Che materia stai cercando?

Diritto dell'Unione Europea - lezioni Appunti scolastici Premium

Appunti sulle lezioni di Diritto dell'Unione Europea per l'esame del professor Tosato. Gli argomenti trattati sono i seguenti: le organizzazioni internazionali nate nel dopoguerra (OECE, NATO, UEO, CED, Consiglio d’Europa, CED, CECA, CEE, Euratom), i principi di sussidiarietà e proporzionalità, il Libro Bianco Delors, il Trattato di Maastricht, il Comitato economico e sociale previsto... Vedi di più

Esame di Diritto dell'Unione Europea docente Prof. G. Tosato

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Prima lezione

La procedura di cooperazione può applicarsi soltanto nei casi in cui le norme

comunitarie rinviano all’’art. 252 TCE il quale prevede, appunto, la procedura di

cooperazione.

La procedura di cooperazione prevede una doppia lettura del Parlamento in

merito agli atti che il Consiglio deve emanare. Durante la prima lettura il Parlamento

esamina la proposta della commissione ed esprime un parere, accompagnato da

eventuali proposte di modifica. La Commissione valuta tali modifiche e trasmette la

proposta al Consiglio che, deliberando a maggioranza qualificata adotta una

posizione comune. Tale delibera viene comunicata al Parlamento assieme alle

motivazioni. Il Parlamento in questa fase ha tre possibilità: approvare la posizione

comune o non pronunciarsi, rigettare il testo a maggioranza assoluta, apportare

emendamenti a maggioranza assoluta.

Nel primo caso il Consiglio adotta l’atto a maggioranza qualificata, nel secondo

caso il Consiglio potrà adottare l’originaria posizione comune entro tre mesi ma solo

votando all’unanimità, nel terzo ed ultimo caso la Commissione riesamina entro un

mese la posizione comune e la ritrasmette al Consiglio con le modifiche che ha

ritenuto di accogliere e avendo motivato il rifiuto degli altri emendamenti. Ricevuta

la proposta il Consiglio, entro tre mesi, può adottare la proposta a maggioranza

qualificata; adottare all’unanimità gli emendamenti Parlamentari non recepiti dalla

Commissione; non agire facendo decadere la proposta della Commissione; oppure

modificare all’unanimità la proposta e adottarla. La Commissione conserva sempre il

potere di ritirare la proposta.

Nella procedura di cooperazione la commissione svolge un compito importante,

quello di mediare i contrasti tra il Consiglio e il Parlamento

La Procedura di codecisione è stata tra le maggiori novità contenute nel Trattato

di Maastricht. Tale procedura è prevista dall’art. 251 del Trattato CE ed è stata

Prima lezione

notevolmente rafforzata dal Trattato di Amsterdam, che ha trasferito nell’ambito di

questa procedura quasi tutte le materie che ricadevano sotto la procedura di

cooperazione.

Con la procedura di codecisione il Parlamento europeo e il Consiglio europeo

sono posti sullo stesso piano, anche se va precisato che il ruolo del Parlamento è più

un ruolo negativo, ossia di bloccare l’adozione dell’atto normativo, piuttosto che

propositivo.

Anche questa procedura si articola in più fasi: nella prima fase la Commissione

presenta la proposta contemporaneamente al Parlamento e al Consiglio, il Consiglio

può sia adottare l’atto proposto, se il Parlamento non ha proposto emendamenti, sia

approvare gli emendamenti contenuti nel parere del Parlamento e quindi adottare

l’atto modificato. Se la proposta con gli emendamenti del Parlamento non viene

adottata il Consiglio adotta una posizione comune motivata e la comunica al

Parlamento. Se nel termine di tre mesi, prorogabili di un mese su iniziativa del

Parlamento o del Consiglio, il Parlamento approva la posizione comune, oppure non

si pronuncia, il Consiglio adotta l’atto secondo la posizione comune. Se, invece, il

Parlamento a maggioranza assoluta dei suoi membri respinge la posizione comune,

l’atto proposto non viene adottato. Infine il Parlamento, sempre nel termine dei tre

mesi, può apportare emendamenti alla posizione comune; allora il testo emendato

viene comunicato al Consiglio e alla Commissione e in questo caso il Consiglio può:

tutti gli emendamenti ed adottare l’atto nella

approvare a maggioranza qualificata

forma della posizione comune, però il Consiglio deve deliberare all’unanimità sugli

emendamenti rispetto ai quali la Commissione ha espresso parere negativo; oppure il

Consiglio può non approvare gli emendamenti e allora il Presidente del Consiglio

d’intesa con il presidente del Parlamento convoca un Comitato di Conciliazione. Il

Comitato di conciliazione ha lo scopo di trovare un accordo su un progetto comune

pronunciandosi a maggioranza dei rappresentanti del Consiglio e a maggioranza dei

Prima lezione

rappresentanti del Parlamento. La Commissione partecipa attivamente ai lavori del

Comitato di conciliazione per favorire un riavvicinamento delle posizioni del

Consiglio e del Parlamento e il Comitato di conciliazione ha 6 settimane di tempo per

pronunciarsi. Se il Comitato di conciliazione concorda un progetto comune,

Consiglio e Parlamento hanno 6 settimane di tempo per adottare il progetto

altrimenti questo non viene adottato.

La procedura del parere conforme consente al Parlamento europeo di esprimere il

proprio accordo o disaccordo in merito all’approvazione di determinati atti proposti

dal Consiglio.

La procedura di parere conforme si configura in sostanza in un diritto di veto da

parte del Parlamento europeo.

La procedura di parere conforme è prevista in tema di accordi di associazione, di

accordi su fondi strutturali, in tema di ammissione di nuovi Stati, di procedure

uniforme per l’elezione del Parlamento europeo, di politica monetaria, di violazione

dei diritti umani.

Relazioni esterne, principio del parallelismo, accordi misti, accordi commerciali.

La Comunità europea è in grado di concludere accordi internazionali, a tal fine il

Trattato CE stabilisce norme che prevedono competenze rispetto ad accordi specifici

e norme che regolano le procedure di conclusione degli accordi internazionali della

Comunità europea. È necessario sottolineare che le competenze della Comunità

europea nel campo degli accordi internazionali sono state anche definite, in via

generale, da alcune sentenze della Corte di giustizia. Prima lezione

La competenza alla conclusione di accordi internazionali da parte dell’Unione

europea ha alla base sempre il principio di attribuzione delle competenze che è

stabilito dall’art. 5 del Trattato CE. Si ricorda che il principio di attribuzione

stabilisce che la Comunità agisce soltanto nei limiti delle competenze che le sono

conferite e degli obiettivi che le sono assegnati dalle norme del Trattato stesso.

Nel campo della conclusioni degli accordi internazionali il Trattato CE prevede

espressamente soltanto gli accordi in materia di regime valutario e monetario, gli

accordi tariffari e commerciali nell’ambito della politica commerciale comune

compresi quelli in materia di servizi e proprietà intellettuale, gli accordi nel quadro

della ricerca e sviluppo tecnologico, in materia di ambiente, gli accordi di

associazione e gli accordi con altre organizzazioni internazionali.

In alcuni casi la competenza comunitaria è esclusiva (politica commerciale

comune), mentre in altri casi la competenza è concorrente con quella degli Stati

membri.

Sulla base del c.d. principio del potere implicito la Corte di giustizia ha affermato

che la Comunità ha il potere di esercitare all’esterno le competenze di cui essa gode

affermando l’esclusività della competenza comunitaria

sul piano interno. La Corte,

nelle materie nelle quali il trattato lo prevede ha risolto il problema dei rapporti tra la

competenza comunitaria e la competenza degli Stati membri nella conclusione di

accordi.

Nella sentenza AETS del 1970 la Corte ha inoltre affermato che tutte le volte la

Comunità ha adottato delle disposizioni contenenti norme comuni, gli Stati membri

non hanno il potere di contrarre con gli Stati terzi obbligazioni che incidano su dette

norme. In questo modo si è affermato il principio del parallelismo.

Infine con una sentenza del 1976 la Corte di giustizia non soltanto ribadì il

principio del parallelismo, ma precisò che la Comunità, anche in assenza di una

Prima lezione

specifica attribuzione del potere di concludere accordi con terzi, può tuttavia

concludere un accordo in una materia che rientra nell’ambito degli obiettivi

comunitari.

Il Principio del Parallelismo tra competenze interne e competenze esterne

stabilisce una competenza generale della Comunità in materia di accordi

internazionali a prescindere dalle disposizioni contenute nei trattati e nello stesso

tempo esclude la competenza degli Stati a concludere autonomamente accordi con

Stati terzi in tutti i casi che riguardano materie di competenza esclusiva della

Comunità. Se la Comunità non ha ancora esercitato le proprie competenze esclusive

gli Stati membri possono concludere accordi internazionali, ma in via transitoria e in

concorrenza con la Comunità.

Abbastanza diffusa è comunque la prassi di concludere accordi misti, ossia

accordi firmati sia dalla Comunità che dagli Stati membri. Tale prassi può derivare

dal fatto che le materie oggetto di tali accordi ricadono sia nell’ambito delle

competenze comunitarie, che nell’ambito delle competenze statali, oppure quando

non sia facile determinare l’ambito delle competenze. Gli accordi misti prevedono

spesso anche obblighi a carico degli Stati membri e non soltanto a carico delle

comunità europee come ad esempio nel caso degli accordi di associazione.

La firma degli accordi misti implica il consenso degli Stati membri e semplifica

la procedura di negoziato, di conclusione e di ratifica, che in caso contrario dovrebbe

svolgersi su due livelli: a livello di comunità e Stato terzo e a livello di Stato membro

e Stato terzo.

Negli accordi misti non sempre gli obblighi della Comunità e degli Stati membri

sono distinti sul piano del diritto internazionale, in via generale esiste quasi sempre

un collegamento dal punto di vista del diritto internazionale generale tra la posizione

della Comunità e quella degli Stati membri, inoltre occorre ricordare che spesso gli

Prima lezione

Stati membri firmano l’accordo in rappresentanza dell’interesse comunitario e non

sono portatori di un interesse proprio. Per quanto concerne, invece, l’esecuzione

dell’accordo misto questo va eseguito sia dalla Comunità che dagli Stati membri

nell’ambito delle rispettive competenze. Nel caso di competenza concorrente o nei

casi in cui la specificazione della competenza è incerta si provvede alla conclusione

di un accordo interno tra la Comunità e gli Stati membri.

Spesso accade che gli accordi misti non siano firmati da tutti gli Stati membri, ma

ciò non comporta uno svincolo dagli obblighi per gli Stati che non hanno firmato

l’accordo.

Sempre in ambito di competenza esterna della Comunità europea in base

all’art.307 del Trattato CE, gli accordi conclusi dagli Sati membri con Stati terzi,

prima del 1 gennai 1958, o prima della loro adesione alla Comunità rimangono

comunque validi. Tuttavia se questi accordi prevedono obblighi per lo Stato membro

in contrasto con gli obblighi verso la Comunità europea gli Stati mezzi devono

eliminare tale situazione di contrasto.

La conclusione di accordi tariffari e commerciali da parte della Comunità europea

è prevista dall’art 133 del Trattato CE nel quadro della politica commerciale comune.

Si tratta di una competenza esclusiva della Comunità e pertanto gli Stati membri non

possono concludere accordi commerciali e tariffari con Stati terzi.

Il Trattato di Nizza ha inoltre esteso la nozione di accordi commerciali agli

accordi in materia di servizi e della proprietà intellettuale e i relativi accordi sono

conclusi dal Consiglio con votazione a maggioranza qualificata o, in alcuni casi

specifici, mediante delibera all’unanimità. Prima lezione

Accordi di associazione e cooperazione. La procedura di conclusione degli

accordi internazionali.

La base giuridica per gli accordi di cooperazione economica, finanziaria e tecnica

con Paesi terzi è fornita dall’art. 181 A del Trattato CE il quale prevede: “la

Comunità conduce, nel quadro delle sue competenze, azioni di cooperazione

economica, finanziaria e tecnica con Paesi terzi tali azioni sono complementari a

quelle condotte dagli Stati terzi e coerenti con la politica di sviluppo della Comunità.

della Comunità in questo settore contribuisce all’obiettivo generale di

La politica

sviluppo e consolidamento della democrazia e dello Stato di diritto, nonché al rispetto

dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.”

Per dare attuazione a questa disposizione il Consiglio può adottare accordi con

votazione a maggioranza qualificata e previa consultazione del Parlamento.

Gli accordi di associazione sono, invece, previsti dall’art 310 del Trattato CE che

attribuisce alla Comunità la competenza a concludere con Stati terzi o con

organizzazioni internazionali accordi che istituiscano un’associazione caratterizzata

da diritti e obblighi reciproci, da azioni in comune e da procedure particolari.

Poiché i diritti e gli obblighi reciproci sono propri di ogni accordo internazionale,

gli accordi di associazione sono caratterizzati dalle azioni in comune e dalle

procedure particolari.

Perché si possa parlare di un accordo di associazione è necessario che rapporto di

collaborazione tra la Comunità e lo Stato associato sia istituzionalizzato. Di

conseguenza gli accordi di associazione prevedono degli organi propri

dell’associazione. Questi organi includono un Consiglio di associazione formato dai

rappresentanti della Comunità europea e dai rappresentanti dello Stato associato. Il

Prima lezione

Consiglio provvede a determinare gli indirizzi di politica generale dell’associazione

attraverso decisioni vincolanti che vengono assunte all’unanimità. Vi è inoltre un

Comitato di associazione, o Comitato degli ambasciatori costituito da rappresentanti

di entrambe le parti contraenti e che svolge funzioni esecutive. Infine è prevista

l’istituzione di una Conferenza parlamentare dell’associazione composta dai

rappresentanti del Parlamento europeo e dai rappresentanti del Parlamento dello Stato

Tale organo svolge una funzione di controllo sull’attività del Consiglio di

associato.

associazione.

Alla formula dell’accordo di associazione la Comunità è ricorsa spesso per

acquisire nuovi mercati ed espandere la propria area commerciale senza implicare

necessariamente l’ingresso degli Stati associati nella Comunità.

Il processo per la conclusione degli accordi internazionali è disciplinato in via

generale dall’art. 300 del Trattato CE.

I negoziati vengono condotti dalla Commissione che deve, però farsi autorizzare

preventivamente dal Consiglio. Nella conduzione dei negoziati la Commissione è

assistita dai Comitati speciali composti da rappresentanti degli Stati membri e inoltre

la Commissione deve agire nell’ambito delle direttive impartitegli dal Consiglio.

Per espressa previsione del 2 comma dell’art 300 del Trattato CE il potere di

apporre la firma e procedere alla conclusione dell’accordo spetta al Consiglio che

delibera: a maggioranza qualificata se la firma è accompagnata da una decisone che

la provvisoria applicazione dell’accordo prima dell’entrata in vigore,

riguarda

all’unanimità se la materia oggetto dell’accordo richiede tale tipo di maggioranza, nel

caso degli accordi di associazione e degli accordi commerciali e tariffari.

interviene nell’ambito della procedura di conclusione di

Il Parlamento europeo

accordi internazionali con il proprio parere conforme nel caso degli accordi di

associazione e di quegli accordi che si ripercuotono sul bilancio comunitario;

Prima lezione

consultivo quando l’accordo riguarda

interviene, invece, semplicemente a titolo

settori che richiedono la procedura di codecisione o di cooperazione, se l’accordo

riguarda il sistema dei tassi di cambio dell’euro e quando l’accordo riguarda la

materia di ricerca e sviluppo tecnologico. Il Parlamento, infine, non è consultato nel

caso della conclusione di accordi commerciali.

Sempre l’art. 300 del Trattato CE prevede che sia il Parlamento, sia il Consiglio,

sia la Commissione, o uno Stato membro possono domandare il parere della Corte di

giustizia circa la compatibilità di un accordo previsto con le disposizioni del Trattato

CE.

Infine l’ultimo paragrafo dell’art. 300 del Trattato CE afferma che: “gli accordi

conclusi sulla base di tale articolo sono vincolanti sia per le istituzioni comunitarie

che per gli Stati membri” ciò comporta che gli Stati membri e la Comunità sono

tenuti a rispettare la compatibilità dei loro atti con le disposizioni dell’accordo

internazionale.

Atti normativi, fonti primarie, atti normativi derivati, effetti diretti delle norme

comunitarie, caratteri generali delle norme comunitarie.

Il sistema normativo comunitario è costituito dall’insieme di norme che regolano

l’organizzazione delle Comunità europee e i rapporti tra queste e gli Stati membri.

Esso si distingue in fonti primarie e fonti secondarie.

