Letterature comparate
Parte generale (prof. Federico Bellini)
Che cos'è la letteratura comparata come scienza?
Ci sono due principali prospettive per rispondere alla domanda “che cos’è una scienza?”
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La prima prospettiva riguarda un piano d'analisi epistemologico, ovvero che cerca di rispondere alla domanda “quali sono le condizioni che fanno di una scienza un discorso scientifico?”. Da questo punto di vista ci sono due cose che definiscono una scienza:
- Il campo di ricerca, l’ambito di indagine, il pezzo di mondo che la scienza pretende di indagare;
- Gli strumenti, i concetti che utilizza per investigare quella parte di mondo.
Questo schema lo possiamo applicare anche alle letterature comparate. In questa prima prospettiva, qual è il campo di indagine della letteratura “Lacomparata”? Per spiegarlo, riportiamo una citazione di Gnisci: "letteratura comparata è una disciplina che concepisce e tratta la letteratura/le letterature come fenomeni culturali mondiali". La letteratura/le letterature è il campo di ricerca della letteratura comparata. Cosa si intende? Si indica un campo identificato dalla tensione tra due idee, due concetti differenti anche se tra loro collegati: il primo è la Letteratura (al singolare e con la L maiuscola), quel concetto che non è facilmente definibile ma che è l’ipotetico ombrello che dovrebbe includere e identificare tutte le pratiche letterarie dell’umanità di tutti i tempi e di tutta la storia. Gli studiosi di letteratura comparata hanno ben chiaro che la Letteratura (con la L maiuscola) non esiste e, tuttavia, esistono delle idee implicite di che cosa sia la letterarietà, che vanno costantemente messe in discussione.
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Possiamo, invece, cercare di rendere questo concetto più aperto, più completo mettendolo in tensione con le letterature. Che cosa sono le letterature? Ciascuna tradizione istituzionalizzata, ciascun canone di testi che diverse culture, soprattutto europee, hanno identificato come la propria tradizione, la propria letteratura (es. la letteratura inglese, la letteratura francese, la letteratura tedesca…). Anche questo si ritiene essere un concetto inadeguato, fuorviante perché la letteratura italiana, la letteratura francese, la letteratura inglese non esistono, in termini puri, assoluti, che non possono essere messi in discussione: esistono soltanto nella mente di quelli che, nell’Ottocento, scrivevano la storia nazionale della letteratura.
La letteratura dialettale rientra all’interno della letteratura italiana o no? I testi letterari scritti in latino fino all’Ottocento, se scritti da autori italiani, rientrano all’interno della letteratura italiana oppure no? La letteratura scritta in Italia da scrittori che provenivano da altre tradizioni e che scrivevano in altre lingue è letteratura italiana o meno? La risposta ogni volta è una scelta, è ogni volta calibrata: l’importante è che a monte di questa scelta ci sia la consapevolezza che nessuna scelta è definitiva. Si tratta di stabilire una lista di testi per un corso di letteratura, raccontare una delle tante possibili storie di un’evoluzione letteraria e culturale ma che nessuna è definitiva.
Allo stesso modo ci sono episodi della storia della letteratura italiana che non si possono capire senza contestualizzare, senza riferire questi episodi ad altri episodi precedenti che non appartengono alla letteratura italiana. Per esempio: non si può capire Manzoni senza conoscere Scott.
Avendo questi due concetti estremi, come due fuochi di un’ellisse, entrambi non assolutizzabili, entrambi definiscono delle pratiche critico-letterarie che entrano in crisi quando l’uno viene messo di fianco all’altro, lo spazio incluso nella tensione tra questi due fuochi è l’ambito di ricerca della letteratura comparata. La letteratura comparata si riferisce a questa doppia semantica del termine letteratura, cerca di essere consapevole dei limiti di entrambi questi concetti, anzi, li critica entrambi ma, allo stesso tempo, vi si riferisce per identificare il proprio territorio di indagine.
