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Lezioni, Pensiero politico della colonizzazione e della decolonizzazione Appunti scolastici Premium

Appunti delle lezioni del Prof. Ruocco durante l'anno A.A. 2014/2015, completi ed esaustivi. Gli argomenti trattati sono i seguenti: come si è costruita la sensazione che l’Occidente sia superiore, attori della storia sono gli individui, Parker:, etc....

Esame di Pensiero politico della colonizzazione e della decolonizzazione docente Prof. G. Ruocco

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Per Liozzi ne “La teoria della razza nell’età moderna” le prime dottrine di classificazione delle specie umane

sono servite a sistemizzare una dottrina della razza (affermata da chiunque nell’800). Fino al ‘700 si parla

solo di specie animali, oppure in Francia per far riferimento alla nobiltà come classe definita, distinta dalle

origini. L’aspetto positivo è quello di considerare l’uomo parte della natura e considerarlo come uno degli

animali.

Il tedesco Carl Von Linneo, il più importante naturalista del ‘700, la cui distinzione del mondo animale in

specie è ancora utilizzata, nel 1735 propone il “Systma Naturae”. Fissista convinto (per cui la natura non

subisce alcuna evoluzione), classifica l’essere umano insieme alla scimmia nell’ordine dei primati favorendo

la riflessione in tale senso. Per Linneo l’essere umano è distinto dall’orango solo per le capacità intellettive,

ciò è profondamente in contrasto con la linea ecclesiastica. L’uomo si divide in “ferus” e “sapiens”, il primo

è il selvaggio, quasi subumano mentre il secondo è diviso in 4 razze per tratti fisici e comportamentali:

Africano (nero), Americano (rosso), Asiatico e Uomo bianco. Infine aggiungerà anche l’uomo mostruoso in

cui inserisce tutte quelle stranezze raccolte nei viaggi. Tale opera è infatti frutto dell’influenza dei

viaggiatori e dell’esigenze di classificazione della nuova scienza (da costruirsi in forma gerarchica) ma anche

dello sguardo Occidentale che pone la nostra cultura al di sopra delle altre. Questo sguardo è basato

sull’osservazione di elementi fisici e la loro connessione con i comportamenti di diversi popoli, trova un

principio causale in qualcosa che andrebbe dimostrato.

Georges Buffon si occupa delle scienze naturalistiche in “Histoire Naturelle”, nel corso del’700 legge la

natura attraverso la chiave dell’unità della specie e la capacità di riprodursi (appartengono alla stessa

specie tutte quelle “razze” che accoppiandosi tra loro possono mettere al mondo nuovi elementi in grado di

farlo). E’ un monogenista convinto sebben differenzi le razze in base al carattere storico diverso, le diversità

non sono strutturali ma reversibili. Distingue tra bianchi, neri, rossi e gialli ma ritiene che le diversità tra

loro siano molteplici e non riconducibili a questi 4 (idea dell’ibridazione). Tali differenze sono tutte

riconducibili a fattori storico-sociali, le razze deriverebbero da quella bianca da cui si sono evolute le altre

mescolando scienza e stereotipo. Anche la classificazione “unitaria” ha preferenza eurocentrica evidente in

alcuni passi di questa opera dato che essa è basata principalmente su un giudizio estetico, non solo la

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differenza di colore, ma la convinzione che bianco è più bello .

George Frederikson “Storia del razzismo” indica in Voltaire l’autore dell’ambiguità dell’illuminismo-razzista

con invettive contro neri ed ebrei, egli è pero poligenista traendo la conclusione che nessun vedente può

accomunare le diversità, si basa sull’evidenza.

Altro illuminista è il filosofo scozzese Hume che tiene insieme la socievolezza e il clima, sono morale e

civiltà a differenziare i popoli, le civiltà sono prodotte solo da razze bianche e ciò manifesta la differenza

naturale. Questa dottrina si confronta con l’elemento egualitario illuminista (le differenze sono solo

storiche come sostiene Condorcet), molti studiosi affermano che la teoria della razza è una risposta alla

cancellazione delle differenze operata dalla Rivoluzione Francese; la fondazione giusnaturalista del 1789 è

semplice affermazione che essere un termine ma è un inizio di un percorso.

Jefferson, protagonista della Rivoluzione Americana, sostiene che la differenza è iscritta nella natura ma

l’emancipazione degli schiavi costruisce delle differenze sociali, creando una spazializzazione.

Alexis de Tocqueville, aristocratico/parlamentare della prima metà dell’800 in Francia, famoso per il suo

“La Democrazia in America” scritto in due volumi (1835-1840). Grande affresco della società USA e della

democrazia come una condizione sociale intesa come futura dell’Occidente; grande esempio di

nazionalismo e universalismo francese che convivono con colonialismo e razzismo forse perché la sua logica

non è astratta ma sempre storica. Si può leggere su alcuni assi la presenza di contraddizioni:

- Universalismo occidentale è unidirezionale (noi→altri) non li comprende in uno sguardo sferico ma

li raggiunge e li oggettivizza togliendogli la voce;

- Essendo totalmente immaginato dall’Occidente l’altro e alterizzato prima di essere inferiorizzato. In

questo senso può svolgere funzioni diverse in base a quanto per me necessario (in un contesto

coloniale l’altro può essere sia difeso che distrutto).

7 Da ciò nasce la “frenologia” che ritiene il modello classico più bello

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Il razzismo è il prodotto della colonizzazione e non la causa, l’oggettivazione del nativo americano è legata

→io

alla decisione occidentale di conquistarla non sono razzista perché l’altro è nero, è nero perché io ho

deciso di inferiorizzarlo.

La riflessione sugli USA e più in generale sul razzismo operata da Tocqueville si articola in 3 diversi punti:

- Rapporto tra bianco/nero/indiano;

- Sulla schiavitù e la sua abolizione (presiede una commissione francese sull’abolizione);

- Colonizzazione algerina.

Sono tutti trattati all’interno del capitolo X del II libro de “La democrazia in America”, riflette sui nativi

come alterità esterna alla società americana e quella dei neri interna (sebbene sotto-forma di schiavi). La

coesistenza è difficile così come l’integrazione di questi nella società bianca. Gli USA rivendicano lo spazio

appartenente sebbene tra le 3 razze vi siano differenze culturali eccessive, la storia le ha mescolate nello

stesso territorio. Il primo per cultura e benessere è l’uomo bianco, l’uomo per eccellenza, sotto di lui per

condizione storica si trovano le due razze sfortunate di neri e indiani, non hanno nulla in comune se non

tale condizione storica, entrambi sono assoggettati nella società dei bianchi destinata ad opprimerli. I

privilegi dell’umanità sono stati tolti ai neri quando messi in schiavitù, non hanno più

patria/ricordi/traditori/radici appartengono alla cultura del bianco senza poter farne parte. La violenza

scivola in secondo piano tra queste sventure, non ha sentimenti di autonomia perché si è costruito una

mentalità da schiavo che invidia il bianco in maniera quasi affettuosa. Si è sottomesso a tutto tranne che

alla ragione, arrivata al colmo della miseria non è capace di godere della libertà che potrebbe essere una

limitazione maggiore.

I nativi invece vivevano tranquilli abbandonati alla vita selvaggia nati liberi come popoli incivili poi

allontanati dagli europei per civilizzare. La tirannide europea ha disperso le famiglie/società/tradizioni

rendendoli ancora più incivili, peggiorandone la condizione morale. Il contatto con la civiltà è pericoloso, se

non ti adegui o non ti viene permesso di adeguarsi esso ti distrugge. Il nero è al limite per la schiavitù, gli

indiani sono al limite per la libertà condividono la mancanza di ordine e istituzioni; la civiltà ha scarsa presa

sui selvaggi mentre il nero fa sforzi inutili per integrarsi in una società che non li vuole (Fanon parlerà di

invidia per la bianchezza dell’altro) nega la sua natura di nero volendosi confondere mentre l’indiano è fiero

della sua razza affezionandosi alla sua barbarie, la sua fierezza lo condanna.

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XI Lezione

Continua Alexis De Tocqueville, capitolo X.

