Diritto del lavoro
Cenni storici
Il rapporto di lavoro subordinato è il rapporto contrattuale che si instaura tra il lavoratore e il datore di lavoro e le sue conseguenze e i suoi effetti. Ci sono alcune peculiarità che staccano il rapporto di lavoro dal resto degli altri rapporti che si svolgono tra privati.
La parola lavoro è una parola astratta, poliforme, dai mille contenuti e rimandi. Se si vuole provare a sintetizzare, per lavoro si intende un’attività umana che modifica lo stato di cose essendo diretta a produrre un bene o un servizio. Quando si è lavorato, il mondo non è più come prima; quindi c’è una modifica del reale attraverso una produzione che può essere materiale o immateriale. Però è evidente che il lavoro è un tratto comune a quasi tutta l’umanità.
Il diritto del lavoro italiano, e in generale il diritto del lavoro europeo, è una cosa molto più ristretta. Il lavoro di cui parla il diritto del lavoro è qualcosa di più ristretto. È sicuramente lavoro, nel senso generale, il lavoro dell’operaio, dell’impiegato, ecc., ma anche l’imprenditore fa un lavoro. Il diritto del lavoro si occupa del lavoro subordinato e sono quindi esclusi dalla materia tutte quelle attività umane che non siano contraddistinte dal requisito dell’inserimento nell’attività altrui.
Questo crea diversi problemi perché lo statuto della materia è così limitato perché il diritto del lavoro ha all’origine l’esigenza di tutela di una parte contraente debole. È stato individuato nel lavoratore subordinato l’unico destinatario delle tutele. Questo perché il lavoratore subordinato è debole e, con un’operazione concettuale impropria rispetto agli scopi, cioè la tutela del soggetto debole, una volta individuata la debolezza nella situazione di subordinazione, tutto quello che non è subordinazione non fa parte del diritto del lavoro e dunque non è meritevole di tutela.
Il concetto fondamentale è questo: il diritto del lavoro è fondato su una fattispecie astratta che è il lavoratore subordinato, si tratta della fattispecie disegnata dall’art.2094 cc che inaugura il libro V dedicato al lavoro e che disegna una particolare fattispecie. In questa fattispecie si trova la definizione di lavoratore subordinato che è quel contraente che, dietro un corrispettivo che si chiama retribuzione, lavora collaborando nell’impresa alle dipendenze e sotto le direttive dell’altro contraente che gli dà le direttive su come si fa il lavoro e lo retribuisce creando così una situazione di dipendenza economica.
È da notare la collocazione nel codice civile della fattispecie contrattuale del lavoro subordinato: non si trova nel libro IV delle obbligazioni, là dove si trovano tutti gli altri contratti, ma nel libro V che è dedicato al lavoro e poi al diritto commerciale. L’operazione è significativa: si pensi all’architettura del codice civile che dietro anni di studio e nulla è lasciato al caso e il contratto di lavoro non è un contratto come gli altri. Da qui in poi si comincia a parlare di specialità del diritto del lavoro rispetto al diritto civile: il diritto del lavoro è un diritto secondo rispetto al diritto primo che è il diritto civile.
Il lavoro è la nozione portante del libro V; il contratto di lavoro subordinato si stacca da tutti gli altri e ha delle regole proprie: alla figura di lavoratore subordinato si associa una catena di effetti già nel codice civile che, a partire dall’emanazione della costituzione in poi, saranno molteplici e sempre più articolati e costituiscono il diritto del lavoro.
Il diritto del lavoro, con tutte le sue tutele, si applica esclusivamente al lavoro subordinato tanto è vero che, se si va a vedere, il codice civile sviluppa la nozione di lavoro autonomo e la sua regolamentazione negli articoli da 2222 a 2238 comprendendo il contratto d’opera e il contratto professionale. Quindi tutto quello che non è lavoro subordinato, pur essendo lavoro, pur avendo bisogno di tutela, non è parte della materia di studio. E questo genera problemi.