Gli strumenti con cui la letteratura comparata pretende di dire qualcosa di significativo circa questo pezzo di realtà:
- Per letteratura comparata si intende, di solito, una certa tendenza ora della ricerca letteraria che si occupa dello studio sistematico di sistemi sovranazionali. È fondamentale il contributo palpabile alla storia o al concetto di letteratura di certe classi e categorie che non sono meramente nazionali. Dico sovranazionale, meglio che internazionale, per sottolineare il fatto che il punto d’arrivo non è costituito dalle letterature nazionali, né dalle interrelazioni che esistettero fra esse” (Guillèn, L’uno e il molteplice).
Gli strumenti con cui avviene questa indagine devono essere classi e categorie non meramente nazionali e, quindi, già in partenza, sono trasversali alle varie storie, alle varie pratiche della letteratura. Quali sono gli strumenti trasversali?
- I generi: possiamo parlare di romanzo storico (es. Manzoni e Scott) e questo concetto, che noi possiamo costruire, nasce come già di suo applicabile a contesti diversi, è sovranazionale. Non legati alla tradizione letteraria di una sola lingua, di una sola cultura.
- I topoi o i temi;
- Il romanticismo è una categoria che, una volta ben definita, è applicabile trasversalmente a tutta una serie di storie letterarie.
Questo conclude il primo ramo della dicotomia su come si possa definire una disciplina (ambito epistemologico).
La seconda prospettiva
Il trattamento della disciplina, della scienza dal punto di vista istituzionale. In questo senso, la domanda non sarà più qual è il campo e quali sono gli strumenti di questa disciplina ma sarà, invece, qual è la storia di questa disciplina? Quand’è nata? Chi sono stati i suoi protagonisti? Quali sono state le domande a cui, nel corso della sua storia, ha cercato di dar risposta? Cercare di rispondere a queste domande diventa una cosa complicata, quindi, limitiamoci a dire quando viene istituzionalizzata la parola “letteratura comparata”? A fine Ottocento, all’interno dell’ambito positivista. Che cos’è il positivismo applicato alla critica letteraria e, in particolare, alla letteratura comparata? È la critica delle fonti. La letteratura comparata nasce, si istituzionalizza, quello che viene insegnato per cui i professori ottengono una cattedra di letteratura comparata è critica delle fonti, ovvero, la ricerca delle fonti dei testi all’interno di un paradigma metodologico che è veramente positivista, al limite quello che questi ricercatori sostenevano è che fonte A+ fonte B+ fonte C+ fonte D…=opera letteraria X. L’idea è quella che la determinazione esaustiva delle fonti corrisponderebbe ad una spiegazione esaustiva non tanto dell’opera ma del processo.
Questo paradigma, che è quello all’interno del quale nasce come istituzione la disciplina della letteratura comparata, è l’eredità contro la quale si è mossa tutta la storia successiva delle letterature comparate, mossa anche da vari critici come Benedetto Croce. Esiste una preistoria della letteratura comparata come disciplina in cui testi letterari diversi venivano comparati tra di loro. È importante capire che la storia dentro la quale ci collochiamo anche noi oggi è figlia di questa inscrizione della letteratura comparata all’interno del paradigma positivista. Ezio Raimondi in “Le metamorfosi della parola. Da Dante a Montale” dice:
“Il lettore è sempre un lettore di molti libri, e poiché vede tante facce insieme non è mai un dogmatico. Leggere dei libri vuol dire imparare a stabilire delle relazioni. La capacità di stabilire delle relazioni tra elementi diversi che prima non hanno vissuto un rapporto è una definizione elementare dell’intelletto. È anche l’invito a mettere un po’ di ordine in una complessità, in quello che all’inizio può sembrare disordine. Non si deve aver paura di quello che chiamiamo il caos, il disordine, la varietà, la contraddizione. All’ordine si arriva lentamente, a poco a poco. L’ordine è il movimento che viene fuori da un percorso di strade che all’inizio sembravano confuse. Bisogna aspettare, perché l’esperienza è fatta anche di attese e di tensioni”. La letteratura comparata, forse più di ogni altra disciplina, è veramente lo spazio in cui noi possiamo portare le nostre letture.