La posizione dei nativi è certamente difficile dato che tutte le tribù del New England e oltre sono state

distrutte per fare spazio al popolo americano (mai visto uno sviluppo tanto prodigioso e una distruzione

tanto radicale). Tale distruzione ha diversi aspetti che riguardano principalmente l’economia e la vita

sociale: prima i nativi avevano un’economia e una vita sociale molto semplice, mentre con il contatto

europeo hanno contratto nuovi bisogni che non avevano la capacità di soddisfare (non cacciò più per

nutrirsi ma per avere una merce di scambio stravolgendo la loro natura). La natura non è adeguatamente

sfruttata dai nativi per cui non hanno proprietà sui terreni occupati (visione lockiana), vengono scacciati e

confinati in piccoli territori poco abbondanti di selvaggina (anch’essa fuggita con l’arrivo dei macchinari

occidentali). Essi tuttavia, non sono legati alla territorialità ma alla terra perché essa li lega agli antenati,

decidono di fuggire seguendo gli animali lasciando che essi scelgano la loro nuova terra per cui nella

visione occidentale è la carestia a cacciarli e non l’uomo bianco. Inoltre dove arrivano non sono ben accetti

per cui si dividono perdendo identità e possibilità di sopravvivere; gli

indiani dell’America del Nord non hanno avuto modo di salvarsi, P.S. «davanti a loro la guerra,

avrebbero dovuto distruggere gli europei o divenire uguali (come dietro la fame, ovunque la

Todorov), all’epoca dell’origine delle colonie potevano riuscirci ma miseria.»

oggi la differenza di risorse è troppe grande perché essi possano

solamente pensare di riuscirci.

Non si contrappongono solo forza e debolezza ma anche le mentalità: una forte, razionale e capace di

costruire lavoro contro un’altra dissoluta e pigra (tutto ciò che non è lavoro per mettere a valore la terra è

pigrizia). Il bianco non vede il legame spirituale con la terra degli indiani, non concepisce la possibilità di

legarsi a una terra se non attraverso la proprietà esercitata attraverso il lavoro. De Tocqueville continua

sostenendo che se si osserva la storia i popoli barbari si sono gradualmente elevati alla civiltà straniera,

sebbene i civili fossero quelli sconfitti (vedi con Roma). Il potere barbarico diviene del vincitore quando vi è

interazione tra forza e intelligenza. Ma quando una civiltà forte e intelligente attacca è impossibile per la

sconfitta inserirsi e civilizzarsi, lo scopo ultimo degli Americani dell’Unione è quello di ridurli alla

disperazione e costringerli ad andarsene. D’altro canto nessuno può garantire (nonostante i giuramenti

USA) che i territori in cui sono stati cacciati rimarranno lontani dalle mire occidentali di conquista, vi è una

forte ipocrisia dei grandi governi che con finalità umanitarie estendono le loro leggi alla comunità indiana

ben sapendo che questi preferiranno andarsene. Conquista violenta e modalità di “conservazione”

unionista sono due facce della stessa medaglia, di fatto i contratti sottoposti ai nativi per vendere i loro

terreni non sono che garanzie per gli occidentali da future contestazioni esterne, se non da parte dei nativi

stessi. Il diritto di proprietà internazionale della società occidentale ha origine da un atto di forza che segue

e da fondamento al diritto naturale di mettere a valore la terra.

Tocqueville riporta un discorso del rappresentante Cherokee che sostiene che per volontà del loro Dio il

bianco è diventato forte dato che l’indiano è stato gentile con esso permettendogli di sopravvivere. L’uomo

rosso è stato quasi annientato, le posizioni iniziali si sono invertite. Il popolo rosso ha consacrato la terra

degli antenati rispettandola, creando un legame spirituale, è un’eredità che non abbiamo mai perduto, un

diritto a cui non abbiamo mai rinunciato nemmeno dopo essere stati sconfitti per aver affiancato gli inglesi

nella guerra del ‘700, dunque se è davvero questo il motivo (spesso i bianchi lo adducevano come scusa)

perché non è stato sancito fin da subito nei trattati successivi.

L’altra parte del X capitolo è invece dedicata ai neri, considerati problema interno della società americana

(mentre i nativi sono esterni); la condizione dei neri è legata a quella europea mentre gli indiani cercano

l’isolamento che hanno sempre avuto. Il peggiore di tutti mali degli USA è la presenza dei neri sul loro

suolo. Il cristianesimo aveva distrutto la schiavitù, ma gli stessi cristiani l’anno ricollocata nel 1600

confinandolo ai soli neri. Presso gli antichi lo schiavo era della stessa razza del padrone e spesso vi era

superiore per cultura e conoscenza, gli mancava solo libertà. Essi avevano l’affrancamento che permetteva

agli schiavi di non essere distinti, la difficoltà era combinare la legge mentre ora è cambiare la morale

perché l’immaterialità della schiavitù ha degradato la razza e il colore della pelle perpetua la schiavitù; la

differenza razziale si basa su una differenza storica ma si iscrive nella specificità dei neri; io vedo nero e

penso alla schiavitù, vedo uno schiavo e penso al nero. Lo schiavo moderno è differente anche per origine

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può anche essere liberato ma il suo colore della pelle ricorda di essere fuori luogo perché non è nato lì, nei

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suoi tratti fisici leggiamo l’inferiorità . I moderni dovranno abolire il pregiudizio del padrone, di razza e del

bianco, ovvero compiere un’opera monumentale. Gli europei non si confonderanno con i neri perché sono

destinati a distruggersi tra loro. Il pregiudizio di razza è ancora più forte negli Stati che hanno abolito la

schiavitù perché i neri non vengono integrati ma essendo scaduto il termine giuridico è il costume a

sostituirlo con forza maggiore (posso sposare una nera ma sarò detto “infame”, possono votare ma se

provano a farlo vengono pestati; possono pregare lo stesso Dio ma da altari diversi), sono uguali ma più

distanti di prima, un posto definito nella società li avvicinava mentre l’uguaglianza li allontana. Bisogna che

neri e bianchi si confondano o si separino, ma ritiene che non possano convivere.

Altra questione su cui si sofferma Tocqueville è quella dell’abolizione della schiavitù. Prova a farlo in

9

Francia e nel 1839 si fa relatore in Parlamento di tali richieste per le colonie; è importante stabilire quando

e come essa cessi, bisogna preporre i neri alla libertà oppure no? Ma P.S. Per Fanon tale processo

voler dare a uno schiavo i costumi e l’abitudine dell’uomo libero – di preparazione non esiste,

come inteso da noi – non è mantenerlo schiavo, come si può inoltre deve verificarsi una rottura

dare la dignità morale a qualcuno che non era nulla ai nostri occhi.

Quanto accade in Francia è chiaramente frutto della pressione

dell’opinione pubblica.

Questo sentimento che di colpo ha preteso la libertà comune è frutto dell’universalismo francese (forte

rivendicazione da parte di Tocqueville), è la Francia ad introdurre tali principi, la filantropia francese ha

risvegliato l’idea cristiana dell’egualità e assegnato nuovi obblighi al potere sociale garantendo diritti e

combattendo l’oppressione. Il rinnovamento francese è stato adottato solo dopo dagli inglesi, saranno loro

a condannare i francesi e non il paese democratico per eccellenza, se è così è meglio rinunciare al grande

ruolo assunto. Da ciò non bisogna credere di dover correre all’emancipazione, è un’impresa che richiede

pianificazione per la sicurezza e l’economia.

Il X capitolo pone poi la questione dell’Algeria, ovvero in che modo può essere relazionata all’universalismo

egualitario francese? La forte resistenza locale organizzata dall’Emiro Abd-El-Kader è una fiera opposizione

al pieno governo francese dello Stato algerino con l’obiettivo soprattutto di controllare i porti. Tocqueville

passa da osservatore diretto in USA a un coinvolgimento diretto nelle pratiche, è lui a sostenere l’idea di

colonizzazione che è utile e inevitabile. Il contatto con la civiltà europea avvia un processo inarrestabile per

cui se non lo faranno i francesi lo faranno altri, per cui o con noi o contro di noi. L’Africa è entrata nel

movimento del mondo civilizzata e non ne può uscire, tale processo è iscritto nelle cose; seppure dovessero

tornare al potere i musulmani essi risulteranno cambiati dalla nostra dominazione e si avvicineranno alle

potenze cristiani, sono ora più evoluti. Occorre conservare Algeri ma non adattandosi alle dinamiche turche

(uccidere e distruggere tutto) perché ciò è contrario al nostro interesse; è inoltre riprovevole bruciare e

distruggere nella guerra ma farlo agli arabi è l’unico modo per vincere, sono necessità sgradevoli

autorizzate dal diritto di guerra. Tutti i mezzi possono essere utilizzati come l’introduzione del commercio o

la devastazione del paese.

Tocqueville sostiene che l’integrazione non è pienamente possibile perché la società musulmana è

contrapposta a quella cristiana, la fusione è una chimera affermata solo da chi non è mai stato sul posto.

