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3. I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della

forza.

4. I Membri devono dare alle Nazioni Unite ogni assistenza in qualsiasi azione che queste

intraprendono.

5. L’Organizzazione deve fare in modo che Stati che non sono Membri delle Nazioni Unite

agiscano in conformità a questi princìpi.

6. Nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in

questioni che appartengono essenzialmente alla competenza interna di uno Stato; questo

principio non pregiudica però l’applicazione di misure coercitive a norma del Capitolo VII.

Il tentativo principale delle Nazioni Unite è quello di istituire un regime di mantenimento

collettivo della pace. A differenza del Patto Kellogg-Briand (il ricorso a mezzi coercitivi diversi

dalla guerra rimaneva estraneo all’ambito di applicazione di tali norme – zona grigia tra pace

e guerra -) la Carta delle Nazioni Unite non si è limitata a vietare la guerra ma ha preferito

bandire l’uso della forza. Si tratta di un ampio divieto. Taluna dottrina distingue le

disposizioni relative all’uso della forza che riguardano gli Stati individualmente considerati,

da quelle relative al sistema di sicurezza collettiva che fa capo al Consiglio di Sicurezza (cap.

VII Carta). In base all’art. 39 della Carta, infatti, il Consiglio di Sicurezza accerta l’esistenza di

una minaccia alla pace, di una violazione della pace, o di un atto di aggressione

[bombardamento, il blocco dei porti o delle coste di uno Stato da parte delle forze armate di

un altro Stato, l’attacco da parte delle forze armate di uno Stato contro le forze armate di un

altro Stato, il fatto che uno Stato consenta che il suo territorio che ha messo a disposizione di

un altro Stato, sia utilizzato da quest’ultimo per perpetrare un atto di aggressione contro uno

Stato terzo, l’invio da parte di uno Stato o in suo nome di bande o di gruppi armati, di forze

irregolari o di mercenari..] può non solo fare raccomandazioni o decidere misure non

implicanti l’uso della forza (art. 41) ma intraprendere, se le misure previste dall’art. 41

risultino inadeguate, con forze aeree, navali, o terrestri, ogni azione che sia necessaria per

mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale.. (art. 42).

la Carta prevede anche la possibilità di fare ricorso ad organizzazioni internazionali cui

delegare il compito di effettuare azioni coercitive sempre però sotto la direzione del Consiglio

di Sicurezza (art. 53). Il divieto enunciato dall’art.2 della Carta ha ormai valore di norma di

diritto internazionale generale (jus cogens).La guerra di aggressione costituisce un crimine

contro la pace, che determina una responsabilità di diritto internazionale. La guerra non è più,

come considerata in passato, uno strumento per la risoluzione delle controversie tra Stati.

Qualora dovessero nascere contrasti che possono pregiudicare la pace e la sicurezza

internazionale il ricorso deve essere diretto a mezzi pacifici concordemente scelti dagli Stati. Il

diritto internazionale contemporaneo vieta agli Stati terzi di intervenire tanto a favore del

governo legittimo quanto di quello insurrezionale (sono fatti di domestic jurisdiction per cui

non rientrano nel diritto internazionale. Perché un conflitto armato sia internazionale occorre

che si svolga tra due o più Stati. Un conflitto, in più, diventa internazionale se un altro Stato

interviene con proprie forze oppure se alcuni partecipanti al conflitto interno agiscono per

conto dello Stato interveniente. Ulteriore criterio perché un rivolgimento interno presenti un

rilievo per il diritto internazionale è dato dal principio di effettività, ossia dalla capacità del

movimento insurrezionale di esercitare un effettivo potere di governo. In fine, è

internazionale il conflitto in cui c’è violazione dei diritti dell’uomo: il principio di sovranità

degli stati e di non ingerenza negli affari interni cede al principio di sovranità dell’essere

umano e della famiglia umana universale, anzi non esiste più de jure. Deve ritenersi che l’art.

2,7 della Carta delle Nazioni Unite che fa divieto di interferire negli affari interni degli stati, sia

oggi abrogato dalle norme sui diritti umani quando si tratti di materia attinente alla

“dimensione umana”. (Somalia: Con la ris. 794/1992 il Consiglio di Sicurezza in base al cap.

VII della Carta ha autorizzato gli Stati membri, disposti ad impegnarsi in operazioni dirette a

stabilire condizioni di sicurezza, ed il Segretario Generale dell’ONU a «impiegare tutti i mezzi

necessari per instaurare nel minor tempo possibile condizioni di sicurezza per le operazioni di

soccorso umanitario».). Esempio di conflitto internazionale Bosnia Erzegovina.). In forza del

diritto di veto, le Nazioni Unite hanno conosciuto un lungo periodo di difficoltà nel prendere

decisioni che riguardassero tanto eventuali misure provvisorie quanto azioni che avessero

carattere coercitivo, durante il periodo della guerra fredda. Solo con le risoluzioni votate

contro l’Iraq, nel 1990-1991, il Consiglio ha ritrovato l’unanimità potendo finalmente fare

ricorso ai suoi poteri d’intervento. In alcuni casi il Consiglio interviene al solo fine di

mantenere la pace con le famose operazioni di peace-keeping (condotte direttamente dalle NU

sotto il C2 delle NU nella persona del Segretario Generale e l’autorità politica del CdS.

Necessitano del consenso dello Stato e hanno carattere provvisorio. Nate con gli osservatori

hanno conosciuto un notevole sviluppo comprendendo anche mix umanitarie) che non

prevedono l’uso della forza armata se non per legittima difesa (a meno che non evolvano in

peace-enforcement (Congo/Somalia), in altre situazioni la Carta prevede la possibilità

dell’intervento armato da parte del Consiglio di Sicurezza e l’uso della forza da parte di altri

Stati autorizzato dal Consiglio stesso. ESEMPIO COREA. A seguito dell’attacco sferrato dalla

Corea del Nord contro la Repubblica di Corea , il Consiglio di Sicurezza adottava la

ris.n.83/1950 con cui raccomandava agli Stati membri di prestare a quest’ultima tutta

l’assistenza necessaria, ivi comprese urgenti misure militari per respingere l’attacco armato e

ristabilire la pace e la sicurezza internazionale nella regione. Successivamente con altra

risoluzione, il Consiglio delegava esplicitamente a vari Stati il compito di intraprendere

un’azione militare contro la Corea del Nord, ponendosi «a disposizione di un comando

unificato sotto l’autorità degli Stati Uniti d’America» e affiancando alla propria bandiera quella

delle Nazioni Unite. ESEMPIO GUERRA DEL GOLFO. Saddam invade Kuwait

La Carta pur proibendo l’uso della forza non ha vietato il diritto di difesa di uno Stato

oggetto di un attacco armato (attenzione attacco e non minaccia di attacco) che sia un cero e

proprio atto di guerra. La violenza militare intesa a respingere un’aggressione da parte di uno

Stato assume quel preciso carattere di reazione giustificata, con mezzi altrimenti illeciti, ad

una ingiusta offesa che qualifica così la legittima difesa in senso tecnico.

