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ti amo. E lui tendeva l'orecchio dietro di sé aspettando con ansia assurda che lei potesse venire. Ma non venne affatto.

Cose simili non accadono sulla terra.

Non lo aveva forse deriso anche lei come tutti gli altri? È vero, l'aveva fatto, anche se avrebbe preferito

negarlo, per se stesso e per lei. E dire che aveva ballato moulinet des dames solo perché confuso dalla sua vicinanza!

Ma che importanza aveva? Un giorno avrebbero ben smesso di ridere! Forse che di recente una rivista non aveva

accettato una sua poesia, anche se, subito dopo, e prima ancora che la poesia potesse apparire, aveva cessato le

pubblicazioni? Venuto il giorno della celebrità, in cui fosse stato stampato tutto quello che scriveva, allora si sarebbe

veduto se non avrebbe fatto impressione a Inge Holm... Non le avrebbe fatto impressione, no, ecco. A Magdalena

Vermehren, che cadeva sempre, sì, a quella sì. Mai però a Inge Holm, mai all'allegra Inge dagli occhi azzurri. E allora

non era tutto inutile?...

Il cuore di Tonio Kröger si strinse dolorosamente a questo pensiero. Sentire forze meravigliose, sfavillanti e

malinconiche agitarsi in te, e al tempo stesso sapere che coloro ai quali tu aneli, vi resistono con serena inaccessibilità,

fa molto male. Benché se ne stesse, solitario, respinto e senza speranza, davanti a una persiana abbassata e nel suo

tormento fingesse di penetrarla con gli sguardi, pure era felice. Perché allora il suo cuore viveva. Caldo e triste batteva

per te, Ingeborg Holm, mentre l'anima sua avvolgeva in beata abnegazione la tua piccola individualità, bionda,

splendida e altezzosamente semplice.

Più d'una volta, il viso eccitato, andò a mettersi in posti solitari dove musica, profumo di fiori e tintinnar di

bicchieri trapelavano solo lievemente, cercando nel lontano rumore festoso di distinguere la tua voce argentina,

addolorato per te, eppure felice. Più d'una volta si mortificò perché gli era concesso di parlare con Magdalena

Vermehren, quella che cadeva sempre, perché lei lo capiva parlando con lui di cose allegre e serie, mentre la bionda

Inge, anche se le stava accanto, gli appariva lontana, estranea e strana, in quanto la sua lingua non era come la propria;

eppure era felice. La felicità infatti, lui si diceva, non è l'essere amati; questa è una soddisfazione della vanità, mista a

disgusto. La felicità è amare e forse ghermire piccoli illusori approcci all'oggetto amato. E s'annotò nell'intimo questo

pensiero, maturandolo radicalmente e percependolo fino in fondo.

Fedeltà! pensò Tonio Kröger. Voglio esserti fedele ed amarti, Ingeborg, finché vivrò! Tanto sincero era.

Eppure un'inquietudine e una mestizia leggere gli bisbigliarono che aveva dimenticato del tutto persino Hans Hansen,

sebbene lo vedesse ogni giorno. E il brutto e il pietoso fu che quella voce lieve e un po' perfida ebbe ragione, che il

tempo passò e vennero i giorni in cui Tonio Kröger non fu più disposto a morire tanto incondizionatamente per l'allegra

Inge, perché sentiva in sé voglia e forza di compiere, a modo suo, nel mondo, una gran quantità di cose straordinarie.

Guardingo, circondò l'altare dei sacrifici su cui ardeva la fiamma pura e casta del suo amore, vi s'inginocchiò

davanti, attizzandola e alimentandola in tutti i modi, perché voleva essere fedele. E dopo un certo tempo, impercettibile,

cheta cheta, pian piano, s'era tuttavia estinta.

Ma Tonio Kröger stette ancora a lungo davanti all'altare ormai freddo, stupito e deluso che la fedeltà sulla terra

fosse impossibile. Poi scrollò le spalle e se n'andò per la sua strada.

III Se n'andò, un po' trascurato e incostante, fischiettando, guardando lontano con la testa inclinata lateralmente,

per la strada che doveva percorrere, e, se si smarrì, accadde perché una giusta via per certuni non esiste affatto. Se gli

chiedevano che cosa mai pensasse di diventare, dava informazioni variabili, in quanto usava dire (e l'aveva anche già

scritto) di avere in sé le possibilità per mille forme d'esistenza, segretamente consapevole che in fondo fossero tutte

impossibilità...

Già prima che se n'andasse dalla città nativa, s'erano pian piano sciolti i legami e i fili con cui essa lo

tratteneva. La vecchia famiglia dei Kröger era andata cadendo sempre più in uno stato di sbriciolamento e di

disgregazione, e la gente aveva motivo d'annoverare tra i contrassegni di quello stato pure la vita e il carattere di Tonio

Kröger. La madre di suo padre, il capo della stirpe, era morta, e non molto dopo la seguì nella tomba suo padre, il

signore alto, pensieroso, accuratamente vestito, con un fiore di campo all'occhiello. La grande casa dei Kröger era in

vendita, comprese la sua onorevole storia e la ditta estinta. La madre di Tonio invece, la sua bella e focosa mamma che

sonava a meraviglia pianoforte e mandolino e alla quale tutto era indifferente, allo scadere dell'anno si risposò, con un

musicante per essere precisi, un virtuoso dal nome italiano, seguendolo immensamente distante. Tonio Kröger trovò la

cosa un po' riprovevole; ma era qualificato a proibirglielo lui? Lui che scriveva versi e non sapeva neppure rispondere

che cosa mai pensasse di diventare...

E abbandonò l'angusta città nativa, tra i frontoni delle cui case soffiava il vento umido, abbandonò la fontana e

il vecchio noce nel giardino, amici intimi della sua gioventù, abbandonò pure il mare che tanto amava, senza neanche

addolorarsene. Perché, essendo diventato grande, avendo messo giudizio, conoscendo la propria vocazione, provava

solo scherno per l'esistenza insulsa e oscura che per tanto tempo lo aveva circondato.

Si consacrò tutto alla potenza che lui considerava la più augusta del mondo, che si sentiva chiamato a servire e

che gli prometteva prestigio e onori, la potenza dell'intelletto e della parola che sorridente troneggia sulla vita ignara e

muta. Le si consacrò con la sua giovane passione ed essa lo ricompensò con tutto quanto ha da donare, prendendogli,

inesorabile, tutto quello che usa prendersi in compenso.

Gli affinò lo sguardo, lasciandolo penetrare nei grandi pensieri che dilatano il petto degli uomini, gli dischiuse

le anime umane e la sua stessa, lo fece chiaroveggente, mostrandogli l'interno del mondo e gli estremi dietro parole e

fatti. Ma quanto lui vide, era: ridicolo e miseria... ridicolo e miseria.

Poi, con il tormento e l'alterigia della conoscenza, venne la solitudine, perché non poteva vedersi nella cerchia

degli ingenui dallo spirito lietamente astruso, e il marchio alla sua fronte li turbava. Ma sempre più si andava mitigando

in lui anche la gioia alla parola e alla forma, in quanto usava dire (e l'aveva pure scritto) che la sol conoscenza

dell'anima renderebbe senza fallo tetri, se non ci fossero a tenerci pronti e desti i piaceri dell'espressione.

Visse in grandi città e nelle terre del sud, dal cui sole si riprometteva una maturità più rigogliosa della sua arte;

e forse era stato il sangue di sua madre ad attirarvelo. Ma, dato che aveva il cuore morto, vacante d'affetti, incappò in

avventure della carne, sprofondò nella voluttà e nella passione colpevole, soffrendone indicibilmente. Forse era il

retaggio di suo padre, il signore alto, pensieroso, forbitamente vestito, con il fiore di campo all'occhiello, a farlo soffrire

laggiù, destandogli talvolta un ricordo debole e malinconico a un piacere dell'anima, un tempo già suo proprio, e ora

introvabile in tutti gli altri piaceri.

