso, come “fatto sociale” in qualche misura esterno all’uomo, inquadrato come processo astratto, riconducibile a formule fisico-matematiche ed applicabile ai più svariati ambiti. Almeno due sono i cardini sui quali si è poggiata questa fondazione di un paradigma scientifico specifico:
- La vocazione analitica, tipica del pensiero moderno, e generalmente aliena dal considerare gli aspetti unitari dei processi sociali e propensa piuttosto alla scomposizione dei fenomeni nei suoi elementi costitutivi.
- L’interesse sulla comunicazione come procedimento.
Tanto grande è la rilevanza dell’azione comunicativa nella costruzione sociale della realtà, quanto inversamente proporzionale è l’interesse della communication research per quest’aspetto della vita collettiva. In verità già negli anni Trenta l’interazionista Herbert Blumer rilevava l’influenza cognitiva del cinema su alcune concezioni stereotipate dei giovani, ma almeno fino agli anni Settanta scarsa è stata l’attenzione della ricerca empirica sul versante degli effetti a lungo termine della comunicazione. Il rammarico diventa ancor più acuto se si pensa a come la communication research abbia sfiorato i nodi essenziali della problematica, scoprendo l’importanza dei fenomeni comunicativi routinizzanti nella percezione delle rilevanze tematiche pubbliche (agenda setting, questa ipotesi teorica sostiene che la gente tende ad includere o escludere dalle proprie conoscenze ciò che i media includono o escludono dal proprio contenuto) e nella adesione a tavole di valori consolidati (cultivation analysis, che ascrive ai media un ruolo strategico nella costruzione delle rappresentazioni mentali della realtà sociale e ne fa un agente a pieno titolo del processo di socializzazione) senza però, fornire ulteriori soddisfacenti formulazioni teoriche.
Del resto anche nel passaggio dallo studio degli effetti a breve termine a quello degli effetti a lungo termine, la ricerca canonica non è ancora giunta ad una chiara definizione di cosa si intenda per problematica degli effetti. Anche gli approcci microsociologici non sono riusciti a dar vita ad una produzione teorica in grado di mantenere la sua validità oltre l’ambito dei protocolli convenzionali.
La multidisciplinarità della comunicazione
Non va sottovalutata la natura ambigua di quei processi che denominiamo comunicativi. Per spiegare con un esempio la natura di questo impaccio, si deve considerare la comunicazione come un’entità fissa, un processo sociale determinato ovvero un semplice procedimento attraverso cui attivare scambi a livello dell’azione sociale o della veicolazione del pensiero. Al contrario immaginando che la comunicazione sia un’entità mobile, cioè un luogo dell’azione sociale in cui lo scambio è più impegnativo e prevede la costruzione reciproca dei significati e un’attività di selezione attraverso i processi di rifiuto e di condivisione dei contenuti. In entrambi i casi è possibile rendersi subito conto anzitutto della necessità di restare all’interno di ciascun modello per mantenerne la coesione, ma anche del costo che comporta, il tentativo di astrarre un’idea generale di comunicazione dalle sue singole e concrete manifestazioni (una conversazione, una trasmissione televisiva).
Nella prima ipotesi infatti, quella del “procedimento”, viene valorizzato l’aspetto tecnico ed esecutivo dell’atto comunicativo: il linguaggio, i dettami epistemologici, il sistema logico-grammaticale, le connotazioni antropologiche, le stesse routines comunicative. Il processo comunicativo finisce così per scolorire in una manifestazione episodica di strutture profonde che diventano il vero oggetto d’indagine. Nella seconda ipotesi, quella della “costruzione di senso”, nell’atto comunicativo si verifica la convergenza di spinte diverse su uno spazio essenzialmente contrattuale, ciò implica un elevato grado di libertà che costringe a continue sovrapposizioni disciplinari onde mantenergli una fisionomia propria.
Questa introduzione sui principali nodi problematici che rendono avventuroso il cammino delle scienze della comunicazione, non sarebbe comunque completa se non rammentassimo la difficoltà di tracciare con mano sicura un profilo storico degli studi. Non solo bisognerebbe chiamare in causa lo sviluppo di quasi tutte le scienze moderne, ma perfino in un ambito più limitato quale quello della communication research, non è affatto così scontato parlare di un avvicendamento di “cifre comunicazionali” (ad esempio, ipodermica fino agli anni Cinquanta e “interazionista” dagli anni Sessanta in poi). Le ricorrenti diatribe sull’influenza forte o debole dei mezzi di comunicazione o la domanda se alla loro attività corrispondano funzioni generiche o effetti precisi, hanno sovente esclusivo valore di sollecitazione. Lo stato attuale della ricerca, consente appena di affermare proposizioni relative: i mass media esercitano effetti a breve termine o a lungo termine, di mediazione sociale o di brain washing, forme di influsso che vanno da zero all’infinito, a seconda dei contesti comunicativi, degli schemi applicati, del quadro delle interazioni fra elementi, della configurazione del contesto, del tipo di medium coinvolto, della sua attualità e delle sue proprietà produttive, contenutistiche ecc.
Prima di esplicitare in maniera più organica il discorso sulla incompiutezza delle fondamenta, e prima di soffermarsi sui passaggi nodali di quest’“opera aperta” che è la scienza della comunicazione, è opportuno procedere ad una sintetica ricostruzione storico-sistematica dello studio della comunicazione. Si passerà quindi in una breve rassegna, nel capitolo successivo.
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