Filosofia del diritto
I. Elementi di teoria del linguaggio
Si può parlare di linguaggio ogni volta in cui si è in presenza di una combinazione di segni/suoni che hanno un significato. Il linguaggio che risalta immediatamente è il linguaggio che noi usiamo per comunicare: il linguaggio verbale, ovvero una combinazione di parole che hanno un significato. Si può già dedurre che la parola è un tipo di segno, lo species di un genus più ampio.
Umberto Eco si è occupato di semiologia (lo studio dei segni), pubblicando anche un libro dal titolo “Segno”. La tesi di fondo che esce da questo testo è che tutto il mondo è segno. Ma cosa si può intendere con segno? Attraverso un ragionamento logico, è segno tutto ciò che rinvia a un qualche cos’altro: A→B se A sta per B. Un segno può essere un’orma impressa nella sabbia, una nuvola minacciosa, uno spartito musicale, la parola “gatto”.
Una prima distinzione di segni è quella tra segni naturali e segni artificiali o simboli. Con i primi si intendono i segni che hanno una relazione con quello a cui rimandano non dipendente dalla volontà umana, i secondi si riferiscono invece a quei segni che rimandano a qualcos’altro sulla base di un atto di volontà, un “accordo” tra gli uomini. Le parole con cui si compone il linguaggio sono simboli.
Secondo questa concezione, il linguaggio è una convenzione culturale, un’istituzione culturale, qualcosa che si costruisce, che non è iscritto nella natura e non è predeterminato. Il linguaggio è costituito da un insieme di segni che attraverso processi complicati sono stati posti, in altrettante complesse relazioni, tra loro e con elementi di esperienza non linguistica, per rispondere a bisogni degli utenti, dove queste relazioni non sono casuali, ma conforme a regole. Il linguaggio è una struttura regolativa.
Anzitutto i segni sono stati messi in relazione tra loro, attraverso una logica che sta al di fuori dal mondo dei segni, ovvero l’esperienza, la realtà. Questo processo non è casuale, ma risponde a diversificati bisogni umani, il processo risponde a regole che sono state poste in essere proprio per combinare i segni tra loro in un’ottica funzionale, per rispondere ai bisogni finali.
Nella sua concezione essenzialistica, il fenomeno linguistico viene rappresentato come il risultato tra un segno e un referente, il quale dà vita a un significato. Nella sua concezione convenzionalistica al triangolo semiotico viene inserito l’interprete, l’accento viene posto sull’utente del linguaggio, il quale sta in primo piano nella costruzione del linguaggio stesso. Nel rinvio al significato delle parole è attribuito all’interprete, all’utente stesso. Il fatto che un certo segno assuma un determinato significato sarà il risultato di una decisione, di una scelta fatta da parte dell’utilizzatore stesso di quel segno. Questa prospettiva riguarda il linguaggio comune e anche il linguaggio giuridico.
Il triangolo semiotico consente di evidenziare la stretta interconnessione tra gli elementi del fenomeno segnico di tipo linguistico, cioè tra segni, significati, referenti e interpreti. Consente di iniziare a ragionare sul fatto che ci sono diversi livelli di regole che determinano la formazione e condizionano l’uso del linguaggio. Vedremo tre livelli diversi di regole con cui può essere realizzata l’analisi del linguaggio.
Livelli di regole
Il livello sintattico, il livello semantico e il livello pragmatico. Il primo livello è comprensivo di tutte le regole che riguardano il tipo di relazione tra i segni stessi e sono tutte quelle regole con cui si impara a studiare le regole della grammatica. Il livello semantico riguarda invece le regole che analizzano il rapporto dei segni con le cose significate. Il livello pragmatico riguarda invece le regole che determinano le relazioni tipiche tra segni, significati e utenti.
Il significato non è un mero ente mentale trait-d’union tra le parole e le cose, ma è la complessa relazione tra i segni ed elementi non linguistici. Esso si identifica con la regola d’uso di una parola o di un insieme di parole. Comprendere il significato di parole e di insiemi di parole vuole dire: individuare in quali circostanze, e a quali condizioni, di una parola o di un insieme di parole si può fare, nella comunicazione, un uso legittimo perché conforme alle regole (tacitamente o espressamente) fatte proprie dagli utenti del linguaggio.
