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poesia comincia a rappresentare tale diversa realtà, cade ogni proposito armonizzante e ogni

pretesa orfica. Violenta aggressività e bisogno di tenerezza quindi convivono nell’animo del

poeta : ogni incontro può suscitare una commossa adesione emotiva e psicologica o può al

contrario liberare energie aggressive.

All’esaltazione della poesia come momento di armonia e di verità in realtà dunque si

contrappone la degenerazione feroce della figura del poeta

Una poesia , quella di Campana che vorrebbe far emergere , non canti ma grida, risolversi in

una sola parola contenente tutta la più aggressiva distruttività. La poesia di Campana si

appoggia per questo a immagini violente e accese, a bagliori sinistri, a improvvise alterazioni

dei movimenti sintattici, a scatti aggressivi, ad un uso eccessivo della ripetizione.

Orfismo / Orfico

Si usano questi termini per designare

una poesia e una musica che intendono

presentarsi come rivelazione assoluta,

fondazione di civiltà, sintesi del valore

profondo e originario della vita, in contatto

.

con il mistero e la magia

CLEMENTE REBORA

Clemente Rebora nasce a Milano il 6 Gennaio 1885. Il padre è un ex garibaldino fedele agli

ideali laici di Mazzini; la madre ha origini cattoliche, ma Rebora non riceve un educazione

religiosa. Si iscrive alla facoltà di Medicina di Pavia, ma presto l’abbandona per seguire gli

studi letterari a Milano, dove si laurea in Lettere nel 1910. Insegna quindi presso le scuole

tecniche , e spesso nelle scuole serali. Inizia intanto a collaborare ad alcune riviste letterarie,

fra cui la “Voce” presso la quale pubblica nel 1913 i “Frammenti lirici”

Dal 1914 al 1919 dura la sua relazione con la pianista russa con la quale convive alcuni

anni. Partecipa alla prima Guerra Mondiale finche l’esplosione ravvicinata di una bomba gli

provoca un violento choc nervoso per il quale viene congedato. Insegna quindi in istituti

privati , dedicandosi anche ad un opera di traduttore (dal russo soprattutto) .

Nel 1922 pubblica i Canti anonimi. Nel 1929 giunge la conversione al cattolicesimo,

annunciata da precedenti crisi. Nel 1930 entra nel collegio “Rosmini” di Domodossola; nel

1936 è ordinato sacerdote. Il resto della vita è dedicato interamente all’attività religiosa.

Muore a Stresa (Piemonte) il 1° Novembre 1957.

Rebora appartiene alla tendenza espressionista dei poeti della Voce che dettero il meglio

della loro produzione nel corso degli anni Dieci.

La forza , o addirittura la violenza, delle scelte formali di Rebora è la prima cosa che colpisce

il lettore. Il lessico è assai originale (non mancano neologismi e usi fortemente irregolari) e

selezionato sulla base delle durezze foniche. . La sintassi è caratterizzata dal ricorso

frequente allo stile verbale e nominale, con violente spezzature. La metrica. Libera e varia, è

anch’essa al servizio di una volontà di energia piuttosto che di musicalità : gli enjambement

tendono a creare rotture brusche, e così pure l’alternanza di versi brevi e lunghi.

Con la letteratura vociana, espressionistica e moralistica, Rebora ha in comune numerose

tematiche :

• Il contrasto città / campagna

• Presentazione della città come luogo degradato e ostile, rappresentato in termini

allucinanti e violenti

In realtà però Rebora è assai lontano dalle ambizioni di protagonismo intellettuale,

dall’esaltazione della forza della soggettività, dalle ideologie del negativo presenti nella

rivista La Voce: il suo moralismo aspira all’umiltà , a una riduzione del valore dell’io, a una

dedizione a umili compiti quotidiani. Con la sua vicenda umana egli mostra infatti quanto

forte ed essenziale possa essere ancora un’autentica esperienza religiosa, di fronte alla

rumorosa distruttività del mondo moderno.

La poesia di Rebora ha una fortissima capacità di creare azioni e reazioni tra le cose, le

immagini, le parole, le entità più astratte.

• I Frammenti lirici sono costituiti da 72 pezzi, legati tra loro da rapporti interni,alla

ricerca di una parola esterna all’io, dove la voce poetica, spinta da un impeto rosso,

dalla forza del grido possa uscire da se e ritrovare una coscienza collettiva. Questa

ricerca è però complicata da ostacoli e costrizioni imposte da una realtà insidiosa e

difficile, da un mondo cittadino senza amore, in cui tutte le esistenze restano rinchiuse

e prigioniere. A questo mondo malsano e oppressivo si oppone invece la campagna,

che suscita spesso visioni positive di natura salutare e serena. Ma più in generale tutta

la vita sembra spezzarsi e aggrovigliarsi in una situazione sospesa , come se non

riuscisse ad essere se stessa e fosse sempre diversa da come dovrebbe essere .

L’io si esprime in primo luogo attraverso ciò che non sa, si muove in una continua

interrogazione del “non detto”, di cose essenziali che restano però taciute. La poesia si

giustifica quindi per ciò che non dice e rinvia al dolore profondo di ciò che appunto

non viene espresso.

La successiva breve raccolta dei “canti Anonimi”(1922) vuole uscire, anche nel titolo,

• da ogni privilegio della voce individuale, e seguire così il bisbiglio , le tracce di una

verità che si annuncia nel rapporto con gli altri.

• Di altissimo livello altre poesie e brevi poesie liriche scritte tra il 1913 e il 1927

dove vi si distinguono alcuni intensi momenti autobiografici e alcune delle più

essenziali immagini poetiche, della sofferenza, dell’insensatezza , dell’orrore della

guerra: figure di morte percorrono un paesaggio nudo e svuotato.

• Interesse molto limitato hanno poi anche le poesie e i testi di devozione , scritti dopo

la conversione; ma il ritorno di Rebora alla poesia negli ultimi anni della sua vita ha

dato luogo ad alcune delle più autentiche espressioni di religiosità della letteratura

italiana di questo secolo.

CAMILLO SBARBARO

Camillo Sbarbaro nasce a S. Margherita Ligure (in provincia di Genova) il 12 gennaio del

1888. Il primo volumetto di poesie, poi rifiutato dall’autore, esce nel 1911 con il titolo

“Resine; a esso segue nel 1914 “Pianissimo”, la raccolta di versi più significativa di Sbarbaro

, che ne ha curato poi altre 2 edizioni. A questi anni risale anche la collaborazione del poeta

ad alcune riviste ( Riviera Ligure, La Voce, Lacerba) e la stesura dei poemetti in prosa e dei

frammenti di trucioli ( 1914-1918), pubblicati a Firenze nel 1920. Del 1928 sono invece le

prose raccolte in “Liquidazione”.

