Stilistica e metrica italiana (a.a. 2021/2022)
Prof. Arnaldo Soldani - 4 aprile 2022
Cosa distingue la prosa dalla poesia e viceversa?
Questa domanda può avere molte risposte:
- A seconda della tradizione letteraria di riferimento: in quelle a noi più vicine, sia occidentale che medio-orientale, la distinzione fra le due risulta netta sin dalle origini (es. Omero è un autore che scrive senza dubbio in versi e la Bibbia presenta senz'altro libri sia in prosa che in versi), mentre in altre (es. tradizione cinese e giapponese) la differenziazione non è chiara e ci sono ampi margini di sovrapposizione.
- A seconda dell’estetica di riferimento, cioè a seconda della teoria complessiva della letteratura di riferimento: per il teorico estetico del '900 Benedetto Croce la poesia consisteva in una disposizione conoscitiva ed espressiva del soggetto, che travalicava i confini di ciò che si riconosceva empiricamente come prosa e come poesia, per cui egli rintracciava la poesia anche nella prosa; inoltre, egli tratteggiava un confine tra ciò che era vera poesia e ciò che non lo era anche all’interno della stessa opera.
- Per noi la poesia ha caratteristiche formali ben riconoscibili, che permettono di distinguere il testo a primo ascolto (es. attraverso le rime) e a prima vista (es. attraverso la disposizione grafica).
Precisazione sulla disposizione grafica del testo poetico sulla pagina
Noi siamo abituati a vedere la sistemazione del testo poetico sulla pagina con i versi incolonnati, ma ciò è una conseguenza secondaria della differenza primaria tra poesia e prosa, differenza che si colloca sul piano linguistico e prosodico. Il testo poetico ha peculiarità primarie di carattere linguistico, che esistono di per sé, al di là della loro riproduzione scritta, e che sono percepibili anche quando una poesia non è scritta ma è soltanto orale (es. Omero, le prime canzoni di gesta francesi di ambito provenzale, la tradizione popolare, ecc.).
A un certo punto la tradizione occidentale ha iniziato a scrivere la poesia, inizialmente come la prosa, ovvero senza segnalare le sue caratteristiche formali peculiari, per cui i versi venivano scritti uno di seguito all’altro, restando pur sempre dei versi con caratteristiche metriche determinate dalla loro struttura linguistica, a prescindere dalla forma scritta che essi assumevano sul foglio; quindi, la loro struttura si percepiva poiché il loro finale era determinato dalla chiusura di una certa stringa sillabica o perché, di fronte a un autore di endecasillabi, sappiamo che dopo 11 sillabe il verso termina e inizia quello successivo con possibile enjambement.
Successivamente, la tradizione occidentale ha trovato degli espedienti grafici diversi per la riproduzione delle caratteristiche linguistiche dei versi, per cui, da una certa fase in poi, essi iniziarono a essere messi in colonna uno sotto l’altro: es. nell’autografo del Canzoniere petrarchesco, il codice Vaticano latino 31-95, in parte appunto autografo di Petrarca e in parte dovuto alla penna del suo segretario Malpaghini, i sonetti sono scritti in modo diverso dal pdv grafico rispetto ad altri sonetti petrarcheschi, per cui non cambiano le caratteristiche metriche ma gli espedienti per riprodurle.
I sistemi di riproduzione grafica delle caratteristiche linguistiche dei testi poetici costituiscono dei sistemi di codificazione secondaria, perché la primaria è di tipo linguistico (che sia orale, mentale, scritto, ecc.), e le caratteristiche sono insite nella lingua in cui il testo è composto.
Caratteristiche tecniche (di tipo linguistico)
I testi poetici sono anche testi verbali, scritti in lingua, comprensibili per chi è familiare a quella lingua. I segnali formali e distintivi della poesia sono di tipo linguistico e si sovrappongono alla normale struttura del testo. Il testo poetico è sovra strutturato dal pdv linguistico, ossia ha caratteristiche di un testo verbale e caratteristiche linguistiche che iperstrutturano il testo; queste non sono necessarie alla sua comprensione e funzione comunicativa, ma hanno una funzione di tipo ritmico. Il testo poetico, infatti, è sovrastrutturato ritmicamente: attraverso elementi linguistici, esso risponde a principi ritmici da cui sono esclusi i testi in prosa. La metrica è il sistema che organizza in modo più o meno vincolante le strutture ritmiche che definiscono i testi poetici in opposizione ai testi in prosa.
