Criminologia minorile: definizione e evoluzione
La criminologia minorile, rientrante nella categoria delle scienze umane, è una materia scientifica interdisciplinare che studia i comportamenti antisociali e criminosi dei minori sia allo scopo di conoscerne le cause e i fattori predisponenti, sia allo scopo di elaborare politiche e trattamenti rispettivamente rivolti alla prevenzione degli atti criminosi e al trattamento dei minori che di tali atti sono stati gli autori.
Definizione di criminologia minorile
Essa, andando ad analizzare più specificatamente tale definizione: è una scienza umana perché, al pari di tutte le altre scienze umane, ha ad oggetto lo studio di un comportamento umano e nello specifico lo studio dei comportamenti antisociali e criminosi posti in essere dai minori; è una materia scientifica perché nell’analizzare i comportamenti antisociali e criminosi posti in essere dai minori si avvale di metodi scientifici basati sulla raccolta di dati e prove empiriche e sulla successiva elaborazione di tesi ed argomentazioni teoriche; è interdisciplinare perché, pur essendo una disciplina autonoma, si avvale delle risultanze emergenti dalla altre scienze umane, quali la biologia, la genetica, l’antropologia, la filosofia, la psicologia, la sociologia, la medicina, la psichiatria, e la pedagogia, nonché delle nozioni e dei contributi di alcune materie giuridiche, quali il diritto penale e il diritto penitenziario.
Va sottolineato che l’interdisciplinarità della criminologia, che si configura dunque con un alto livello di integrazione con le altre discipline sopra citate, ha causato e tutt’ora causa svariate difficoltà derivanti dalla diversità di metodi, di fonti e di linguaggi delle diverse scienze che danno il loro contributo nello studio del crimine. Dato ciò, compito del criminologo è anche quello di creare le condizioni, in termini di ipotesi, finalità, obiettivi, strategie e azioni, affinché i processi di integrazione disciplinare non si esauriscano in un accostamento informativo o tecnico di contributi bensì siano espressione di una competenza metodologica che si ponga come finalità di connettere ed amalgamare tra loro il sapere delle varie scienze coinvolte superandone così i singoli limiti.
Ha lo scopo di individuare le cause e i fattori predisponenti dei comportamenti antisociali e criminosi, di sviluppare politiche preventive e di elaborare trattamenti per il recupero dei soggetti agenti, e tutto ciò tenendo sempre presente che si tratta di minori la cui tutela, in virtù dei principi sanciti dalla “Dichiarazione dei diritti del fanciullo” approvata il 20 novembre 1959 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e revisionata nel 1989 (“l’umanità ha il dovere di dare al fanciullo il meglio di se stessa”, “il fanciullo deve beneficiare di una speciale protezione e godere di possibilità e facilitazioni, in base alla legge e ad altri provvedimenti, in modo da essere in grado di crescere in modo sano e normale sul piano fisico, intellettuale morale, spirituale e sociale, in condizioni di libertà e di dignità”) deve sempre essere vista quale interesse primario.
Evoluzione della criminologia
Per quanto riguarda ora l’evoluzione della criminologia, va detto che fin dall’inizio dei tempi l’uomo ha mostrato un notevole interesse nei confronti del fenomeno criminologico generando molteplici e diversificate riflessioni sul crimine e sulle sue origini; nel corso dei secoli, infatti, sono stati molti gli scrittori e i filosofi a trattare l’argomento. Ad esempio, in ordine cronologico, Platone considerò il crimine come il sintomo di una malattia dell’anima, Aristotele pose l’accento sull’origine passionale – irrazionale del crimine, San Tommaso ai fattori criminogeni aggiunse la povertà e la miseria ed infine Calvino, Montesquieu, Rousseau, Bentham, Beccaria ed altri illuministi considerarono le manifestazioni di criminalità come fenomeni a sfondo sociale ed economico.
Nonostante il forte interesse che l’uomo ha chiaramente sempre mostrato nei confronti del fenomeno criminologico, per la nascita della criminologia come disciplina scientifica a sé stante si dovette aspettare il XIX secolo. Se infatti a partire dall’illuminismo il crimine era stato studiato nell’ambito delle neonate scienze, fu solo nel XIX secolo che esso divenne oggetto di un’autonoma scienza, appunto la criminologia, scienza questa che pur essendo del tutto indipendente dalle altre scienze umane, di tali scienze si avvaleva, e tutt’ora si avvale sistematicamente, per definire ed analizzare il fenomeno criminologico.