Sbarbaro condusse una vita molto appartata, sostanzialmente estranea agli ambienti letterari,

e solo raramente si allontanò dalla Liguria. Fu studioso appassionato di muschi e di licheni,

dei quali divenne uno specialista di livello internazionale. Vivissima fu la sua amicizia con

Angelo Barile, poeta ligure di valore non trascurabile , e con Eugenio Montale. Dopo la

drammatica esperienza della Prima Guerra Mondiale ( cui partecipò nelle file della Croce

Rossa) abbandona l’impiego nell’industria , che non aveva del resto mai amato, e vive dando

lezioni di greco e latino e facendo traduzioni. Trasferitosi a Spotorno durante la Seconda

Guerra Mondiale , vi si trasferisce definitivamente con la sorella nel 1951. Muore a Savona

il 31 Ottobre del 1967.

La poesia di Camillo Sbarbaro rientra all’interno delle coordinate dell’espressionismo che

caratterizza i primi decenni del secolo. È una poesia che da essenzialmente voce a una

condizione di aridità e di sofferenza, che in parte sembra ricordare i crepuscolari e Gozzano;

tuttavia Sbarbaro è lontano dal repertorio di immagini a dall’ironia dei crepuscolari, e si

riallaccia piuttosto alla recente tradizione ligure, mirando a scarnificare la parola, a scavare i

contorni delle cose, a ridurre la rappresentazione della realtà all’essenziale. Questa ricerca di

essenzialità conduce alla constatazione dello stato di vuoto che domina il mondo e il soggetto

costretto dunque ad abitare il nulla. Sbarbaro spaesato e stupefatto allora passa tra gli uomini

che non riesce a comprendere tra la vita che continuamente gli sfugge : egli cammina in

mezzo alle cose proprio come un “sonnambulo”. A tratti sembra venirgli incontro qualche

possibilità di emozione, qualche improvviso sbalzo di vitalità, che tuttavia subito ricade nel

nulla, in un esistere privo di eventi, poiché il mondo è un “grande deserto”, dove dunque non

si può far altro che contemplare la propria arida esistenza, sotto cui si nasconde un difficile

intreccio familiare. Secondo tale modo si entra dunque a contatto con il primo decisivo

carattere espressionistico delle tematiche sbarbariane. Il soggetto si presenta come un

“fantoccio” un “sonnambulo” come un esistenza del tutto privata di anima e di energie vitali.

La condizione del poeta dunque non è più quella di “vate”, ma quella degradata dell’uomo

della massa. Resta al poeta un estrema possibilità di conoscenza di tale condizione, che però

coincide con la necessità di guardarsi vivere all’esterno, di diventare uno spettatore di sé che

comporta inevitabilmente la scissione dell’io. E’ per l’appunto il tema dello sdoppiamento ,

tipico topos dell’Espressionismo.

Con un verso dal ritmo stanco la poesia di Sbarbaro attraversa frammentari momenti della

vita della città , e sembra voler portare l’io indifferente a identificarsi e a perdersi in mezzo

alle esperienze più degradate, confuse e distorte della vita cittadina.

La raccolta di versi più significativa di Sbarbaro è Pianissimo, dove le scelte formali

dell’autore definiscono volutamente un tono medio privo della tensione violenta degli altri

poeti espressionisti contemporanei ( Campana e Rebora). Il lessico è in generale un lessico

banale e quotidiano; lo stile prosastico ; la metrica tradizionale. Domina un tono pacato e

oggettivo, a metà tra la narrazione e l’autoanalisi. Ma anche se la materia è quasi sempre

autobiografica , è esclusa dal piano delle scelte formali qualsiasi urgenza di espressione,

infatti il taglio è piuttosto ragionativo e distaccato.

A Pianissimo seguirono pochi altri versi rivolti in primo luogo a fissare le immagini del

paesaggio ligure e raccolti solo nel 1955 in “Rimanenze”, dove spiccano soprattutto per

intensità di ispirazione e di novità “ I versi Dina” poesie d’amore di delicata essenzialità.

Ma la scrittura di Sbarbaro si rivolge poi con paziente continuità alla prosa, con

l’elaborazione di brevi testi che rivelano la misura tutta originale del suo linguaggio e della

sua personale cifra stilistica:

- la prima raccolta con il titolo “Trucioli” (1914-1918) apparve nel 1920. In Trucioli il

mondo si presenta come un “susseguirsi di figure e di immagini discontinue, prive di

causalità e temporalità o prospettiva o punto di vista . Periodi brevi ed elementari definiscono

la realtà nei suoi contorni più secchi , liberandola da ogni effetto o significato segreto.

LUIGI PIRANDELLO

Pirandello è lo scrittore italiano del Novecento più famoso nel mondo.

Con Luigi Pirandello entrano nella letteratura italiana alcuni dei caratteri fondamentali della

ricerca dell’avanguardia europea nel primo Novecento come :

 La crisi delle ideologie

 Il conseguente relativismo

 Il gusto per il paradosso

 La tendenza alla scomposizione e alla deformazione grottesca e espressionistica

 La scelta della dissonanza, dell’ironia , dell’umorismo e dell’allegoria

Tuttavia Pirandello a questi esiti non pervenne da subito. Anzi non bisogna dimenticare mai

che egli è un uomo dell’Ottocento (era nato nel 1867) e che solo lentamente egli giunse alle

prese di posizioni, culturali e artistiche, che ne determinano la modernità.

Vita

Nato il 28 giugno 1867, nella villa Caos, nei pressi di Girgenti ( ribattezzata col nome

PIRANDELLO

classico di Agrigento ) Luigi sentì con forza il legame con il suo mondo

familiare e con il fondo più oscuro e segreto della Sicilia, fitto di leggende, fantasmi,

suggestioni, situazioni di una vita popolare arcaica, che agirono intensamente sulla sua

infanzia. Il padre Stefano discendeva da una famiglia ligure trasferitosi in Sicilia nel secolo

precedente e gestiva delle miniere di zolfo; la madre, Caterina Ricci Gramitto, apparteneva

invece ad una famiglia borghese che si era eroicamente distinta nella lotta antiborbonica e

unitaria. E sempre in Luigi il senso delle proprie radici siciliane si unirà ad un severo

patriottismo, teso a rivendicare, contro la mediocre realtà contemporanea, i valori e la

tensione ideale del Risorgimento.