Mentre respirava l'aria dell'arte, la tiepida e dolce aria impregnata del profumo di un'eterna primavera, in cui

germoglia, lievita e germina un'intima estasi procreativa, lo prese un disgusto e un odio contro i sensi e un anelito di

purezza e di pace decorosa. Così arrivò al punto di condurre, buttato qua e là, senza sostegno, in mezzo a volgari

esasperazioni di intellettualismo glaciale e di sensualità ardente, una vita estenuante tra crisi di coscienza, una vita

portentosa, dissoluta e straordinaria che lui, Tonio Kröger, in fondo detestava. Che labirinto! pensava a volte. Ma come

è stato possibile per me incappare in tutte queste avventure stravaganti? Eppure non sono uno zingaro nel carrozzone

verde, di famiglia sono...

A misura che la sua salute indeboliva, andò inasprendosi la coscienza artistica, diventando pedante, ricercata,

preziosa, aguzza, suscettibile al trito e sensibilissima in questioni di tatto e di gusto. Allorché fu pubblicata per la prima

volta una cosa sua, i competenti espressero molto plauso e compiacimento, in quanto era una cosa lavorata

pregevolmente, piena di umore e di sofferenza vissuta, quella che lui aveva pubblicato. E rapidamente il suo nome, lo

stesso con cui un tempo l'avevano chiamato gli insegnanti per redarguirlo, lo stesso con cui aveva firmato le prime rime

al noce, alla fontana e al mare, quel suono formato da meridione e settentrione, quel nome borghese soffuso d'esotismo,

diventò una formula per designare l'eccellenza; perché alla compiutezza dolorosa delle sue esperienze s'univa uno zelo

singolare, perseverante e ambizioso che, nella lotta con la suscettibilità sofistica del suo gusto, faceva nascere, tra

torture violente, opere eccezionali.

Non lavorava come chi lo faccia per vivere, bensì alla maniera di uno il quale non abbia altro scopo che

lavorare, giudicandosi zero da uomo vivente e desiderando essere considerato solo come artefice, e per il resto se ne

vada in giro modesto e insignificante come un attore struccato il quale non è nulla finché non ha nulla da interpretare.

Lavorava silenzioso, appartato, invisibile e pieno di disprezzo per quei pigmei i quali consideravano il genio un

ornamento mondano e, poveri o ricchi che fossero, andavan vestiti trascurati e cenciosi o sfoggiando cravatte personali,

badando in prima linea a vivere una vita felice, attraente e artistica, e ignorando che le opere buone nascono solo dallo

stimolo d'una vita cattiva, che chi vive non lavora e che si ha da essere già morti per essere artefici perfetti.

IV «Disturbo?» domandò Tonio Kröger sulla soglia dello studio. Teneva il cappello in mano e s'inchinò persino

un poco, sebbene Lisaveta Ivanovna fosse l'antica cui raccontava tutto.

«Ma per carità, Tonio Kröger, entri pure senza far cerimonie!» gli rispose con il suo accento saltellante. «È

noto che lei ha goduto d'una buona educazione e che sa comportarsi.» Parlando infilò i pennelli nella mano sinistra

dov'era la tavolozza, gli porse la destra e lo guardò in viso scuotendo il capo.

«Va bene, ma lei sta lavorando,» disse. «Mi faccia un po' vedere... Oh, ha fatto progressi.» E si mise ad

osservare alternativamente gli schizzi a colore, appoggiati su due sedie ai lati del cavalletto, e la grande tela, ricoperta

da una graticola quadrettata, su cui dal bozzetto a carboncino, confuso e schematico, cominciavano ad emergere le

prime chiazze colorate.

Accadeva a Monaco, in un edificio a tergo della Schellingstrasse, su, molti piani in alto. Fuori, oltre il largo

lucernario, dominavano blu cielo, cinguettio d'uccelli e raggi di sole, e l'alito dolce della primavera, penetrando da una

ribalta aperta, si mischiava con l'odore del fissativo e dei colori ad olio che riempiva il grande studio. La luce dorata del

chiaro pomeriggio inondava liberamente la nudità minuziosa dell'atelier, illuminava a distesa il pavimento un po'

deteriorato, il tavolo sotto la finestra, rustico, coperto di bottigliette, di tubi e di pennelli, e gli studi senza cornice appesi

alle pareti non tappezzate, illuminava il paravento di seta screpolata, che vicino alla porta delimitava un angoletto

soggiorno e riposo ammobiliato con gusto, illuminava l'opera in fieri sul cavalletto e, davanti, la pittrice e lo scrittore.

Poteva avere all'incirca l'età di lui, cioè un po' di là dalla trentina. Vestita con un camiciotto blu scuro,

impiastricciato, se ne stava seduta su uno sgabello basso appoggiando il mento alla mano. I capelli scuri, pettinati lisci e

appena brizzolati alle parti, coprivano le tempie con lievi onde verticali, incorniciando quel viso bruno dai lineamenti

slavi e infinitamente simpatico, il naso camuso, gli zigomi molto sporgenti e gli occhi piccoli, neri e lustri. Attenta,

diffidente e quasi eccitata stava squadrando, di sghembo e a occhi socchiusi, il proprio lavoro...

Lui le stava accanto, la mano destra poggiata sul fianco e la sinistra intenta ad arricciare in fretta i baffi scuri.

I sopraccigli erano agitati da un movimento cupo e affaticato mentre, come al solito, lui fischiettava piano. Era

vestito in modo molto accurato e solido, un abito grigio morto, dal taglio distinto. Sulla fronte rugosa, però, dove

semplici e ordinati, si spartivano i capelli scuri, c'era uno spasimo nervoso, i lineamenti del viso meridionale erano netti,

quasi come ripassati e marcati con una dura, mentre la bocca appariva dai contorni delicati e il mento dalla forma

sensibile... Dopo un po', passatasi la mano sulla fronte e sugli occhi, si voltò.

«Non sarei dovuto venire,» disse.

«E perché no, Tonio Kröger?»

«Ho appena smesso di lavorare, Lisaveta, e mi sento la testa proprio come si vede su questa tela. Un telaio, un

abbozzo scialbo, pasticciato di correzioni e un paio di macchie di colore, anche; me ne vengo qui, e vedo la stessa cosa.

E ci ritrovo pure i conflitti e i contrasti,» disse annusando l'aria, «che mi tormentavano a casa. Strano, non appena un

pensiero ti domina, ecco che te lo trovi enunciato dappertutto, lo fiuti persino nel vento. Fissatore e aroma primaverile,

no? Arte e... ma che cos'è l'altro? Non dica "natura", Lisaveta, "natura" non dice tutto. A passeggio me ne sarei dovuto

andare, ecco, per quanto non è certo che me la sarei passata meglio! Non lontano da qui, saranno cinque minuti, ho

incontrato un collega, Adalbert, il novellista. "Maledizione alla primavera!" ha detto in quel suo stile aggressivo. "È e

resta la stagione più orribile! Può lei, Kröger, concepire un pensiero ragionevole, può elaborare tranquillo un momento

d'effetto se il sangue le formicola in un modo indecente e la turbano innumerevoli sensazioni estranee che, non appena

si esaminino, si rivelano roba notoriamente banale e del tutto inutilizzabile? Per quanto mi riguarda, ora me ne vado al

caffè. Quello è territorio neutrale, inviolato da cambiamenti di stagione, e rappresenta, vede, per così dire, la sfera

estatica e sublime della letteratura, nella quale si è capaci solo di idee distinte..." E se n'è andato al caffè; e forse sarei

dovuto andare con lui.»

