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Emozioni

Le emozioni sono risposte complesse ad eventi particolarmente rilevanti per la persona, caratterizzate da determinati vissuti soggettivi e da un’articolata reazione biologica. Queste risposte sono intense, temporalmente circoscritte e di breve durata.

Stato d'animo e umore

Concetti come quelli di stato d’animo e di umore, invece, hanno un decorso temporale meno definito, minore intensità, durata maggiore e origine da eventi meno specifici e identificabili (anche la pioggia può modificare l’umore). Secondo Davidson, le emozioni influenzano le azioni delle persone, mentre gli stati d’animo e l’umore influenzano i processi attentivi e valutativi.

Sentimenti

Anche i sentimenti sono più duraturi e meno circoscritti temporalmente delle emozioni, ma a differenza degli stati d’animo sono focalizzati e rivolti in maniera relativamente stabile verso uno specifico oggetto o una classe di oggetti. Stati d’animo e sentimenti possono, in alcune situazioni, predisporre a determinate emozioni.

Affetto

Diverso è il concetto di affetto, un termine molto ampio e generico utilizzato solitamente per indicare il lato non cognitivo (e quindi affettivo) dell’esperienza emotiva. Esso riguarda principalmente la qualità positiva o negativa degli eventi che danno luogo alle emozioni.

Modelli dimensionali e categoriali

Per quanto riguarda la struttura e l’organizzazione delle emozioni esistono diversi tipi di modelli. I modelli dimensionali individuano una serie di fattori o dimensioni che definiscono uno spazio affettivo universale, all’interno del quale è possibile collocare le diverse emozioni. La maggior parte di questi modelli considera due diverse dimensioni organizzate come assi cartesiani; la similarità tra le emozioni è indicata dalla loro vicinanza all’interno dello spazio affettivo definito da questi due assi.

Barret e Russel, ad esempio, individuano come fattori la valenza (positiva o negativa) e l’attivazione (bassa o alta). Altri autori, considerando l’affettività positiva e quella negativa, sono arrivati ad affermare che esistono stati emotivi complessi in cui coesistono positività e negatività.

Tuttavia, questi modelli dimensionali hanno ricevuto la critica di non riuscire a distinguere le differenze qualitative fondamentali tra i diversi stati emotivi: "eccitato" e "lieto" appartengono entrambe al quadrante superiore sinistro, dell’affettività positiva, ma corrispondono a stati emotivi molto diversi.

Modelli categoriali

I modelli categoriali ipotizzano invece che emozioni differenti siano fenomeni qualitativamente distinti; vengono individuate categorie discrete di emozioni, ognuna delle quali rappresenta una famiglia, ovvero un insieme di esperienze emotive accomunate da un ampio numero di caratteristiche: la gioia per il raggiungimento di un obiettivo o quella per i successi di un amico hanno molte caratteristiche comuni, che ne fanno due esemplari della categoria “gioia”.

Per individuare le diverse categorie emotive i modelli categoriali utilizzano diversi metodi, e quindi si possono trovare modelli:

  • Basati sul linguaggio naturale, si analizza la struttura della conoscenza delle emozioni, chiedendo alle persone di raggruppare in categorie i termini che si riferiscono alle emozioni. Le ricerche hanno dimostrato un’organizzazione gerarchica che includeva un livello di base composto da cinque emozioni: rabbia, paura, gioia, tristezza e amore;
  • Basati su fattori biologici, diverse emozioni corrispondono a meccanismi biologici distinti (e a specifici circuiti neurali in particolare). I circuiti neurali specifici per le diverse emozioni si sono sviluppati come adattamento evolutivo alle circostanze ambientali che la specie umana ha dovuto affrontare frequentemente nel corso della sua evoluzione. Ne deriva, quindi, che le emozioni hanno carattere universale.

Componenti delle emozioni

Per quanto riguarda le componenti delle emozioni è possibile distinguere:

  • Evento emotigeno, "mi hanno rubato la macchina";
  • Reazioni fisiologiche, caratteristiche di ogni emozione;
  • Valutazione cognitiva, "quell’animale poteva attaccarmi e mi ha spaventato";
  • Motivazione, "ero spinto solo dalla rabbia";
  • Comportamento, "saltai dalla gioia";
  • Risposte espressive, "sgranai gli occhi per la sorpresa";
  • Vissuto soggettivo, "mi sento triste".

