Letteratura teatrale della Grecia antica
Quando l'amore uccide
Argomento: quando l’amore uccide Modulo A
472 a.C. primo triennio del V: vanno in scena i Persiani di Eschilo, la prima opera di teatro greco che abbiamo; è l’opera più antica del teatro greco, e in assoluto la più antica di tutte. La sofistica degli intellettuali è andata persa (?). All’interno del gruppo umano è importante la comunicazione. Concetto di forse (?).
Nel V sono state portate in scena 2000-2500 opere di cui noi ne conosciamo una sessantina. Grande secolo genetico del teatro greco in cui si serra l’elemento dell’originalità, mentre nel IV già cambia. La produzione diventa il tipo di comunicazione principale per tutto il mondo greco:
- Fenomeno teatrale: V sec
- 2500 di cui solo 60
- Questo fenomeno (genesi) è una stagione in cui il teatro viene fruito da città e pubblici di vari luoghi ma nasce, vive e si propaga solo da Atene, da cui viene esportato in altri posti come in Sicilia.
Il teatro nasce come comunicazione poetica dell’ampia collettività, non privato, momento patrocinato dalla città-stato. Tutta la città durante le feste del teatro va a vedere collettivamente. I lavoratori erano pagati per andare a teatro (corrispettivo del lavoro perso), tutti dovevano partecipare alla collettività della città.
Consistenza del pubblico
27/09- Consistenza del pubblico: tutta la città, il cittadino è spettatore. Dubbio se ci fossero spettatrici. Il sistema teatrale era all’interno del sistema di feste dell’anno ateniese, delle feste in onore di Dioniso (protegge il teatro); la festa principale sono le dionisie. Le grandi feste della città erano quelle in cui si comunica poesia corale sul panteon. Possibilità di riprendere parte degli spettacoli, anche di altri generi poetici, all’interno di situazioni simposiali, un riutilizzo all’interno di un gruppo limitato di comunicazione poetica.
Brani antologici possono essere subito memorizzati dagli spettatori, come il Tiranno di Siracusa: un viaggiatore proviene da Atene riprende monologhi di questo spettacolo visto ad Atene. Problema: il tipo di teatro previsto al momento dell’istituzione cittadina: le dionisie vengono istituite dal tiranno di Atene (532), all’interno di una tirannia non democrazia. Non sappiamo come fosse il teatro istituito in un regime non democratico.
Riconoscimento della fruizione in una totale empatia: considerazione di Platone nell’opera Repubblica, inventa il concetto di marchio, cioè la parola teatrale si imprime sullo spettatore con una forza tale che non va più via, come un marchio.
Il teatro greco nel V secolo
Il teatro greco è un fenomeno, nella sua genetica, del V sec. Abbiamo commedie (Aristofane) e tragedie del V sec., Menandro è a cavallo fra VI e III sec dopo un secolo di teatro di cui abbiamo solo frammenti. Data importante: 472 a.C. primi trent’anni del V sec, data della messinscena dei Persiani di Eschilo, l’opera più antica in nostro possesso del teatro non solo greco ma in assoluto.
Tanti movimenti di idee si sviluppano nell’Atene del V sec parallelamente al teatro. I due principali movimenti sono la Sofistica e il Socratismo, nuove tendenze che si vedono riflesse sul teatro, improntano una tensione al relativismo, la verità non esiste ed appartiene solo a Dio, l’uomo deve approcciarsi al reale sapendo che è relativo e non assoluto.
Ogni azione può essere vista da punti di valutazione etica assolutamente diversi. Questo modo di pensare si riflette nella tragedia e nella commedia, che vivono nella necessità dell’uomo di capire se la propria azione è giusta o no.
Il mondo greco non ha mai elaborato un testo sacro. Nella tradizione ebraico-cristiana ed islamica, si è abituati a testi sacri che hanno la convinzione di riportare le parole stesse del dio, di riportare una serie di prescrizioni e obbligazioni derivanti direttamente da dio e trasmessi ai profeti, erano norme etiche fisse ed inviolabili. Il mondo greco non ha mai prodotto qualcosa del genere, è un mondo che ha organizzato una religione senza una parola rivelata e quindi senza degli obblighi etici di comportamento.
