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Scapigliatura e decadentismo: l'arte contro la società

Nella seconda metà dell'800, soprattutto nei paesi in cui è più forte la spinta del progresso tecnico e la cultura positivista, l'artista sceglie sempre più spesso un'opposizione radicale e una fuga dalla società, assumendo atteggiamenti irregolari ed estremi, che scandalizzano i buoni borghesi (da maudit = maledetto); si scopre così separato dal paesaggio industriale circostante, in cui la sua opera è ridotta a merce. L'arte può affermarsi solo rivendicando la propria autonomia (teorie dell'arte per l'arte) e identificandosi integralmente con la vita. La più decisa opposizione si ebbe in Francia con Baudelaire e Rimbaud.

Data fondamentale è il 1857, quando in Francia apparirono due opere che suscitarono scandalo: I fiori del male di Baudelaire e Madame Bovary di Flaubert. Termine utile per definire i caratteri di gran parte dell'arte di secondo '800 e primo '900 è il decadentismo: il termine nacque in Francia negli anni '80 in seguito alla pubblicazione del sonetto Languore di Verlaine e all'uso della critica ufficiale di designare come décadents gli artisti anticonformisti e maledetti. La ricerca di una nuova poesia di tipo simbolista portò nell'86 alla fondazione della rivista «Le Décadent» che assumeva in positivo l'accusa di decadenza. In seguito il termine venne esteso ad indicare vari aspetti dell'arte europea di secondo '800, mantenendo a lungo un'accezione negativa e acquistando un'estensione molto vasta: la cultura idealistica italiana ha attribuito l'etichetta di decadentismo a tutte le esperienze novecentesche di frantumazione delle forme classiche e di rivendicazione del valore positivo dell'artificio e della raffinatezza estetica. Oggi appare preferibile un uso limitato del termine.

Decadentismo e romanticismo

L'etichetta decadentismo esclude l'idea di una troppo stretta continuità con il romanticismo (con cui pur condivide un certo – anche se più radicale – spirito del negativo) e sottolinea invece la novità di contenuti e forme che rompono con tutta la tradizione dell'arte e della cultura occidentale e sembrano volerla riportare sull'orlo della fine, registrandone la decadenza (e rifugiandosi per questo in raffinate forme estetiche). La poesia di Baudelaire costituisce il maggior punto di riferimento per tutte le esperienze decadenti → dalle sue esperienze rivoluzionarie si svolgono in Francia nuove tendenze: parnassiani (= tutte le moderne forme di classicisimo estetizzante, che cercano forme preziose, gelide, impassibili); simbolisti (per simbolismo si intende la lunga tradizione poetica che prende avvio in Francia e che si concentra sull'uso del simbolo e dell'analogia, teso a interrogare il fondo segreto della realtà, a cercare i legami nascosti tra le cose); la poesia di Rimbaud, Mallarmé, Verlaine.

Caratteristiche della poesia francese

  • Rompe con la tradizione, svelando l'ambiguo fascino del brutto e del deforme e dissolvendo ogni legame tra bellezza e morale.
  • La natura appare percorsa da rimandi segreti, di cui la poesia deve ritrovare le tracce, avvalendosi in primo luogo dell'analogia.
  • Tendenza all'espressione difficile e oscura.
  • Il poeta vuole porsi come sacerdote di una forza spirituale segreta.
  • Disintegrazione della metrica, con la nuova esperienza del verso libero.

Una delle opere che più contribuiscono alla diffusione del modello decadente in tutta Europa è il romanzo di Huysman A rebours (A ritroso, 1884).

La Scapigliatura

Aspetti esplicitamente decadenti si manifestano in Italia a partire dagli anni '80 (soprattutto nell'ambito dell'estetismo): ma già nei primi anni dopo l'Unità un tentativo di uscire dai limiti provinciali della nostra letteratura, tenendo presenti i modelli francesi, si deve ad un gruppo di scrittori operanti a Milano (città in cui era più forte lo spirito borghese e industriale), animati da uno spirito di ribellione contro la cultura tradizionale e i valori borghesi: essi furono detti scapigliati. Il termine si impose nel corso degli anni '50 dell'800 come libera traduzione del francese bohèmien (“zingari”), riferito alla vita disordinata e anticonformista di alcuni artisti parigini; nel romanzo di Arrighi, La Scapigliatura e il 6 febbraio ('62), veniva indicato con questo termine un certo ambiente di giovani artisti milanesi irrequieti e turbolenti (personificazione della follia che sta fuori dai manicomi), sullo sfondo di una rivolta operaia. Il termine passò poi ad indicare, nella storia letteraria, tutte le forme di ribellione agli equilibri culturali dominanti dell'Italia postunitaria (specie negli anni '60 e '70).

