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Nel tempo del neorealismo

Gli eventi del tormentato arco di tempo compreso fra l'inizio del secondo conflitto mondiale e il dopoguerra rafforzarono negli scrittori italiani la consapevolezza di quanto fosse importante adeguare la letteratura al mutare dei tempi, ponendo i loro strumenti al servizio della società contemporanea e dei suoi urgenti problemi. Come spesso accade nell'ambito delle esperienze culturali, le correnti letterarie che presero forma in questi anni furono conseguenza di una situazione storica e sociale in trasformazione, e quindi di un progressivo modificarsi nella visione del mondo, e nacquero all'insegna della rottura con il passato e della ricerca di nuove soluzioni; tuttavia esse conservarono significativi legami con la tradizione.

Il primo importante indirizzo culturale in Italia che presenta simili caratteristiche è il Neorealismo, un movimento che sorge durante la seconda guerra mondiale, sviluppandosi approssimativamente fra il 1943 e il 1955, e che per molti intellettuali che uscivano dal fascismo rappresentò quasi una scelta obbligata di rigenerazione. Esso espresse una concezione della cultura quale strumento capace di incidere sulle coscienze e di ordinare l'esperienza collettiva, intervenendo nelle sue contraddizioni di carattere politico e sociale, contrassegnata dall'assunzione di uno stile per lo più realista, animato da una visione del mondo e dei fatti sociali mediata da un'ideologia di stampo populista, spesso echeggiante temi marxisti.

La letteratura e il neorealismo

Rispetto alla letteratura come prosa d'arte o come celebrazione retorica degli anni del fascismo, il neorealismo sollevò il dibattito sulla situazione dell'uomo e dell'intellettuale; quest'ultimo, in particolare, intese farsi portatore della riscoperta del mondo contadino e della sua cultura e, in seconda istanza, dei valori primigeni delle classi subalterne. Non a caso, il neorealismo coincise con la scoperta e la pubblicazione degli scritti di A. Gramsci, che denunciavano la mancanza di una letteratura autenticamente nazional-popolare. L'aspetto ideologico del neorealismo si concretizzò anche nell'assunzione della parlata popolare come arricchimento del linguaggio colto: alla fine, l'utopia del neorealismo fu la sintesi fra le due culture, quella delle classi dominanti e quella delle classi subalterne.

Il Neorealismo non è una vera e propria scuola, ma piuttosto un orientamento generale della cultura, un'atmosfera, racchiusa in un breve volgere di anni, che risponde a parametri omogenei in campo tematico e formale, e che abbraccia vari settori, raggiungendo la massima rappresentatività nel cinema; anche in letteratura, però, ispira testi di notevole efficacia. Nel secondo dopoguerra il termine Neorealismo si diffonde nella letteratura Italiana, l'esigenza di un ritorno a Verga nasce da situazioni contingenti e forse, da una scarsa conoscenza della letteratura Europea, così come dalla specificità della società italiana ancora prevalentemente agricola. Questo è il limite e la grandezza del Neorealismo, entrerà in crisi irreversibile quando la nostra società diventerà molto simile a quella Americana negli anni cinquanta (Boom economico).

Decadentismo e nuove espressioni letterarie

Il Decadentismo in tutte le sue espressioni pur differenziate evidenziava una crisi di valori, negli anni trenta molti intellettuali italiani ed europei in modo diverso cercarono comunque, a fronte dei drammatici avvenimenti che di lì a poco avrebbero insanguinato l'Europa, vie diverse di espressività, ma anche di uscire da una situazione in cui la percezione della crisi finiva per diventare accettazione della realtà, in Italia il Decadentismo D'annunziano aveva finito per confluire in modo diretto nella cultura più grossolana e nazionalista di Mussolini, ma anche Pirandello con la sua scissione tra un'arte rivoluzionaria e una vita privata sostanzialmente borghese non potevano reggere. In letteratura il Neorealismo ha un rapporto di maggiore continuità con il passato.

