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Lezioni: Appunti d Linguistica generale

Appunti di Glottologia e Linguistica generale per l’esame della professoressa Pozza. Gli argomenti trattati sono i seguenti: le lingue che sono sistemi di segni, basati su segni vocali o gestuali, la forma dell'espressione, l'arbitrarietà semantica, la fonetica, il tratto vocale.

Esame di Glottologia e linguistica generale docente Prof. M. Pozza

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sintattici ( i nomi sono preceduti da un articolo, ma i verbi no… ).

Ovviamente non tutte le lingue rispondono a questi precisi criteri: un esempio può essere dato

dall’articolo, che non è presente in tutte le lingue.

La grammatica di ciascuna lingua rende obbligatoria l’espressione di determinate categorie

grammaticali: il numero per i nomi, genere e numero per gli articoli e gli aggettivi, persona numero,

tempo, aspetto, modo e diatesi per il verbo, persona, numero, caso e genere per i pronomi. Ogni

categoria è rappresentata da uno dei suoi valori.

Un lessema è quindi variabile quando può presentarsi in diverse forme flesse che esprimono diversi

valori delle categorie grammaticali obbligatoriamente espresse da quel lessema.

1. Numero : può essere singolare o plurale, ma in alcune lingue si ha anche un duale.

2. Caso : dà informazioni sulla funzione sintattica che un nome ricopre nella frase. I due

principali sistemi sono detti sistema nominativo-accusativo e sistema ergativo-assolutivo.

Nel primo sistema, i nomi che hanno la funzione di soggetto ricevono il valore di

nominativo, mentre quelli che svolgono la funzione di oggetto ricevono quello di accusativo.

Il caso assolutivo invece è assegnato al soggetto dei verbi intransitivi e il soggetto dei verbi

transitivi riceve quello di ergativo.

3. Genere : maschile e femminile. Ma la natura del referente non sempre è il criterio per

assegnare il genere. Ad esempio, per i nomi che indicano oggetti asessuati, il genere è

assegnato in base a caratteristiche fonologiche ( nomi maschili in –o, nomi femminili in –a ).

4. Persona

5. Tempo

Modelli di analisi morfologica

Un primo approccio all’analisi della struttura di una forma flessa consiste nel considerare la forma

come il risultato di una concatenazione di entità, ciascuna con un significante ben individuabile e

con un preciso significato

. “Can” animale domestico + “e” singolare.

Queste sono due unità di prima articolazione, dotate di significante e significato entrambe: sono due

morfemi. Una prima distinzione è quella tra morfemi grammaticali e lessicali: “can-“ è un morfema

lessicale, mentre “-e” è grammaticale, perché ha come significato il valore di categoria

grammaticale. Una categoria intermedia è quella dei morfemi derivazionali, come “-il-“ di canile.

Si dicono morfemi liberi quelli che possono costruire da soli una parola, e morfemi legati sono

quelli che si presentano solo all’interno di parole polimorfemiche. In italiano la maggior parte dei

morfemi sono legati. I morfemi lessicali legati sono detti radici, i morfemi grammaticali legati sono

invece affissi; in base alla posizione rispetto alla radice, gli affissi possono essere prefissi ( prima

della radici, suffissi quelli apposti dopo. Ma i morfemi grammaticali legati suffissati sono anche

detti desinenze.

Sono però nati alcuni problemi: esempio. Chiar-o

Chiar-a

Chiar-i

Chiar-e

I quattro diversi morfemi grammaticali, sono portatori di un significante ma di due significati:

quello del genere e del numero. Per far fronte a questa ambiguità, si è proposto di chiamare morfo

ogni elemento segmentabile all’interno di parola. Il morfo –o quindi, rappresenta due morfemi,

“maschile” e “singolare”. Questo tipo di morfi, che rappresentano contemporaneamente più di un

tratto morfosintattico, sono detti morfi cumulativi. Un’altra particolarità si ha di fronte al morfo

zero: esistono infatti dei morfi a significante zero, cioè privi di significante. Un esempio è dato

dalla lingua russa, dove al genitivo plurale di “kniga” abbiamo semplicemente “knig”.