L’Algeria è un’eccezione all’universalismo francese perché dichiarata francese dal 1848 (a 18 anni dalla

conquista) con uno statuto speciale che tutela musulmani e arabi, vuole non integrali offrendo la diversità

delle leggi civili francesi da quelle del Corano. I colonizzati sono condannati all’estraneità, affermato nel

1881 con il “Codice dell’Indigenato” che prevede pene più severe per gli indigeni. Nel 1865 ha introdotto

una procedura per ottenere la cittadinanza (in teoria chi vi abita dovrebbe già essere cittadino essendo

territorio francese) è una pratica molto complessa più vicina alle dinamiche tipiche per uno straniero che

per un interno. Il principio universale francese si fonda sull’esclusione, sul riconoscimento di un’alterità che

facendo riferimento a un diritto diverso, non può integrarsi nell’Occidente.

8 È confermata dalla condizione che noi stessi gli abbiamo attribuito. Lo status assegnatogli lo oggettivizza, la loro

schiavitù nasce da una condizione non dalla pelle.

9 Qui è stata abolita dalla Rivoluzione e reintrodotta da Napoleone.

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XII Lezione

Arthur de Gobineau, “Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane” (1853-1855), è un nobile francese la

cui opera non ebbe subito successo ma solo nel’900 venendo ripreso e stravolto dalla letteratura tedesca

nazista. Questo saggio fu causa del raffreddamento dell’amicizia con il suo mentore de Tocqueville che

nelle loro lettere rifiuterà di commentare il libro difatti le loro posizioni sono emblematiche di due letture

diverse, una particolarmente aperta sulla linea della Rivoluzione francese e una di chiusura e positivismo

(visione che in quel periodo viene considerata secondaria perché “oscurata” dal concetto predominante di

progresso). L’opera di Gabineau è utile per puntualizzare dato che rappresenta alcuni temi fondamentali

come il – da lui supposto – legame tra civiltà e razza che egli colloca su una linea di coincidenza storica

poiché considera le razze attori protagonisti (Guizot dirà che tale ruolo spetta alle nazioni) la cui

mescolanza nelle società è intesa come degenerazione sebbene sia proprio tale “incontro” ad aver

favorito la civiltà. Il Saggio è una storia universale della civiltà con la razza a fare da motore, un principio

fisiologico scientifico che però ha ben poco di scientifico (non si basa su osservazione diretta o metodo

scientifico). Egli parte da un’intuizione originaria non dimostrata, il principio auto-evidente della diversità

razziale bisognerebbe riscontrare un ceppo originario, N.B. In pratica utilizza la questione

dimostrando elementi di purezza distintivi ed è ciò che lo rende razziale per parlare delle diverse

indimostrabile. Tale intuizione origina da un riscontro storico società, sostituendola a quella

personale e da un giudizio sociale, egli ha difronte l’ascesa della climatica utilizzata da altri autori.

borghesia e delle masse (sono nate a confronto con la marmaglia

vista in piazza nel 1848); è una posizione assunta nei confronti della

società del suo tempo, è una critica della modernità e della

diffusione dell’uguaglianza fautrice della degenerazione delle civiltà occidentali.

Il primo libro è dedicato alla costruzione dei principi della sua opera. La questione etnica domina gli altri

problemi della storia e la disuguaglianza delle razze basta a spiegare lo sviluppo dei popoli; certi gruppi

umani invadendo un paese lo hanno trasformato, il contatto tra i popoli dinamizza la storia (l’idea del

progresso è la storia, ma Gabineau la dichiara in ambito razziale); ci sono razze forti e deboli, alle prime

vanno ricondotte arti/culture/conoscenze, tutto appartiene alla razza bianca diffusasi nel mondo il

rapporto tra razze, le quali sono fisiologiche, è innestato nelle civiltà.

Su sofferma sull’osservazione della storia umana come successione di ascesa e declino della civiltà e lo

classifica come un fatto organico (nascono, crescono e muoiono), una temporalità circolare. Il crollo della

civiltà è qualcosa di oscuro, misterioso eppure grandioso che non può essere evitato a prescindere dalle

strutture sociali che la costituiscono. La teoria di Gabineau è che al di là delle differenze della società, le

civiltà declinano per un principio immanente alla storia (egli è particolarmente prudente con questa

affermazione perché all’epoca regnava la visione della “mano divina). Né la corruzione dei costumi né la

crisi religiosa, istituzionale o governativa sono determinanti, la degenerazione non è legata al

comportamento di quelle società; le nazioni muoiono quando composte da elementi degenerati, intesi

come popoli privi del valori intrinseco che possedeva un tempo, perché nelle sue vene non ha lo stesso

sangue modificato attraverso l’ibridazione. Questo popolo ha consacrato il nome ma non la razza dei

fondatori per cui l’uomo degenerato è impoverito fisicamente dagli anni delle “grandi epoche”. Stiamo

parlando della fine dell’aristocrazie e della sua “endogamia”, il principio valoriale del sangue; a incidere è la

quantità di purezza che possiedono le civiltà che si formano attraverso la consapevolezza che l’umanità

prova una repulsione per gli incroci (rispettata solo dalle razze isolate) è quella attrazione che assume

sempre più potere a seguito del progresso che dinamizza la società.

2 elementi sembrano di rilievo: le nazioni deboli traggono energia dal contatto con le nazioni forti,

togliendola ad esse; le civiltà forti si impoveriscono attraverso l’ibridazione. La decadenza procede, ma

dopo un certo periodo avremo una nuova razza meno potente di quella forte ma con una tipologia di

energia diversa. La sparizione della razza vittoriosa avviene tempo prima della civiltà da essa stessa creata;

l’incontro tra razze permette la civiltà ma è proprio tale principio generatore a portarla in lenta decadenza.

Con civiltà intendiamo una società nel suo insieme, dal momento in cui si passa da tribù a popolo il peso

naturale e intellettuale aumenterà dando predominanza a uno dei due. L’incontro tra essi costruisce la

civiltà con una prevalenza diversa a seconda di cosa sia prevalso; è uno “stato di stabilità relativa dove delle

moltitudini si sforzano di avere pacificamente la soddisfazione dei loro bisogni e raffinano la loro

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intelligenza e i loro costumi”. Le civiltà non sono uguali tra loro ma quella occidentale non è

necessariamente la migliore ma è plurale e capace di adattamento.

Altro cardine del suo sistema è la funzione storica attribuita alle razze a partire dall’affermazione della

loro disuguaglianza naturale (principio originario). Dall’Ancien Regime alla Rivoluzione francese tale

trasformazione ha degenerato la purezza del sangue, un mescolamento del gruppo puro che porta a

concepirci come uguali tra noi; quando il sangue si inquina viene superata l’idea che alcuni siano superiori

per natura. Mette in discussione i fondamenti della società, quando il sangue dei più puri si sarà mescolato

ampiamente tutti crederanno di poter essere qualsiasi cosa partendo dall’assioma politico che “tutti gli

uomini sono fratelli”, ma si vuole fondare tale uguaglianza politica su quella naturale. in relazione a tale

concetto Gabineau si chiede se il cervelletto dell’Urone in Canada ha il nostro stesso spirito perché non ha

dato vita a forme politiche e culturali di rilievo.

Il principio climatico non centra nulla ma è quello naturale che afferma la differenza; questa posizione lo

porta ad essere poligenista (mettendo in discussione la “Genesi”) ma il discorso sulle razze lo porta ad

attaccare l’idea illuminista dell’infinita perfettibilità umana.

La civiltà attuale non è però da intendersi sempre come migliore di quella passata perché con le nuove

conoscenze se ne sono perse altre. La scienza è intesa come classificazione e da essa deriva la concezione

delle razze, vogliamo dare una forma al mondo da noi immaginato ma la nostra forma mentale del mondo

non è detto che sia realmente il mondo; da qui l’idea che le razze (classificazione scientifica attraverso la

fenologia) siano base della civiltà, appartenenti alla nostra immagine. La differenza delle razze si manifesta

anche attraverso la bellezza, allontanandosi dal tipo bianco i caratteri si abbruttiscono. Sono 3 le razze ben

caratterizzate: bianca, nera e gialla. Non hanno come preciso tratto distintivo la pelle (che ha diverse

sfumature) – ammette che ciò che sembra evidente non lo è – non è in grado di isolarle, hanno una loro

definizione solo nell’idea, definendoli attraverso la territorialità. La differenza non è costruita dalle

caratteristiche ma le costruisce.

→ le masse hanno sangue nero, la piccola borghesia giallo e l’aristocrazia bianco.

