Filosofia del linguaggio
Esame orale
Una domanda per testo. Tesina scritta preliminare da consegnare a dicembre, orale a gennaio. Ogni fine settimana alcuni appunti online sull’home page del prof. Paolo Leonardi. Quasi tutte le comunicazioni con studenti si trovano lì.
Platone
Tematiche: il dialogo è quasi esclusivamente dedicato alla lingua, primo grande testo che ci è rimasto sulla filosofia del linguaggio. È stato scritto intorno al 388389 a.C.: dialogo che ha duemilaquattrocento anni. Il secondo testo è "Nome e necessità" di Kripke, di un filosofo ancora vivo nato negli anni ’40. I due testi trattano fondamentalmente dello stesso argomento: è interessante vedere come la questione sia trattata in due momenti della storia e della filosofia molto diversi.
Testi
- Platone, 2008, RomaBari Laterza Cratilo
- Saul Kripke, 1999, Milano Bollati Boringhieri Nome e necessità
- P. Casalegno, 2011, Carocci Brevissima introduzione alla filosofia del linguaggio
- Note e appunti da http://web.dfc.unibo.it/paolo.leonardi/index.html
Oltre alla lezione frontale, gli studenti saranno richiesti di leggere alcuni testi e di discuterne pubblicamente. Nei giorni 15, 21 ottobre e 3 novembre 06-10-2014.
Cratilo
È composto di tre parti e tre personaggi: Socrate, Ermogene e Cratilo, eroe eponimo del dialogo, che si sostiene sia stato maestro di Socrate. Socrate è celeberrimo, Ermogene è ultimo figlio dell’uomo più ricco di Grecia, non riceverà nulla in eredità dal padre (ancora vivo durante la narrazione). Il dialogo si divide in:
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Dialogo tra Ermogene e Socrate: Ermogene ha una posizione convenzionalista sulla lingua, ritenendola arbitraria, ad esempio “tavolo” significa “tavolo” per convenzione. La lingua è per una tradizione che si chiama una determinata cosa in un certo modo. Anni fa la lingua italiana era ricca di termini francesi, in corrispondenza del periodo in cui la cultura francese era quella egemone; cent’anni fa circa valeva la stessa cosa per le parole tedesche nella nostra lingua, perché la cultura tedesca era egemone sia economicamente sia politicamente. La lingua non è né un fenomeno statico né una lingua definibile puntualmente tale, è un fenomeno vivo, serve a scambiare opinioni e richieste tra persone vive, e come esse è viva. Si distinguono l’italiano del NordEst, l’italiano del NordOvest, l’italiano di Roma… Differenze lessicali, di pronuncia, fonetiche talvolta molto lontane tra loro. La risposta di Socrate difende la posizione di Cratilo sostenendo che la lingua è un fenomeno naturale e non arbitrario.
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Dialogo di Socrate sulla connessione di nomi e cose: l'idea che ci sono i nomi primi, nomi non composti, immagini fonetiche di ciò che nominano. L’idea delle parole come immagini di ciò che nominano è radicatissima nella filosofia linguistica, è un tema sempre vivo ed importante nella materia (sostenuto anche nel 1892 da uno studioso tedesco). Importante la parte sulle etimologie perché dimostra la cultura linguistica e filologica di Platone, oggi ancora valida. Il filosofo greco parla anche dei prestiti linguistici, ancora attuali (computer dall’inglese, ad esempio, che ha soppiantato l’originario termine italiano calcolatore). Parla poi Cratilo difendendo la propria posizione. Non è soddisfacente pensare che la lingua non sia anche un fenomeno naturale: noi tutti abbiamo imparato a parlare senza che nessuno ce lo insegnasse (a differenza della scrittura), è un processo che nasce insieme alla vita stessa. Un bambino già in fasce comincia a selezionare i fonemi che sente per capire quali riprodurre, nelle prime 24 ore di vita un bambino è già in grado di comprendere quale sia la lingua parlata intorno a lui sebbene non sia in grado di parlarla. La fonetica della lingua si impone nella riproduzione di questi suoni. Vi è un adattamento inconscio della propria fonetica linguistica a seconda del proprio interlocutore: un italiano del NordEst, parlando con un altro italiano del NordEst, tende a ridurre le peculiarità fonetiche tipiche della sua provenienza, al contrario parlando con un italiano di Roma tenderà a risaltare inconsciamente queste caratteristiche.