Lisaveta si divertiva.

«Buona quella, Tonio Kröger. Quella del "formicolio indecente" è buona davvero. E in un certo senso ha

ragione, perché in primavera, sul serio, il lavoro non va tanto bene. Ma ora stia attento. Ora, nonostante tutto, finisco

ancora una cosetta, questo piccolo momento d'effetto, come direbbe Adalbert. Poi ce ne andiamo nel "salotto" a

prendere il tè, così lei può sfogarsi; in fondo, lo vedo bene che lei si sente carico. Intanto si sistemi un po' in un posto

qualsiasi, per esempio su questa cassa, se non teme di sciupare il suo vestito patrizio...»

«Ma lasci in pace il vestito, Lisaveta Ivanovna! Vorrebbe che me ne andassi in giro con una casacca di velluto

tutta strappata o con un panciotto di seta rossa? Come artisti si è sempre abbastanza avventurieri internamente.

Esternamente ci si deve vestire bene, perbacco, e comportarsi da persone ammodo... No, carico non lo sono,» disse

guardandola mentre stava masticando sulla tavolozza «Lo sente bene anche lei che è solo un problema di contrasti

quello che ho in testa e mi disturbava durante il lavoro... Ma di che stavamo parlando? Di Adalbert, del novellista e di

che uomo altero e duro sia. "La primavera è la stagione più orribile," ha detto, e poi se n'è andato al caffè. Perché si ha

da sapere quanto si vuole, le pare? Guardi, la primavera rende nervoso anche me, la soave banalità di ricordi e di

sensazioni che essa desta, sconcerta anche me; solo che non so decidermi, per tale motivo, a biasimarla e disprezzarla;

perché, questo è il fatto, di fronte ad essa mi vergogno, mi vergogno della sua disinvoltura schietta e della sua

giovinezza vittoriosa. E non so se invidiare o disprezzare Adalbert, perché non ne sa nulla... In primavera si lavora

male, certo, e per qual motivo? Perché si sente. E perché è un superficiale chi crede che il creatore debba sentire.

Ogni artista autentico e leale sorride, malinconicamente forse, ma sorride per l'ingenuità di questo errore da

pasticcioni. In quanto quel che si esprime non può mai essere l'essenza, bensì soltanto la materia, di per sé indifferente,

da cui ha da formarsi, con superiorità facile e pacata, l'immagine estetica. Se ci si tiene troppo a quel che s'ha da

esprimere, se il cuore pulsa con troppo impeto, allora si può esser certi del fiasco completo. Se si diventa patetici, se si

diventa sentimentali, sorge sotto le mani un che di pesante, tragicomico, superbo, grave, insipido, noioso, trito, e la fine

non è altro che indifferenza nella gente, nient'altro che delusione e affanno in se stessi... Ecco com'è, Lisaveta: il

sentimento, il sentimento caldo, sincero è sempre trito e ritrito e inutilizzabile, mentre artistiche lo sono puramente le

eccitazioni e le estasi frigide del nostro sistema nervoso, logoro ed estetizzante. Bisognerebbe essere non so che di

sovrumano e di mostruoso, avere con l'umanità rapporti stranamente distaccati e neutrali per essere in grado, e

soprattutto essere tentati, di spacciarlo, di fingerlo, di esporlo con efficacia e con gusto. L'attitudine per stile, forma ed

espressione implica già questo rapporto freddo e sofistico verso l'umanità, persino un certo depauperamento e un certo

squallore naturali. Perché il sentimento sano e forte, c'è poco da dire, gusto non ne ha. L'artista sparisce non appena

diventi uomo e cominci ad aver sensibilità. Adalbert lo sapeva e se n'è andato al caffè, nella "sfera estatica", ecco!»

«Bene, che Dio l'accompagni, batjuska,» disse Lisaveta lavandosi le mani in un catino, «lei non ne ha certo

bisogno di seguirlo.»

«No, Lisaveta, non lo seguo, e precisamente perché di tanto in tanto sono in grado di vergognarmi un po' della

primavera della mia coscienza artistica. Vede, a volte ricevo lettere da estranei, missive di lode e di gratitudine del mio

pubblico, scritti pieni d'ammirazione di gente commossa. Leggendo quegli scritti, mi sento a poco a poco turbato al

cospetto del sentimento caldo, umano e goffo provocato dalla mia arte, mi prende una specie di compassione di fronte

all'ingenuità entusiasta che vi si legge tra le righe, e arrossisco pensando quanta delusione proverebbe quell'uomo

dabbene se mai desse uno sguardo dietro le quinte, se mai capisse che un uomo leale, sano e onesto non scrive, non

mima, non compone affatto... cose tutte, però, che non m'impediscono di valermi della sua ammirazione verso il mio

ingegno, per migliorarmi e stimolarmi, di prenderla con serietà enorme, facendo, per l'occasione, le smorfie d'una

scimmia che interpreta il grand'uomo... Via, non m'interrompa, Lisaveta! Glielo dico io che spesso sono stanco morto di

rappresentare l'umano senza far parte dell'umano... Ma è uomo, l'artista? Lo si chieda "alla femmina"! Mi pare che noi

artisti condividiamo un po' tutti il destino di quei cantori della cappella papale... Cantiamo bene da commuovere.

Però...» «Un pochino almeno dovrebbe vergognarsi, Tonio Kröger. Venga a prendere il tè, ora. L'acqua bolle subito. Ed

eccole anche le sigarette. Era rimasto alle voci bianche; prosegua pure. Ma dovrebbe vergognarsi. Se non sapessi con

quale trasporto orgoglioso lei è attaccato al suo mestiere...»

«Non dica "mestiere", Lisaveta Ivanovna! La letteratura non è affatto un mestiere, ma una maledizione, perché

lei lo sappia. Quando prende a pesare questa maledizione? Presto, tremendamente presto. In un periodo in cui dovrebbe

essere ancora facile vivere in pace con Dio e con il mondo. Si comincia a sentirsi segnati, a sentirsi in un dissidio

enigmatico verso gli altri, i comuni, i normali, la voragine di ironia, miscredenza, opposizione, sapere, sentimento, che

separa se stessi dagli uomini si spalanca sempre più profonda, si è soli, da quell'istante non c'è più comprensione. Che

destino! Ammesso che il cuore abbia ancora tanta vita e tanto amore per sentirne l'atrocità. L'autocoscienza si infiamma

perché si avverte, tra migliaia di persone, il segno sulla propria fronte e si sente che non sfugge a nessuno. Io conobbi

un attore di genio il quale, come uomo, aveva da lottare con una timidezza e una precarietà morbose. In quell'artista

perfetto e uomo depauperato, erano causate dall'egotismo sovreccitato e dalla mancanza di parti, di compiti

interpretativi... Un artista, uno vero e non uno la cui professione civile sia l'arte, ma uno predestinato e dannato, lei lo

può distinguere, con un minimo di perspicacia, in mezzo a una massa di gente. Nel suo viso ci sono senso d'isolamento

e di separazione, senso dell'esser conosciuto ed osservato, qualcosa di regale e al tempo stesso d'impacciato. Quanto,

con una certa analogia, si può osservare nei lineamenti d'un principe che attraversi, in borghese, una folla. Ma nel nostro

caso non c'è borghese che tenga, Lisaveta; ci si può travestire, imbacuccare, camuffare da attaché o da sottotenente

della guardia in ferie: senza che neppure si riesca a batter ciglio o a pronunziare una sola parola, tutti sapranno di non

aver da fare con un essere umano, ma con un che di estraneo, sorprendente, diverso... Ma che cos'è l'artista? La pigrizia

intellettuale e l'indolenza dell'umanità non hanno mai mostrato maggiore ostinazione che di fronte a questa domanda.