Tradizione evoluzionistica

Darwin fu il primo evoluzionista a studiare le emozioni, cercando di capire se esse siano davvero universali; egli osservò che le espressioni facciali delle emozioni mostrano nei bambini la stessa forma che hanno negli adulti, sono identiche in persone nate cieche (che quindi non possono averle apprese guardando gli adulti) e in persone normovedenti, sono simili in razze e popolazioni umane molto diverse tra loro e distanti geograficamente e assumono una forma simile anche in molti animali, soprattutto nei primati.

Le espressioni emotive, secondo Darwin, si sono evolute per assolvere funzioni adattive, e i risultati di questo processo sono analoghi in tutte le specie umane e, almeno in parte, nelle specie animali superiori. Quelle che noi chiamiamo espressioni emotive, infatti, sono per Darwin degli atti motori che nella storia della specie hanno accompagnato o sono stati parte di comportamenti con un elevato valore adattivo: mostrare i denti in una situazione di rabbia è un comportamento che precede un attacco, nel mondo animale, e si osserva la stessa espressione anche negli esseri umani, anche se oggi chiaramente si è perso molto questo significato. Altre espressioni, invece, hanno mantenuto la loro funzione originale, come l’espressione facciale della paura; essa, infatti, modifica l’interfaccia sensoriale del nostro organismo con il mondo esterno attraverso l’allargamento degli occhi e del naso, permettendoci un incremento del campo visivo totale, una maggiore rapidità dei movimenti oculari, una maggiore velocità e un maggior volume del respiro inalato, permettendo una maggiore ossigenazione del cervello. In questo modo è possibile affrontare meglio una minaccia percepita.

Nel corso dell’evoluzione della specie poi, accanto (o in sostituzione) alla loro funzione adattiva originaria, le espressioni emotive hanno acquistato anche una funzione comunicativa, finalizzata a indicare esteriormente lo stato emotivo esperito dall’individuo.

Teorie psicoevoluzionistiche

Le teorie psicoevoluzionistiche o neoevoluzionistiche ritengono, come Darwin, che le emozioni siano associate alla soddisfazione di bisogni universali, connessi alla sopravvivenza della specie e dell’individuo. Secondo Tomkins, le emozioni, o affetti, sono come schemi innati di risposta "ospitati" nelle aree subcorticali del cervello e finalizzati a garantire la sopravvivenza dell’organismo. Gli affetti primari, secondo la sua ipotesi, sono rabbia, interesse, disprezzo, disgusto, paura, gioia, vergogna e sorpresa.

Secondo Izard, invece, la vita emozionale si sviluppa a partire da dieci emozioni primarie: interesse, gioia, sorpresa, disagio, rabbia, disgusto, disprezzo, paura, vergogna, colpa. Ogni diversa emozione è attivata da categorie di stimoli rilevanti per la sopravvivenza e il benessere dell’individuo; ciascuna rappresenta un processo che coinvolge il sistema nervoso e specifiche risposte motorie ed espressive.

Ekman, in seguito, afferma che l’esperienza emotiva umana è riconducibile ad alcune famiglie di emozioni di base, o emozioni primarie, implicate nella gestione di situazioni che hanno una chiara connessione con la sopravvivenza individuale e della specie. Queste emozioni primarie sono rabbia, sorpresa, paura, gioia, tristezza e disgusto. Ogni famiglia è costituita da un tema comune, biologicamente radicato in programmi di risposta innati, e da numerose variazioni, che derivano dall’esperienza e dall’influenza culturale. Le emozioni complesse o secondarie derivano dalla mescolanza di queste emozioni primarie.

Sarà Plutchik, nello stesso anno, a individuare otto emozioni primarie relative a specifici comportamenti adattivi finalizzati a gestire determinate situazioni:

  • Accettazione - incorporazione;
  • Disgusto - rifiuto;
  • Paura - protezione;
  • Rabbia - distruzione;
  • Gioia - riproduzione;
  • Tristezza - reintegrazione;
  • Sorpresa - orientamento;
  • Anticipazione - esplorazione.

Molti autori parlano di emozioni primarie, intendendo con questo termine delle emozioni che hanno precise caratteristiche; innanzitutto sono espressioni universali, molto spesso anche presenti in altre specie animali. Ogni emozione primaria possiede dei meccanismi fisiologici distintivi e degli antecedenti specifici e universali, presentando anche una coerenza tra i vari aspetti della risposta emotiva. Sono di breve durata, hanno insorgenza rapida e spontanea e presentano un’assenza di valutazione cognitiva (o valutazione cognitiva automatica e inconsapevole).