Caratteristiche della Scapigliatura

  • Moderatismo del Romanticismo italiano → recupero degli aspetti più negativi ed estremi della tradizione romantica, ma allo stesso tempo opposizione al provincialismo, al conservatorismo e al moralismo della nostra cultura risorgimentale.
  • La realtà non è più percepita romanticamente come organica e in progredire continuo, bensì come una congerie di fenomeni, frantumata, contraddittoria → la realtà fisica veniva confrontata con quella psichica (sensibilità e malattia).
  • L'osservazione del rapido sviluppo del mondo cittadino si intrecciava alla rivelazione del fantastico e del bizzarro.
  • Convinzione che l'arte e l'artista siano estranei ai canoni borghesi, emarginati.
  • Si nega il valore tradizionale-borghese della bellezza, rivendicando il legame del bello con l'orrendo (estetica del brutto) e consumando la propria esistenza in esperienze estreme, vivendo alla giornata minati da alcool e malattie (arte malata).
  • “Miseria della poesia”: la poesia risulta priva quelle funzioni ufficiali che ancora possedeva nel Risorgimento → inessenzialità e perdita di autorizzazione sociale. Ma nello stesso tempo si affacciava all'artista scapigliato una nostalgia di valori che purificassero tale miseria → ne deriva un atteggiamento contraddittorio: da una parte la pratica di vita mondana, laica e libertina; dall'altra aneliti religiosi.

La scapigliatura non si tradusse in un vero e proprio gruppo organizzato, mancò una poetica organica: il suo momento più intenso (nella Milano degli anni '60) coincise con una serie di spontanei contatti fra giovani scrittori, il cui maestro di riferimento fu Giuseppe Rovani.

Principali autori della Scapigliatura

  • Cletto Arrighi (vero nome: Carlo Righetti): polemico propagandista della Scapigliatura.
  • Ugo Tarchetti: tutta la sua esistenza di ribelle (che lo portò a morire di tisi) è segnata da qualcosa di cupo e di disperato. Nel suo romanzo Fosca ('69) racconta la storia inquietante dell'amore di un giovane ufficiale per una donna di singolare bruttezza e malatissima.
  • Emilio Praga: nella sua opera il persistere di modelli romantici e di legami con la tradizione si intreccia con l'aspirazione a confrontarsi con la poesia europea (Baudelaire). Egli non riesce ad abbandonare del tutto il grande modello manzoniano. Il “vero” che egli vuole rappresentare (sia nella narrazione, sia nel linguaggio) si trasfigura in effetti pittorici, in sottili evanescenze.
  • Arrigo Boito: ardito sperimentatore (anche in campo musicale), Boito si fece interprete di un'umanità proiettata verso il futuro e svincolata da tutti i valori tradizionali. La poesia scapigliata di Boito si caratterizza per un umorismo macabro e grottesco, che poggia su una costante percezione della contraddittorietà del mondo, dell'intreccio bene-male, sublime-ridicolo, angelo-demonio. Rispetto a queste forze contrastanti il poeta si pone come un giocoliere, che cerca (mediante la parola e la musica) di afferrare quel senso di movimento. Di qui il rischio di un certo manierismo.
  • Carlo Dossi: il pavese Carlo Alberto Pisani Dossi (solo parzialmente coinvolto dal movimento scapigliato) realizza, in virtù di un originalissimo pastiche linguistico, una folgorante apertura su modalità espressionistiche di scrittura (aprendo la strada al milanese Gadda). Dossi elabora un linguaggio capace di rappresentare con vivo realismo, ma anche con vene espressionistiche e acuto senso del ridicolo, la realtà psicologica e sociale dell'uomo e del mondo. Attento a cogliere modi di atteggiarsi, aspetti del costume, finzioni e ipocrisie della vita sociale, egli elabora una corrosiva critica del costume e della mentalità borghese, che investe ora precisi tipi sociali (le due serie di Ritratti umani), ora l'intero genere femminile (La desinenza in A). Nei racconti più scopertamente autobiografici (L'Altrieri e Vita di Alberto Pisani) l'autore alterna al sarcasmo e alla critica sociale, felici rievocazioni dell'infanzia. La sua scrittura, modulata su un impasto di termini desueti e colti e di altri colloquiali, gergali e dialettali, mira soprattutto al realismo satirico e alla deformazione espressionistica, ma prevede sovente anche improvvisi scarti nella fantasia surreale e fiabesca.