Tale disposizione rispecchia peraltro il diritto internazionale consuetudinario in materia,

come ha ritenuto la Corte Internazionale di Giustizia nella citata sentenza sul caso del

Nicaragua. Il diritto alla legittima difesa è un diritto naturelle o inherent prevede anche una

risposta collettiva laddove lo stato attaccato, dichiaratosi vittima, richieda l’aiuto di altri stati.

Quello del Kuwait è un esempio di legittima difesa collettiva. Anche se l’art.51 non ne fa

menzione, il diritto di legittima difesa ha però dei requisiti che devono essere rispettati perché

tale diritto possa essere lecitamente esercitato: la necessità e la proporzionalità. Nell’esame

dell.art.51 della Carta alcuni Stati, specialmente alcuni Stati occidentali, hanno tentato di

affermare un’interpretazione estensiva dell’articolo stesso al fine di comprendere nella liceità

della legittima difesa anche il ricorso alla forza armata contro il terrorismo internazionale.

Nonostante il tentativo di USA e ISRAELE di ricondurre la gestione di alcuni episodi a questa

fattispecie, tuttora tale questione è aperta poiché non vi è accordo in seno al CdS. Un'altra

tematica dibattuta è quella inerente lo “stato di necessità” ovvero un’azione compiuta per

evitare un pericolo grave e imminente. Qui però va detto che la dottrina tende a non

considerare questa causa come escludente l’illecito nell’uso della forza.

AUTODETERMINAZIONE dei POPOLI

I diritti umani e i diritti dei popoli sono oggi riconosciuti dal diritto internazionale. La Carta

delle Nazioni Unite stabilisce all’art. 1 che il rispetto dei diritti umani e

dell’autodeterminazione dei popoli costituisce uno dei fini principali delle Nazioni Unite. La

Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del l948 specifica una prima lista di diritti

umani e ne raccomanda il rispetto.

Le norme giuridiche internazionali riconoscono che ogni essere umano ha diritti innati, quindi

inviolabili, inalienabili e imprescrittibili, che preesistono dunque alla legge scritta.

L’individuo è soggetto originario di sovranità e viene prima dello stato e del sistema

degli stati. In virtù dei diritti che ineriscono egualmente a ciascuno dei suoi membri, anche la

famiglia umana universale è soggetto collettivo originario che viene prima del sistema degli

stati e del singolo stato. Alcuni diritti innati (all’esistenza, all’identità,

all’autodeterminazione) sono riconosciuti anche alle comunità umane che hanno il

carattere di popolo. Un principio fondamentale per l’implementazione dei diritti umani è

quello di interdipendenza e indivisibilità di tutti i diritti umani: civili, politici, economici,

sociali, culturali; individuali e collettivi; dell’essere umano e dei popoli. L’Atto finale di

Helsinki del 1975, che è un importante accordo politico ma non un accordo giuridico in senso

formale, recepisce le norme internazionali sui diritti umani e sull’autodeterminazione. Il tema

dell’autodeterminazione dei popoli deve essere affrontato alla luce di questi concetti e di

questi principi, tenendo soprattutto conto del fatto che il nuovo diritto internazionale dei

diritti umani ha una ratio che è completamente diversa da quella del tradizionale diritto

internazionale, che è un diritto essenzialmente interstatuale. L’Atto finale di Helsinki

recepisce i principi di questo nuovo diritto - principi VII e VIII - e li pone in relazione con i

principi del diritto interstatuale, in particolare con il diritto degli stati alla integrità

territoriale. Questo “coordinamento”, per avere senso, deve essere effettuato sulla base dei

seguenti principi:

1. primato dei diritti umani rispetto ai diritti degli stati: principio di jus cogens per

l’implementazione dei diritti umani internazionalmente riconosciuti;

2. principio di soluzione pacifica delle controversie internazionali;

3. principio del divieto dell’uso della forza;

4. principio di cittadinanza planetaria;

5. principio di autorità internazionale;

7. principio di sicurezza collettiva internazionale;

8. principio di democrazia, interna e internazionale;

9. principio di eguaglianza dei popoli.

Ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani, il soggetto titolare del diritto

all’autodeterminazione è il popolo come soggetto distinto dallo stato. Ma in nessuna norma

giuridica internazionale c’è la definizione di popolo. Questa reticenza concettuale non è

dovuta al caso. Gli stati giocano sull’ambiguità, non essendo ancora disposti ad ammettere

espressamente che i popoli hanno una propria soggettività internazionale. Per il concetto

di popolo bisogna pertanto riferirsi a documenti ufficiali o semi-ufficiali privi di carattere

giuridico. L’UNESCO definisce il popolo come un gruppo di esseri umani che hanno in comune

numerose o la totalità delle seguenti caratteristiche: una tradizione storica comune, una

identità razziale o etnica, una omogeneità culturale, una identità linguistica, affinità religiose o

ideologiche, legami territoriali. Il gruppo deve quindi essere più che una semplice

associazione di individui.

Il “principio” di autodeterminazione dei popoli è sancito dagli articoli 1, 55 e 76 della Carta

delle Nazioni Unite. Questo “principio” è divenuto “diritto umano”, formalmente riconosciuto

a tutti i popoli, in virtù dell’identico articolo l dei due Patti internazionali sui diritti umani del

l966 (Allorché la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo fu proclamata nel 1948

dall'Assemblea Generale, essa fu considerata come il primo passo nella formulazione di una

futura "carta internazionale dei diritti dell'uomo", il cui valore fosse sia giuridico che morale.

Nel 1966 - decenni di distanza dall'impegno assunto dalla Organizzazione delle Nazioni Unite

in questa vasta impresa - la "carta internazionale dei diritti dell'uomo" diventava una realtà

grazie all'entrata in vigore di tre importantissimi strumenti: il Patto internazionale sui diritti

economici, sociali e culturali, il Patto internazionale sui diritti civili e politici,ed il Protocollo

facoltativo relativo a quest'ultimo Patto).

Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono

liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico,

sociale e culturale. Ciò è sancito dall’atto finale di Helsinki, dalla carta delle NU, dalla carta di

Algeri. L’esercizio dell’autodeterminazione esterna (Principio in base al quale i popoli hanno

diritto di scegliere liberamente il proprio sistema di governo (autodeterminazione interna) e

di essere liberi da ogni dominazione esterna, in particolare dal dominio coloniale

(autodeterminazione esterna), comporta sempre mutamenti territoriali e modifiche di confini

che, ai sensi del vecchio diritto internazionale, costituirebbero violazione del principio di

integrità territoriale degli stati. La rivendicazione del diritto di autodeterminazione,

soprattutto esterna, è causa di conflitti anche armati. In via generale, la prima risposta dello

stato preesistente è la repressione del movimento popolare e l’iniziale atteggiamento degli

stati terzi è conforme al principio di non ingerenza. Successivamente, nella maggior parte dei

casi, il conflitto che aveva una dimensione interna tende a divenire internazionale. Il sistema

internazionale non è ancora preparato a gestire pacificamente i processi di

autodeterminazione al di fuori dei casi prima citati di decolonizzazione. Infatti, il diritto

internazionale dei diritti umani riconosce il diritto di autodeterminazione senza apprestare

un adeguato sistema di garanzia.

STATUS DI MEMBRO

Membri originari delle Nazioni Unite sono gli Stati che, avendo partecipato alla Conferenza

delle Nazioni Unite per l’Organizzazione Internazionale a San Francisco, od avendo

precedentemente firmato la Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1° gennaio 1942, firmino il

presente Statuto e lo ratifichino in conformità all’articolo 110.

Art. 4

(1) Possono diventare Membri delle Nazioni Unite tutti gli altri Stati amanti della pace che

accettino gli obblighi del presente Statuto e che, a giudizio dell’Organizzazione, siano capaci di

adempiere tali obblighi e disposti a farlo.

(2) L’ammissione quale Membro delle Nazioni Unite di uno Stato che adempia a tali condizioni

è effettuata con decisione dell’Assemblea Generale su proposta del Consiglio di Sicurezza.

Art. 5

Un Membro delle Nazioni Unite contro il quale sia stata intrapresa, da parte del Consiglio di

Sicurezza, un’azione preventiva o coercitiva può essere sospeso dall’esercizio dei diritti e dei

privilegi di un Membro da parte dell’Assemblea Generale su proposta del Consiglio di

Sicurezza. L’esercizio di questi diritti e privilegi può essere ripristinato dal Consiglio di

Sicurezza.

Art. 6

Un Membro delle Nazioni Unite che abbia persistentemente violato i princìpi enunciati nel

presente Statuto può essere espulso dall’Organizzazione da parte dell’Assemblea Generale su

proposta del Consiglio di Sicurezza.

ORGANI

Secondo l’art. 7 della Carta di San Francisco gli organi dell’ONU sono:

1. CONSIGLIO DI SICUREZZA;

2. ASSEMBLEA GENERALE;

3. SEGRETARIATO;

4. CONSIGLIO ECONOMICO E SOCIALE;

5. CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA;

6. CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA (ha sede a l’Aia, organo giudiziario delle NU).

Nel CdS, l’organo più importante le cui funzioni si estrinsecano nel settore della Pace e della

Sicurezza internazionale, siedono 15 membri, di cui 5 permanenti (con diritto di veto) e 10

eletti per un biennio dall’Assemblea, in base al criterio di equa distribuzione geografica. Il CdS

ha un suo regolamento interno e la presidenza è assegnata a rotazione per un mese a uno dei

paesi membri. Il diritto di veto permette di bloccare qualunque delibera che non abbia

carattere meramente procedurale e che non incontri la concordanza dei 5 membri

permanenti. Il sistema di votazione, molto discusso e spesso contestato, comporta il voto

favorevole di almeno 9 membri per le questioni procedurali, mentre richiede il voto di 9

membri che includa anche il voto però dei 5 membri permanenti per le questioni + importanti.

Il CdS può assumere decisioni vincolanti. Il Consiglio di Sicurezza è organizzato in modo da

poter funzionare in permanenza. Ogni Membro del Consiglio di Sicurezza deve, a tal fine,

avere in qualsiasi momento un rappresentante nella sede dell’Organizzazione. Le parti di una

controversia, la cui continuazione sia suscettibile di mettere in pericolo il mantenimento della

pace e della sicurezza internazionale, devono, anzitutto, perseguirne una soluzione mediante

negoziati, inchiesta, mediazione, conciliazione, arbitrato, regolamento giudiziale, ricorso ad

organizzazioni od accordi regionali, od altri mezzi pacifici di loro scelta. Il Consiglio di

Sicurezza ove lo ritenga necessario, invita le parti a regolare la loro controversia mediante tali

mezzi (se le parti non ne sono in grado devono deferire la questione al CdS che deciderà la

linea d’azione più opportuna). Il Consiglio di Sicurezza può fare indagini su qualsiasi

controversia o su qualsiasi situazione che possa portare ad un attrito internazionale o dar

luogo ad una controversia, allo scopo di determinare se la continuazione della controversia o

della situazione sia suscettibile di mettere in pericolo il mantenimento della pace e della

sicurezza internazionale

L’ASSEMBLEA

organo collegiale, è composto da 5 rappresentanti per ogni paese ma con un solo voto/paese.

Qui si decide normalmente per maggioranza semplice tranne che per le questioni più

importanti (nomina dei 10 membri non permanenti, accesso di altri Paesi

nell’Organizzazione) che richiedono un voto a maggioranza qualificata dei 2/3. L’assemblea

generale si riunisce normalmente 1 volta l’anno, generalmente il 3 martedì del mese di

settembre, ma può anche essere convocata, in seduta straordinaria, dal segretario generale su

richiesta del Consiglio di Sicurezza. Ha competenze vastissime ma quasi nessun potere

vincolante. Essa discute delle questioni rientranti nelle sue competenze e richiama

l’attenzione del Consiglio su eventuali problematiche che minacciano la pace e la sicurezza

internazionale. Ha istituito nel corso degli anni tutta una serie di commissioni (come la

Commissione politica e sicurezza, la commissione questioni giuridiche, la commissione

decolonizzazione, ecc.).

L’art. 1 della carta delle Nazioni Unite delimita quelli che sono i compiti dell’organizzazione,

che non sono illimitati: l’Organizzazione non interviene in questioni interne agli stati membri.

Tali compiti sono riconducibili a 3 grosse categorie:

1. mantenimento della pace;

2. mantenimento e sviluppo di relazioni amichevoli tra gli stati;

3. collaborazione economica, sociale e culturale.

Fino ad oggi, comunque, l’ONU si è occupata principalmente:

 della pace, subito dopo la fine della 2 GM;

 della decolonizzazione, tra gli anni 50 e 60;

 della collaborazione in campo economico e sociale negli anni 70;

 della pace e della sicurezza internazionale, dalla caduta del muro di Berlino in poi.

Si consideri che l’ONU non assume decisioni vincolanti per gli stati membri, basti pensare che

l’Assemblea Generale non è un parlamento ma un foro di discussione per cui non assume

mai decisioni vincolanti (semmai emana raccomandazioni) tranne in un caso, quello della

ripartizione delle spese tra gli stati membri. In questa circostanza se l’Assemblea approva con

votazione a maggioranza qualificata (2/3) allora gli stati sono obbligati a versare il dovuto.