Ma a questi due valori si accompagnerà molto presto in Pirandello, anche, una forte

attenzione alle forme più anonime del mondo borghese e piccolo – borghese moderno, una

curiosità per i suoi aspetti più dimessi e le sue contraddizioni più laceranti : per questo

all’interno delle sue opere si esprimerà molto spesso un drammatico confronto tra le origini

più arcaiche (Sicilia) e la modernità.

Come per altri scrittori siciliani anche Pirandello cercherà la sua strada di scrittore

allontanandosi dalla sua terra d’origine, entrando in contatto con esperienze d’orizzonte

nazionale e internazionale, ma , a differenza di altri autori, la sua vita non lo porterà a un

ritorno in Sicilia.

Dopo gli studi liceali compiuti a Palermo, nel 1886 collaborò per breve tempo, a Girgenti,

alla conduzione di una miniera di zolfo, si fidanzò con una cugina e si iscrisse all’università

di Palermo, da cui passò nel 1887 alla Facoltà di lettere dell’università di Roma.

Nel 1889 usciva a Palermo il suo primo libro, la raccolta di versi “ Mal giocondo” nello

stesso anno, in seguito ad un contrasto con il preside Occioni, dovette lasciare l’università di

Roma, scegliendo di recarsi in Germania, all’università di Bonn, dove , nella primavera del

1891, si laureò in filologia romanza con una tesi di argomento linguistico. Questo soggiorno

fu essenziale per la sua conoscenza della cultura tedesca per la sua passione per i narratori

romantici . Inoltre fu a Bonn che Pirandello ebbe un rapporto con una ragazza tedesca alla

quale dedicò la sua seconda raccolta di versi “ Pasqua di Gea, pubblicata nel 1891.

Deciso a dedicarsi alla letteratura, ottenne poi dal padre un assegno mensile e nel 1892 si

stabilì a Roma , dove strinse amicizia con il letterato messinese Ugo Fleres e fu da questi

presentato a Capuana che lo apprezzò e lo seguì nel suo lavoro. Cominciò in seguito ad

impegnarsi nella narrazione in prosa e nel 1893 scrisse il suo primo romanzo, apparso solo

nel 1901, col titolo “L’esclusa”; intanto collaborava con varie riviste e scriveva novelle, la

cui prima raccolta “ Amori senza amore” fu pubblicata nel 1894. Intanto nel gennaio di

quello stesso anno aveva sposato , tramite matrimonio combinato, la benestante Maria

Antonietta Portulano e i due sposi si trasferirono a Roma dove nacquero i 3 figli Stefano ,

Rosalia e Fausto. Sempre più fitta intanto diviene la collaborazione dello scrittore a riviste,

sia con saggi di critica e teoria letteraria, sia con novelle e dal 1896 i suoi scritti apparvero

anche sul “Marzocco”. In quegl’anni inoltre si ebbero anche i primi tentativi di scrittura

teatrale. Nel 1897 Pirandello intraprese la carriera di professore universitario a Roma.

Insieme a Fleres e ad altri amici diede vita tra il 1897 e il 1898 al settimanale letterario “

Ariel”, che tentava la via di una letteratura razionale e rigorosa in reazione al misticismo e al

simbolismo allora dominante. Nel 1903 , la famiglia Pirandello subì un grave dissesto

economico , per l’allargamento di una miniera di zolfo che fece perdere tutto il capitale

investito dal padre Stefano, tra cui la stessa dote di Antonietta. La notizia del disastro causò

così nella donna una gravissima crisi, che compromise definitivamente il suo equilibrio

psichico, con una forma assai grave di paranoia. Venute meno, inoltre, le rendite familiari

Luigi oltre ad assistere la moglie , fu costretto a cercare di arrotondare il magro stipendio

universitario : impartì lezioni private e soprattutto intensificò la sua collaborazione a

giornali e riviste. Nasce inoltre proprio da questa situazione l’impegno di scrittura del

romanzo pubblicato a puntate sulla rivista “ Nuova Antologia” nel 1904 , del Fu Mattia

Pascal . Il successo del Fu Mattia Pascal indusse uno dei maggiori editori del tempo, Treves

di Milano , a occuparsi della pubblicazione delle sue opere. Intanto, l’edizione, nel 1908, dei

due volumi saggistici “Arte e scienza” e “L’Umorismo” favorì la sua nomina a professore

universitario di ruolo di lingua italiana, stilistica e precettistica, nello stesso istituto dove

esercitava già l’incarico. Nel 1910 si ha un primo diretto contatto di Pirandello con il teatro,

con la rappresentazione di due suoi atti unici da parte della compagnia Nino Martoglio; ma il

suo lavoro letterario resta ancora concentrato sulla narrativa, con una ricca produzione di

novelle, che dal 1911 cominciano ad apparire soprattutto sul Corriere della Sera. Egli lavora

anche per la nuova industria del cinema, scrivendo soggetti per film, e di questa attività è

frutto il romanzo “Si gira” scritto nel 1914 e pubblicato nel 1915 sulla Nuova Antologia. Nel

1915 inoltre al teatro Manzoni di Milano la compagnia di Marco Praga, con l’attrice Imma

Gramatica , mette in scena la prima commedia in 3 atti di Pirandello, “Se non così”.

Successivamente dopo l’atto unico “All’Uscita” (1916) cominciamo ad apparire alcune delle

opere più importanti di Pirandello in campo teatrale: “Pensaci Giacomino!” “ e

Liolà”, “Così è “( se vi pare) “ Il berretto a sonagli”, “ Il piacere dell’onestà” “Il giuco

delle parti”, che suscitarono tuttavia critiche, perplessità accuse. È il periodo del cosiddetto

“ ”.

teatro grottesco

Nel frattempo però nel 1915 Pirandello avverte in modo lacerante la morte per la madre e la

partenza dei figli per il fronte. In questa situazione si aggrava inoltre la malattia mentale della

moglie, che giunge ad assurde scene di gelosia nei confronti della figlia Lietta e nel 1919

Antonietta lascia definitivamente la casa di Luigi, che, dietro consiglio dei medici, la fa

ricoverare in una casa di cura a Roma, dove essa vivrà fino alla morte come un fantasma

distante ma sempre presente allo scrittore. Il 1920 è l’anno della piena affermazione e del

successo di pubblico del teatro pirandelliano, con “Tutto per bene” e con “Come prima,

meglio di prima”, ma il fervore creativo culmina poi nel capolavoro “Sei personaggi in

cerca d’autore” il quale inaugura anche il grande successo internazionale che a partire dal

1922 porta Pirandello sulle scene di tutto il mondo e muta radicalmente i caratteri della sua

esistenza. Di fatti da una vita sostanzialmente sedentaria, lo scrittore passa a un’inquieta

condizione di viaggiatore, che vive e scrive soprattutto negli alberghi.