Al vertice dell’ordinamento giuridico comunitario si pongono le norme dei trattati

istitutivi con le diverse integrazioni e modifiche susseguitesi nel corso del tempo, si

Prima lezione

fa riferimento all’adozione di ulteriori trattati convenzionali come gli atti di adesione

di nuovi Stati, all’Atto Unico europeo, al Trattato sull’Unione europea. Soltanto con

il Trattato che istituisce una costituzione per l’Europa si dovrebbe giungere, qualora

venisse applicato, ad una revisione dell’intero sistema attraverso una risistemazione e

ad un riordino del sistema normativo comunitario.

Il primato dei Trattati comunitari deriva dalla loro stessa natura di accordi

internazionali e sono sottoposti alle regole del diritto internazionale generale.

L’ordinamento giuridico comunitario è autonomo rispetto agli Stati membri. Tale

principio di autonomia dell’ordinamento comunitario è stato elaborato da diverse

sentenze della Corte di giustizia la quale già in una sentenza del 1963 affermava che

“La Comunità economica europea costituisce un ordinamento giuridico di nuovo

genere nel campo del diritto internazionale, a favore del quale gli Stati membri hanno

rinunciato, seppure in settori limitati, ai loro poteri sovrani ed al quale sono soggetti

non soltanto gli Stati membri, ma pure i loro cittadini”

I Trattati istitutivi e modificativi formano il c.d. diritto originario e prevalgono

sulle norme derivate, perciò i Trattati non possono subire modifiche da parte del

diritto derivato, ossia dagli atti delle istituzioni comunitarie.

I Trattati possono essere modificati solo attraverso la specifica procedura prevista

dall’art. 48 del Trattato U.e. Tale articolo prevede che l’iniziativa può provenire da

ogni Governo degli Stati membri oppure dalla Commissione. Il progetto di revisione

del Trattato deve essere sottoposto al Consiglio il quale, previa consultazione del

Parlamento europeo ed eventualmente della Commissione, se il progetto è stato

proposto dal Governo di uno Stato membro, delibera a maggioranza semplice e in

caso di pronuncia favorevole si convoca una conferenza intergovernativa che ha lo

scopo di stabilire quali modifiche apportare al Trattato. Quando le modifiche vertono

nel campo monetario è richiesta anche il parere della Banca centrale europea.

Prima lezione

La Conferenza intergovernativa conclude i propri lavori con l’adozione di un atto

che contiene il testo di un nuovo Trattato e il nuovo testo entra in vigore dopo essere

stato ratificato da ogni Stato membro secondo le proprie norme costituzionali.

Anche se non previsto formalmente dalle norme comunitarie la procedura di

modifica dei Trattati è stata, in alcuni casi, attivata con decisione unanime del

Consiglio europeo che poi ha raccomandato agli Stati membri di approvare tale

decisione di modifica secondo le rispettive procedure nazionali.

In altri casi si parla di revisione interna del Trattato istitutivo in quanto alcune

disposizioni del Trattato prevedono la possibilità di una loro modifica da parte delle

istituzioni, in seguito ad una decisione del Consiglio che viene adottata o su proposta

della Commissione e previo parere del Parlamento, o su espressa richiesta della Corte

di giustizia, oppure su richiesta della Banca centrale europea.

Le norme comunitarie che normalmente sono dirette agli Stati possono anche

produrre effetti diretti all’interno degli ordinamenti Statali quando siano

sufficientemente chiare, precise e incondizionate, ossia non siano subordinate

all’emanazione di atti di diritto interno. Tali norme possono determinare delle

posizioni giuridiche soggettive che sono direttamente tutelabili dinanzi ai giudici

nazionali e tale effetto è stato riconosciuto dalla Corte di giustizia per esempio a

quelle norme del trattato che impongono un obbligo di non fare, si pensi al divieto di

apportare restrizioni quantitative all’importazione. Tali effetti diretti delle norme

comunitarie non riguarda solo i giudici nazionali, ma anche tutti gli organi

dell’amministrazione statale, di conseguenza gli Stati membri sono obbligati a

risarcire i danni che possono essere stati causati ai singoli da violazioni del diritto

comunitario imputabili agli organi dell’amministrazione.

La Corte di giustizia ha specificato che il risarcimento del danno deve essere

adeguato al danno subito e può riguardare anche danni che si siano verificati prima

Prima lezione

che una sentenza della Corte di giustizia abbia accertato l’inadempimento dell’

organo statale.

L’efficacia diretta delle norme è prevista non soltanto rispetto agli organi statali

(efficacia diretta verticale), ma anche nei confronti dei soggetti privati, si parla in

questo caso di efficacia diretta orizzontale.

L’ordinamento giuridico comunitario prevede anche norme di carattere derivato,

in quanto la produzione normativa comunitaria si esplica anche attraverso

l’emanazione di atti normativi da parte delle istituzioni comunitarie nei limiti delle

competenze attribuiti e secondo i procedimenti stabiliti dai Trattati. Gli atti normativi

dall’art. 249 del Trattato CE e sono: le direttive, le decisioni, i

derivati sono previsti

regolamenti, le raccomandazioni e i pareri.

Per quanto concerne, infine, i principi generali di diritto comunitario essi sono

stati individuati dalla Corte di giustizia che, nello svolgimento della sua funzione

volta ad assicurare il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’attuazione dei

trattati, ha colmato alcune lacune normative dei trattati stessi andando a formare il

c.d. diritto comunitario non scritto.

I regolamenti e le decisioni Prima lezione

L’art. 249 del Trattato CE indica espressamente i tipi di atti normativi che

possono essere emanati dalle istituzioni comunitari. In base a tale articolo per

l’assolvimento dei loro compiti e alle condizioni dettate dal presente trattato il

Parlamento europeo congiuntamente con il Consigli, il Consiglio e la Commissione

adottano regolamenti e direttive, prendono decisioni e formulano raccomandazioni e

pareri.

Il regolamento ha portata generale, esso è obbligatorio in tutti i suoi elementi e

direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri.

La direttiva vincola lo Stato membro cui è rivolta per quanto riguarda il risultato

da raggiungere salva restando la competenza degli organi nazionali in merito alla

formazione e ai mezzi.

La decisione è obbligatoria in tutti i suoi elementi per i destinatari da essa

designati.

Le raccomandazioni e i pareri non sono vincolanti.

I regolamenti costituiscono l’espressione tipica dell’esercizio del potere

normativo della Comunità.

I regolamenti sono atti a portata generale con valore erga omnes, ossia si

rivolgono a categorie di soggetti determinate in astratto nel loro insieme. Tale

carattere del regolamento distingue i regolamenti dagli altri atti comunitari e in

particolar modo dalle decisioni che invece hanno la caratteristica di rivolgersi a

destinatari determinati e determinabili.

I regolamenti sono obbligatori in tutti i suoi elementi. Ciò non vuol dire che i

regolamenti siano necessariamente completi, anzi spesso devono essere integrati con

provvedimenti di attuazione che possono essere adottate dalla stessa istituzione che

Prima lezione

ha emanato il regolamento, da un'altra istituzione comunitaria e dalle autorità

nazionali.

Tale caratteristica distingue il regolamento dalla direttiva che è obbligatoria solo

per quanto riguarda il fine perseguito.

Il regolamento è direttamente applicabile negli Stati membri, ciò comporta che il

regolamento acquista efficacia negli Stati membri senza la necessità di un atto di

ricezione o di adattamento da parte dei singoli ordinamenti statali (c.d. norme self-

executing). Il regolamento ha, quindi, validità automatica negli Stati membri e

attribuisce diritti e obblighi in capo agli Stati membri, ai loro organi e ai privati.

Conseguentemente il regolamento attribuisce ai cittadini comunitari diritti che i

giudici nazionali hanno il dovere di tutelare.

I regolamenti sono emanati dal Consiglio su proposta della Commissione. Al

processo di formazione partecipa anche il Parlamento europeo attraverso una delle

procedure previste dal trattato (consultazione, cooperazione, codecisione). Se previsto

devono essere richiesti anche i pareri del Consiglio economico e sociale o del

Comitato delle Regioni. I regolamenti devono essere motivati e pubblicati sulla

dell’Unione europea ed entrano in vigore dopo 20 giorni dalla

Gazzetta Ufficiale

pubblicazione sempre che no sia prevista esplicitamente dal regolamento la data di

entrata in vigore.

Altro strumento normativo della Comunità sono le decisioni. Anche la decisone,

come il regolamento, è obbligatoria in tutti i suoi elementi, ma al contrario del

regolamento, tale obbligatorietà vige solo nei confronti dei destinatari da essa

designati. Caratteristica principale della decisione è quindi la sua portata individuale.

Le decisioni sono normalmente emanate dalla Commissione, mentre il Consiglio

di regola emana le decisioni indirizzate agli Stati membri. Prima lezione

Le decisioni che comportano un obbligo pecuniario costituiscono titolo esecutivo,

ma questo non vale per le decisioni rivolte agli Stati membri.

Le decisioni, così come le direttive, acquistano efficacia dalla data della loro

notifica ai destinatari, o da altra data espressamente indicata dalla decisione.

Le direttive, le direttive dettagliate, effetti diretti delle direttive

La caratteristica delle direttive è quella di vincolare gli Stati membri cui sono

dirette per quanto riguarda il risultato da raggiungere lasciando, tuttavia, gli Stati

liberi sulla scelta della forma e dei mezzi necessari per il conseguimento del risultato

stabilito.

Le direttive, a differenza dei regolamenti non hanno portata generale, ma possono

comunque rivolgersi a tutti gli Stati membri e si limitano ad imporre degli obblighi di

risultato nei confronti degli Stati membri che ne sono gli unici destinatari. A questo

proposito si è soliti distinguere tra direttive generali che sono indirizzate a tutti gli

Stati membri, e direttive particolari, indirizzate ad uno Stato membro o ad alcuno di

essi.

Le direttive lasciano gli Stati titolari del potere normativo, diversamente da

quanto stabilito per i regolamenti, e la Comunità esercita una competenza diretta

esclusivamente alla armonizzazione delle discipline nazionali in determinati settori.

Dato il carattere non generale delle direttive esse non sono direttamente

applicabili, ma devono essere oggetto di provvedimenti nazionali di provvedimento.

Prima lezione

In casi sempre più frequenti le direttive sono in grado di produrre effetti diretti.

Ciò si verifica nel caso delle c.d. direttive dettagliate o particolareggiate. Le direttive

dettagliate indicano con precisione le norme interne che gli Stati sono tenuti ad

adottare, in tal modo la discrezionalità dello Stato si riduce alla sola scelta della

forma giuridica interna da dare alla norma già fissata sul piano comunitario.

Si ci è posto il problema se le direttive dettagliate siano ammissibili e non

contrastino con lo spirito dell’art. 249 del Trattato CE. La Corte di giustizia al

riguardo si è espressa secondo il principio per cui la sostanza prevale sulla forma

degli atti, di conseguenza una direttiva dettagliata che si indirizzi a tutti gli Stati

membri e ponga norme di carattere generale è, nella sostanza, un regolamento; così

come anche una direttiva dettagliata che si indirizzi ad un singolo Stato membro è,

sostanzialmente una decisione. L’ostacolo delle diverse forme di pubblicità previste

per i regolamenti, le direttive e le decisioni nella sostanza è superato dalla prassi di

far seguire alla notifica delle direttive anche la pubblicazione sulla Gazzetta

dell’Unione europea.

Per quanto concerne la legittimità delle direttive dettagliate la dottrina prevalente

distingue due casi: la direttiva dettagliata è legittima se ha ad oggetto una materia

disciplinabile indifferentemente con regolamenti, direttive o decisioni; la direttiva

dettagliata è, invece, illegittima se ha ad oggetto materie per le quali il Trattato

prevede l’uso del regolamento.

La prassi comunitaria è orientata a non accogliere tale distinzione dottrinaria e a

ritenere sempre legittime le direttive dettagliate a prescindere dalla materia oggetto di

tali atti.

L’emanazione delle direttive segue lo stesso iter procedurale previsto per i

regolamenti, di conseguenza anche i requisiti formali, quali la motivazione e il

Prima lezione

riferimento alle proposte e ai pareri obbligatori, sono gli stessi previsti per i

regolamenti.

Il carattere individuale delle direttive, diversamente dai regolamenti, prevede la

loro notificazione ai destinatari e acquistano efficacia dalla data della notifica o da

una data successiva se espressamente indicata. Come già detto, oltre alla notifica

prevista espressamente dal Trattato, vige la prassi di pubblicare le direttive sulla

Gazzetta Ufficiale.

Infine le direttive fissano un termine massimo per la loro attuazione. Se gli Stati

non adottano le misure interne di esecuzione entro detto termine commettono

violazione del trattato e possono essere sanzionati attraverso la procedura prevista

dall’art. 226 del Trattato CE.

Pareri e raccomandazioni, atti atipici, atti non previsti dal Trattato CE, gli atti

normativi del Trattato costituzionale.

I pareri sono diretti ad invitare il destinatario a tenere un certo comportamento

che l’istituzione ritiene auspicabile. I pareri possono essere rivolti ad altre istituzioni,

o a Stati membri o anche ai privati, al fine di consigliare o orientare il loro

comportamento.

Le raccomandazioni hanno un carattere più incisivo e sono rivolti da una

Istituzione di solito ad uno Stato membro ed esprimono un invito, un esortazione a

tenere un certo comportamento che quindi viene suggerito dall’Istituzione senza che

tuttavia vi sia un obbligo di risultato. Le raccomandazioni possono essere rivolte

anche ai privati, si pensi per esempio alle raccomandazioni che la Commissione

emana nei confronti delle imprese in materia di concorrenza nel caso di infrazione

degli art. 81 e 82 del Trattato CE. Prima lezione

La emanazione sia di pareri che di raccomandazioni rientra nelle prerogative

tipiche delle istituzioni comunitarie e in particolar modo della Commissione la quale

può emanare raccomandazioni e pareri qualora lo ritenga necessario

Sebbene le raccomandazioni e i pareri non abbiano efficacia vincolante La Corte

di giustizia ha affermato che i giudici interni devono tener conte di tali atti per la

soluzioni delle controversie loro sottoposte specialmente quando tali atti possono

contribuire a chiarire l’interpretazione di talune disposizioni comunitarie.

Allo stesso modo nonostante la mancanza di efficacia vincolante delle

raccomandazioni e dei pareri la loro emanazione nei confronti degli Stati membri fa

sorgere in capo alle istituzioni emananti un’ aspettativa affinché gli Stati facciano il

possibile per adeguarsi alla raccomandazione o al parere sempre in base al principio

del dovere di leale operazione che incombe sugli Stati al fine degli scopi comunitari.

Pareri e raccomandazioni vengono pubblicati nella Gazzetta ufficiale dell’Unione

europea.

Esistono anche i c.d. atti atipici. Atti non vincolanti, emanati dalle Istituzioni

comunitarie, che non rientrano in quelli elencati nell’art. 249 del Trattato CE.

Rientrano in questa categoria i regolamenti interni di cui si dota ciascuna

istituzione nell’esercizio della propria iniziativa organizzativa al fine di disciplinare il

proprio funzionamento e lo statuto dei propri funzionari. I regolamenti interni

contengono norme efficaci solo nell’ambito dell’istituzione che li emana.

Altri atti atipici sono le direttive, i pareri e le raccomandazioni che un’Istituzione

ad un'altra Istituzione nell’ambito del procedimento decisionale che

rivolge

ovviamente non hanno effetti giuridici al di là dei rapporti che intercorrono tra le

istituzioni comunitarie. Si pensi ad esempio ai pareri del Parlamento o degli altri

organi consultivi. Prima lezione

Ancora sono atti atipici le decisioni e le risoluzioni adottate dal Consiglio europeo

che vengono considerate come accordi internazionali in forma semplificata,

approvate dagli Stati membri, con le quali sono apportate alcune modifiche

istituzionali ai trattati.

Nella prassi comunitaria si assiste anche all’emanazione di una pluralità di atti

non previsti dall’art. 249 del Trattato CE e che non sono neanche contemplati da altri

trattati. Si pensi ad esempio alle comunicazioni cui frequentemente fa ricorso la

Commissione come i libri verdi o i libri bianchi. Nel primo caso si tratta di documenti

pubblicati allo scopo di avviare il processo di consultazione su specifici argomenti

nell’ambito comunitario. Alla pubblicazione del libro verde segue spesso quella di un

libro bianco in cui le consultazioni effettuate si traducono in concrete proposte di

azione.

Uno degli scopi che si volevano raggiungere con il Trattato costituzionale era

quello di semplificare e ridurre il numero degli strumenti normativi adottati

dall’Unione europea.

Ancora una volta l’innovazione del Trattato costituzionale è più formale che

sostanziale.

Gli atti normativi sono previsti dall’art 1-33 del Trattato costituzionale il quale,

anche se solo formalmente, distingue tra atti legislativi e atti esecutivi o non

legislativi.

Il Trattato costituzionale ha poi introdotto la nozione di legge europea

proponendo un modello normativo unico con effetti uniformi e, infine, ha introdotto

il metodo della delega legislativa.