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XIII Lezione

Gobineau sul mescolamento delle razze sostiene che è inesatto sostenere che tutti gli incroci siano dannosi

dato che se fossero rimaste separate avremmo avuto uno stato ideale in cui era predominante la razza

bianca. Se fossero rimasti 3 ceppi puri una parte della civiltà non si sarebbe prodotta, sebbene tale

“produzione” abbia impoverito la purezza bianca. Lo stato complesso delle razze umane è lo stato storico

ovvero la storia si è generata attraverso gli incroci. Tutte le civiltà derivano dalla bianca e una società

mantiene la sua importanza quanto più è in grado di mantenere il gruppo che l’ha fondata (la nobiltà di

antico regime). Difatti le civiltà sono poche, ovvero 10 e tutte nate per uno spostamento delle civiltà ariane.

Dopo l’età degli Dei (pura) e quella degli Eroi (pochi incroci) all’età della Nobiltà, la civiltà si è incamminata

verso la confusione dei principi per cui ora si hanno solo ibridi, la parte di sangue ariano si avvia verso il

termine estremo dell’assorbimento entrando nell’era dell’Omogeneità, luogo dell’anonimato e della

perdita di valore e di distinzione (si somigliano tutti) la società ha massificato, non è colpa della natura.

Nello scambio di lettere tra Gobineau e Tocqueville, il secondo (in una del 1853) sostiene di non essere

convinto delle tesi del primo, parla di una dottrina fatalista e di predestinazione simile all’assolutismo

calvinista; razze che si degenerano attraverso infusione di sangue diverso, l’agire umano non ha la giusta

importanza ma si basa su tendenze dell’uomo non provabili che peraltro tracciano una prospettiva senza

speranza. Per Gobineau il futuro sarebbe già iscritto nel presente, non vi è possibilità di cambiare il proprio

destino, ognuno è bloccato da un’oggettivazione dello stato fisico che per Tocqueville è impensabile, ritiene

imprescindibile per l’umanità una possibilità di cambiamento e le sue teorie troveranno affermazione solo

tra coloro che stanchi delle diverse rivoluzioni in Francia e per questo accetteranno Napoleone III.

Victor Courtet, meno noto, porta le stesse considerazione di Gobinau a conclusioni diverse nel suo “Studio

delle razze umane sotto il profilo filosofico”. Ciò che per Gobineau è il progredire della degenerazione

umana viene considerato avanzare della civiltà e dell’idea di progresso. Egli è un positivista, allievo di

Saint-Simon, che sostiene una società organicista senza però presupporre che la fisicità caratterizzi in toto

l’umanità (senza fissare su una differenza fisica una diminuzione di valore) che è un essere collettivo che si

sviluppa, cresciuta obbedendo alla legge fisiologica. La storia è insieme di azioni compiute degli essere

umani ma essa stessa realizza l’uomo. All’origine ci sono le disuguaglianze delle razze a cui è corrisposta

quella dei ranghi sociali all’interno della società. Per Courtet la Rivoluzione è quella che avviene nel corpo

sociale e le masse sulla base di un principio fisiologico che agisce sulle loro menti, il mescolamento delle

razze avviene con i matrimoni tra ceti sociali diversi, scompaiono gradualmente le razze portando a

un’omogeneità societaria che porterà alla formazione della classe media (luogo della saggezza per Gaetano

Mosca) che governerà in modo democratico. La società è prodotto di una forza vitale intrinseca nella storia

umana che può essere intesa come “legge del più capace”. Se Gobinau immaginava una società finta a

difesa dell’aristocrazia per Courtet l’abolizione dei privilegi è il luogo in cui emergono le capacità.

A. Lavengata nel suo “Colpa di Darwin” compie un’analisi di due figure: Charles Darwin ed Herbert Spencer.

Dagli anni ’80 dell’800 si sviluppa un concetto di darwinismo “polemico” (l’essere darwinista era divenuta

un’accusa) sebbene, in realtà, esso fosse slegato dal concetto di razza e interessato all’evoluzione del

mondo.

Darwin nel 1859 scrive il suo “Origine della specie” attraverso il quale il pensiero scientifico viene applicato

allo studio del progresso, la prima narrazione scientifica che considera l’uomo come un animale. In tale

ottica gli essere umani non hanno uno scopo definito (al contrario da quanto sostenuto fino ad allora),

quindi la storia non ha una direzione e l’essere umano non è necessariamente l’essere perfetto. Si tratta di

un evento fortuito di selezione che in milioni di anni di evoluzione ha determinato l’equilibrio naturale. Egli

condivide il pensiero di Jean Baptiste de Lamarck per cui l’ambiente, il clima, l’uso e il disuso degli organi

muovono l’evoluzione della specie umana (casualità) attraverso l’ereditarietà dei tratti acquisiti. Variabilità

10

spontanea diversa per ogni individuo, l’evoluzione è dettata dalla casualità per cui la selezione è

10 Concetto cruciale, non essendo capaci di spiegare la selezione è casuale (sarebbe causale se fossimo capaci di

spiegarlo).

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determinata dalla natura. L’evoluzione non assicura modifiche utili all’ambiente, alcune modificazioni (che

sono spontanee) possono essere negative, l’ambiente decide, seleziona.

- Lamarck: giraffa allunga il collo per prendere il cibo;

- Darwin: alcune giraffe avevano il collo lungo mentre altre no. In natura le giraffe con il collo corto

muoiono.

Nella concezione lamarckiana lo sviluppo delle specie è intrinseco al processo di evoluzione alla natura

mentre per Darwin la specie non si evolve è l’ambiente che elimina le specie non adatte all’ambiente.

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XIV Lezione

Darwin, al momento di esprimere dei giudizi sulla specie umana, ha diversi elementi di ambiguità, come ne

“L’origine della specie” distingue tra selvaggi e uomini civilizzati sostenendo che la degenerazione sia

perpetrata oltre che dall’impulso riproduttivo dei selvaggi anche con i vaccini che salvano i più deboli. La

civiltà interferisce con la natura a causa della “simpatia” nei confronti dei simili che porta all’allargarsi dei

malati nella società, egli sostiene che bisognerebbe impedire la loro riproduzione eugenetica

Herbert Spencer è il vero teorico della società come prodotto tra i suoi membri (mentre Darwin la intende

come adattamento con l’ambiente) riferendosi a forti e deboli; egli costruisce una sua teoria

dell’evoluzione che prevede un finalismo della natura – assolutamente mancante in Darwin – e appare

come colui che media il pensiero darwiniano attraverso l’elemento politico-sociale. Ritenendo in maniera

liberale, nel suo libro “Statica sociale” del 1851, che la natura abbia costruito gli esseri umani in modo che

si autodeterminino attraverso la libera concorrenza tra gli individui, favorevole a forme di solidarietà tra

individui ma si oppone agli aiuti dello Stato verso i bisognosi perché, per natura, spariranno, l’intervento

umano è dunque contro natura, indebolisce la società.

Si interseca la condizione degli uomini con dei giudizi di valore, gli uomini “sleali” sono contro natura e

moriranno – ed è meglio così – l’umanità è scissa in dentro o fuori (aut aut). Spencer leggerà la storia

umana in chiave evoluzionistica attraverso il principio dell’ereditarietà dei caratteri (di lamarckiana

memoria), lega all’ambiente le azioni degli individui per cui l’azione agisce l’evoluzione (mentre per Darwin

era casuale e non causale) per cui ha un senso finalistico concretizzato nella lotta. La lotta per la vita e la

sopravvivenza stimola a migliorarsi, la concorrenza è una gara provvidenzialistica che vuole premiare chi

arriva primo ma migliora tutti i corridori, l’evoluzione dei perdenti è secondaria dato che hanno concorso,

nella lotta, a rafforzare la società. Siamo dinanzi a un’idea di progresso non più letta commercialmente o

tecnologicamente, ma che assume le sembianze della lotta esasperata nelle nazionalità come reazione

all’egualitarismo francese e nell’opposizione/conflitto che rigenera gli individui.

Tutto ciò si intreccia con una natura sempre più politica, una dimensione istituzionale; si dà soggettività

politica attraverso la scienza capace di giustificare le mie decisioni. Prendono il via il discorso scientifico

della razza (un’analisi ideologica della specie umana con delle razze a comporla) e dall’altra una dimensione

mistica (con giudizi di valore precisi). La razza incarnerà una nazione spingendo a cercare delle matrici

caratteristiche ma soprattutto una purezza originaria; quanto più diviene centrale nella discussione

culturale e politica tanto meno sarà possibile definire una concettualità precisa, un riferimento non più

scientifico alla natura ma un’arma, una lotta, un’identità (es. razza bianca ariana nazista). Nasce una

dimensione culturale della razza – oggi totalmente acquisita, casualmente a determinate

culture/atteggiamenti si può ricondurre un gruppo etnico in realtà il riferimento è ai popoli, che tenderà

a coincidere con nazione e popolo. “Razza” servirà a irrobustire l’idea di nazione, è utile ad affermare una

particolarità e a circoscrivere, attraverso un principio fisico un campo di azione. 2 principi di esclusione,

uno culturale e l’altro fisico/etnico, convergenti verso la fisicizzazione dell’appartenenza a una nazione (es.

l’esclusione degli ebrei dalla società tedesca nonostante il loro grande contributo durante la I Guerra

Mondiale).