Il significato è composto da una denotazione e da una connotazione. Con la prima vuole intendersi l’estensione del linguaggio, cioè la classe delle cose/fatti denominati dalla parole. Con la seconda si intende l’intensione del significato, vale a dire l’insieme delle proprietà ritenute necessarie affinché certe cose/fatti rientrino nella denotazione di una parola.
Il termine professionisti denota una classe di soggetti, quali ad esempio notai, dottori, commercialisti, avvocati. Se ci riferiamo agli esseri umani denotiamo qualsiasi individuo, la denotazione è in questo caso molto ampia mentre la connotazione ristretta, se invece ci riferiamo agli esseri umani di sesso femminile la connotazione si allarga poiché si aumentano le qualità necessarie per individuare il significato di quel termine e ciò avrà l’effetto di restringere la denotazione. La relazione è molto chiara in riferimento ai nomi propri e ai nomi comuni, il nome proprio denota senza connotare, giacché non esistono delle qualità comuni ai soggetti, mentre i nomi comuni donotano connotando, più vengono specificati e quindi la connotazione si allarga, più si restringe la denotazione.
Il mondo che viviamo oggi è pieno di diverse tipologie di linguaggio, dotate di caratteristiche diverse tra di loro e che hanno peculiarità in relazione alle regole semantiche, sintattiche e pragmatiche. Il linguaggio dotato di un significato può essere composto da regole chiaramente esplicitate, dando vita a linguaggi formalizzati (la matematica), rigorosi, oppure può essere determinato da un linguaggio ordinario/naturale, fluido, aperto, ambiguo e vago perché le regole sottese al suo uso non sono univoche, precise e stabili.
La differenza rispetto ai livelli di regole tra i due tipi di linguaggio gioca sul piano del funzionamento delle regole stesse nella creazione del linguaggio. Questa distinzione è importante anche sul piano scientifico, poiché oggi sono presenti problemi di comunicazione da parte degli scienziati stessi al pubblico e al diritto. Sempre di più vengono utilizzate le scoperte scientifiche anche nei contesti processuali.
Il linguaggio formale è un linguaggio artificiale in senso stretto, non ci sono rischi di ambiguità o vaghezza che sono presenti nel linguaggio comune, è un linguaggio predefinito e certo. Il linguaggio ordinario è un linguaggio spontaneo, naturale, ciò non significa che nasce magicamente, ma viene inventato in senso ampio attraverso l’uso da parte della comunità di utenti. La sua formazione dipende dall’uso che viene fatto delle parole e ciò implica la possibilità di cambiamento del significato delle parole nel corso degli anni.
Ad esempio, il termine eugenetica è sempre stato nella storia un termine associato a un qualcosa di positivo, ma con il nazismo la sua denotazione ha assunto qualcosa di negativo, in ragione del suo significato emotivo assunto dopo la caduta del nazismo. Occorre prestare attenzione ad utilizzare nel diritto termini che presentano significati emotivi, il termine clandestino ad esempio viene associato a qualcosa di negativo, infatti il Consiglio d’Europa è intervenuto per richiamare gli Stati membri ad eliminare quel termine dalla legislazione proprio per la carica emotiva che ha, chiamandola magari immigrazione irregolare in virtù di un termine un po’ più imparziale.
Il linguaggio giuridico è un linguaggio settoriale, come il linguaggio di qualsiasi altra scienza, che però non è un linguaggio formalizzato in senso forte, non vengono inventate tutte le relazioni sintattiche ex novo, ma vi è sempre un rapporto con il linguaggio ordinario. Ciò comporta che le problematiche del linguaggio ordinario confluiscono in quello giuridico. Il primo problema del linguaggio ordinario che confluisce nel linguaggio giuridico è l’ambiguità. Questa può essere di tipo sintattico o di tipo semantico, l’ambiguità di tipo semantico può a sua volta essere di due tipi: la prima dipende da una sinonimia accidentale (capo, testa), oppure quella che dipende da relazioni reciproche tra diversi significati di uno stesso termine, ad esempio un termine che si riferisce ad un’attività sia al prodotto di quell’attività (pittura).