All’obbligo corrisponde anche una sanzione: i paesi arretrati di 2 annualità non hanno diritto

al voto in Assemblea.

Il CdS, invece, può assumere decisioni vincolanti (con o senza l’uso della forza) in base al cap.

VI e VII della carta (artt. 39, 40, 41). Il cap. VII legittima un intervento nel caso in cui sia

minacciata la pace e la sicurezza internazionale. Il cap. VI, invece, costituisce la legittimazione

a mantenere la sicurezza e la pace attraverso azioni dissuasive – ma che non comportino l’uso

della forza – come l’embargo o missioni di controllo, monitoring con l’invio dei “caschi blu” e

missioni di peace keeping.

Al fine di dare alle Nazioni Unite la possibilità di prendere misure militari urgenti, i Membri

tengono in prontezza contingenti di forze aeree nazionali per l'esecuzione combinata di

un'azione coercitiva internazionale. La forza ed il grado di preparazione di questi contingenti,

ed i piani per la loro azione combinata, sono determinati dal Consiglio di Sicurezza coadiuvato

dal Comitato di Stato Maggiore. Questo è costituito per consigliare e coadiuvare il Consiglio di

Sicurezza in tutte le questioni riguardanti le esigenze militari del Consiglio di Sicurezza per il

mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, l'impiego ed il comando delle forze

poste a sua disposizione, la disciplina degli armamenti e l'eventuale disarmo.

In merito ai caschi blu, è in corso un dibattito sulla definizione del loro status: devono essere

considerati combattenti? O sono piuttosto una sorta di polizia internazionale? Anche la loro

definizione giuridica non è semplice: la scuola di pensiero dominante li vorrebbe considerare

come organi tecnici create ad hoc dall’assemblea e dunque ricollocabili nell’ambito del

disposto dell’art. 22 della Carta delle NU (che conferisce appunto all’Assemblea di dotarsi di

organi ad hoc per svolgere le sue funzioni). La corte internazionale di giustizia ha cercato di

chiarire la questione attribuendo agli operatori ONU una sorta di doppio status giuridico:

persone attraverso le quali agiscono non solo le Nazioni Unite ma anche gli Static he

forniscono il personale.

Una cosa importante da ricordare è che, proprio mossi dagli orrori della guerra, i leaders

occidentali hanno sottoscritto la DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI. Tale

documento, vincolante una volta ratificato dagli stati membri costituisce uno dei documenti di

base dell’ONU. Fa da apri strada per una serie di iniziative, sempre a livello Occidentale, volte

a tutelare i diritti umani (Consiglio d’Europa, UE).

SEGRETARIO GENERALE

il segretariato comprende il Segretario Generale che è nominato dall’Assemblea Generale

su proposta del Consiglio di Sicurezza. Egli è il più alto funzionario amministrativo

dell’Organizzazione. Il Segretario Generale presenta all’Assemblea Generale una relazione

annuale sul lavoro svolto dall’Organizzazione. Può richiamare l’attenzione del Consiglio di

Sicurezza su qualunque questione che a suo avviso possa minacciare il mantenimento della

pace e della sicurezza internazionale. Nell’adempimento dei loro doveri il Segretario Generale

ed il personale non solleciteranno né riceveranno istruzioni da alcun Governo o da alcun’altra

autorità estranea all’Organizzazione. Essi dovranno astenersi da qualunque azione che possa

compromettere la loro posizione di funzionari internazionali responsabili solo di fronte

all’Organizzazione.

CONSIGLIO ECONOMICO E SOCIALE

Il Consiglio Economico e Sociale si compone di cinquantaquattro Membri delle Nazioni Unite

eletti dall’Assemblea Generale. Ogni Membro del Consiglio Economico e Sociale ha un

rappresentante nel Consiglio. Esso può compiere o promuovere studi o relazioni su questioni

internazionali economiche e sociali, culturali, educative, sanitarie e simili, e può fare

raccomandazioni riguardo a tali questioni all’Assemblea Generale, ai Membri delle Nazioni

Unite, ed agli istituti specializzati interessati. Può fare raccomandazioni al fine di promuovere

il rispetto e l’osservanza dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti. Può

preparare progetti di convenzione da sottoporre all’Assemblea Generale riguardo a questioni

che rientrino nella sua competenza. Può convocare, in conformità alle norme stabilite dalle

Nazioni Unite, conferenze internazionali su questioni che rientrino nella sua competenza.

Può concludere accordi con qualsiasi istituto previa approvazione dell’Assemblea Generale.

Esso può concludere accordi con i Membri delle Nazioni Unite e con gli istituti specializzati al

fine di ottenere rapporti sulle misure prese per attuare le sue raccomandazioni e le

raccomandazioni fatte dall’Assemblea Generale su questioni che rientrino nella sua

competenza. Può fornire informazioni al Consiglio di Sicurezza e coadiuvarlo ove esso lo

richieda. Ogni Membro del Consiglio Economico e Sociale dispone di un voto. Le decisioni del

sono prese a maggioranza. Il Consiglio Economico e Sociale istituisce commissioni per le

questioni economiche e sociali e per promuovere i diritti dell’uomo, nonché quelle altre

commissioni che possono essere richieste per l’adempimento delle sue funzioni.

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA

La Corte Internazionale di Giustizia costituisce il principale organo giurisdizionale delle

Nazioni Unite. Essa funziona in conformità ad un suo statuto che è conforme con lo Statuto

dell’Organizzazione. Tutti i Membri delle Nazioni Unite sono ipso facto aderenti allo Statuto

della Corte Internazionale di Giustizia. Uno Stato non Membro delle Nazioni Unite può aderire

allo Statuto della Corte Internazionale di Giustizia alle condizioni da determinarsi caso per

caso dall’Assemblea Generale su proposta del Consiglio di Sicurezza.

Ciascun Membro delle Nazioni Unite si impegna a conformarsi alla decisione della Corte

Internazionale di Giustizia in ogni controversia di cui esso sia parte. Se una delle parti di una

controversia non adempie agli obblighi che le incombono per effetto di una sentenza resa

dalla corte, l’altra parte può ricorrere al Consiglio di Sicurezza, il quale ha facoltà, ove lo

ritenga necessario di fare raccomandazioni o di decidere circa le misure da prendere perché la

sentenza abbia esecuzione. Nessuna disposizione del presente Statuto impedisce ai Membri

delle Nazioni Unite di deferire la soluzione delle loro controversie ad altri tribunali in virtù di

accordi già esistenti o che possano essere conclusi in avvenire.