"Ingegno", dicono umilmente i poveri diavoli che sono sotto l'influsso di un artista, e poiché gli influssi sereni e

sublimi, secondo la loro bonaria opinione, devono assolutamente avere origini serene e sublimi, nessuno sospetta che

forse, in questo caso, si possa trattare di un "ingegno" di pessima provenienza e discutibilissimo... Si sa che gli artisti

sono suscettibili... ora, si sa pure che ciò non usa accadere a persone a posto e con autocoscienza dalle basi solide...

Vede, Lisaveta, io nutro, metaforicamente, in fondo all'anima verso il tipo dell'artista quella forte diffidenza che, ogni

mio onorevole antenato lassù nell'angusta città, avrebbe mostrato a qualunque saltimbanco e giocoliere errante

entratogli in casa. Senta un po' questo fatto. Io conosco un banchiere, un anziano uomo d'affari il quale ha l'ingegno per

scrivere novelle. Si applica a questa attitudine nelle ore d'ozio e i suoi lavori, a volte, sono davvero eccellenti.

Nonostante, dico "nonostante", questa disposizione sublime, quell'uomo non è affatto irreprensibile; al contrario, ha già

scontato, e per validissimi motivi, una grave pena detentiva. In verità fu proprio nel penitenziario che s'avvide di quella

tendenza, e le sue esperienze carcerarie formano il motivo dominante di tutti i suoi lavori. Con un certo ardire si

potrebbe dedurre che occorra esser pratici d'un tipo qualsiasi di penitenziario per diventar scrittori. Ma non sorge

irresistibile il sospetto che le sue vicende carcerarie fossero legate alle radici e alle origini della sua vocazione artistica

meno profondamente di quanto lo aveva portato dentro?... Un banchiere che scriva novelle è una rarità, no? Ma un

banchiere non criminale, incensurato e solido, il quale scriva novelle... è una cosa che non succede... Lei se la ride,

eppure io non scherzo mica poi tanto. Nessun problema, nessuno al mondo, è più tormentoso di quello della coscienza

artistica e delle sue conseguenze umane. Prenda l'opera più splendida del più tipico, e perciò più autorevole artista,

prenda un'opera delicata e profondamente ambigua come Tristano e Isotta, e osservi l'effetto che quest'opera produce su

un giovane di sensibilità sana, forte e normale. Lei vedrà elevatezza, rafforzamento, entusiasmo caldo ed onesto, forse

stimolo a creazione "artistica" propria... Il bravo dilettante! In noialtri artisti è tutto fondamentalmente diverso di quanto

lui, con "cuore caldo" e "entusiasmo onesto" possa sognare. Ho veduto artisti corteggiati e festeggiati da donne e

giovani, mentre io di loro sapevo... Per quanto riguarda l'origine, i fenomeni e le circostanze della vita d'artista, si fanno

esperienze sempre più strane...»

«Sugli altri, Tonio Kröger, mi scusi, solo sugli altri?»

Egli tacque, aggrottò i sopraccigli e fischiettò.

«Mi dia la sua tazza, per favore, Tonio, non è forte. E si prenda un'altra sigaretta. Del resto lo sa bene lei di

giudicare le cose come non hanno da essere giudicate...»

«Questa è la risposta di Orazio, cara Lisaveta. "Osservare le cose in tal modo, significherebbe osservarle troppo

precisamente", non è così?»

«Io le dico che si può osservarle con altrettanta precisione da un altro punto di vista, Tonio Kröger. Sono

soltanto una donnetta stupida che dipinge, io, anche se ho qualcosa da replicare, anche se so proteggere un po' da lei la

sua professione, non c'è sicuro nulla di nuovo nei miei argomenti, ma solo un'ammonizione a quanto lei stesso sa già

bene... Allora: l'affetto purificatore e santificante della letteratura, la distruzione delle passioni per mezzo di conoscenza

e di parola, la letteratura come via per comprendere, per perdonare e per amare, la forza redentrice della lingua, lo

spirito letterario quale fenomeno più nobile dell'intelligenza umana, il letterato quale uomo completo, quale santo...

osservare le cose in tal modo significherebbe osservarle con precisione insufficiente?»

«Lei ha una ragione di parlare cosi, Lisaveta Ivanovna, considerando cioè l'opera dei suoi scrittori, l'adorabile

letteratura russa, che rappresenta, tanto giustamente in realtà, la letteratura sacra di cui lei sta parlando. Ma io, le sue

obiezioni, non le ho trascurate, bensì esse appartengono a quanto oggi io penso sempre... Mi guardi. Un aspetto

eccessivamente allegro, non ce l'ho, vero? Un po' invecchiato, stanco e con il viso affilato, no? Ora, ritornando alla

"conoscenza", si porrebbe pensare a un uomo il quale, per natura in buona fede, mansueto, benevolo e un po'

sentimentale, fosse annientato e rovinato semplicemente dalla perspicacia psicologica. Non farsi sopraffare dalla

mestizia del mondo; osservare, ricordare, connettere, anche la cosa più angosciosa, e per il resto esser di buon umore,

già in piena coscienza della superiorità morale sulla ripugnante invenzione dell'essere... sì, certo! A volte, però,

nonostante tutti i piaceri dell'espressione, la faccenda le prende la mano. Capire tutto significherebbe perdonare tutto?

Non lo credo davvero. C'è qualcosa che io, Lisaveta, chiamo disgusto della conoscenza, lo stato in cui all'uomo basta

intuire un fatto per sentirsene subito disgustato da morire (e non disposto all'accomodamento), il caso di Amleto, il

danese, quel letterato tipico. Lui sapeva che cosa significhi; venir chiamato a conoscere senza essere nato per farlo.

Presentire, per di più attraverso il velo di lacrime del sentimento, riconoscere, ricordare, osservare e dover mettere in

disparte, sorridendo, le cose osservate, nell'istante in cui le mani s'avvinghiano, le labbra s'incontrano, in cui lo sguardo

umano, accecato dalla sensività, si spegne... è infame, Lisaveta, è perfido, fa indignare... ma a che serve indignarsene?

Un lato diverso, ma non meno attraente, della faccenda è poi, si capisce, l'apatia, l'indifferenza e la stanchezza ironica

verso ogni verità, come per altro è un fatto che nessun posto al mondo è dominato da più mutismo e più disperazione

d'una cerchia di persone geniali in sostanza già furbissime. Ogni conoscenza è vecchia e noiosa. Provi ad esprimere una

verità, alla conquista e al possesso della quale lei forse ha una certa gioia giovanile, e sentirà rispondere alla sua

spregiudicatezza con una brevissima emissione d'aria dal naso... Proprio così, la letteratura stanca, Lisaveta! Nella

società umana, le assicuro, a uno può accadere d'essere ritenuto stupido, a forza di scetticismo e circospezione, mentre

si è solo orgogliosi e scoraggiati... Questo sulla "conoscenza". Per quanto invece riguarda la "parola", non si tratta forse

in questo caso non tanto di redimere, quanto invece di liquidare e mettere-in-ghiaccio la sensività? Sul serio, c'è una

ragione glaciale e rivoltantemente usurpata in questa liquidazione spedita e superficiale del sentimento per mezzo della

lingua letteraria. Ha il cuore traboccante, si sente troppo toccata da una vicenda dolce o sublime: niente di più facile!

Vada dal letterato, e tutto in brevissimo tempo verrà sistemato. Analizzando e redigendo la sua faccenda, chiamandola

per nome, dandole espressione e portandola a parlare, le liquiderà il tutto per sempre, glielo renderà indifferente, senza

pretendere alcuna ricompensa. Ma lei se ne andrà a casa alleggerita, rinfrescata e purificata, meravigliandosi che cosa

mai nella faccenda poco prima potesse sconvolgerla con tanta dolce confusione. E lei vuole sul serio farsi garante per

quel ciarlatano freddo e presuntuoso? Quel che è esternato, dice il suo credo, è liquidato. E se si fosse esternato tutto il

mondo, anche quello sarebbe liquidato, redento, finito... Benissimo! Però non sono un nichilista, io...»