Due allomorfi sono varianti di uno stesso morfema, così come due allofoni sono varianti di uno

stessa fonema. Nell’allomorfia si hanno diverse entità sul piano del significante che rappresentano

un’unica entità sul piano del significato.

Il modello appena spiegato è chiamato a entità e disposizioni, e condivide con il modello a entità

e processi l’idea che le forme flesse dei lessemi si costruiscano mettendo insieme dei morfemi.

Quest’ultimo nasce per spiegare i processi di allomorfia. L’idea principale di questo modello è che

ogni morfema sia rappresentato ad un livello profondo detto livello soggiacente, da un unico morfo:

questo allomorfo di base può poi subire delle trasformazioni che alterano la forma fonologica a

contatto con altre unità. Ogni verbo quindi, secondo il modello a entità e processi, ipotizza che ogni

verbo italiano sia costituito da un unico allomorfo di base, con radicale e vocale tematica;

successivamente, agisce un processo chiamato regola di cancellazione di vocale: una vocale non

accentata cade quando è seguita da confine di morfema e da un’altra vocale.

Esempio: ( dove il “+” indica il confine di morfema )

Ama ( morfo lessicale soggiacente) + o ( aggiunta morfo grammaticale di prima persona

singolare )

Ama + o ( disposizione risultante )

Am + o ( applicazione RCV )

Amo ( forma risultante )

Ama ( forma lessicale soggiacente ) + te ( aggiunt morfo seconda persona plurale )

Ama + te ( disposizione risultante)

Amate ( non si applica la RCV )

Realizzazione delle forme flesse

Ogni lessema ha tipicamente una base principale: per alcuni lessemi questa appare in tutto il

paradigma, ma per altri lessemi esistono anche altre basi. Dopo aver determinata la base si applica

qualche processo:

• Sottrazione: piuttosto rara è la riduzione della base attraverso la riduzione di materiale

segmentale. Ad esempio in francese la forma maschile di certi è aggettivi è formata per

sottrazione dell’ultima consonante della forma femminile.

• Aggiunta: l’aggiunta di un prefisso o di un suffisso è il caso più noto. Il plurale della

maggior parte dei plurali inglesi si formano per aggiunta di un suffisso –s.

• Raddoppiamento: il materiale che si aggiunge non è prespecificato e quindi uguale per tutti

i lessemi, ma viene ricavato per copia da materiale che costituisce la base. Può essere totale

o parziale. In warlpiri il plurale di “bambino” kurdu, è kurdukurdu. Il raddoppiamento

parziale invece crea affissi che sono tratti da parte del materiale che costituisce la base:

mordeo, I persona singolare del latino “mordere”, fa momordi alla prima persona del

perfetto.

• Sostituzione: sostituzione di materiale esistente. L’arabo ad esempio: da una base /ktb/, si

forma il verbo “scrivere” kataba, esempio appunto di sostituzione.

Il lessico

Il lessico viene definito come l’insieme dei lessemi di una lingua. Il vocabolario è l’insieme dei

vocaboli usati da un singolo parlante o, in un senso ancora più restrittivo, l’insieme dei vocaboli che

compaiono in un testo scritto o parlato. Il lessico è invece costituito dalla somma di questi insiemi,

cioè dall’insieme di tutti i vocabolari che formano la massa dei lessemi effettivamente esistenti e

attestati in una lingua. È ovvio che il lessico è molto più ampio di qualsiasi vocabolario: include

infatti anche un numero indefinibile di lessemi inesistenti ma possibili; così come è molto più

ampio di qualsiasi dizionario, cioè la rappresentazione del lessico di una lingua: questa

rappresentazione non può che essere parziale, in quanto si opera comunque una selezione ( ad

esempio, il dizionario non riporterà tutte le sigle esistenti, o circa i 300.000 termini della chimica o i

quasi due milioni di nomi di specie viventi ). In un dizionario, il lemma è l’unità lessicale registrata,

lemmario è l’insieme dei lemmi, e lemmatizzazione è l’operazione mediante la quali si registra una

parola come lemma. La lemmatizzazione non è un’operazione semplice, soprattutto a causa della

