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Letteratura ispanoamericana

Premessa

La storia del rapporto fra uomo e animale si fonda principalmente su un disconoscimento, in quanto l’uomo si colloca in contrapposizione a un nome collettivo, l’animale, ben identificato che si oppone radicalmente all’uomo stesso. Per elaborare questo concetto si parte proprio dalla privazione da parte dell’animale (sguardo, proprietà di linguaggio, coscienza dello spazio/tempo); questa riduzione dell’animale si realizza attraverso due movimenti opposti e paralleli: se è l’uomo a dare un nome all’animale può essere considerato facente parte del proprio universo, altrimenti viene collocato in un universo completamente separato.

Pensare all’animale significa pensare il confine che unisce e separa l’uomo dalla natura. Una così grande presenza della figura animale nella letteratura ispanoamericana è anche una riflessione sull’identità, sulla frontiera e il limite tra questi due mondi. Studiare ed analizzare il non animale non significa sminuire l’uomo, ma ri-collocarlo nella natura. Vengono prese in considerazione molte correnti letterarie occidentali, in modo da contrapporre, analizzare e confrontare il mondo ispanoamericano e quello occidentale. Infatti, nella cultura ispanoamericana, viene considerato molto importante l’influenza che la cultura occidentale ha nell’ispanoamerica.

Parte I – L’occidente

Il mondo antico

Possiamo limitare la tradizione occidentale a quella ebraica, greca, romana e cristiana; la prima fonte da considerare è quindi la Bibbia. Innanzitutto vanno considerati i diversi fattori che hanno condizionato la stesura della Bibbia stessa:

  • Socio-economici, rapporto con l’allevamento.
  • Religiosi, pratica del sacrificio.
  • Politici, differenziazione dai popoli circostanti.

La scrittura zoomorfica e l’intera iconografia egizia, sono il riflesso di un dialogo incessante tra uomo ed animale, entrambi partecipi dell’essenza divina; partendo da questa contiguità, l’anima umana può decidere dopo la morte di nascere in forma animale. Nella cultura egiziana c’è una migrazione circolare eterna che unisce tutti gli esseri. Al contrario, la Bibbia sancisce la separazione tra i viventi: da un lato l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio dotato di razionalità e libero arbitrio, e dall’altro l’animale, caratterizzato dall’istinto.

Nel Primo libro della Genesi, viene riconosciuta la supremazia dell’uomo, nonostante la creazione dell’uomo e dell’animale sia avvenuta lo stesso giorno e non in due giorni distinti. Gli animali vengono salvati dal diluvio e viene concesso all’uomo il diritto di sottomettere gli animali e di cibarsene. L’animale viene quindi considerato come fonte di sopravvivenza dell’uomo, quindi anche il suo sacrificio porta alla diminuzione di importanti fonti di sostentamento.

Al contrario, il Dio ebraico considera peccato il sacrificio di animali innocenti, viene quindi rivelata l’importanza dell’animale e del proprio sacrificio. Nel Talmud, l’animale viene messo allo stesso pari dell’uomo, viene detto infatti che l’uomo potrà mangiare solo dopo aver sfumato l’animale. Questo non deve essere maltrattato e durante la macellazione non deve soffrire, altrimenti la carne non può essere mangiata. In altri versi viene riconosciuta la capacità di pregare agli animali e vengono messi sullo stesso piano, parlando del loro destino della morte.

Possiamo inoltre parlare della religione professata da Zarathustra che riconosce, sia nell’uomo che nell’animale, l’appartenenza di un’anima che sappia gioire, soffrire e provocare sentimenti. L’intuito di Zarathustra è quello di astenersi dai sacrifici: l’uomo deve nutrirsi dei prodotti della materia senza provocare dolore a nessuno. L’uomo deve quindi adorare Dio ed essere mite verso tutti i viventi seguendo l’etica del rispetto della vita. L’importanza dell’etica di Zarathustra, influenza molto il pensiero filosofico di Platone e Pitagora.

Le questioni principali su cui si basa la filosofia occidentale sul tema dell’animale sono:

  • Se gli animali posseggano un’anima e un’intelligenza.
  • Se siano in grado di comunicare tra loro o comunicare con l’uomo.
  • Se abbiano una dignità che deve essere rispettata.

Pitagora riconosce negli animali e negli uomini una sostanziale unità delle forme viventi; questa unità non implica una indifferenziazione tra uomo e animale. L’uomo è in grado di comprendere, mentre l’animale è in grado di sentire ma vive nel dolore in quanto non riesce ad esprimere ciò che prova. Proprio per questo, devono essere rispettati in quanto vivono nella pena. Secondo Empedocle, animali e uomini fanno parte della stessa vita, infatti la morte nei macelli viene paragonata alle guerre umane che sono tutte e due carneficine. Infatti, sia gli animali che gli uomini, nascono con delle colpe da espiare, la differenza dipende dalla capacità delle anime di avvicinarsi verso l’obbedienza e l’istinto. Gli animali sono uomini che hanno sprecato la loro vita.