«Lei non è...» disse Lisaveta. Stava tenendo il cucchiaino con il tè vicino alla bocca, e s'irrigidì in quella

posizione.

«Via... via... si riprenda, Lisaveta! Non lo sono, le dico, in quanto a sentimento vivo. Vede, il letterato, in

fondo, non capisce che la vita ha voglia di continuare a vivere, che non se ne vergogna, pur essendo stata sfogata e

"liquidata". Ma, guarda un po', nonostante la redenzione per mezzo della letteratura, continua imperterrita a peccare;

perché ogni traffico è peccato agli occhi dello spirito...

«Sono alla meta, Lisaveta. Mi ascolti. Io amo la vita, questa è una confessione. La accetti e la conservi, non

l'ho ancora fatta a nessuno. Si è detto, si è persino scritto e fatto anche pubblicare, che io odio o temo oppure disprezzo

o anche detesto la vita. Mi è piaciuto sentirlo, mi ha lusingato; ma per altro non è meno sbagliato. Io l'amo, la vita... Lei

sorride, Lisaveta, e io so di che. Ma la scongiuro di non considerare letteratura quanto vado dicendo; non pensi a Cesare

Borgia o a una qualche filosofia ebbra che lo esalti; non fa per me quel Cesare Borgia, non gli do neppure la minima

importanza, e non capirà mai e poi mai come si possano venerare quali ideali lo straordinario e il demoniaco. No, la

"vita" quale eterno contrasto, così come sta di fronte allo spirito e all'arte, non si presenta ai non comuni come una

visione di grandezza sanguinosa e di bellezza furente, non come il non comune, ma come il normale, l'ammodo,

l'attraente, e l'impero della nostra malinconia è la vita nella sua trivialità seduttrice! Gli manca ancora molto per essere

artista, mia cara, a colui per il quale l'ultima e più profonda esaltazione sia lo smaliziato, l'eccentrico e il satanico, a

colui che non conosca la malinconia per l'ingenuo, il semplice e il vivente, per un po' d'amicizia, di dedizione, di

confidenza e di felicità umana... la malinconia furtiva e struggente, Lisaveta, per le delizie della mediocrità...

«Un amico tra gli uomini! Vuole credere lei che sarei orgoglioso e felice di possedere un amico tra gli uomini?

Ma fino ad ora ho avuto amici solo tra demoni, farfarelli, mostri oscuri e fantasmi afasiaci, vale a dire: tra letterati.

«A volte mi capita d'andare a finire su un podio, di trovarmi in una sala di fronte a degli uomini venuti per

ascoltarmi. Vede, poi mi accade d'osservarmi a guardare attorno nel pubblico, di sorprendermi a scrutare segretamente

nell'auditorio, con il dubbio in cuore chi possa essere colui che mi viene incontro, di cui mi giunge l'applauso e il

ringraziamento, con cui la mia arte mi procura un'alleanza ideale... Non trovo quanto cerco, Lisaveta. La massa e

comunità, trovo, a me ben nota, pressappoco una riunione dei primi cristiani: gente dai corpi goffi e dall'anima fine,

gente che, per così dire, cade sempre, lei mi capisce, e la cui poesia è una blanda vendetta contro la vita... sempre e

soltanto sofferenti e malinconici e poveretti, e mai qualcuno degli altri, di quelli dagli occhi azzurri, Lisaveta, che non

hanno bisogno dello spirito!...

«E infine non sarebbe una deplorevole mancanza di coerenza, rallegrarsi che fosse altrimenti? È assurdo amare

la vita e tuttavia sforzarsi con tutti gli artifici di tirarla dalla propria parte, interessarla alla finezza e alle malinconie, a

tutta la nobiltà malata della letteratura. Il regno dell'arte s'ingrandisce, e quello della salute e dell'innocenza si restringe a

questo mondo. E quanto ancora ne rimane si dovrebbe conservarlo nel modo più accurato, e non si dovrebbe voler

sedurre alla poesia gente che preferisce piuttosto leggere libri di cavalli con istantanee!

«Perché, in fondo, quale spettacolo sarebbe più misero di quello della vita a cimento con l'arte? Noi artisti non

disprezziamo nessuno più profondamente del dilettante, del vivente che crede di poter essere artista, per giunta così,

all'occorrenza. L'assicuro, questo tipo di disprezzo appartiene alle mie vicende personali. Mi trovo a un ricevimento in

una buona famiglia, si mangia, a beve e si chiacchiera comprendendosi ottimamente, e mi sento felice e grato di poter

sparire per un po' tra gente ingenua e normale come un lor pari. D'un tratto (questo m'è accaduto) s'alza in piedi un

ufficiale, un sottotenente, un bell'uomo gagliardo che io non avrei mai creduto capace d'un comportamento indegno

dell'uniforme che portava, e chiede, con parole inequivocabili, il permesso di leggerci alcuni versi da lui composti. Con

sorrisi sbalorditi il permesso gli vien dato ed egli mette in atto il proposito leggendo il lavoro da un foglietto fino ad

allora tenuto nascosto nella tasca della giubba, qualcosa alla musica e all'amore, in poche parole, tanto profondamente

sentita quanto inefficace. Ora, io mi chiedo: un sottotenente! Un uomo di mondo! Davvero non ne aveva bisogno...!

Poi segue quanto deve seguire: facce lunghe, silenzio, un po' di applausi artificiosi, disagio profondissimo

tutt'attorno. Il primo fatto psichico di cui mi rendo conto è che mi sento complice del turbamento causato alla riunione

da quel giovane sconsiderato, e, senza dubbio, gli sguardi beffardi e gelidi sono anche per me, il cui mestiere lui ha

abborracciato. Ma il secondo è che quest'uomo, per il cui carattere e per la cui esistenza, poco prima, sentivo ancora il

più onesto rispetto, ai miei occhi improvvisamente scende, scende, scende... Mi prende una benevolenza

compassionevole. Insieme con altri signori di cuore e bonari, avanzo verso di lui e gli rivolgo la parola. "I miei

complimenti," dico, "signor tenente! Un bell'ingegno! È stato davvero incantevole!" E poco ci manca che gli batta la

mano sulla spalla. Ma è benevolenza, il sentimento da mostrarsi a un sottotenente?... Colpa sua! Eccolo ora

imbarazzatissimo a espiare l'errore che si possa cogliere una fogliolina, un'unica fogliolina dal lauro dell'arte, senza in

compenso dover pagare con la propria vita. No, in tal caso tengo per il mio collega, il banchiere criminale... Ma lei,

Lisaveta, non trova che oggi io sia d'una loquacità amletica?»

«Ha finito ora, Tonio Kröger?»

«No. Ma non dico più niente.»

«E basta anche... Si aspetta una risposta?»

«Ce l'ha?»

«Penserei di sì... Io l'ho ascoltata bene, Tonio, dal principio alla fine, e voglio darle la risposta che s'adatti a

tutto quanto lei oggi nel pomeriggio ha detto, e che sia la soluzione del problema causa del suo turbamento. Allora! La

soluzione è che lei, così come se ne sta seduto qui, è in tutto e per tutto un borghese.»

«Che sono?» domandò lui accasciandosi un po'.

«Un colpo duro, no, e deve anche esserlo. Perciò voglio mitigare un pochino la sentenza, dato che posso farlo.

Lei è un borghese su strade sbagliate, Tonio Kröger... un borghese smarrito.»

