Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Gli (kreiseln?) più intimamente le pareti del tumulo.

Una luce lontana lo prende per il gargarozzo.

Le smorfie piangono di collera per i tumulti.

Egli gracchia e lui; ed egli fa qualcosa di buono.

Egli colpisce il tavolo con il cucchiaio di legno.

Egli cade, si imputridisce -: fatto a pezzi nell’umida conca...

La madre luna vuole consumare tutto questo viso.

Capelli arricciati si intrecciano nel bosco.

Oh, simili occhi svuotano il più ampio dei cieli.

Nubi fluttuano spaventosamente ammassate...

(... tu torni tardi come il grido del flauto

dalle sinfonie al rimbombante basalto...)

J.R. Becher - Verfall

I nostri corpi si disgregano,

ci sotterrano scavando:

noi nelle notti ubriache

sotterrati dalle tempeste notturne e dal mare.

Il sangue caldo si secca,

l’ascesso si riduce.

Bocca orecchio occhi coperti

sonno sogno terra il vento.

(träger?) i vermi giallognoli

l’andatura (enggewundener?).

Insistono tempeste rotolanti.

Lungo cigli rosso sangue.

...”Sono un muro che si sbriciola,

colonne sul ciglio della strada che tace?

O albero della tristezza,

chino sul precipizio?”...

Dolce sapore della putrefazione,

che riempie spazio casa testa.

Fiori, piante svolazzanti.

Uccelli, che sgorgano canzoni.

G. Heym - Der Gott der Stadt

Su un blocco di case sta seduto largo.

I venti neri cingono la fronte.

Egli guarda pieno di ira, di rabbia dove lontano in solitudine

si confondono nella campagna le ultime case.

La rossa pancia di Baal splende a causa della sera,

le grandi città si inginocchiano intorno a lui.

L’immenso numero delle campane delle chiese

sale verso di lui ondeggiando dal mare delle torri nere.

La musica rimbomba come una danza di Coribanti

ed è la musica di milioni [di persone] che vanno per le strade.

Il fumo denso, le nuvole delle fabbriche

salgono verso di lui, come la nuvola dell’incenso si tinge d’azzurro.

Il tempo arde nelle sue sopracciglia

La scura sera viene stordita nella notte.

Le bufere sbattono nel vento, e come avvoltoi che

guardano dalla sua testa, che è irta di furia.

Egli tende nel buio il suo grosso pugno.

Lo scuote. Un mare di fuoco avvampa

per la strada. E il fumo crepita

e la divora finché tardi il mattino sorge.

G. Heym - Berlin VIII

Sul vasto crinale si staglia una ciminiera

in un giorno d'inverno, e regge il suo peso,

il cielo mentre si fa nero.

Come un gradino d'oro, l'orizzonte splende.

Più lontano alberi cui cadono foglie, e qualche casa,

recinti, capannoni, dove la Metropoli dilegua,

e un treno lungo che mugghia mentre va

sparendo sui binari ghiacciati.

Scuro, pietra su pietra, sorge un cimitero,

e i morti dalle fosse vi contemplano

il tramonto, che sa di vino buio.

Seduti contro la parete si tessono

cappelli di fuliggine sulle tempie ossute

e cantano una vecchia Marsigliese.

G. Grass - Sonntagsjäger (Gleisdreieck)

Vanno a sparare alle beccacce,

il contenuto

lo portano dentro sacchetti scoloriti,

dentro sacchetti, si capisce,

e lento s’unge di grasso.

Musone, così si chiama il cane,

ma non risponde a tal nome.

Perché ora la beccaccia,

beccata nel suo contenuto,

è pure lei musona e tutta unta?

Scolorita musona la beccaccia.

Musone il cane, che si chiama così

ma non risponde a tal nome...

Musone! gridano musoni.

Sono andati a sparare alle beccacce.

G. Grass - Kirschen (Gleisdreieck)

Quando l’amore sui trampoli

stuzzica i vialetti di ghiaia,

e fino agli alberi arriva,

vorrei tanto riconoscere anch’io

le ciliegie come ciliegie,

non più corto di braccia,

mediante scale cui sempre manca

qualche piolo, vivere di frutta

cascaticcia, frutta cotta.