Per Renan molto più del sangue sono la lingua, letteratura, storia, civiltà e religione a fare le razze (possono

essere più di una nazione). Anche Hippolite Taine ne “Le origini della Francia Contemporanea”, nata come

reazione al governo del popolo dopo la Comune di Parigi, l’uomo è determinato nei comportamenti da 3

fattori: razza, ambiente e movimento (questo è prodotto della relazione tra i primi due), quindi quando

parla di razza si riferisce a nazione e popolo. Ciò che unisce gli autori è il determinismo, l’elemento razziale

è determinante per gli uomini, a ciascuno è dato un ruolo da storia/razza/nazione; non credono che

istituzioni e educazione possano determinare gli uomini.

E’ sempre più importante la confusione tra razza, nazione e popolo nell’ambito della costruzione gerarchica

della narrazione nazionalista (anche in ambito socialista); Traverso prova a riscostruire una genealogia del

nazismo che raccolse l’ideologia coloniale come guerra totale e senza limiti (nazismo come colonizzazione

interna all’Europa contro le popolazioni slave), l’inevitabilità del contatto violento e il confronto tra razze

vive e morenti. Nel 1894 il Primo Ministro della Gran Bretagna divideva il mondo in nazioni viventi e

morenti, così come l’Imperatore Prussiano invitava i soldati in Cina a stroncare la Rivolta dei Boxer come gli

Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, LM 81 (2014-2015) 30

Unni invasero l’Europa. L’ideologia nazista è una mistica del sangue tedesco, con una eredità di Gobineau,

riletto da Houston Stewart Chamberlain ne “I fondamenti del XIX sec” sostiene la superiorità originaria

della razza tedesca nel ruolo di egemonia nella rigenerazione dell’Europa in grado di identificare nell’ebreo

il nemico, oggetto della lotta tra bene e male. Alfred Rosemberg, ideologo nazista, autore di “Il mito del XX

secolo” (1930) sostiene che “anima è razza vista dall’interno, mentre razza è esternalizzazione dell’anima;

(..) ogni razza coltiva un ideale (come se fosse un imprinting)”. la superiorità è un mito, necessario per il

popolo.

Il sangue primigenio nordico è fautore di quanto di buono c’è in Europa, bisogna recuperare la sua

purezza per evitare la bestializzazione della società. Un nuovo ordine mondiale della Germanicità può

impedire la crisi mondiale e il caos tra i popoli, la storia è una lotta tra l’identità nordica e il caos decadente

eliminando neri, asiatici, bolscevichi, ebrei. La mistica razziale nazista prende la sua scientificità a favore di

una autoreferenzialità che cerca la lotta e la conquista. Enzo Traverso sostiene che l’ebreo è diventato

nemico “ideale” perché nelle parole di Hitler si trova l’esigenza dello spazio vitale della Germania, occupare

uno spazio nell’Europa orientale; inoltre però gli ebrei non rispondono al prototipo di razza morente (come

gli africani) per cui c’è bisogno di costruire il nemico (la spiritualità tedesca contro il materialismo ebreo),

sconfiggere il pidocchio ebreo per governare la sub-umanità slava. Dalla seconda metà dell’800 gli ebrei

chiedono di essere integrati fortemente (soprattutto dopo la I Guerra Mondiale) si manifesta l’idea della

metafisicità dell’ebreo che modernizza razionalmente rischiando di distruggere l’umanità attraverso il

legame con il denaro, a ciò si oppone la spiritualità contrapposizione tra Kultur e Civilisation, ariani ed

ebrei. L’antisemitismo nuovo non è religioso (il concetto di tradimento della cristianità) ma costruisce una

divisione dalla cultura europea, spirito contro ragione astratta, aristocrazia contro borghesia, suolo contro

a-territorialità, concreto contro astratto, saggezza contro intellettualismo, eroe contro mercante,

nazionalismo contro cosmopolitismo. Inoltre la contrapposizione tra kultur e civilisation vive anche tra

legge e nomos, ovvero norme giuridiche contro la legge del popolo. Gli ebrei vengono indicati come

rappresentati di universalismo privo di cittadinanza storica a cui si contrappone suolo, razza, sangue e

nazione generando un nemico assoluto, il male indicato da una religione mistica che ha reso indistinguibili

però le differenze ovvero il nemico potrebbe essere chiunque, l’importante è che generi cieca coesione.

Questa mistica apre una riflessione eugenetica, ovvero di studi nati come scientifici (comunque

condividono la rigenerazione della società dai suoi elementi patologici), la scienza vuole definire chi non è

integrabile ma in realtà costruisce la diversità. Sviluppata in Inghilterra e in USA, è una dottrina dell’igiene

sociale ovvero un intervento sulle nascite per migliorare la società. Introdotto da Francis Galton nel 1883,

cugino di Darwin, con ampia diffusione promuove la riproduzione degli individui migliori e il divieto di

procreare per quelli inferiori; tali indicazioni diventano legge in alcuni paesi occidentali (Connecticut 1896,

Indiana 1907 sterilizzazione coatta, Svezia fino agli anni ’70 la sterilizzazione coatta dei malati psico-fisici) da

far rientrare nell’ottica della costruzione di uno stato sociale che vuole intervenire nel bene e nel male nella

società i piani sono confusi tra loro e non vi è modo di distinguerli.

In Germania fu interpretata dal nazismo nella chiave dello sterminio, Karl Binding e Alfred Hoche le

definiscono vite indegne di essere vissute (in qualche modo tale discorso potrebbe essere ricondotto

all’attuale dibattito sull’eutanasia). Una legge del 1933 prevede la sterilizzazione volontaria ma

rapidamente non si ebbe necessità del consenso, una selezione medica orientata politicamente.

Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, LM 81 (2014-2015) 31

XV Lezione

Fino agli anni ’20-’30 del ‘900 si parla fondamentalmente della “razza”, il suo momento parossistico è nel

nazismo che ha condizionato il nostro sguardo come se l’uno non potesse esistere senza l’altro. Il discorso

comincia a subire una critica nei ’30, in parte provenienti dalla Germania e in parte dalla Gran Bretagna, che

porta alla nascita del termine “razzismo”, ovvero un concetto polemico che suona come un’accusa. La

storiografia subisce una modificazione, accresciuta nel II dopo guerra quando ci saranno delle politiche

internazionali come effetto della nozione di razza (es. conferenza UNESCO) si polarizza in quanto

successo nella shoah tutta l’irrazionalità del XIX sec dimenticando che, ad esempio, la questione francese in

Algeria si risolverà solo negli anni ’60. La riflessione sulla razza è sempre meno scientifica e più politico-

11

sociale .

Il passaggio degli anni ’30 è ben rappresentato da Julian Haxley e Alfred Haldon in “Noi Europei,

un’indagine sul problema razziale” del 1935, un’opera di divulgazione scientifica che vuole invalidare le

supposizioni del razzismo, traendo la conclusione che si tratta di pseudo-scienza con cui i pregiudizi e le

passioni rincorrono la scientificità, ma la conoscenza scientifica non può avere finalità né tantomeno essere

orientata (mai anteporre la tesi alla sperimentazione). Il dato biologico non può essere sovrapposto

completamente a quello sociale, sono piani distanti e in quel periodo (prima della II Guerra Mondiale)

sarebbe meglio anteporre il secondo. Il sentimento di appartenenza nazionale è pregnante nella società, è

un impulso diverso da quello animale (innato) ma, data la capacità umana, costituito/elaborato

successivamente le nazioni non esistono in natura sono un prodotto dell’uomo. La nazione ha

sviluppato una funziona analoga alla relazione parentale, alla famiglia. Nelle idee antecedenti, come in

Gobineau, della presenza di razze originarie vi è un salto storico relativo costruzione operata dall’uomo –

ciò che non ritorna a Tocqueville nel discorso dell’amico – ma soprattutto nessuno è in grado di definire il

concetto di razza, e si affida ad un evidenza biologica neppure tanto precisa, appare come qualcosa di

implicito ma poco definibile. Persino l’origine del termine è incerta (semitico o slavo), e ha una vaghezza

sfruttata da autori che si ammantavano con conoscenze scientifiche che non avevano, da qui è passato al

nazionalismo e al suo senso di appartenenza (spesso si sovrappongono perché con razza ci riferiamo a

nazioni e popoli), si configura come un’attribuzione di cittadinanza, associata al concetto di sangue. Come

se esistesse un’origine lontana e biologica per tutta la nazione senza però poterne dimostrare la non

ibridazione, in realtà però la nazione non è l’origine di un gruppo ma un fine realizzato dallo stesso. In

pratica si confondono eredità culturale e biologica.