Un altro problema che si presenta nel linguaggio ordinario è il problema della vaghezza. Un termine è vago invece quando l’uso presenta, oltre a ipotesi centrali e non controverse, casi controversi riguardo ai quali non è certa l’applicazione del termine. Cioè ci sono dei termini rispetto ai quali in certe circostanze noi siamo sicuri del significato, sappiamo anche tutti i casi in cui siamo certi che quel termine è sbagliato, ma poi esiste tutta una zona d’ombra nella quale la stessa situazione o lo stesso contesto non è in grado di darci una soluzione sulla possibilità o meno di utilizzare un termine.
Ad esempio il termine alto: se una persona è alta 1,80 m diciamo pacificamente che è alta, al di sotto di una certa soglia ci sarà una certezza di non applicazione del termine, ma se una persona è 1,75 non è chiaro se si possa definire alta oppure no. Vago è anche il termine autonomia, soprattutto in relazione a problematiche bioetiche, l’idea base di autonomia prevede il limite del non recare danno all’altro, in bioetica però il concetto diventa più vago, il concetto di danno all’altro è qui visto in relazione al dono della vita, la vaghezza del limite di applicazione implica una vaghezza del concetto. La vaghezza può rappresentarsi in un insieme che possiamo definire “zona di incertezza”, al cui interno sta il nucleo certo del significato e al cui esterno vi è la zona semantica di sicura esclusione.
Vi è poi un significato emotivo, il quale si identifica in un’attitudine di segni e di parole a esprimere emozioni o suscitarle in terzi. Questa attitudine non è di per sé negativa o positiva, ma è l’uso ideologico che viene fatto di questi termini. Quest’uso ideologico è tendenzialmente negativo perché un termine che viene costantemente utilizzato in maniera emotiva accentua la sua vaghezza, si scollega sempre più dal suo significato originario e viene utilizzato per stigmatizzare un determinato fenomeno.
Un esempio può essere l’immigrazione clandestina, l’associazione continua tra immigrazione e clandestinità tende ad allontanare il termine immigrazione dal suo senso sociale originario per assumere una denotazione negativa. Il significato emotivo è presente in parole prive di un significato in senso proprio (ahimè, evviva, bravo, aiuto!) e in parole dotate di significato e usate, in certi contesti, in modo emotivamente neutro: insulti e improperi (idiota, bastardo), ma anche democrazia, dittatura, diritto, scienza, dignità, oscenità. Se il significato emotivo diventa prevalente, svuota le parole di significato e ne accentua la vaghezza, favorendo operazioni persuasive e propagandistiche.
II. Funzioni del linguaggio
Il linguaggio si è sviluppato per rispondere a bisogni degli utenti, bisogna quindi interrogarsi sulle funzioni del linguaggio, sui principali usi del linguaggio. Tra questi troviamo un uso con funzione informativa, un uso espressivo, un uso operativo/performativo e un uso prescrittivo.
Uso informativo
All’interno si trovano aggettivi diversi (descrittiva, comunicativa, esplicativa, predittiva), che riconducono a una funzione generale informativa. L’uomo da sempre ha avuto bisogno di produrre canali per scambiarsi informazioni e ciò lo si può fare attraverso una descrizione, una comunicazione, un’esplicazione e una predizione, termini diversi tra di loro, ma che riconducono alla medesima funzione del linguaggio.
Il linguaggio descrittivo è il linguaggio sul quale si è iniziato a riflettere per primo, perché è il linguaggio in cui è compresa la scienza e la conoscenza, è inoltre il linguaggio che inizialmente veniva utilizzato come discrimine tra linguaggi dotati di significato e quelli privi di significato. Ciò è facilmente agibile dal momento che gli enunciati descrittivi possono essere verificati, può essere accertata la verità o la falsità mediante controlli empirici o controlli logici.
Questa caratteristica peculiare del linguaggio descrittivo ha fatto inizialmente ritenere che solo i discorsi empiricamente verificabili sono dotati di significato. La verità empirica è la caratteristica degli enunciati che possono essere messi in corrispondenza con la realtà del mondo, grazie ai nostri strumenti di percezione è possibile individuare se corrispondono o meno a un certo stato di fatto. Ad esempio se io dico che oggi fuori piove sarà facilmente verificabile la veridicità o meno del mio enunciato. Deve esistere una corrispondenza tra l’enunciato e la realtà empirica affinché l’enunciato sia considerato come veritiero e dunque rientrante nell’ambito della significanza.
