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PENSIERO POLITICO DELLA COLONIZZAZIONE E DELLA DECOLONIZZAZIONE
Appunti lezioni di G. Ruocco (2014/2015) I lezione (22/09/2014)
Questo corso serve a mettere in discussione le categorie di lettura da noi utilizzate in modo da relativizzare
la nostra visione in chiave storica.
La realtà (attraverso la quale intendiamo anche un particolare momento storico) è stratificata perché
costituita dalla compenetrazione di più elementi simbolici. Il nostro percorso “naturale” è costituito da
discorsi, parole e idee che vanno intesi come “atti” capaci di produrre effetti nella società. In ogni istante
della storia alcune parole si addensano in concetti passe-partout in grado di riassumere multi-realtà (es.
nazione, progresso, post-coloniale). Analizzeremo alcune di esse per comprendere in che modo sono
diventate catalizzatori di senso ma anche come attraverso ciò il pensiero (inteso come senso comune)
occidentale si sia costruito nel tempo (la sua presunzione di superiorità su tutto).
Come si è costruita la sensazione che l’Occidente sia superiore?
Lo sguardo sull’altro non è secondario ma strutturale nel relazionarsi ovvero le modalità attraverso cui noi
abbiamo costruito l’immagine dell’altro p funzionale alla nostra autorappresentazione (es. il razzismo è il
risultato dell’insieme degli stereotipi che formano noi stessi).
Il corso si focalizza sul periodo in cui gli autori sostengono si formano le idee di supremazia occidentale
(intorno al ‘700) nonostante alcune idee abbiano provenienza antecedente.
I due assi – tra loro contemporanei – su cui si muove il nostro discorso sono la ricostruzione delle modalità
di costruzione dell’immagine egemone occidentale moderna (in essa va intesa anche la rappresentazione
storiografica che è il prodotto della nostra cultura N.B. “Orientalismo” di Said: il modo in
antecedente) e la ricostruzione delle forme e i contesti
attraverso cui si è visto/costruito l’altro collocandolo cui l’Occidente ha costruito l’immagine
mentalmente. dell’Oriente attraverso degli stereotipi.
La costruzione dell’altro di norma agisce secondo una logica
binaria (dentro o fuori) strutturale all’interno del nostro modo di agire. Sempre considerando che la nostra
società è un reticolo di potere (con le dovute differenza tra le più disparate modalità di esercizio)
strutturata in innumerevoli relazioni di dominio.
Sottoporremo a revisione quella storia che l’Occidente ha costruito di se stesso tra il 1700 e il 1900,
pensando il mondo come se noi fossimo soggetti della storia e gli altri fossero residuali fermi nel tempo
oltre geograficamente esclusi. L’alterità vista come parti da sviluppare, sempre minoritarie, ma con
potenzialità.
Si tratta di una riflessione sulla storia intesa come forma mentale e strumento attraverso cui guardiamo le
cose. Proviamo a comprendere in che modo possiamo
mettere in discussione il nostro sguardo che deve essere in N.B. la mancanza di “voce” ha dato l’idea
grado di relativizzare gli strumenti che utilizziamo per che l’Africa non avesse una storia.
guardare. In primo luogo bisogna mettere in discussione
l’idea occidentale che ci sia una sola storia dato che ciò
crea il problema dell’inclusione altrui e soprattutto se è possibile che ne esista una sola. Al contempo il
punto di vista dell’osservatore non può essere neutro ma è sempre coinvolto. Ciò comporta la costruzione
e ricostruzione costante delle priorità (che noi stessi scegliamo).
Per svolgere un’analisti critica è necessario decostruire tutto facendo ricorso all’analisi strutturale di Michel
Foucault (che ha trasformato l’epistemologia occidentale), il filosofo francese in un articolo del 1971
titolato “Nietzsche, la genealogia e la storia” ha sostenuto che l’approccio genealogico serva a recuperare
uno sviluppo temporale quanto più ampio possibile. Questo, pieno di fatti storici ed eventi, non deriva
dall’esistenza di un’origine unica nella quale sarebbero già inscritti (essi stessi o gli sviluppi futuri) dato che
è il mio sguardo a creare gli sviluppi. → nulla ha un’origine che definisce lo sviluppo di un evento a priori, le
strade percorribili non possono essere previste.
