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Pedagogia generale

Quadro di senso dell'insegnare: la relazione educativa, comunicazione didattica efficace

Lezione 1 – 9 gennaio 2015

L'homo simbolicum

Le immagini dovrebbero essere considerate come un linguaggio parallelo e complementare a quello delle parole: l'immagine veicola il contenuto in un modo che le parole non sanno fare, e in tal senso le integrano. Il professore, nell'atto di trasmettere il suo sapere, dovrebbe tenerne conto e avvalersi di immagini il più possibile per facilitare le sue lezioni. Lo stesso vale in fondo anche per la musica. I vari linguaggi andrebbero dunque “mescolati” e non separati.

L'uomo è stato definito dagli idealisti, in particolare da Hegel, “animale razionale”, ma dopo Freud si è capito come l'uomo sia invece anche e soprattutto irrazionale. Secondo Ernest Cassirer (fenomenologo), la definizione di animale razionale va accantonata a favore di quella di “animale simbolico”:

Invece di definire l'uomo come un animal rationale si dovrebbe dunque definirlo come un animal symbolicum. In tal guisa si indicherà ciò che veramente lo caratterizza e che lo differenzia rispetto a tutte le altre specie e si potrà capire la speciale via che l'uomo ha preso: la via verso la civiltà. (E. Cassirer, Saggio sull'uomo, Armando, Roma 1969, pp. 79-81)

La vocazione simbolica dell’Homo Sapiens fa sì che abbiamo sempre sentito il bisogno di testimoniare simbolicamente presenza e identità.

Telmo Pievani, filosofo della scienza, è autore, assieme a Luca Cavalli Sforza, di ricerche che hanno permesso di ridefinire le caratteristiche dell'Homo sapiens: “Abbiamo iniziato a dipingere e a disseminare di graffiti le caverne più inaccessibili, ad abbellirci e colorarci il corpo, a seppellire in modo cerimoniale i nostri defunti (...) ma perché solo in un certo periodo abbiamo cominciato a esibire queste ‘stranezze’ in sostanza inutili?” (Pievani 2010).

Cfr. L. Cavalli Sforza & T. Pievani, Homo Sapiens. La grande storia della diversità umana, Codice Edizioni, Torino 2013; T. Pievani, Scritture della creatività scientifica, in E. Biffi (a cura di), Scrivere altrimenti, luoghi e spazi della creatività narrativa, Stripes Edizioni, Rho (Mi) 2010, pp. 52-53.

“A detta di molti studiosi, il motivo è legato al fatto che in quel periodo alcune popolazioni sapiens iniziarono a unire al linguaggio articolato - frutto di un fenomeno anatomico precedente (la discesa della laringe) e di una sua commissione con aree cerebrali senso-motorie ‘ricablate’ per nuovi compiti - con l'identificazione del sé, con quella che poi diventerà l'intelligenza simbolica, l'intelligenza intersoggettiva basata sulla comunicazione linguistica e sulla lettura delle menti altrui, sulla capacità di associare suoni a oggetti e a concetti, da cui un'esplosione ricorsiva di riferimenti astratti. Si tratta di una transizione evoluzionistica fondamentale, perché l'evoluzione culturale inizia lì ad innestarsi in quella biologica, in una correlazione di fattori che continua ancora oggi e che ha plasmato la natura umana”.

La vocazione simbolica è quella che distingueva l’homo sapiens dagli altri homini della preistoria. Attraverso immagini e proto-linguaggi, l’essere umano ha sempre avuto l’esigenza di lasciare tracce della sua presenza. L’uomo iniziava a unire il linguaggio fisico alla consapevolezza di sé.

Anche nei bambini avviene questo: l’essere umano prende consapevolezza di sé quando acquisisce competenza simbolica, quando cioè riesce a vedersi dall’esterno, a capire che è un individuo disgiunto dagli altri (il bambino capisce che è disgiunto dal corpo della madre). Questo accade ad esempio quando i bambini riescono a scarabocchiare un cerchio chiuso (circa attorno ai 3 anni): distinguono così il dentro e dal fuori, separano uno spazio preciso. All’uomo sapiens è successa la stessa cosa. Nel momento in cui gli uomini hanno cominciato a tracciare segni e proto-linguaggi, hanno trovato anche la propria identità: quindi è con la rappresentazione simbolica che nasce la propria identità personale. È forse grazie proprio a questo che l’homo sapiens è riuscito a sopravvivere, mentre gli altri homini sono semplicemente scomparsi. L’homo sapiens, infatti, grazie alla sua competenza simbolica riusciva a trasmettere le sue conoscenze senza dover ricorrere all’esperienza diretta: i bambini, grazie alla competenza simbolica, apprendevano informazioni sulla sopravvivenza nel mondo in cui si trovavano, senza bisogno di viverle.