Le espressioni facciali utilizzate per esprimere le emozioni sono a loro volta universali, perché si osserva un’invariabilità culturale nella loro produzione e nel loro riconoscimento. Secondo la teoria neuro-culturale di Ekman, ogni emozione attiva uno specifico programma facciale attraverso una serie di istruzioni codificate dal sistema nervoso e da quello endocrino, che la rende invariabile ed universale. L’espressione di queste emozioni, tuttavia, è regolata da una serie di regole d’espressione, apprese nel corso dello sviluppo individuale e specifiche dei diversi contesti culturali; queste regole possono riguardare l’accentuazione delle emozioni, per intensificarne l’espressione, la loro attenuazione, per renderle meno intense, la loro neutralizzazione, per inibirne l’espressione, e la loro simulazione, per nascondere un’emozione attraverso l’espressione di un’emozione diversa.

Nei suoi studi, Ekman utilizzava del materiale iconografico in cui erano rappresentati i volti di persone che esprimevano determinate emozioni, chiedendo ai suoi soggetti di studio di riconoscere qual era l’emozione espressa. Il facial action coding system compie l’analisi di singoli movimenti muscolari facciali definiti unità d’azione; ogni unità è definita da un numero e da un nome. Da sole o in combinazione, queste unità consentono di coprire tutte le espressioni facciali visibili.

Critiche metodologiche

Al lavoro di Ekman, tuttavia, sono state opposte alcune critiche metodologiche: innanzitutto le fotografie mostrate ai soggetti mostravano delle emozioni “pure”, mentre queste raramente si presentano nella realtà; inoltre la scelta che i soggetti potevano compiere era una scelta forzata tra alcune alternative. Delle teorie più recenti hanno comunque dimostrato che il grado di riconoscimento è maggiore quando l’attore che esprime le emozioni e il decoder (colui che le deve riconoscere) appartengono alla stessa cultura (dialect theory), e che questo grado di riconoscimento diminuisce molto quando, al posto di emozioni prototipiche, si utilizzano immagini tratte da situazioni quotidiane, nelle quali si riscontrano spesso pattern espressivi incompleti.

Per scoprire le espressioni ingannevoli si possono osservare diversi elementi:

  • Morfologia, alcuni muscoli sono poco controllabili dalla persona;
  • Simmetria, perché le espressioni sincere sono più simmetriche di quelle non sincere;
  • Durata, che è più lunga o più breve nelle espressioni false rispetto alla durata caratteristica delle espressioni sincere (differenze fino a cinque secondi);
  • Pattern temporale, più fluido e graduale nelle espressioni sincere.

Secondo l’ipotesi del feedback facciale sono le espressioni a causare le emozioni, e non viceversa, grazie a solide connessioni fra le componenti emotive dovute a programmi neuromotori innati per le emozioni di base. Nella sua versione più moderata questa ipotesi sostiene che il feedback facciale possa amplificare o attenuare l’intensità dell’emozione se viene esagerata l’espressività in senso compatibile o incompatibile con l’emozione stessa.

Tradizione dei neurologi e fisiologi

Lo studio della fisiologia delle emozioni utilizza diversi metodi di indagine ed indicatori:

  • Resoconti verbali o autovalutazioni dello stato emotivo soggettivo, ovvero riguardanti la percezione che i soggetti hanno delle modificazioni corporee connesse alle emozioni;
  • Indici comportamentali, come espressioni facciali e posturali;
  • Biosegnali relativi ai cambiamenti fisiologici indotti dal sistema nervoso e da quello endocrino. Il sistema cerebrale ci fornisce un biosegnale sotto forma di elettroencefalogramma, quello cutaneo attraverso la sudorazione o la conduttanza cutanea, quello muscolare attraverso l’elettromiogramma e così via.

Sebbene la ricerca abbia dato contributi importanti, manca ancora una chiara delineazione dei pattern fisiologici distintivi delle diverse emozioni. L’aumento di frequenza cardiaca, per esempio, si collega sia a emozioni negative che a emozioni positive, ma anche a stati generici di eccitazione o di sforzo fisico. Quindi non può essere considerato un segnale distintivo di alcuna emozione.