Dolce e più dolce, quasi nera;

i merli fanno sogni così rossi...

Chi dà baci e a chi,

quando l’amore

sui trampoli fino agli alberi arriva?

G. Grass - Glück (Gleisdreieck)

Un autobus vuoto

precipita nella notte ormai priva di stelle.

Chissà, forse sta cantando l’autista

ed è felice nel farlo.

G. Grass - Der Dichter (Gleisdreieck)

Malvagio,

come malvagi sanno esserlo solo i caratteri Sütterlin,

si spaparazza su carta lineata.

Tutti i bambini stanno lì a leggerlo

e poi scappano via

e lo raccontano ai coniglietti

e i coniglietti muoiono, si estinguono...

Per chi dunque l’inchiostro, se non ci saranno più coniglietti?

G. Grass - Vom Hörensagen (Gleisdreieck)

Con il mio orecchio quest’oggi

ho sentito quattro volte i pompieri.

Stavo seduto al tavolo con il mio orecchio

e mi son detto:

Di nuovo i pompieri.

Avrei altresì potuto dire:

Lo sciupìo dei sacchetti di plastica.

Oppure:

Le scarpe necessitano di una riparatura.

Oppure:

Domani è sabato.

Invece ho detto:

Di nuovo i pompieri;

ma chi mi ha ben capito

sa

che io intendevo

lo sciupìo dei sacchetti,

le scarpe da portare a riparare,

e il sabato, il fine settimana.

G. Grass - Dekadenz (Ausgefragt)

Sebbene le uova fresche contengano aspirina,

i galli hanno mal di testa,

e scalciano tuttavia;

sono nervosi i pulcini che sgusciano in primavera.

G. Grass - Streit (Die Vorzüge der Windhühner)

Quattro uccelli litigarono.

Quando l’albero fu tutto spoglio,

venne Venere travestita da matita

e, in bella grafia,

appose la firma sull’Autunno,

cambiale in scadenza di turno.

G. Grass - Mein Jahrhundert

1938

I problemi con il nostro professore di storia sono cominciati quando tutti hanno visto in te-

levisione come a Berlino, all'inizio, il Muro fosse aperto, e tutti, pure la mia nonna, che vive

a Pankow, potevano tranquillamente passare a Ovest. Tuttavia, il professore Hösle doveva

agire in buona fede quando non ha parlato della caduta del Muro, bensì ha chiesto a tutti:

“Sapete cos’altro è successo in Germania il 9 novembre? Ad esempio esattamente cin-

quantuno anni fa? Poiché tutti sapevamo qualcosa, ma niente di concreto, ci spiegò la

Reichkristallnacht. È stato denominata così perché in tutto il Reich tedesco molte terrecot-

te che appartenevano giudei furono rotte, in particolare molti vasi di cristallo. Inoltre con

pezzi di selciato ruppero tutte le finestre dei negozi di ebrei. Quanto al resto, molti oggetti

di valore furono distrutti. Forse è stato un errore del signor Hösle non potersi contenere e

continuare per molte ore di storia a parlarci di ciò, e leggere in documenti di quante sina-

goghe erano state precisamente bruciate e di come novantuno ebrei siano stati semplice-

mente assassinati. Null’altro che storie tristi, mentre a Berlino, no, in tutta la Germania, ov-

viamente, la gioia era molto grande, perché finalmente tutti i tedeschi erano riuniti. Ma lui

non faceva altro che parlare di queste vecchie storie, e di come ci si era arrivati. Ed è vero

che ci ha abbastanza dato sui nervi con tutta ciò che è successo allora.