Storia comparata della letteratura (Gnisci)
Storia letteraria che ha come proprio oggetto di studio e di scrittura la rete delle interazioni tra diverse letterature. Nel caso della comparazione storico-letteraria, afferma Jauss, c’è bisogno di un tertium comparationis, cioè di un terzo elemento al di fuori di quelli che vengono confrontati tra loro, il quale agisca come orizzonte direttivo della comparazione. Ciò significa che la comparazione non è fine a se stessa, poiché non risiede nella mera giustapposizione di oggetti da comparare ma nella problematica che guida il confronto. La comparazione è, quindi, una norma teoretica, il terzo elemento stesso della comparazione, il quale non è deducibile dagli oggetti di confronto, bensì proprio dalla precomprensione e dall’interesse attuali dell’interprete. Alla storia letteraria, in special modo a quella comparatistica, lo studioso tedesco assegnava il compito e riconosceva allo stesso tempo la possibilità di rinnovare la prospettiva sociale della fruizione della letteratura.
Nel Settecento si scrivevano storie universali della letteratura che, insieme alle storie letterarie nazionali e ai primi studi comparativi delle lingue europee, stanno all’origine della storiografia letteraria comparata vera e propria. Per quest’ultima bisognerà attendere la seconda metà dell’Ottocento, quando in alcune università francesi venne istituito l’insegnamento di una disciplina che comparava tra loro le letterature europee antiche e moderne, poi denominata litterature comparee. Nacque, così, la progressiva identificazione tra letteratura comparata e storia comparata delle letterature europee, al punto che oggi è possibile rileggere la stessa storia della comparatistica letteraria europea come una successione pratica, critica e teoria della storia letteraria:
- Con pratica della storia letteraria intendiamo rifarci al fatto che la letteratura comparata nasce in forma storiografica;
- Con critica della storia letteraria alludiamo alla crisi della storia letteraria in quanto tale, sopravvenuta intorno alla metà del Novecento e, quindi, anche alla messa in discussione dei limiti di una storia comparata della letteratura;
- Con teoria della storia letteraria intendiamo un lavoro intellettuale che ha prodotto, a partire dagli anni settanta, un vero e proprio mutamento all’interno degli studi letterari e, quindi, anche della comparatistica internazionale, grazie al quale essa ha potuto dare un contributo determinante alla ricostituzione su nuove basi della storiografia letteraria.
I generi letterari
Che cos’è un genere letterario? Un insieme di caratteristiche, che è andato cristallizzandosi, che identifica un gruppo di opere letterarie e che va inserito all’interno di una storia. Di che tipo sono queste caratteristiche? Formali (compreso lo stile) e contenutistiche. Per identificare un genere letterario, di solito, abbiamo bisogno di caratteristiche sia contenutistiche che formali.
Un punto di riferimento è “La teoria della letteratura” di Wellek and Warren, un testo di teoria della critica letteraria, di stampo formalista. Questi autori dicono "a grouping of literary works based, theoretically, upon both outer form (specific meter or structure) and also upon inner form (attitude, tone, purpose - more crudely, subject and audience)". Questa definizione ricalca quanto abbiamo detto. Loro usano questa doppia terminologia: outer form and inner form. Vediamo se queste due categorie che utilizzano si sovrappongono a quelle usate da noi: la forma esteriore corrisponde al concetto di forma utilizzato da noi. La forma interiore (inner form) corrisponde al contenuto dell’opera? No perché include anche “audience”, oltre al contenuto: il lettore implicito dell’opera, quella figura di pubblico che è evocata dall’opera stessa. Quella per Wellek and Warren fa parte della definizione stessa di genere. Se ci pensiamo, non è del tutto una sciocchezza perché, insieme alla forma prosa (narrativa lunga e romanzo storico) e al contenuto, un plot basato o che in parte riporta episodi storici, abbiamo anche bisogno di dire a chi è rivolto quel testo. Chi erano i lettori di Scott, perché ha avuto successo quel tipo di forma? Che cosa voleva dire ai suoi lettori Scott? Che cosa voleva dire Manzoni?