Qualunque animale ritiene i propri conspecifici elemento molto interessante e al tempo stesso pericoloso e questa teoria rientra anche nell’ultimo discorso. Tra conspecifici, potenziali amici tanto quanto potenziali competitor, ci sono forme di competizione importanti, per quanto riguarda la riproduzione, il cibo… Una parte minore delle specie animali ha un gruppo interno che si preoccupa di portare cibo a chi sta covando o chi ha appena partorito; questa è un’eccezione perché di norma l’animale femmina appena partorito deve abbandonare i/il cuccioli/o per procacciare cibo a sé e ai piccoli. La lingua è un fenomeno naturale, tanto quanto altri tipi di comportamento. Il problema è la connessione tra una parola e ciò che essa nomina.
Idee principali
Posto che la lingua sia un fenomeno innato, ci sono grandi idee nella storia su come questo avviene:
- Capacità linguistiche innate: La prima idea è che le nostre capacità linguistiche siano innate, conferiteci da Dio (Demiurgo legislatore lo definirebbe Platone nel Timeo); idea sostenuta ardentemente fino al Settecento (Platone, Cartesio ed altri l’hanno sostenuta). L’uomo è un animale capace di un pensiero discorsivo, che si avvale della lingua; l’idea è che sia stata donata la lingua a noi umani, piuttosto che ad altri animali. Molti filosofi anche nel Seicento sostengono che la straordinarietà umana sia rappresentata anche da questa padronanza.
- Dotazione innata di carattere biologico: Idea più recente è che la lingua sia nei milioni di anni dello sviluppo gli uomini sono arrivati a parlare. Vi è un’idea anche su come sia accaduto che gli unici esseri viventi con parola siamo noi. La vita sulla Terra sembra sia cominciata circa 4 miliardi di anni fa, le prime specie viventi sono ancora al mondo (i batteri), circa 7 milioni di anni fa compare il Bonobo discendente dell’uomo odierno. Circa 2 milioni di anni fa gli uomini si sono ritrovati a essere “buttati fuori” dalla foresta tropicale, verso la savana: problemi enormi a trovare il cibo e a proteggersi dal sole: la posizione eretta permette di esporre una superficie minore ai raggi solari limitando l’insolazione. I piedi degli ominidi erano più o meno identici alle loro mani, la differenza attuale tra mani e piedi è frutto di una lentissima evoluzione. Laddove si produce una mutazione che migliora una performance umana, si ha una “vittoria” nell’evoluzione ed il cambiamento avvenuto tende a stabilizzarsi. Il fatto che si parli una lingua per un fatto biologico è casualità.
È evidente che la lingua sia un fenomeno naturale ma è interessante e complicato stabilire come essa sia nata. Socrate e Cratilo difendono la posizione convenzionalista riguardo la questione.
Kripke
Saul Kripke tiene tre lezioni:
- Prima: la critica alla teoria del rapporto nome-cosa.
- Seconda: emerge un’immagine di come funziona. Critica Wittgenstein nonostante abbia un’idea tipica di questo pensatore: l’idea che non esistano teorie filosofiche, i filosofi riflettono su teorie comuni e altri elementi ma non producono teorie proprie.
- Terza: la trattazione di una particolare categoria di espressioni, al contrario delle prime due lezioni che trattano nomi propri (personaggi come Platone ecc.), si parla di nomi di specie o sostanze naturali (tigri, uomo, acqua) cercando di spiegare come funzionino questi termini.
“In qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome”, da Genesi 2. L’idea che il testo religioso parta trattando della lingua, individuando la divinità come lògos, fa capire la centralità e l’importanza della lingua nella nostra cultura. “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”, da Genesi 11. Da qui si desume la potenza dello strumento linguistico, che la religione classica riconosce come possibilità umana di comunicare anche per “coalizzarsi”.
Il mito suggerisce che la lingua sia un oggetto ben determinato, per esempio l’italiano è fatto così e così. No, la lingua è un’astrazione. L’italiano è un intorno di milioni di varianti, ed esiste anche come astrazione finché c’è una comunità che si identifica con la lingua (anche questa è astrazione) ed è in contratto continuo perché a scuola, nei tribunali, negli ospedali, allo stadio ecc si parla quella lingua.