I dubbi etici nel teatro greco
Nella tragedia si riflette il dubbio sulla correttezza, sulla bontà dell’azione. L’uomo deve agire, ma ogni azione non sa se è buona o cattiva, giusta o sbagliata, se è quello che anche dio aveva in mente. L’uomo è da solo nella sua azione, non può servirsi di obblighi che gli sollevano la coscienza e gli fanno compiere un’azione di cui è sicuro (anche pur per trasgredire la parola del dio).
Nel mondo greco non si sa la volontà del dio, la conoscenza dell’uomo è sul contatto assolutamente relativo con la realtà, è solo sull’apparente, non si conosce la verità, la realtà, o la parola del dio. Da questo nasce, nel V sec, questo progredire di ragionamento filosofico, poetico e teatrale, su cosa sia l’azione nell’uomo e cosa sia la libertà decisionale dell’uomo.
È un’arma a doppio taglio: senza obblighi di dio, l’uomo è libero e agisce come meglio crede dalla sua valutazione della realtà, però poi può arrivare la punizione di dio se si fa il contrario della sua volontà. Si ha la ricerca di cosa sia la libertà umana e anche la ricerca dei limiti di questa libertà. Esiste una verità che valga per tutti gli uomini, anche se non è la stessa che ha in mente dio?
Il V sec è il secolo del dubbio, l’uomo si mette in dubbio, c’è analisi dei limiti tra collettività e libertà personale, mancata libertà personale nei confronti del gruppo e di dio, tutto è in dubbio e relativo.
Teatro come comunicazione etica
Il genere del teatro è nel V sec un genere di comunicazione etica all’interno della città, Atene fonda il momento teatrale come momento di organizzazione statale, il fenomeno teatrale è patrocinato dallo stato. Ciò ne fa un genere di comunicazione al quale tutta la città deve partecipare. Tutta la città va a teatro a vedere le stesse cose. La città lo considerava fondamentale per la propria capacità di fondere il gruppo in un’unità.
Il momento all’interno del quale Atene comunica il proprio teatro è sempre un momento agonale, una gara. Per tutto il V sec, ma anche nel IV e anche prima, la comunicazione teatrale è in forma di gara: gara di tragedia, di commedia e di ditirambo. Fare del teatro un momento di gara è tipico dell’abitudine del mondo greco, non solo per il teatro: la comunicazione tra la fine del VI e per il V sec era in strutture agonali, anche l’epica era una sfida fra poeti/cantori.
Molti momenti di fruizione collettiva della poesia portarono a momenti minori in cui la fruizione era privata. Un secondo grande tipo di fruizione della poesia era il momento di fruizione simposiale. I grandi momenti di comunicazione (epica, teatro, poesia corale) erano quelli della città, si aveva fruizione collettiva e agonale.
La fruizione simposiale invece era la derivazione di tutto ciò nelle singole abitazioni o comunque limitata a un gruppo ristretto, la fruizione è limitata e privata. Momento simposiale in senso stretto è l’abitudine del mondo antico di comunicare poesia, musica, teatro, danza nel dopo cena: si mangiava e poi si beveva (simposio= bere insieme), era il momento in cui nelle case erano chiamati attori, musicisti, danzatori, poeti, che, mentre i padroni di casa e gli ospiti bevevano, cantavano, recitavano e danzavano per intrattenerli.
La fruizione agonale e simposiale
Le grandi opere che la città aveva fruito a livello collettivo venivano sezionate in pezzettini che venivano goduti nelle singole case nel momento del simposio. Si assiste a una fruizione a livello agonale quando è per tutta la città, a livello privato si ha una ripresa per gruppi minuscoli in momento simposiale (si parla di momento simposiale anche quando non è un simposio, anche quando non si beve, semplicemente quando si esce da una fruizione cittadina collettiva).
Abbiamo la testimonianza di viaggiatori che da Atene arrivarono a Siracusa, di lingua greca, alla corte di Dionisio, grande mecenate ed amante del teatro: venne chiesto al viaggiatore, mercante, quali fossero le novità teatrali di quell’anno e se potesse recitarne un pezzettino; egli, pur avendo sentito una sola volta una tragedia sulla scena ateniese, fu in grado di riportare a memoria alla corte i monologhi più importanti e di cantare i cori più importanti.
Questo dice molto sul tipo di capacità mnemonica del pubblico, sul tipo di attenzione e il tipo di “marchio” (tipos) che una comunicazione poetica così densa, profonda e necessitante imprime sullo spettatore. Platone scrive un secolo dopo rispetto al momento teatrale, ma è il primo grande sociologo della comunicazione: nella Repubblica, inventa il concetto di marchio “la parola poetica, poiché agisce sulla parte emotiva, si imprime come un marchio e non va più via nemmeno di fronte a un discorso razionale”.