Esaurita la spinta della prima generazione lombarda, l'atteggiamento ribelle della Scapigliatura animò un gruppo di scrittori sensibili alla problematica sociale e alle continue trasformazioni che lo sviluppo industriale creava in Italia: nacque così nel '68 a Milano il «Gazzettino rosa», fondato da Bizzoni e Cavallotti.

Si può poi anche parlare di Scapigliatura piemontese, a proposito di alcuni aspetti della vita culturale torinese. In campo poetico abbiamo Giovanni Camerana, autore anche di disegni di paesaggi, morto suicida. Nella sua poesia si presentano spunti pittorici e immagini naturali percorse da luminose analogie, che rivelano contatti col simbolismo francese; assimilabile per la ricerca linguistica e stilistica a quella di Dossi, sia pur in tono minore è l'esperienza narrativa di Faldella, il maggior esponente del ramo piemontese.

Giovanni Verga e il verismo

La narrativa naturalista

Il terreno su cui la letteratura europea si impegna più compiutamente nella rappresentazione della realtà è la narrativa. Nella seconda metà del secolo, specie in Francia e su suggestione del positivismo (indirizzo filosofico che pone le scienze naturali come modello conoscitivo della realtà, estendendo a qualsiasi campo culturale i criteri sperimentali della verifica e del confronto coi fatti), la narrativa realista elabora un metodo rigoroso che:

  • Costruisca una narrazione oggettiva, che riproduca le circostanze reali con un controllo quasi scientifico → oggettività e scientificità della rappresentazione.
  • Si basi sui fatti e sulle condizioni ambientali e psicologiche che agiscono sui personaggi e sia in grado di fotografare il reale (la natura esterna) in maniera precisa.
  • Rifiuti ogni ingerenza del narratore nelle vicende narrate → impersonalità (non è concepibile che un narratore sperimentale partecipi emotivamente agli esperimenti umani e sociali che produce).
  • Adotti un linguaggio diretto, privo di particolari artifici stilistici.
  • Concentri il proprio interesse sulla materia della narrazione, più che sulle sue forme.

Per definire questo tipo di narrativa si tende a parlare di naturalismo; fu Zola il primo ad usare questo termine (adottato fino ad allora per indicare quelle filosofie che ponevano al centro la natura) nel suo programma per una narrativa capace di rispecchiare le forme concrete della realtà. Al 1880 risale Il romanzo sperimentale, saggio-definizione del metodo naturalistico, che segue da vicino gli orientamenti del positivismo e mira a sviluppare la narrazione per via “sperimentale” (= da premesse che con il loro intreccio determinano il destino di personaggi e gruppi sociali) → si trasferisce insomma il metodo scientifico in letteratura. La produzione narrativa francese ebbe larga eco nel nostro paese: molti autori (come Capuana) ebbero una funzione di primo piano nella diffusione del naturalismo nella penisola.

Il verismo italiano

In Italia i diversi tentativi di un più diretto rapporto con la realtà portarono ad un uso insistente del concetto di vero, determinando l'adozione del termine verismo, per designare una letteratura che si accosta al vero nella sua nuda e semplice evidenza. Il termine cominciò a diffondersi negli anni '60 e a partire dagli anni '70 fu assunto come formula per definire una nuova narrativa che guardava a Zola e al naturalismo francese, ma con una sua autonoma specificità. Dal confronto col naturalismo e dall’interesse per le realtà regionali derivano i maggiori risultati del verismo italiano, che trova la sua massima spinta intorno al 1880, con l’opera di Verga e Capuana, e l’affermarsi del metodo dell’impersonalità: nel corso degli anni '80 la produzione narrativa è dominata dal verismo, ma molti scrittori (Fogazzaro) tendono già a distaccarsene, a esprimere propositi moralistici o sottili sfumature sentimentali o psicologiche; non è un caso che nell'89, mentre Verga pubblica la sua ultima opera veristica (il Mastro), si abbia con Il Piacere l'esordio della linea narrativa estetizzante. La narrativa verista si protrasse comunque per tutti gli anni '90 verista e proprio in questi anni appare uno dei suoi capolavori, I Vicerè. Del naturalismo, il verismo accoglie la poetica dell'impersonalità e dell'oggettività dell'indagine, mentre lascia cadere gli estremi dello scientismo positivistico e la fiducia nella rappresentazione letteraria come strumento di modificazione della realtà (presente ad esempio in Zola). Il metodo verista viene elaborato soprattutto da alcuni scrittori siciliani (tutti di Catania), sensibili alla contraddizione tra nuova realtà dello Stato unitario e arcaicità della Sicilia.