In ogni caso, la sua "ossessione per il passato" è stato criticata nella riunione degli alunni

dei genitori, da quasi tutti i presenti. Tra cui mio padre, a cui effettivamente piace parlare di

altri tempi, ad esempio di quando, prima della costruzione del Muro, era fuggito della zona

occupazione sovietica e venne qui, nella Schwaben, senza riuscire per molto tempo ad

adattarsi; ha detto più o meno così al signor Hösle: "Ovviamente, non ho nulla da obiettare

sul fatto che mia figlia conosca le barbarie che le SA hanno ovunque commesso, disgra-

ziatamente anche qui a Esslingen, ma, per favore, in un tempo che non sia precisamente

quando, come ora, c'è finalmente una ragione per rallegrarsi e tutto il mondo si congratula

con tedeschi... ".

Tuttavia, non si può negare che noi allievi ci siamo in un certo modo interessati a ciò che è

successo un tempo nella nostra città, ad esempio nell’orfanotrofio Israeliano di Wilhel-

mspflege. Tutti i bambini dovettero uscire dal cortile. Fecero un mucchio di tutti i libri di te-

sto, di preghiera, e anche i rotoli della Torà, e li bruciarono tutti. I bambini che, piangendo,

hanno dovuto assistere a tutto ciò, avevano timore di essere bruciati anche loro. Ma solo il

professor Fritz Samuel venne picchiato in palestra, anche con clave da ginnastica, fino a

perdere i sensi.

Grazie a Dio, A Esslingen ci sono state anche persone che hanno semplicemente provato

ad aiutare, ad esempio un taxista chel ha voluto portare alcuni orfani a Stuttgart. In ogni

caso, ciò che il signor Hösle ci ha raccontato era in qualche modo commovente.

A volte addirittura alcuni ragazzi della nostra classe hanno preso parte alle lezioni, anche i

Turchi, e ovviamente la mia amica Shirin, la cui famiglia viene dalla Persia.

E dinanzi all’unione dei genitori il nostro professore di storia, come ha riconosciuto mio

padre, si è difeso bene. Pare che abbia detto ai genitori: nessun bambino potrà compren-

dere bene la fine dell’epoca del Muro se non sa quando e dove è cominciata l’ingiustizia, e

cosa ha portato in definitiva alla separazione della Germania. Allora quasi tutti i padri han-

no mosso, apparentemente, la testa convenendo. Tuttavia, il signor Hösle ha dovuto prima

interrompere e successivamente abbandonare le sue lezioni sulla Reichkristallnacht. In

fondo, un peccato. Tuttavia, ne sappiamo un po' di più. Ad esempio, che ad Esslingen

quasi tutti sono rimasti a guardare senza dire nulla o hanno semplicemente sbirciato da

lontano ciò che accadeva all’orfanotrofio. Ecco perché, quando qualche settimana fa Yasir,

un compagno curdo, doveva essere rimandato in Turchia con i suoi genitori, abbiamo avu-

to l’idea di scrivere una lettera di protesta al sindaco. Tutti hanno firmato. Ma, per consiglio

del signor Hösle, non abbiamo scritto nulla nella lettera di ciò che è successo ai bambini

ebrei dell’orfanotrofio israelita di Wilhelmspflege. Ora speriamo tutti che Yasir possa resta-

re.

1961

Sebbene oggi a nessuno più importi o interessi, mi dico: a ben vedere, quell’epoca è stata

per te la migliore. Ti hanno cercato, ti hanno voluto. Per un anno hai vissuto nel rischio,

per la paura ti sei mangiato le unghie delle mani, ti sei esposto al pericolo, senza chiederti

due volte se nel farlo avresti perso il prossimo semestre. Io ero in quel periodo studente

all’Università Tecnica e mi interessavo della tecnica di riscaldamento a distanza quando,

dalla notte alla mattina, fu costruito il Muro da parte a parte.

Che grido che si alzo! Molti parteciparono a manifestazioni e protestarono davanti al Rei-

chstag o da altre parti, ma io no. Ancora ad agosto ero andato a prendere Elke, che stu-

diava pedagogia nell’altro lato. Fu abbastanza facile con un passaporto della Germania

occidentale che, nel suo caso, non aveva problemi riguardo a dati e foto. Ma già alla fine

del mese abbiamo dovuto falsificare i passaporti e lavorare in gruppo. Io ero l’agente di

contatto. Col mio passaporto federale rilasciato a Hildesheim, da dove vengo veramente,

riuscimmo fino all’inizio di settembre. A partire da allora si dovevano depositare i passapor-

ti all’uscita del settore orientale. Avremmo anche avuto la possibilità di falsificarlo, se qual-

cuno ci avesse fornito per tempo la tipica carta della Zona.