La prima caratteristica del Neorealismo e degli scrittori che operano negli anni quaranta è rappresentata da una nuova idea di letteratura che passa anche attraverso scelte che chiamano direttamente in causa lo status dello scrittore. Sino a quel momento la letteratura aveva avuto un rapporto di quasi completa estraneità con la società e con le classi sociali subalterne, vi era stato un rapporto intenso con il "pubblico" solo nel caso di D'annunzio, ma di carattere completamente opposto a quello degli scrittori di questo periodo, anche autori profondamente rivoluzionari come Pirandello vivevano una scissione netta tra letteratura e vita sociale. Con gli scrittori Neorealisti abbiamo un coinvolgimento diretto o indiretto nella vita pubblica del Paese, con caratteristiche di tipo Democratico.

Tutti più o meno furono coinvolti nella teoria dell'impegno civile dell'intellettuale comunque inteso, tutti ebbero una grande apertura nei confronti delle classi sociali che per secoli erano stati escluse non solo dalla cultura, ma dalla stessa lingua nazionale. Da questo punto di vista il Neorealismo rappresenta un momento importante della storia del nostro Paese. La percezione dell'impegno dell'arte, dell'intellettuale che doveva uscire dalla "Torre d'avorio" dove si era rinchiuso da secoli era una esigenza a livello europeo, di fronte ai drammatici avvenimenti di quegli anni.

Influenze e opere significative

Grande eco ebbe in Italia sia la pubblicazione degli scritti dal carcere di Gramsci sia degli scritti dell'intellettuale G. Pintor, morto giovanissimo militante della Resistenza che negli articoli e lettere lasciati insisteva molto sulla scelta che come lui avevano fatto tanti giovani (come Calvino) in quegli anni, giovani costretti a scegliere ad impegnarsi. Scelta intesa come impegno e rottura rispetto al tradizionale ruolo degli intellettuali. In Italia bisogna anzitutto citare il libro di Moravia "Gli Indifferenti" del 1929 un romanzo che fu letto come una critica ai valori borghesi dominanti dell'epoca, con molta più coscienza e chiarezza di quando avevano fatto Svevo e Pirandello.

Di Moravia ricordiamo l'espressione di "impegno controvoglia" vale a dire che pur in un contesto pirandelliano privo di valori non si può rimanere chiusi in una situazione di assurdo esistenziale mentre il mondo crolla, un impegno però senza forti connotazioni o certezze propositive. Ma anche molti autori dell'avanguardia artistica in modo diverso cercarono un incontro, un coinvolgimento con la società, anche se sempre distanti dal naturalismo e dal positivismo del secolo precedente, pensiamo ai surrealisti francesi (diversi furono quelli impegnati nella Resistenza).

In Italia un ruolo importante venne svolto dalla rivista "Solaria" e anche dagli ambienti universitari fascisti dove si formarono tanti giovani che poi abbandonarono il regime. Un romanzo che è importante citare, insieme a quello di Moravia, è "Fontamara" di I. Silone. Il testo racconta a differenza degli "Indifferenti" la storia di una comunità contadina che lentamente prende coscienza della propria situazione di miseria e sfruttamento, il romanzo oggi appare quasi come un testo di antropologia. Anche con Carlo Levi e il suo "Cristo si è fermato ad Eboli", ci si trova di fronte ad una narrazione orale collettiva che affonda le proprie origini nella cultura popolare contadina.

Elio Vittorini

Sempre negli anni trenta viene pubblicato il romanzo di Elio Vittorini "Conversazione in Sicilia", un testo per molti versi simile a quello di Silone. Vittorini era stato inizialmente fascista poi dopo la guerra di Spagna aveva visto il regime in tutta la sua ottusità e lentamente aveva cambiato posizione; il testo racconta la storia di un giovane che ritorna in Sicilia in preda "ai furori interiori", vale a dire a sentimenti di indignazione per come si indirizza la sorte dell'Europa e nella sua Isola attraverso il colloquio con la madre arriva ad una presa di coscienza di quello che deve essere il suo impegno. Vittorini sarà una figura importante sia nel Neorealismo che nella letteratura italiana sino agli anni sessanta.

Altro testo fondamentale quello di C. Pavese dal titolo "Paesi tuoi" del 1941 anche se impregnato di elementi simbolici e decadenti venne letto come uno dei primi romanzi neorealisti. Pavese e Vittorini ebbero in comune la passione per la letteratura americana allora poco conosciuta in Italia e tradussero molti autori grazie anche alla casa editrice "Einaudi".