1

presenza di omonimi, cioè lessemi che hanno la stessa forma ma diverso significato, come Piano

2 3 4

“superficie piana”, Piano “progetto”, Piano “pianoforte”, Piano ( agg. ) “piatto”. Se l’identità è

solo grafica, sono detti omografi; se riguarda solo la pronuncia sono detti omofoni: i lessemi sia

omografi che omofoni sono detti omonimi, e omonimi assoluti se appartengono anche alla stessa

1 2 3

parte del discorso ( come nel caso di Piano, Piano, Piano, tutti e tre sostantivi ).

Un aspetto importante del vocabolario di qualunque parlante è che esso si arricchisce: infatti nuovi

lessemi vengono creati continuamente in una lingua: i parlanti di una lingua quindi, dispongono non

solo di conoscenze statiche sui lessemi della loro lingua, ma anche meccanismi che permettono loro

di produrre e comprendere lessemi sempre nuovi; sanno cioè valutare quali lessemi siano possibili

nella loro lingua. Esistono infatti delle regole di formazione dei lessemi, ipotizzate proprio sulla

base di questa capacità che i parlanti di una lingua possiedono.

• Composizione: due o più lessemi esistenti si uniscono per dar vita ad un nuovo lessema:

“cassaforte”, “altopiano”, “pesce spada”. Un procedimento analogo è quella della

composizione neoclassica, dove due o più elementi hanno significati della stessa natura di

quelli dei lessemi ma non condividono invece la caratteristica di poter fare parte di una

frase. CARDIO-, NEFRO- ad esempio possono entrare in composizione con –LOGIA o –

PATIA, ma non possono essere usati in costruzioni sintattiche ( * mi fa male un nefro ); sono

detti neoclassici perché hanno origine da lessemi di lingue classiche. Tra i composti e

sintagmi, si collocano i lessemi polirematici, cioè un’unità lessicale formata da più parole,

come ad esempio “sedia a rotelle”. La formazione delle polirematiche riguarda tutte le parti

del discorso: le classi più numerosi sono quelle dei nomi ( “Luna di miele” ) e dei verbi

( “vuotare il sacco, “piantare in asso”, a cui si aggiungono anche i verbi frasali, come

“mettere sotto”, “buttare giù”… ); ma esistono anche polirematiche aggettivali ( “ a buon

mercato” ), avverbiali ( “ a bruciapelo”, “alla bell’e meglio”), congiunzionali ( “ nella

misura in cui”, “a meno che” ), preposizionale ( “ a causa di”, “al di fuori di”). Le strutture

polirematiche non vanno confuse con le strutture sintagmatiche dei detti e proverbi. Il

criterio più importante per definire le polirematiche è quello semantico: mentre un sintagma

libero come “vuotare la bottiglia” ha un significato calcolabile, un polirematica come

“vuotare il sacco” ha un significato aggiuntivo non ricavabile dai significati delle parole che

la compongono.

• Derivazione: i lessemi possono formarsi anche per aggiunta di un suffisso a un lessema già

esistente. I tipi più diffusi di derivazione sono la suffissazione e la prefissazione: fior-aio,

libr-eria, post-ino, besti-ame; ma anche co-pilota, dis-onesto, a-morale, anti-sismico, de-

stabilizzare. La differenza principale tra i due tipi è che se la suffissazione può creare

lessemi appartenenti a diverse parti del discorso ( “bello” è aggettivo, ma “bellezza” è un

nome ), i prefissi non possono.

• Raddoppiamento

• Conversione: creare un nuovo lessema appartenente ad una certa parte del discorso a partire

da un lessema esistente appartenente a una parte del discorso diversa. “Arrivo”, e “sosta”, ad

esempio, derivano dai verbi “arrivare” e “sostare”, mentre verbi come “martellare”,

“cestinare” e “snellire” derivano dai rispettivi nomi o aggettivi.

• Parasintesi: combinando prefissazione e conversione si dà vita ai verbi parasintetici:

“abbellire”, “abbottonare”, “imburrare”.