Ma nessuno ora vuole saperne a riguardo. E tanto meno i miei figli. Non mi ascoltano, op-

pure mi dicono “va bene, papà. Voi eravate molto meglio di noi, già lo sappiamo”. Bene,

forse più tardi ai miei nipoti, quando racconterò di come feci passare la loro nonna, che

stava dall’altra parte, e di come a lungo collaborai nella ”Agenzia di Viaggi”, come la chia-

mavamo per camuffarla. Avevamo specialisti che utilizzavano uova sode per falsificare i

timbri. Altri (schworen auf die Friemelei) con cerini appuntiti. Eravamo quasi tutti studenti,

decisamente di sinistra, ma c’erano anche membri di associazioni studentesche di destra

e gente che, come me, non si interessava di politica. Sì, c’erano le elezione a ovest e a

Berlino si tendeva per il candidato socialista, però io non ho messo la mia crocetta né su

Brandt e compagni, né sul vecchio Adenauer, perché tra noi non valevano ideologie o fan-

faronate. Solo i fatti contavano. Dovevamo fare copia e incolla, diciamo, di foto di passa-

porti, utilizzando anche passaporti stranieri, svedesi, olandesi. Oppure venivamo in pos-

sesso, attraverso contatti, di passaporti con foto e dati similari: colore dei capelli, colore

degli occhi, statura, età. E inoltre giornali, spiccioli, biglietti usati, la tipica porcheria che

qualunque, ad esempio, giovane ragazza danese, poteva avere in tasca. Era un lavoro

enorme. E tutto gratuitamente o a spese nostre.

Ma oggi, che nulla è gratis, non ti credono al dire che, da studente, non si faceva nulla per

quello. Certo, ci sono stati quelli che dopo, nella costruzione del tunnel, ci misero la mano.

Per questo il progetto della Bernauer Straße risultò abbastanza idiota. Un gruppetto di tre,

senza che noi lo sapessimo, chiese a una compagnia televisiva americana 30000 marchi

per lasciarli filmare nel tunnel. Per quattro mesi di fila abbiamo scavato. Sabbia della mar-

ca di Brandenburgo! Quel tubo era lungo più di cento metri. E quando abbiamo fatto se-

gretamente passare ad ovest una trentina di persone, tra cui nonne e bambini, pensai che

sarebbe stato un documentario per il prossimo. Ma no, presto passò in televisione, e se la

chiusa non fosse esplosa, il tunnel non sarebbe, nonostante la costosa installazione di

pompaggio poco prima inondato. Ma abbiamo continuato a lavorare da un’altra parte.

No, tra di noi non ci furono morti. Già lo sapevo. Queste storie fanno notizia. I giornali era-

no riempiti, quando qualcuno saltava dalla finestra del terzo piano di qualche edificio di

frontiera, e si schiantava sull’asfalto esattamente vicino al telo che i pompieri avevano te-

so. Oppure quando, un anno più tardi, Peter Fechter volle attraversare checkpoint Charlie,

gli spararono e nessuno volle aiutarlo; morì dissanguato. Noi non presentavamo cose del

genere, noi percorrevamo le strade sicure. E ciononostante potrei raccontare storie a cui

nessuno vorrebbe credere. Per esempio, di come abbiamo fatto passare molte persone

attraverso gli scarichi delle fognature. E di come là sotto puzzasse di ammoniaca. Una di

quelle vie di fuga, che andava dal centro della città fino a Kreuzberg, la chiamavamo

