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L'età arcaica

Le origini e l'età regia

Per quanto riguarda la nascita di Roma, proprio sul piano di una strutturazione urbana, si deve immaginare nell'area laziale un processo di aggregazione che ha condotto insediamenti dispersi e villaggi a coagularsi, ad accentrarsi e a gravitare su di un centro politico e religioso, dal quale poi è sorta e si è sviluppata la città-stato.

La Gens e l'organizzazione politica in Roma arcaica è possibile ricostruire la storia di Roma nell'età arcaica come quella di una comunità in una fase prestatale, dominata dalle gentes aristocratiche, che detenessero un forte potere e capacità di controllo nel quadro istituzionale e sociale. Questi gruppi gentilizi, che si riconoscevano in antenati e riti comuni, avevano il nucleo del proprio potere nella proprietà della terra ed esercitavano il controllo sulle attività economiche (agricoltura e pastorizia) che si svolgevano sulla terra stessa; per questo avevano alle loro dipendenze individui di stato sociale inferiore, che prendevano il nome di clientes (la loro condizione di dipendenza, quindi, si chiamava clientela).

I re di Roma

Secondo la tradizione, Roma fu fondata nel 753 a.C. da Romolo, il quale viene considerato il primo re di Roma. Per prima cosa egli fortificò il Palatino, come ci informa Livio, e con questa fortificazione nacque il pomerio, il limite sacro all'interno del quale, tra le altre cose, non poteva adunarsi l'esercito.

Sempre secondo la tradizione, seconda preoccupazione di Romolo fu la ricostruzione di un corpo civico, dal momento che il contingente con cui era partito da Alba per colonizzare il sito di Roma era stato decimato dalla contesa con il fratello Remo. Egli prima attirò ogni sorta di sbandati offrendo essi asilo e diritto di cittadinanza, quindi rapì le donne sabine e infine stipulò una pace con i Sabini stessi, accogliendoli nella città.

Raggiunto questo scopo, Romolo procedette a un'organizzazione dei cittadini con l'istituzione di tre tribù, Ramnes, Tities e Luceres. Ciascuna di queste tribù era divisa in 10 curie, 30 in totale, che riunite in assemblea erano probabilmente chiamate alla scelta del re. Le tribù e le curie avevano anche una funzione di organizzazione della leva militare, dovendo ogni tribù fornire 1000 fanti e 100 cavalieri.

A Romolo, poi, si attribuisce anche l'istituzione del senato: i capi delle gentes patrizie, i patres, vennero quindi a formare una ristretta assemblea, il senato appunto, di fatto detentrice del potere decisionale; solo in seguito essa divenne il consilium, prima del re e poi dei magistrati superiori nei confronti dei quali i senatori svolgevano appunto una funzione consultiva.

Il problema rappresentato dal regime monarchico a Roma è piuttosto complicato: la tradizione infatti ricorda sette per un periodo di circa 250 anni, ed è proprio su questa inverosimile cronologia che si è andata esercitando la critica. Ad ogni modo, il periodo monarchico si divide in due epoche, una latina o sabina ed una etrusca, che differirono anche nel fondamentale aspetto della legittimazione del potere.

Alla salita al trono di Numa Pompilio (715 – 672), Tullo Ostilio (672 – 640) e Anco Marcio (640 – 616) segue un medesimo schema: il popolo riunito nei comizi curiati elegge un re su ispirazione e con il consenso del senato; quindi con un atto distinto gli conferisce l'imperium. Sin quando il re non era stato eletto, il senato designava suoi membri che tenessero a turno l'imperium cinque giorni ciascuno, ossia gli interreges.

Tra l'altro, a queste procedure di interregno si ricorreva ancora in età repubblicana, quando per qualsiasi motivo la città rimaneva priva dei suoi magistrati superiori. Ora, ai rappresentanti della monarchia latina o sabina la tradizione letteraria ha attribuito connotati guerrieri, o religiosi, o pacifici.

Per esempio, se l'iscrizione arcaica del Foro Romano, conosciuta come Lapis Niger, databile verso la fine del VI secolo, è una legge sacra come sembra, il re in essa menzionato dovrebbe essere un capo religioso. Le ipotesi però possono essere infinite.

I re etruschi Tarquinio Prisco (616 – 578), Servio Tullio (578 – 534) invece si rivolgevano direttamente al popolo per ottenere l'investitura. Tarquinio il Superbo (534 – 509) poi, è rappresentato con i caratteri tipici greci della tirannide: egli, infatti, sale al potere in maniera illegale, con la violenza, e solo con questa governa. Inoltre, la tensione della monarchia con il patriziato si accentuò con questo sovrano dal quale derivò l'ostilità romana verso l'istituto monarchico.