L’idea di progresso, nonostante la compresenza di immagini positive e negative, sul finire dell’800 entra in

crisi. Una crisi della civiltà nella forma della tecnica, una sorta di ombra oppressiva che muove dall’idea del

progresso come applicazione dell’avanzare della scienza alla società. La “fin de siecle” e la “belle epoque”

diventano il passaggio verso la fine della civiltà e un baratro aperto sull’orlo della guerra. Traverso sostiene

che la I Guerra Mondiale come fenomeno di massa è il punto fondamentale dell’inizio del ‘900 utile a

rigenerare la società e rinvigorire gli animi sebbene la tecnologia bellica abbia trasfigurato l’idea di lotta

spingendola verso un massacro anonimo sotterrato nel fango delle trincee e sotto i ruderi dei

bombardamenti, si soldati si operaizzavano per servire il padrone-guerra la “gabbia d’acciaio” di Weber,

una società che si alimenta dei suoi sistemi.

La civiltà sta crollando come la fiducia, si è raggiunto l’apice ovvero il punto iniziale della decadenza; l’uomo

moderno è spersonalizzato e disperso nella massa, la guerra è rigeneratrice ma al tempo stesso oggettivizza

la massificazione Paolo Rossi.

Lo sgomento per tale trasformazione ha snaturato l’uomo allontanandolo da cultura e arte; si assiste a un

rifiuto della modernità concettuale dato che il selvaggio tecnologizzato è diventato modello della società.

La tecnica riceve la critica che apparteneva al progresso, ovvero dove conduce, intanto ha portato a due

guerra. Lo sviluppo appare inarrestabile, sembra muoversi da solo, e porta dritto verso la catastrofe data

l’esperienza comune della morte in guerra (con i bombardamenti è dovunque e chiunque), critica della

11 Tanto che si sviluppa una sociologia del razzismo che prova a comprendere il perché della centralità delle razze nelle

dinamiche sociali

Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, LM 81 (2014-2015) 32

massificazione della società intesa come anonima; in una società come macchina Heidegger sostiene che la

tecnica è essenza del ‘900.

L’essenza della percezione della crisi è che la tecnica disumanizza (Michela Nacci) in maniera

incontrollabile, l’essere umano è un mezzo per la tecnica – qualcosa di pericoloso di cui sospettare. Si lega

alla percezione della fine della civiltà, la degenerazione sociale è la scomparsa dell’élite, è il segnale che

mostra la fine della civiltà.

Oswald Spengler descrive l’epoca attraverso la contrapposizione tra civilisation (pensata come società delle

macchine) e kultur (alla tedesca), con la prima forma decadente della seconda; ne “Il tramonto

dell’Occidente”, lo sviluppo ciclico delle civiltà vede la fase kultur essere qualitativa incentrata sulla

gerarchia societaria e su un sistema di valori che vengono meno spingendo alla civilizzazione. Egli sostiene

che questa è la nostra rappresentazione ordinata; ogni civiltà ha una sua civilizzazione, termini finora

contrapposti oggi si susseguono, con la civilisation inteso come inevitabile destino (ritornano le filosofie

storiche) i Romani all’apice della civiltà greca, il loro posto è tra questi e il nulla. La civilisation è

momento cimiteriale ha solo i residui della vita, alla spiritualità segue la naturalità. Industria e finanza

automatizzando hanno creato un mondo lontano dalla stessa civiltà governato dalla borghesia. L’avvento

del cesarismo (dittature) spezzerà l’importanza del denaro e della sua forma politica, la democrazia; il

capitalismo e il socialismo configurano lo scontro tra denaro e diritto. Ma una potenza può essere

spodestata solo dalla potenza e non da un diritto, il sangue è necessario come mostrato dal periodo

imperiale Romano e Cinese, il tempo trionferà sullo spazio e supererà la decadenza. Ma per noi posti in tale

situazione storica è definita la direzione del nostro volere, non c’è spazio di agire perché non è ancora il

tempo della rinascita e della vita. Conclusione è “L’uomo e la tecnica”, di fronte al destino l’atteggiamento

utile è quello di Achille, un’immagine di vita eroica e breve meglio di una lunga infruttuosa, solo i sognatori

credono ad una via d’uscita, l’ottimismo è vigliaccheria.

Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, LM 81 (2014-2015) 33

XVI Lezione

Autore che ha descritto bene la critica nei confronti della tecnica è Gunther Anders, pubblica nel 1956

“L’uomo è antiquato” e intorno a tale espressione costruisce una riflessione sul rapporto tra uomo e

tecnica. Nel quadro del dopoguerra – processo di Norimberga (e uomo-giudice della mostruosità) e delle

bombe su Hiroshima e Nagasaki (la mostruosità dell’uomo) – segnato dal trauma della bomba, è stato un

12

problema molto sentito che ha generato la percezione di una possibilità immanente di distruzione.

Pierpaolo Portinaro, studioso di filosofia politica, analizzando Anders sottolinea che la “vergogna

prometheia” porta l’uomo a vergognarsi di qualcosa che ha costruito in quanto non più capace di

comprenderlo appieno. Una frustrazione dell’uomo faber che porta all’esplosione di una frontiera

13

dell’alienazione umana ; l’assunto di partenza è che la società consumistica ha spinto l’uomo a crederla

poco comprensibile e, quindi, non governabile la tecnica diviene proprietaria della storia.

Un’inadeguatezza dovuta al fatto che ciò che abbiamo creato non restituisce la nostra grandezza ma la

nostra piccolezza (qualcosa di simile affermato anche dalla “gabbia di acciaio” di Weber), l’uomo è

14

antiquato e inferiore, degradato da artefice ad operatore e da operatore a residuo produttivo . Libere

sono le cose e mancante di libertà è l’uomo che diviene prigioniero della macchina. Quello che all’inizio era

la vergogna (la percezione di non essere all’altezza) nella seconda edizione dello stesso libro del 1980

diviene un’adorazione – parlerà di “narcisimo prometheio” – come se il rapporto con la macchina ci

restituisse qualcosa; resta comunque la sensazione di una distanza tra la nostra natura e la macchina.

Anders definisce tale scarto “dislivello prometheio” ovvero i prodotti esigono da noi qualcosa che noi non

possiamo dare. Approda a un ridefinizione della condizione umana che porta il nostro disagio verso la

tecnica a tradursi in una sensazione di disagio nel nostro appartenere al mondo e alla comunità. Per questo

ora i nostri bisogni sono indirizzati dal sistema complessivo opposizione tra senso di potenza e di

inferiorità. Per Anders siamo incapaci di farci immagine di ciò che produciamo per cui siamo “utopisti

invertiti”, e qui nasce il dislivello ovvero l’impossibilità di immaginare tutte le applicazioni di ciò che

abbiamo creato. La tecnologia è una potenza sociale totalitaristica che si è evoluta attraverso la

concatenazione di 3 rivoluzioni industriali (ciascuna ha ampliato la base precedente, non si sono

semplicemente susseguite):

1. Introduzione del macchinismo, la costruzione con una ripetizione di movimenti di macchine

attraverso altre macchine che produrranno nuovi movimenti. Una serie di intervalli continuati che

riproducendosi per perfezionare la tecnica non sono più controllabili;

2. Produzione di bisogni e colonizzazione dell’uomo da parte della tecnica. Decisivo è il ruolo della

pubblicità soprattutto basata sulla distruzione (per introdurre la novità ho bisogno di distruggere il

vecchio);

3. L’uomo copiando la natura è finito per trasformarla, sostituendosi ad essa (come intervenire nella

catena atomica o nella genetica).

La prima rende superfluo l’uomo, la seconda lo sottomette con i bisogni, la terza lo distrugge perché

incontrollabile. Emblema della terza fase è la costruzione della bomba atomica che non è più cancellabile,

ci troviamo in una situazione di impotenza dinanzi a una creazione il reale, in quanto elemento che si

oppone alla nostra immaginazione, è diventato una nostra creazione. L’atomica è un iper-realtà, non

riusciamo a concepire di poter cancellarla. La bomba è il massimo del processo creativo così come di quello

distruttivo.