La verità può essere verificata anche attraverso la logica anziché con l’esperienza, questa verità è intesa come coerenza. In poche parole, l’uso informativo del linguaggio farà ricorso a quegli enunciati di cui può essere accertata la verità, attraverso una verifica empirica o attraverso una verifica logica.
Uso espressivo
Anche qui vi entrano molte tipologie di linguaggio: le opere artistiche, linguaggi dotati di significato emotivo. Qui abbiamo un uso del linguaggio che ci serve per esternare emozioni nella loro complessa articolazione (l’artista non informa sulla realtà, ma esterna un’espressione nell’ambito emotivo). Predicabile di enunciati correttamente prodotti, rispettando regole logiche di formazione e di trasformazione. Un ragionamento logico sarà: tutti gli uomini sono mortali, Mario è un uomo, Mario è mortale.
Quest’ultima proposizione può essere definita vera attraverso un ragionamento logico, senza andare a verificare se Mario è mortale o meno, ma semplicemente attraverso una corrispondenza logica. Verrà svolto un controllo di coerenza tra determinate premesse e determinati enunciati.
Uso operativo/performativo
Rende subito l’idea di un linguaggio che è utile per fare qualcosa, si è parlato di funzione performativa per quell’uso che si è indicato come “fare cose con parole”. Vi rientrano riti particolari come il battesimo, o il matrimonio: il solo fatto di aver pronunciato determinate parole è cambiato qualcosa nella realtà. Linguaggio performativo nell’ambito del diritto è l’abrogazione, la capacità giuridica, la maggiore età, la capacità di agire. La capacità di questo linguaggio è quello di far venire ad esistenza un qualche cosa nella realtà per il solo fatto di aver utilizzato quel determinato linguaggio.
Uso prescrittivo
Vi rientrano usi direttivi, normativi, regolativi. Enunciato prescrittivo è ad esempio "chiudi la porta". Enunciati di questo tipo non possono essere verificati come veri o falsi e, secondo i primi studiosi del linguaggio, non potrebbero essere definiti dotati di significato in senso proprio.
Secondo questa teoria passerebbero in secondo piano tutti i linguaggi riguardanti l’etica, la morale, il diritto, il che vorrebbe dire dichiarare privi di significato tutti quei linguaggi usati per far fare qualcosa, orientare il comportamento. Tutto questo irrinunciabile uso del linguaggio rischiava di essere utilizzato come un linguaggio di seconda categoria, fino a che vi è stato uno sviluppo che ha portato l’attenzione proprio a questi linguaggi, distinguendo quando viene usato in maniera sensata il linguaggio e quando lo si usa in maniera non sensata.
Anche nel linguaggio prescrittivo c’è il rischio di fare un uso prescrittivo del linguaggio non dotato di significato, portando in evidenza che gli enunciati prescrittivi così come quelli descrittivi, sono dotati di significato se contengono il riferimento ad un certo stato di cose del mondo, ad un’azione o ad una serie di azioni, ferma restando la loro diversa funzione.
Volendo far fare qualcosa a una persona occorre utilizzare un linguaggio che abbia questa caratteristica fondamentale, ovvero il fare riferimento ad un certo stato di cose del mondo o ad una certa azione che possa essere configurabile sulla base della nostra esperienza. Quindi privi di significato sono tutti quegli enunciati, qualunque sia la loro funzione, incapaci di fare riferimento a una situazione o a un’azione (nel mondo empirico), per descriverla piuttosto che per qualificarla prescrittivamente come obbligatoria, vietata, lecita, giusta, immortale.
Un esempio banale di rapporto veritiero tra la funzione descrittiva e la funzione prescrittiva è “Pietro chiude la porta” e “Pietro, chiudi la porta!”. In entrambi gli enunciati, ferma restando la differente funzione, è possibile fare riferimento ad un certo stato di cose del mondo empiricamente verificabile.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Lezioni, Filosofia del diritto
-
Lezioni, Filosofia del Diritto
-
Lezioni, Filosofia del diritto
-
Filosofia del diritto - Lezioni