Ritmo
È un concetto difficile da spiegare ma facile da intuire. Empiricamente, il ritmo è il ritorno regolare di un certo elemento o di una certa sequenza di elementi, che determina il ripetersi di una certa misura nello spazio o un certo intervallo nel tempo (es. nel ritmo musicale il battito della mano ritorna regolarmente nel tempo, creando un intervallo più o meno regolare, attraverso cui noi percepiamo il ritorno di un certo elemento e la sua regolarità; quindi, elaboriamo la presenza di un ritmo).
Questo vale non solo nel tempo, ma anche nello spazio: es. attaccapanni o banchi in aula, colonne di un tempio, ecc. tutti disposti a distanza regolare nello spazio, per cui avvertiamo ed elaboriamo la presenza di un ritmo e di una certa misura nello spazio. Portico di Ottavia a Roma, Partenone ad Atene
Per cogliere il ritmo non è sufficiente la presenza di uno, due o tre elementi, ma devono esserne presenti molti: la serie degli elementi deve essere estesa e regolare nella sua disposizione. Nella loro ripetizione noi cogliamo un intervallo o periodo regolare fra di essi e, dopo averne avvertito il ritmo, ci aspettiamo che un ulteriore elemento ritorni dopo lo stesso intervallo nella stessa posizione e che dunque la serie ritmica continui.
Ritmo nella poesia italiana
Gli elementi ritmici della poesia, come per la musica, si collocano sul piano temporale e non spaziale. Il ritmo è dato:
- Da una successione di elementi linguistici uguali che si succedono a intervalli di tempo uguali (es. rima > sequenza di elementi fonici che si ripetono a intervalli uguali nel tempo).
- Da una successione di segmenti linguistici che noi percepiamo come equivalenti fra di loro sul piano della durata temporale (es. versi > hanno la stessa durata temporale).
In altre parole, il ritmo si sviluppa nel tempo o come ritorno periodico degli stessi elementi (1) o come uguale durata dei segmenti (2).
Non bisogna lasciarsi ingannare dall’illusione spaziale della poesia scritta: qui il ritmo temporale proprio della poesia viene tradotto in termini di lunghezza o di distanza sul piano spaziale della pagina; si tratta, però, solo di un espediente grafico per ricodificare nella pagina ciò che di per sé appartiene alla lingua parlata, la quale, in quanto codice primario, viene prima di quella scritta e si sviluppa nel tempo ma non nello spazio (es. dire che l’endecasillabo è più lungo del settenario significa dire che la sua durata temporale è maggiore; quando lo si scrive è certamente più lungo, ma questa è una conseguenza secondaria).
Metrica
La metrica è una chiave d’accesso privilegiata alla poesia e al senso di scrivere in versi anziché in prosa: essa è l’elemento che le differenzia in modo formale e misurabile.
La metrica è il sistema con cui ciascuna tradizione organizza il ritmo poetico e costituisce una scansione temporale del discorso linguistico; il suo senso è quello di scandire il tempo dell’emissione linguistica. "Metrica", infatti, deriva dal greco metro, “misura”: essa, quindi, misura il tempo dell’emissione linguistica in modo oggettivo, usando una griglia di elementi che ritornano periodicamente (es. versi, rime, ecc.).
Il poeta accetta consapevolmente di sottoporre i suoi testi a questa griglia di elementi e allo stesso modo il fruitore memorizza, ricorda e attende il loro ritorno periodico: non a caso Sant’Agostino nel De musica e nell’XI libro delle Confessioni afferma che la percezione del ritmo si fonda sulla memoria del passato e sull’attesa del futuro; da questo pdv, il ritmo costituisce una delle più chiare rappresentazioni della percezione del tempo da parte dell’uomo; egli, tramite il ritmo, percepisce lo scorrere del tempo e lo misura. In altre parole, la metrica è una forma simbolica della dimensione temporale in cui si inscrive ogni discorso linguistico; la poesia, quindi, ha dentro di sé un metronomo, mentre la prosa no.
Relazione fra metrica e lingua
La griglia ritmica che sovrastruttura il testo poetico è fatta di elementi linguistici interni al testo stesso, che non servono alla comunicazione ma che sono funzionali alla scansione ritmica: purtroppo solitamente si pensa alla metrica come a un qualcosa di diverso dal testo, come a una sorta di contenitore da riempire; in realtà, la metrica è una strutturazione ritmica del testo realizzata con elementi linguistici che non sono esterni ma che appartengono al testo stesso; non è quindi un vaso da riempire, ma è parte del contenuto del vaso ed è dentro al testo.
Quando abbiamo a che fare con un testo poetico, si può notare la sua doppia segmentazione, una data dalla sintassi e una data dalla metrica:
- La sintassi è l’elemento strutturante proprio di ogni testo verbale, il quale viene scandito in segmenti (es. frasi, periodi, ecc.) che si succedono l’uno all’altro nel tempo.