“Glockengasse 4711” perché tutti, noi e i fuggitivi, dovevamo camminare con l’acqua putri-

da fino alle ginocchia. Fui poi l’addetto al coperchio e, quando la gente era passata e sta-

va camminando, dovevo chiudere l’entrata, perché gli ultimi fuggitivi andavano solitamente

in panico e si dimenticavano di chiuderlo. Lo stesso successe nel canale di acqua piovana

che passava sotto la Esplanadenstraße nel nord della città, quando alcuni, appena arriva-

ti a ovest, fecero un fracasso tremendo. Di allegria, ovviamente. Però i “Vopos” che face-

vano la guardia al di sopra se ne accorsero. E tirarono gas lacrimogeni giù per il canale. O

la faccenda del cimitero, il muro del quale era parte del Muro e nel quale avevamo scavato

un tunnel puntellato, che dava direttamente fino alle tombe con urne, e così la nostra

clientela, tutta di aspetto innocente con fiori e altri ornamenti funerari, era subito sparita.

Per un po’ di volte funzionò bene, fino a che una giovane donna, che volle passare con un

bimbo piccolo, arrivò fino all’entrata con la carrozzina e la lasciò lì, attirando in seguito l’at-

tenzione...

Bisognava fare i conti con questi contrattempi. Ma ora, se volete, un’altra storia, dove tutto

è andato bene. Vi basta? Capisco. Sono abituato alla gente che ne ha abbastanza. Un

paio d’anni fa, quando ancora esisteva il ;uro, era diverso. Una volta i miei colleghi di lavo-

ro della centrale di riscaldamento mi chiesero una domenica mattina, mentre si faceva

shopping: “Com’era, Ulli? Racconta che cosa successo quando hai fatto passare la tua

Elke dall’altra parte...”. Ma oggi nessuno ne vuol più sapere nulla, in ogni caso, non qui a

Stuttgart perché, gli Schwaben già nel sessantuno non capivano più, quando a Berlino da

parte a parte...

E quando il murò sparì, rapidamente, ancora meno. Sarebbero più contenti se esistesse

ancora il Muro, perché così non esisterebbe il “Soli”, l’imposta di solidarietà che devono

versare dalla caduta del Muro. Perciò non ne parlo più, anche se quei tempi sono stati i

migliori per me, quando camminava nelle acque di scarico... o attraverso il tunnel sotterra-

neo... In ogni caso, ha ragione mia moglie a dire: “Una volta eri ben diverso. Allora abbia-

mo veramente vissuto.

1988

Ma precedentemente, prima che il muro fosse abbattuto e ovunque, prima di sentirci l’uno

con l’altro estraneo, l’allegria era immensa, io cominciai a disegnare ciò che a perdita

d’occhio colpiva la mia vista, pini caduti, faggi sradicati, legname morto. Da alcuni anni già

si parlava distrattamente di “morte dei boschi”. Perizie davano conseguenze a controperi-

zie. Di nuovo si impose un limite di velocità ai cento, perché i gas delle auto sono nocivi ai

boschi. Imparai parole nuove: pioggia acida, germogli impauriti, marcitura delle radici, im-

brunire degli aghi... E il Governo pubblicava tutti gli anni un rapporto sui danni causati ai

boschi che in seguito, in modo meno preoccupante, si chiamò “rapporti sulla condizione

dei boschi”.

Siccome solo io credo in ciò che può essere disegnato, mi sono spostato da Göttingen a

Oberharz, ho messo radici lì in un hotel quasi vuoto, per villeggianti e sciatori, e ho dise-

gnato, con carboncino siberiano - prodotto del legno - ciò che era caduto tra creste e pen-

dii. Laddove l’economia forestale aveva già riparato ai danni e sgombrato il legname mor-

to, rimanevano ceppi tutti vicini, che popolavano le grandi superfici con un dissacrante or-

dine da cimitero. Arrivai fino ai cartelli di attenzione e vidi che la morte dei boschi si esten-

deva varcando i confini, e il filo spinato che andava di montagna in valle, le strisce minate

della morte, che aveva costretto non solo tutto l’altopiano di Harz, ma tutta la Germania,

ancor meglio, tutta l’Europa in questo “processo di ferro”, silenziosamente e senza che un

colpo fosse stato sparato. Le nude montagne lasciavano libero lo sguardo fino all’altro la-

to. Non incontrai nessuno, né streghe né carbonai solitari. Nulla accadde. Tutto era già

successo. Nessuna lettura di Goethe o di Heine mi aveva preparato al viaggio per Harz. Il

mio unico materiale era carta granulata, un astuccio pieno di carboncini e due barattoli di

fissatore, delle quali le istruzioni per l’uso assicuravano che non contenessero gas nocivi e

che sicuramente non era dannoso per l’ambiente.

