Appunti Etica della Comunicazione – Salvatore Tropea – LUMSA 2011/2012
ETICA DELLA COMUNICAZIONE
L’etica della Comunicazione ha una funzione critico-‐riflessiva e non tecnico-‐operativa. PENSARE significa
oltrepassare la soglia dell’ovvietà. Allora, per superare questo ostacolo, si deve ricercare l’evidente, ovvero
ciò che non ha bisogno di altro per essere dimostrato. Pensare significa anche mettere in gioco sé stessi per
conoscersi e conoscere meglio. Anche per questo ci si deve ancorare alle domande che sono lo strumento
per superare l’ovvietà. Il buon pensatore è anche un buon indagatore che, appunto, non si lascia sfuggire
nulla.
Perché si comunica? Cosa vuol dire comunicare? Che rapporto ha la comunicazione nella vita degli
uomini? Che ruolo occupa? Qual è il significato dell’agire comunicativo?
La comunicazione è antica quanto l’essere umano. Fin da subito un essere umano interagisce. L’agire
comunicativo è inteso come una serie di atti che si compiono per comunicare.
Il problema della comunicazione moderna è etico, cioè impostare la comunicazione in modo che dia delle
risposte a tutte le precedenti domande, oppure alla domanda “Quando una comunicazione è buona?” (si
introduce un importante elemento valoriale). Ci si pone tutte queste domande proprio perché è sotto gli
occhi di tutti il problema etico e valoriale della comunicazione. Stiamo entrando in una fase dove il
problema sarà quello di interpretare e dare senso alla comunicazione (e alle informazioni). Il problema
dell’etica della comunicazione è quello di creare una buona comunicazione, un qualcosa che funzioni bene.
Il tema dell’etica della comunicazione è abbastanza recente ed è dovuto anche e soprattutto allo sviluppo
della comunicazione (in particolar modo quella di massa) che ha introdotto problemi anche molto
complessi.
ETICA E COMUNICAZIONE: in questo caso si considera l’etica come distinta dalla comunicazione
ETICA DELLA COMUNICAZIONE: in questo caso l’etica sembra andare più in direzione della comunicazione.
Qui il problema non è quello di unire i due mondi ma quello di trovare un’etica che vada bene per la
comunicazione
ETICA NELLA COMUNICAZIONE: qui la questione è ancora più interna. Sta a significare che l’agire
comunicativo è un agire intrinsecamente etico. Cioè fa riferimento a criteri di natura morale.
Il conflitto dell’etica e della comunicazione nasce prima di tutto per la mancanza di universalità di entrambi
i concetti (soprattutto per l’etica). Vi è l’assenza di un etica universale, mentre c’è la presenza di molte
etiche particolari. C’è un esigenza di universalità perché ciò che è valido per me dovrebbe essere ritenuto
valido dagli altri (in modo che io possa esercitarlo, e viceversa). E poi perché un’etica universale si pone
come quadro universale per un agire collettivo. Inoltre, la comunicazione di massa va a costruire il concetto
di “villaggio globale” (perché il termine villaggio implica vicinanza, anche non fisica, e conoscenza tra i
membri). Dalla mancanza di un etica scaturisce una mancanza di intesa e quindi non ci si intende. Siccome è
difficile intendersi, è più facile omologarsi ad un codice (che di solito è il codice del più forte o del più
potente). Intendersi, invece, salverebbe le differenze e le particolarità. Come soluzione
all’OMOLOGAZIONE, abbiamo varie possibilità. Si possono ricercare i
VALORI COMUNI (si cerca di
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salvaguardarli). Poi si può insistere sui DIRITTI UMANI per trovare, appunto, un punto d’accordo. Una terza
soluzione è quella di optare per un PENSIERO PRATICO COMUNE, per poter fare qualcosa (su questo si
basa la politica). Queste tre strade non risolvono del tutto il problema dell’omologazione e della mancanza
di universalità, perché tutte le soluzioni vanno bene fino ad un certo punto e trovano sempre degli ostacoli
e necessitano, inoltre, di una giustificazione. Per giustificare, appunto, l’agire collettivo. L’uomo non agisce
per necessità, nel senso che potrebbe agire diversamente. La giustificazione delle scelte razionali è
necessaria proprio perché l’uomo PUO’ SCEGLIERE. L’uomo, appunto, agisce per volontà. Il discorso
dell’ETICA si basa proprio sul fatto che l’uomo è libero, di scegliere e di agire. L’uomo agisce come vuole
non nel senso di “a proprio piacimento”, ma di agire in un determinato modo perché lo si vuole fare. Il
problema che si pone è: “in base a cosa decido di voler fare un’azione?”.
L’uomo è sempre relazionato con gli altri. Tommaso d’Aquino diceva: “noi abbiamo bisogno degli altri per
vivere, per questo viviamo in società”. La scelta, quindi, non riguarda l’entrare o meno in società (perché
siamo già dentro), ma riguarda la scelta di COME agire nella società stessa.
ETICA: il termine deriva da due termini greci. Il primo indica “il CARATTERE do colui che parla” (che si lega
all’ “animo di chi ascolta” e all’ “attendibilità di ciò che si dice”); in questo primo caso si da fiducia a chi
parla (però dobbiamo vederlo per potergli dare fiducia nel momento in cui parla). Per Aristotele (che usa i
due termini greci di Etica) è necessario per la comunicazione che ci siano tutte e tre questi aspetti. Il
carattere di colui che parla è determinato dalla saggezza, dalle virtù e dalla benevolenza, dire la verità è un
atto morale, virtuoso. Invece, il secondo termine sta a significare un’ETICA che proviene dall’ABITUDINE.
Sono due spiegazione che però vanno di pari passo perché il CARATTERE (primo termine), si acquisisce
grazie all’ABITUDINE (secondo termine). In latino, invece l’ETICA viene intesa come la MORALE, con i
termini “mos, moris”.
L’etica diventa un luogo all’interno del quale si può compiere un’azione. Con la moderna comunicazione di
massa non si fa più leva su qualcosa di ETICO, ma su qualcosa di PATETICO.
La VISIONE TELEOLOGICA (del fine), ovvero l’azione che tende ad un fine. Nell’età classica in questa visione
si incentrava l’etica. Ad una ETICA FINALISTICA, poi, si è sostituita un’ETICA DEL DOVERE (non c’è altra
motivazione che il dovere).
Il NICHILISMO è la rinuncia a trovare una giustificazione all’agire morale (e collettivo)
L’unico agire che si riesce a legittimare è quello che si afferma (quindi la volontà del potere, soprattutto
nella modernità).
Cicerone ci parla della retorica in particolare nella conclusione del “De Oratore” (Liber III,14).
La retorica è l’arte di persuadere e Cicerone la lega al concetto della verità. Quindi si arriva al concetto di
una persuasione su ciò che è vero e giusto e non ingannevole. Colui che comunica non è solamente chi ha le
capacità, ma è colui che ha un’esperienza enorme di tutti gli albiti della vita umana. La capacità di
esprimersi rientra tra le più grandi virtù. Bisogna essere virtuosi per dire ciò che si pensa. Questa capacità è
una virtù, una forza (vis). Avere saggezza, quindi, significa avere una vasta cultura che però non deve essere
superficiale. Tradurre in parole ciò che è all’interno dell’animo umano, al tal punto da riuscire a condurre ci
ascolta dove si vuole (l’arte, appunto, del persuadere). Però, tanto più questa virtù è &nbs
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