Aristotele e la filosofia del linguaggio
Il personaggio più importante nella filosofia del linguaggio dopo Platone è Aristotele. Dopo il Cratilo, Platone nel Sofista si occupa del problema dell’enunciato (per i latini proposizione). Dagli anni Cinquanta la terminologia varia di significato e distinguiamo tra:
- Frase: costrutto sintattico
- Enunciato: costrutto sintattico semanticamente interpretato
- Proposizione: enunciato, meno la frase
Platone nel Sofista sostiene che la proposizione sia composta da soggetto e predicato. Ha il senso che esista un svolge un ruolo fondamentale: noi per lo più ci esprimiamo attraverso enunciati (proposizioni per Platone). Aristotele affronta in maniera più complessa la struttura dell’enunciato: si occupa di proposizioni e di connettivi (congiunzione, disgiunzione, condizionale, negazione…). Egli tratta anche di un argomento molto importante, gli enunciati al futuro. Aristotele coglie l’articolazione temporale linguistica, al contrario di Platone.
Stoici e altre influenze storiche
Successivamente sono giunti gli Stoici (III sec. a.C. – I sec. d.C.: Seneca, Marco Aurelio…): essi hanno una teoria del significato. Agostino ha un’immagine della lingua, che presenta nel suo testo autobiografico, Le confessioni. Il testo più importante scritto da Agostino sulla lingua è De magistro, che contiene elementi platonici.
Un’altra grande stagione per la linguistica è quella dall’XI al XIII secolo: Tommaso, Hockham, Pietro Ivy… sostiene che noi non abbiamo un concetto di Dio ma possiamo discutere di esso grazie al fatto che abbiamo un nome di esso e ciò ci consente di avvicinarci alla materia per trattarla. Guglielmo di Hockham sostiene che il nostro pensiero sia in realtà esso stesso condotto linguisticamente: noi pensiamo perché vi è una lingua della mente attraverso la quale noi creiamo pensieri (idea della lingua mentis). Profondamente l’idea è che qualunque sia la lingua parlata, vi è una sola lingua della mente, innata per grazia di Dio.
Successivamente ci sono atteggiamenti generali sulla lingua da parte dei cartesiani, che si concentrano molto sulla differenza dell’uomo come animale razionale rispetto agli altri animali: saper parlare è una garanzia del saper pensare. Nel secondo Seicento emerge un’enorme disputa sull’origine delle lingue, tema che nell’Ottocento verrà addirittura proibito dalle accademie dei linguisti: attori della disputa saranno Locke, Rousseau… Herder, allievo di Kant, si occupa dell’argomento.
Politico che sostiene che noi con un lessico limitato possiamo produrre un numero infinito di enunciati, anche mai proferiti prima. Capacità sintattiche di conferire significati nuovi a lessemi già esistenti. Hegel nell’Ottocento si occupa del linguaggio; nel 1846 Sistemi di logica scritto da Mills. Segue l’inventore della prima lingua veramente formale.
La verità del nome nel Cratilo
Il Cratilo: una cosa caratteristica dei dialoghi di Platone è che tutti i personaggi sono reali, appartenenti al contesto ateniese; inoltre una teatralizzazione, in quanto il nome di Platone in ogni suo dialogo compare una sola volta, è sempre Socrate a sostenere il suo punto di vista. La scelta di adottare un dialogo come forma comunicativa è peculiare della filosofia: il filosofo non lavora internamente a un laboratorio, nelle scienze umane gli argomenti si discutono proponendo una tesi ed argomentando a favore o sfavore rispetto ad essa. Come in molti dialoghi platonici, l’entrata/incipit è occasionale.
Ermogene: Vuoi dunque che mettiamo a parte di questo nostro discorso anche Socrate qui presente? Si entra subito in argomento: il rapporto tra nome e nominato. Quest’ultimo è abbastanza difficile da definire, è un rapporto naturale o convenzionale? Vi sono buoni argomenti per sostenere sia la prima sia la seconda tesi. Socrate presenterà l’idea che le parole siano un tipo di immagine degli elementi che nominano; in realtà noi possiamo trattare tutto come immagine di tutto, possiamo proiettare come immagine qualunque cosa al posto di qualunque altra cosa.
“[...proferendo una voce...]”: fondamentale nella lingua è il significante, produzione di suoni cui viene affidato un certo ruolo, e Platone lo esprime con questa espressione. Non si tratta ancora di parole, strutture di una lingua. “La correttezza dei nomi è la stessa per tutti, greci e barbari”: il fatto che la correttezza della lingua sia la stessa in ogni lingua, tanto greca quanto straniera ad essi, non vi è una lingua meglio costruita delle altre, o che vi sia una lingua primigenia (molti hanno sostenuto che ad esempio la lingua ebraica lo fosse perché era la lingua in cui aveva parlato Dio).