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Foucault critica l’approccio metafisico (come quelli positivista ed idealista, che si pongono al di fuori della
storia per osservarla. Ciò non è possibile perché il nostro sguardo è sempre coinvolto) che ritiene
fondamentalmente sbagliato e quindi lo è anche raccogliere la storia in unico sguardo (per cui critica le
“grandi narrazioni” della storia come quelle fatte da Marx e il positivismo) che organizza le cose secondo
uno schema determinato che filtra gli eventi tra ciò che appartiene al mio schema e ciò che ne è residuale.
Questa selezione mi porta a formare una relazione causale forte tra le cose (es. come sostenuto dalla
storiografia francese, ad esempio l’esistenza di un cammino che conduce alla formazione di uno stato
moderno avrebbe un processo delineato e ciò comporta l’eliminazione di quanto è altro, che diviene quasi
superfluo). Foucault legge in Nietzsche la critica dell’origine come essenza pura dei fatti storici e ciò ha
portato a due tendenza nella storiografia metafisica:
- Anacronismi, leggere il passato attraverso il presente invece di comprendere le diverse vie che
potevano essere percorse, comprendendo cosa stava accadendo;
- Teleologica (da “finalità”, fino alla caduta del muro più o meno), proietta il passato verso il futuro
immaginando che la storia abbia un fine/direzione quando in realtà la direzione è quella che noi
applichiamo alla storia annullando le resistenza altrui.
Foucault contrappone all’idea dell’origine (che contiene il fine) 2 concetto possibili:
- PROVENIENZA (una catena complessa di cause che crea effetti articolati), la storia non si riproduce
ma alcuni eventi sono simili, il figlio non è mai identico al padre ma il padre è presente nel figlio.
- EMERGENZA (inteso come emergere), quello che nasce, pur avendo una causa, è nuovo rispetto al
passato.
Quindi il metodo genealogico guarda alla storia come un campo di causalità infinite/aperte verso il futuro
come una stratificazione di cose/persone/fatti nella cui relazione reciproca non ci sono parti principali ma ci
sono elementi oggettivamente rilevanti e più importanti. Foucault la definisce EFFECTIVE (effettuale per
dirla alla Machiavelli), a questo punto le discontinuità prevalgono sulle continuità.
La storia va dunque intesa insieme come storia dei fatti e dell’interpretazione degli stessi (si tratta di due
aspetti non scindibili). Non è né nutra né oggettivabile, non si possono dividere aspetti umani, scientifici
ed ideologici, ma si tratta di un campo di forze in conflitto tra loro per affermarsi una sull’altra.
Per Foucault i sapere specifici (es. diritto, medicina, statistica) non sono neutri ma determinano gli oggetti
storici (“la conoscenza psichiatrica costruisce la follia e tutte le pratiche di controllo sociale ad essa
associate”, siamo noi a stabilire cosa è malato). Noi descriviamo il mondo e nel farlo gli diamo una forma,
bisogna capire a cosa questa sia funzionale. La conoscenza è organizzata attraverso la nostra visione e i
nostri stereotipi costruiti su quelli di altri. Con il nostro pensiero non descriviamo la realtà ma costruiamo il
nostro oggetto storico basato su scelte politiche, morali e/o sociali. Bisogna comprendere che la
categorizzazione è un nostro mezzo che ci porta a scindere la realtà.
Unico principio fondamentale per il filosofo francese è che la storia è una rappresentazione del rapporto tra
“dominanti e dominati” (molto diversificati tra loro), si tratta di relazione di potere pensate in prospettiva
dinamica. Cioè il potere è un’energia attiva che si può formalizzare in una struttura gerarchica che può
cambiare costantemente (in trasformazione). La storia si basa su alcuni principi ipotetici, ovvero che gli
attori della storia sono gli individui ovvero oggetti determinati dalla storia e determinanti per essa, tutti
diversi tra loro ma tutti composti dalle stesse cose. Non possono essere pensati come isolati e autonomi
ma costantemente in relazione con gli altri (e ciò definisce l’io attraverso l’immagine che ho dell’altro). Le
relazioni determinano sempre una trasformazione reciproca degli individui che mutano in funzione di
essa ma in considerazione di una miriade di fattori.
Un buon lavoro dovrebbe dunque tenere in considerazione stereotipi e pregiudizi, consapevole che quegli
ostacoli sono la nostra forma di conoscere l’altro per cui l’IBRIDAZIONE è oggettiva e non una scelta.