Platone considera il mondo animale composto da due principali dimensioni, Bene e Male ma che tendono in altri modi verso se stessa, quindi verso le tenebre e l’ignoranza. Aristotele segna una tappa decisiva per la riflessione sulla natura; fa infatti entrare caccia e pesca come tema centrale. Aristotele sancisce lo spostamento sul tema dell’animale su due fonti principali: innanzitutto, basa le sue speculazioni sull’osservazione naturalistica; dall’altra parte fonda la questione dell’animale girando attorno ad un tema centrale “Hanno gli animali la ragione?”.

Gli animali hanno una loro anima sensitiva, ma non riescono ad esprimere ciò attraverso le parole; queste facoltà sono proprie solamente dell’uomo. La contrapposizione tra istinto e razionalità implica la creazione di una gerarchia ben precisa e la relazione con gli animali diventa solamente strumentale. Inoltre, sia schiavi che animali, vengono posti sullo stesso piano, in quanto sono tutti e due strumenti, e l’amicizia tra uomo e schiavo è impossibile. Aristotele conclude che la caccia e la pesca siano giuste perché riflettono l’ordine naturale; la successiva accettazione di queste due azioni poste allo stesso piano rivela il rapporto deformato, insufficiente e inadeguato della civiltà con la natura. Gli animali non entrano in conflitto tra di loro, ma quando nascono danno un assenso alla vita e sono spinti ad avere rispetto per la vita stessa.

Contro gli stoici si esprime Plutarco. Il filosofo invoca un vivere comune che segua le divine leggi della giustizia, della pietà e dell’intelligenza. Gli animali come gli uomini hanno sensibilità ed immaginazione e non sono solo capaci di percepire, ma ricordano anche le percezioni stesse e ne traggono nozioni utili per la sopravvivenza. Hanno dunque una proprio intelligenza e ragione, anche se inferiore a quella umana. Ed è proprio questa la loro debolezza a rendere ancora più terribile l’ingiustizia nei loro confronti. Da qui l’invito a non cacciare e non mangiare carne. Plutarco contrappone la bellezza degli animali vivi alla loro carcassa da morti; l’uomo è incapace di vedere e di capire gli animali, viene ipotizzato che l’uomo abbia vissuto in un’epoca di fame spaventosa, dove per sopravvivere è stato costretto a cibarsi di qualsiasi cosa, anche degli animali morti. Ma adesso che la situazione è cambiata non è più necessario mangiare carne. L’assunzione di carne genera malattie. Questa idea viene presa in considerazione da Plutarco, che considera la caccia e la guerra come forme di ingiustizia formate tutte e due da inganno e frode. La differenza tra uomo e animale è solamente quantitativa: l’uomo non è in grado di capire gli animali, ma questo non significa che questi non abbiano capacità di espressione. Quindi, uomo e animale fanno parte dello stesso ordine perfetto, ma l’uomo in nome della sua superiorità vuole imporre un suo ordine basato sulla crudeltà e sulla guerra.

Infine, Cicerone considera il mondo creato solo per l’uomo, ed è del tutto in sua funzione; Seneca riduce l’animale al puro istinto e ad una esistenza legata al presente. A queste considerazioni si contrappone Lucrezio, il quale considera una follia credere che il mondo sia stato creato solo ed esclusivamente per l’uomo.

Il cristianesimo

Con la fine del mondo antico e la diffusione del cristianesimo, la questione animale entra nella biblica separazione tra l’uomo e il resto delle creature. L’Alto Medioevo è caratterizzato dal profondo contrasto tra la centralità dell’uomo nell’universo e la progressiva perdita dell’uomo sull’ambiente circostante; con il cristianesimo si afferma definitivamente il dualismo tra uomo e natura, dove il primo elemento, dotato di anima, è considerato superiore alla natura e gli viene riconosciuto il diritto di dominarla. Questo dualismo viene chiamato anima-corpo.

Ci furono varie riflessioni su questo rapporto, tra cui:

  • La riflessione di Giovanni Scoto Eriugena, è la prima che mostra l’unità fra uomo e animale. L’opera da cui possiamo prendere spunto è un dialogo fra un maestro ed un allievo che sviluppa una profonda riflessione sul concetto di vita. Il maestro afferma che l’anima di tutti i viventi è immortale, viene riconosciuta una natura comune sia all’uomo che all’animale e quindi è sbagliato pensare che esista in quest’unità una parte che è destinata a morire e l’altra a vivere in eterno.
  • Tommaso D’Aquino considera uomo e animale entità diverse, dove l’uomo è ad immagine e somiglianza di Dio e l’animale subordinato della natura e costretto ad essere sfruttato. L’animale è quindi un essere subordinato e dipendente che non merita di essere compiaciuto.

Prossimità

Continuando a parlare in ambito europeo, limitiamo però la trattazione del tema del rapporto tra uomo e animale a filosofi posteriori a Darwin che, cercando il superamento di una visione antitetica, costituiscono un riferimento importante alla trattazione degli scrittori ispanoamericani che ne condividono il pensiero.