Inoltre mentre i sei personaggi e altre sue opere si impongono al pubblico di tutto il mondo

egli mostra una viva curiosità per le tecniche dello spettacolo, in primo luogo il cinema.

Scrive ancora alcune novelle e cura varie edizioni delle sue opere, mirando ad una loro

Maschere

sistemazione globale, che raccoglie i testi teatrali sotto la denominazione di

nude Novelle per un anno.

e le novelle sotto quella di

Nell’intensa produzione di questi anni si distinguono opere essenziali come “Enrico IV” e

“Vestire gli ignudi”; egli inoltre prova anche un teatro diverso da quello che lo aveva portato

al successo, un nuovo teatro dai caratteri “tragici” e poetici, fondato su miti moderni, che

culmina nell’opera, a cui egli lavora a lungo negli ultimi anni, ma che non porta a

compimento: “ I giganti della montagna”.

In questo suo ininterrotto affidarsi alla vita della scena e nella sua attività frenetica che lo

porta in giro per il mondo, Pirandello pare realizzare una fuga da se stesso, dalle proprie

radici e dalle proprie angosce.

I suoi comportamenti politici ,poi, proprio per questo sono caratterizzati da un’ambiguità di

adesione al fascismo

fondo, che giustifica anche la sua , esplicita già nel 1923 e poi giunta

, nel settembre 1924, ad un iscrizione formale al partito fascista. Egli vede infatti nel

fascismo un movimento rivoluzionario che rappresenta la forza della vita capace di rompere

le cristallizzazioni sociali, né da quindi un interpretazione anarchica .I buoni rapporti con il

fascismo e con lo stesso Mussolini del resto gli consentono di trovare appoggi finanziari per

il nuovo organismo teatrale, il Teatro d’Arte a Roma, inaugurato nel 1925 con l’atto unico

dello stesso Pirandello “ Sagra del Signore della nave”. Si tratta di un esperienza durata tre

anni nei quali Pirandello fa anche una lunga tournèe in vari paesi europei. Prima attrice è la

giovane Marta Abba, a cui Pirandello si lega anche sentimentalmente e per la quale egli

scrive numerosi drammi. Nel 1925 esce su rivista e nell’anno successivo in volume “Uno

nessuno e Centomila”, romanzo in parte scritto nel corso degli anni Dieci, ma rivisto e

concluso nel 1923-25. E infatti la conclusione presenta un aspetto nuovo e ottimistico, una

sorta di mistica fiducia nella natura. Da qui in avanti compare in Pirandello una tematica di

tipo surrealista, rivolta a valutare positivamente l’elemento inconscio, ingenuo naturale, e a

privilegiare non solo la vita contro la forma, ma anche il mondo dei miti e dei simboli contro

la realtà delle convenzioni razionali e sociali. Questa nuova tendenza per l’appunto si rivela

in alcune composizioni drammatiche, da Pirandello stesso definite Miti.

Successivamente sono anni per Pirandello in cui chiusa l’esperienza del teatro dell’arte e

deluso dal fascismo vive prevalentemente all’estero, viaggiando di continuo e seguendo di

persona la messa in scena delle sue opere. La sua fama è al colmo. Nel 1929 entra a far parte

primo premio nobel per la letteratura.

dell’Accademia d’Italia e nel 1934 riceve il

Negli ultimi anni, oltre a seguire il successo delle sue opere, pensa al completamento della

raccolta delle novelle per un anno. Guarda ormai con silenzioso distacco alla retorica del

regime fascista, al suo uso esteriore e volgare dei mezzi dello spettacolo. Il suo pessimismo

lo fa essere sempre inspiegabilmente altrove, diverso da come è costretto ad apparire. Mentre

segue negli stabilimenti di Cinecittà le riprese di un film tratto dal “Fu Mattia Pascal “, si

ammala di polmonite e muore nella sua casa romana il 10 dicembre del 1936.

Non ci furono onoranze pubbliche né funerali di Stato: le sue ceneri furono trasportate ad

Agrigento, e una rozza pietra, come egli voleva, fu posta davanti ai piedi di un pino nella

contrada del Caos, dove lo scrittore era nato 69 anni prima.

La visione del mondo pirandelliana concezione vitalistica

Alla base della visione del mondo pirandelliana vi è una : la realtà

tutta è “vita”, perpetuo movimento vitale,inteso come eterno divenire, incessante

trasformazione da uno stato all’altro, flusso continuo, incandescente , indistinto, come lo

scorrere di un magma vulcanico. Tutto ciò che si stacca da questo flusso, e assume “forma”

distinta e individuale, si irrigidisce , comincia secondo Pirandello , a morire.

Così avviene all’identità personale dell’uomo. In realtà noi non siamo che parte indistinta

dell’universale ed eterno fluire della vita, ma tendiamo a cristallizzarci in delle forme

individuali, a fissarci in una realtà che noi stessi ci diamo, in una personalità che vogliamo

coerente ed unitaria. In realtà questa personalità è un illusione e scaturisce solo dal

sentimento soggettivo che noi abbiamo del mondo, che proietta intorno a noi come un

cerchio di luce e ci separa fittiziamente dal resto della vita , che resta al buio. Non solo noi

stessi, però, ci fissiamo in una forma. Anche gli altri, con cui viviamo in società, vedendoci

ciascuno secondo la propria prospettiva particolare ci danno determinate forme. Noi

crediamo di essere “uno” per noi stessi e per gli altri, mentre siamo tanti individui diversi, a

seconda della visione di chi ci guarda. Ad esempio, un individuo può crearsi di sé un

immagine gratificante dell’onesto lavoratore, del buon padre di famiglia, mentre gli altri

magari lo fissano senza rimedio nel ruolo dell’ambizioso senza scrupoli. Ciascuna di queste

maschera

forme è una costruzione fittizia, una “ ” che noi stessi ci imponiamo e che ci

impone il contesto sociale. Sotto questa maschera non c’è un volto definito, immutabile : non

c’è nessuno, o meglio vi è un fluire indistinto e incoerente di stati in perenne trasformazione,

per cui un istante più tardi non siamo più quelli che eravamo prima. Questa frantumazione

dell’io in continua trasformazione , senza un vero centro è dato da un dato storicamente

significativo: nella società del 1900:

