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Estratto del documento

Il caso italiano di sviluppo: periodizzazione

1815: Fine periodo napoleonico ed inizio Restaurazione

1848: Moti popolari e prima guerra d'indipendenza

1860-1861: Seconda guerra d'indipendenza e Unificazione

1861-1876: Governo della Destra storica: pareggio del bilancio, III guerra di indipendenza, liberismo, Roma capitale

1876-1900: Sinistra storica, trasformismo (1882), governi di coalizione, tentativo autoritario di fine secolo, intervento dello stato, protezionismo (1878 e 1887), 1890-1900 "anni più neri" della economia italiana

1900-1914: Età giolittiana: protezionismo, governo liberale, intervento dello stato, progressismo sociale

1915-1922: Guerra e dopoguerra: economia di guerra e riconversione, biennio rosso

1922-1943: Fascismo: dirigismo, autarchia, economia corporativa, IRI (1933)

1940-1950: Guerra e ricostruzione

1950-1960: Boom economico

1960-1969: Consolidamento e crisi

Le interpretazioni dello sviluppo italiano:

1) Protomodello liberista (G.Prato- G.Luzzato): Divisione

internazionale del lavoro e passaggio progressivo dall'agricoltura all'industria domestica alla manifattura, grazie all'inserimento nei grandi mercati internazionali. Rottura del modello con il protezionismo doganale

2) modello marxista (Antonio Gramsci, Emilio Sereni)

Unificazione politica imprime accelerazione allo sviluppo capitalistico con la creazione di un mercato interno. Ci sono però molti ritardi: residui feudali, il Risorgimento come riforma agraria mancata, contadini senza proprietà. Età della Sinistra storica: disparità Nord-Sud.

3) modello Romeo

Accumulazione agraria nel primo ventennio postunitario e rastrellamento anche di parte del surplus via fisco. Incanalamento di questi prelievi da parte dello Stato nella costruzione delle infrastrutture e in particolare delle ferrovie. Reimpiego e trasformazione del surplus agricolo (seta, vini) via banche nell'industria tessile. Negli anni '80 allargamento della base industriale (crisi agricola e

presenza dellostato).1, 2 e 3 sono modelli che esaltano la continuitàe il ruolo predominante dell’agricoltura.Contro il loro determinismo prende posizioneGerschenkron che sulla base dei dati individuabig spurtil nel 1896-1907 grazie all’opera deifattori sostitutivi: banche (positivo ruolo diquelle miste) e Stato (meno positivo per scelteprotezionistiche poco appropriate)

4) modello Bonelli-CafagnaModello gradualista, enfatizza il grado diapertura della economia italiana.

a. I fase: lunga accumulazione agraria a partiredal settecento legata soprattutto alladiffusione della lavorazione serica nel NordItaliab.

b. II fase: primi decenni ‘800 e ventennio post-unitario: questa espansione del setificioguidata dalle esportazioni assicura le risorseper acquistare macchine e tecnologiac.

c. III fase: anni ’80: accelerazioneindustrializzazione, grazie al capitale esteroe alla stabilizzazione del cambio

d. IV fase: fino alla I guerra mondiale: rimesseemigranti, turismo,

export seta finanzianobig spurt giolittiano.

Alcuni indicatori di lungo periodo della realtà italiana:

  1. L'evoluzione della popolazione italiana
Popolazi Natal Mortal Sal Speranza
18 25.756.061 00 18 29.278.0 36,9 29,9 +7 35,481 00
19 33.569.0 36,5 25,7 +10 42,801 00
19 37.437.0 27,3 22,2 +5 50,021 00
19 42.560.0 23,6 14,0 +9 60,036 00
19 47.159.0 20,5 12,7 +7 65,551 00
19 53.745.0 16,8 9,7 +7 72,0071 00
19 56.764.0 9,9 9,8 +0 76,891 00
20 57.728.0 9,4 9,7 -0,3 78,901 00
20 60.626.0 9,5 9,7 -0,2 79,811 00

Quali evidenze emergono dai dati?

  1. Una crescita non dirompente: la popolazione italiana è poco più che raddoppiata in 150 anni a causa di un movimento naturale non troppo sostenuto e della presenza di intensi flussi migratori, in particolare tra 1880 e prima guerra mondiale (oltre 12 milioni di espatri) a causa delle difficoltà dell'agricoltura e del ritardo del processo di industrializzazione
  2. Il ritardo

relativo con cui l'Italia imbocca la via della transizione demografica. I tassi di mortalità iniziano infatti a scendere in modo significativo solo a inizio novecento

3) La rapidità con cui l'Italia entra in un regime demografico diverso. Già nel 1991 la mortalità è in equilibrio con la natalità e la supererà negli anni successivi dando luogo a un saldo del movimento naturale della popolazione negativo

2) La struttura dell'occupazione

Occupati in Italia % della forza lavoro per settori
Agricoltura 59%
Industria 23%
Servizi 17%

L'evidenza dei dati mostra che l'Italia diviene a tutti gli effetti un paese industriale solo dopo la seconda guerra mondiale. Tuttavia ancora una volta va rilevato che la situazione italiana non era territorialmente omogenea.