- Il ritmo è la segmentazione data dagli elementi metrici propria del testo poetico, il quale viene scandito in versi, strofe, ecc.
In qualche caso i due segmenti corrispondono (es. frase e verso coincidenti o periodo e strofa combacianti), in altri no (es. frase più lunga rispetto al verso o periodo più lungo rispetto alla strofa).
Concludendo, la metrica ha una intrinseca natura linguistica, cioè gli strumenti ritmici di cui si avvale sono tutti di tipo linguistico; perciò, ci saranno metriche con caratteristiche diverse perché differente è la lingua su cui si basano (es. metrica italiana e inglese), ma anche metriche con caratteristiche simili per quelle lingue con strutture linguistiche somiglianti (es. metrica francese, spagnola e italiana). Quindi, le metriche hanno le caratteristiche delle strutture naturali della lingua (bisogna fidarsi della propria competenza linguistica naturale!).
5 aprile 2022 (2)
Fenomeni prosodici pertinenti
Vi è una profonda connessione tra la metrica e la lingua, perché la metrica è fatta di lingua e gli strumenti attraverso cui organizza il ritmo sono di carattere linguistico; le caratteristiche di questi strumenti risentono delle caratteristiche proprie della lingua in cui quella poesia si esprime.
Il settore della lingua maggiormente toccato nelle strutture metriche è la prosodia, ossia un livello della lingua che appartiene al dominio della fonologia, che si occupa dei suoni della lingua che hanno a che fare con la struttura di quella lingua e che assumono funzione distintiva. La prosodia, dunque, si occupa dei fenomeni soprasegmentali della lingua, fenomeni cioè che vanno al di là del singolo fonema e che quindi interessano la catena fonologica al di là del singolo fonema (es. intonazione, sillaba, accento, quantità sillabica, ecc.).
Non tutti i fenomeni prosodici sono pertinenti in tutte le lingue, cioè non tutti assumono funzione distintiva diventando funzionali alla struttura della lingua stessa: ciascuna lingua, infatti, seleziona una serie di fenomeni prosodici che diventano funzionali per il suo sistema, con conseguenza diretta sulla tradizione metrica. Es: nelle metriche classiche, latina e greca, una delle caratteristiche prosodicamente più importanti è la quantità sillabica, per cui le sillabe si differenziano fra loro per la quantità (sillabe brevi e sillabe lunghe) e la lunghezza sillabica assume valore distintivo (es. vĕnit, “egli venne” vs venit, “egli viene”, lat. “e” breve > it. dittongo “ie”); la quantità sillabica, quindi, influisce anche sulla metrica classica. Nelle lingue romanze derivate dal latino, al contrario, si è perduta la percezione di queste quantità, la cui distinzione aveva perso il suo valore distintivo già da tempo.
Ricapitolando, i fenomeni prosodici fondamentali sono:
- Nelle lingue classiche: la sillaba e la quantità sillabica.
- Nelle lingue romanze: la sillaba e l’accento, su cui si basano il verso e la rima, che sono i fondamenti metrici che costituiscono le strofe, le quali sono gli elementi distintivi dei cosiddetti generi metrici (es. canzone, sonetto, ottava rima, ecc.).
Gli elementi caratteristici della nostra metrica sono tre e sono chiamati “formanti metrici”:
- Il verso
- La rima
- La strofa
Tra questi, quello che non può MAI mancare è il verso: una poesia può essere senza rime e senza strofe, come l’endecasillabo sciolto (es. “Infinito” di Leopardi), ma non senza versi: se manca la segmentazione in versi non è più poesia, ma prosa.
Verso: la misura sillabica
La misura dei versi o estensione è ciò che definisce la tipologia dei versi. Il verso si compone di due elementi prosodici:
- Le sillabe, che identificano la periodicità del verso in senso ritmico.
- Gli accenti.
Si tratta di fenomeni prosodici che i nativi avvertono nella catena delle parole. Ecco che si parla di versi sillabico-accentativi, costruiti tramite una sequenza sillabica e una sequenza di accenti.
Noi percepiamo la durata temporale di un segmento linguistico sulla base del numero delle sillabe che lo compongono (ciò vale tanto per la metrica quanto per la lingua d’uso).