Gianni Rodari parlava di “contratto di finzione”: un insieme di regole inventate che ci si impegna a rispettare in contesti fantasiosi, come un gioco, in cui ad esempio si può far finta che sia possibile volare. Ma vale anche in una favola o in un film, in cui accettiamo che tutto sia possibile.

L’identità personale

L’identità personale deriva dalla competenza simbolica. Senza competenza simbolica non avremmo memoria del nostro passato e non avremmo la possibilità di costruire il sé: saremmo soltanto un corpo dominato dalla biologia e dagli istinti. A proposito dell’identità personale, Piero Bertolini (fenomenologo) dice:

Con questo termine si intende definire l'autorappresentazione e la percezione di sé come un soggetto unitario, con caratteristiche e qualità stabili, permanenti e diverse da quelle altrui. Il senso di identità (personale, culturale, etnica, sessuale…) presuppone la relazione sociale: esso nasce e si rinforza sia tramite la relazione con l'altro percepito come simile, sia attraverso la relazione con l'altro percepito come diverso. (P. Bertolini, Dizionario di Pedagogia e Scienze dell’Educazione, Zanichelli, Bologna)

Il concetto di stabilità e permanenza sono fondamentali per definire l’identità, che appunto significa “identico”: l’identità è ciò che ci sembra che costituisca la parte invariabile della nostra psiche, della nostra personalità. Possiamo cambiare il nostro aspetto e anche alcune caratteristiche del nostro comportamento con il tempo; ma ci sono invece delle caratteristiche fondamentali che non cambiano, che manteniamo sempre e in ogni caso: questa è l’identità.

L'identità presuppone anche le relazioni sociali. Il soggetto che non ha relazioni sociali non ha un’identità, o perlomeno non ce l’ha ben strutturata. Il soggetto autistico, ad esempio, avendo un’incapacità di relazione, ha anche un’incapacità di autorappresentazione. L’identità nasce e si rinforza sia tramite la relazione con l'altro percepito come simile, sia attraverso la relazione con l'altro percepito come diverso. I bambini, ad esempio, da piccoli vogliono frequentare solo amici dello stesso sesso, mentre evitano quelli dell’altro: questo perché, non conoscendo ancora sé stessi, cercano la somiglianza negli altri. Poi invece crescendo nasce anche l’interesse per l’altro sesso. C’è però un’ambivalenza perché, anche una volta adulti, si prova sì interesse per quelli dell’altro sesso, per cui si prova attrazione proprio in quanto diversi; ma contemporaneamente si cerca anche la compagnia di quelli dello stesso sesso, per potersi riconoscere in loro e riaffermare la propria appartenenza.

Identità personale è riconoscersi e essere riconosciuti. Un essere umano ha una identità personale sufficientemente sviluppata quando sa dire chi è e quando contemporaneamente anche la società lo riconosce in modo compatibile a come lui vede se stesso. Ad esempio, l’omosessualità è spesso stata considerata come “sbagliata”, e a volte purtroppo lo è tuttora. Un omosessuale allora, per essere accettato, fa finta di non esserlo, magari anche simulando finti matrimoni con donne. Sono quindi riconosciuti in maniera diversa da come loro riconoscono se stessi. Analogamente, anche la scuola purtroppo spesso costringe i ragazzi a fingere di essere diversi da quello che sono, quasi imponendo insegnamenti e orientamenti di vita. Ad esempio, se dice a un ragazzo che per essere una persona rispettabile e riuscita nella vita bisogna studiare il latino, laddove invece a lui il latino non piace affatto ed è intimamente convinto che sia insensato. Tale ragazzo allora può reagire in due modi: può studiare il minimo indispensabile in modo dichiaratamente forzato: questo ragazzo è autentico; oppure – per assecondare genitori o insegnanti – può comunque studiare con passione: questo ragazzo allora crea una falsa identità, e cela i suoi veri interessi fingendo di averne altri. Questo dipende molto dall’insegnante, che deve dunque riuscire a destare interesse sincero e innescare meccanismi di imitazione, contagiando il ragazzo.