E così equipaggiato viaggiai con Ute, poco più tardi - ma sempre nel periodo dell’ordine di

sparare - fino a Dresden, dove un invito scritto di aveva aiutato a conseguire un visto d’en-

trata. I nostri anfitrioni, un serio pittore e una serena ballerina, ci diedero la chiave di una

comoda capanna sull’Erzgebirge. Vicino al confine ceco cominciai così - come se non ne

avessi visto abbastanza - anche lì a disegnare il legno morto. Sulle creste il legno era in-

crociato, così come era caduto. Sui pendii i venti avevano ammassato i tronchi agonizzanti

fino all’altezza di un uomo. Anche lì non accadde nulla, a parte il fatto che nella capanna

del pittore Göschel di Dresden si moltiplicavano i topi. Per il resto, tutto era già successo. I

gas di scarico e il resto delle due zone industriali di proprietà del popolo che lì si estende-

vano, depositate spaziosamente, avevano fatto un lavoro completo anche al di là del con-

fine. Mentre io disegnavo pagine su pagine, Ute leggeva, ora non più solo Fontane.

Un anno dopo, sui cartelli e striscioni dei cittadini manifestanti a Leipzig e da altre parti, si

leggeva: “segate i capitalisti, salviate gli alberi”. Ma non era ancora il momento. Tuttavia lo

stato, sforzandosi, manteneva insieme i cittadini. Ma i danni che oltrepassavano il confine

apparivano duraturi.

In fondo, la regione ci piaceva. Le case dei paesi dell’Erzgebirge erano coperte di scando-

la. Lì aveva preso residenza da tempo la povertà. I paesi si chiamavano Fürstenau, Gott-

getreu e Hemmschuh. Attraverso il piccolo paesino di confine di Zinnwald passava la stra-

da di transito verso Praga. Su questa strada, che non utilizzavano solo i turisti, vent’anni

prima, un giorno di agosto, le unità motorizzate della Nationalen Volksarmee avevano ob-

bedito al loro ordine di marcia; e cinquanta anni fa, in un giorno dell’ottobre 1938, le unità

della Wehrmacht tedesca si misero in cammino con lo stesso obiettivo, cosicché i cechi

debbano ricordasene di volta in volta. La ricaduta. Violenza in doppio pacchetto. La storia

ama queste ripetizioni, anche se una volta era tutto diverso; ad esempio, c’erano ancora i

boschi...

1989

Quando, arrivando da Berlino, tornammo nella regione di Lauenburg, potemmo ascoltare

con ritardo la notizia nell’autoradio, dacché eravamo abbonati al Terzo Programma, e a

questo punto io, come altri tot-mila, gridai: “Pazzia!”, di gioia e spavento, “E’ una pazzia!” e

dopo, come Ute, che stava al volante, mi sono perso nei pensieri progressivi e regressivi.

E un conoscente, che abitava e lavorava dall’altra parte del muro e che, ieri come oggi,

custodisce opere nell’archivio dell’Accademia dell’Arte, ricevette la pia notizia con altret-

tanto ritardo, diciamo consegnato dopo un po’ di tempo.