• Retroformazione

• Riduzione

• Sottrazione

• Parole macedonia: i lessemi formati usando lessemi già esistenti.

I lessemi che una RFL ( Regola di Formazione dei Lessemi ) può creare sono detti uscita della

regola.

Le RFL sono soggette ad alcune restrizioni che possono essere di carattere generale o che

riguardano una singola RFL. Tra le condizioni di carattere generale abbiamo il blocco, che rende

conte del fatto che un lessema che sarebbe possibile formare secondo una RFL esistente, non viene

formato se nella lingua in questione esiste già una parola dello stesso significato. Un esempio viene

dall’inglese: il verbo STEAL, “rubare”, potrebbe benissimo formare il sostantivo STEAL-ER per

suffissazione, ma non lo fa perché nella lingua è già presente la parola THIEF., pur non essendoci

nulla di fonologicamente o semanticamente sbagliato nel lessema formato trami RFL.

L’ipotesi della base unica è una condizione generale di cui si è molto discusso: secondo questa

regola ogni RFL si applica a lessemi appartenenti ad una sola parte del discorso; si dice ad esempio

che -tore è un suffisso deverbale, -oso denominale, -ita deaggettivale.

Restrizioni più specifiche invece si riconducono ai diversi livelli di analisi linguistica:

1. Restrizioni fonologiche : contento/scontento, leale/sleale, fiducioso/sfiducioso, utile/*sutile,

onesto/*sonesto, il prefisso s- si aggiunge solitamente ad aggettivi per formare lessemi di

significato contrario; ma la causa dell’inesistenza di aggettivi come *sutile o *sonesto è di

natura fonologica: il prefisso s- si aggiunge solo a lessemi che iniziano per consonante.

2. Restrizioni morfologiche: riguardano la possibilità di combinazione dei diversi affissi.

3. Restrizioni sintattico-semantiche

Saussure individua due tipi di rapporti cui vanno soggette tutte le unità linguistiche:

1. Rapporti sintagmatici : riguardano la successione lineare degli elementi linguistici. Ogni

elemento del messaggio si colloca in una posizione che ne esclude altri e acquisisce valore

in relazione agli elementi che lo precedono e lo seguono. Sono perciò rapporti in praesentia,

riguardano due o più elementi presenti in un atto linguistico completo.

2. Rapporti paradigmatici : al di fuori del discorso poi, ogni unità ha rapporti associativi con

altre unità a essa collegabili tramite un’associazione mentale basata su un legame

morfologico o semantico. Sono rapporti in absentia, non si manifestano cioè nella

realizzazione linguistica, ma nella memoria e nella mente dei parlanti.

Rapporti paradigmatici

Ci sono tre tipi di relazioni semantiche: sinonimia, opposizione e gerarchia.

• Sinonimia: si instaura tra lessemi diversi che hanno però lo stesso significato, come

“cominciare” e “iniziare”. Ma più esattamente, la sinonimia si definisce in termini di

sostituibilità tra lessemi in un certo contesto; sono pochi però quelli che rispondono a questa

precisa caratteristica., e la cosiddetta sinonimia assoluta è molto rara.

• Opposizione: il significato di un lessema è l’opposto di un altro. Esistono diverse categorie.

Gli antonimi sono due lessemi che indicano gli estremi di una scala che prevede anche

gradi intermedi: buono/cattivo, forte/debole, giovane/vecchio… . Sono invece

complementari due lessemi che sono l’uno la negazione dell’altro senza terze possibilità o

gradi intermedi: vivo/morto, vero/falso, maschio/femmina. L’inversione invece si si instaura

tra lessemi che esprimono la stessa nozione ma da diverse prospettive: marito/moglie,

dare/ricevere, comprare/vendere, padre/madre, sopra/sotto, prima/dopo, su/giù. Ovviamente

esistono anche opposizioni non binarie, come le stagioni o i giorni della settimana.

• Gerarchia: l’iperonimo è un lessema di significato più generale, mentre gli iponimi sono

di significato più specifico; animale è iperonimo di gatto. La meronimia invece è la

relazione che intercorre tra un lessema che denota una parte e un lessema che denota tutto il

corrispondente. Braccio è meronimo di corpo.