 Entra in crisi l’idea di una realtà oggettiva, organica,definita

 Entra in crisi l’idea di un soggetto forte, unitario, coerente

 Entra in crisi l’idea di un unico io che appartiene ad un individuo

trappola

Le forme sono sentite dall’individuo come una “ ” come un carcere in cui l’uomo si

dibatte, lottando invano per liberarsi. Pirandello ha un senso acutissimo della crudeltà che

domina i rapporti sociali. La società per questo gli appare come un ‘enorme “pupazzata”, una

costruzione artificiosa e fittizia, che isola irreparabilmente l’uomo dalla vita, lo impoverisce e

lo irrigidisce, lo conduce alla morte anche se egli apparentemente continua a vivere. Alla

base di tutta l’opera pirandelliana si può scorgere un rifiuto delle forme della vita sociale, dei

suoi istituti, dei ruoli che essa impone, e un bisogno disperato di autenticità.

Il campione di società su cui l’opera distruttiva di Pirandello si esercita è la compagine

dell’Italia post-bellica e dell’età giolittiana.

2 sono le principali trappole:

L’istituto in cui si manifesta per eccellenza la trappola della forma che imprigiona

1. famiglia

l’uomo separandolo dall’immediatezza della vita è la , il suo grigiore

avvilente, le tensioni segrete, gli odi, i rancori

economica

L’altra trappola è quella , costituita dalla condizione sociale e dal lavoro,

2. almeno a livello piccolo borghese . da questa trappola non si dà per Pirandello una via

d’uscita storica: il suo pessimismo è totale e non gli consente di vedere altre forme di

società diverse

Quando l’uomo si accorge di queste 2 trappole può reagire in diversi modi:

l’immaginazione

La fuga nell’irrazionale : che trasporta verso un altrove fantastico si

• può evadere dalla società pur continuando a vivere in maschere sociali

follia

Attraverso la , che è lo strumento di contestazione per eccellenza, in Pirandello,

• delle forme fasulle della vita sociale

della vita”

Diventare il “forestiere colui che ha capito il “giuoco” ha preso coscienza del

• carattere del tutto fittizio del meccanismo sociale e si esclude, si isola, guardando

vivere gli altri dall’esterno della vita, rifiutando di assumere la sua parte, osservando

gli uomini imprigionati dalla trappola. E quella che Pirandello definisce anche

“filosofia del lontano” , essa consiste nel contemplare la realtà come da un’infinita

distanza, in modo da vedere in una prospettiva straniata tutto ciò che l’abitudine ci fa

considerare “normale”

La Poetica Pirandelliana

Dalla visione complessiva del mondo scaturiscono anche la :

ℵ Concezione dell’arte

ℵ La poetica

… di Pirandello.

Possiamo trovarle enunciate in vari saggi, tra cui il più importante e il più famoso è

“L’Umorismo”, che risale al 1908. Si tratta di un testo chiave per penetrare nell’universo

pirandelliano. L’opera d’arte secondo Pirandello nasce dal libro movimentato della vita

forma del

interiore; la riflessione, al momento della concezione, resta invisibile, è quasi una

sentimento. Nell’opera umoristica invece la riflessione non si nasconde, non è una forma

del sentimento, ma si pone dinanzi ad esso come un giudice, lo analizza e lo scompone. Da

il sentimento del contrario,

qui nasce appunto che è il tratto caratterizzante

dell’umorismo per Pirandello. Lo scrittore propone un esempio: se vediamo una vecchia

signora con i capelli tinti e tutta imbellettata , avvertiamo che è il contrario di ciò che una

avvertimento del contrario

vecchia signora dovrebbe essere. Questo è il “comico”. Ma se invece

interviene la riflessione e suggerisce che quella signora soffre a pararsi così e lo fa solo

nell’illusione di poter trattenere l’amore del marito più giovane, non possiamo solo ridere

:dall’avvertimento del contrario, cioè dal comico, passo al sentimento del contrario, cioè

all’atteggiamento umoristico. La riflessione nell’arte umoristica coglie così il carattere

molteplice e contradditorio della realtà.

Dalla differenza tra comico e umorismo nasce la definizione stessa di arte : essa è “fuori di

chiave” come la definisce Pirandello con una metafora musicale, cioè disarmonica e piena di

continue dissonanze, in cui ogni pensiero genera sempre contemporaneamente il suo opposto,

in cui lo scrittore da un lato crea e dall’altro critica scompagina ciò che ha creato. E’ un arte

che non costruisce immagini armoniche, unitarie e ordinate del mondo, ma tende a

scomporre, a disgregare, a fare emergere stridori, incoerenze e contrasti.

La produzione Pirandelliana

Le opere in versi

-

In poesia furono i primi tentativi e le prime opere pubblicate dal giovane Pirandello: e alla

poesia si dedicò ancora dopo essersi impegnato con maggiori risultati sul terreno della

narrativa, almeno fino a tutto il primo decennio del Novecento. Tuttavia tutta questa

produzione poetica resta ai margini del lavoro pirandelliano e vale soprattutto come

repertorio di temi e di situazioni e quasi mai riesce a trovare un’adeguata misura stilistica ed

espressiva.

Alla raccolta giovanile “Mal giocondo” apparsa a Palermo del 1889 seguì nel 1891 la

raccolta “ La Pasqua di Gea”.

Ma vanno anche ricordati anche il poemetto incompiuto “Belfagor” e il poema mitologico

dialogato “ Scamandro” (1909)

Dai primi romanzi siciliani alle novelle

Fin dall’inizio della sua vita a Roma, il giovane Pirandello provò la narrativa in prosa,

avendo come essenziale punto di riferimento, guida e maestro, Capuana che conobbe e

frequentò.