Alcuni autori hanno ragionato sulla decolonizzazione e il razzismo come Aimé Césaire, Albert Memmi e

Frantz Fanon. Césaire, martinicano e maestro di Fanon, si formò a Parigi e fu vicino al primo presidente del

Senegal (e poeta) Lèopold Senghòr, con cui fondò la rivista “Lo studente nero” da cui origina questo

movimento e il concetto di negritudine. Pubblica inoltre “Discorso sul colonialismo” (1950), pamphlet di

denuncia del colonialismo buono, smontando dall’interno il mito colonialista e mostrando la sua violenza;

tale violenza la cerca nel cuore della società occidentale. L’ambiguità europea a mostrare la propria

violenza come valore caratterizzante, il colonialismo non è qualcosa di esterno ma è strutturale della

12 Clima della guerra fredda

13 Ripresa da Karl Marx

14 Hannah Arendt, “La banalità del male”, la macchina burocratica che va da sè

Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, LM 81 (2014-2015) 34

mentalità una civiltà incapace di risolvere i problemi derivati dal suo funzionamento è decadente, chiude

gli occhi davanti all’evidenza. L’Europa è incapace di giustificarsi traducendo le proprie mosse in ipocrisia.

La colonizzazione non è evangelizzazione, non è impresa filantropica, né illuminazione ma è volontà di

allargare i propri spazi commerciali per cui essa nasce, prima che dagli stati, dagli avventurieri

commercianti spirito di commercio.

L’ipocrisia è recente dato che ad esempio Cortés non cerca giustificazioni, uccide e basta, ma l’origine del

male è la visione cristiana del proprio messaggio di colonizzazione degli inumani selvaggi pagani. L’Europa

ha assorbito le idee del mondo, ha la fortuna di essere un incrocio che l’ha convinta di avere in mano la

civilizzazione intendendola come imposizione e non come dialogo tra culture. Però Ceasaire nell’attaccare

tale contatto naturale tende a sviluppare un’eguale idea di colonizzazione che comunque è una

categorizzazione (sembra dunque entrare in contraddizione). Analizza il colonialismo sostenendo che

compare in Europa (come sostenuto da Traverso, il nazismo è colonizzazione interna) e viene avvalorato

perché non diretto a popolazioni extra-europee, ha rivelato la violenza e lo scandalo della violenza

esercitata in Europa ha mostrato il vero lato del colonialismo. Hitler non è eccezione o negazione della

cultura europea capitalista ma è rivelazione della sua natura, è l’evidenza storica di quanto presente nella

civiltà europea.

La colonizzazione disumanizza anche il colonizzatore, anche il più civilizzato, il disprezzo dell’uomo

indigeno porta a trasformare egli stesso in bestia; i paesi nuovi danno spazio agli istinti violenti dell’uomo

che verrebbero condannati nelle metropoli (Todorov e la percezione della lontananza delle colonie), la

costruzione di uno spazio dove è possibile ciò che è lontano dal diritto. La colonia annulla il contatto umano

tra uomini diversi, la violenza lo occupa trasformando il colonizzatore in padrone e il selvaggio in

produttore di ricchezza. Alla cultura autoctona distrutta vengono opposte strade, a milioni di uomini morti

o in cui è instillata la percezione di inferiorità si oppongono modelli di sviluppo orientati sul beneficio delle

metropoli. Abusi europei che hanno sostituito quelli dei tiranni locali, oppure vi si sono sovrapposti. Società

ante-capitaliste e anti-capitaliste, di stampo fraterno, senza pretese di essere “l’idea” come l’Occidente, si

accontentavano di essere. Ceasaire si propone come cantore di veri valori umani universali e non come

anti-occidente; lo sviluppo sarebbe stato raggiunto ugualmente in modo non violento, ma è ora impossibile

definire quale sarebbe stato l’europeizzazione era già in corso senza la manomissione europea, lo

sviluppo europeo è positivo ma non con le modalità di colonizzazione che li ha reificati (resi delle cose). Si

tratta di autori che hanno studiato in Francia e hanno una mentalità simile, ma la colonizzazione europea è

propria solo dell’Europa e della sua capacità di persuadere oppure è propria dell’uomo in maniera

universale; una rivoluzione mondiale di liberazione che accomuna il proletariato europeo con i colonizzati

proletari.

Memmi, tunisino, nel ’57 confronta colonizzatore e colonizzato. Il colono è sempre coinvolto, non può

essere considerato una figura esterna, è un privilegiato che è in terra di altri per profitto. La relazione tra

questi due va misurata storicamente nel ruolo che la società coloniale vi attribuisce, la struttura è razzista.

Esiste un “colonizzatore che si rifiuta”, dimostrazione che gli atteggiamenti individuali non si sottraggono

alle dinamiche coloniali e razziste. La colonizzazione crea uno spazio oggettiva che separa le 2 figure; è uno

spazio soggettivato dall’indole razziale della società (i mali societari dipendono dalla colorazione, la mia

apparenza mi precede e qualifica). Il “colonizzatore di sinistra” non sodalizza con i patrioti ma non si

avvicina ai colonizzati, un colonizzatore pentito condannato a tornarsene in patria. Il “colonialista” si

accetta nella sua opera, abbraccia una missione e approva la codificazione dell’ingiustizia come la necessità

del massacro. Per il colonizzatore il colonizzato è pigro, ciò diverte l’occupante creando una distanza ma

soprattutto lo porta a vederlo come grottesco. Il suo non essere è in relazione a ciò che io sono.

Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, LM 81 (2014-2015) 35

XVII Lezione

Il tunisino Memmi si concentra sulla figura del colonizzato che a suo dire, sebbene subordinato alle

oppressioni e alle carenze (e considerato senza caratteristiche a priori) tende a voler assomigliare al

colonizzatore; naturalmente è inevitabile che le due culture si confrontino però la mentalità del

colonizzatore non permette un confronto alla pari, allo stesso tempo la volontà di assomigliare impone

all’uomo una perdita della propria identità. Tuttavia persiste il distacco tra colonizzatore e colonizzato dato

che quest’ultimo cerca di recuperare la propria identità, si stacca e si separa dal bianco, compie atti razzisti

di distinzione tra l’io e l’altro. La sua identità è però assunta in reazione al fatto di essere colonizzato,

diventa aggressivo poiché la sua identità è relativa, vuole rivoltarsi alla propria condizione. Per divenire

uomo deve sopprimere la colonizzazione che è divenuta intrinseca alla sua identità acquisita. La liberazione

del colonizzato passa attraverso la convinzione di essere libero attraverso una riconquista di sé

(nazionalismo può essere la via della liberazione, un nazionalismo in reazione alla perdita di identità

causata dalla sottomissione coloniale).

Jean Paul Sartre, in “Analogia della nuova poesia”, affronta il tema della negritudine attraverso “Orfeo

nero”. Sostiene sia necessario acquisire profondamente il fatto di essere andando alla scoperta di

un’identità storica, anche se dolorosa accettandosi. Una sorta di rivendicazione della propria negritudine da

opporsi al riduzionismo di matrice europea.

Frantz Fanon fu psichiatra, studioso politico e rivoluzionario nato nel 1925 nella colonia francese di

Martinica. Provenendo da una forma di borghesia nera, colta appare come un ibrido che, dunque, aspira

all’integrazione. Tra il 1940-41 il blocco navale imposto dagli USA su Martinica e la conseguente dittatura

ferrea in cui regna il razzismo rappresenta un punto di svolta per la sua vita (si arruola con l’intesa). Fanon

vive la contraddizione di essere nero e rappresentare il modello di uomo colto all’occidentale tanto da

partecipare alla campagna elettorale di Cesaire con i comunisti. Negli anni ’50 si stabilisce a Parigi dove

studia medicina e filosofia, legge il ruolo del medico in chiave politica (per questo diverrà psichiatra). Trova

lavoro all’interno di Sant’Albane del Losère in cui accentua la sua formazione psichiatrica legata alla

condizione sociale che diverrà Etnopsichiatria. Lascia quindi la Francia per l’Algeria dove lavoro

sull’isolamento per creare un sistema sociale democratico nell’ospedale distingue 2 gruppi di individui:

- Donne occidentali esperimento funziona;

- Uomini musulmani esperimento non funziona.

Per cui il disagio psichico è legato alla condizione sociale.

Vicino al Fronte di liberazione nazionale algerino ma, una volta scoperto, verrà espulso dall’ospedale e si

trasferisce a Tunisi. Qui continua la sua attività politica pro-algerini scrivendo El Moudjahd. Prenderà parte

alla “Conferenza di Accra” parlando da “non africano” come delegato del Fronte algerino. Alla “Conferenza

di Tunisi” affermò la costruzione di un esercito unico dei popoli africani, di una lotta comune per la

liberazione. Morirà nel 1960 per leucemia.