La sintassi

Le parole si combinano tra loro in frasi seguendo i modi previsti dalla lingua, e non in sequenze

casuali o nel completo arbitrio del singolo parlante. Lo scopo della sintassi è innanzitutto quello di

rendere il più possibile esplicite le proprietà delle frasi che i parlanti di una lingua giudicano

accettabili, e di dar conto di cosa non funziona nelle frasi che i parlanti giudicano non accettabili.

Secondo scopo è poi quello di rendere manifeste il più possibile tutte le proprietà sintattiche di una

lingua, quelle cioè che fanno sì che un parlante si in grado di produrre e di comprendere non solo

frasi già usate in precedenza, ma anche sequenze nuove.

L’unità minima della sintassi è costituita dalla parola, definita come parola morfosintattica ( a

differenza della parola fonologica, intesa cioè come sequenza di sillabe organizzata intorno ad un

accento principale ). La linguistica ha due obiettivi principali: rendere manifesta la stabilità e la non

interrompibilità. Con stabilità interna si s’intende che se una parola è scomponibile in unità inferiori

( morfi ), chiaramente delimitabili e successive l’una all’altra, queste presentano un ordine rigido e

costante, dall’altra parte in una sequenza sintattica l’ordine delle parole può talvolta prevedere

margini di libertà; con non interrompibilità si intende il fatto che quando in una parola sono

identificabili più elementi, tra questi non è possibile inserire nuovo materiale linguistico: se la

parola cas + a non è interrompibile, lo stesso non si può dire di “la casa”, perché tra le due parole si

può inserire un qualcosa ( “mia” ad esempio ).

La frase invece è costituita da un certo numero di elementi nominali, organizzati attorno ad un

operatore, il predicato. Le possibilità offerte dalla lingua nel combinare parole in sequenza

grammaticalmente corrette sono infinite: per questo, il primo passo della sintassi è quello di fornire

una classificazione delle infinite frasi potenziali di una lingua, riconducendole ad un numero finito

di classi. Esistono infatti frasi principali, frasi dipendenti o subordinata, frasi coordinate. Ma anche

frasi verbali e frasi nominali.

Con polarità della frase si intende il suo essere positiva o negativa.

Si possono inoltre distinguere almeno tre diverse modalità della frase:

1. Interrogativa : possono essere totali ( o interrogative sì/no ) o parziali.

2. Dichiarative

3. Imperative

Sulla base della diatesi della frase è possibile avanzare un’ulteriore distinzione: si distingue infatti u

paradigma verbale attivo ed uno passivo ( ottenuto quest’ultimo tramite una perifrasi con l’ausiliare

essere ).

Le frasi non marcate ( indipendenti, verbali, dichiarative, positive, attive, non scisse e non

topicalizzate ) sono solo un piccolo sottoinsieme delle frasi effettivamente realizzabili, e sono

riconducibili ad un piccolo numero di strutture fondamentali: il predicato e i cosiddetti argomenti,

cioè quegli elementi che se soppressi, renderebbero la frase agrammaticale e inaccettabile. Si

possono fare le seguenti distinzioni:

• Frasi prive di argomenti, dette non argomentali. Si hanno in italiano per lo più con i verbi

metereologici, quelli che significano fenomeni atmosferici.

• Frasi che presentano un solo argomento, monoargomentali. Sono normalmente intransitive,

dotate cioè di un verbo che si costruisce senza complemento oggetto.

• Frasi con due argomenti, biargomentali. Il predicato è accompagnato da un soggetto e da

un argomento. “L’arbitro ha chiamato il guardalinee”.

• Frasi con tre argomenti, dette anche triargomentali. I tre argomenti sono rappresentati dal

soggetto, l’oggetto e un altro argomento che può ricoprire un ruolo tematico di oggetto

indiretto, di beneficiario oppure di locativo. “La nonna racconta una storia ai bambini”.

Per catalogare gli argomenti e gli aggiunti, cioè elementi che possono essere omessi senza


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere classiche
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gabriorzi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Glottologia e linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Pozza Marianna.

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