Ad esempio, i padroncini si sottopongono alla legge del distributore ma non sono dipendenti pur avendo il marchio del distributore sul furgone. Mettono a disposizione il loro mezzo, si fanno imprenditori di se stessi e si mettono al servizio di una catena di distribuzione che risparmia i costi grazie al fatto che di mezzo non c’è un rapporto di lavoro subordinato. Il padroncino decide di scommettere, di comprare un mezzo e di lavorare come lavoratore subordinato senza averne le caratteristiche perché stipula un contratto di trasporto.
Il padroncino sta lavorando (modifica il momento esistente fino a quel momento consegnando il pacco) e lo fa in una situazione di dipendenza economica ma non ha l’applicazione delle tutele di lavoro subordinato. Eppure è un soggetto che ha bisogno di tutela perché le spese di gasolio, assicurazione, ecc., confrontate con la fattura finale, lo mettono in una condizione di indigenza ma deve lavorare per pagare il mezzo e mangiare e non si può staccare dal contratto di trasporto.
Si crea così una situazione di dipendenza assoluta in cui il lavoratore autonomo di è volontariamente cacciato. Non rientrando nella fattispecie del 2094 non ha una serie di tutele di modo che, il giorno in cui non venisse pagato, non potrà invocare le tutele che il lavoratore subordinato ha.
Le ragioni che hanno portato il diritto del lavoro ad essere ciò che è stato sino alle soglie dell’oggi e che in parte continuano ad essere, sono importantissime: senza capire quelle non si comprende perché il diritto del lavoro è speciale e cosa ha di speciale.
Gli uomini hanno sempre lavorato solo che lavorano sotto contratto da circa 300 anni perché prima il lavoro era conferito al padrone, il rapporto era quello di servaggio. È il rapporto padrone-servo, è un rapporto non contrattuale, è un rapporto di fatto: io mi affido al padrone, quello che ha le terre, non ho nulla di mio, affido quindi al padrone la mia stessa vita in cambio della mia opera costante e indefessa dalla nascita alla morte.
Da bambino il padrone dei miei genitori mi tutela finché non sono pronto a lavorare e quando sarò vecchio il padrone si ricorderà di quanto ho fatto per lui, e i suoi figli si ricorderanno di quanto ho fatto, e potrò arrivare a una vecchiaia in cui avrò di che sostentarmi. Cosa manca in questa relazione rispetto alla nozione di lavoro che abbiamo noi? Manca la retribuzione, manca il compenso, non c’è: il lavoro non viene compensato.
Il tratto distintivo nel rapporto di lavoro è la retribuzione, il rapporto di lavoro si emancipa da quello di servaggio nel momento in cui si stabilisce il prezzo del compenso. Cosa consente questo passaggio? Lo consente una necessità storica che è determinata dalla nascita dell’industria. Nell’arco di un paio di secoli le capacità tecnico-scientifiche dell’essere umano fanno un salto (e siamo nel 1600-1700), la meccanizzazione consente di produrre meglio e più velocemente ma ha delle esigenze. Ma chi può permettersi questo? Chi ha i capitali da investire nelle fabbriche, nelle industrie, nei commerci organizzati?
Non è che prima non si lavorasse, non c’era solo il rapporto di servaggio ma c’erano anche gli artigiani che erano quelli che fornivano i prodotti alla loro comunità ristretta: c’era un’economia di corte, l’economia cortese, si produceva per la propria comunità; l’artigiano teneva accanto a sé dei lavoranti che avevano esclusivamente un rapporto fondato sull’apprendimento e sul sostentamento che ricavavano dall’artigiano.
Succede che chi ha i capitali, grazie alle possibilità offerte dal progresso scientifico, ha la possibilità di accentrare la produzione. A fronte di questo accentramento della produzione, l’artigiano decresce. Per lavorare su scala più ampia c’è bisogno di capitali e i capitali vengono forniti dalle banche. Chi ha accesso a questo ce la fa e diventa capitalista: il capitalismo è un sistema economico fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.
L’artigianato non tiene il passo ma l’artigiano è capace e il capitalista ha bisogno dell’artigiano. Comincia a prestargli i soldi per produrre e in cambio vuole le sue merci. Questo è un contratto di vendita ed è l’anticipazione di denaro in modo da produrre, a fronte della quale l’artigiano cede la sua produzione. È un modo per aggirare il divieto di usura.