Secondo l’art. 1-33 del Trattato costituzionale le istituzioni per esercitare le

competenze dell’Unione utilizzano come strumenti giuridici: la legge europea, la

Prima lezione

legge quadro europea, il regolamento europeo, la decisione europea, le

raccomandazioni e i pareri.

La legge europea è un atto legislativo di portata generale, è obbligatoria in tutti i

suoi elementi, è direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri.

La legge quadro europea è un atto legislativo che vincola tutti gli Stati membri

destinatari per quanto riguarda il risultato da raggiungere salva restando la

competenza degli organi nazionali in merito alla scelta della forma e dei mezzi.

Il regolamento europeo è un atto non legislativo, di portata generale, volto

all’attuazione degli atti legislativi e di talune disposizioni specifiche della

costituzione. Può essere obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente

applicabile in ciascuno degli Stati membri, oppure vincolare lo Stato membro

destinatario per quanto riguarda il risultato da raggiungere salva restando la

competenza degli organi interni sulla scelta della forma e dei mezzi.

La decisione europea è un atto non legislativo, obbligatorio in tutti suoi elementi,

se designa dei destinatari, essa è obbligatoria soltanto nei confronti di questi.

Infine le raccomandazioni e i pareri non hanno effetti vincolante.

Il Trattato Costituzionale distingue poi tra regolamenti di esecuzione e

regolamenti delegati. I primi sono diretti a dare esecuzione agli atti vincolanti

dell’Unione, i secondi, invece, possono essere adottati dalla Commissione, su delega

di un atto legislativo, allo scopo di completare o modificare determinati elementi non

essenziali della legge europea.

I principi generali dell’ordinamento comunitario. Prima lezione

Alcuni dei principi generali dell’ordinamento comunitario in quanto enunciati

espressamente nei trattati hanno lo stesso rango dei trattati stessi, mentre altri principi

generali sono stati ricostruiti dalla giurisprudenza della Corte di giustizia che ha

riconosciuto ai principi generali un rango preminente rispetto alle fonti derivate e ha

riconosciuto la loro immodificabilità anche da parte dei trattati stessi.

Il valore di questi principi è, innanzi tutto, di integrare le norme dei trattati che

spesso sono carenti in materia proprio a causa dell’originaria impostazione

economica dei trattati stessi. Inoltre i principi generali costituiscono dei limiti di

legittimità degli atti comunitari e a tali principi generali la Corte di giustizia si deve

attenere nella sua funzione di controllo e di interpretazione.

Infine i Principi generali offrono dei criteri interpretativi per tutte le altre fonti

del diritto comunitario.

L’importanza dei principi generali va rinvenuta nel fatto che se questi non

fossero stati individuati l’insieme delle norme comunitarie rischierebbe di essere

frammentario e contraddittorio soprattutto in ragione della loro natura spesso

settoriale e tecnica.

I principi generali danno carattere di omogeneità e unità al sistema normativo e

contribuiscono all’affermarsi di un ordinamento giuridico caratterizzato da una

propria autonomia e da una propria coerenza interna.

Questi principi generali a volte sono contenuti o ricavabili da alcune

disposizioni dei trattati, oppure sono ricavabili da una interpretazione globale dei

trattati stessi; si pensi ad esempio al principio di non discriminazione, o al principio

dell’effetto diretto, o dell’equilibrio istituzionale.

generali sono frutto dell’interpretazione

Nella maggior parte dei casi i principi

della Corte di giustizia. Prima lezione

I principi generali costituiscono una fonte non scritta del diritto comunitario e da

questo punto di vista la Corte ha svolto una vera e propria funzione normativa che è

andata a colmare i vari vuoti normativi presenti nei trattati.

I principi generali si pongono gerarchicamente al vertice degli atti normativi in

quanto essi si impongono all’osservanza sia delle istituzioni comunitarie, sia

all’osservanza degli Stati membri quando questi agiscono nel campo del diritto

comunitario o comunque adottano misure di applicazione del diritto comunitario.

Un riferimento ai principi generali nel Trattato CE è contenuto soltanto nell’art.

288 che prevede il ricorso ai principi generali comuni degli Stati membri per stabilire

le regole della responsabilità extracontrattuale della Comunità.

I principi di diritto che sono stati rilevati dalla Corte di giustizia quali diritti

generali dell’ordinamento comunitario sono parte integrante delle fonti del diritto

comunitario.

Tra i principi generali possono distinguersi i principi generali di diritto relativi

ad ogni sistema giuridico, ossia principi generali che sono desunti dagli ordinamenti

degli Stati membri e recepiti nell’ordinamento comunitario. Fanno parte di questa

categoria di principi generali il principio di legalità, il principio del diritto della

difesa, il principio del diritto al contraddittorio, il principio della certezza del diritto,

il principio del ne bis in idem, il principio della forza maggiore e della equità.

Diritti e Libertà fondamentali Prima lezione

I trattati istitutivi della Comunità europea non contenevano alcuna norma relativa

alla tutela dei diritti fondamentali dell’uomo.

Il trattato del 1957 reca, però, la previsione di alcuni diritti fondamentali quali la

libertà di circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali e il divieto

di non discriminazione in base alla nazionalità e al sesso.

Tuttavia, queste libertà individuali non sono altro che quelle strumentali alla

nell’intenzione degli Stati che avevano ratificato il

realizzazione del mercato unico;

trattato, infatti, quest’ultimo non doveva essere altro che la regolamentazione

giuridica di una integrazione economica con la conseguenza che l’individuo non

veniva tutelato come persona umana, ma solo come protagonista di quel complesso

mondo economico in cui cooperano gli Stati, come individuo-lavoratore, individuo-

operatore economico, ecc.

Questa spiegazione è supportata anche dal fatto che la prima Comunità che venne

creata, la CECA, aveva compiti prettamente tecnici che non lasciano presagire alcuna

interferenza con i diritti fondamentali.

Con l’affermarsi della diretta applicabilità del diritto comunitario

nell’ordinamento interno degli Stati membri ci si accorse che la mancanza di

in materia di diritti umani nell’ambito comunitario si scontrava, però,

disposizioni

con la constatazione che gli Stati firmatari del trattato riconoscono e tutelano un

numero più o meno ampio di diritti umani nei loro ordinamenti nazionali, lasciando

supporre la richiesta di un’adeguata tutela di tali diritti anche

ragionevolmente

nell’ipotesi in cui con gli atti comunitari fossero stati violati i diritti fondamentali

dell’uomo. La possibilità che l’attività legislativa degli organi comunitari possa

violare i diritti fondamentali nasce dal fatto che gli Stati membri delle Comunità

europee, ratificando i trattati istitutivi delle stesse, hanno trasferito alcune

competenze agli organi comunitari; questi ultimi, in tali materie, possono emanare

Prima lezione

sull’ordinamento degli Stati membri (come nel

degli atti che incidono direttamente

caso delle norme self executing). Mancando quindi nell’ordinamento comunitario una

norma precisa che imponga il rispetto dei diritti fondamentali, e mancando altresì un

elenco dei diritti ritenuti fondamentali, i cittadini degli Stati membri non sono tutelati

dinanzi ad atti che li violino.

La giurisprudenza della Corte di giustizia sin dal 1969 (sentenza Stauder) ha

sempre affermato che i diritti fondamentali costituiscono parte integrante dei principi

generali del diritto comunitario di cui la Corte garantisce l’osservanza. Considerato

che il contenuto degli accennati diritti fondamentali non può essere individuato nello

stesso ordinamento comunitario, la Corte nella sentenza Hauer del 13 dicembre 1979

afferma che: “nel garantire la tutela di tali diritti essa è tenuta ad ispirarsi alle

tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri; i trattati internazionali in materia

di tutela dei diritti dell’uomo cui gli Stati hanno cooperato o aderito possono del pari

fornire elementi di cui occorre tener conto nell’ambito del diritto comunitario”.

Con l’adozione dell’Atto Unico, i diritti umani fanno il loro ingresso ufficiale ne

preambolo gli Stati affermano la volontà di “promuovere

sistema comunitario. Nel

insieme la democrazia basandosi sui diritti fondamentali riconosciuti nelle

costituzioni e nelle leggi degli Stati membri, nella Convenzione per la salvaguardia

dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e nella Carta sociale europea”.

Con l’istituzione dell’Unione Europea i diritti umani vengono esplicitamente

codificati fra i primi articoli del Trattato di Maastricht: “l’Unione rispetta i diritti

fondamentali quali sono garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e

delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre del 1950 e quali risultano

dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri in quanto principi generali di

diritto comunitario” (art. 6, par 2). Prima lezione

Il tema della adesione delle Comunità europee alla Convenzione europea dei

diritti dell’uomo ha fatto sorgere subito un evidente problema. La Convenzione

europea dei diritti dell’uomo è stata emanata dal Consiglio d’Europa ed è perciò

aperta soltanto agli Stati membri del Consiglio d’Europa; la Comunità o l’Unione

europea non hanno questo requisito, quindi non possono aderire alla Convenzione

europea dei diritti dell’uomo. Per risolvere tali problemi determinati dalle diversità

derivanti dal modo di essere di una tradizionale convenzione multilaterale aperta agli

europei, e dalla peculiare situazione dell’ordinamento comunitario, si era

Stati

manifestata l’idea di un protocollo di adesione.

Il problema dell’adesione alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo ha

portato alla formulazione della richiesta di parere alla Corte. Il 28 marzo 1996 la

Corte europea ha emesso il parere 2/94 nel quale ha affermato che “allo stato attuale

del diritto comunitario, la Comunità non ha competenza per aderire alla

Nella motivazione del parere è da considerare che la Corte

Convenzione”. basa la

propria tesi unicamente sul problema degli organi e delle procedure di controllo. È

sintomatico, tuttavia, riscontrare, al riguardo, una manifesta contraddizione: la Corte

respinge la richiesta di parere per quanto attiene la compatibilità, affermando di non

disporre di sufficienti elementi di conoscenza in relazione agli organi ed alle

procedure di controllo alle quali la Comunità dovrebbe sottostare. Viceversa, la stessa

materia, cioè gli organi e le procedure di controllo, la cui ignoranza o scarsa

conoscenza hanno motivato il giudizio di inammissibilità di una parte della richiesta

di parere viene, in questo caso, utilizzata dalla Corte a fondamento di un giudizio

negativo sulla competenza della Comunità, la Corte, infatti, motiva il giudizio di

incompetenza affermando che questi organi e queste procedure di controllo

determinano una modifica costituzionale alla quale la Comunità non può procedere

senza una specifica modifica del Trattato. Prima lezione

Il Trattato di Nizza, adottato dopo il citato parere, non contiene alcuna

disposizione al riguardo.

I lavori per la stesura del progetto di Costituzione per l’Europa, invece, hanno

approfondito la questione.

Il testo della Costituzione per l’Europa successivamente adottato, contiene l’art. 9

aver ribadito che l’Unione riconosce i diritti fondamentali quali

nel quale, dopo

contenuti nella Carta e confermato che tali diritti sono garantiti nella Convenzione

europea, risultano dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri, fanno

è inserito un esplicito par. 2 che impegna l’Unione ad

parte del diritto dell’Unione,

aderire alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, pur precisando che tale

adesione non modifica le competenze dell’Unione stabilite nella stessa Costituzione.

(n. 32) sull’adesione si precisa che l’accordo di

In uno specifico Protocollo

adesione deve garantire la preservazione delle caratteristiche dell’Unione e del suo

diritto; in particolare per quanto attiene l’eventuale partecipazione dell’Unione agli

organi di controllo della Convenzione ed i meccanismi necessari per garantire che i

procedimenti eventualmente iniziati da Stati terzi siano correttamente indirizzati, a

seconda dei casi, all’Unione e/o agli Stati membri.

La Carta di Nizza, adesione della U.e. alla Convenzione europea dei diritti

dell’uomo

Con il Trattato di Amsterdam si è avvertita l’esigenza di modificare le

disposizioni del trattato istitutivo della Comunità che regolavano la tutela dei diritti

umani; il tema della tutela dei diritti fondamentali è stato così spezzettato in una serie

di disposizioni che, o modificano quelle già esistenti nel Trattato di Maastricht, o

vengono inserite ex novo nel testo. Prima lezione

Tra le prime assume rilievo particolare l’art. 6 del Trattato dell’Unione europea

che sancisce che “l’Unione si fonda sui principi di libertà, democrazia, rispetto dei

diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dello stato di diritto, principi che sono

comuni agli Stati membri”.

Sebbene questo paragrafo non rappresenti una novità assoluta (Preambolo

Trattato di Maastricht) riveste comunque una notevole importanza poiché il rispetto

di questi principi costituisce una condizione essenziale per l’adesione dei nuovi Stati

alla Comunità europea.

inserito l’art. 7, in seguito integrato dal Trattato di Nizza, che prevede

È stato poi

una procedura di accertamento di una violazione grave e persistente da parte di uno

Stato membro di uno o più principi di cui all’art. 6, nonché sanzioni nei confronti dei

paesi che non rispettano tali principi.

Il compito di constatare l’esistenza di una siffatta violazione spetta al Consiglio

europeo, il quale delibera all’unanimità su proposta di un terzo degli Stati membri,

della Commissione e previo parere del Parlamento europeo. Il governo dello Stato in

questione viene in primo luogo invitato a presentare le sue osservazioni e

successivamente il Consiglio dell’Unione, a maggioranza qualificata, può decidere la

sospensione del diritto di voto dello Stato in causa in seno al Consiglio, pur

rimanendo vincolato agli obblighi che derivano dal trattato.

Riguardo alla procedura di cui all’art. 7 bisogna sottolineare che il Trattato di

Nizza, completando detta procedura, ha previsto il dispositivo di avviso preventivo.

Su proposta di un terzo degli Stati membri, del Parlamento o della Commissione,

il Consiglio deliberando con la maggioranza qualificata dei quattro quinti dei suoi

membri e previo parere del Parlamento, può constatare che esiste un chiaro rischio di

violazione grave dei diritti fondamentali da parte di uno Stato membro e rivolgergli

adeguate raccomandazioni. Vale per lo Stato membro accusato di tali gravi violazioni

Prima lezione

la garanzia del principio del diritto di essere ascoltato, il principio dell’obbligo di

motivare ogni accusa, fondandola su fatti comprovati e non su riferimenti generali, e

infine il principio che le eventuali raccomandazioni e misure siano appropriate e

proporzionate.

La Corte di giustizia sarà competente unicamente per le controversie relative alle

prescrizioni di procedura previste da questo articolo e non per valutare la fondatezza

o l’opportunità delle decisioni, esclusivamente politiche, apportate.

In pratica con il Trattato di Nizza si è deciso di integrare l’art. 7 inserendo una

certa gradualità alle azioni che possono essere adottate, sperando la spiacevole

alternativa tra l’applicazione delle sanzioni o la totale inattività da parte degli Stati

membri, tenuto conto anche che alcune situazioni non presentano elementi tali di

l’adozione di sanzioni così gravi come la sospensione del

pericolosità da richiedere

diritto di voto.

La scarsa omogeneità delle fonti comunitarie a tutela dei diritti umani, da

rintracciare in poche disposizioni contenute nei trattati istitutivi, nella giurisprudenza

della Corte di giustizia e in riferimenti a Convenzioni internazionali, ha imposto

l’esigenza di dotare l’Unione di un testo unitario di riferimento in materia di tutela

dei diritti umani.

L’adozione di un catalogo dei diritti fondamentali è stato auspicato dalla

Commissione la prima volta nel 1979 e successivamente in più riprese da tutte le

istituzioni comunitarie, al fine di offrire una maggiore certezza giuridica su quali

diritti fondamentali siano effettivamente protetti dall’Unione.

Tali preoccupazioni sono state alla base della decisione del Consiglio europeo di

Colonia del 1999 che ha stabilito di procedere alla stesura di una Carta dei diritti

fondamentali dell’Unione la quale è stata proclamata durante il vertice di Nizza del

dicembre 2000. Prima lezione

fondamentali dell’Unione europea è un documento

La Carta dei diritti

controverso, ma estremamente importante, che sancisce in maniera visibile il

carattere fondamentale e la portata dei diritti umani per i cittadini dell’Unione,

ponendosi come nucleo di una futura e compiuta Costituzione europea. La Carta,

anche se priva per il momento di valore giuridico vincolante, riprende e raccoglie per

la prima volta in un sol testo organico i diritti civili, politici, economici e sociali quali

risultano in particolare dalle tradizioni costituzionali e dagli obblighi internazionali

comuni degli Stati membri, dal Trattato sull’Unione europea, dalla CEDU, dalla

Carta sociale europea e dalla Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei

lavoratori, nonché dalla giurisprudenza della Corte di giustizia e della Corte dei diritti

umani di Strasburgo. Si tratta di un’operazione d’integrazione il cui plusvalore,

rispetto, per esempio, all’ipotesi di adesione dell’Unione alla CEDU, è facilmente

riscontrabile nel fatto che la CEDU non contempla i diritti sociali né i diritti di nuova

generazione.