Secondo la sua versione stava tornando sudato dal jogging a Friedrichshain. Niente di in-

solito, perché frattanto anche a Berlino Est conoscevano bene questa automortificazione

di origine americana. All’incrocio della Käthe-Niederkirchner-Straße con la Bötzowstraße

incontrò un conoscente, anch’egli ansimante e sudato dalla corsa. I due, correndo ancora

sul posto, si diedero appuntamento per una birra alla sera, e a quel punto si accomodaro-

no nello spazioso appartamento di un conoscente, che aveva un posto di lavoro sicuro di

là, chiamato “produzione di materiali”, perciò il mio conoscente non si sorprese di trovare

nell’appartamento di questi un pavimento di parquet messo da poco; un simile acquisto

sarebbe stato proibitivo per lui, che nell’archivio maneggiava solamente carteggi ed era

responsabile al massimo delle note a piè pagina.

Bevvero una Pilsner e poi un’altra. Dopodiché apparve del grano di Nordhausen sul tavo-

lo. Parlarono di altri tempi, di figli adolescenti e di barriere ideologiche nella riunione dei

genitori. Il mio conoscente, che viene da Erzgebirge, dov’ero stato l’anno prima a disegna-

re legname morto, voleva, come disse al suo conoscente, portare là sua moglie a sciare il

prossimo inverno, però aveva problemi con il suo Wartburg, le ruote anteriori e posteriori

del quale erano talmente consumate che a malapena si vedeva il profilo. Quindi sperava

di ottenere, grazie al suo conoscente, degli altri pneumatici per l’inverno: chi in una situa-

zione di vero socialismo esistente può permettersi un parquet, sa anche come si possono

trovare gomme speciali con l’indicazione “M + S” (Matsch und Schnee - fango e neve).

Mentre noi, con già il felice messaggio nell’anima, ci avvicinavamo a Behlendorf, nel co-

siddetto “appartamento berlinese” del conoscente del mio conoscere, la televisione era

accesa con il suono quasi azzerato. E mentre i due parlavano ancora di grano e birra e sul

problema degli pneumatici, e il proprietario del parquet diceva che le gomme si potevano

comprare solo con il “vero denaro”, ma si offriva di occuparsi degli iniettori del carburatore

del Warburg, però senza poter dare ulteriori speranze, al mio conoscente cadde breve-

mente lo sguardo sul televisore senza suono, nel quale pareva scorrere un film con argo-

mento alcuni giovani che trapanavano il Muro, seduti a cavalcioni sulla protuberanza su-

periore e la polizia di frontiera che assisteva a tale festa senza fare nulla. Portato all’atten-

zione di tale disprezzo del Muro di protezione, il conoscente del mio conoscente esclamò:

“Tipicamente occidentale!”. Dopodiché commentarono entrambi i gusti attuali - “sicura-

mente è un film sulla guerra fredda” - e subito tornarono a parlare di nuovo dei miseri

pneumatici da estate e dei copertoni da inverno che mancavano. Non si parlò dell’archivio

o delle opere depositate lì di scrittori più o meno importanti.

Mentre noi vivevamo già con la coscienza dell’epoca senza Muro che si avvicinava e - ap-

pena arrivati a casa - accendemmo la televisione, dall’altra parte del Muro ci volle un po’ di

più per il conoscente del mio conoscente di fare due passi sul parquet fresco e alzare al

massimo il volume del televisore. Da lì in poi, non più una parola sui copertoni da inverno.

Questo problema lo avrebbero risolto la nuova era, il “vero denaro”. Messo via ciò che ri-

maneva del grano, via su e giù per la Invalidenstraße, dove già le auto - più Trabant che

Warburg - si erano ingorgate, perché tutti volevano dirigersi verso il valico della frontiera,

meravigliosamente aperto. E chi ascoltava attentamente poteva sentire come tutti, quasi

tutti quelli che volevano andare a Ovest a piedi in Trabi, gridavano o sussurravano: “Paz-

zia!”, così come feci io poco prima a Behlendorf, prima di lasciare correre i miei pensieri.


PAGINE

18

PESO

92.78 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere (BRESCIA - MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura tedesca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Frola Maria Franca.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Letteratura tedesca

Realismo borghese
Appunto
Storia della Letteratura tedesca - parte 1
Appunto
Ernst Theodor Amadeus Hoffmann
Appunto
Storia e Vita nella Berlino di Ingeborg Drewitz
Appunto