La cacciata del re e l'instaurazione di un nuovo regime repubblicano, datato al 509 a.C., significarono dunque una vittoria dell'aristocrazia gentilizia, e bisogna perciò tener conto di questa premessa per la storia interna di Roma nel V secolo.

Lazio ed Etruria

La vicenda storica di Roma nei secoli VII e VI deve essere considerata nel contesto laziale e dell'Etruria meridionale. La comunità romana apparteneva al gruppo etnico dei Latini, e il Tevere la divideva dagli Etruschi.

Questi ultimi erano da tempo in rapporti commerciali con il mondo greco: quindi, sia per il tramite etrusco sia per contatti diretti con la Magna Grecia, l'ethnos latino e romano risentì a sua volta della superiore cultura greca. Tuttavia malgrado la presenza di elementi greci ed etruschi e la penetrazione di vocaboli di entrambe le lingue nel lessico latino, Roma rimase sempre città latina, e non vi fu mai alcun bilinguismo.

Una notevole mobilità sociale, soprattutto in relazione al mondo etrusco, deve aver caratterizzato la vita della comunità romana nel VI secolo; e questa mobilità sociale assunse anche il carattere della scorreria di bande armate, guidate da capi risoluti, capaci di afferrare con la violenza il potere su comunità già urbanizzate ed instaurarvi domini personali. Per Roma il caso tipico è quello di Servio Tullio.

Ora, l'iscrizione della tavola di Lione riporta l'orazione tenuta in senato dall'imperatore Claudio nel 47 d.C. Per perorare la causa di coloro che volevano diventare senatori e che facevano parte dell'aristocrazia della Gallia Settentrionale, la cosiddetta Gallia Comata.

All'interno di questo discorso appunto, Claudio riporta una tradizione etrusca secondo la quale Servio Tullio, il cui nome etrusco sarebbe stato Mastarna, era stato sodale (suodalis fidelissimus) di un condottiero, Celio Vibenna. Servio lo seguì in tutte le sue avventure fino all'occupazione del Monte Celio. La conferma di questa tradizione è in un famoso fregio pittorico nella tomba Francois di Vulsci, risalente alla metà del IV secolo.

N.B. L'iscrizione del Lapis Satricanus fa riferimento ai suodales: essi costituiscono una realtà abbastanza comune nel Lazio del VI secolo, ossia quella dei condottieri, comandanti di bande armate che riescono a prendere il potere in qualche città (uno di questi proprio Servio Tullio).

Le riforme di Servio Tullio

A Servio Tullio la tradizione attribuisce una nuova organizzazione del corpus civicus romano basato sul cosiddetto census (= censimento). Si ha dunque l'introduzione di una ricognizione e divisione del popolo romano (il che significa i maschi adulti) che si basa su un ordinamento timocratico, ossia su un ordinamento nel quale i doveri (soprattutto militari) di un cittadino sono rapportati al possesso di un patrimonio.

Perciò si introduce per la prima volta a Roma anche un ordinamento militare di tipo oplitico, con il suo tipico armamento, la tecnica del combattimento e i suoi presupposti sociali ed economici. Al tempo stesso si crea una struttura che consente di coinvolgere i cittadini nella formazione della decisione politica: i comizi centuriati, assemblee formate sulla base del censo.

L'ordinamento timocratico, quindi, è basato sulla divisione del popolo in classi e centurie. Le fonti riguardo a questo argomento sono Livio, Dionigi di Alicarnasso e un celeberrimo passo del De Republica di Cicerone.

Livio rappresenta quella che sembrerebbe essere prima di tutto un'articolazione dell'esercito in base al censo:

  • I classe: coloro che avevano un censo dai 100.000 assi in su, secondo l'ordinamento timocratico, appartenevano alla I classe che era formata da 80 centurie in tutto, 40 di iuniores (maschi tra i 17 e i 45 anni; essi dovevano sostenere le guerre esterne) e 40 di seniores (maschi adulti dai 46 anni in su; dovevano essere pronti alla difesa della città dalle incursioni esterne). Livio ci descrive anche l'armamento: come armi di difesa dovevano avere l'elmo, lo scudo rotondo, schinieri e corazza, tutto in bronzo; come armi di offesa invece, avevano un giavellotto, la lancia lunga e la spada corta.
  • II classe: comprendeva gli individui con censo tra i 100.000 e i 75.000 assi e riuniva 20 centurie tra giovani e anziani. L'armamento era lo stesso della prima classe, tranne per il fatto che mancava la corazza e lo scudo rettangolare sostituiva quello rotondo.
  • III classe: censo tra i 75.000 e i 50.000 assi. Anche qui c'erano 20 centurie tra giovani e anziani, e all'armamento venivano sottratti gli schinieri.
  • IV classe: censo tra i 50.000 e i 25.000. Ancora una volta sono previste 20 centurie tra seniores e iuniores, e l'armamento consisteva nella lancia lunga e il giavellotto.
  • V: 30 centurie composte da individui il cui censo minimo era di 11.000 assi. L'armamento non è più quello degli opliti e prevedeva un equipaggiamento di fionde e pietre da lancio.