Il viaggiatore era uno spettatore molto diverso da noi perché per noi la parola poetica non ha più questa forza di marchio che imprime dei convincimenti etici, nel mondo greco è un tipo di comunicazione che nasce in funzione di questo, per veicolare dei ragionamenti di tipo etico. Lo spettatore è diverso per la sua capacità di memorizzazione ma è diverso anche il genere proposto.
Le novità teatrali
Un’altra caratteristica fondamentale nel V sec è l’abitudine di comunicare le novità dell’anno, le nuove opere, una sola volta. Nella struttura agonale non sono previste repliche, ogni drammaturgo porta in gara le proprie opere una sola volta e lo spettatore assiste una sola volta. Ci furono riprese delle opere di un drammaturgo, molti anni dopo, soprattutto per Eschilo, sempre stato considerato ad Atene il migliore: la città ad un certo punto decreta che ogni anno venga riportata sulla scena un’opera di Eschilo, probabilmente fine V sec.
Si hanno in realtà anche notizie, seppur sporadiche, di ripresa di opere in teatri minori vicino ad Atene, ma sono riprese secondarie e sempre una sola volta. L’abitudine del mondo greco è quella di strutturare l’anno in una serie continua di feste, è un mondo politeistico, ci sono più dei da celebrare. Il mondo greco pone come momento fondante della propria identità, quello di organizzare l’anno in una serie continua di celebrazioni di tutte le divinità del pantheon, principali e secondarie.
Celebrazioni e identità
Tutto l’anno viene organizzato in celebrazioni che scandiscono l’anno, che celebrano volta per volta gli dei principali della città: questi momenti di celebrazioni sono quelli in cui avvengono le comunicazioni di tipo poetico e quindi comunicazione di identità, delle proprie prerogative fondanti di comunità, di gruppo. In tutti i tipi di comunicazione poetica si ha la stessa abitudine: il cantore recita una novità una sola volta, poi viene ripreso, ma il momento di celebrazione è unico. Anche i luoghi architettonici danno l’idea di una sola fruizione.
Un’altra profonda differenza è quella temporale: nel mondo greco l’abitudine era di fare comunicazione poetica dall’alba al tramonto, le gare duravano anche tre/quattro giorni di fila; il tipo di esperienza poetica è diversa rispetto alla nostra, non è limitata a poche ore. Il mondo greco era abituato al fatto che quando si comunicava poesia il mondo si fermava, la città si fermava: quello era il momento fondante più importante di tutti gli altri, era sospensione della vita normale.
Momenti di sospensione
In questi giorni di sospensione totale delle attività, le carceri venivano aperte, i carcerati andavano a teatro. La città considerava così importanti i momenti di comunicazione poetica da sovvertire la necessità di una reclusione di chi aveva commesso crimini, anzi un criminale doveva a maggior ragione andare a teatro, per capire cosa significava essere cittadino.
Non sappiamo se le donne potessero andare o no a teatro. La società ateniese del V sec prevedeva, per quanto riguarda le classi elevate, che la donna non uscisse di casa: la libertà di uscire di casa è per la classe servile, le schiave. Le cittadine non possono uscire di casa, escono solo in momenti stabiliti, in cui ci sono feste specifiche dedicate alle donne (feste di divinità femminili), o solo quando ci sono dei funerali. Anche nelle grandi feste della città, es. le Panatenaiche, probabilmente le donne erano ammesse. Per il teatro si ha il dubbio, si penserebbe che le donne non possono andare a teatro.
Tuttavia, si ha una testimonianza controversa, piuttosto tarda, non del V sec, di Plutarco: nelle Eumenidi di Eschilo (fa parte della trilogia dell’Orestea, 458 a.C., insieme ad Agamennone e Coefore), il coro è composto dalle Erinni, sono le Furie latine, sono esseri mostruosi divinità della vendetta, del sangue familiare versato, del rimorso e della follia, perseguitano Oreste che ha ammazzato la madre Clitemnestra; le Erinni hanno un aspetto mostruoso, viene descritto il costume nella tragedia, avevano serpenti in testa, zanne al posto dei denti, erano viola; uno storico dà testimonianza, di avvenimento nel pieno del V sec, “quando entrò in scena il coro delle Erinni per la prima volta, l’impatto sul pubblico fu così terrorizzante che i bambini presenti svennero e le donne abortirono”.