Modelli periferalisti

All’interno di questa tradizione fisiologica troviamo i modelli periferalisti. Secondo gli autori periferalisti si verifica prima di tutto la reazione fisiologica, specifica per ogni emozione, e in seguito si manifesta l’emozione stessa. Quindi secondo questi autori noi percepiamo uno stimolo pericoloso, ad esempio, e prima di tutto abbiamo una risposta fisiologica tipica della paura (dilatazione pupille, aumento frequenza cardiaca e così via); solo in seguito a questa risposta fisiologica noi proviamo l’esperienza emotiva della paura. Quindi questa emozione è la sensazione dei cambiamenti fisiologici che avvengono.

Alcuni autori, soprattutto James e Lange, affermano che noi proviamo una determinata emozione solo in seguito all'attivazione di un determinato stato fisiologico. A ogni stato fisiologico corrisponde una determinata emozione, e quindi è prevista una sequenza in cui prima troviamo l'evento emotigeno, poi lo stato fisiologico specifico e infine l'esperienza emotiva specifica. Quindi si ribalta l'idea secondo cui certe emozioni portino a determinate reazioni.

Modelli centralisti

Successivamente a queste ipotesi periferaliste, Cannon e Bard sviluppano dei modelli centralisti, chiamati così perché attribuiscono importanza alle sedi centrali del nostro sistema nervoso, e in particolar modo al nostro cervello. Per farlo, i due autori criticano le ipotesi periferaliste:

  • Il sistema nervoso autonomo reagisce troppo lentamente per spiegare la rapida comparsa delle emozioni (ci si può sentire imbarazzati prima del rossore sulle guance);
  • Alcuni cambiamenti del sistema nervoso autonomo sono difficili da rilevare introspettivamente (con l'emozione di paura diminuisce la secrezione gastrica, ma noi non possiamo percepirlo);
  • Alcuni stimoli non emotigeni, come una corsa nel parco, possono provocare lo stesso pattern di attivazione fisiologica tipico di alcune emozioni, anche se è assente il relativo vissuto soggettivo dell’emozione;
  • Non sono stati riscontrati tanti pattern di attivazione fisiologica quante sono le emozioni che noi possiamo sperimentare.

Secondo queste ipotesi centraliste, lo stimolo emotigeno va a stimolare contemporaneamente sia lo stato di attivazione fisiologica che il sistema nervoso centrale; dalla concomitante attivazione di sistema nervoso autonomo e centrale nasce l'emozione che noi esperiamo.

Cannon individua nel talamo la sede di processamento delle emozioni, dove vengono messe in atto l’attivazione fisiologica e le modificazioni somatiche, mentre Bard afferma che tale sede è situata nell’ipotalamo, che ha il compito di garantire la regolazione omeostatica.

In seguito si osservano anche modelli più complessi, che chiamano in causa l'azione di diversi elementi e strutture. Il circuito di Papez, ad esempio, prevede che il “sentire” l'emozione è frutto di un processo che passa per il talamo e per più strutture sottocorticali. Come Cannon, Papez prevede che l'inizio del processo di elaborazione dello stimolo emotigeno sia localizzato nel talamo. Da qui, le informazioni vengono inviate sia alla neocorteccia, che garantisce la conoscenza dello stimolo, sia all’ipotalamo. Esso fa parte di un circuito che comprende anche il nucleo anteriore del talamo, il cingolo e l’ippocampo, e che permette di “sentire” lo stimolo. Quindi, grazie a Papez, si passa da un’unica struttura sottocorticale responsabile del processamento delle emozioni a un circuito sottocorticale.

Modello di McLean

Il modello di McLean, addirittura, prevede tre diversi “cervelli”:

  • Rettiliano, più primitivo, che ci permette ad esempio il movimento;
  • Limbico, emotivo;
  • Neocorteccia, la parte più recente, complessa e razionale.

Modello di Panksepp

Tra i modelli più complessi si deve menzionare anche il modello di Panksepp, che presenta alcuni assunti fondamentali: innanzitutto i processi emotivi umani sono considerati simili a quelli di altri mammiferi; distinti processi emotivi, poi, riflettono l’attività di specifici circuiti cerebrali, che sono in numero limitato e corrispondono alle emozioni primarie. La loro combinazione, in associazione ai processi di apprendimento sociale, dà origine alle emozioni più complesse. Panksepp, quindi, ipotizza l’esistenza di quattro diversi circuiti cerebrali, caratterizzati da sei attributi fondamentali: hanno base genetica, e assolvono la funzione di rispondere a stimoli connessi a situazioni che rappresentano delle sfide per la sopravvivenza e l’adattamento.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Zanna15 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Motivazione, emozione e personalità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Steca Patrizia.
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