Inni alla notte
Gli “Inni alla notte” costituiscono l’unico ciclo di poesie compiuto pubblicato
durante la vita di Novalis: il testo è comparso nel 1800 sull’ultimo numero
dell’Athenaeum.
Gli “Inni alla notte” sono un poema in versi suddiviso in sei parti diseguali.
Gli Inni nascono da un avvenimento biografico, ovvero dalla morte precoce
dell’amata Sophie von Kuehn: essi sono l’immagine artisticamente
rielaborata dell’evoluzione subita da Novalis nello spirito, nel pensiero, nella
poesia dalla scomparsa della ragazza sino quasi alla vigilia della propria morte
(egli parla infatti di un lungo e complesso “Denkprozess”).
Il poeta Novalis si confronta con la morte precoce della sua promessa sposa,
interrogandosi sul senso della vita, sul mistero del divenire e del morire,
cercando di integrare l’esperienza della morte e la paura del nulla nella
continuità della vita umana.
Il tema comune degli inni è il superamento della morte: in seguito al
riconoscimento della presenza di uno "spazio superiore", di una sfera al di là
della limitata esistenza dei nostri sensi, la morte non appare più, come agli
antichi, una fine paurosa, bensì l'inizio di un'esistenza superiore.
Per questa sfera superiore Novalis ha scelto l'immagine poetica della notte,
momento nel quale si può entrare in contatto con il mondo infinito.
Con l’enfasi posta nei suoi Inni sulle coppie di opposti della luce e dell’oscurità,
del giorno e della notte, del tempo e dell’eternità, Novalis intende trasmettere
una visione dialettica del mondo, in cui i contrasti vengono superati.
Inno n°2
Traduzione:
“Deve sempre ritornare il mattino? Ma non finirà la violenza di ciò che è
terrestre? Un nefasto affaccendarsi divora il volo celeste della notte. Non
brucerà mai in eterno il segreto olocausto dell’amore? Misurato fu alla luce il
suo tempo; ma senza tempo e senza spazio è il dominio della notte. – Eterna è
la durata del sonno. Sacro sonno – non donare troppo di rado la gioia agli
iniziati della notte in questa terrestre diurna fatica. Solo i folli ti disconoscono e
ignorano un sonno diverso dall’ombra che tu getti, per pietà, su di noi, in quel
crepuscolo della notte vera. Non ti sentono nell’aureo fiotto del grappolo,
nell’olio prodigioso del mandorlo e nel bruno succo del papavero. Non sanno
che aleggi intorno al seno tenero della ragazza e fai un cielo di questo grembo
– non presagiscono che tu provieni da antiche leggende schiudendo il cielo e
porti la chiave per le dimore dei beati, tacito nunzio di misteri infiniti”.
Per Novalis la luce è "re della natura terrena", mentre la notte è la "regina del
mondo": la notte è il momento in cui si entra in contatto con l’infinito, con un
“mondo sacro” che non è sottoposto alle limitazioni della natura terrena.
La consapevolezza di questa esistenza superiore è stata raggiunta dal poeta
per mezzo dell'amore e della visione della fidanzata morta.
In questo secondo inno il poeta afferma la possibilità di comunicare con il regno
della notte anche di giorno: il "sacro sonno" permette infatti di comunicare con
il regno della notte anche di giorno.
Questa “sacro sonno” indica l'ebbrezza che deriva dal vino, dalle droghe e
dall'amore, le quali, però, sono soluzioni temporanee e insufficienti.
Inno n°3
Traduzione:
“Un giorno che versavo amare lacrime, che la mia speranza si dileguava
dissolta in dolore, e io stavo solitario vicino all’arido tumulo, che nascondeva in
angusto oscuro spazio la forma della mia vita – solitario, come non era mai
stato nessuno, incalzato da un’angoscia indicibile – senza forse, non più che
l’essenza stessa della miseria. Come mi guardavo attorno in cerca d’aiuto, non
potevo proseguire né arretrare, e mi aggrappavo alla vita sfuggente, spenta,
con nostalgia infinita – allora venne dalle azzurre lontananze: – dalle alture
della mia beatitudine un brivido crepuscolare – e d’un tratto si spezzò il
cordone della nascita, il vincolo della luce. Si dileguò la magnificenza terrestre
e il mio cordoglio con essa – confluì la malinconia in un nuovo imperscrutabile
mondo – tu estasi della notte, sopore del cielo ti posasti su di me – la contrada
si sollevò poco poco; sopra la contrada aleggiava il mio spirito sgravato e
rigenerato. Il tumulo divenne una nube di polvere – attraverso la nube vidi i
tratti trasfigurati dell’amata. Nei suoi occhi era adagiata l’eternità – io afferrai
le sue mani e le lacrime divennero un legame scintillante non lacerabile.
Millenni dileguarono in lontananza, come uragani. Al suo collo piansi lacrime
d’estasi per la nuova vita. – Fu il primo, unico sogno – e solo d’allora sentii
eterna, inalterabile fede nel cielo della notte e nella sua luce, l’amata”.
In questo inno Novalis tenta di dare una risposta precisa al rapporto fra il regno
della luce e il mondo della notte: il poeta parla espressamente della visione
sulla tomba della fidanzata, visione da lui notata nel suo diario del 13 maggio
1797, la quale è per lui la rinascita o meglio la nascita, che lo ha reso partecipe
dei due mondi, quello d
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