Nell’estate del 1893, in una solitaria vacanza a Monte Calvo, scrisse il suo primo

• romanzo, intitolato originariamente “Marta Ajala” e pubblicato solo nel 1901 su “La

Tribuna” col titolo definitivo “L’Esclusa”. Il romanzo è incentrato su un personaggio

femminile , un insegnante Marta Ajala, la quale in un mondo siciliano stralunato e

percorso da lampi di follia sperimenta la tirannia dell’apparenza dei fatti, che è messa

in moto dal ritrovamento di una lettera d’amore speditale dal deputato Gregorio

Alvignani, che fa cadere, su lei innocente, la fama di adultera, subito amplificata dalla

voce pubblica. Il marito di Marta deve scacciare la moglie, e la pena per il disonore

porta alla morte il padre di lei, con la rovina della famiglia. Costretta, dunque, a

trasferirsi a Palermo, Marta incontra il deputato e realizza, quasi con indifferenza,

quell’adulterio che prima era stato creato solo dalla malevolenza degli altri; ma

proprio a questo punto, mentre sente sempre più l’estraneità dei suoi atti e ciò che è

veramente dentro di sé, ella viene riaccolta dal marito, convinto ormai della sua

innocenza e pentito per la sua precedente durezza. Ma Marta incinta dell’Alvignani,

rifiuta questa soluzione e medita il suicidio. Sul letto di morte della madre di lui,

confessa al marito di essersi data all’Alvignani, ma ora Rocco non sa più rinunciare a

lei . La famiglia alla fine si ricomporrà e Rocco avrà un figlio che non è suo.

I principali motivi di interesse del romanzo sono:

Il tema dell’esclusione , presente già nel titolo. L’esclusione è la condizione tipica,

ℵ esistenziale e sociale, dell’intellettuale. determinismo sociale

Al determinismo naturale dei veristi si sostituisce un : a

ℵ provocare l’esclusione non è una condizione oggettiva, come nel romanzo naturalista,

ma l’apparenza di una condizione oggettiva : Marta non ha tradito il marito ma basta

che tutti lo pensino perché venga emarginata.

motivo esistenziale del padre

Il , che chiude la porta della propria camera e non

ℵ vuole più vedere la figlia ( incomunicabilità fra padre e figlio)

Il turno

Il breve romanzo successivo “ ” fu scritto nel 1895 e pubblicato la prima volta

• a Catania nel 1902. Si tratta di uno scatenato divertimento comico, ambientato a

Girgenti, tra personaggi che si muovono come delle marionette, con una serie di

sostituzioni e di morti che danno alla bella Stellina 3 mariti diversi,l’ultimo dei quali

Pepè Aletto, che, aspirando alla sua mano fin dall’inizio, ha saputo aspettare il suo

turno. novelle,

Contemporaneamente ai primi romanzi Pirandello iniziò a scrivere collegandosi in

parte alla novellistica di Capuana, ma distinguendosene presto per il modo allucinato e

grottesco della rappresentazione della vita siciliana . Egli infatti si allontana dai modi

veristici e mira a estrarre da situazioni, storie e leggende popolari, i segni di una sproporzione

insuperabile. Dalla realtà popolare emergono figure inquietanti.

Un aspetto stravolto assumono anche le prime novelle di ambientazione “continentale”,

basate su personaggi di poveri impiegati della Roma umbertina. Nella prima fase di questa

produzione novellistica , apparsa su diverse riviste e giornali prevalgono un gusto comico –

grottesco, un’attenzione all’aggressività che regola i rapporti tra personaggi. Da questa

prospettiva derivano le prime raccolte di novelle pirandelliane :

 Amori senza amore 1894

 Beffe della morte e della vita

 Quand’ero matto

IL FU MATTIA PASCAL

Il primo grande romanzo di Pirandello , Il Fu Mattia Pascal, scritto in un momento di

difficoltà estrema, mentre l’autore assisteva la moglie malata, fu pubblicato a puntate sulla

“Nuova Antologia” tra l’aprile e il giugno dei 1904 e poi subito in volume come estratto

della rivista.

Trama)

( Mattia Pascal che vive in un immaginario paese della Liguria , Miragno, ha ereditato dal

padre una grossa fortuna, ma è ridotto in miseria da un avido e disonesto amministratore, Batta

Malagna, che si impossessa a poco a poco del patrimonio, approfittando anche dell’inettitudine del

giovane, scapestrato e perdigiorno. Mattia si vendica seducendo la nipote di Malagna, Romilda, e

mettendola incinta. Viene costretto a sposarla, ma il matrimonio si rivela per lui ben presto un

inferno, sia a causa della moglie che della suocera. Anche la misera condizione sociale pesa su di

lui : si deve adattare ad uno squallido e mortificante lavoro di bibliotecario nella biblioteca del paese,

situata in una vecchia chiesa sconsacrata, abbandonata da tutti. Mattia Pascal ripropone quindi

inizialmente la fisionomia di tanti altri eroi della narrativa pirandelliana : il piccolo borghese

prigioniero di una trappola sociale,costituita dalla famiglia oppressiva e da un lavoro frustante. Come

altri personaggi vittime, anche Mattia,cerca di rompere con la fuga il meccanismo che lo imprigiona :

lascia il paese di nascosto, per cercare fortuna in America. Ma due fatti fortuiti intervengono a

modificare radicalmente la sua condizione : innanzitutto una clamorosa vincita alla roulette di

Montecarlo, che gli assicura un notevole patrimonio, poi la notizia della propria morte: la moglie e la

suocera lo hanno infatti riconosciuto nel cadavere di un uomo annegato in uno stagno. Mattia si trova

così di colpo,come miracolosamente, libero dalla duplice trappola che lo imprigionava. Dinanzi a lui

si presenta ora un campo aperto di infinite possibilità. Ma commette un errore : uscito dalla forma

impostagli dalle istituzioni sociali, Mattia non si accontenta di vivere libero da ogni forma limitante,

immerso nel flusso continui della vita e vuole invece crearsi una nuova identità. E troppo attaccato

alla concezione comune dell’identità e della persona per potersene liberare veramente. Non è ancora

all’altezza di elevarsi ad una superiore posizione filosofica, non capisce che l’identità individuale è

comunque una costruzione fittizia che mortifica l’uomo.

Per questo Mattia comincia a mutare radicalmente il suo aspetto fisico, si taglia la barba, si fa

crescere i capelli, maschera l’occhio strabico con lenti scure, cambia il modo di vestire, poi si trova

un nuovo nome Adriano Meis ed infine completa l’opera immaginando tutto un contesto alla sua

nuova personalità. Adriano Meis si dà a viaggiare per l’Italia e l’Europa , ma ben presto prova un

senso di vuoto e di solitudine penosa, di precarietà. Soffre ad essere escluso dalla vita degli altri,

prova una nostalgia struggente per ciò che abitualmente circonda una persona.

Essere libero significa anche essere completamente estraniato, forestiere della vita. Anche questo

smarrimento, inoltre, conferma come il protagonista non sia interiormente libero, resti troppo

attaccato al comune concetto di identità. La nuova identità è una costruzione fittizia, esattamente

come la precedente, e ne presenta tutti gli svantaggi, costringendolo ad indossare una maschera, ed è

anzi perfino peggiore della prima, perché non presenta i vantaggi connessi con l’identità normale.