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II Lezione (24/09/2014)
I fatti storici che conosciamo sono legati al modo in cui li guardiamo cioè alle categorie che usiamo per
guardarli; inoltre non si possono avere categorie eterne dato che esse mutano in ragione del mondo in cui
viviamo (per questo non esistono concetti neutri). La storiografia è mutata nella misura in cui dopo la II
Guerra Mondiale è mutato il nostro modo di percepire il mondo; in un’epoca di globalizzazione è stata
tracciata una World History (e non Storia Globale che fa riferimento a tutte
le interconnessioni) non occidente centrica. Con questo termine definiamo N.B. “World History”
delle ricerche storiche, cominciate negli anni ’50-’60 del ‘900, che guardano di Laura di Fiore e
alle vicende storiche senza un pregiudizio, superando quelle linee Marco Meriggi
tradizionali. Questa nuova visione del mondo ha voluto superare i vincoli
della visione occidentale della storia del otto-novecento. Questo sguardo
antecedente alla World History si basava sull’unidirezionalità dato che l’Europa guardava il mondo e lo
leggeva con le sue lenti (e questo rappresenta il primo punto che può essere messo in discussione). Era
costruita sull’isolamento dell’Occidente visto come unico attore della storia e ciò rende gli altri residuali.
Inoltre si trattava di una narrazione costruita filosoficamente, basti pensare a Hegel e al suo “Storia
dell’affermazione nel mondo della ragione”. Lo sviluppo della razionalità occidentale è stato visto come lo
sviluppo della razionalità umana tout-court; questa rappresentazione naturalmente è frutto del fatto che
l’Occidente fosse considerato all’apice e ciò gli rendeva il diritto di agire nel mondo per universalizzare
questa idea. Si trattava di una storia mondiale unica con un filo di senso progressivo, in cui gli eventi vanno
in una direzione (si avanza verso il meglio, verso il progresso) con protagonisti principali gli Europei, altri
inferiori (popoli asiatici) e poi i residuali (gli Africani, che si ritiene abbiano una non-storia, per cui si ha una
sub-umanità. Ciò è sostenuto anche da Marx che ritiene di doverli aiutare, ma è comprensibile dato il
periodo storico).
Le grandi storie universali (diverse dalla World History ma con una parte dedicata ad altre civiltà per cui
potenzialmente inclusive) tipiche del ‘700. La storia corrisponde intrinsecamente con l’idea di progresso, ciò
porta l’attenzione sulle dimensioni in cui c’è stato, per cui la storia è l’Occidente e l’antropologia/etnologia
(intese come scienze neutre – impossibile – inclusive, lo vedremo con la scienza delle razze nata da
elementi estetici che ci fanno considerare l’altro diverso da noi) degli altri incapaci di tenere il passo
occidentale verso il progresso. Questa storia mossa da un motore (appunto il progresso) ha come soggetto
primo lo Stato Nazionale Territoriale esportato in tutto il mondo perché in grado di favorire il progresso
stesso. Meriggi e Di Fiore in merito sostengono che la costruzione dello Stato nazionale fosse fondamentale
per il progresso. La nazione sovrana (un popolo unito su un territorio con un potere sovrano su di esso),
anche intesa come naturale, scissa in popolazione statale e lo Stato amministrativo centralizzato - per cui la
personificazione del potere politico – diventano l’incarnazione del progresso.
Questa prospettiva storica ha una base di superamento nel XX sec. grazie alla nuova consapevolezza
dell’accelerazione dell’integrazione internazionale e la vittoria del Giappone nel 1905 Contro la Russia.
Queste nuove istanze furono portate da filosofi storici che diedero vita a sintesi di visioni globali del mondo
allontanandosi dall’enciclopedismo antecedente. Abbandonano la visione dello Stato Nazione a favore di
una più globale.
Oswald Spengler: compie una rivoluzione negli anni ’20 polemizzando con la visione occidentalo-centrica
contrapponendo 8 civiltà con un vita organica propria. Tra i primi a sancire il passaggio da una storia
singolare a molteplici civiltà considerate però autonome, senza tener conto delle loro connessioni.