I soldi non servono solo per produrre ma a anche per mangiare e a questo punto la relazione contrattuale mi avvinghia sempre di più a chi mi ha prestato i soldi e che ha i capitali per prestarmeli. Quest’ultimo, che ha rapporti con l’artigiano A, con l’artigiano B, ecc., acquisisce tutte le professioni e poi le commercia.
Si parla di un processo che si evolve nell’arco di secoli però, a questo punto, non basta più: io voglio controllare la produzione, ho talmente tanti mezzi economici che mi consentono di acquistare i macchinari, acquistare le produzioni e l’invenzione è l’accentramento, la fabbrica. Perciò artigiano A, B, C, ecc., venite da me in fabbrica. Questo significa la morte di quella classe che stava appena meglio dei contadini e passa direttamente dall’artigianato al proletariato industriale perché ha perso la propria capacità economica autonoma e riversa le proprie capacità professionali in favore di un altro che le utilizza in fabbrica.
Nelle fabbriche ci vanno poi i contadini perché una economia agricola sempre più in crisi, una classe proprietaria feudale che è sempre più in crisi non è in grado di mantenere le terre, si impoveriscono i contadini, non si riesce più a mantenere il rapporto di servaggio, non si riesce più a sostentare tutti i ruoli e quindi la gente va nelle fabbriche.
Nascono le fabbriche e nasce il capitalismo. Il capitalismo è sempre esistito perché è sempre esistito il rapporto di dominio fondato sulla proprietà; nasce il capitalismo industriale che è la forma unica di funzionamento dell’economia che è fondata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione: c’è chi ce li ha e chi non li ha e chi non li ha è il proletario, cioè colui che possiede solo la propria prole.
Questo è il presupposto economico-materiale però non si riesce ad andare avanti ad imporre solo la forza dell’economia se non c’è anche, alle spalle, una cultura e un’ideologia che supporti la forza del peso economico e che crei anche consenso.
Allora l’ideologia su cui si fonda il capitalismo che, evidentemente, crea distorsioni e sofferenze e, per parare il colpo delle evidenti sofferenze che genera questo tipo di struttura economica, c’è bisogno di un’ideologia e l’ideologia è il liberalismo: è sostanzialmente l’ideologia che vuole che l’uomo, astratto, sia libro da vincoli, libero di esprimere le proprie potenzialità al di fuori di leggi che non siano quelle dettate dalle capacità di ciascuno.
Quindi l’uomo che è capace di imporsi perché ha i mezzi per la propria felicità che coincide con la felicità di tutti (questo è l’inganno ideologico) deve poter agire senza avere vincoli che vengono posti dalla legge. Tanto è vero che un tratto costitutivo del liberalismo è il rapporto tra il cittadino e l’autorità: l’autorità deve limitarsi, deve astenersi, deve lasciar fare (laissez faire) e l’unica funzione buona dello Stato è quella della sicurezza interna e della sicurezza esterna cioè deve garantire la proprietà con misure di polizia dove sono necessarie, astenendosi dall’intervenire nei rapporti con i privati e deve garantire la sicurezza esterna, cioè dove c’è da fare la guerra si fa la guerra e basta. A questo pensi lo Stato. Uno Stato così ridotto non può ovviamente intervenire in nessun modo nei rapporti tra privati né può consentire che la massa di artigiani, di contadini inurbati, di quelli che sono andati in fabbrica rialzi la testa per dire “veramente ci sarei anch’io e vorrei un po’ di più, vorrei contrattare le mie condizioni”. Questo l’ideologia liberalistica non lo consente.
Lettura: la favola delle api di Bernarde Mandeville
Tra la fine del 600 e l’inizio del 700, Bernarde Mandeville scrive la “favola delle api” che racconta cosa pensa, da dove viene e quali sono le profonde ragioni dell’ideologia liberale e del futuro capitalista.
“Prendiamo un alveare prospero che vive nel lusso e nel comfort che grazie alle sue armi, alle sue leggi, alle sue scienze e alle sue industrie, è nel pieno del suo splendore, che ignora sia la tirannide che la democrazia ed è governato da un re il cui potere è limitato dalle leggi. In questa comunità di api, alcuni lavorano duramente, altri vivono nel lusso e nell’abbondanza senza mai arretrare davanti a quello che di solito viene definito vizio, menzogna, bassezza, ipocrisia e falsità. I secondi non lavorano e la loro attività consente nel depredare i primi”.