Dal XIX secolo ad oggi si sono poi sviluppati diversi indirizzi in relazione al crimine e al tipo di risposta sociale necessaria per prevenire e trattare la delinquenza; in particolare in ordine cronologico si svilupparono le seguenti scuole di pensiero:
- La Scuola Classica: imperniata sul concetto del libero arbitrio e ispirata ai principi dell’illuminismo, sostiene che l’uomo è libero nella scelta delle proprie azioni e quindi totalmente responsabile del male commesso; conseguentemente il reato è una violazione cosciente e volontaria della norma penale e la pena ha una funzione etico-retributiva, configurandosi solo ed esclusivamente come il corrispettivo necessario per il male compiuto senza prevedere alcuna finalità di risocializzazione.
- La Scuola Positiva: imperniata su una visione deterministica dei fenomeni, sostiene che il reato è una manifestazione necessitata derivante dalla struttura bio-psichica del soggetto e che la pena ha una funzione di difesa sociale, configurandosi dunque come una misura di sicurezza per fermare il soggetto pericoloso; legato a tale scuola è indubbiamente Cesare Lombroso.
- La Terza scuola o Scuola eclettica: fondata su una posizione mediana rispetto ai due precedenti indirizzi, sostiene che l’uomo è sì libero nella scelta delle proprie azioni, ma che esso è talvolta condizionato da altri fattori; più specificatamente l’uomo non è né tutta libertà né tutta necessità e conseguentemente il reato è il risultato di un processo di reciproci intrecci di fattori naturali – sociali e di sforzi di volontà responsabili; secondo tale scuola quindi la pena ha una funzione sia etico-retributiva, sia di difesa sociale.
- La Nuova difesa sociale: attualmente in auge, sostiene che il senso di responsabilità, inteso come presa di coscienza da parte di un individuo della propria personalità nella misura in cui questa si concretizza nella sua azione, non è pienamente avvertito dai delinquenti e che quindi funzione della pena è quella di rieducare il reo, di sviluppare in esso il concetto di una morale pubblica.
Gli approcci metodologici e il procedimento di ricerca della criminologia
Nel tentativo di spiegare il sorgere e le cause del crimine, la criminologia, essendo una scienza multidisciplinare, utilizza diversi approcci metodologici; in particolare abbiamo:
- L’indirizzo individualistico: ritiene che le cause primarie o esclusive della criminalità siano da ricercare in fattori endogeni sostenendo la predisposizione individuale alla delinquenza, cioè la probabilità dei soggetti segnati da certe caratteristiche psico-fisiche di pervenire al delitto ed incentrando lo studio della criminalità sulla personalità del singolo delinquente. Tale indirizzo ha determinato il sorgere di due approcci:
- L’approccio biologico: tale approccio, che è il più remoto, ricerca le cause degli atti criminosi in fattori endogeni fisici e genetici. Su di esso si sono basati numerosi studi tra cui:
- Gli studi del rapporto tra salute o infermità di mente e criminalità i quali hanno recentemente individuato come non trascurabile fattore criminogeno le cattive condizioni fisiche nella misura in cui contribuiscono ad alterare l’equilibrio psicologico del soggetto.
- Gli studi del rapporto tra determinate tipologie fisiche e criminalità secondo i quali i delinquenti presentano caratteristiche fisiche particolari che li fanno apparire diversi e distinguibili dagli altri esseri umani.
- Gli studi dei frenologi secondo i quali esiste una stretta correlazione tra la forma anomala del cranio, la struttura del cervello ed il comportamento antisociale.
- Gli studi di Cesare Lombroso il quale elaborò la nota teoria del delinquente nato, in base al quale i criminali sarebbero indotti al delitto, fatalmente e indipendentemente dalle condizioni ambientali, dalle loro malformazioni congenite esteriormente riconoscibile dalle stimmate degenerative anatomiche.
- Gli studi del Progetto Genoma volti, tra le altre cose, ad identificare e catalogare i singoli geni responsabili della trasmissione ereditaria dei caratteri.