Elio Vittorini [1]

Elio Vittorini nacque a Siracusa nel 1908 da padre di origine bolognese e madre siracusana. Insieme al fratello Giacomo e durante gli anni dell'infanzia seguì il padre ferroviere nei suoi spostamenti di lavoro per la Sicilia. Infatti la sorella nacque a Scicli. Ella diceva: "Qui sono le nostre radici e qui voglio chiudere gli occhi per sempre, nello stesso posto dove li aprii". Infatti finì la sua vita a Donnalucata. Dopo la scuola di base, Elio frequentò la scuola di ragioneria senza interesse, finché, dopo essere fuggito di casa quattro volte, nel 1924 abbandonò definitivamente la Sicilia.

Nel 1931, per le edizioni di Solaria uscì il suo primo libro, una raccolta di racconti intitolato Piccola borghesia che venne ristampato da Mondadori nel 1953. Tra il 1933 e il 1934 uscì su Solaria il romanzo Il Garofano Rosso a puntate, romanzo che a causa della censura fascista, venne pubblicato in volume solamente nel 1948 da Arnoldo Mondadori Editore. Nel 1931 a causa di un'intossicazione da piombo, fu costretto ad abbandonare il posto di lavoro come correttore di bozze e da quel momento visse solamente del ricavato delle sue traduzioni dall'inglese (note quelle di Faulkner, Poe, Lawrence) e dell'attività di consulente editoriale.

Nel 1936, quando scoppiò il conflitto in Spagna, Vittorini, che stava scrivendo Erica e i suoi fratelli, progettò con l'amico Vasco Pratolini di raggiungere i repubblicani spagnoli, e sulla rivista "Bargello" scrisse un articolo in cui spronava i fascisti italiani ad appoggiare i repubblicani contro Franco; ciò gli causò l'espulsione dal Partito fascista (questa è almeno la versione data dallo stesso Vittorini). L'anno prima (1936) pubblicò, presso Parenti, Nei Morlacchi. Viaggio in Sardegna che aveva vinto il premio indetto dall'"Infanzia" e che sarà poi ristampato da Mondadori, con il titolo Sardegna come un'infanzia, nel 1952. Negli anni che vanno dal 1938 al 1939 uscì a puntate su Letteratura il romanzo Conversazione in Sicilia che sarà pubblicato in volume nel 1941, prima dall'editore Parenti e poi da Bompiani con il suo titolo originale.

Da Bompiani ricevette un incarico editoriale e così, nel 1939, si trasferì a Milano dove diresse la collana "La Corona" e fu curatore dell'antologia di scrittori statunitensi Americana che, sempre a causa della censura fascista, venne pubblicata solamente nel 1942 e con tutte le note dell'autore soppresse (l'edizione integrale venne pubblicata solamente nel 1968). In questa antologia comparve per la prima volta nella scena culturale e letteraria italiana John Fante. Nel 1942 lo scrittore si avvicinò al Partito comunista clandestino e partecipò attivamente alla Resistenza. Nel 1945 fu direttore, per un certo periodo, dell'edizione milanese de l'Unità, pubblicò presso Bompiani il romanzo Uomini e no e fondò la rivista di cultura contemporanea Il Politecnico. Le ricostruzioni postume del suo allontanamento dal fascismo contrastano palesemente con la partecipazione al convegno degli intellettuali nazisti di Weimar, dal 7 all'11 ottobre 1942, promosso dal ministro della propaganda Joseph Goebbels. Nel 1947, quando la rivista "Il Politecnico" terminò le sue pubblicazioni, Vittorini pubblicò, sempre presso Bompiani, il romanzo Il Sempione strizza l'occhio al Frejus e nel 1949 uscì Le donne di Messina che verrà ristampato con notevoli varianti nel 1964.

