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Letteratura contemporanea e riviste fiorentine del primo Novecento

Il primo quindicennio del Novecento è un periodo di vivi fermenti non solo in ambito letterario, ma anche in ambito politico: il - sia pur tardo - processo di industrializzazione e il conseguente accentuarsi dei conflitti di classe, il progressivo formarsi di un'opinione pubblica nazionale, la maggiore conoscenza delle esperienze culturali straniere sollecitata dal decadentismo sono alla base di questa particolare "vivacità" del periodo, vivacità che trova nelle riviste canali e strumenti di espressione particolarmente efficaci.

Riviste politico-culturali

Il bisogno degli intellettuali piccoli-borghesi di recuperare un attivo ruolo sociale si manifesta nell’età giolittiana, dunque, nel fenomeno delle riviste politico-culturali. Esse hanno dei tratti comuni:

  • Sono generazionali, cioè sono programmaticamente e politicamente espressione delle esigenze dei giovani, con la loro ideologia spesso irrazionalistica, vitalistica, idealistica.
  • Non si limitano ad affrontare problemi culturali, ma prendono posizioni politiche decise.
  • Nascono a Firenze, città centrale nella cultura italiana di inizio secolo.

Il primo gruppo delle cosiddette “riviste fiorentine” è costituito da:

Leonardo

La rivista "LEONARDO" (1903-1907), diretta da Giovanni Parini e Giuseppe Prezzolini, si distingue soprattutto per le suggestioni dannunziane che accoglie, per le sprezzanti posizioni antidemocratiche e antisocialiste, per la polemica contro il positivismo. Al "Leonardo" aveva dato vita un gruppo di giovani desiderosi di liberazione, vogliosi di universalità, pagani ed individualisti, amanti della bellezza e dell'intelligenza, adoratori della profonda natura e della vita piena.

Altre riviste fiorentine

Il "Leonardo" non è però la sola rivista fiorentina di quegli anni, che vedono contemporaneamente la pubblicazione di "HERMES" (1904-1906) fondata da Giuseppe Antonio Borgese e de "IL REGNO" (1903-1906) fondata da Enrico Corradini. "Hermes" nel complesso fu una rivista disorganica e frammentaria, le sono mancati l'audacia antiaccademica, la libertà di discorso, la capacità e l'assimilazione e la vitalità culturale del "Leonardo" come la definita funzione politica del "Regno". Va sottolineato comunque che anche essa si colloca nell'ambito delle suggestioni, che i suoi collaboratori si autodefiniscono "imperialisti", che sulle sue pagine viene preannunciato "un prossimo risorgimento di tutte le attività nazionali; tanto intellettuali quanto fantastiche, così politiche come industriali ed economiche".

È comunque "Il Regno" la rivista di più accesi spiriti nazionalistici e antidemocratici. È sulle sue pagine che si comincia a parlare di "missione africana" dell'Italia, e della Francia come della "rivale naturale" nel Mediterraneo, ed è su essa che si insiste sulla concezione di uno Stato come strumento per la realizzazione dei "migliori". Dunque in sostanza è possibile affermare che è soprattutto la rivista "Il Regno" a propagandare il nazionalismo, l'imperialismo, il disprezzo per la democrazia.

La Voce

La più importante rivista fiorentina del periodo è però "LA VOCE", che Giuseppe Prezzolini fonda a Firenze nel dicembre del 1908 (durerà fino al 1916). Il titolo indica espressamente l’intento di dare "voce" alla nuova generazione di intellettuali, perché possa affermarsi come classe dirigente. Ciò a cui si pensa prevalentemente sono, dunque, gli interessi del ceto intellettuale. Con la "Voce" inoltre si afferma per la prima volta in Italia un linguaggio saggistico e giornalistico semplice e incisivo, adeguato ad una moderna società di massa. Definire la fisionomia della rivista tuttavia non è facile, anche perché essa ebbe varie fasi, cioè direttori e orientamenti diversi.

Nella prima fase (1908-1911) diretta da Prezzolini, tra i collaboratori Croce, Amendola, Salvemini, Cecchi, Einaudi, "La Voce" affronta i problemi di un rinnovamento culturale compiendo analisi concrete (sulla scuola, sulla questione meridionale ecc.) e collegando la figura di un nuovo letterato a una nuova realtà politico-sociale (e da ciò la polemica per un verso contro D'Annunzio e per l'altro contro Giolitti). E tuttavia assieme a questo c'è, specie in Prezzolini, una sorta di illuministica fiducia nei poteri della cultura, degli intellettuali, un atteggiamento di intellettualistica superiorità che isola questi "primi della classe" da collegamenti e alleanze con le forze politiche.