Silenzio. Poi, alzatosi, afferrò cappello e bastone.

«La ringrazio, Lisaveta Ivanovna; ora posso andarmene a casa alleggerito. Sono liquidato.»

V Verso l'autunno Tonio Kröger disse a Lisaveta Ivanovna:

«Me ne vado, Lisaveta. Ho bisogno d'aria, d'allontanarmi, di prendere un po' il largo.»

«Be', come mai, piccolo padre, forse vogliamo andare di nuovo in Italia?»

«Insomma, lasci in pace l'Italia, sempre l'Italia, Lisaveta! L'Italia m'è indifferente fino alla nausea! È ormai

lontano il tempo in cui m'illudevo d'esserci di casa. Arte, vero? Cielo azzurro vellutato, vino generoso e dolce

sensualità... In poche parole, cose che non mi vanno. Ci rinunzio. Mi dà ai nervi tutta la bellezza. Laggiù non posso

neppure soffrire quella gente vivace con lo sguardo animalesco scuro. Non ne hanno coscienza negli occhi, i latini... No,

ora me ne vado un po' in Danimarca.»

«In Danimarca?»

«Sì, e mi riprometto cose buone. Per caso non ci sono mai andato fin lassù, nonostante fossi tanto vicino al

confine per tutti gli anni della gioventù, eppure ho sempre amato e conosciuto quella terra. Questa tendenza nordica

devo averla da mio padre, perché mia madre, in realtà, era più per la bellezza, quando cioè non le era tutto indifferente.

Ma pensi ai libri che si scrivono lassù, quei libri profondi, puri, umoristici, Lisaveta, nulla m'è più caro, li amo. Pensi ai

pasti scandinavi, quei pasti incomparabili che si digeriscono solo in un'aria molto salmastra (non so se riuscirò ancora a

digerirli), e che conosco un po' da casa mia, perché dalle mie parti si mangia già così. Pensi anche solo ai nomi, i nomi

di battesimo che lassù la gente porta, e che pure dalle mie parti sono comuni, un suono come "Ingeborg", un arpeggio

della più immacolata poesia... E poi il mare... hanno il mar Baltico, lassù!... In una parola, ci vado, Lisaveta. Voglio

rivedere il mar Baltico, voglio risentire quei nomi, leggere quei libri sul posto; voglio pure recarmi sulla terrazza di

Kronborg, dove lo "spirito" apparve ad Amleto, portando al povero giovane nobile, dolore e morte...»

«E, se è lecito domandare, come ci va, Tonio? Che rotta fa?»

«La solita,» disse lui scrollando le spalle e arrossendo visibilmente. «Sì, toccherò la mia... il mio luogo di

origine, Lisaveta, e dopo tredici anni la faccenda può diventare piuttosto strana.»

Lei sorrise.

«Ecco quanto volevo sentire, Tonio Kröger. Allora, che Dio l'accompagni. E non si dimentichi di scrivermi, mi

sente? Mi auguro una lettera piena di eventi dal suo viaggio in... Danimarca.»

VI E Tonio Kröger partì per il nord, concedendosi delle comodità (chi nell'intimo pena tanto più degli altri, ha ben

diritto a un po' di agio esteriore, usava dire), e non fece soste finché non s'alzarono davanti a lui, nell'aria grigia, le torri

dell'angusta città dalla quale un tempo era partito. E vi trascorse un soggiorno breve e strano...

Un pomeriggio tetro stava già volgendo a sera, quando il treno fece ingresso nella stazione stretta, affumicata e

così insolitamente intima; la caligine, come sempre, andava ammassandosi sotto la sporca tettoia a vetri, trascinandosi

qua e là in brandelli allungati, come al tempo in cui Tonio Kröger, nient'altro che scherno in cuore, ne era partito...

Provvide ai bagagli, ordinando che fossero portati all'albergo, e lasciò la stazione.

Eccole, fuori, in fila, le carrozzelle a due cavalli, nere, smisuratamente alte e larghe! Non vi salì, le guardò

soltanto, come guardava tutto, i frontoni snelli e le torri appuntite che lo salutavano dai tetti più vicini, la gente

tutt'intorno, bionda e goffa, dalla, parlata larga ma rapida, e gli venne una risata nervosa molto simile al singhiozzo...

Sul viso la costante pressione del vento, traversò il ponte, dai parapetti ornati di statue mitologiche, e camminò a piedi

per un tratto lungo il porto.

Mio Dio, come sembrava tutto minuscolo e tortuoso! Le stradette ornate di frontoni eran sempre salite scoscese

verso la città in modo così stravagante? Sul fiume torbido dondolavano lievi, al vento e nella penombra; i fumaioli e gli

alberi delle navi. Ci doveva andare su per quella stradetta, quella là dove c'era la casa che lui aveva in mente? No,

domani, aveva tanto sonno adesso. Si sentiva la testa pesante per il viaggio, e nella mente gli passavano pensieri esitanti

e nebulosi.

A volte, in quei tredici anni, quando lo stomaco era appesantito, aveva sognato d'essere di nuovo nella città

nativa, nella vecchia casa risonante dell'erta stradetta, e che anche suo padre ci fosse di nuovo, e lo sgridasse aspramente

per il suo stravagante modo di vivere, cosa che lui ogni volta, però, aveva trovato giustissima. E il presente non era per

nulla diverso da una di quelle trame chimeriche seducenti e illacerabili, in cui, chiedendosi se si tratti di illusione o

realtà, si sceglie persuasi, volenti o nolenti, l'ultima, per tuttavia alla fine svegliarsi... Camminava per le strade ventose e

poco animate, avviandosi come un sonnambulo, a testa bassa contro il vento, in direzione dell'albergo, il primo della

città, in cui voleva pernottare. Lo precedeva un uomo dalle gambe storte e dal passo dondolante dei marinai, il quale,

con una stanga sulla cui cima bruciava una fiammella, andava accendendo le lanterne a gas.

Ma come si sentiva? Che cosa covava sotto la cenere della stanchezza vagamente e dolorosamente, senza

diventare fiamma viva? Zitto, zitto senza nemmeno una parola! Senza parole! Gli sarebbe piaciuto andarsene a lungo,

così, al vento, per le stradette semibuie e familiari come in sogno. Ma tutto era tanto angusto e tanto stretto. Subito si

era alla meta.

Nella città alta c'erano i lampioni che appunto stavano ardendo. E c'era l'albergo con i due leoni neri davanti,

che, da bambino, lo avevano spaventato. Ancora rivolti l'uno verso l'altro a guardarsi con l'aria di chi vuol starnutire, ma

sembravano molto più piccoli di allora... Tonio Kröger vi passò in mezzo.

Essendo arrivato a piedi, fu ricevuto senza tante cerimonie. Il portiere e un signore molto distinto vestito di

nero, il quale faceva gli onori e senza posa con i mignoli spingeva nelle maniche i polsini, lo squadrarono da capo a

piedi; verificando e ponderando, sforzandosi con evidenza di classificarlo socialmente, di collocarlo secondo condizione

e ceto e destinargli un posto nella loro stima, ma non potendo giungere a un risultato appagante, si decisero per una

cortesia moderata. Un cameriere, un tipo mansueto dagli scopettoni biondo pane, con il frac lustro di vecchiezza e i

fiocchi di raso alle scarpe silenziose, lo condusse al secondo piano, in una stanza linda e ammobiliata all'antica, dietro la

cui finestra s'apriva, nella penombra, una vista pittoresca e medievale su cortili, frontoni e sulle forme bizzarre della

chiesa, nelle cui vicinanze era situato l'albergo. Tonio Kröger indugiò a lungo davanti a quella finestra; poi, sedutosi a

braccia incrociate sull'ampio divano, aggrottò i sopraccigli e fischiettò.