La proclamazione della Carta ha rappresentato del resto un passo decisivo verso

l’affermazione dell’autonomia costituzionale dell’Unione dal momento che la materia

della tutela dei diritti umani in ambito comunitario, basata finora su rinvii e citazioni

di fonti giuridiche esterne all’ordinamento comunitario, ora appare disciplinata da un

testo organico elaborato autonomamente con un procedimento tutto interno

all’ordinamento giuridico ed istituzionale dell’Unione.

La Carta suddivide i diritti in 6 categorie di valori: “dignità” (art 1-5), “libertà”

“uguaglianza” (art 20-26), “solidarietà” (art. 27- 38), “cittadinanza” (art

(art 6-19),

“giustizia” (art 47-50).

39-46),

Nella carta i diritti dell’uomo si presentano come indivisibili e, accanto ai

tradizionali diritti civili e politici, uno spazio significativo è riservato anche ai

principali diritti economici e sociali, ai diritti di terza generazione (diritto

all’ambiente, diritto dei consumatori, ecc.), ed ad alcuni nuovi diritti che non erano

Prima lezione

ancora stati esplicitamente inclusi in maniera formale in testi di tutela di diritti umani

(protezione dei dati personali, principi di bioetica, ecc.)

La funzione giudiziaria del Tribunale di primo grado e della Corte di giustizia, le

camere giurisdizionali

Ai sensi dell’art. 220 del Trattato CE il Tribunale di primo grado e la Corte di

giustizia devono assicurare il rispetto dell’interpretazione e dell’applicazione del

diritto comunitario. Tale rispetto del diritto comunitario deve essere assicurato sia nel

confronto delle Istituzioni degli Stati membri, che dei cittadini europei. A tal fine il

Trattato prevede dei meccanismi giudiziari specifici proprio allo scopo di contribuire

anche per tale via alla realizzazione conferiti alla comunità.

Le competenze della Corte di giustizia e del Tribunale di primo grado sono

fissate in modo preciso dai trattati, quindi sono vere e proprie competenze di

attribuzione e perciò, al di fuori dei casi previsti, le controversie nelle quali sia parte

la Comunità europea sono sempre di competenza delle giurisdizioni nazionali.

Questo sistema viene confermato dal Trattato costituzionale che non prevede

novità di rilievo quanto alle funzioni giurisdizionali del Tribunale di primo grado e

della Corte di giustizia.

Le competenze della Corte di giustizia e dl Tribunale di primo grado non

riguardano tutte le norme del Trattato sull’Unione, ma riguardano le disposizioni che

Prima lezione

modificano i trattati istitutivi, le disposizioni del titolo VI in tema di cooperazione di

polizia e giudiziaria in materia penale, ma alle condizioni indicate all’art. 35 del

Trattato sull’Unione europea, ancora le disposizioni relative alla cooperazione

e come si è visto all’art. 6 par 2 del Trattato U.e. in materia di diritti

rafforzata

fondamentali, ma limitatamente all’attività delle istituzioni e alle disposizioni finali

del Trattato.

Il Trattato di Nizza tuttavia ha aggiunto la competenza della Corte di giustizia a

controllare il rispetto delle prescrizioni di carattere procedurale di cui all’art. 7 del

Trattato U.e. Il controllo in questo caso può essere esercitato dalla Corte su richiesta

dello Stato membro interessato entro il termine di un mese che decorre dalla data in

cui il Consiglio procede alla constatazione prevista dall’art. 7 stesso.

La Corte di giustizia può essere chiamata ad intervenire per la verifica della

legalità del procedimento che si svolge in due fasi e che è diretto al controllo del

comportamento degli Stati rispetto ai parametri che sono indicati nell’art. 6 del

Trattato sull’Unione che si ricorda sono i principi fondamentali di libertà,

democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, oltre che dello

stato di diritto.

Si può dire che attualmente rimane sottratto alla competenza del giudice

comunitario il pilastro relativo alla politica estera e di sicurezza comune, mentre per

quanto riguarda il terzo pilastro la competenza della Corte di giustizia viene esercitata

secondo le particolari modalità che sono previste dall’art 35 del Trattato U.e.

Inoltre la competenza della Corte di giustizia si estende alle materie relative ai

visti, immigrazione, asilo e alle altre politiche connesse con la libera circolazione

delle persone.

Le competenze del tribunale di primo grado sono state sostanzialmente

modificate dal Trattato di Nizza. Originariamente, infatti, le competenze attribuite al

Prima lezione

Tribunale di primo grado riguardavano categorie di ricorsi che venivano

espressamente trasferite al questo tribunale.

Il testo attuale del Trattato CE, così come modificato dal Trattato di Nizza,

attribuisce, invece, al Tribunale di primo grado il ruolo di giurisdizione di primo

grado a competenza generale, quindi anche la competenza delle questioni

pregiudiziali.

Per quanto riguarda la ripartizione delle competenze tra il tribunale e la Corte di

giustizia l’art. 225, nella formulazione modificata dal Trattato di Nizza, si limita a

proporre un elenco di ricorsi di competenza del Tribunale di primo grado, quindi

fondamentalmente ricorsi per carenza di legittimità. L’art.225 precisa anche che nel

testo dello statuto del Tribunale di primo grado da una parte alcuni ricorsi possono

essere riservati alla Corte di giustizia e dall’altro che la competenza del Tribunale di

primo grado si può estendere ad altri ricorsi che non sono espressamente elencati

nell’articolo stesso.

Lo stesso art. 225 specifica che sono esclusi dalla competenza del Tribunale di

primo grado i ricorsi che sono presentati da soggetti diversi dai privati.

La novità più importante introdotta dal Trattato di Nizza è quella relativa

all’attribuzione al Tribunale di primo grado della competenza pregiudiziale. In altri

termini l’art. 225 del Trattato CE, nella sua attuale formulazione, elimina l’ultima

riserva di competenza che il testo precedente, invece, garantiva alla Corte di giustizia.

Attualmente, infatti, si prevede che si possa attribuire al Tribunale di primo

grado la competenza a conoscere delle questioni pregiudiziali in materie specifiche

espressamente indicate nello statuto, anche se per quanto riguarda l’ambito delle

materie devolute il Trattato non specifica ancora di quali materie si tratti. Prima lezione

Altra novità introdotta dal Trattato di Nizza è la possibilità di istituire le c.d.

Camere giurisdizionali. Tali organismi sono incaricati di conoscere in primo grado,

talune categorie di ricorsi in materie specifiche determinate dallo Statuto. Tali nuove

essere istituite dal Consiglio che delibera all’unanimità

strutture possono su proposta

della Corte o della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo. Con

l’istituzione delle Camere, il Consiglio ne stabilisce la competenza. Le decisioni delle

Camere possono essere impugnate per i soli motivi di diritto e, se la decisione del

Consiglio lo prevede, anche per motivi di fatto, di fronte al Tribunale di primo grado.

Il ricorso per infrazione, la fase precontenziosa, lettera di messa in mora e

parere motivato

Nel novero dei procedimenti contenziosi rientra il ricorso per infrazione. Tale

ricorso ha lo scopo specifico di consentire al giudice comunitario di esercitare un

controllo sul rispetto da parte degli Stati membri degli obblighi che derivano loro dal

diritto comunitario. La funzione fondamentale della procedura per infrazione non è

tanto quella di sanzionare lo Stato che si è reso colpevole di aver violato il diritto

comunitario, ma quella di ristabilire la legalità comunitaria.

Ai sensi dell’art. 226 del Trattato CE: “La Commissione, quando reputi che uno

Stato membro abbia mancato ad uno degli obblighi a lui incombenti in virtù del

presente Trattato, emette un parere motivato al riguardo, dopo aver posto lo Stato in

condizioni di presentare le sue osservazioni.

Qualora lo Stato in causa non si conformi a tale parere nel termine fissato dalla

Commissione, questa può adire la Corte di giustizia”. Prima lezione

la proposizione del ricorso è condizionata dall’esperimento

Come si può rilevare

di una procedura preliminare tendente a risolvere in via amichevole la controversia.

La procedura del ricorso per infrazione può essere attivata soltanto dalla

Commissione (art. 226 Trattato CE) oppure da uno Stato membro, ma soltanto per il

tramite delle Commissione. Nel corso del tempo gli Stati sono si sono dimostrati

alquanto restii a promuovere azioni giudiziarie l’uno contro l’altro a dimostrazione di

ciò sta il grandissimo numero di procedure iniziate dalla Commissione, rispetto alle

eccezionali procedure iniziate da uno Stato contro un altro Stato ( diversa è, invece, la

frequenza con cui uno Stato interviene nelle cause promosse dalla Commissione

contro altri Stati membri).

Tale procedura, inoltre, non può essere utilizzata al fine del rispetto degli obblighi

posti in capo agli Stati membri allo scopo di evitare disavanzi pubblici eccessivi,

oppure in caso di mancato adeguamento degli Stati alle decisioni assunte dal

Consiglio in materia di disavanzo pubblico. In materia di disavanzo pubblico, infatti,

soltanto il Consiglio può decidere sull’applicazione di sanzioni e comunque sempre e

soltanto su raccomandazione della Commissione.

Allo stesso modo anche le violazioni concernenti l’ambito PESC non danno

luogo alla procedura di infrazione.

Quanto al terzo pilastro il controllo del comportamento degli Stati membri è

affidato ad un meccanismo particolare che riflette la natura intergovernativa della

cooperazione tra Stati che è tipica del terzo pilastro. In tali casi, infatti, La

competenza della Corte di giustizia si attiva soltanto quando la controversia tra Stati

membri riguarda l’interpretazione o l’applicazione di atti adottati in materia di

cooperazione e di politica di polizia e giudiziaria in materia penale e sempre se la

controversia non sia stata risolta dal Consiglio entro 6 mesi dalla data in cui il

Consiglio stesso è stato adito da uno dei suoi membri. Prima lezione

Al di fuori degli espressi casi su indicati può formare oggetto dl ricorso per

infrazione qualsiasi violazione degli obblighi comunitari determinata da un

comportamento attivo od omissivo di uno Stato membro.

L’obbligo violato può derivare dal Trattato, da una norma di diritto derivato

(generalmente si tratta della mancata o inesatta attuazione di una direttiva), dagli

accordi internazionali vincolanti per la Comunità, da una decisione della

Commissione e anche dai principi generali dell’ordinamento comunitario o da una

sentenza della Corte di giustizia.

La violazione può dipendere sia dal comportamento degli organi centrali dello

Stato sia dal comportamento di qualsiasi altra entità interna quale potrebbe essere una

regione, un ente territoriale, un Comune e cosi via. Lo Stato italiano, ad esempio, è

stato numerose volte condannato per violazioni del diritto comunitario imputabili

esclusivamente alle Regioni.

La fase preliminare per l’attivazione della procedura di inadempimento è

differente a seconda che ad attivarla sia la Commissione o uno Stato membro.

Nel caso in cui il procedimento nasca su iniziativa della Commissione la fase

preliminare ha inizio con una richiesta di chiarimenti che la Commissione indirizza

allo Stato. Quest’ultimo ha la facoltà di replicare e se non esercita tale facoltà viene

a rispondere ai sensi dell’art.5 del Trattato che

formalmente invitato, mediante lettera,

statuisce l’obbligo di cooperazione.

Segue poi la lettera di intimazione o di messa in mora, che costituisce la prima

tappa ufficiale della fase precontenziosa. La Commissione la indirizza allo Stato se

non è soddisfatta delle spiegazioni ricevute. Nella lettera di messa in mora sono

esposti gli addebiti mossi allo Stato e viene fissato un nuovo termine entro cui lo

Stato può presentare le proprie osservazioni. Prima lezione

Successivamente la Commissione emette un parere motivato, mediante il quale

precisa in dettaglio gli addebiti e può indicare le misure che lo Stato deve adottare

entro un termine espressamente previsto.

Se lo Stato elimina la causa della violazione imputatagli entro il termine stabilito

nel parere, il ricorso alla Corte diventa improcedibile. Se, invece, lo Stato provvede

all’eliminazione della violazione oltre il termine stabilito, la Corte non può tener

conto dei mutamenti operati da questo e sono possibili due diversi scenari: o la

Commissione rinuncia al ricorso, cosa che generalmente avviene, oppure procede

dinanzi alla Corte poiché si conserva l’interesse all’accertamento della responsabilità

dello Stato messo sotto inchiesta.

Con la presentazione del ricorso alla Corte inizia la fase contenziosa vera e

propria.

Nel caso in cui il ricorso sia proposto da uno Stato membro questo deve prima

rivolgersi alla Commissione la quale emette un parere motivato dopo che gli Stati

interessati siano posti in condizione di presentare in contraddittorio le loro

osservazioni scritte e orali. La mancata formulazione del parere non impedisce allo

Stato di ricorrere alla Corte.

Questa procedura è stata attivata pochissime volte perché in genere gli Stati

sollecitano la Commissione ad agire e poi intervengono nel giudizio.

Il ricorso per infrazione, la fase contenziosa, l’iniziativa da parte degli Stati,

natura della sentenza emessa dalla Corte di giustizia. Le novità del Trattato

costituzionale. Prima lezione

Il ricorso per infrazione, come detto, si divide in due fasi. Terminata la fase

precontenziosa che ha lo scopo di evitare, quando è possibile un giudizio dinanzi alla

Corte, ha inizio la fase contenziosa vera e propria. La fase contenziosa ha inizio con

la presentazione del ricorso alla Corte.

Anche se avviene raramente il Trattato CE prevede che il ricorso per

inadempimento può essere promosso anche da qualsiasi Stato membro il quale reputi

che un altro Stato membro abbia violato gli obblighi derivanti dal Trattato. Lo Stato

che intenda presentare ricorso alla Corte deve ugualmente rivolgersi prima alla

Commissione pena l’irricevibilità del ricorso.

Lo Stato deve esporre le ragioni sulle quali è fondata la richiesta di intervento

della Commissione.

Sulla base del presupposto che ogni Stato, in quanto membro della Comunità, ha

sempre un interesse obiettivo al rispetto del Trattato e del diritto da questo derivato la

procedura di inadempimento può essere promossa dallo Stato a prescindere

dall’esistenza di un interesse concreto. Il ricorso, perciò, può essere presentato anche

altro Stato che ha l’obbiettivo di contribuire alla tutela del diritto in

da qualsiasi

qualità di membro della Comunità europea.

La Commissione, al termine del contraddittorio tra le parti, presenta un parere

motivato. Se entro tre mesi dalla domanda la Commissione non ha presentato

domanda lo Stato può proporre ricorso alla Corte.

L’art. 228 stabilisce che “quando la Corte di giustizia riconosca che uno Stato

membro ha mancato ad uno degli obblighi ad esso incombenti in virtù del presente

a prendere i provvedimenti che l’esecuzione della sentenza

trattato, tale Stato è tenuto

della Corte di giustizia comporta”. Prima lezione

La Corte esercita un’attività di mero accertamento in quanto nella sentenza si

limita a constatare l’inadempimento dell’obbligo comunitario, senza indicare le

misure necessarie per ripristinare l’osservanza degli obblighi imposti dallo Stato o per

il risarcimento dei danni che questo abbia eventualmente causato. La decisione su tali

misure spetta allo Stato inadempiente.

L’art. 228 pone comunque a carico dello Stato un nuovo obbligo giuridico avente

come oggetto l’esecuzione della sentenza. L’eventuale inosservanza di tale obbligo

legittima l’instaurazione di un nuovo giudizio nei confronti dello Stato destinatario

della sentenza per far constatare una distinta violazione del Trattato.

Originariamente la norma era limitata alla disposizione del primo comma

dell’attuale art. 228 e non indicava quali rimedi potessero essere adottati in caso di

mancata esecuzione della sentenza da parte dello Stato. A seguito delle modifiche

introdotte dal Trattato di Maastricht il potere di esercitare una pressione sullo Stato

all’esecuzione della sentenza è stato aumentato sia attraverso la previsione della

ripetizione della procedura da parte della Commissione, sia attraverso la facoltà della

Corte di comminare il pagamento di una somma forfettaria o di una penalità a carico

dello Stato inadempiente.