Concetti chiave
- Isocronia sillabica: l’italiano è una lingua a isocronia sillabica, cioè nella percezione dei parlanti nativi le sillabe hanno tutte la medesima durata e occupano lo stesso intervallo di tempo nella percezione mentale (nonostante vi sia una distinzione tra effettiva durata fonetica e percezione fonologico-prosodica). Ecco che il nostro cervello, quando sente un enunciato verbale, neutralizza le durate fonetiche effettive delle sillabe e le riduce tutte a un’unica durata. Di conseguenza:
- Isosillabismo: è il principio per cui due segmenti o enunciati fonologici (come i versi) sono percepiti come uguali per durata quando hanno il medesimo numero di sillabe (ciò vale tanto per la metrica quanto per la lingua d’uso). Percepire la misura sillabica è un fatto intuitivo per i parlanti nativi ed è una competenza linguistica naturale (anche un bambino lo intuisce). Più difficile, invece, è far risalire la competenza percettiva al piano metalinguistico della coscienza (es. studio della grammatica).
- Computo sillabico: è il procedimento per imparare a contare le sillabe (anche questo è direttamente collegato alla competenza linguistica dei nativi).
Sillabazione naturale
CA-NERO-SA BAN-CO LA-VA GNA-LI BROMA-TI-TA
In tutte queste sillabe l’elemento comune è la vocale, che è il centro propulsore di ogni sillaba: è il nucleo sillabico attorno a cui si possono aggregare delle consonanti prima e/o dopo di essa.
Bisogna prestare attenzione a:
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Dittonghi: sono composti da due vocali, in cui soltanto una funge da nucleo sillabico, pronunciate con un’unica emissione di fiato. In italiano possono essere:
- Ascendenti, in cui vi è un’ascesa nella sonorità vocalica = semiconsonante atona u; i + vocale tonica con nucleo sillabico. UO-MO, PIE-DE, IE-RI, FUO-CO. Questi dittonghi nascono da una legge fonetica precisa che caratterizza il toscano, per cui si dittongano le vocali “e; o” brevi, toniche e in sillaba aperta (es. lat. homo > it. uomo)
- Discendenti, in cui vi è una discesa nella sonorità vocalica = due vocali vere e proprie, la prima tonica con nucleo sillabico e la seconda atona. AU-TO-RE, DAI-NO, EU-RO-PA, FAU-STO, PO-TREI, PO-TEA, AN-DREA
- Iato: sono due vocali vicine che fungono da nuclei sillabici distinti, pronunciate con due emissioni di fiato (dunque si hanno due sillabe, di cui la seconda tonica). PA-U-RA, TE-A-TRO, FA-I-NA, SO-A-VE, BE-A-TO, MA-E-STRA
Computo sillabico
La metrica si basa sulla sillabazione fonosintattica, ossia sulla sillabazione della catena parlata, per cui si deve considerare l’enunciato fonologico come una catena di sillabe. Quando parliamo, infatti, emettiamo enunciati fonologici in cui le sillabe delle singole parole si incatenano in una catena sillabica unitaria. I nostri enunciati fonologici sono catene ininterrotte di sillabe e quindi, quando sillabo un verso, lo faccio nella sua interezza e non parola per parola.
Nel mezzo del cammin di nostra vita (D) 1+2+1+2+1+2+2 = 11 (somma delle sillabe che compongono ciascuna parola)
di me medesmo meco mi vergogno (P) 1+1+3+2+1+3 = 11
l’aspetto sacro de la terra vostra (P) 3+2+1+1+2+2 = 11
Sillabazione di parola
Nella sillabazione di parola bisogna tenere presenti alcuni elementi:
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Dittonghi discendenti
- Si computano in modo diverso a seconda che cadano alla fine o all’interno del verso (questo comportamento si ha anche nei normali enunciati fonologici della lingua d’uso).
- Alla fine del verso risultano sempre bisillabici e quindi si scindono in due sillabe distinte. Primavera per me pur non è mai (P) Amor vien nel bel viso di costei (P) mi fa del mal passato tragger guai (P) tu mi stillasti con lo stillar suo (D)
- All’interno del verso risultano monosillabici e quindi compongono un’unica sillaba. Molto raramente sono bisillabici e, quindi, assai sporadicamente si attua la dieresi. ma dentro dove già mai non s’aggiorna (P)
- Dieresi (..) sulla seconda vocale. È il fenomeno che avviene quando un originario dittongo viene scisso in due nuclei sillabici distinti. È molto più comune con i dittonghi ascendenti presenti nei latinismi, ossia in quelle parole che derivano da lemmi latini in cui vi erano due vocali vicine che costituivano due nuclei sillabici distinti; esse in italiano sono entrate a far parte di un’unica sillaba (es. lat. vi/si/o/nem > it. vi/sio/ne). Ecco che in poesia è possibile recuperare la sillabazione originaria latina secondo necessità.
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