L’errore dell’eroe non consiste dunque nell’aver scelto la libertà assoluta da ogni forma, ma al

contrario nel non essere stato capace di vivere davvero la sua libertà, rifiutando definitivamente ogni

identità individuale. Adriano Meis, non resistendo dunque più alla sua condizione di forestiere della

vita, decide di re – immergersi nel flusso vitale. Si trasferisce a Roma, prendendo in affitto una

stanza presso una famiglia piccolo borghese, Adriano si innamora della giovane figlia del

proprietario ma tuttavia pur amando Adriana l’eroe non può sposarla perché di fatti egli non esiste.

Così’, derubato dal cognato disonesto della fanciulla, non può denunciarlo alla polizia e sfidato a

duello da un pittore non può accettare la sfida. L’identità fittizia non gli consente di soddisfare il suo

bisogno struggente di immergersi nella vita comune. Adriano Meis scopre in tutta la sua

agghiacciante chiarezza la sua condizione : di essere escluso irreparabilmente da quella vita sociale a

cui è rimasto così strettamente legato. Si libera quindi della falsa identità di Adriano Meis, simulando

un suicidio, e riprende la vecchia identità di Mattia Pascal. Tornato alla sua identità originaria Mattia

decide di ritornare nella vecchia trappola della famiglia, e prende il treno per Miragno. Ma

ripresentandosi a casa, scopre di non poter più rientrare nella vecchia forma : la moglie si è infatti

risposata con il suo miglior amico Pomino, ed ha avuto una figlia. Ora veramente l’eroe non può

avere più alcuna identità. Per necessità oggettiva dunque assume quell’atteggiamento di estraniato, di

forestiere della vita, di osservatore distaccato dell’assurda commedia dell’esistere, che prima non

aveva saputo sopportare, e vive in pace senza quelle sofferenze. A Mattia non resta dunque che

ritornare a fare il bibliotecario nell’umida chiesa sconsacrata , in un paese in cui nessuno legge e di

andare di tanto in tanto a far visita alla propria tomba, consapevole di essere per sempre “il fu Mattia

Pascal”

Il romanzo è suddivisibile in 3 parti, che corrispondono a tre diversi modelli di romanzo:

Una prima parte è costituita dagli ultimi due capitoli e dai primi due. La storia infatti

• comincia dalla fine. Negli ultimi due capitoli si narra la trasformazione del

protagonista nel “Fu Mattia Pascal”. Ormai estraneo alla vita, egli racconta in prima

persona la propria vicenda. Prima di narrarla però fa due Premesse teoriche che

costituiscono i primi due capitoli. Egli vive in uno stato di non – vita, in una

condizione di immobilità, in un tempo fermo e in uno spazio morto. Siamo dunque in

una situazione in cui non si può sviluppare alcuna storia e il modello narrativo è

quello dell’antiromanzo, che esclude qualsiasi possibilità di svolgimento

• Una seconda parte e dunque un secondo romanzo corrispondono ai capitoli III-VI. In

cui viene narrata la storia del giovane protagonista Mattia Pascal.

• Dopo il cambio di identità di Mattia inizia invece la terza parte o terzo romanzo.

Questa volta il modello è quello del romanzo di formazione. Il tempo e lo spazio

cambiano ancora : siamo infatti in due grandi città (Milano e poi Roma). Di questo 3

romanzo è protagonista la nuova incarnazione di Pascal, il quale assume il nome di

Adriano Meis.

Dopo il finto suicidio di Adriano Meis si rientra poi nel primo romanzo, quello di cui è

protagonista il “Fu Mattia Pascal”, che per due volte è stato giudicato morto dai conoscenti.

Rispetto ai modelli narrativi precedenti, e in particolare rispetto ai romanzi ottocenteschi,

novità strutturale e stilistica

questo romanzo presenta una notevole .

Dietro l’apparenza di un romanzo tradizionale, caratterizzato da una struttura narrativa

ordinata e da un tono pacato e dimesso, il Fu Mattia Pascal operò un radicale sradicamento

delle regole del naturalismo ottocentesco. Al racconto impersonale ed oggettivo di un

narrazione in prima persona di un narratore dubbioso ed

narratore onnisciente viene sostituta la

autoironico. Di fatti il romanzo possiede una narrazione retrospettiva in prima persona, che

comincia a vicenda conclusa e in cui l’inizio coincide con la fine.

Inoltre mentre il narratore ottocentesco intende persuadere il lettore di stare raccontando la

verità, quello primo novecentesco non crede più ad alcuna verità, neppure alla propria, e

invita il lettore alla diffidenza.

Il Fu Mattia Pascal è un romanzo – soloquio, ovvero segnato dal ricorso continuo alle

interiezioni, alle esclamazioni, alle interrogazioni, alle domande retoriche. Lo stile è quello di

un recitativo quasi teatrale.

I temi principali del romanzo sono:

La famiglia , sentita come nido o come prigione.

• Il gioco d’azzardo e lo spiritismo : la crisi del razionalismo positivista induce infatti

• a occuparsi di fenomeni non spiegabili scientificamente

L’inettitudine : come i personaggi di Tozzi, Svevo e Kafka, anche Pascal è un inetto,

• che sogna un evasione impossibile e che alla fine si trasforma consapevolmente in un

anti eroe

Lo specchio, il doppio, la crisi d’identità

• La modernità, la città, il progresso e le macchine

• posizioni filosofiche

Per quanto riguarda le , esse sono esposte : Il Lanternino

Anselmo Paleari

Per bocca di nel capitolo XIII, intitolato “ ”. Secondo

 Pirandello l’idea del mondo varia non solo da individuo a individuo, ma, nella stessa

persona , a seconda del momento e dello stato d’animo. Poiché, però, l’uomo ha

bisogno di verità assolute egli vuole credere che i propri valori siano certi e che la

realtà sia oggettiva: invece sia quelli che questa non sono che proiezioni soggettive.

Solo , dunque, per autoinganno l’uomo può ritenere che la luce del “lanternino” della

propria coscienza sia la luce stessa delle cose. Ne deriva da ciò il carattere illusorio di

qualunque certezza, anche di quelle date dalla religione e dalla scienza. A complicare

le cose, va aggiunto che gli stessi lanternini delle coscienze individuali cessano

d’illuminare il cammino nei momenti di crisi: essi prendono luce dai “lanternini” cioè

dalle grandi ideologie collettive. Quando i lanternini cessano di fare luce a causa dello

sviluppo storico che rende improponibili i valori del passato, allora anche i lanternini

si spengono.