In “Discorso su razzismo e cultura” si occupa della struttura della colonizzazione distinguendo:

- I FASE razzismo strutturale: →

o Asservimento, saccheggio, sottomissione giustificata tramite leggi scientifiche oggettive

annichilimento dell’altro →

o Il colonizzato tende a sviluppare un senso di colpa e di inferiorità alienazione;

o La cultura del colonizzato non è distrutta è mummificata, museizzata, diviene un tratto

caratteristico;

o Lo stato di inferiorizzazione porta alla passività;

- II Fase →

o Il colonizzatore “integra” il colonizzato perché ne ha bisogno sfruttamento economico

o In tale contesto si sviluppano le idee sul razzismo e la loro denuncia, ma bisogna essere

consapevoli che non è possibile colonizzare senza passare per l’asservimento dei coloni. Il

razzismo non è individuale, è la società che è razzista (uno stato coloniale lo è

inevitabilmente), peraltro non esistono società un po’ razziste, o lo sono o non lo sono. Se

c’è una strutturazione gerarchica dei ruoli sociali il razzismo c’è, è pronto a sfociare nelle

sue manifestazioni, si tratta di una cultura agonizzante resa folklore da parte del

Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, LM 81 (2014-2015) 36

colonizzato per la ricerca di una propria identità, una continua lotta per integrarsi, un tuffo

nell’abisso del passato per liberarmi dalla condizione di oppressione.

Dal ’52 si soffermerà su “pelle nera, maschere bianche”, ovvero sulla condizione psichica e la distanza nella

relazione bianco-nero (inteso come problema da risolvere). Egli vede un doppio narcisismo con i bianchi

chiusi nella loro bianchezza e i neri nella loro nerezza.

Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, LM 81 (2014-2015) 37

XVIII Lezione

Fanon, nel 1961 pubblica “I dannati della terra” (in realtà esce a poco tempo dalla sua morte), un saggio

legato alla decolonizzazione algerina a cui lui prese direttamente parte e sviluppatosi nell’ambito del

terzomondismo. Il I capitolo, “Della violenza”, è principale oggetto dell’attenzione sul libro dato che

legittima l’utilizzo della stessa. Consapevole che la colonizzazione è un fenomeno violento vede la

decolonizzazione come la sostituzione di un’opera di armi ad un’altra senza alcuna transizione, ha

sempre bisogno di un azzeramento che è generato dalla volontà di un popolo di reagire. E’ qualcosa di

radicale, senza mediazioni si contrappongono coloni e colonizzatori che in un processo storico, da cui non è

astraibile, si configura come un rapporto di forze avverse che traggono la loro originalità dalla situazione

coloniale (oggettivazione dei ruoli di Memmi), si radicalizza la gerarchia sociale. La società coloniale è

violenta, strutturata in tal senso, perché nasce dall’oppressione degli uni sugli altri che, in Occidente, vede

una sua naturalizzazione giustificatoria. Il colonizzato esiste nella maniera in cui il colonizzatore lo crea,

per questo la decolonizzazione è creazione di uomini nuovi, una trasformazione della condizione

oggettiva che non è legittimata da altri elementi (trascendenti) che non siano il corso storico. non c’è

giustificazione, è un processo storico che libera non che rivela la loro liberazione.

La decolonizzazione è sempre un successo, proprio per la sua radicalità. Se gli ultimi devono primi ciò non

può avvenire senza un duro scontro tra protagonisti; per stravolgere la gerarchia sociale non si può

prescindere dalla violenza (che non è solo l’utilizzo di armi ma anche il non poter attendere

l’autorizzazione del colonizzatore data che l’autorizzazione stessa è una forma di violenza). Il mondo

coloniale è spaccato in due, abitato da specie diverse, non occultabili dalle differenze economiche e sociali

dato che la distinzione è razziale. Non è un discorso intellettuale ma la contrapposizione di due mondi,

risultato del considerare il colonizzato male assoluto della società, è tutto ciò che il colonizzatore non vuole

essere tale manicheismo analizza il colonizzato.

Durante il periodo di liberazione la borghesia colonizzatrice inizia il contatto con le élite (scelti come più

affidabili per i loro interessi) provando a costruire borghesi dipendenti attraverso un “dialogo sui valori”.

L’universalismo chiede un incontro tra le due fazioni, ma non vede che il colonizzatore, non appena

svanisce un contesto favorevole, andrà via.

Adriano Prosperi, “Il seme dell’intolleranza” (2011), sostiene che le divisioni razziste non hanno

fondamento (anche scientificamente), non esistono distinzioni. Dietro la supposta differenza di natura si

nasconde una differenza di potere, si tratta di gerarchie. La guerra contro l’altro è eterna data la difficoltà

di non considerarsi il centro del mondo. La critica del fondamento borghese delle razze non ha portato alla

scomparsa del razzismo, se prima era palese ora è più subdolo e indecifrabile, paradossalmente più

addentrato nella società nonostante le differenze lessicali continuiamo a soggettivizzare gruppi di

uomini immaginandoli portatori di determinate caratteristiche e valori. Alcuni autori prima del ‘7-‘900

sostengono che non si possa parlare di razzismo, l’alterizzazione dell’altro avveniva solo attraverso

l’elemento religioso per cui non associato ad elementi fisici (la loro condizione non è determinata dalla

pelle), inoltre l’inferiorizzazione non è assoluta perché sempre riconducibile alla nostra società. Prosperi

ritiene che, in relazione al carattere religioso, la condizione dei convertiti a posteriori è comunque

disprezzata, non vengono completamente integrati per cui persiste comunque una stigmatizzazione; in

relazione al II punto (fisici) tutta l’età moderna è attraversata dall’elemento biblico della maledizione di

Canaan, ovvero di Noè a suo figlio Can che inveisce contro il padre ubriaco che lo maledice. I maledetti

vengono associati alla popolazione nera. Il razzismo va ricondotto non solo alla scienza della razza del ‘7-

‘900 ma a una forma di più ampia lettura che possa descrivere anche l’attualità. Come concetto nasce per

l’utilizzo polemico negli anni’30 al fine di mostrare l’assurdità di alcune teorie della razza, per cui la

riflessione sul razzismo è parte del razzismo stesso (non è mai neutro il suo utilizzo, tende sempre verso

una finalità) una parola profondamente coinvolta, non ne esiste un uso accademico o oggettivo.

Inoltre fa spesso riferimento a diversi livelli (come Taguieff), ne distingue 4:

- Insieme di pregiudizi espressi da qualcuno;

- Comportamenti individuali o di gruppi (mobilitazione politica);

- Forme istituzionali, come segregazione, discriminazione e sterminio;

- Teorie e costrutti ideologici.

Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, LM 81 (2014-2015) 38

Un termine in cui contenuti teorici e azioni non si distinguono, è accordo tra dimensione soggettiva del

pensiero e ogni altro aspetto, per questo noi lo concepiamo come sentimento.

Nel razzismo, il meno definibile, è il piano soggettivo perché entrano elementi psico-antropologici,

impossibile definire la misura dei sentimenti, per cui non è possibile neppure operare distinzione tra

epoche e soggetti. Tutte le relazioni hanno una base di sentimento razzista, a livello oggettivo può

corrispondere a un’inferiorizzazione che permette di tenere a distanza l’altro. Sono razzisti tutti quegli atti

sociali (nella loro accezione più ampia possibile, qualsiasi manifestazione che produce effetti sulla società)

che tendono a sostanzializzare l’altro ciò che giudicano l’altro a partire da ciò che ritengono sia e non per

quello che fa, che riconducono questa presunta appartenenza dell’altro a un gruppo sociale, una forma

ereditaria che cancella e subordina la specificità.

Baumann lo definisce così: l’uomo viene prima dei suoi atti, ciò che egli va viene dopo rispetto a ciò che egli

è, qualsiasi atteggiamento differente è accidentale.

Tale parola è da utilizzarsi per qualsiasi sostanzializzazione dell’altro con una funzionalità (trasferisce

nell’altro qualcosa che il riguarda il soggetto, il colonizzatore attribuisce al colonizzato il bisogno di essere

civilizzato). In tale ottica non si può circoscrivere il razzismo al ‘7-‘900, per cui va ricercato nelle circostanze

storiche dove ricorrono quei livelli, ma soprattutto non bisogna considerarlo un’eccezione esso è

strutturale ai rapporti sociali, li costituisce. Va considerato “normale”, è nella struttura delle relazioni di

dominio (non sono forme di dominio, ma lo costituiscono).

Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, LM 81 (2014-2015)


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Corso di laurea: Corso di laurea in cooperazione internazionale e sviluppo
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Malf92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pensiero politico della colonizzazione e della decolonizzazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Ruocco Giovanni.

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