L’Assemblea Generale od il Consiglio di Sicurezza possono chiedere alla Corte Internazionale

di Giustizia un parere consultivo su qualunque questione giuridica. Le sue principali funzioni

sono:

 dirimere le dispute fra Stati membri delle Nazioni Unite che hanno accettato la sua

giurisdizione. Essa esercita una funzione giurisdizionale riguardo all'applicazione e

l'interpretazione del diritto internazionale. Nell'esercizio di tale funzione, la Corte opera in

maniera arbitrale, e solo se gli Stati parti di una controversia internazionale abbiano

riconosciuto la sua giurisdizione.

 offrire pareri consultivi su questioni legali avanzate dall'Assemblea generale delle Nazioni

Unite, dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o dagli Istituti specializzati delle

Nazioni Unite quando essi siano autorizzati a farlo.

Le sentenza ed i pareri della Corte sono uno dei principali strumenti con cui si accerta

l'esistenza di norme internazionali. La Corte internazionale di giustizia non va confusa con la

Corte penale internazionale, istituita nel 2002 (non legata all'Onu ed anch'essa con sede

all'Aia, Paesi Bassi), il cui compito è invece quello di giudicare individui ritenuti colpevoli di

crimini internazionali.

La Corte è composta da quindici giudici di nazionalità diversa eletti dall'Assemblea generale e

dal Consiglio di Sicurezza. I giudici restano in carica per nove anni e possono essere rieletti.

Nessun paese può avere più di un giudice. Ognuno dei paesi membri permanenti del Consiglio

di sicurezza ha sempre avuto un giudice. I giudici non sono rappresentanti dei loro paesi ma

siedono a titolo personale e non devono farsi condizionare dalle autorità dello Stato di cui

sono cittadini. Le decisioni sono prese a maggioranza dei presenti.

La Corte può costituire in qualsiasi momento una o più sezioni composte di almeno tre giudici

secondo quanto essa decida, per trattare particolari categorie di controversie: per esempio,

controversie in materia di lavoro.

La CIG può decidere non solo secondo diritto ma anche secondo equità (ex aequo et bono) se le

parti così le chiedono espressamente

ATTI

1. RACCOMANDAZIONI, sono in genere effettuate dall’assemblea generale nei confronti degli

stati mebri e hanno carattere non vincolante; ciononostante, sono considerati atti

rientranti nel c.d. soft law (che hanno il c.d. effetto LICEITA’);

2. DECISIONI, sono assunte dal CdS e hanno carattere vincolante; possono essere

sanzionatorie ex. Art. 41;

3. DICHIARAZIONI DI PRINCIPIO, sono emanate dall’Assemblea per la tutela dei principi

fondamentali (in particolare diritti umani). Esempi sono la dichiarazione universale dei

diritti dell’uomo, la dichiarazione sull’indipendenza dei popoli coloniali). Non hanno

carattere vincolante.

4. La RISOLUZIONE è l'atto giuridico più importante che l'Organizzazione delle Nazioni Unite

possa adottare. Sebbene qualsiasi organismo dell'ONU possa emettere risoluzioni, di fatto

queste vengono proclamate solo dal Consiglio di Sicurezza oppure dall'Assemblea

Generale, e vengono distinte secondo la loro origine in "Risoluzioni del Consiglio di

Sicurezza" e "Risoluzioni dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite". Il valore legale di

una risoluzione è oggetto di dibattito tra i giuristi: la maggior parte degli esperti

considerano gran parte delle risoluzioni dell'Assemblea Generale come non vincolanti;

tuttavia, alcune risoluzioni dell'Assemblea Generale riguardanti argomenti interni alle

Nazioni Unite, quali le decisioni di bilancio o le istruzioni dirette agli organi ONU di rango

minore, vincolano chiaramente i loro destinatari.Gli Stati membri delle Nazioni Unite sono

invece obbligati ad adempiere alle "decisioni del Consiglio di sicurezza in conformità con la

presente Carta". È stato oggetto di dibattito quale genere di risoluzioni del Consiglio di

sicurezza sia coperto da questa misura; in particolare se tale misura riguardi soltanto le

risoluzioni del Consiglio di sicurezza adottate a norma del capitolo VII della Carta delle

Nazioni Unite ("azione riguardo alle minacce contro la pace, agli infrangimenti della pace,

ed agli atti di aggressione"). Nel 1971 la Corte Internazionale di Giustizia deliberò con il suo

parere consultivo “Namibia" che l'effetto vincolante delle decisioni del Consiglio di

Sicurezza non fosse limitato alle risoluzioni adottate esclusivamente secondo tale misura.

UNIONE EUROPEA

È un’organizzazione internazionale (cioè un’associazione di stati) GOVERNATIVA (composta

cioè da stati e nello specifico da 28 Paesi membri – è entrata per ultima la CROAZIA),

REGIONALE (composta da stati europei). È dotata di un proprio TRATTATO ISTITUTIVO, di

una propria STRUTTURA ISTITUZIONALE PERRMANENTE, propri OBIETTIVI COMUNI,

proprie COMPETENZE NORMATIVE e un proprio FINANZIAMENTO.

Volendo fare una classificazione delle OI in base al metodo di funzionamento diremmo che la

UE utilizza il METODO COMUNITARIO, ovvero organi di individui, maggioritario, atti

vincolanti, controllo giurisdizionale, finanziamento con risorse proprie. A questo modello si

contrappone un altro, basato sul metodo del coordinamento (o metodo intergovernativo). È il

metodo utilizzato da UEO, CONSIGLIO D’EUROPA, NATO, OSCE. A differenza del modello

precedente qui si tratta di OI con Organi di Stati (e non di individui, portavoce dunque della

volontà del paese di appartenenza), votazioni all’unanimità, atti non vincolanti e

finanziamento con contributi degli stati membri.

EVOLUZIONE STORICA

Alla fine della 2 GM è chiaro a tutti che è arrivato il tempo della pace, il tempo degli accordi

per fare in modo che il massacro della guerra non si verifichi di nuovo. La spinta in questo

senso viene principalmente da occidente con Churchill, il Presidente USA e i movimenti di

resistenza europei. Si comincia a parlare di Europa non solo come una realtà geografica ma

come una comunità di stati accomunati da interessi, valori, radici. Il tempo è insomma maturo

affinché l’iniziativa di Churchill nel 48 di convocare tutti i grandi d’Europa attorno a un tavolo

abbia successo.

Il Congresso organizzato dal "Comitato internazionale dei movimenti per l'Unione europea"

mise assieme i rappresentanti di un ampio spettro politico, fornendo loro l'opportunità di

discutere idee riguardanti lo sviluppo dell'Unione Europea e non solo.

Importanti figure politiche come Konrad Adenauer, Winston Churchill, Walter Hallstein,

François Mitterrand, Paul-Henri Spaak e Altiero Spinelli, svolsero un ruolo attivo nel

Congresso chiedendo un'unione politica, economica e monetaria dell'Europa.

Questa conferenza storica contribuì notevolmente a suscitare, nei governi e nell'opinione

pubblica, un'influenza positiva riguardo alle istituzioni europee che si stavano formando

proprio negli anni del secondo dopoguerra.