Il censo minore di questo ordinamento comprendeva tutta la restante moltitudine, con la quale fu creata una sola centuria, esente dal servizio militare. Infine si parla dell'istituzione di 18 centurie di cavalieri il cui censo minimo era lo stesso degli appartenenti alla I classe.

Esiste poi un'ulteriore distinzione: Gellio riporta qui un'orazione tenuta da Catone, nella quale si distingue fra classici ed infra classem. I classici erano soltanto quelli della prima classe, mentre gli infra classem quelli delle altre classi.

Sempre Livio ci informa in un altro passo sulla cerimonia sacra del lustrum, che rappresentava la conclusione del censimento (il quale avveniva ogni 5 anni) e ne ratificava la validità. Si trattava appunto di una cerimonia di purificazione dell'esercito che si svolgeva presso il Campo Marzio (l'esercito infatti non poteva entrare in armi nel Pomerio, il recinto sacro di Roma), ed essa era effettuata facendo camminare intorno all'esercito stesso tre animali sacri, un maiale, una pecora e un toro, per poi sacrificarli (rito del suove taurilia). È interessante poi notare come, nella chiusura di questo passo, Livio ricorra alla versione di Fabio Pittore per indicare che al tempo di Servio Tullio il censimento avrebbe contato 80.000 persone.

Note:

  • Le centurie al tempo di Servio Tullio erano 193 (175 di fanti + 18 di cavalieri), e la maggioranza dell'assemblea si creava quando si aveva la metà più uno delle centurie.
  • Il cittadino comune che partecipava all'assemblea all'interno della sua centuria poteva soltanto votare, non poteva prendere la parola e quindi intervenire materialmente.
  • A Roma si votava nei comizi, cioè nelle assemblee ma in maniera indiretta nel senso che si votava all'interno della centuria, la quale poi a sua volta esprimeva un voto.
  • Un fatto interessante è che c'era una sproporzione all'interno delle centurie fra la I classe e tutte le altre, per cui l'assemblea era fortemente sbilanciata verso i più ricchi. Un altro equilibrio importante era quello a sfavore dei giovani.
  • Noi sappiamo dall'antiquaria che all'età delle XII Tavole c'era una distinzione tra proletari (persone che non avevano una fissa dimora e qualcosa che fosse loro) e assidui (cioè coloro che avevano una proprietà fondiaria e come tali potevano essere censiti; in altre parole erano gli appartenenti alle altre classi).

A Servio Tullio la tradizione attribuisce anche la riforma delle tribù, per cui al posto delle cosiddette tribù genetiche, cioè basate su legami familiari, istituì le tribù territoriali, che erano invece legate al possesso di una proprietà all'interno di un determinato distretto territoriale. Quattro di queste tribù si sarebbero trovate all'interno della città e per questo erano designate come urbane, mentre le altre sarebbero state le cosiddette tribù rustiche. Come conseguenza di tale riforma ci fu l'introduzione di un nuovo tipo di assemblea basato sulle tribù, i comizi tributi.

N.B. Le assemblee:

  • Comitia curiata: erano formate in base al genus, cioè i rapporti di parentela.
  • Comitia centuriata: erano formate in base al censo e all'età.
  • Comitia tributa: erano formate in base alle divisioni del territorio e quindi alla collocazione geografica.

Il comitium era il luogo dove si svolgevano i comitia, che invece erano le assemblee stesse.

La Roma dei Tarquini

Certamente la fase monarchica etrusca rappresentò per Roma un notevole avanzamento in ogni senso. Ciò è stato sottolineato da Giorgio Pasquali in un saggio intitolato “La grande Roma dei Tarquini”, che tra l'altro ha rappresentato un momento epocale nello svolgimento della ricerca moderna sulla Roma del VI secolo, nell'età della monarchia etrusca dei Tarquinii.