- L’approccio psicologico – psicoanalitico: tale approccio, sviluppatosi tra la fine dell’ottocento ed i primi decenni del novecento, ricerca le cause degli atti criminosi in fattori endogeni psichici e personologici; esso dunque si basa sullo studio delle storie personali di vita e dei conflitti intrapsichici dei criminali e sull’analisi psicologica del profondo, mezzi questi utilizzati per elaborare criteri e modi di misurazione anche statistica degli aspetti della personalità del reo. Tale approccio, pur garantendo una maggiore comprensione del complesso fenomeno criminale, non è assolutamente in grado di fornire una coerente e convincente visione e spiegazione d’insieme.
- L’approccio sociologico: tale approccio ricerca le cause degli atti criminosi in fattori esogeni, cioè esterni all’individuo, e più specificatamente nella società; in esso dunque oggetto dell’analisi è il crimine e la criminalità e non il criminale ed il suo comportamento. Va detto che neanche questo è immune da vizi; il comportamento criminale non può, infatti, essere visto come la mera espressione di un fenomeno sociale.
- L’approccio multifattoriale: tale approccio, che caratterizza la più recente criminologia, ricerca le cause degli atti criminosi in più fattori endogeni ed esogeni, ritenendo che per spiegare il crimine non è sufficiente considerare solo il fattore biologico, o solo il fattore psicologico o solo il fattore sociale, ma è necessario tener conto di tutti tali fattori quali cause del comportamento deviante. Va sottolineato che le teorie multifattoriali pervengono alla conclusione mediatrice che tra predisposizione ed ambiente vi è un rapporto di proporzione inversa nel senso che tanto più forte è la predisposizione tanto meno necessari ed influenti sono i fattori criminogeni ambientali e quanto più sono i fattori criminogeni ambientali tanto meno necessari ed incidenti sono le predisposizioni individuali; in altre parole negli ambienti in cui c’è una alta frequenza alla criminalità si ha una propensione maggiore al delitto anche in assenza di fattori endogeni.
- L’approccio giuridico: tale approccio studia il fenomeno criminale attraverso la scienza del diritto; esso più specificatamente esamina il crimine da un punto di vista normativo, definendo giuridicamente i reati, prevedendo le sanzioni e le punizioni per chi li commette e tenendo altresì conto della personalità dell’autore dell’illecito penale e del rapporto tra questo e il reato commesso; in relazione a quest’ultimo punto, cioè al rapporto tra reato e autore, la storia del diritto penale oscilla tra:
- Un diritto penale del puro fatto, che si limita ad una esclusiva considerazione del fatto costituente reato evitando ogni indagine personologica per l’esigenza di punire la malvagità non dell’uomo, ma dell’azione.
- Un diritto penale dell’autore per il quale il reato non è che un sintomo della pericolosità sociale del soggetto o in altre parole espressione della sua propensione a delinquere.
- Un diritto penale misto del fatto e della personalità dell’autore, che pur restando ancorato al fatto come base imprescindibile di ogni conseguenza penale, tiene conto della altrettanto imprescindibile esigenza di valutare la personalità del reo però esclusivamente al fine di determinare il tipo e la quantità della pena.
Sull’approccio biologico va detto che esso non è assolutamente privo di vizi; come osservato da una autorevole dottrina infatti non è così semplice elaborare ricerche capaci di scindere l’incidenza dei fattori biologici da quella dei fattori familiari ed ambientali; non a caso tutte le ricerche volte a verificare l’ereditarietà del comportamento criminale, quale quella su 52 coppie di gemelli monozigoti separati poco tempo dopo la nascita o quella sui figli adottivi o ancora quella sull’albero genealogico dei criminali si sono rivelate tutti in qualche modo deficitarie e non idonee a fornire dati scientificamente apprezzabili.
(Questi tre approcci si definiscono unifattoriali perché individuano un solo fattore predisponente del comportamento criminoso.)
(Questo approccio si definisce multifattoriale perché individua una molteplicità di fattori predisponenti del comportamento criminoso.)