Il Congresso dell'Aia pose le basi per l'istituzione del Consiglio d'Europa che sarebbe stato

istituito appena un anno dopo con il Trattato di Londra.

Nell’ambito di quell’importante consesso si confrontano fondamentalmente 3 correnti di

pensiero:

PROSPETTIVA CONFEDERALISTA: favorevole a forme di cooperazione dirette a conseguire

obj comuni ma senza limitare la sovranità dei paesi contraenti. Negli organi comunitari

siedono rappresentanti dei governi nazionali che fanno dunque gli interessi delle rispettive

madrepatrie. Le decisioni si prendono rigorosamente all’unanimità.(Churchill e De Gaulle);

PROSPETTIVA FUNZIONALISTA: sosteneva invece che l'Unione Europea si sarebbe

realizzata soltanto attraverso integrazioni settoriali, cioè parziali cessioni di sovranità ad

organismi sovranazionali (graduale diminuzione delle sovranità grazie alla creazione di

organismi autonomi e indipendenti dagli stati). Saranno proprio i funzionalisti stretti intorno

a Monnet e Shuman a dare vita alla prima forma di unificazione europea: la CECA.

PROSPETTIVA FEDERALISTA: aveva progetti ben più radicali in quanto sosteneva che solo

l'abbandono e la cancellazione degli stati-nazione, che erano i principali responsabili delle

guerre e delle rivalità, avrebbe permesso all'Europa di vivere finalmente in pace. I federalisti

auspicavano ad una grande rivoluzione che riuscisse a superare tutte le barriere esistenti fra i

paesi europei e li federasse in un unico nuovo organismo che avrebbe creato le basi per una

nuova convivenza (superamento delle sovranità nazionali). I soggetti nominati negli organi

comunitari sono indipendenti e autonomi (dalla volontà/interessi nazionali), le decisioni si

devono prendere a maggioranza, potere più ampio alla comunità europea con possibilità di

adottare atti vincolanti. (Spinelli, Olivetti..).

In questa fase (Post-Guerra) si contano diverse iniziative più o meno riuscite di cooperazione

per la ricostruzione, per lo sviluppo, per la sicurezza. La fine del ruolo isolazionista degli USA

(grazie soprattutto alla dottrina Truman) che con il Piano Marshall inviano sostanziali aiuti ai

paesi europei in difficoltà. La preoccupazione del ruolo della Germania e di una possibile

espansione dell’Unione Sovietica spingono gli USA a volere un Europa in piedi, autosufficiente

e partner. Nel luglio del 1947 Francia e Germania, riunitesi a Parigi nel Comitato sulla

Cooperazione Economica Europea, chiedono un prestito agli USA che lo concedono. Poi il 16

aprile 1948 i paesi europei formano la OECE, Organizzazione Europea per la

Cooperazione Economica per gestire la ricostruzione con un programma comune,

armonizzare i piani nazionali e favorire la cooperazione.

Sulle basi dell’OECE verrà creata in seguito (negli anni 60 con il trattato di Parigi) l’OCSE

(Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo in Europa). Attenzione L’OCSE nasce come

cooperazione economica sulle ceneri dell’OECE (oggi non si parla più di OECE ma di OCSE) ma

non va confusa con l’OSCE che invece riguarda principalmente la pace e la sicurezza.

Sempre in quegli anni e precisamente il 5 maggio del 1949, la cooperazione in campo politico

e sociale da vita a un’altra Organizzazione Internazionale, il CONSIGLIO D’EUROPA. Si tratta

di un’Organizzazione composta da 47 stati membri (tutti i membri dell’UE sono anche parte

del COE ma non viceversa) con sede a STRASBURGO in Francia. Si propone l’accettazione della

democrazia pluralista, il rispetto dei diritti umani (i valori fondamentali comuni), il rispetto

dello stato di diritto. I lavori della OI porteranno nel 1950 a un importantissimo traguardo: la

CEDU, Convenzione Europea sui Diritti Umani con la creazione di una Corte Internazionale,

a Strasburgo, atto a controllare il rispetto dei principi sanciti.

È composto da un comitato dei ministri, un’assemblea parlamentare, Segretariato, congresso

dei poteri locali e regionali. Tra le sue competenze normative ha le CONVENZIONI (che

diventano vincolanti se ratificate, come la convenzione europea sui diritti dell’uomo del 1950)

e le RACCOMANDAZIONI. È composta da Assemblea parlamentare (da non confondere col

parlamento europeo), da un Comitato dei ministri, da un segretariato, da un congresso dei

poteri regionali e locali. Vi è poi un commissario per i diritti umani e una conferenza delle

ONG.

La convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà

fondamentali sottoscritta a Roma nel 1950 ma entrata in vigore dal 1953, è stato uno dei

traguardi più importanti raggiunti dal consiglio d’Europa. Insieme ai Protocolli Aggiuntivi

costituisce una sorta di MAGNA CHARTA dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali a

livello europeo. Si apre proclamando il diritto alla vita e si occupa poi di libertà negative. Di

grande rilievo è il 6° protocollo aggiuntivo (1983) che proclama l’abolizione della pena di

morte. Per garantire il rispetto delle sue norme prevede l’istituzione di 2 appositi organi: la

commissione europea dei diritti dell’uomo e la corte europea dei diritti dell’uomo (dal 1998 la

corte ha assunto anche le funzioni della commissione per cui oggi vi è un solo organo

giurisdizionale). L’operato della Corte investe principalmente gli atti comunitari e gli atti

nazionali di attuazione del diritto comunitario (rimanendo escluse, dunque, le norme

nazionali prive di legame con il diritto comunitario). Molti dei principi del trattato di

Maastricht sono ispirati alla Convenzione. Maastricht istituirà poi la CITTADINANZA

EUROPEA rendendo così più forte il legame tra cittadini e istituzioni Europee (i cittadini

europei hanno il diritto di muoversi, soggiornare, stabilire la sede della propria attività nei

Paesi dell’UE. I cittadini si avvicinano alle istituzioni, partecipano dando vita alla c.d.

amministrazione condivisa). Il tema della cittadinanza europea rappresenta una pietra

angolare nel processo di integrazione europea. Ma è soprattutto con il successivo TRATTATO

DI AMSTERDAM che si darà più rilievo alle questioni sociali con ripetuti richiami ai principi di

sicurezza, libertà e giustizia oltre che alla parità uomo donna, eliminazione delle

ineguaglianze, non discriminazione. Il trattato istituisce inoltre una procedura sanzionatoria

per quegli stati che non rispettano detti principi.