Per quanto concerne le novità introdotte dal Trattato costituzionale bisogna dire

che questo interviene solo marginalmente sulla procedura e non apporta alcuno

snellimento alla procedura di infrazione. La novità principale consiste nella

disposizione stabilita dal comma 3 dell’art. 362 del Trattato costituzionale nella quale

si consente alla Commissione europea di chiedere alla Corte di giustizia la pronuncia

di una condanna al pagamento di una sanzione pecuniaria già nel primo ricorso,

mentre attualmente ciò è previsto solo nella prima procedura di infrazione. La

richiesta della Commissione, però, può avvenire soltanto nel caso in cui lo Stato si sia

reso colpevole di non aver comunicato alla Commissione le misure adottate per dare

attuazione ad una legge quadro. Prima lezione

Altra novità prevista sempre dallo stesso articolo consiste nell’eliminazione della

fase del parere motivato per cui la Commissione può adire la Corte di giustizia per

ottenere la seconda sentenza soltanto dopo aver posto lo Stato nelle condizioni di

presentare le sue osservazioni.

Il ricorso in annullamento, ricorrenti privilegiati, la legittimazione ad agire delle

persone fisiche e giuridiche, atti impugnabili.

Alla Corte di giustizia e al Tribunale di primo grado spetta il sindacato sul

comportamento delle Istituzioni comunitarie sia in relazione alla legittimità degli atti

emanati, sia in relazione alla omissione di atti dovuti. Si parla in questo caso del c.d.

ricorso in annullamento, il quale è esperibile in tutti i casi in cui si vuol far valere

l’illegittimità di un atto normativo comunitario.

L’azione di annullamento è regolata dall’art. 230 del Trattato CE il quale

stabilisce che: “La Corte di giustizia esercita un controllo di legittimità sugli atti

adottati congiuntamente dal Parlamento europeo e dal Consiglio, sugli atti del

Consiglio e della Commissione e della Banca centrale europea che non siano

raccomandazioni o pareri, nonché sugli atti del Parlamento europeo destinati a

produrre effetti giuridici nei confronti dei terzi. A tal fine la Corte è competente a

pronunciarsi sui ricorsi per incompetenza, violazione delle forme sostanziali,

violazione del presente Trattato o di qualsiasi regola di diritto relativa alla sua

applicazione, ovvero per sviamento di potere promossi da uno Stato membro, dal

Parlamento europeo, dal Consiglio o dalla Commissione.

La Corte di giustizia è competente a pronunciarsi sui ricorsi che la Corte dei conti

e la BCE propongono per salvaguardare le proprie prerogative. Qualsiasi persona

fisica o giuridica può proporre, alle stesse condizioni, un ricorso contro le decisioni

prese nei suoi confronti e contro le decisioni che pur apparendo come un regolamento

Prima lezione

o una decisione presa nei confronti di altre persone la riguardano direttamente e

individualmente.

I ricorsi previsti dal presente articolo devono essere proposti nel termine di due

mesi a decorrere, secondo i casi, dalla pubblicazione dell’atto, dalla sua notificazione

al ricorrente, ovvero, in mancanza, dal giorno in cui il ricorrente ne ha avuto

conoscenza”.

Per effetto dell’art. 230, quindi il controllo giurisdizionale sulla legittimità degli

atti comunitari è di competenza esclusiva del giudice comunitario e più precisamente

è competente delle controversie con il personale e per i ricorsi presentati dai privati il

tribunale di primo grado (in entrambi i casi la Corte sarà giudice di appello), mentre

per i ricorsi degli Stati membri e delle istituzioni è competente la Corte di giustizia.

Tra i soggetti legittimati a proporre ricorso si distinguono i c.d. ricorrenti

privilegiati di cui fanno parte gli Stati, il Parlamento europeo, il Consiglio e la

Commissione; i ricorrenti semi-privilegiati ossia la Corte dei conti e la BCE; i

ricorrenti non privilegiati che sono costituiti dalle persone fisiche e giuridiche.

Gli Stati membri, il Consiglio, la Commissione e il Parlamento possono fare

ricorso contro qualsiasi atto comunitario avente efficacia obbligatoria per qualsiasi

motivo di legittimità ed anche se i loro interessi non ne siano toccati.

Le persone fisiche o giuridiche, invece, possono proporre ricorso solo contro le

decisioni delle istituzioni comunitarie che si presumono viziate da incompetenza,

violazione delle forme sostanziali, violazione del Trattato e di qualsiasi regola di

diritto relativa alla loro applicazione, ovvero di sviamento di potere. Inoltre la

decisione deve essere stata presa o contro i suoi confronti, o contro terzi ma con

effetti sul ricorrente. Prima lezione

Tale distinzione è giustificata dal fatto che ai ricorrenti privilegiati compete il

ruolo di garanti del sistema comunitario quindi il loro potere di agire non può essere

vincolato all’esistenza di un pregiudizio dei loro interessi. I privati hanno, tuttavia la

possibilità di impugnare indirettamente la legislazione comunitaria avanti i tribunali

nazionali, purché vi siano norme statali di attuazione, promuovendo poi il giudizio

incidentale di validità.

Oggetto del ricorso sono gli atti, che non siano raccomandazioni e pareri, del

Consiglio, della Commissione, della BCE e del Parlamento europeo destinati a

produrre effetti giuridici nei confronti dei terzi. Tutti gli atti interni degli Stati

membri che sono stati adottati per dare esecuzione agli atti comunitari possono

essere, invece, impugnati dinanzi al giudice nazionale, ma non dinanzi alla Corte di

giustizia.

Il ricorso in annullamento, ricorso contro decisioni indirizzate a uno Stato,

motivi di impugnazione, effetti della sentenza.

Secondo l’art. 230, 4 comma del Trattato CE le persone fisiche e giuridiche

possono proporre un ricorso solo nell’ipotesi in cui gli atti di cui si richiede di

dichiarare l’illegittimità li riguardino direttamente e individualmente.

La Corte ha ammesso il ricorso delle persone fisiche e giuridiche in tutti quei

casi in cui il provvedimento li riguardava direttamente e individualmente, anche se

non erano specificamente i destinatari e a prescindere dalla forma assunta dallo

stesso. Prima lezione

In base a tale indirizzo possono essere impugnate dalle persone giuridiche e dai

privati anche le decisioni indirizzate a uno Stato se queste pregiudicano i loro

interessi. Si pensi, ad esempio, ad una decisione della Commissione in materia di

aiuti di stato che, sebbene indirizzata a uno Stato, vada a pregiudicare l’interesse di

un privato che è in concorrenza con l’impresa che beneficia dell’aiuto.

di impugnazione sono elencati esplicitamente dal 1 comma dell’art. 230

I motivi

del Trattato CE. Essi sono: l’incompetenza che si verifica quando l’Istituzione che ha

emanato l’atto non aveva il potere di emanarlo (es. la Commissione emana un atto

riservato al Consiglio); la violazione delle forme sostanziali che si verifica quando

manca un requisito di forma essenziale dell’atto (es. il Consiglio emana un atto per il

quale è obbligatorio il parere della Commissione senza aver sentito quet’ultima);

violazione del Trattato e delle norme giuridiche relative alla sua applicazione (es. atto

in contrasto con le regole di diritto della Comunità o con i principi generali);

sviamento di potere che si verifica quando il potere è esercitato per un fine diverso da

quello per il quale tale facoltà era stata conferita (es. atto in contrasto con i fini della

norma sulla base della quale è emanato).

Secondo quanto statuito dalla stessa Corte di giustizia i motivi di invalidità

possono essere anche tratti dal diritto internazionale.

Gli atti impugnabili sono quelli che hanno effetti vincolanti come i regolamenti,

le direttive e le decisioni. Sono escluse le raccomandazioni ed i pareri. I primi perché

sono atti di indirizzo, i secondi perché sono destinati ad inserirsi nel procedimento di

formazione di un altro atto che potrà, una volta perfezionato, essere impugnato. Per lo

stesso motivo non sono impugnabili gli atti preparatori, salvo che non producano

effetti specifici nel quadro di una procedura speciale distinta da quella principale.

Sono, invece impugnabili gli atti della Commissione che autorizzano o approvano

la conclusione di un accordo internazionale perché rappresentano l’esercizio di una

Prima lezione

competenza attribuita ad un’Istituzione della Comunità, ma non è impugnabile

l’accordo internazionale stesso, perché esso non è un atto comunitario.

La Corte, in base a quanto stabilito dall’art.242 del Trattato CE, può sospendere,

in via cautelare, l’atto impugnato. La domanda di sospensione deve essere

pronunciata contestualmente o, dopo aver avviato la procedura di ricorso.

In base all’art. 231 del TCE se il ricorso è fondato la Corte di giustizia dichiara

nullo e non avvenuto l’atto impugnato. L’annullamento è perciò retroattivo ed ha

tutto l’atto nel suo

efficacia erga omnes, ma non deve riguardare necessariamente

complesso. In deroga al principio generale per cui l’annullamento dell’atto ha

efficacia retroattiva, la Corte ha il potere di decidere che taluni effetti già prodottisi in

vigenza dell’atto possano considerarsi come definitivi.

Il giudizio della Corte si limita ad accertare la legittimità dell’atto.

L’Istituzione che ha emanato l’atto annullato è tenuta a prendere provvedimenti

per l’esecuzione della sentenza della Corte. L’istituzione che ha emanato l’atto ha poi

l’obbligo di ripristinare la situazione preesistente all’emanazione dell’atto invalidato,

anche attraverso la revoca di atti collegati a quello annullato, nonché l’obbligo di

risarcire i danni provocati qualora l’atto sia anche illecito.

Il ricorso in carenza, l’eccezione di invalidità

L’art. 232 del Trattato CE disciplina il ricorso in carenza ed espressamente

prevede che: “qualora in violazione del presente trattato il Parlamento europeo, il

Consiglio o la Commissione si astengano dal pronunciarsi gli Stati membri e le altre

Istituzioni della Comunità possono adire la Corte di giustizia per far constatare tale

violazione. Il ricorso è ricevibile soltanto quando all’Istituzione in causa sia stata

preventivamente richiesta di agire se allo scadere di un termine di 2 mesi da tale

richiesta l’Istituzione non ha preso posizione il ricorso può essere richiesto entro un

Prima lezione

nuovo termine di 2 mesi. Ogni persona fisica o giuridica può adire la Corte di

giustizia alle condizioni stabilite dai commi precedenti per contestare ad una delle

Istituzioni della Comunità di aver omesso di emanare nei suoi confronti un atto che

non sia una raccomandazione o un parere. La Corte di giustizia è competente alle

stesse condizioni a pronunciarsi sui ricorsi proposti dalla BCE nei settori che

rientrano nella sua competenza o proposti contro di essa”.

Il ricorso in carenza è giustificato dal fatto che un sistema giurisdizionale non

potrebbe essere completo se non prevedesse la possibilità di sanzionare, oltre alle

condotte attive delle Istituzioni comunitarie, anche le condotte omissive di tali organi.

L’art. 232 prevede la possibilità di rivolgersi alla Corte per far si che venga constatato

non un atto illegittimo, ma il comportamento omissivo delle Istituzioni comunitarie

che si astengono dal pronunciarsi nel caso in cui il Trattato dispone loro l’obbligo di

emanare un determinato atto.

Legittimati al ricorrere sono le Istituzioni della Comunità, gli Stati membri (ricorrenti

privilegiati), le persone fisiche e giuridiche (ricorrenti secondari.)

In seguito alle modifiche introdotte dal Trattato di Maastricht il ricorso è proponibile

anche Parlamento europeo e della Banca centrale europea. Tale innovazione riguarda

anche la legittimazione passiva al ricorso.

del ricorso in carenza, d’altra parte consente di sindacare non soltanto i

Il rimedio

singoli comportamenti omissivi, ma più in generale il comportamento di una

Istituzione che si astiene dall’adottare quelle misure necessarie per l’instaurazione di

una politica comune sempre che gli atti, che sarebbero dovuto essere emanati, siano

identificabili e non rientrino nella facoltà discrezionale che le Istituzioni hanno nel

raggiungimento delle finalità comunitarie. Prima lezione

che l’Istituzione carente

Prima che un ricorso sia portato innanzi alla Corte occorre

non abbia preso posizione nel termine che le è fissato (2 mesi).

al termine dei due mesi il ricorrente può adire la Corte ma entro un nuovo termine di

due mesi.

Se l’atto la cui omissione ha determinato il ricorso dopo la proposizione del ricorso

ma prima della sentenza, il ricorso diventa privo di oggetto.

La sentenza della Corte può solo constatare che il comportamento omissivo

dell’Istituzione è illegittimo, eventualmente può anche indicare quale tipo di atto è

richiesto. L’Istituzione è obbligata ad adottare i provvedimenti necessari per

l’esecuzione della sentenza ma contro l’inosservanza di tale obbligo potrà solo

esercitarsi un nuovo ricorso per carenza.

Un'altra misura prevista a tutela della legalità comunitaria è l’eccezione di

invalidità che può essere esperita ai sensi dell’art. 241 del Trattato CE. Tale misura

consente di far valere l’illegittimità di un regolamento adottato congiuntamente dal

Parlamento e dal Consiglio, oppure di un regolamento del Consigli, della

o della BCE per uno dei motivi previsti dall’art. 230 del Trattato CE

Commissione

(incompetenza, sviamento di potere, eccesso di potere) per richiedere l’inapplicabilità

del provvedimento nel corso di una controversia che pende dinanzi alla Corte e che

però non ha ad oggetto tale regolamento.

L’eccezione di invalidità non è un’azione autonoma ma può essere esercitata soltanto

in via incidentale in occasione di un procedimento principale che pende innanzi al

giudice comunitario che abbiano ad oggetto un regolamento diverso. Occorre inoltre

che la decisione sull’invalidità del regolamento che viene impugnato sia rilevante per

la decisione del giudizio in corso. Deve perciò esistere un legame tra l’atto di cui si

tratta nel giudizio principale e l’atto contro cui l’eccezione di invalidità è esercitata.

Prima lezione

L’eccezione di invalidità può essere invocata senza limiti di tempo, per gli stessi

motivi previsti per il ricorso in annullamento e nel corso di qualsiasi procedura

contenziosa.

L’eccezione di invalidità non può essere esperita nel corso di un procedimento

dinanzi al giudice nazionale in quanto in tale caso l’unico rimedio esperibile è il

rinvio pregiudiziale di validità.

La responsabilità extracontrattuale delle Comunità e la responsabilità

contrattuale.

L’art. 235 del Trattato CE dispone che la Corte di giustizia è competente a

conoscere delle controversie relative al risarcimento dei danni di cui all’art. 288,

2°comma Trattato CE.

L’art. 288, 2° comma stabilisce: “In materia di responsabilità extracontrattuale, la

Comunità deve risarcire, conformemente ai principi generali comuni ai diritti degli

Stati membri, i danni cagionati dalle sue istituzioni o dai suoi agenti nell’esercizio

delle loro funzioni”.

La competenza della Corte di giustizia è esclusiva perciò, se l’azione per danni

contro la Comunità viene promossa innanzi al giudice nazionale questo deve

dichiararsi incompetente. La competenza della Corte è limitata alla sola materia

extracontrattuale comprendendo ogni tipo di danno imputabile alla Comunità a

qualunque causa. Prima lezione

Perché sia riscontrabile una responsabilità extracontrattuale devono sussistere tre

condizioni: che la norma giuridica violata sia preordinata a conferire diritti ai singoli;

che sussista la reale esistenza del danno; che sussista un nesso causale diretto tra la

violazione dell’obbligo incombente alla Comunità e il danno subito dai soggetti lesi.

Si possono distinguere 3 diverse figure di responsabilità. La responsabilità per danni

cagionati dalle istituzioni, la responsabilità dei danni causati dall’agente e la

responsabilità della Comunità per danni causati dagli Stati membri.

Per quanto concerne la responsabilità per danni cagionati dalle istituzioni si deve

rilevare una differenzazione, nella giurisprudenza della Corte, a seconda che si tratti

di una decisione individuale o dell’esercizio di un’attività normativa. Nel secondo

caso è richiesta un’illegittimità di particolare gravità che sussiste quando si ha la

violazione di una norma di diritto che conferisce diritto ai singoli e che ha un

particolare rilievo.

Sebbene un atto comunitario illegale debba sempre essere annullato l’azione di

responsabilità non ha carattere accessorio, l’azione di risarcimento del danno e quella

di annullamento, infatti, sono indipendenti e autonome.

In base alle modifiche apportate all’art. 288 dal Trattato di Maastricht la

responsabilità extracontrattuale della Comunità sorge anche per i danni provocati

dalla BCE o dai suoi agenti, pur non essendo riconosciuto alla stessa Banca il rango

di istituzione comunitario. Al riguardo la Corte ha stabilito che sarebbe in contrasto

con lo stesso trattato sottrarre la responsabilità extracontrattuale alla Comunità e

conseguenze derivanti dal terzo comma dell’art.288, quando la Comunità

eludere le

agisce attraverso un organismo comunitario istituito dal trattato ed autorizzato ad

agire in nome e per conto di essa,.

Riguarda alla seconda figura di responsabilità va sottolineato che affinché

sussista una responsabilità delle Comunità per i danni commessi dai suoi agenti è

Prima lezione

necessario un rapporto interno e diretto con l’istituzione. Viceversa se l’agente ha

provocato danni al di fuori dell’esercizio delle sue funzioni, l’azione di risarcimento

va proposta dinanzi ai giudici nazionali.