Le differenze regionali nel processo d'industrializzazione (% di occupati nell'industria)

19 Italia

1911 ia 36 81

Piemonte-Valle 26, 23, 31, 25 50, 41

d'Aosta 4 6 7 ,6 3 ,5

Liguria 31, 33, 33,7 8 3

Lombardia 35, 42, 52,6 1 1

Basilicata 11, 11, 32,4 9 5

Calabria 14, 15, 28,3 0 9

Sicilia 22, 21, 31,1 4 0

Infatti già nel periodo tra le due guerre emerge una solida base industriale costituita dalle regioni del così detto triangolo industriale quello centrato su Milano, Torino e Genova

Nel secondo dopoguerra si assisterà poi alla fortissima crescita industriale anche di altre regioni, quelle della "terza Italia" (Veneto, Friuli, Emilia, Marche, Toscana, Umbria che nel 1981 hanno una quota di popolazione attiva nell'industria compresa tra il 42,7% dell'Emilia e il 47,9% del Veneto)

In questo processo il sud Italia, pur crescendo in maniera significativa, non riesce a colmare il divario. Nel 1981 la regione meridionale con il maggior numero di addetti nell'industria è la Sardegna con il 33,9%, quella con meno la Calabria (28,9%)

Il risultato

Complessivo italiano ricalca comunque quello del cammino dei paesi industrializzati con una discesa della popolazione attiva in agricoltura, superata negli anni '50 dagli addetti industriali, a loro volta superati a fine anni '70 da quelli dei servizi.

Si assiste inoltre tra 1911 e 1981 a una ridefinizione dei settori industriali con una perdita di importanza del tessile (dal 22,9% degli addetti manifatturieri nel 1911 all'8,2% del 1981) e dell'alimentare e una crescita fortissima della meccanica (dal 16,7% del 1911 al 40% del 1981), della metallurgia e della chimica con un percorso quindi abbastanza classico.

3) La crescita dei redditi

Il problema dei dati: dai vecchi dati Istat-Fuà alla nuova revisione iniziata dal centro studi della Banca d'Italia

Andamento del Pil e del Pil pro-capite (1861=100)

Pil Pil pro Crescita media annua capite del pil %

18 10 100

61 0

18 13 104 0,8 crescita più bassa

96 119 19 140 2,4 boom dell'età

13 8 giolittiana

19 27 174 2,2

119 31 187 1,638 519 35 196 1,051 919 71 365 5,8 massima crescita63 919 12 589 5,5 crescita fortissima73 4919 19 893 3,188 65

La crescita è indiscutibile perché tra Unità e fine anni '80 il Pil cresce di quasi 19 volte e quello pro capite di circa 8 volte.

Inoltre, se si considera l'apporto alla composizione del Pil, si rileva che già nel 1938 l'industria con il 30,3% ha superato l'agricoltura che è al 26,6%, un dato che indica la bassa produttività e la sottoccupazione del settore primario.

Anche se si considera la ripartizione territoriale del Pil pro capite, risalta il divario interno al paese. Fatto pari a 100, l'Italia nel suo complesso ha i numeri indici nel 1951 di 156 per il Nord-Ovest, 98 per il Nord-Est, Centro e 65 per il Sud. Nel 1983, rispettivamente, 123, 115 e 68.

La posizione dell'Italia nel contesto internazionale:

Pil pro capite a parità di potere d'acquisto (USA=100): 19 19 19 19 13 50 73 89 Gran 83 66 71

74BretagnaGermania 54 39 72 76Giappone 23 18 65 82Francia 56 46 73 76Italia 43 33 61 71Spagna 23 21 43 41Dalla tabella risulta chiaramente il processo dicatching up iniziato nel secondo dopoguerrada Germania, Francia, Italia e Giappone (che faregistrare la crescita più forte)Una premessa: l’Italia a inizio ‘800 è scivolataverso la periferia economica dell’Europa, ma inuna condizione del tutto particolaresoprattutto con riferimento alla partesettentrionale

  1. agricoltura intensiva in alcune areedella Bassa Padana
  2. forte ossatura urbana
  3. decadenza relativa della manifatturacittadina e ascesa della attività serica(allevamento del baco da seta, trattura,filatura con torcitoio idraulico)
  4. il commercio della seta diventa semprepiù importante: nel ‘700 l’Italia soddisfal’80% del consumo europeo di seta greggia
  5. forti legami commerciali con l’Europacontinentale
  6. legami scientifici e culturali con il
restod'Europa L'evoluzione dell'agricoltura Bisogna ricordare, ancora una volta, che la Penisola non è economicamente omogenea ma risulta molto articolata, a cominciare dall'agricoltura, esistono infatti diverse realtà agricole all'interno del paese.
  1. La pianura padana: fortemente irrigata, coltivata a cereali, foraggi e piante industriali e con una produttività elevata su livelli non distanti da quelli inglesi
  2. Le colline settentrionali: agricoltura specializzata (in particolare allevamento del baco da seta e viticoltura) e alta redditività (con il 21% della superficie forniscono il 42% della produzione lorda vendibile)
  3. Le colline e le pianure centro-meridionali: cereali e colture arboree, molto meno produttive di 1 e di 2
  4. Montagna: poco produttiva, condizioni difficili e progressivo abbandono
1, 2 e 3 si muovono all'interno di un quadro di equilibrio agricolo-prevalenza commerciale (Romani). Il concetto richiama la
Dettagli
A.A. 2018-2019
106 pagine
SSD Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher filippomagni1999 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Mocarelli Luca.