Quando Salvemini e altri lasciano "La Voce" nel 1911 perché Prezzolini approva l'impresa libica, la direzione passa dal 1912 alla fine del 1913 a Papini, e la rivista si apre particolarmente a quelle prove letterarie (liriche, frammenti, impressioni) che hanno fatto parlare di "espressionismo vociano".

Per un anno, il 1914, "La Voce" torna ad essere diretta da Prezzolini, che la definisce "rivista dell'idealismo militante", facendone una tribuna di posizioni irrazionalistiche e attivistiche e dell'interventismo.

Quando egli l'abbandona per collaborare con Mussolini, che ha fondato il "Popolo d'Italia", "La Voce" passa a Giuseppe De Robertis dalla fine del 1914 al 1916 — è la quarta fase, quella della cosiddetta "Voce bianca", dal colore della copertina — e diventa una rivista esclusivamente letteraria, che ospita autori destinati a diventare poi fondamentali nella nostra letteratura (Ungaretti, Govoni, Palazzeschi, Campana ecc.).

Lacerba

È contemporanea alla "Voce" la rivista "LACERBA" (1913-1915) fondata da Papini e Soffici. La rivista riprende scherzosamente il titolo dal poema "l’Acerba" del medievale Cecco d’Ascoli. Papini e Soffici mettono al primo posto non l’impegno culturale, ma la letteratura in sé, considerata come intuizione irrazionale e individualista. Dapprima, essa vuole "fregarsi della politica", ma con l’avvicinarsi della guerra, propaganda un violento e facile interventismo.

Riviste politiche

Un fenomeno distinto è quello delle riviste propriamente politiche:

  • "L’UNITÀ" fondata da Salvemini nel 1911, che la diresse fino al 1920. Essa divenne in breve tempo il punto di ritrovo di coloro che volessero approfondire lo studio della realtà che li circondava.
  • "ENERGIE NUOVE" (1918-1920).
  • "RIVOLUZIONE LIBERALE" (1922-1925) di Pietro Gobetti.
  • "L’ORDINE NUOVO" fondato nel 1919 come settimanale da Antonio Gramsci (nel 1921, dopo la fondazione del Partito Comunista, il settimanale si trasformò in quotidiano politico del nuovo partito).

Sia Salvemini, sia Gobetti, sia Gramsci vennero ostacolati e perseguitati dal fascismo. Al di là dell’opposizione politica, il regime non seppe tollerare una proposta così innovativa rivolta agli intellettuali: rinunciare alla separatezza e cercare un collegamento organico con la classe operaia. Con il fascismo, in effetti, gli intellettuali che non aderiscono alla reazione sono costretti a ritirarsi nella letteratura come un rifugio.

Il Baretti

Ed è proprio questo l’esito dell’ultima rivista di Gobetti, "IL BARETTI" (1924-1928). Il "Baretti" si occupò solo di letteratura, difendendo la dignità dello studio.

La Ronda

Un atteggiamento simile è quello di un’altra rivista, questa volta romana, "LA RONDA" (1919-1922). Questa rivista interpreta perfettamente il nuovo clima culturale del dopoguerra, in cui la tendenza dell’Espressionismo sta tramontando e la restaurazione si afferma in ogni campo. La Ronda si schiera da un lato contro D’Annunzio e Pascoli, dall’altro contro lo sperimentalismo e le avanguardie. I punti principali del suo programma sono:

  • Culto dell’Umanesimo e ritorno ai classici.
  • Richiamo al mestiere del letterato e all’eleganza dello stile.

I Crepuscolari

L’aggettivo "crepuscolare" fu coniato nel 1910 dal critico Giuseppe Antonio Borgese in occasione dell’uscita delle Poesie scritte col lapis (1910) di Marino Moretti. Tuttavia, il termine crepuscolarismo accomuna una serie di poeti che non formarono una scuola unitaria né diedero vita a un vero e proprio movimento, ma che esprimono un medesimo gusto malinconico e, appunto, "crepuscolare" e inoltre si trattò di una tendenza che riguardò soltanto la poesia.