Arnold Joseph Toynbee: autore di “A study of History”, padre spirituale della World History, non aveva
intento enciclopedico ma era frutto della consapevolezza dell’interconnessione globale che la I Guerra
Mondiale aveva messo in moto. Parlerà di una storia ecumenica con alla base le relazioni mondiali, da
molto rilievo ai contatti di civiltà intesi come fondamentali per lo sviluppo delle stesse. Analizzò la
dimensione coloniale immaginandola come rapporti bidirezionali, contatti generati dall’impulso espansivo
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occidentale con civiltà riluttanti a rinunciare alla propria identità. Nonostante tale opera fosse molto aperta
nei confronti dell’alterità non riuscì a superare una visione euro-centrica e teleologica della storia.
Nel II dopoguerra tale narrazione nazionale è andata in crisi così come il concetto di Stato. Wolfgang
Reindard, studioso dell’Europa, sostiene che essa abbia inventato lo N.B. Sono emerse nuove
Stato dato che questo non è una necessità antropologica, non è narrazioni provenienti da
originario. Lo Stato è relativo rispetto alla storia del mondo dato che
esistono molte civiltà/centri di potere. tutto il mondo, soprattutto
Lo Stato moderno lo identifica attraverso un territorio, un popolo, un dall’India, come
potere sovrano interno ed esterno ed è esistito tra la fine del XIX e ¾ “Provincializzare la storia” di
del XX sec. coincidenti con il colonialismo. Parla di una storia che Chakrabarty (2000)
rinunci alla teleologia favorendo la transculturalità e la
transregionalità dando importanza quindi alle relazioni di scambio,
valorizzando le dimensioni spaziali senza rinchiuderle in dominazioni politiche e di potere assolutamente
troppo stabili.
Parker: nel suo “Relazioni Globali nell’età moderna (1400-1800)” sostiene che l’epoca moderna sia
un’epoca policentrica e non occidentalizzata grazie soprattutto alle relazioni che si costruiscono nel mondo.
In questo periodo prosperano imperi espansionistici in tutto il mondo, ciò inaugurò una nuova era
caratterizzata da scambi. Lo scambio culturale tra il 400 e l’800 si distinse per dimensioni e continuità.
Fenomeni migratori su vasta scala, nuove reti di scambi commerciali, interazioni biologiche (anche virus,
malattie) hanno interessato il globo e trasformato le conoscenze. Si ha una compresenza di soggetti capaci
di espansione all’interno di una rete di scambi senza la stessa qualità e intensità attuale ma sempre intesi
come soggetti distinti oggi invece ciò che accade in un emisfero ha ripercussioni nell’altro. Per questo
motivo l’occidentalizzazione del mondo sarebbe effettiva solo dopo l’800.
Kenneth Pomeranz: nel suo “La Grande divergenza” traccia una storia economica attraverso una tesi
analoga a quella di Parker. Le ragioni del decollo europeo on erano iscritte nel pensiero europeo. La
divergenza nasce dalla contingenza delle disponibilità di risorse tra Europa e Cina, dato che la prima ha
anche la possibilità commerciare con l’America e per la volontà di affermazione portata avanti dall’Europa,
ma anche l’accesso al carbone. Quindi il tratto fondamentale fu la capacità espansiva, per questo il mondo
pre-rivoluzione industriale è policentrico.
Cristopher Baylye: “La nascita del mondo moderno” (1780-1914), vuole mettere in luce la forma e la forza
di un’età globale. Retrodata alla fine del 700 l’inizio delle relazioni globali. Da un lato si tende ad annullare
le identità nazionali mentre dall’altro si genera omogeneità nel mondo. Il resto del mondo si è adeguato
all’occidentalizzazione modernizzandosi, per cui l’unificazione è stato un processo di crescita prima
controllato dall’Occidente e poi da molti altri.
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III Lezione (29/09/2014)
→
“La conquista dell’America – Il problema dell’altro” di Svedan Todorov quali sono state le modalità di
approccio degli Occidentali con le popolazioni native amerinde. Tipizza le diverse connessioni con quella
che era un’alterità assoluta (perché non concepite nell’idea del mondo di allora), ciò diventa utile per
distinguere le diverse forme di relazione umana.
L’altro può coincidere con noi stessi, nel senso che l’io è assoluto, Es. Processo Hichmann in
ognuno si crede tutto per cui l’altro diviene un’astrazione oppure una Israele descritto anche ne &ld
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