Infine, considerato che il diritto comunitario viene messo in opera dagli Stati è

possibile imputare una responsabilità della Comunità per danni causati dagli Stati

membri. Deve sussistere l’imputabilità in tutto o in parte del fatto dannoso in capo

alla Comunità poiché se questo è imputabile esclusivamente ad un provvedimento

irregolare delle autorità statali adottato in esecuzione di un atto comunitario valido,

non può sussistere alcuna responsabilità della Comunità.

Il ricorso per l’azione di responsabilità deve essere presentato entro il termine

di 5 anni che decorre dal momento in cui avviene il fatto dannoso.

La parte convenuta dovrebbe essere sempre la Commissione in quanto essa ha il

compito di rappresentare la Comunità in giudizio. La Corte ha ritenuto tuttavia che

l’azione deve essere proposta nei confronti dell’istituzione che ha posto in essere

l’atto lesivo.

Se l’atto è stato adottato dal Consiglio su pronuncia della Commissione entrambe le

istituzioni devono essere convenute.

La responsabilità contrattuale della Comunità può derivare da contratti regolati dal

diritto privato o dal diritto pubblico che sono stipulati dalla Comunità con soggetti

terzi e in questo caso la responsabilità della Comunità è retta dalla legge applicabile

al contratto in causa.

Le controversie derivanti da tali rapporti contrattuali rientrano nella competenza del

giudice nazionale. La Corte di giustizia è, invece, competente a decidere nel caso in

cui le parti abbiano previsto specificamente, attraverso una clausola compromissoria,

la competenza del giudice comunitario. Prima lezione

Il contenzioso del personale. Il rinvio pregiudiziale: considerazioni di carattere

generale. Il rinvio pregiudiziale di interpretazione

L’art 236 del Trattato CE dispone: “La Corte di giustizia è competente a

pronunciarsi su qualsiasi controversia tra la Comunità e gli agenti di questa, nei

limiti e alle condizioni determinati dallo statuto o risultanti dal regime applicabile a

questi ultimi”.

Il suddetto articolo stabilisce, quindi, la competenza della Corte di giustizia per

quanto concerne le controversie fra la Comunità europea e i suoi agenti.

Con l’istituzione del Tribunale di primo grado la competenza a conoscere le

controversie riguardanti qualsiasi questione relativa al rapporto di impiego è

esercitata da tale organo giurisdizionale e la Corte di giustizia può essere adita

soltanto nel caso di impugnazione della sentenza di primo grado.

I ricorsi possono essere presentati dai funzionari, dagli agenti della Comunità -

con esclusione degli agenti locali che, invece, devono rivolgersi al giudice nazionale -

e dai funzionari della Banca centrale europea.

I ricorsi devono essere rivolti contro l’istituzione che è investita del potere di

nomina dei funzionari e possono avere ad oggetto, ad es. l’annullamento di un atto,

oppure la contestazione dell’omissione di un atto dovuto, oppure la richiesta di un

risarcimento dei danni per il pregiudizio subito dall’agente della Comunità.

L’atto impugnato deve riguardare una situazione giuridica determinata, quindi

generali sui quali però si fonda l’atto

si deve trattare di atti individuali, oppure di atti

individuale impugnato. Prima lezione

Il ricorrente deve avere un interesse personale, concreto e attuale.

La procedura richiede due fasi successive. La prima è una fase preliminare che

prevede un procedimento amministrativo attraverso il quale il ricorrente si rivolge

all’istituzione chiedendo di adottare una decisione, oppure per formulare un reclamo

contro l’atto o l’omissione che si lamenta. Se entro 4 mesi dalla proposizione del

ricorso l’istituzione non risponde il silenzio equivale a una decisione implicita di

rigetto.

L’obbligo del previo ricorso amministrativo è escluso quando l’istituzione in

questione non ha il potere di soddisfare la richiesta dell’interessato, per es. quando

l’atto emana da un organo indipendente che la Commissione non ha il potere di

annullare o modificare. In tali casi non è impedito all’interessato di adire

immediatamente il tribunale per chiedere una sospensione dell’esecuzione oppure per

chiedere delle misure provvisorie. possibilità per l’interessato di adire il Tribunale e il

La seconda fase prevede la

ricorso contro gli atti o le omissioni delle istituzioni o contro le decisioni implicite di

rigetto deve essere formulato entro tre mesi a partire dalla notifica della decisione che

viene impugnata o dalla data in cui scade il termine dei quattro mesi previsti per la

pronuncia dell’istituzione nel caso del silenzio-rigetto.

Il ricorso non può modificare né la causa, né l’oggetto del reclamo amministrativo

altrimenti è irricevibile. è previsto dall’art. 234 del Trattato CE. In base a tale

Il rinvio pregiudiziale

norma oggetto del rinvio pregiudiziale può essere l’interpretazione del trattato e le

questioni di interpretazione e di validità degli atti di diritto derivato.

Il rinvio pregiudiziale fa parte della competenza non contenziosa della Corte di

giustizia. Attraverso il rinvio pregiudiziale si tende a garantire una interpretazione ed

Prima lezione

una applicazione uniforme del diritto comunitario all’interno degli ordinamenti statali

per mezzo della cooperazione tra il giudice comunitario e il giudice nazionale. Il

giudice comunitario non può risolvere nel merito le controversie che sono sottoposte

alla cognizione del giudice nazionale. Esso può intervenire, nell’ambito dei

provvedimenti interni, esclusivamente per fornire al giudice nazionale le indicazioni

cui il giudice stesso deve attenersi nell’applicazione del diritto comunitario, qual’ora

il diritto comunitario e la sua interpretazione risultino necessari per giungere

all’emanazione della decisione.

Attraverso il rinvio pregiudiziale di interpretazione si vuole assicurare un

applicazione corretta e conforme del diritto comunitario da parte di tutti i giudici

degli Stati membri.

Con il rinvio pregiudiziale di validità si vuole garantire il rispetto del

di legalità all’interno dell’ordinamento comunitario evitando che la

principio

sussistenza di soluzioni difformi rispetto ad una medesima norma.

L’esistenza di divergenze tra i giudici degli Stati membri sulla validità degli

la stessa unità dell’ordinamento giuridico

atti comunitari potrebbe compromettere

comunitario e attentare alla fondamentale esigenza della certezza del diritto.

Entrambi i tipi di rinvio pregiudiziale sono sottoposti alle stesse regole anche

se in realtà rispondono a logiche diverse.

La Corte di giustizia, che ha competenza esclusiva in materia di rinvio

pregiudiziale anche dopo la creazione del Tribunale di primo grado, va considerata

alla stregua di un giudice supremo nei confronti dei giudici interni ogni qualvolta si

ponga una questione di interpretazione e di validità del diritto comunitario.

La procedura pregiudiziale, prevista dall’art. 234 del Trattato CE è attivata

dalla decisione di un giudice interno di adire la Corte di giustizia quando reputi che si

Prima lezione

ponga un problema di interpretazione del diritto comunitario o di validità di un atto

normativo derivato nel corso di un procedimento pendente dinanzi ad esso. Spetta

esclusivamente al giudice nazionale valutare in che misura la questione di validità o

risulti necessaria all’emanazione della

di interpretazione del diritto comunitario

propria decisione. Tale valutazione del giudice interno è assolutamente sottratta a

qualsiasi valutazione della Corte di giustizia.

Per quanto concerne le richieste di interpretazione bisogna dire che queste

possono riguardare anzitutto il diritto comunitario primario, ossia i Trattati istitutivi e

quelli integrativi o modificativi, i protocolli annessi, gli accordi di adesione. Va

specificato che la competenza pregiudiziale della Corte può esercitarsi nei confronti

delle disposizioni che modificano i trattati istitutivi in materia di cooperazione di

polizia e giudiziaria in materia penale e in materia di cooperazione rafforzata soltanto

alle condizioni previste dall’art. 35 del Trattato sull’Unione europea. Rimane esclusa,

invece, la competenza della Corte di giustizia a pronunciarsi, in via pregiudiziale, in

materia di politica estera e di sicurezza comune.

La Corte di giustizia è inoltre competente a pronunciarsi in via pregiudiziale

anche sulla validità e sulla interpretazione degli atti compiuti dalle Istituzioni della

Comunità e della BCE.

Anche le sentenze della Corte di giustizia possono formare oggetto di rinvio

pregiudiziale di interpretazione sia quando, a loro volta, sono state rese in via

e sia quando sono state rese nell’ambito di altre procedure.

pregiudiziale

La competenza pregiudiziale della Corte può riguardare anche l’interpretazione

delle norme del diritto internazionale generale, così come può anche riguardare gli

accordi internazionali stipulati dalla Comunità europea.

La competenza della Corte di giustizia si estende anche agli accordi conclusi da

Stati membri con Stati terzi e che vincolano la Comunità. Prima lezione

Il rinvio pregiudiziale di validità. La procedura di cui all’art.234 TCE, la nozione

comunitaria di giurisdizione nazionale

Il rinvio pregiudiziale di validità dà alla Corte di giustizia la possibilità di

esercitare un controllo di legittimità sugli atti delle Istituzioni della Comunità e della

BCE che abbiano un valore vincolante anche se sprovvisti di efficacia diretta.

Per quanto concerne le decisioni individuali il parere della Corte è orientato

nell’ammettere la possibilità di un’interpretazione pregiudiziale di validità di tali atti

solo previa tempestiva impugnazione, mediante un ricorso in annullamento, da parte

dei destinatari dell’atto individuale.

Il controllo pregiudiziale sulla validità degli atti operato dalla Corte di giustizia

è analogo al controllo che questa esercita nel ricorso in annullamento con la

differenza che, quando il Giudice nazionale ritiene di adire la Corte in via

pregiudiziale, non vengono considerate quelle condizioni restrittive che sussistono

in annullamento e d’altra parte non trova applicazione il

per la ricevibilità del ricorso

termine per proporre il ricorso.

Il rinvio pregiudiziale di validità è uno strumento che completa il sistema di

tutela giurisdizionale soprattutto riguardo ai singoli. Questo strumento, infatti, offre ai

privati la possibilità di tutelarsi rispetto ad atti normativi a portata generale. Verso tali

atti è preclusa ai privati l’azione diretta in annullamento perché quest’ultimi non sono

investiti direttamente e individualmente dall’atto comunitario.

Il rinvio pregiudiziale di validità è pur sempre un ricorso indiretto in quanto il

privato può semplicemente esercitare la pretesa di invalidità dell’atto dinanzi al

giudice nazionale, ma è poi a quest’ultimo che spetta la decisione se ricorrere o meno

alla Corte di giustizia. Prima lezione

Le sentenze della Corte di giustizia non possono formare oggetto di ricorso di

pregiudiziale di validità in quanto hanno valore di giudicato.

I giudici nazionali non hanno alcun potere di dichiarare invalidi gli atti

comunitari, ma hanno il dovere di adire la Corte di giustizia se nutrono dubbi sulla

loro validità.

Per quanto riguarda la procedura di richiesta del rinvio pregiudiziale è

necessario distinguere se il giudice nazionale è un giudice di ultima istanza o meno.

Se il giudice non è di ultima istanza egli ha la facoltà di rinviare alla Corte di

giustizia, ma può comunque decidere di emanare la sentenza senza ricorrere innanzi

alla Corte di giustizia.

Se il giudice è di ultima istanza egli ha l’obbligo di rivolgersi alla Corte di

giustizia se nutre dubbi sulla validità o sull’interpretazione della norma comunitaria.

L’inosservanza di tale obbligo può anche condurre ad un’azione nei confronti dello

Stato membro per violazione del Trattato e si può anche agire per il risarcimento del

danno.

L’obbligo o la facoltà del giudice nazionale di adire la Corte di giustizia rientra

nel principio di cooperazione tra la giurisdizione nazionale e la giurisdizione

comunitaria che è prevista al fine di garantire la corretta applicazione e

l’interpretazione uniforme del diritto comunitario.

Continua il rinvio pregiudiziale, facoltà e obbligo del rinvio, la ricevibilità del

ricorso, natura ed effetti delle sentenze pregiudiziali interpretative e di validità.

Prima lezione

Restando ancora in tema di rinvio pregiudiziale bisogna dire che è alquanto

la natura e anche la portata dell’obbligo del rinvio che incombe sui giudici di

discussa

ultima istanza.

Innanzi tutto va precisato che il dubbio interpretativo o di validità della norma

comunitaria rientra esclusivamente nella valutazione del giudice interno che in

nessun caso può essere privato di tale prerogativa.

Se il giudice ritiene che non esista un dubbio interpretativo o di validità, oppure

non ritiene la norma pertinente al caso specifico non può quindi essere obbligato a

rivolgersi alla Corte di giustizia.

Nel caso in cui la Corte si sia già pronunciata in relazione ad una fattispecie

analoga il giudice nazionale può astenersi dal sollevare il rinvio pregiudiziale e

basare la sua decisione sulla giurisprudenza già esistente.

di rivolgersi alla Corte tutte le volte che si

Il giudice può astenersi dall’obbligo

è in presenza di una giurisprudenza costante della Corte di giustizia che risolve il

caso specifico anche in assenza di una precisa identità tra le materie del contendere.

Il giudice può comunque sempre riproporre la questione alla Corte se ad

esempio ritiene indicare nuove argomentazioni alla Corte o non è convinto della

motivazione edotta dalla giurisprudenza esistente.

La Corte di giustizia ha affermato che il giudice, anche di ultima istanza, si può

astenere dal rinviare alla Corte quando ritenga che l’applicazione corretta del diritto

comunitario si impone con tale evidenza da non lasciare adito ad alcun ragionevole

dubbio sulla soluzione da dare alla questione sollevata.

Per quanto concerne la ricevibilità del ricorso bisogna dire che la Corte di

giustizia non si può sottrarre dal pronunciarsi in via pregiudiziale se il giudice

nazionale decide di rinviare la questione dinanzi ad essa. Prima lezione

La Corte può solo respingere il ricorso se il rinvio esuli completamente dalla

propria competenza. La Corte comunque non si può pronunciare sulla rilevanza della

questione per la risoluzione della controversia.

Le sentenze interpretative emanate dalla Corte vincolano il giudice nazionale,

che dovrà eventualmente disapplicare la norma nazionale in contrasto con la norma

comunitaria.

Il valore vincolante della pronuncia pregiudiziale vincola anche i giudici che

dovessero esaminare il caso in una successiva fase della procedura.

La norma interpretata dalla Corte esplica i suoi effetti ex tunc, ossia deve

essere applicata dal giudice anche nei rapporti giuridici sorti e costituiti prima della

sentenza pregiudiziale della Corte.

La sentenza della Corte costituisce un precedente giurisprudenziale vincolante

per gli altri giudici degli Stati membri.

Le sentenze sulla validità dell’atto, invece, producono soltanto una invalidità

dello stesso, con la conseguenza che l’atto, pur ritenuto invalido dalla Corte, non

viene eliminato dal’ordinamento. Soltanto l’istituzione che ha emanato l’atto è

competente a procedere al suo annullamento.

I rapporti interordinamentali: evoluzione della giurisprudenza della Corte

costituzionale italiana. Prima lezione

Per rapporti interordinamentali si intendono i rapporti che intercorrono tra

l’ordinamento comunitario e l’ordinamento interno.

che intercorrono tra l’ordinamento giuridico

La definizione dei rapporti

comunitario e quello italiano ha generato una serie di problematiche dovute in

particolare al fatto che nel nostro Paese l’autorizzazione alla ratifica e l’ordine di

esecuzione dei trattati istitutivi europei è stata data mediante legge ordinaria.

Questo sistema di adattamento del diritto italiano al diritto comunitario

determina che le norme dei trattati comunitari e le norme derivate assumono valenza

di norme ordinarie. Di conseguenza, nell’ipotesi di un contrasto della norma interna

con la norma comunitaria, si applica il principio della successione della legge nel

tempo.

I Trattati comunitari prevedono trasferimenti di sovranità in determinate

materie ad istituzioni non nazionali determinando un contrasto con norme

costituzionali. Secondo parte della dottrina sarebbe essenziale procedere alla ratifica e

all’esecuzione dei trattati comunitari mediante legge costituzionale e non mediante

legge ordinaria; secondo altra dottrina è sufficiente una legge ordinaria a condizione

di reperire nella Costituzione una norma che possa dare copertura costituzionale alla

legge di ratifica e di esecuzione dei trattati e individua tale fondamento costituzionale

nell’art. 11 della Costituzione.