Intersoggettività

Il senso dell’identità personale si costruisce attraverso processi intersoggettivi. L’espressione “processi intersoggettivi” è cara alla filosofia fenomenologica. L’intersoggettività è un fenomeno coperto e descritto da Edmund Husserl, fondatore della filosofia fenomenologica, il quale ha scoperto che la distinzione tra soggetto e oggetto è alquanto arbitraria, perché in realtà noi non sappiamo dove finisce il mondo interno e comincia quello esterno.

Siamo dei molteplici soggetti sensibili, ma, in quanto comunichiamo, il senso di tutti serve ad ogni soggetto. È come se ci fosse un mondo collettivo correlativo a un soggetto unico. (E. Husserl, Idee per una fenomenologia pura e una filosofia fenomenologica, Einaudi, Torino 1965, p. 126)

Ogni volta che noi facciamo una scelta, siamo convinti che quella sia una nostra scelta soggettiva. In realtà – come insegna peraltro anche Freud – si tratta di una scelta largamente “condizionata”, o meglio “suggerita” dal nostro contesto di appartenenza. Basti pensare alla fame: prima di andare a mangiare, ciascuno di noi prova il desiderio di un tipo di cibo particolare. Tale desiderio ha certamente una componente soggettiva, ma c’è anche un elemento intersoggettivo legato al contesto, ossia ai cibi che non presenti nel nostro ambiente e che non ci sono in altri. Basti pensare ancora al concetto di bellezza, profondamente cambiato nel tempo, anche negli ultimi anni: un uomo o donna considerati belli pochi anni fa, ora magari fanno sorridere.

La costruzione della conoscenza del mondo e della conoscenza di sé è sempre fatta di esperienze (relazione con gli altri e con le cose) unite alla loro riduzione simbolica. Per esperienza non intendiamo solo il rapporto empirico con un dato evento (come intende la fisica sperimentale): perché ci sia esperienza, è necessario che l’evento sia anche vissuto, interiorizzato. È necessario che vi sia, cioè, la riduzione simbolica del dato esterno, che l’evento sia ricostruito simbolicamente dentro di me e che abbia dunque per me un senso. Ad esempio il fenomeno dell’ebollizione dell’acqua ha senso per chi ha il concetto di ebollizione della materia, del cibo che mangeremo ecc. Se uno scimpanzé vede me che faccio gli spaghetti, non fa la stessa esperienza che faccio io, perché il senso che do io a quell’evento è diverso da quello che gli dà lo scimpanzé, in quanto non ha la riduzione simbolica dell’esperienza, anche se magari insegnandogli sa buttare gli spaghetti nella pasta. Analogamente, anche a scuola bisognerebbe capire che non è sufficiente “fare” per “capire”, se uno studente non ha la minima idea di quello che ha fatto.

I linguaggi non servono solo a comunicare, ma anche a pensare e a costruire rappresentazioni del mondo e di sé. Il linguaggio delle parole, quello delle immagini e tutti i linguaggi che gli esseri umani hanno a disposizione sono ingredienti fondamentali per la costruzione dell’autonomia e dell’identità.

È pertanto evidente che la costruzione di una identità personale rappresenta una delle condizioni fondamentali o una delle mete indispensabili del processo formativo e autoformativo. L’insegnamento non è il fine, ma il mezzo per costruire la propria identità. Ciò non significa naturalmente smettere di insegnare i concetti: la conoscenza è comunque uno strumento essenziale per la costruzione dell’identità. Il punto è che noi dobbiamo insegnare la nostra materia e capire se ciò che abbiamo insegnato serve a qualcosa agli studenti; ad esempio, vedere se grazie ai nostri insegnamenti si sentono cambiati.