Ciò fa capire il livello di empatia del pubblico, che entra in maniera totalizzante nell’esperienza teatrale, è il tipos, il marchio. Inoltre dà la presenza di donne e bambini: è probabile che ci fossero bambini, poiché una delle attività prima delle gare del teatro, era una cerimonia civica che onorava gli orfani di guerra, che venivano cresciuti a carico dello stato, può darsi che rimanessero durante gli spettacoli; l’idea della presenza delle donne urta tutto quello che sappiamo rispetto la partecipazione femminile all’epoca.
Può essere che Plutarco non faccia riferimento alla prima dell’Eumenidi, ma a una ripresa più tarda, quando la società è cambiata e per le donne è normale andare a teatro, non lo dice con certezza. Oppure si può pensare fosse ammissibile che fossero presenti a teatro le Etere (etaira significa compagna in greco), donne non sposate che non erano prostitute (porne), erano mantenute, donne che non diventano spose, a cui l’amante di turno organizza una casa e la mantiene, è l’unico tipo di identità femminile nell’Atene del V sec di intellettuale.
L’etera, avendo una libertà che le donne sposate non hanno, può aprire la sua casa a poeti, artisti, uomini di cultura, politici; ha la possibilità di uscire di casa. Però l’etera non è una cittadina, è di stato servile: non ha le tutele del cittadino, della donna sposata (esempio: i suoi figli non possono essere cittadini ateniesi). Ad esempio Aspasia fu etera compagna di Pericle, i figli di Pericle non potevano essere cittadini ateniesi. Le etere erano libere di istruirsi; partecipavano ai simposi, molti simposi venivano fatti nelle loro case. Abbiamo solo supposizioni.
La comunicazione attraverso la gara
Questa abitudine della comunicazione attraverso la gara è all’interno di feste religiose. La principale sono le Grandi Dionisie, dedicate a Dioniso. Quelle che riguardano il teatro sono tre: Grandi Dionisie, Piccole Dionisie o Dionisie Rurali (fatte nei borghi fuori Atene, non riguardano il grande momento genetico delle Grandi Dionisie, non sappiamo se ci fosse l’abitudine di riprese) e Lenee (lenaiai).
Le lenee riguardano Dioniso dio della vendemmia (lenaios), genere principale è commedia. Nelle Grandi è la tragedia, nelle Piccole la commedia. Le Grandi Dionisie cominciano prima di quanto noi possiamo verificare e conoscere: l’istituzione delle gare teatrali per il teatro alla collettività non comincia con l’Atene democratica, comincia bensì quando Atene è una tirannide, l’istituzione delle feste teatrali risale fra il 535 e il 532 a.C. Si hanno dubbi sui singoli anni perché i Greci calcolano per Olimpiadi.
Quindi le Grandi Dionisie vengono istituite come momento cittadino alla fine del VI sec, da Pisistrato tiranno di Atene. Nel 507-6 si comincia con Clistene la grande riforma, riorganizzazione democratica di Atene. La prima opera che noi possediamo è un’opera in cui Atene è una città democratica da almeno una trentina d’anni.
I tiranni d’epoca antica erano un tipo d’identità politica che ha tutto il favore e il dovere di far sì che il popolo abbia continuamente cose che piacciono (panem et circenses), pane e divertimenti, spettacoli. Un tiranno deve fare sì che il popolo sia sempre dalla sua parte, non può essere un tipo di identità politica che schiaccia e sottomette il popolo a una volontà che lo deprime, comprime e ne limita l’esistenza; il tiranno non ha altro riconoscimento politico se non con volontà del popolo.
Tradizionalmente la volontà politica assolutamente pacifica è quella monarchica, il popolo la riconosce, il figlio succede al padre senza tensioni. Un tipo di regime sostenibile è quello aristocratico, l’oligarchia di nobili che si dividono il potere e governano, ha una ragione d’essere che il popolo non può contestare, perché come il re lo è di famiglia, di derivazione divina. Il tiranno invece, non importa che sia aristocratico anche se in genere lo è, prende il potere al di fuori della volontà degli altri aristocratici, al di fuori di una tradizione aristocratica o monarchica. Prende il potere con
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