Nel 1948 era ancora reale il timore che i disastri causati dalla Germania nazista potessero

riprendere e, al contempo, si guardava con sospetto all'Unione sovietica. Perciò si sentì

l'esigenza di stabilire un'alleanza che prevedeva la reciproca garanzia di un aiuto politico e

militare, e l'impegno alla concertazione sulle misure da adottare nel caso di un'aggressione da

parte della Germania o di qualsiasi situazione che minacciasse la pace in Europa. Gran

Bretagna, Francia, Belgio Lussemburgo e Olanda firmano per questo il PATTO DI

BRUXELLEX (o TRATTATO SULL’UNIONE OCCIDENTALE – attenzione manca l’Italia, ci

entrerà insieme alla Germania nel 54 a seguito degli accordi di Londra trasformando l’Unione

Occidentale in Unione Europea Occidentale). Il trattato nacque quando ormai la divisione

dell'Europa in due blocchi era un dato di fatto. L'Unione Sovietica cercava di avere l'egemonia

sull'Europa orientale, e l'Europa occidentale cercava di risollevarsi dalle ceneri della Seconda

guerra mondiale. ).

Contestualmente gli USA, sotto la guida del presidente TRUMAN, firmano a Washington il 4

aprile 1949, con i paesi dell’Europa Occidentale, il trattato istitutivo del PATTO ATLANTICO,

dando così vita a un’organizzazione internazionale politico militare (la NATO) pronta a

intervenire in caso di aggressione di uno degli stati firmatari.

L’anno successivo e precisamente nell’aprile 1950 in Francia Shuman e Monnet elaborano

un piano (in segreto per evitare interferenze della GB) per mettere da parte la secolare

opposizione tra Francia e Germania e mirare al conseguimento di obj più grandi. La

DICHIARAZIONE SHUMAN , prevedeva in particolare di creare un’organizzazione aperta agli

2

2 La dichiarazione Shuman da inizio a una fase detta “FASE DELL’INVENZIONE COMUNITARIA”.

altri paesi europei per mettere insieme, sotto un’autorità comune, la produzione del carbone e

dell’acciaio di Francia e Germania. Si doveva secondo Shuman superare lo debolezza creata

dall’indipendenza e dalle politiche particolari degli stati nazione, per cercare

nell’interdipendenza e nell’unione maggiori sviluppi in campo economico. Il TRATTATO DI

PARIGI dell’8 aprile 1951 da vita alla CECA, organizzazione internazionale firmata da

ITALIA, FRANCIA, GERMANIA, BELGIO, PAESI BASSI con lo scopo di favorire lo sviluppo

economico dei paesi firmatari (il carbone e l’acciaio venivano forniti sul mercato a condizioni

uguali per i paesi firmatari - dunque controllo dei prezzi -; inoltre i dazi doganali su questi

materiali era abolito. In questo modo il mercato di fusione sarebbe stato più ampio e la

produzione sarebbe aumentata). Attenzione perché è il primo passo ufficiale verso l’UE, è la

prima volta che i paesi firmatari rinunciano a un piccolo pezzetto della loro sovranità per

creare un’istituzione comunitaria. Questa era governata da un’ALTA AUTORITA’, un collegio di

9 membri con poteri esecutivi nominati dagli stati (le sue decisioni, adottate a maggioranza,

sono vincolanti sui paesi membri. Inoltre Germania e Francia avevano diritto a nominare 2

membri ciascuno). Vi era poi un CONSIGLIO DEI MINISTRI, (con funzioni di coordinamento tra

l’alta autorità e i Governi nazionali; inoltre il consiglio controllava il bilancio dell’alta autorità)

un’ASSEMBLEA (di 68 membri nominati dai parlamenti nazionali sempre con funzione di

controllo) e una CORTE DI GIUSTIZIA formata da 7 giudici nominati dai paesi, con il compito

di dirimere le controversie. Aderiscono oltre a Francia e Germania anche Italia, Olanda Belgio

e Lussemburgo (la c.d. piccola Europa o Europa dei 6). Con la dichiarazione Shuman e la CECA

tutti ottennero dei vantaggi. Intanto essa, seppur costruita sul principio dell’integrazione

settoriale, permise un riavvicinamento tra Fr e Ge.

La Francia dovette certo rinunciare a esercitare un’influenza diretta sulla Germania ma ne

poté controllare la crescita economica. La Germania e l’Italia ebbero un impulso alla

ricostruzione dopo la sconfitta in guerra. Belgio, Olanda e Lussemburgo (BE.NE.LUX.) videro

allargato il loro mercato e gli USA erano favorevoli a un consolidamento dell’unione in Europa

in funzione anti sovietica. L’unico stato non favorevole ed escluso era la GB che non voleva in

nessun modo una limitazione alla sua sovranità e vedeva nella CECA un pericolo per la

produzione nazionale di carbone e acciaio, la più alta in Europa fino a quel momento.

La posizione del Regno Unito merita di essere brevemente esaminata perché alla fine della

guerra si trovava in una posizione sostanzialmente diversa rispetto agli altri paesi europei. La

Gran Bretagna non aveva perso la propria identità nazionale in seguito ad invasioni straniere

che invece avevano colpito altri stati e, trattandosi di un’isola, si sentiva "distante" dal

continente e non vedeva la necessità di unirsi agli altri paesi europei per creare organismi di

"La pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza degli sforzi pari alla grandezza dei pericoli che la

minacciano. Il contributo che una Europa organizzata e viva può portare alla civilizzazione è indispensabile al

mantenimento di relazioni pacifiche. Essendo da più di venti anni la portavoce di una Europa unita, la Francia ha

sempre avuto come obbiettivo essenziale quello di servire la pace. L'Europa non è stata fatta: abbiamo avuto la

guerra. L'Europa non si farà in un colpo, né con una costruzione di insieme: si farà attraverso realizzazioni

concrete che creino innanzitutto una solidarietà di fatto. Il raggruppamento delle nazioni europee esige che

l'opposizione secolare tra la Francia e la Germania sia eliminata: l'azione deve essere intrapresa dai capi di stato

della Francia e della Germania".

tipo sovranazionale. Questa decisione si basava anche sulla convinzione di avere un "rapporto

privilegiato" con gli Stati Uniti. La politica estera inglese era rivolta verso il Commonwealth

che, nel 1945, appariva ancora solido nonostante la decolonizzazione fosse ormai un fatto

compiuto. Esso rappresentava ancora il principale fornitore di materie prime e il principale

mercato per i prodotti industriali inglesi. La Gran Bretagna aveva quindi pochi interessi in

comune con gli altri paesi dell'Europa continentale e quando, nel 1950, fu invitata a

partecipare ai negoziati per la creazione della CECA declinò l'invito motivandolo con il fatto

che le risorse carbo-siderurgiche inglesi erano di proprietà dello stato e che non sarebbe stato

possibile metterle sotto un tipo di controllo sovranazionale. Nel corso degli anni Cinquanta il

Regno Unito si dimostrò incapace di organizzare il Commonwealth in modo da renderlo coeso

e capace di affrontare le sfide provenienti dai nuovi mercati, in modo particolare da quello

europeo. Nello stesso periodo anche il "rapporto privilegiato" con gli Stati Uniti si andava a

poco a poco affievolendo, dimostrando che il Regno Unito non era più una grande potenza.