La costruzione dell’identità ha bisogno di esperienze di autoaffermazione (che non va identificata e confusa con la capacità di prevalere in situazioni di competizione). La più importante pratica di autoaffermazione consiste nel poter dare, simbolicamente, testimonianza di sé. Occorre che i soggetti in formazione vivano le conoscenze e le competenze messe a loro disposizione dal sistema formativo come risorse dell’autoaffermazione e di costruzione dell’identità personale. Le esperienze di autoformazione mi permettono di essere riconosciuto dalla comunità; l’autoaffermazione non è “eccellenza”. Per autoaffermarmi devo semplicemente poter dare testimonianza di me, cioè mettere in atto quei meccanismi che mi permettono di essere riconosciuto dalla società. Perché dunque la scuola sia un’esperienza di autoaffermazione, deve poter dare la possibilità di dare testimonianza di sé. Gli insegnanti che dettano sistematicamente gli appunti e che pretendono che l’interrogazione ripeta esattamente ciò che hanno detto, non consente ai soggetti di trasformare la conoscenza in testimonianza. L’insegnante invece che permette allo studente di ripetere con parole sue quanto ha appreso, gli permette di mostrare che è in grado di decostruire e ricostruire la conoscenza, e soprattutto gli consente di dare testimonianza di sé. La conoscenza oggettiva diviene così conoscenza intersoggettiva, in cui c’è anche una parte di me. Bisogna dunque riuscire a far vivere la propria offerta formativa come risorsa per la costruzione dell’identità personale.

La costruzione dell’identità è anche nella valorizzazione della dimensione affettiva e sentimentale, nella consapevolezza del proprio patrimonio emozionale e desiderante inconsapevole e consapevole. È importante la distinzione tra emozione e sentimento. L’emozione è un’alterazione affettiva che deriva da una causa, esterna o interna; il sentimento si ha quando, a forza di provare quell’emozione, riesco a darle un nome, a riconoscerla nelle sue caratteristiche invarianti. Con il sentimento non ho più bisogno di una causa esterna per provare una data emozione, riesco a richiamarla “artificialmente”. È la stessa differenza che c’è tra l’innamoramento e l’amore. L’innamoramento è quando provo una forte emozione quando vedo una persona; se però c’è una relazione con questa persona, riesco a pensarla anche quando non c’è: provo amore, cioè concettualizzo il sentimento che provo per lei e non ne ho necessariamente bisogno per provare tale emozione.

Molti giovani, ma anche adulti, sono emozionalmente incompetenti. Il mondo della scienza ad esempio è molto stimolante dal punto di vista emozionale: molti libri e molti insegnanti lo riducono però a mere nozioni e principi: si dovrebbe invece raccontare anche la storia della scienza e degli esperimenti: si farebbe allora educazione emozionale. Molti insegnanti hanno paura delle proprie emozioni: ad esempio insegnanti di lettere che non hanno il coraggio di leggere con espressione. La lettura espressiva è un incremento dell’educazione sentimentale.

Slavoj Žižek nel libro Il soggetto scabroso. Trattato di ontologia politica (Cortina, Milano 2003), riafferma l’importanza del soggetto cartesiano, non, però, nel senso di un ritorno al cogito (il soggetto pensante trasparente a se stesso), bensì mettendo in luce “il suo opposto dimenticato, ben lontano dall'immagine conciliatoria dell'Io trasparente”.

Secondo Žižek ci troviamo in una fase di postpolitica; ovvero in un momento in cui gli uomini abbandonano gli schieramenti ideologici e affrontano i nuovi problemi attraverso conoscenze e competenze specialistiche. E, proprio in questa necessità di riaffermazione dell’atto, soprattutto politico, si trova la chiave dell’intero discorso di Slavoj Žižek: sebbene, nella società liberale e tollerante tardo-capitalistica, è proprio decidendo di “non cedere sul proprio desiderio” (p. 495) che l’individuo della società del rischio può riacquistare la propria compostezza etica e identitaria.

Secondo Žižek dobbiamo riconquistare l’accesso all’abisso dell’immaginazione. Žižek afferma che ciò che noi crediamo di desiderare, è in realtà un condizionamento. Noi non sappiamo più cosa desideriamo.

Recalcati, parlando di Freud, dice che Freud aveva individuato nella libidine sessuale la base del desiderio. Ai tempi di Freud tuttavia la sessualità era repressa, e quindi c'era naturalmente la tendenza a desiderare ciò che era inaccessibile. In seguito però è arrivata la liberalizzazione sessuale, e oggi il sesso non è più un’ossessione, perché uno quando lo vuole fare lo fa, senza necessità di repressione.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

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