La tradizione filosofica occidentale, si fonda sull’esclusione, la riduzione e il dominio dell’animale; i filosofi che propongono un pensiero alternativo sono coloro che mettono in discussione il sistema filosofico tradizionale. Uno tra i primi è Nietzsche che considera l’uomo come lui stesso un animale, ma il vero animale vede il lui l’animale delirante, quello che ride, piange e risulta infelice. È proprio Nietzsche che giunge ad essere uno dei nuclei fondamentali per la fondazione del pensiero di Merleau-Ponty, che vede nel corpo l’elemento che permette all’uomo di riconoscere la parentela con gli altri animali, percepiti come varianti della propria corporeità.

Il pensiero della Scuola di Francoforte rappresenta un riferimento imprescindibile per l’abbattimento del pensiero filosofico tradizionale. Lo scopo della dialettica negativa di Adorno è quella di scompaginare le false sicurezze dei sistemi filosofici, scoprendo il diverso, il non-identico che normalmente viene represso o ignorato. Rifiutando il pensiero filosofico dell’Idealismo, Adorno propone di ribaltare le categorie cognitive e le varie gerarchie che hanno organizzato il mondo, stabilendo cosa è da considerare solo accessorio e cosa è importante, fondando così l’ingiustizia. Questo concetto può essere applicato anche al mondo animale, come considera Horkheimer, la ragione è considerata uno strumento per soggiogare il mondo, un mezzo che realizza i fini stabiliti e controllati dal sistema, un dispositivo tecnico e non critico che è completamente insensibile. La riduzione ad oggetto degli animali è speculare al soggiogamento degli uomini da parte di altri uomini. Dall’altra parte, invece, Schopenhauer credeva che il compito dell’uomo è quello di avere compassione e di capire il dolore dell’animale: la civiltà regredisce se invece di formarsi sulla comprensione della natura si fonda sul suo dominio.

Un altro filosofo molto importante fu Derrida. Tra i vari temi che trattò ci fu appunto anche quello sul rapporto uomo/animale, al quale dedicò il suo tempo nel 1997 quando scrisse “L’animal que donc je suis”. Le riflessioni che fa Derrida, puntano soprattutto a sottrarre all’animale il logos, che faceva parte di una lunga tradizione di pensiero che iniziò da Aristotele. Tutti i filosofi precedenti incentrarono le loro riflessioni sul logos, quindi sulla capacità di linguaggio animale e in particolar modo sulle loro risposte. Derrida, rifiutando questo logocentrismo ed incentra il suo pensiero non sulla parola, ma sullo sguardo: gli animali non sono solamente visti, ma vedono. L’animale enuncia quindi un teorema quello di essere una cosa vista e non vedente. Negandogli lo sguardo, l’uomo sottrae all’animale ogni possibilità di espressione, in quanto il suo linguaggio si manifesta soprattutto attraverso lo sguardo. Nell’antichità l’animale veniva considerato come elemento muto e privo di linguaggio. La prima forma di violenza da parte dell’uomo sull’animale, è proprio la sua considerazione nella parola “animale” usata al singolare, considerandolo incapace di poter far parte di un gruppo omogeneo che si possa contrapporre all’uomo. Derrida crea un neologismo, legato a questo concetto: animot che comprende la parola plurale animaux e la parola mot in francese. Nella parola animot entra a far parte la parola (mot) dimostrando la fragilità della frontiera tra il mondo animale e quello umano, sfidando le certezze costruite su entrambi i mondi.

Insieme a Derrida, sia Deleuze che Guattari sostengono e sviluppano ulteriormente il pensiero già espresso da Derrida. Questi due filosofi affrontano il tema del “divenire animale”; questo processo avviene per concatenazioni, non c’è filiazione ma alleanza. Il divenire animale non si tratta di imitare od unire qualcosa o qualcuno, ma si tratta piuttosto di creare una zona di vicinanza. In questo senso, scrivere l’animale significa estrarre un mondo e stabilire delle zone di indiscernibilità. Questo concetto è chiamato “deterritorializzazione” che punta a creare una vicinanza tra uomo e animale.

Un filosofo che non appoggiò quest’idea fu Acampora; lui ridefinì il rapporto tra uomo e animale partendo dalla nozione di corporeità: il corpo è tagliato fuori dalla natura da un confine netto, modellato dall’influenza e dal contatto con corpi umani e non. C’è quindi uno spostamento del piano mentale a quello sensoriale che unisce tutti gli esseri in quello che viene definito “sinfisio”, non basato quindi sull’empatia. Dalla compassione si passa al dovere morale nei confronti dell’animale. Si oppose a quest’idea Savater, il quale sosteneva che gli animali non hanno bisogno di pietà, non hanno diritti e quindi non è necessario che recuperino la loro dignità in opposizione all’uomo.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/06 Lingua e letterature ispano-americane

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher dile1992 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura ispano-americana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Canfield Martha Luana.
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