L’art. 11 della Costituzione stabilisce: l’Italia…consente, in condizioni di

parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento

che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le

organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

L’art. 11 della Costituzione nasce in un contesto in cui l’Italia, da poco uscita

dalla 2° guerra mondiale, rinunciava formalmente all’uso della forza bellica e

indicava il volere di aderire all’ONU. Sebbene l’assemblea Costituente, nella

Prima lezione

dell’art. 11 si riferisse alle Nazioni Unite, tra le organizzazioni

formulazione

contemplate dalla norma rientrerebbe anche la Comunità europea.

L’art. 11 viene quindi invocato, con riferimento alle limitazioni di sovranità,

anche per consentire le forti limitazioni di competenza introdotte dai trattati

comunitari.

La Corte costituzionale nella sent.14/64 (Costa c. Enel) probabilmente non

aveva ancora preso atto dell’originalità del sistema comunitario e delle profonde

dell’ordinamento interno e quindi

implicazioni che tale sistema comportava sul piano

aveva assunto una posizione tradizionale tipizzata dalla concezione dualista dei

rapporti tra l’ordinamento interno e l’ordinamento comunitario. La Corte aveva

“È consentito stipulare trattati con cui si assumono

affermato che: limitazioni di

[…]

sovranità ed è consentito darvi esecuzione con legge ordinaria ciò non comporta

alcuna deviazione dalle regole vigenti in ordine all’efficacia nel diritto interno degli

avendo l’art.11 conferito

obblighi assunti dallo Stato nei confronti di altri Stati, non

alla legge ordinaria, che rende esecutivo il trattato, un’efficacia superiore a quella

propria di tale fonte di diritto”.

Inizialmente, quindi, per la Corte costituzionale il richiamo all’art. 11 della

sufficiente per fondare l’illegittimità della legge interna

Costituzione non appariva

successiva in contrasto con il diritto comunitario.

La reazione della Corte di giustizia a quanto espresso dalla Corte costituzionale non

tardò a manifestarsi e nella sentenza resa nel caso Costa c. Enel la Corte di giustizia

stessa avanzava una concezione unitaria nei rapporti tra il diritto comunitario e gli

ordinamenti nazionali secondo cui il diritto comunitario si integra nei diritti e negli

ordinamenti nazionali e prevale in virtù di forza propria e non in conseguenza dei

meccanismi di adattamento propri di ciascun ordinamento statale. Prima lezione

Un'altra significativa affermazione della Corte di giustizia è quella secondo la quale

un obbligo posto dal trattato, completo e giuridicamente perfetto, integrato negli

ordinamenti giuridici degli Stati membri ha all’interno di questi un valore imperativo.

Di fronte a questa decisa presa di posizione della Corte di giustizia, la Corte

costituzionale italiana non si sottraeva dal dare una svolta decisiva alla propria

precedente impostazione e cercava di allinearsi alle impostazioni del giudice

comunitario e quindi ha sostenuto che l’art. 11 della Costituzione costituiva un sicuro

fondamento delle limitazioni di sovranità e del trasferimento parziale agli organi

comunitari dell’esercizio della funzione legislativa. Di conseguenza deve ritenersi

viziato da illegittimità costituzionale per indiretto contrasto con l’art. 11 della Cost.

ogni atto normativo statale a carattere riproduttivo o integrativo di regolamenti

comunitari che possa sostituirsi ad essi derogandovi oppure abrogandoli.

Ancora, la Corte costituzionale nella sentenza del 27 dicembre 1973, n.183 (Sentenza

ha affermato, in contrasto con l’argomentazione secondo cui la parte

Frontini)

essenziale dell’azione comunitaria è centrata sul mercato unico e non è volta a

conseguire finalità di pace e giustizia, che la formula dell’art.11 risulta ispirata “a

principi programmatici di valore generale di cui la Comunità europea e le altre

concreta attuazione”.

organizzazioni regionali costituiscono

In un’altra importante sentenza nota come sentenza Simmenthal la Corte comunitaria

afferma che “in forza del principio della preminenza del diritto comunitario…

qualsiasi giudice nazionale, adito nell’ambito della sua competenza, ha l’obbligo di

applicare integralmente il diritto comunitario e di tutelare i diritti che questo

attribuisce ai singoli, disapplicando le disposizioni eventualmente contrastanti della

legge interna, sia anteriore sia successiva alla norma comunitaria; è quindi

incompatibile con le esigenti inerenti alla natura stessa del diritto comunitario

qualsiasi disposizione facente parte dello Stato membro o qualsiasi prassi,

legislativa, amministrativa o giudiziaria, la quale porti ad una riduzione della

Prima lezione

efficacia del diritto comunitario”. “Il giudice

concreta Pertanto ha concluso la Corte:

nazionale, incaricato di applicare, nell’ambito della propria competenza, le

disposizioni di diritto comunitario, ha l’obbligo di garantire la piena efficacia di tali

disapplicando all’occorrenza, di propria iniziativa, qualsiasi disposizione

norme,

contrastante della legislazione nazionale, anche posteriore, senza doverne chiedere o

attendere la previa rimozione in via legislativa o mediante qualsiasi altro

procedimento costituzionale”. Tale sentenza affermava il contrasto tra la Corte

costituzionale italiana e la Corte comunitaria, contrasto apparentemente radicale,ma

in realtà attutito nella pratica dal fatto che le sentenze interpretative della Corte

effetti diretti nell’ordinamento italiano.

comunitaria non hanno

I rapporti interordinamentali: segue la sentenza Granital e il permanere delle

divergenze delle posizioni fra la Corte di giustizia comunitaria e la Corte

costituzionale italiana.

Con la sentenza Granital (Sent. n.170/1984) la Corte costituzionale italiana registra

un’ulteriore inversione di tendenza rispetto alle sue posizioni originarie. La Corte

costituzionale si avvicina alle decisioni della Corte di giustizia garantendo gli stessi

risultati cui giunge la Corte europea ma senza rinunciare alla propria impostazione di

fondo, fondata sulla separazione degli ordinamenti. Per giungere a questo risultato la

Corte costituzionale ha dovuto rivedere la sua precedente giurisprudenza soprattutto

dal punto di vista delle premesse teoriche che ne costituivano il fondamento.

La Corte costituzionale afferma che l’art. 11 della Costituzione è una disposizione

capace di conferire una diretta applicazione alle norme comunitarie nell’ordinamento

interno. La legge di esecuzione del trattato in virtù dell’art. 11 della Costituzione ha

trasferito agli organi comunitari le competenze nelle materie a loro attribuite. Da ciò

consegue che il sistema statale si apre alla formazione comunitaria consentendo a

questa di entrare in vigore nello Stato in piena autonomia senza però entrare a far

Prima lezione

parte del diritto interno e in quanto tale non è soggetta al regime previsto

dall’ordinamento italiano per la risoluzione dei conflitti tra le norme nazionali.

Secondo questa impostazione viene garantita la diretta applicabilità del diritto

nel territorio nazionale in modo pieno e continuo. L’ulteriore

comunitario

conseguenza che ne deriva non è il venire meno della norma interna incompatibile,

ma quella di impedire che la norma interna venga presa in considerazione per la

risoluzione della controversia dinanzi al giudice nazionale.

In altri termini la Corte italiana non afferma che la norma nazionale non può essere

abrogata o ritenuta affetta da invalidità e che tale invalidità possa essere accertata e

la norma interna, fuori dall’ambito

dichiarata dal giudice interno, ma afferma che

materiale e dei limiti temporali cui vige la disciplina comunitaria, conserva intatto il

suo valore e produce i suoi effetti. Attraverso l’operare congiunto dell’art. 11 Cost. e

della legge di esecuzione del trattato il giudice italiano ha il dovere di applicare la

norma comunitaria, direttamente efficace, non tenendo conto dell’eventuale norma

interna in contrasto e senza dover ricorrere al giudizio di legittimità costituzionale.

In virtù dell’efficacia diretta della norma comunitaria risulta infondata la

proposta di inammissibilità costituzionale della norma interna che contrasta con la

norma comunitaria, la proposta di inammissibilità della norma interna rimane

ammissibile soltanto nell’ipotesi di conflitti con i principi fondamentali

dell’ordinamento costituzionale e con i diritti inalienabili della persona umana.

La giustificazione teorica che la Corte da è che un conflitto tra i due

ordinamenti non può sussistere perché l’emanazione di una normativa comunitaria

impedisce che, sulla stessa materia, possa intervenire il legislatore nazionale, essendo

tale materia ormai sottratta alla sua competenza (principio della ritrazione).

Le posizioni fra la Corte di giustizia comunitaria e la Corte costituzionale

italiana rimangono ancora divergenti, infatti, secondo il giudice comunitario le

Prima lezione

conclusioni cui giunge la Corte italiana non sono ancora in linea con il diritto

comunitario in quanto lasciano persistere una possibile situazione di conflittualità. Il

metodo della disapplicazione può risolvere le antinomie normative nei casi concreti,

ma lascia sussistere la norma interna in contrasto con il diritto comunitario

consentendo, in tal modo, una situazione inammissibile per il giudice comunitario

secondo cui le situazioni di contrasto tra gli ordinamenti dovrebbero essere eliminate

automaticamente al verificarsi di questo.

Secondo la Corte di giustizia le norme comunitarie fanno parte integrante, con

rango superiore rispetto alle norme interne, dell’ordinamento vigente nel territorio

degli Stati membri.

I rapporti interordinamentali: futuri sviluppi in relazione all’entrata in vigore del

Trattato costituzionale. Il ruolo delle Regioni

Un ulteriore sforzo della Corte costituzionale per cercare di avvicinarsi sempre

più alle posizioni della Corte di giustizia può essere ravvisato nella Sentenza n. 384

del 1994 che aveva ad oggetto un’impugnativa del commissario del Governo contro

una delibera legislativa della Regione Umbria e che era stata ritenuta in contrasto con

la normativa comunitaria.

Respinte le argomentazioni della Regione circa la non ammissibilità del ricorso

in quanto l’eventuale contrasto non avrebbe dato luogo a questioni di legittimità

costituzionale, ma semplicemente a disapplicazione della norma interna in contrasto

con il diritto comunitario, la Corte dichiarò ammissibile il ricorso perché si trattava di

impedire che la deliberazione fosse divulgata ed entrasse in vigore con conseguente

introduzione nell’ordinamento italiano di una norma che era contraddittoria con la

preesistente normativa comunitaria. La Corte partiva dal presupposto che la non

applicazione della legge regionale non sarebbe stata sufficiente ad evitare la lesione

Prima lezione

del principio della certezza del diritto e della chiarezza normativa e neanche sarebbe

l’obbligo di assicurare la conformità dell’ordinamento interno

stata idonea a garantire

a quello comunitario.

La Corte ha affermato che il giudizio di legittimità costituzionale è ammissibile

quando esso è istaurato in via principale. La Corte è pertanto competente a dichiarare

costituzionale di una legge regionale impugnata dallo Stato in quanto

l’illegittimità

contrastante con un obbligo comunitario.

La stessa posizione è stata poi confermata dalla Corte nella sentenza n.94 del

dichiarare l’illegittimità

1995 in cui si afferma la competenza della Corte a

costituzionale di una norma statale contraria a disposizioni comunitarie che violino

prerogative delle Regioni e delle Provincie autonome.

Nella sentenza n.126 del 1996 la Corte costituzionale giunge a riconoscere che

esigenze comunitarie possono anche modificare principi costituzionali relativi ai

rapporti Stato Regioni e modificare il sistema delle ripartizioni delle competenze

anche se tale conclusione presenta il carattere dell’eccezionalità.

L’entrata in vigore del Trattato costituzionale potrebbe modificare l’assetto dei

rapporti tra l’ordinamento dell’Unione europea e le Costituzioni nazionali cosi come

delineatosi fino ad oggi. La clausola di supremazia contenuta nell’art.1.6 del Trattato

costituzionale, infatti, prevede perentoriamente che la Costituzione e il diritto

adottato dalle istituzioni dell’Unione, nell’esercizio delle competenze a queste

attribuite, prevalgono sul diritto degli Stati membri. Nel Trattato costitutivo, quindi,

la supremazia del diritto comunitario sul diritto interno è dichiarata esplicitamente,

ma ciò non elimina possibili problematiche qualora ad esempio le norme comunitarie

siano contrarie a principi delle costituzioni degli Stati membri. Prima lezione

L’adattamento del diritto interno al diritto comunitario negli altri Stati membri

della Comunità. La legge “La Pergola”, cenni.

In Belgio la Costituzione prevede già che l’esercizio di determinati poteri possa

essere attribuito ad istituzioni di diritto internazionale pubblico e non esiste un

controllo sulla legittimità costituzionale delle leggi. Il primato del diritto

internazionale sul diritto interno si è affermato dal 1971 quando la Cassazione con la

sentenza del 27 maggio 1971 raggiunse le stesse conclusioni cui poi pervenne nel

1984 la nostra Corte costituzionale con la sentenza Granital. Nel 1971 la Corte di

cassazione belga doveva giudicare su una legge interna contraria all’art. 12 del

Trattato CE, ora abrogato, e sancì che le norme dei trattati internazionali, suscettibili

di avere effetti diretti nell’ordinamento interno, prevalgono su tutte le norme interne

anche posteriori e che ciò vale a maggior ragione per le norme comunitarie perché i

trattati comunitari hanno dato vita ad un nuovo ordinamento a vantaggio del quale gli

Stati membri hanno limitato l’esercizio dei loro poteri sovrani.

In Danimarca la Costituzione prevede la possibilità che determinati poteri

possano essere trasferiti con legge ad autorità internazionali create con i trattati nel

quadro della cooperazione internazionale. L’applicabilità diretta delle norme

comunitarie è garantita dall’art. 3 dell’atto di adesione della Danimarca alle comunità

europee.

In Francia la superiorità del diritto comunitario sul diritto interno è oramai

disposta da un’apposita norma costituzionale: l’art. 88 e, in modo più in generale, è

previsto dagli art. 54 e 55 della Costituzione francese. In particolare l’art. 54 prevede

che se il Consiglio costituzionale (che non è paragonabile alla nostra Corte

rileva la contrarietà di un trattato con la Costituzione, l’autorizzazione

costituzionale) Prima lezione

alla ratifica di tale trattato può avvenire solo dopo una modifica della Costituzione

stessa.

L’art. 55 della Costituzione francese dispone espressamente che i trattati hanno

una autorità superiore a quella delle leggi e quindi è già prevista dalla Costituzione la

prevalenza del trattato sull’ordinamento interno per cui non sono sorte tutte le

problematiche italiane. La giurisprudenza del Consiglio francese ha applicato questa

disposizione alle norme comunitarie e ha sancito la superiorità di queste sulle norme

interne mediante la sentenza del 24 maggio 1975.

In Germania il nuovo art. 23 della Costituzione prevede la superiorità del

Inoltre l’art. 24, comma 1 della Costituzione

diritto comunitario sul diritto nazionale.

prevede il trasferimento di poteri sovrani ad istituzioni internazionali e tra tali

istituzioni la Corte costituzionale tedesca, già con una sentenza del 1967, aveva

incluso le Comunità europee dichiarando che queste sono degli enti sovrannazionali

autonomi ed indipendenti rispetto agli Stati membri cui lo Stato tedesco ha trasferito

certe sue prerogative sovrane.

Per la Corte tedesca non si pone un problema di legittimità costituzionale dei

regolamenti comunitari il cui primato sul diretto interno è pacifico, proprio in virtù

del trasferimento di competenze previsto a livello costituzionale. Fino a poco tempo

fa, però, la Corte costituzionale non ha ritenuto di poter rinunciare a controllare il

da parte degli atti comunitari, dei diritti fondamentali dell’uomo garantiti

rispetto,

dalla Costituzione e soltanto con la sentenza del 22 ottobre del 1986 la Corte

costituzionale ha dichiarato di potersi astenere da tale controllo non sulla base di

considerazioni di carattere giuridico, ma basandosi sulla costatazione di fatto che la

tutela dei diritti dell’uomo è assicurata nell’ambito comunitario.

In Gran Bretagna non esiste una Costituzione formale, né esiste una distinzione

tra leggi costituzionali e altre leggi. In tale Stato solo il Parlamento può dare forza di

Prima lezione

legge ai trattati che sono conclusi dall’esecutivo. Pertanto il Parlamento inglese

nell’ottobre del 1972 ha emanato l’european community act con il quale stabiliva

che: sia i trattati che il diritto comunitario emanato o da emanare, viene riconosciuto

come legge vera e propria senza bisogno di atti di esecuzione, ogni altra norma

interna deve cedere il passo alla norma comunitaria e ogni questione relativa

all’interpretazione o all’applicazione del diritto comunitario, se non deferita alla

Corte di giustizia, sarà risolta secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia

stessa.

In alcuni Stati che sono entrati a far parte dell’Unione europea in un momento

successivo, si fa espresso riferimento all’Austria, alla Finlandia e alla Svezia,

l’adesione è stata subordinata agli esiti di un referendum popolare diretto a sanare e

prevenire ogni possibile contrasto con le rispettive norme costituzionali.