Il periodo in cui la poesia crepuscolare si sviluppa è assai circoscritto, stendendosi tra il 1903, anno in cui escono le prime raccolte di Corrado Govoni e di Aldo Palazzeschi, e il 1911, anno in cui Guido Gozzano pubblica il suo secondo e ultimo libro di versi (I colloqui). Mentre interamente riconducibile all’esperienza crepuscolare è l’opera poetica di Gozzano, di Sergio Corazzini e di Marino Moretti (anche perché i primi due morirono giovanissimi e il terzo si dedicò per vari decenni solo alla narrativa), Govoni e Palazzeschi appartengono alla tendenza crepuscolare solo in modo parziale, per un breve periodo: nel 1910 sono già entrambi schierati, ancora una volta con posizioni originali, all’interno dell’avanguardia futurista. I crepuscolari furono attivi in Piemonte e soprattutto a Torino, a Roma e infine in Romagna.

All’apparenza i crepuscolari, con il loro atteggiamento dimesso e autoironico, possono sembrare i più lontani dalle tensioni e dagli eccessi delle avanguardie. E tuttavia è significativo che alcuni di essi, come Govoni e Palazzeschi, aderiscano al Futurismo. Ciò si spiega con il fatto che nella poetica dei crepuscolari sono presenti alcuni elementi tipicamente avanguardistici e precisamente:

  • Il rifiuto del Sublime e di qualsiasi concezione estetizzante dell’arte.
  • La critica alla figura del poeta con la conseguente vergogna della poesia ("Io mi vergogno, / sì, mi vergogno d’essere un poeta!", scrive Gozzano).
  • Il ripudio ironico della tradizionale immagine del poeta come genio e protagonista, come vate o sacerdote.
  • L’accettazione dello squallore piccolo-borghese e di una condizione massificata che accomuna il poeta agli altri uomini.
  • La negazione della tradizione e in particolare di quella prossima rappresentata da Carducci, Pascoli e d’Annunzio.
  • La repulsa del pathos lirico e l’uso dell’ironia in poesia.
  • L’impiego del "verso libero".

I crepuscolari non esprimono dunque il "crepuscolo" dell’Ottocento, ma l’alba del Novecento. Di fatti la definizione di poeti crepuscolari fa pensare più che al crepuscolo di sera che si spegne nella notte, al crepuscolo di mattina che annuncia timidamente un nuovo giorno. Questa corrente rappresentò una delle possibili risposte alla crisi del positivismo e al vuoto successivo alla caduta di certezze razionali. I crepuscolari propongono un ripiegamento intimistico e la contemplazione amara e dolente della vita. Il loro canto diventa denuncia dell’impossibilità di stabilire un diretto contatto con il mondo. Tuttavia, appaiono contenti del loro stato, sono felici delle lacrime e la loro condizione di esclusi dalla vita. Essi inoltre cercano di superare le angosce esistenziali con l’attaccamento alle piccole cose, perché sono le sole che danno loro il senso di concretezza. La poesia torna ad essere semplicemente uno strumento di sconfessione ed analisi del proprio mondo interiore. È un poeta che non ha ideali da proporre, né miti da celebrare, pertanto rinuncia ad ogni impegno civile, politico e sociale. Muta la figura del poeta, che da vate (Pascoli) o eroe (D’Annunzio) diviene cantore della propria pena. Cambia perciò anche la poetica, si passa a una concezione della poesia come specchio dell’umile realtà quotidiana.

I crepuscolari introducono nuove forme (il verso libero, l’ironizzazione della metrica tradizionale), nuovi registri espressivi segnati da una forte prosasticità (lessico basso e colloquiale, sintassi parlata ecc.) e nuovi temi. Portano sulla scena un nuovo paesaggio (orti, sere domenicali in provincia, ospedali, conventi), nuovi personaggi (monache, vecchie, beghine, mendicanti, vagabondi, saltimbanchi) e nuovi oggetti (organetti di Barberia, specchi, mobilio abbandonato, piccole cose), che contrassegnano storie private di emarginazione dalla vita e vicende intime di un’esistenza umiliata, raccolta e reclinata su se stessa. Questi brandelli di vita e questi oggetti non vengono innalzati a simboli, ma colti nella loro frantumazione, non senza un distacco ironico (Gozzano), una nota di umorismo surreale (Palazzeschi), una marca di aridità e di riflessione o di astrazione cerebrale (ancora Gozzano). Talora tendono a toni allucinati e al grido, come nell’Espressionismo (Corazzini).