Fu portato un lume e arrivò il bagaglio. Al tempo stesso il mansueto cameriere depose sul tavolo il modulo di

notifica e Tonio Kröger vi scarabocchiò sopra, tenendo la testa inclinata di fianco, qualcosa che assomigliava a nome,

ceto e provenienza. Poi, ordinata la cena, continuò, dall'angolo del divano, a guardare nel vuoto. Quando ebbe davanti il

mangiare, lo lasciò ancora a lungo intatto, finalmente buttò giù un paio di bocconi e per un'ora intera camminò avanti e

indietro nella stanza, fermandosi ogni tanto e chiudendo gli occhi. Dopo, lentamente, si spogliò e si mise a letto. Dormì

parecchio, sognando cose intricate e molto malinconiche...

Non appena si svegliò, vide la stanza inondata dal chiarore del giorno. Cercò di ricordarsi, in fretta e furia, e

confuso, dove fosse, e s'avviò ad aprire le tende. L'azzurro già un po' pallido del cielo tardo-estivo, era attraversato da

radi cumuletti sfilacciati dal vento; ma sulla sua città natale splendeva il sole.

Con maggiore cura del solito s'occupò della toletta, si lavò e si rase alla perfezione, facendosi netto e pulito

come se si proponesse una visita in una casa buona e per bene dove è importante fare un'impressione piacevole e

irreprensibile; e mentre stava vestendosi ascoltò i battiti ansiosi del suo cuore.

Che chiaro c'era fuori! Si sarebbe sentito meglio se, come il giorno prima, per le strade ci fosse stato il

crepuscolo; ora però doveva camminare alla luce del sole sotto gli occhi della gente. Si sarebbe imbattuto in conoscenti,

sarebbe stato fermato, interrogato, avrebbe dovuto dar spiegazioni di come aveva passato quei tredici anni? No, per

fortuna nessuno più lo conosceva, e chi si fosse ancora ricordato di lui, non lo avrebbe riconosciuto, perché nel

frattempo s'era davvero un po' cambiato. Guardandosi con attenzione allo specchio, si sentì d'un tratto più sicuro dietro

la sua maschera, dietro il suo viso prematuramente rugoso, più vecchio dell'età che aveva... Si fece portare la colazione,

e poi uscì, passando sotto gli sguardi sprezzanti del portiere e del signore distinto in nero, attraverso l'atrio e in mezzo ai

leoni, uscì all'aperto.

Ma dove andare? Neppur lui lo sapeva. Era come il giorno prima. Non appena si rivide attorniato da

quell'insieme molto dignitoso e arcifamiliare di frontoni, torrette, portici, fontane, non appena sentì in faccia la

pressione del vento, il vento forte che portava con sé un aroma delicato e aspro di sogni lontani, gli scese sullo spirito

un velo, quasi come una trama nebulosa... I muscoli del viso si rilassarono; e con lo sguardo più sereno guardò uomini e

cose. Può darsi che, a quell'angolo di strada, là, si sia svegliato...

Ma dove andare? Gli sembrava che la direzione presa fosse in rapporto con i sogni tristi e dolorosi della notte...

Andò al mercato, passando per i portici del municipio dove dei macellai pesavano, con mani insanguinate, la loro

merce, sulla piazza del mercato andò, dove alta, cuspidale e multiforme c'era la fontana gotica. E si fermò davanti a una

casa, una angusta e semplice, uguale ad altre ancora, con un frontone incurvato e traforato, e si sprofondò ad ammirarla.

Dopo aver letto il nome della targhetta alla porta, fece scorrere un po' lo sguardo su ogni finestra. Poi, pian piano, si

voltò per andarsene.

Ma dove andare? Verso casa. Ma allungò la strada, facendo una passeggiata fuori porta, perché aveva tempo.

Percorse il Mühlenwall e l'Holstenwall, trattenendo il cappello al vento che sibilava e crepitava negli alberi. Poi lasciò

l'argine non lontano dalla stazione, vide un treno passare sbuffando con sollecitudine sgraziata, per passatempo ne contò

i vagoni, seguendo con lo sguardo l'uomo che se ne stava seduto, alto alto, nell'ultimo. Ma nella Lindenplatz si fermò

davanti a una delle graziose ville, scrutò a lungo nel giardino e su verso le finestre, e infine pensò di far dondolare sui

cardini il cancello, così da sentire un forte stridio. Poi si contemplò un pochino la mano diventata fredda e rugginosa, e

andò avanti, passando per la vecchia porta puntellata, camminò lungo il porto e, per la strada ripida e ventosa, salì alla

casa dei suoi genitori.

Si trovava chiusa dalle case dei vicini, che ne superavano il frontone grigio e severo come già trecento anni

prima, e Tonio Kröger si mise a leggere il motto pio, scritto sopra l'entrata con lettere ormai semicancellate. Poi respirò

profondamente ed entrò.

Il cuore gli batteva ansioso, per il timore che, da una delle porte a pianterreno, davanti alle quali stava

camminando, potesse uscire suo padre in giacchetta da contabile e la penna dietro l'orecchio, per fermarlo e chiedergli

conto della sua vita stravagante, cosa che egli avrebbe trovato giustissima. Ma passò indisturbato. La bussola non era

chiusa, ma solo appoggiata, e mentre da una parte trovò la cosa deplorevole, si sentì come in certi sogni leggeri in cui

gli ostacoli si ritirano da soli e si avanza liberamente; favoriti da una meravigliosa fortuna... L'ampia anticamera,

pavimentata con grandi piastrelle quadrate, risonava ai suoi passi. Di fronte alla cucina, dove c'era silenzio, sporgevano

dalla parete, come un tempo, a un'altezza considerevole, gli originali stambugi delle serve cui si accedeva solo

dall'anticamera, da una specie di scala all'aperto. Non c'erano più i grandi armadi e la cassapanca intagliata d'una volta...

Il figlio di casa cominciò a salire lo scalone enorme appoggiando la mano alla ringhiera verniciata di bianco e traforata,

alzandola a ogni passo e facendola leggermente ricadere al successivo, quasi volesse timidamente provare la possibilità

di concedere l'antica fiducia a quella vecchia e solida ringhiera... E sul pianerottolo, davanti all'entrata del mezzanino, si

fermò. Alla porta era fissata una targa ai cui, in lettere nere, stava scritto: biblioteca popolare.

Biblioteca popolare?, pensò Tonio Kröger, trovando che lì non c'entrassero affatto né il popolo né la letteratura.

Bussò alla porta... Sentì un «avanti», ed entrò. Al suo sguardo curioso e turbato si presentò un mutamento da non

credersi neppure.

Il piano era formato di tre stanze in profondità, e le porte di comunicazione stavano aperte, per quasi tutta

l'altezza, alle pareti, libri dalla rilegatura uniforme, in lunghe file di scaffali scuri. In ogni stanza, dietro una specie di

bancone, se ne stava seduto un povero diavolo. Mentre due volsero solo la testa verso Tonio Kröger, il primo si alzò

sollecito, appoggiandosi con entrambe le mani sul piano del tavolo, spinse la testa in avanti, sporse le labbra, alzò i

sopraccigli e guardò il visitatore battendo velocemente le palpebre.

«Mi scusi,» disse Tonio Kröger senza distogliere lo sguardo da tutti quei libri. «Io sono forestiero qui, sto

visitando la città. Allora, questa è la biblioteca popolare? Mi permetterebbe di dare un'occhiata alla raccolta per farmene

un'idea?»

«Certo!» disse l'impiegato battendo le palpebre con maggior energia. «Certo, è permesso a tutti. Vuole solo

dare un'occhiata... Gradirebbe un catalogo?»