Nel 1951 Einaudi lo chiamò per dirigere la collana "I Gettoni" e Vittorini condusse il suo incarico facendo scelte molto precise riguardo agli autori da inserire nella collana, accogliendo soprattutto le opere di giovani scrittori come Calvino e Fenoglio ideologicamente a lui vicini, ma rifiutando Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Nello stesso anno, in un articolo che pubblicava su La Stampa, Le vie degli ex comunisti, lo scrittore analizzava acutamente le cause del distacco suo e di molti altri intellettuali dal Partito Comunista Italiano. Negli anni che vanno dal 1952 al 1955 lo scrittore lavorò al romanzo Le città del mondo che, abbandonato e rimasto incompiuto verrà pubblicato postumo nel 1969 da Einaudi, e completò definitivamente Erica e i suoi fratelli che venne pubblicato nel 1956 da Bompiani. Quando scoppiarono i fatti d'Ungheria lo scrittore, profondamente colpito, ne tentò un'elaborazione narrativa in un dramma rimasto inedito. Nel 1957 pubblicò una raccolta di scritti critici dal titolo Diario in pubblico e nel 1959 fondò la rivista Il Menabò edita da Einaudi che diresse insieme a Italo Calvino. Iniziò nel 1960 a dirigere la collana "La Medusa" per Mondadori e in seguito la collana "Nuovi scrittori stranieri". Nello stesso anno scrisse un manifesto per protestare contro la guerra e la tortura in Algeria, e si candidò nelle liste radicali del PSI. Nello stesso anno divenne presidente del PR. Negli ultimi anni della sua vita fu consulente della casa editrice Einaudi. Tutti gli appunti di riflessione sulla letteratura da lui lasciati furono raccolti da Dante Isella in un volume postumo, 1967, intitolato Le due tensioni.

Nel 1963 Vittorini si ammala di cancro allo stomaco e subisce una delicata operazione chirurgica. Malgrado la malattia, riprende a lavorare dirigendo la collana "Nuovi scrittori stranieri" per Mondadori e l'anno dopo la collana "Nuovo Politecnico" per Einaudi. Nell'estate del 1965 il cancro si manifesta ancora in maniera più aggressiva, rendendosi inoperabile. Morì a Milano nella sua casa di viale Gorizia nel 1966; le sue spoglie riposano nel cimitero di Concorezzo.

Elio Vittorini, Gli astratti furori (da Conversazioni in Sicilia, I)

Conversazioni in Sicilia ha un inizio di eccezionale intensità, che lasciò un'impressione fortissima nei lettori italiani dell'epoca, nel clima oscuro di un paese sottoposto al fascismo e pronto a precipitare nel vortice della guerra. L'io nel narratore (Silvestro, che lavora come tipografo in una grande città del nord Italia), coincide con quello dell'autore. Il malessere è quello dell'inverno del 1936 e le notizie sono quelle dei massacri in opera in Spagna durante la guerra civile. L'arrivo di una lettera del padre, spingerà il narratore-autore a intraprendere un viaggio verso la Sicilia, per ritrovare quel mondo originario, quell'umanità autentica che gli farà scoprire un nuovo profondo valore della vita e del mondo.

Io ero, quell'inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna che dica c'erano astratti, non eroici, non vivi; furono, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un'ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo, e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l'acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri di manifesti sui giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete. Questo era il terribile: la quiete non la speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo cosa significasse essere felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare, e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai, in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un'infanzia in Sicilia tra i fichi d'india e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l'acqua mi entrava nelle scarpe.

Cesare Pavese

Cesare Pavese nacque nel cascinale di San Sebastiano, dove la famiglia soleva trascorrere i periodi estivi, a Santo Stefano Belbo, un piccolo paese delle Langhe, in provincia di Cuneo, il 9 settembre del 1908. Il padre, Eugenio Pavese, era cancelliere presso il Palazzo di Giustizia di Torino, dove risiedeva con la moglie, Fiorentina Consolina Mesturini, figlia di abbienti commercianti originari di Ticineto (in provincia di Alessandria), e la primogenita Maria, nata nel 1902, in un appartamento al numero 79 di via XX Settembre. Malgrado l'agiatezza economica, l'infanzia di Pavese non fu felice: una sorellina e altri due fratelli, nati prima di lui, erano morti prematuramente. La madre, fragile di salute, dovette affidare il bambino subito dopo la nascita a una balia del vicino paese di Montecucco, e poi, quando lo portò con sé a Torino, a un'altra balia, Vittoria Scaglione.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Giovannuzzi Stefano.
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