Ritornando ad esaminare il rapporto tra l’ordinamento italiano e le norme

comunitarie si può certamente dire che l’adattamento dell’ordinamento italiano a

quello comunitario ha presentato difficoltà maggiori rispetto agli atri Stati membri.

Il potere degli organismi comunitari di emanare, nelle materie ad essi trasferite

dallo Stato, atti giuridici immediatamente vincolanti per gli Stati membri si estende in

modo parallelo anche in materie che sul piano interno sono di competenza regionale,

per cui nasce il problema di individuare l’organo competente a dare attuazione alle

disposizioni comunitarie. Nelle materie di competenza regionale sarebbe logico

attribuire tale potere alle stesse Regioni, ma tale soluzione si scontra con il costante

indirizzo comunitario per cui soltanto lo Stato è responsabile di eventuali violazioni

del diritto comunitario, essendo del tutto indifferente la ripartizione interna dei poteri

e delle competenze.

Il problema che sorge è duplice perché se il potere di dare attuazione alle

norme comunitarie in materia di competenza regionale non fosse attribuito alle

Prima lezione

Regioni, queste vedrebbero limitate le loro competenze non solo dallo Stato, ma

anche dalla Comunità; se il potere di attuazione delle norme comunitarie fosse

attribuito alle Regioni, allora lo Stato sarebbe responsabile di eventuali violazioni

delle norme comunitarie senza aver alcuno strumento per evitare tale violazione.

La facoltà delle Regioni di dare attuazione agli atti normativi comunitari è stata

a lungo contrastata dal legislatore statale. con l’approvazione dell’art. 9, della

Una apertura del legislatore si è avuta

Legge 9 marzo 1989, n.86 (c.d. legge La Pergola). Tale norma attribuiva alle sole

Regioni a statuto speciale, la facoltà di dare attuazione alle raccomandazioni e alle

direttive comunitarie nelle materie di loro competenza esclusiva. Tale facoltà veniva

poi ampliata con la riformulazione dell’art. 9 della legge La Pergola che ampliava

anche alle Regioni a Statuto ordinario la facoltà di attuazione delle norme

comunitarie sia per materie di competenza esclusiva che per quelle concorrenti.

Si trattava di un apertura di rilievo non priva di limitazioni. Il terzo comma

dell’art. 9 prevedeva che lo Stato con legge poteva comunque indicare disposizioni di

principio non derogabili cui le leggi regionali dovevano conformarsi.

Il ruolo delle Regioni. La legge 4 febbraio 2005, n.11.

Il problema relativo all’attuazione del diritto comunitario nelle materie di

competenza regionale dopo la c.d. legge La Pergola ha avuto ulteriori sviluppi con la

ha modificato l’art. 117 della Costituzione.

legge Costituzionale n.3 del 2001 che Prima lezione

Il primo comma della legge 117 Cost. prevede una clausola generale di

compatibilità della legislazione nazionale e regionale con i vincoli derivanti

dall’ordinamento comunitario. Il 2 comma dell’art. 117 Cost., invece, attribuisce alla

potestà legislativa esclusiva dello Stato la disciplina dei rapporti con l’Unione

europea, mentre il 3 comma attribuisce alla potestà legislativa concorrente la

disciplina dei rapporti tra Regioni e Unione europea. La disposizione più innovativa è

però prevista al 5 comma della legge 117 Cost. il quale stabilisce che: “Le Regioni e

le Province autonome di Trento e di Bolzano, nelle materie di loro competenza,

partecipano alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi comunitari e

provvedono all'attuazione e all'esecuzione degli accordi internazionali e degli atti

dell'Unione europea, nel rispetto delle norme di procedura stabilite da legge dello

Stato, che disciplina le modalità di esercizio del potere sostitutivo in caso di

inadempienza”.

La norma istituzionalizza i tre modi che disciplinano la partecipazione delle

Regioni nella formazione e nell’attuazione della normativa comunitaria:

la partecipazione delle Regioni nell’iter procedurale che porta le istituzioni

all’adozione di determinati atti si realizza attraverso la presenza di

comunitarie

rappresentanti delle autonomie locali in vari organismi dell’Unione europea;

la partecipazione delle Regioni all’attuazione degli atti comunitari

nell’ordinamento interno (già regolata dalla Legge n.86/1989 e ora dalla legge

11/2005) ;

la previsione di una legge da parte dello Stato che disciplini la modalità di

esercizio della potestà legislativa di attuazione della normativa comunitaria.

In seguito alla riforma dell’art. 117 della Costituzione si è resa necessaria

l’emanazione della legge n.11/2005. Prima lezione

Tale legge, modificativa della legge La Pergola, prescrive che il Presidente del

Consiglio dei Ministri o il Ministro per le politiche comunitarie presentino al

Parlamento, entro il 31 gennaio di ogni anno, un disegno di legge (la c.d. legge

comunitaria) nel quale devono essere indicate le disposizioni necessarie per adeguare

l’ordinamento italiano al diritto comunitario, previa verifica dello stato di conformità

dell’ordinamento interno e degli indirizzi di politica del Governo. Nelle materie di

loro competenza tale verifica è operata dalle Regioni e dalle Provincie autonome e i

risultati di tali verifiche sono trasmesse al Presidente del Consiglio dei Ministri con la

formulazione di ogni opportuna osservazione.

Il periodico adeguamento del diritto interno al diritto comunitario è assicurato

dalla legge comunitaria nel seguente modo:

- contenendo direttamente norme modificative o abrogative di norme statali

vigenti che risultino in contrasto col diritto comunitario o che siano oggetto di

procedure di infrazione avviate dalla Commissione nei confronti dell’Italia,

legislativa al Governo per l’attuazione di atti comunitari

- per il tramite di delega

per l’istituzione di nuovi organi o strutture amministrative

per il tramite dell’autorizzazione al Governo ad attuare i via regolamentare

- amministrativa le direttive che vengono indicate in un elenco allegato al

disegno di legge comunitaria nelle materie di cui all’art. 117 della Cost.

L’intervento sostitutivo è disciplinato dall’art. 120 Cost. per il quale: “ Il

Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle

Province e dei Comuni nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali

o della normativa comunitaria[…]. La legge definisce le procedure atte a garantire

che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del

principio di leale collaborazione”.

La legge prevista dall’art. 120 Cost. è la Legge 131/2003 che all’art. 8 prevede che:

Prima lezione

il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro competente per

materia, anche su iniziativa delle Regioni o degli enti locali, assegna all'ente

interessato un congruo termine per adottare i provvedimenti dovuti o necessari;

decorso inutilmente tale termine, il Consiglio dei Ministri, sentito l'organo

interessato, su proposta del Ministro competente o del Presidente del Consiglio dei

ministri, adotta i provvedimenti necessari, anche normativi, ovvero nomina un

apposito commissario. Alla riunione del Consiglio dei Ministri partecipa il Presidente

della Giunta regionale della Regione interessata al provvedimento;

può consistere nell’emanazione di un atto normativo o

il provvedimento

regolamentare oppure nella nomina di un Commissario ad acta.

Il mercato interno e la libera circolazione delle merci, unione doganale e divieto

di restrizioni alle importazioni e esportazioni.

L’art. 14 del Trattato CE prevede espressamente che: “Il mercato interno

comporta uno spazio senza frontiere interne, nel quale è assicurata la libera

circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali secondo le

disposizioni del presente trattato. Il Consiglio, deliberando a maggioranza

qualificata su proposta della Commissione, definisce gli orientamenti e le condizioni

necessari per garantire un progresso equilibrato nell'insieme dei settori

considerati”.

La libera circolazione delle merci comporta che all’interno dell’Unione le merci di

origine comunitaria e quelle che si trovano in libera pratica in uno Stato membro in

quanto hanno già fatto ingresso in uno degli Stati membri e quindi possono circolare

liberamente all’interno del mercato, non devono incontrare alcuna barriera di natura

Prima lezione

tecnica o doganale all’atto dell’attraversamento delle frontiere interne tra gli Stati

membri.

Il Trattato CE, infatti, dispone che la Comunità è fondata sull’unione doganale la

quale si estende al complesso di merci e che comporta il divieto tra gli Stati membri

dei dazi doganali all’importazione e all’esportazione e di qualsiasi tassa di effetto

equivalente, oltre all’adozione di una tariffa doganale esterna nei loro rapporti con i

Paesi terzi.

L’abolizione dei dazi doganali è stata realizzata pienamente nel 1968. L’eliminazione

delle tasse equivalenti ai dazi doganali ha avuto una graduale adozione soprattutto

grazie al ruolo svolto dalla Corte di giustizia la quale, per il tramite della sua attività

di interpretazione, ha chiarito la portata delle norme comunitarie.

La Corte di giustizia, in un primo momento, ha individuato i caratteri tipici di una

tassa ad effetto equivalente negli elementi discriminatori e protezionistici insiti

nell’imposizione stessa. Nella sentenza del 14 dicembre 1962 la Corte ha precisato

che ai sensi degli art. 23 e 25 del Trattato CE la tassa ad effetto equivalente può

essere considerata, indipendentemente dalla sua denominazione, come un diritto

imposto unilateralmente sia all’atto dell’importazione, sia in un successivo momento

e che, colpendo specialmente una merce importata da un Paese membro ad esclusione

del corrispondente prodotto nazionale, produca il risultato di alterarne il prezzo e di

incidere così sulla libera circolazione delle merci alla stessa stregua di un dazio

doganale. Successivamente la Corte ha focalizzato la sua attenzione più su tutti gli

effetti causati dalle imposizioni vietate anche nel caso in cui l’onere non avesse in se

un carattere effettivamente discriminatorio. La Corte, infatti, ha specificato come un

onere pecuniario, sia pur minimo, imposto unilateralmente e che colpisce le merci

nazionali o estere in ragione del fatto che tali merci varcano la frontiera, se non è un

dazio doganale propriamente detto costituisce una tassa di effetto equivalente anche

Prima lezione

se non è riscosso a profitto della Stato, non abbia alcun effetto discriminatorio o

protezionistico e il prodotto colpito non sia in concorrenza con un prodotto nazionale.

La Corte, inoltre, ha anche affermato il principio in base al quale sfugge al

divieto di tassa di effetto equivalente l’imposizione che sia contropartita di un

servizio effettivamente reso, sempre che vi sia proporzionalità tra le prestazioni.

Secondo la Corte non sono tasse di effetto equivalente gli oneri pecuniari che

rientrino in un sistema generale di tributi interni che gravano tanto sui prodotti

nazionali, quanto su quelli importati in base ad uguali criteri, ma sempre che tali

tributi non siano destinati a finalità che giovino al prodotto nazionale che è stato

tassato. Il rapporto tra l’art. 90 del Trattato CE, che disciplina le disposizioni interne

discriminatorie o protezionistiche, e gli articoli 23 e seguenti del Trattato CE, relativi

all’eliminazione delle tasse di effetto equivalente, ha dato luogo ad una serie di

pronunce della Corte. L’art. 90 del Trattato CE dispone che “Nessuno Stato membro

applica direttamente o indirettamente ai prodotti degli altri Stati membri imposizioni

interne, di qualsivoglia natura, superiori a quelle applicate direttamente o

indirettamente ai prodotti nazionali similari.

Inoltre, nessuno Stato membro applica ai prodotti degli altri Stati membri

In realtà

imposizioni interne intese a proteggere indirettamente altre produzioni”.

l’applicazione di un tributo interno alle merci di provenienza comunitaria è oggetto di

un divieto soltanto nel caso in cui vi sia discriminazione tra i prodotti nazionali e

prodotti importati.

Con la sentenza del 31 maggio del 1979 la Corte di giustizia ha precisato la

distinzione tra tasse di effetto equivalente ed imposizioni che fanno parte di un

dell’art. 90 del Trattato CE affermando che

regime generale di tributi interni ai sensi

per rientrare in quest’ultima categoria e quindi non ricadere sotto le disposizioni che

vietano le tasse di effetto equivalente ai dazi doganali l’onere cui è soggetta la merce

importata deve colpire il prodotto nazionale e il prodotto importato con la stessa

Prima lezione

imposta, allo stesso stadio commerciale e il fatto generatore dell’imposta deve essere

identico per entrambi i prodotti.

Sempre in tema di libera circolazione delle merci il Trattato CE prevede

esplicitamente il divieto di qualsiasi misura restrittiva delle importazioni e

dell’esportazione fra gli Stati membri. L’articolo 28 stabilisce che sono vietate fra gli

Stati membri le restrizioni quantitative all'importazione nonché qualsiasi misura di

mentre l’art. 29 stabilisce che sono

effetto equivalente, vietate fra gli Stati membri le

restrizioni quantitative all'esportazione e qualsiasi misura di effetto equivalente.

Infine l’art. 30 prevede esplicitamente le deroghe ai divieti di cui agli art. 28 e 29 in

funzione di una serie di motivi ritenuti tassativi dalla Corte di giustizia in quanto

eccezioni al principio dell’abolizione di ogni ostacolo alla libera circolazione delle

merci all’interno del mercato unico. L’art. 30, infatti, stabilisce che: “Le disposizioni

degli articoli 28 e 29 lasciano impregiudicati i divieti o restrizioni all'importazione,

all'esportazione e al transito giustificati da motivi di moralità pubblica, di ordine

pubblico, di pubblica sicurezza, di tutela della salute e della vita delle persone e

degli animali o di preservazione dei vegetali, di protezione del patrimonio artistico,

storico o archeologico nazionale, o di tutela della proprietà industriale e

commerciale. Tuttavia, tali divieti o restrizioni non devono costituire un mezzo di

discriminazione arbitraria, né una restrizione dissimulata al commercio tra gli Stati

membri”.

La politica commerciale comune anche in luce del Trattato costituzionale

Con una decisione del 13 dicembre del 1995, adottata dal Parlamento europeo

e dal Consiglio, è stata istituita una procedura di informazione reciproca fra gli Stati

Prima lezione

membri sulle misure nazionali che derogano al principio della libera circolazione

delle merci. Lo scopo di tale decisione è quello di rendere trasparente il regime delle

eccezioni tra gli Stati membri in tutti i casi in cui non sia ancora intervenuta

un’armonizzazione della legislazione a livello comunitario. La procedura, entrata in

vigore nel gennaio del 1997, prevede l’obbligo per gli Stati membri di notificare alla

Commissione tutte le misure nazionali che impediscano la libera circolazione dei

e commercializzati in uno Stato membro, con l’obbligo

prodotti legalmente fabbricati

di fornire la relativa giustificazione.

Lo scopo perseguito dalla decisione è, quindi, quello di contribuire

all’eliminazione dei rimanenti ostacoli alla circolazione delle merci mediante la

valorizzazione del principio del mutuo riconoscimento delle regole nazionali che non

sono ancora oggetto di armonizzazione.

È stato, inoltre, emanato un regolamento del Consiglio diretto ad istaurare un

meccanismo di intervento in via di urgenza per la salvaguardia delle libertà degli

scambi intracomunitari. Questo regolamento permette alla Commissione di notificare

ad uno Stato membro, sul cui territorio si è accertata una violazione dei principi della

libera circolazione delle merci, una decisione con effetti giuridici obbligatori affinché

lo Stato assuma i provvedimenti necessari all’eliminazione degli ostacoli. La mancata

applicazione da parte dello Stato comporta un ricorso alla Corte di giustizia con la

relativa condanna al risarcimento del danno.

che adotta una Costituzione per l’Europa non sembra diretto a

Il Trattato

modificare le disposizioni che riguardano la libera circolazione delle merci. Tali

disposizioni sono sostanzialmente rimaste immutate nel titolo dedicato alle politiche

e alle azioni interne.

Quanto all’unione doganale c’è da dire che anch’essa rappresenta una forma di

cooperazione tra gli Stati in base alla quale gli Stati che partecipano all’unione


PAGINE

166

PESO

1,007.54 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti sulle lezioni di Diritto dell'Unione Europea per l'esame del professor Tosato. Gli argomenti trattati sono i seguenti: le organizzazioni internazionali nate nel dopoguerra (OECE, NATO, UEO, CED, Consiglio d’Europa, CED, CECA, CEE, Euratom), i principi di sussidiarietà e proporzionalità, il Libro Bianco Delors, il Trattato di Maastricht, il Comitato economico e sociale previsto dai Trattati CE e Euratom, gli organi giurisdizionali, la funzione giurisdizionale (considerazioni generali sulle competenze della Corte di Giustizia e del Tribunale di Primo grado).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeriadeltreste di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Unione Europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Tosato Gianluigi.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto dell'unione europea

Lezioni, Diritto dell' Unione europea
Appunto
Le Istituzioni politiche dell'Unione Europea
Appunto
Riassunto esame Diritto dell'UE, prof. Tosato, libro consigliato Diritto Comunitario delle Comunicazioni Elettroniche, Bassan
Appunto
Procedimenti decisionali dell'Unione
Appunto