I punti di riferimento ottocenteschi dei crepuscolari non mancano, ma hanno, a veder bene, scarsa importanza. Certamente può costituire un precedente il d’Annunzio del Poema paradisiaco, con i suoi toni intimi e colloquiali; un antecedente può essere rappresentato anche dal Pascoli poeta delle piccole cose e creatore dell’immagine del poeta-fanciullino, presente in Corazzini e in Palazzeschi. Ma mancano poi nei crepuscolari il compiacimento estetico dannunziano e il riscatto che in Pascoli innalza e valorizza le piccole cose. Così si possono fare i nomi di alcuni poeti minori del secondo Ottocento che si caratterizzano per registri bassi e prosastici, come Betteloni, Panzacchi, Graf, che restano però ben lontani dal linguaggio moderno dei crepuscolari. Semmai i veri punti di riferimento vanno cercati nel simbolismo minore e periferico di Jammes e soprattutto di Laforgue, anche se non mancano riferimenti a Verlaine e a Maeterlinck.

Gli esponenti più importanti del Crepuscolarismo

  • Corazzini: La poesia di Corazzini, segnata profondamente dalle sofferenze e dalla malattia, diventa simbolo di una nuova condizione esistenziale. Nella sua produzione trovano posto i motivi e le atmosfere più care alla sensibilità crepuscolare: il senso di una sofferenza e di una solitudine "esistenziale", il mondo delle "povere piccole cose" e degli affetti comuni degli uomini, il simbolismo infantile delle marionette e un pianto diretto ed elementare, che mai si risolve in semplice lamento vittimistico, ma cerca, nella sua libertà, gli indefiniti valori spirituali di cui è intessuta la trama della realtà. Le sue poesie, pubblicate tra i diciotto anni e la morte, mostrano la consapevolezza della condanna di non poter vivere un'età adulta a causa della malattia. Corazzini esibisce la sua debolezza facendola diventare pilastro portante della sua poesia. La vita è per Corazzini quella vera di un giovane malato che aspira all'autenticità delle cose. Il bisogno di autenticità che è all'origine della poesia di Corazzini si esprime come esperienza reale del dolore. Il lessico si apre con larghezza ai materiali dell'esperienza quotidiana, rifiutando di correggerli con la sublimazione caratteristica del modello dannunziano; e la presenza del vocabolario poetico tradizionale implica il riferimento a un codice comunicativo comune e quasi banale. Inoltre all'adozione frequente di metri tradizionali si alterna il ricorso al verso libero, talvolta allungato fino a sfiorare un registro a mezza via tra la prosa e l'andamento di una preghiera. Corazzini è forse colui che, nella sua brevissima stagione poetica, ha tentato la più intensa e precoce sperimentazione formale, dando un'impronta fortemente simbolica ed oggettiva ai temi prettamente crepuscolari. Le opere di Corazzini ricordiamo: Dolcezze (pubblicato nel 1904), L'amaro calice (1905) e Le aureole (1905). Successivamente al ricovero (avvenuto nell'autunno del 1906) vengono pubblicati tre volumetti di liriche: Piccolo libro inutile (scritto in collaborazione con l'amico Alberto Tarchiani), Elegie, Libro per la sera della domenica e Poemetti in prosa.
  • Guido Gozzano: Egli è il poeta più rappresentativo del Crepuscolarismo ed anche il primo poeta autentico del Novecento italiano. Morì anche lui, come Corazzini, di tisi. Le sue raccolte di poesie sono: La via del rifugio (1906), I Colloqui (1911). In prosa scrisse Verso la cuna del mondo. Mentre gli altri crepuscolari vissero con un sostanziale ingenuo abbandono all’esperienza crepuscolare, Guido Gozzano la visse con un atteggiamento ambiguo, misto di partecipazione e distacco, non privo di una leggera autoironia. Ciò fu dovuto all’incapacità del poeta di aderire pienamente alla vita a causa della tisi. Il presentimento della morte gli inaridì a poco a poco lo spirito e rese fragili e labili (instabili, temporanei) i rapporti umani, soprattutto l’amore. Gozzano imitò dapprima D’Annunzio e i suoi atteggiamenti estetizzanti, ma poi la lettura del Petrarca e dei poeti decadenti francesi lo distaccarono da lui e lo spinsero verso atteggiamenti opposti, verso i motivi e le forme del crepuscolarismo. Le sue più importanti poesie sono: La signorina Felicita, ovvero la Felicità (vagheggiamento delle gioie sane e semplici della provincia) e L’amica di nonna Speranza (descrizione degli interni borghesi, vera e propria stampa dell’Ottocento romantico). Il motivo più frequente in Gozzano è il rimpianto dei sogni infranti, il rimpianto delle cose, come egli dice, che "potevano essere e no".
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovy227 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof Acocella Silvia.
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