Per il Pasquali dunque, la Roma di questo periodo si presentava come una città ampia e ricca, con una spiccata influenza da parte greca nelle manifestazioni artistiche e culturali e nella stessa struttura politica di fondo, con una situazione economica ancora legata all'agricoltura ma dedita anche ad attività mercantili, grazie ai traffici connessi con il Tevere.

A questa fase sarebbe seguita dunque, all'inizio del V secolo, una generale decadenza, inevitabile conseguenza proprio della caduta monarchica.

Ora, la presenza dell'elemento etrusco a Roma era comunque decisamente minoritaria, malgrado il dominio esercitato appunto dai re etruschi. L'accoglimento della datazione di Polibio del primo trattato romano-cartaginese al primo anno della repubblica, 509 a.C., induce a ritenere che Cartagine considerasse Roma come una delle città etrusche con le quali aveva stipulato trattati.

Fra le implicazioni politiche di questo trattato c'era il riconoscimento da parte di Cartagine di un controllo romano sulla costa tirrenica della foce del Tevere a Terracina. Da parte sua, invece, Roma non poteva navigare a una certa distanza da Cartagine se non in situazioni di emergenza. Tra l'altro per affermazione esplicita dello stesso Polibio, gli stessi termini ricorrevano anche nel secondo trattato, normalmente datato a circa 150 anni dopo (359 a.C.).

Roma e i Latini

La comunità romana apparteneva al gruppo etnico latino, il quale si estendeva nella zona sinistra del corso finale del Tevere fin oltre i Colli Albani nella piana che giunge al Circeo. Alba Longa è tradizionalmente rappresentata come la metropoli dei Latini assieme a un altro notevolissimo centro, Lavinio.

Che nella prima metà del VI secolo agli inizi della fase dei re etruschi, Roma abbia cercato di acquistare una qualche preminenza nell'ambito laziale è possibile, e con Tarquinio il Superbo si sarebbe avuta la massima espansione romana nel Lazio.

Nel 499 o 496 la vittoria ottenuta contro i Latini nella battaglia al Lago Regillo ebbe come conseguenza la stipulazione nel 493 di un accordo tra Roma e Latini, il cosiddetto Foedus Cassianum. L'alleanza era resa necessaria dalla comune volontà di resistere alla penetrazione di popolazioni montanare appenniniche, Volsci ed Equi. Il foedus stabiliva su base di parità i rapporti tra i due contraenti.

  • Escludeva reciproche aggressioni e aiuti a nemici da una delle due parti.
  • Prevedeva mutui appoggi militari e la divisione in parti uguali del bottino.

Durante tutto il V secolo, quindi, continuò la guerra di Roma e dei Latini contro queste popolazioni per riacquistare il controllo nell'area laziale.

Dalla monarchia alla repubblica

Secondo la tradizione, alla caduta del re Tarquinio il Superbo sarebbe subito succeduto un regime collegiale di due magistrati inizialmente chiamati praetores, poi consules. I primi consoli sarebbero dunque stati Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino, i quali avrebbero cacciato il re Tarquinio il Superbo da Roma per poi instaurarvi una repubblica.

Ora, rispetto al re, i consoli avevano la collegialità e la temporaneità: infatti, si trattava di una carica annuale e i colleghi detenevano il potere a turno, un mese ciascuno. Dei consoli ci parla Livio, il quale tra l'altro aveva ben presente la continuità sostanziale tra monarchia e repubblica per quanto riguardava l'imperium, termine che indicava il comando militare ma anche un indistinto potere sugli affari pubblici della città. Tuttavia non è affatto da escludere che all'inizio la collegialità sia stata diseguale e che i consoli non siano stati i più antichi magistrati supremi della repubblica.

Abbiamo infatti notizie di un praetor maximus, come anche in praetores maiores e minores e quindi posti a un grado inferiore. Si è quindi supposto che solo in un tempo successivo l'eguaglianza collegiale sia stata proiettata all'indietro, fino alle origini della repubblica.

Problemi suscita anche la carica di dictator, che era nominato dal console in circostanze civili e militari particolari, in casi di seria emergenza per la sicurezza di Roma. Questa figura aveva un imperium superiore a quello dei due consoli e inoltre non poteva durare in carica più di sei mesi. La tradizione romana era incerta su anno e nome del primo dittatore anche se comunque sono attestati dittatori sin dai primissimi anni della repubblica.

Nell'anno 451 a.C., i patrizi acconsentirono alla richiesta reiterata dei tribuni della plebe di avere un codice scritto di leggi. Venne dunque eletto a tale scopo un collegio...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gabriorzi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Lo Cascio Elio.
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