In definitiva, in base all’approccio giuridico, il criminologo prima ancora di spiegare come e perché un determinato soggetto si pone in conflitto ed in rottura con le norme, deve calarsi nella sua dimensione normativa individuale cercando di decifrare se la persona ritenuta responsabile delle proprie azioni sia in grado di porsi obiettivi e di prefigurare gli esiti delle azioni, nella condizione di riconoscere l’esistenza e la rilevanza delle norme che strutturano la convivenza sociale, capace di orizzontarsi nella complessità dei vincoli entro i quali si concreta l’azione.
Ora tutti questi diversi approcci metodologici trovano un punto comune nel procedimento di ricerca utilizzato, procedimento questo che è di tipo scientifico e che prevede 5 diverse fasi collegate tra loro; tali fasi sono:
- Scelta del problema e definizione delle ipotesi.
- Formulazione del disegno della ricerca.
- Raccolta dei dati attraverso indagini a campioni, statistiche di massa, interviste ecc.
- Codifica ed analisi dei risultati.
- Interpretazione dei risultati.
Accenno alla prevenzione e cause della criminalità minorile
Nella lotta contro la criminalità minorile fondamentale è la prevenzione; quest’ultima non deve essere interpretata in senso restrittivo, come avviene in molti paesi e soprattutto in Gran Bretagna, dove la prevenzione è vista solo ed esclusivamente come il complesso delle misure precauzionali previste contro gli eventi criminosi, ma deve essere intesa in senso più ampio e specificamente come quell’insieme di misure che non solo mirano a ridurre i fenomeni criminali dal punto di vista del loro oggettivo verificarsi, ma che tentano altresì di incidere positivamente sulle percezioni e sulle rappresentazioni dei cittadini circa il livello di sicurezza esistente; in sostanza nella prevenzione vanno fatti rientrare due generi di interventi:
- Gli interventi volti alla riduzione dei tassi di criminalità e quindi alla riduzione del numero degli eventi messi in atto in violazione alle norme penali.
- Gli interventi volti al miglioramento delle percezioni soggettive di sicurezza, interventi quest’ultimi che quando si presentano continuativi, coordinati o inseriti in un discorso politico e istituzionale più ampio, danno corpo alle cosiddette politiche di sicurezza sociale, cioè a quelle politiche che favoriscono la coesione economica e sociale, quali ad esempio le politiche che mirano alla stabilità economica e che limitano l’emarginazione sociale.
Ora nel corso del tempo sono state diverse le soluzioni preventive promosse dai sistemi istituzionali contro la criminalità minorile:
- Una prima soluzione è stata quella di introdurre delle norme tendenti all’attivazione responsabilizzante dei minori, promuovendo lo sviluppo di abilità e competenze socializzanti entro reti operative di controllo/monitoraggio.
- Una seconda soluzione, applicata su scala europea e sperimentata in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Francia, è stata quella di optare per una “adultizzazione” precoce della risposta penale, con una più rigida responsabilizzazione del minore e l’utilizzo di punizioni sempre più dure in relazione alla problematicità dei casi prevedendo la forma detentiva solo per i casi particolarmente difficili e per i casi di recidiva.
- Una terza soluzione detta sperimentale, proposta parallelamente e non in alternativa alle altre due, è stata quella di proporre politiche preventive formulate ad hoc solo dopo aver studiato e analizzato scientificamente il fenomeno criminologico perché solo conoscendone dettagliatamente la natura e i fattori scatenanti non si corre il rischio di adottare forme preventive o inutilmente troppo generiche o dannosamente troppo specifiche, con l’inevitabile crescita di effetti collaterali perversi.
Per cercare di attivare questa terza soluzione, negli ultimi decenni sono stati realizzati una serie di studi e ricerche scientifiche sul fenomeno criminoso e sulla devianza al solo scopo di individuarne le cause e conseguentemente le misure preventive; tali studi e ricerche hanno evidenziato che la devianza non è solo un fenomeno/problema polidimensionale, ma presenta una natura psicosociale complessa, circolare e processuale; in altri termini si è affermato che i fattori di rischio della criminalità non hanno carattere né di linearità, né di unidirezionalità, ma sono interattivi e agiscono tra loro attraverso forme di reciprocità circolari che si modificano non solo in relazione ai diversi contesti di azione e ai sistemi di appartenenza, ma anche in relazione al tempo.
In tal senso interessanti sono: il modello di interazione reciproca triadica, che esprime la complessità del fenomeno criminologico prendendo in considerazione le interazioni tra diversi fattori.
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