Caratteristiche del verismo italiano

  • Essi sentono la spinta ad allontanarsi dal loro paese, cercando contatti con i più vivaci centri nazionali; ma dall’immersione in questa vita ricevono anche la sollecitazione opposta a recuperare le radici del mondo siciliano, materia centrale delle loro opere.
  • Vivono la delusione per la sconfitta degli ideali risorgimentali; ma questa delusione non li porta ad assumere posizioni democratiche o progressiste: al contrario li induce a guardare con sfiducia ogni possibile modificazione, ad accettare il sistema presente.
  • Non propongono modelli di comportamento o esistenze esemplari da imitare: negano al lettore la possibilità di identificarsi con la materia narrata.
  • Le loro pagine sono dominate da un senso di solitudine, lontana dagli scambi collettivi che animano il naturalismo; ma i rapporti con la narrativa francese sono comunque essenziali, specie per l’impersonalità (il modello più importante è Flaubert), che consiste nel far parlare direttamente i personaggi rappresentando la loro realtà mentale e sociale senza che l’autore proietti su di loro le proprie idee.

Esponenti del verismo italiano

  • Luigi Capuana: fu il teorico del verismo. Raggiunse i risultati – estremi e radicali. Si pone come attento mediatore della cultura naturalistica europea, che sa tradurre in attente analisi psicologiche e in curiosità per gli aspetti più strani e inquietanti dell’esperienza. A Firenze conobbe Verga: qui approfondì il suo interesse per la narrativa e il canone dell'impersonalità e definì alcune idee di base sul rapporto arte-scienza: egli intendeva l’opera d’arte come forma vivente, organismo dotato di una propria vita e sottolineava l’affinità tra l’esperienza dell’artista e quello dello scienziato positivo. Tra anni '70 e '80 si impegnò nella battaglia per una letteratura aderente al vero, ma lontana dal ribellismo scapigliato. Ebbe molteplici interessi: fu scrittore, critico, giornalista, fotografo; fece indagini sullo spiritismo, sul folclore siciliano e sui fenomeni parapsicologici. La sua prima opera, che suscitò discussioni e polemiche, fu il romanzo Giacinta (1879), dedicato a Zola: un personaggio femminile reagisce al vuoto degli affetti familiari e al peso dei pregiudizi sociali cercando di affermare i propri sentimenti; ma questa situazione provoca un’alterazione del suo equilibrio psichico, portandola al suicidio. Capuana fu anche autore di numerose novelle; ma il risultato più sicuro della sua attività è l'ultimo romanzo, Il marchese di Roccaverdiana (1901) la cui redazione si prolungò per circa 20 anni: ambientato nel mondo contadino siciliano, esso cerca di portare ad una purezza quasi classica l’oggettività e lo psicologismo (influenzato da Bourget e dagli scapigliati) dei suoi romanzi minori.
  • Federico De Roberto: anch'egli influenzato dallo psicologismo francese, l'autore con il grande affresco de I Vicerè (1894) consegna al verismo italiano uno dei suoi capolavori. Ne I Vicerè (iniziati due anni prima e di scarso successo al momento della pubblicazione), attraverso la storia della famiglia Uzeda (che da secoli detiene il potere a Catania), l'autore presenta un grande affresco della società siciliana mettendo a fuoco il passaggio dal regime borbonico al regno d'Italia → motivo della delusione risorgimentale: dietro il nuovo c'è ancora il vecchio, la gestione del potere rimane nelle mani di chi l'ha sempre avuta (ed infatti alle elezioni dell'82 viene eletto deputato Consalvo Uzeda). Il mutamento è più apparente che reale: la storia è una monotona ripetizione. È possibile leggere in questa frase l'eco di...
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher federica.sirgio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Giovannuzzi Stefano.
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