«No, grazie,» rispose Tonio Kröger. «Mi raccapezzo facilmente.» E cominciò a camminare lento lungo le

pareti, dandosi l'aria di esaminare i titoli sul dorso dei libri. Infine prese un volume e, tenendolo aperto in mano, andò a

mettersi presso la finestra.

La stanza per la colazione era stata quella. La mattina facevano colazione lì, non nella sala da pranzo grande,

dove dalla tappezzeria azzurra sporgevano bianche statue mitologiche... E quella era stata la camera da letto.

Vi era morta la madre di suo padre, di vecchiaia, lottando duramente, perché era una donna di gran mondo,

gaudente e attaccata alla vita. E più tardi vi aveva mandato l'ultimo respiro anche suo padre, quel signore alto, corretto,

un po' malinconico e pensieroso, con il fiore di campo all'occhiello... Tonio era stato ai piedi del letto di morte, con gli

occhi arrossati, preso tutto e sinceramente da un sentimento muto e forte, da affetto e dolore. E anche sua madre, la sua

mamma bella e focosa, era stata inginocchiata a quel letto, sciogliendosi in calde lacrime; e poi se n'era andata

immensamente distante con quell'artista meridionale... Là dietro però, la terza stanza, la più piccola, ora pure piena di

libri e guardata da un povero diavolo, per anni era stata la sua. Se ne ritornava là dopo la scuola, dopo aver fatto, come

ora, una passeggiata, a quella parete c'era il suo tavolino nel cui cassetto aveva custodito i suoi primi versi intimi e

disperati... Il noce... Una malinconia lancinante lo fece sussultare. Guardò a lato, attraverso la finestra. Il giardino era

incolto, ma il vecchio noce, crepitando pesante e stormendo al vento, se ne stava sempre al suo posto. E Tonio Kröger

ritornò con gli occhi sul libro che teneva in mano, un'opera letteraria eccellente a lui ben nota. Guardò caratteri e righe

nere, seguendo un po' la scorrevolezza artistica del racconto che si elevava a un momento d'effetto, interrompendosi poi

in modo suggestivo...

«Sì, davvero ben fatto!» disse, e posato il libro si voltò. E vide l'impiegato sempre in piedi, battere ancora le

palpebre con un'espressione di zelo professionale misto a diffidenza preoccupata.

«Una raccolta eccellente, mi pare,» disse Tonio Kröger. «Un'idea generale me la son già formata. Le sono

molto obbligato. Adieu.» Andò verso la porta e uscì; ma fu un'uscita incerta, avendo chiaramente intuito che

l'impiegato, inquietissimo per quella visita sarebbe rimasto in piedi battendo le palpebre ancora per minuti.

Non si sentiva portato ad inoltrarsi ancora. A casa c'era stato. Su, nelle grandi stanze dietro il portico, ci abitava

gente sconosciuta, lo vedeva bene, perché la scala era chiusa da una porta a vetri, un tempo inesistente, e sopra c'era una

targhetta con un nome. Scese le scale e, traversando la risonante anticamera, abbandonò la casa dei suoi genitori.

Nell'angolo di un ristorante, consumò, tutto assorto, un pasto pesante e grasso, ritornandosene poi all'albergo.

«Ho sbrigato tutto,» disse al signore distinto in nero. «Oggi nel pomeriggio parto.» E ordinò il conto e pure la

carrozza che avrebbe dovuto condurlo al porto, al vapore per Copenaghen. Poi salì in camera, si sedette al tavolo,

appoggiò la guancia nella mano, fissando silenzioso, con lo sguardo vuoto, il ripiano. Più tardi saldò il conto e preparò

la sua roba. All'ora stabilita fu annunziata la carrozza e Tonio Kröger scese, pronto per il viaggio.

Giù ai piedi della scala lo attendeva il signore distinto in nero.

«Scusi!» disse spingendo con i mignoli i polsini nelle maniche. «Perdoni signore, se la disturbiamo ancora per

un minuto. Il signor Seehaase, il proprietario dell'albergo, la prega per un colloquio di due parole. Una formalità... Si

trova là dietro lui... Se vuole avere la compiacenza di seguirmi... È solo per il signor Seehaase, il proprietario

dell'albergo.»

E con gesti invitanti guidò Tonio Kröger verso il fondo dell'atrio. Dove infatti si trovava il signor Seehaase.

Tonio Kröger lo conosceva di vista ancora dai vecchi tempi. Piccolo, grasso, dalle gambe storte. I favoriti, ben

aggiustati, eran diventati bianchi; ma portava ancora un'ampia giacca di frac e una papalina di velluto ricamata in verde.

Inoltre non era solo. Presso di lui, accanto a uno scrittoio fissato alla parete, c'era, elmo in testa, un poliziotto, il quale,

tenendo la mano destra inguantata su un foglio scritto in vari colori, davanti a lui sullo scrittoio, guardava Tonio Kröger

con quella sua faccia onesta da soldato come se si aspettasse di vederlo sprofondare per terra, una volta giunto al suo

cospetto.

Tonio Kröger guardò l'uno e l'altro, e si mise ad attendere.

«Lei viene da Monaco?» gli domandò finalmente il poliziotto con voce bonaria e grave.

Tonio Kröger affermò.

«Lei va a Copenaghen?»

«Sì, sono in viaggio per una stazione balneare danese.»

«Stazione balneare?... Va bene, ma mi deve esibire i documenti,» disse il poliziotto, pronunciando l'ultima

parola con soddisfazione particolare.

«Documenti...» Lui documenti non ne aveva. Tirò fuori il portafogli e vi guardò dentro; ma oltre ad cune

banconote, vi si trovava solo la bozza di stampa d'una novella, bozza che aveva pensato di correggere non appena

giunto alla meta. Non gli piaceva aver da fare con funzionari, e non si era mai fatto rilasciare il passaporto.

«Mi dispiace,» disse, «ma con me non ho nessun documento.»

«Ah, sì?» disse il poliziotto. «Proprio nessuno?... Come si chiama lei?»

Tonio Kröger gli rispose.

«Ed è anche vero?» replicò il poliziotto, sgranchendosi e spalancando improvvisamente le narici.

«Assolutamente vero,» rispose Tonio Kröger.

«Ma che cos'è lei?»

Tonio Kröger deglutì e poi con voce ferma nominò la sua professione. Il signor Seehaase alzò la testa

guardandolo in faccia incuriosito.

«Ma!» disse il poliziotto. «E lei rifiuta l'identificazione con un individuo di nome...» «individuo» aveva detto, e

poi sillabò, leggendolo dal foglio di carta scritto in diversi colori, un nome strambissimo e romantico, che sembrava una

mescolanza bizzarra di suoni di diverse razze, e che Tonio Kröger nell'istante successivo aveva già dimenticato, «...

figlio di ignoti,» continuò, «e senza fissa dimora, il quale è ricercato dalla polizia di Monaco per parecchie truffe e per

altri reati, e probabilmente è in fuga per la Danimarca?»

«Non solo lo dichiaro, ma...» disse Tonio Kröger, facendo un movimento nervoso con le spalle... La cosa

suscitò una certa impressione.

«Come? Ho capito, certo!» disse il poliziotto. «Ma che lei non possa esibire proprio niente!»

Anche il signor Seehaase intervenne in tono accomodante.


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Riassunto per l'esame di Letteratura tedesca, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Letteratura tedesca della prof.ssa Frola. Su Tonio Kröger: Thomas Mann, Edizione Acrobat a cura di Patrizio Sanasi, Hans Hansen, Don Carlos di Schiller, Ingeborg Holm, Antonio Kröger, Il signor Knaak, Magdalena Vermehren, Lisaveta Ivanovna.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere (BRESCIA - MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura tedesca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Frola Maria Franca.

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