“Beh, in ogni caso tu non porti il nome Ermogene, neppure se tutti gli esseri umani ti chiamano così”: sorge un problema, Cratilo sostiene che Ermogene non sia il vero nome di Ermogene. Ad un certo punto del dialogo Socrate suggerisce il perché non vada bene: Ermogene significa discendente dalla stirpe di Ermete, dio degli inganni, dei mercanti, dei guadagni improvvisi… Ma per quanto riguarda l’Ermogene personaggio del dialogo, egli è un soggetto che aspira al denaro non riuscendo mai a ottenerne.
“Benchè gliene chieda e desideri sapere cosa intende, non chiarisce nulla e finge ingannevolmente, essendo competente della questione [...]”: atteggiamento tipico della persona saggia che utilizza la propria sapienza come potere. “Se vuoi, gradirei ancor più sapere cosa tu pensi della correttezza dei nomi”: qui si entra nel vivo dell’argomento. Platone nel dialogo dà informazioni riguardo ai personaggi per una collocazione precisa nello spazio e nel tempo della scena: scritto nel 388389 a.C., si ambienta nel 427428 a.C. “La conoscenza dei nomi non è una questione banale”: le problematiche riguardo la questione non si risolvono facilmente.
“Se io avessi già seguita la lezione che Prodico dà per 50 dracme, che dà a chi l’ascolta una istruzione completa sul tema, allora niente ti impedirebbe di sapere immediatamente la verità sulla correttezza dei nomi. Non ho seguita però quella lezione, ma quella da un dracma”: critica generale ai sofisti (tra cui Prodico) che impartivano lezioni a diverso prezzo a seconda dei contenuti insegnati. “Circa il fatto che questi dice che Ermogene non è veramente il tuo nome, sospetto che ti prenda in giro [...]”: spiega la ragione per cui Ermogene non sarebbe il suo vero nome.
“Non riesco a convincermi che esista altra correttezza del nome oltre alla convenzione e al consenso comune” chiara spiegazione della posizione di Ermogene: “[...] quando cambiamo nome ai nostri servi, il secondo nome non è per nulla meno giusto di quello che era stato dato per primo. Infatti, non c’è alcuna cosa che abbia nome per natura, ma soltanto per legge e per la consuetudine di coloro che si sono abituati a chiamarla in una determinata maniera e così la chiamano.” Esistono regole con cui si generano in tante lingue dei nomi di famiglie (pensare all’origine dei cognomi, dai mestieri o dal nome genitivo).
“Sostieni dunque che il nome con il quale si chiama una cosa ne è il vero nome?” chiede Socrate. La questione del vero nome, specialmente in casi giudiziari o polizieschi, è molto importante. Oggi i falsi nomi sono spesso utilizzati per confondere gli altri sulla propria identità. “Mi pare che sia così” “Sia che il nome sia dato da un individuo sia che sia dato dalla città?”: alla risposta di Cratilo, Socrate ribatte calcando la differenza tra assegnazione del nome da parte dell’individuo stesso o da parte della comunità (qui città).
La lingua è un fenomeno sociale, anche l’introduzione dei nomi è quindi da considerarsi sullo sfondo di una comunità. “Se do a una qualche cosa un certo nome, per esempio se chiamo cavallo quello che chiamiamo uomo, e uomo quello che chiamiamo cavallo, questi si chiamerà quindi in pubblico uomo e in privato cavallo? E, a sua volta, l’altro in privato, in privato uomo e in pubblico cavallo? È questo che dici?”: ribatte Socrate estremizzando la questione con un chiaro esempio. L’idea è che se ciascuno di noi è padrone della lingua e la varia a proprio piacimento, come fa a intendersi poi con le altre persone? Ad esempio l’italiano di ciascuno di noi differisce più o meno grandemente: accenti, cadenze… ci sono forme di italiano diverse dalle nostre che pur non parlando comprendiamo per competenza passiva, le gestiamo inconsapevolmente. Socrate ha la caratteristica di essere poco assertivo, suggerire il proprio punto di vista tramite domande, facendo generare la verità dal proprio interlocutore senza imporsi.
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