Sembra che lo scrittore censuri queste cose ma non è così. “In particolare, in questo alveare gli avvocati tirano le cause per le lunghe perché più trascinano le cause più si riempiono le tasche. I medici antepongono gli onorari alla salute dei loro pazienti, i militari disonesti, facili da assoldare, perdono le battaglie mentre i valorosi partiti in guerra muoiono. Gli imboscati fanno fortuna, re e ministri, incuranti del bene pubblico, saccheggiano le casse dello Stato.
I commercianti imbrogliano sul prezzo e derubano i clienti; la giustizia si lascia corrompere giudicando in funzione delle somme percepite, i magistrati risparmiano i potenti ma mettono sotto accusa i miserabili. Il lusso, che ad alcuni sembra tanto detestabile, fornisce lavoro ai più; stessa cosa con le c.d. passioni cattive, considerate indifendibili come l’orgoglio, l’invidia e la vanità che invece generano molte industrie utili alla prosperità della nazione. Il vizio alimenta l’ingegno e a beneficiarne sono i poveri perché ne va della loro occupazione, del salario, dei loro redditi, della loro vita e della loro sopravvivenza.
Ecco però cosa immagina Mandeville per giustificare questa situazione; questa situazione è ingiustificabile dal punto di vista morale ma Mandeville la giustifica e questa cosa è l’ideologia liberale. Ma ecco come Mandeville giustifica la situazione. Immagina una specie di colpo di stato della morale, che lui chiama bigotta. “Giove tuona e decide di fare piazza pulita, farla finita con il vizio e imporre la virtù; la popolazione maledice la politica, chiede morale, vuole probità e Giove ripulisce l’alveare di ogni disonestà.
Conseguenze: i prezzi crollano perché i venditori li fissano onestamente senza derubare i clienti; i tribunali si svuotano perché non ci sono più liti dal momento che i debitori pagano spontaneamente anziché tirarla per le lunghe. Gli ufficiali giudiziari passano il tempo a girare i pollici e non hanno lavoro. La delinquenza sparisce, le prigioni si svuotano, i fabbri che vivevano di questo commercio chiudono bottega, le guardie carcerarie sono a spasso, il carnefice non ha più nulla da fare, i medici fanno davvero il loro lavoro perciò il loro numero diminuisce. I preti, sempre meno utili, sono ridotti a vivere di carità, i ministri vivono nella frugalità, i parassiti si volatilizzano, e per pagare i loro debiti, dal momento che sono diventati onesti, i debitori svendono carrozze e cavalli. E l’economia deperisce e chi paga? I poveracci che non hanno più lavoro e l’alveare muore.
La favola ha un contenuto suggestivo ma tutto sommato ha un intento, coglie nel segno dal punto di vista ideologico, dà una giustificazione a quello che la morale comune, che è quella condivisa, che piaccia o non piaccia, è quella che ci governa ed è la morale cristiana. Il liberalismo è il braccio culturale del capitalismo industriale e comporta, così com’è rappresentato, l’inaccettabile dal punto di vista istintivo, istintivo perché è della morale; l’inaccettabile è che uno viva nel lusso e 100 sotto sputino sangue per tutta la vita e che la loro vita sia fatta solo di lavoro per arricchire quello là e i suoi figli mentre io proletario non posso che generare figli che continueranno ad essere come me nei secoli dei secoli. Questo è inaccettabile dal punto di vista della nostra morale, che è la morale cristiana.
Allora cosa vuol dire l’apologo, la favola delle api? Vuol dire, con una forzatura concettuale evidentissima, che la felicità di tutti, dell’alveare, dipende dalla ricchezza e non importa che la ricchezza sia distribuita a dir poco iniquamente perché la ricchezza delle nazioni (Adamo Smith) si fonda sulla ricchezza di pochi. I pochi che riescono a tirare avanti rendono ricca la nazione e, tutto sommato, è un pedaggio accettabile il fatto che la ricchezza della nazione (ma la nazione è un artificio concettuale che non c’entra perché la nazione siamo tutti noi: io sono di qua, sono ricco, dico che siamo nazione, la ricchezza...
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