Se cominciamo a pensare di inserire anche questa dimensione dell’audience, allora possiamo capire, andando avanti con il discorso dei due critici, come il “The literary kind is an institution - as Church, University, or State is an institution. It exists, not as an animal exists or even as a building, chapel, library, or capitol, but as an institution exists”. Dobbiamo stare attenti a non essenzializzare il concetto di genere letterario. Il genere letterario non è qualcosa che è lì nel testo ma è un concetto che si applica nei testi, è un ombrello al di sotto del quale facciamo convogliare vai testi. Il genere letterario non va pensato come una proprietà intrinseca dell’oggetto ma dobbiamo pensarlo come una istituzione. “Una serie di caratteristiche che sono andate cristallizzandosi”: questo processo di cristallizzazione di queste caratteristiche avviene all’interno di una soluzione che è costituita dalle dinamiche culturali in senso lato di un’epoca storica. Per cui, dobbiamo certamente identificare quanti più elementi è possibile nel testo, le caratteristiche contenutistiche e formali e l’intenzionalità dell’opera (l’audience) ma ben consapevoli che poi, in realtà, si tratta di una dimensione istituzionale, un concetto arbitrario, storico, costruito: non esistono generi assoluti. Il genere nasce già da una storia, già dentro una storia; non c’è un genere senza i testi che lo incarnano e il genere non è i testi che lo incarnano. Il genere è una categoria superiore, istituzionale, concettuale, imposta dal discorso critico, dal discorso letterario.
Ci sono due grandi modalità di pensare il genere (a noi interessa solo la seconda):
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Teoria classica dei generi: incarnata da Hegel in poi. È una teoria di carattere normativo. Immagiamo un concetto puro di lettertura all’interno della quale noi possiamo identificare la Letteratura con il principio della mimesis verbale e all’interno di questa distinguiamo le modalità in cui la mimesis si rivolge all’imitazione dell’io e chiamiamo questa “lirica”. Una seconda categoria la immaginiamo come modalità secondo la quale la mimesis rappresenta la terza persona, l’esteriorità e chiamiamo questa “epica”. Infine, ragioniamo sul modo in cui si può dare mimesis letteraria nel rapporto interindividuale io-tu e chiamiamo questo “teatro”. Questo è un modo di pensare il genere letterario classico e normativo ed è anche purista perché se facciamo discendere la realtà dai concetti, allora, non vorremmo che ci siano elementi della realtà che non vi rientrano all’interno.
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Teoria moderna dei generi: è descrittiva. Noi moderni vorremmo fare quello che diceva Raimondi: partire dal caos per arrivare all’ordine, non partire da un ipotetico ordine e arrivare al caos. Questa prospettiva è:
- In primis, più umile perché si basa sul principio di ipotesi e verifiche: si fanno delle ipotesi e vediamo se questa tipologia di genere può funzionare per spiegare la realtà che mi trovo davanti. Se funziona, bene, altrimenti ne cerco un’altra.
- Secondariamente, è necessariamente ibrida perché parte già dal presupposto che ci saranno dei casi di confine, dei casi limite.
La continuità della teoria moderna dei generi rispetto alla teoria classica sta nella necessità di dichiarare e di avere ben chiari quali sono i principi in base ai quali io attuo la mia categorizzazione, quali sono le caratteristiche che io prendo in considerazione per distinguere i vari generi. Ad esempio, il numero di pagine per me è rilevante oppure no? Il colore della copertina per me è rilevante oppure no?
Il fatto di essere all’interno di un paradigma moderno dei generi (ibrido, descrittivo) non ci preclude la necessità di dichiarare: in base a che cosa raggruppiamo la realtà sotto queste categorie? Nel momento in cui dico: “Troviamo un principio di categorizzazione”, questo mi impone di pensare che io non sto più parlando di un genere, ma sto parlando di un sistema di generi perché se io dico: “Metto dentro questa scatola le piante con i fiori bianchi, sto dicendo che metto fuori tutte quelle che non ce li hanno”. Quindi, si passa necessariamente dall’idea di un genere come unità.
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