La mancata ratifica e implementazione della CED (a causa delle ritrosie a permettere un

riarmo tedesco e nonostante i Negoziati di PETESBERG) fece cadere anche un altro

importante aspetto connesso: l’indipendenza della Germania. Ci pensa però la GB a settembre

dello stesso anno (1954) a spingere in questo senso, su pressione degli USA che temevano un

influenza dell’US. Con gli ACCORDI DI LONDRA del 1954, la Germania è finalmente

indipendente e entra a far parte della NATO. Le posizioni contrarie della Francia sono

superate dalla garanzia offerta da GB, USA e CANADA. Inoltre gli accordi di Londra sanciscono

l’entrata di ITALIA e GERMANIA nel Patto di Bruxelles (quello firmato nel 1948 da Fr, GB,

BELELUX per la difesa reciproca agli inizi della guerra fredda), ingresso che da vita alla

UNIONE EUROPEA OCCIDENTALE (UEO). L’unica strada percorribile dopo il fallimento della

CED era il ritorno a schemi di integrazione settoriale (approccio FUNZIONALISTA) secondo

l’esperienza della CECA. L’Italia e i paesi del BENELUX si rendono così protagonisti del c.d.

“RILANCIO EUROPEO”. Martino, braccio destro di De Gasperi, riesce a riunire i ministri degli

esteri dei 6 a Messina, dove l’1 e il 2 giugno 1955 si tiene una grande conferenza

(CONFERENZA DI MESSINA). Si discute sull’idea di abbattere le barriere doganali tra i paesi

europei e di crearne una unica esterna. Il progetto è grandioso: creare un mercato comune

all’interno del quale le merci fossero libere di girare. Si discute inoltre sul tema dell’energia

atomica che diventerà un problema sempre più stringente da lì a poco soprattutto a causa

della crisi di SUEZ del 56 (il presidente egiziano Nasser vuole privatizzare lo stretto creando

un grosso problema al traffico enorme di mercantili europei carichi di greggio). Ma ormai ci

siamo: nel marzo del 1957 a ROMA, vengono firmati i trattati istitutivi di CEE e

3

EURATOM.

Art.2. La Comunità ha il compito di promuovere nell'insieme della Comunità, mediante l'instaurazione di un

3

mercato comune e di un'unione economica e monetaria e mediante l'attuazione delle politiche e delle azioni

comuni di cui agli articoli 3 e 4, uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche, un

elevato livello di occupazione e di protezione sociale, la parità tra uomini e donne, una crescita sostenibile e non

inflazionistica, un alto grado di competitività e di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di

protezione dell'ambiente ed il miglioramento della qualità di quest'ultimo, il miglioramento del tenore e della

qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra Stati membri.

Il trattato EURATOM diretto a regolare l’uso dell’energia nucleare da parte della comunità

europea prevedeva 8 obiettivi tra cui lo sviluppo delle ricerche, applicazione uniforme delle

norme sulla sicurezza, accesso paritario alle materie combustibili nucleari, controllo sugli usi

di questo combustibile, mercato comune.

Lo statuto CEE fissava invece le finalità di quest’altra organizzazione pur senza scandire i

tempi di implementazione secondo la prassi dei c.d. “TRATTATI QUADRO” (era previsto in

linea molto generale un arco temporale di 12 anni per la transizione). Le finalità erano quelle

di creare un mercato comune, generando sviluppo, miglioramento delle condizioni di vita

oltre che attivare politiche comuni (politica agricola per esempio). Per far ciò era necessario

procedere all’eliminazione dei vincoli commerciali, allo sviluppo di politiche commerciali

unitarie e alla progressiva liberalizzazione di merci, capitali persone e servizi. Al fine di

regolare il mercato i trattati prevedevano la creazione della Banca Europea degli

investimenti che aveva il compito di stanziare finanziamenti per le aree economicamente più

deboli.

Le due organizzazioni, dotate di un livello di sovranazionalità inferiore rispetto alla CECA,

avevano un’analoga struttura.

In base ai trattati istitutivi di Roma, gli organi della Comunità Europea sono:

 PARLAMENTO è l’organo di espressione democratico e di controllo politico dell’UE (il

controllo avviene principalmente attraverso le relazioni della corte di conti). Eletto dai

cittadini degli stati membri con suffragio universale diretto (ciò avverrà dal 1979) ha la

propria sede istituzionale a Strasburgo in Fr. ma si riunisce anche a Bruxelles. È composto

da 626 membri (eletti secondo le leggi elettorali dei vari stati membri) in carica per 5 anni

ed esercita, congiuntamente con il consiglio, la funzione legislativa: partecipa infatti

all’elaborazione di regolamenti e direttive e si pronuncia sulle proposte della Commissione.

Maastricht ha rafforzato questo ruolo legislativo, conferendogli il potere di CO-DECISIONE

con il consiglio in determinate materie. Rappresenta gli interessi dei cittadini dell’UE.

Adotta il bilancio comunitario (il controllo è devoluto alla commissione) Approva la

nomina del presidente di Commissione e dei commissari, esamina la relazione generale

della commissione, emana la mozione di censura, promuove interrogazioni, inchieste.

 COMMISSIONE (Presidente più 28 commissari nominati dai governi nazionali ma da essi

indipendenti – operano nell’interesse della comunità non dei paesi di origine - e in carica

per 5 anni); ORGANO PROPOSITIVO ED ESECUTIVO della Comunità europea (attuazione

delle politiche e del bilancio), ha anche iniziativa legislativa (può formulare consigli,

proposte, bozze di decisione, regolamenti da sottoporre all’approvazione del Consiglio –

iniziativa legislativa, no potere decisionale-) svolgeva inoltre un importante ruolo di

vigilanza (sull’applicazione delle disposizioni dei trattati. La commissione è il CUSTODE

dei trattati). Emana i regolamenti di applicazione delle disposizioni dei trattati, applica

sanzioni per violazioni delle regole sulla concorrenza, negozia eventuali accordi,

gestisce i fondi comunitari, provvede alla gestione delle clausole di salvaguardia che

consentono di autorizzare, in casi straordinari e per tempi limitati, deroghe alle norme dei

trattati. Può proporre un ricorso per inadempimento alla Corte di Giustizia se crede che

uno stato membro non ottemperi agli obblighi previsti. All’interno della commissione ogni

commissario è responsabile individualmente di un “portafoglio” ed ha autorità su una o più


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze politiche
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gianluca.L di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto delle organizzazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Guglielmo Marconi - Unimarconi o del prof Ferrari Alessandro.

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