Nel capitolo XII, invece, si descrive quanto succede in seguito allo strappo nel cielo di

 carta di un teatrino: l’eroe tradizionale Oreste, esempio di eroe coerente e sicuro, si

distrae di fronte all’imprevisto, di fronte all’oltre che gli si spalanca dinanzi, e perciò

vede cadere ogni naturalezza del proprio agire: cessa di vivere e comincia a guardarsi

vivere trasformandosi in una sorta di moderno Amleto diventando di fatti un inetto

incapace di azione. Lo strappo è qualcosa che rivela la natura fittizia della

rappresentazione, allegoricamente, un evento che mostra come la vita sia una recita e

come la forma nasconda la sostanza.

Dal romanzo i “Vecchi e giovani al Romanzo “Si gira”

L’ampio romanzo “ I vecchi e i giovani” , scritto tra il1906 e il 1909, apparso in gran parte a

puntate sulla “Rassegna contemporanea” nel 1909 e poi per intero in volume nel 1913,

presenta una singolare applicazione della poetica dell’umorismo, ricollegandosi in parte ai

Viceré di De Roberto, con la narrazione delle vicende politiche della Sicilia e dell’Italia negli

anni 1892-93, attraverso il punto di vista di vari personaggi legati a una nobile famiglia di

Laurentano

Girgenti, i .

Le vicende narrate ( che sono quelle drammatiche della rivolta e della repressione dei Fasci

siciliani e dello scandalo della Banca romana) mostrano la crisi degli ideali risorgimentali, .

vecchi

Il romanzo ha per argomento, infatti ,proprio il fallimento tanto dei “ ” che avevano

giovani

fatto il Risorgimento e costruito la nuova Italia, quanto dei “ ” che stavano formando

la nuova classe dirigente o che tentavano di contrapporsi all’Italia ufficiale. I primi sono

travolti dalla corruzione, i secondi dall’opportunismo cinico o dall’avventurismo politico.

Come nei Viceré di De Roberto, anche qui manca , inoltre, un vero eroe centrale : il romanzo

è fatto da intersezioni e incontri di diversi filoni narrativi, che compongono un’immagine

della frantumazione di tutto un tessuto familiare e sociale.

Alla fine del romanzo , poi, nessuno si salva dalla condanna dell’autore. La crisi di fine

secolo travolge infatti tutti i principali personaggi, vecchi e giovani, siano essi reazionari, o

borghesi conservatori o socialisti.

Inoltre anche il romanzo di Pirandello, come quello di De Roberto, può essere visto come un

romanzo antistorico, rivolto alla critica della storia d’Italia e siciliana. Da questo punto di

vista I Vicerè e I vecchi e i giovani anticipano il romanzo di Tomasi di Lampedusa “il

gattopardo”.

Il romanzo “Suo marito” uscì nel 1910 e poi venne ritirato dalla circolazione, dato che

alcuni riferimenti alla scrittrice protagonista erano sembrati sconvenienti allusioni alla

Deledda. Dopo vent’anni l’autore cominciò a rielaborarlo con il titolo “Giustino Roncella

nato Boggiolo” ma la nuova redazione non fu tuttavia terminata. Il romanzo è costruito

principalmente sulla contrapposizione fra la creatività artistica della donna – una scrittrice- e

la razionalità economica con cui il marito – manager- considera i suoi romanzi vedendoli

esclusivamente come prodotti destinati al mercato. L’interesse dell’opera sta nell’analisi di

questo conflitto e dunque nello studio del rapporto fra l’artista e i meccanismi economici

della modernità. Tuttavia il romanzo resta irrisolto , oscillando senza soluzione fra i due punti

di vista contrapposti su cui è strutturato.

Il Romanzo “Si gira …” uscito a puntate nel 1915 sulla “Nuova Antologia” e in volume

l’anno seguente, venne poi rielaborato e pubblicato nel 1925 con il titolo “ Quaderni di

Serafino Gubbio operatore”. E’ probabilmente, insieme al Fu Mattia Pascal, il capolavoro di

Pirandello nel campo del romanzo. Presenta una struttura quasi diaristica (quaderni).

L’operatore – narratore segue, attraverso il punto di vista del suo lavoro nella Roma delle

prime imprese cinematografiche, tutti i comportamenti artificiali o distruttivi, pieni di

lacerazioni sentimentali, che costituiscono la vita di relazione dominata dalle macchine, dal

mercato, dalla velocità. A scrivere in prima persona è l’operatore Serafino Gubbio, divenuto

muto per lo shock di una tragica esperienza collegata al suo lavoro di operatore

cinematografico : girando la sua manovella durante la ripresa di una vicenda di caccia, ha

registrato la scena in cui Aldo Nuti, innamorato dell’attrice Nestoroff, invece di sparare ad

una tigre, indirizza il colpo contro la donna finendo straziato e ucciso dagli artigli della belva.

La vicenda dell’intero romanzo presenta le tinte melodrammatiche e vistose delle

sceneggiature cinematografiche allora di moda ; ma in realtà si tratta di un pretesto per il

bilancio della vita del protagonista e per un’analisi impietosa della civiltà delle macchine.

Questi due temi fondamentali sono inseriti in una struttura aperta e sperimentale, ricca di

anticipazioni, di ritorni all’indietro, di racconti nel racconto.

Il romanzo dunque propone un originale immagine di un essenziale fenomeno del mondo

moderno, ovvero la sostituzione della realtà naturale con una realtà artificiale, con i circuiti

totalitari dello spettacolo – merce.

Le Novelle per Un Anno e i caratteri della novellistica pirandelliana

novelle

La produzione di accompagnò Pirandello per tutta la vita, costituendo il filo più

continuo della sua scrittura : proprio nelle novelle, infatti, si rivela allo stato più aperto il

vastissimo intreccio di temi, materiali, situazioni, prospettive, che è alla base di tutta l’opera

pirandelliana. Nata frammentariamente, e nei modi più occasionale, come pezzi per riviste e

giornali di vario genere, la produzione di novelle fu particolarmente fitta per tutto il primo

quindicennio del Novecento, mentre si diradò successivamente. Esse cominciarono ben

presto ad essere variamente raccolte in diversi volumi. Nel 1922 Pirandello iniziò, però, a

Novelle per un anno

risistemarle secondo un piano globale, sotto il titolo di “ ” che

prevedeva una serie di ben 24 volumi contenenti 15 novelle ciascuno, per un totale di 360,

all’incirca una per ogni giorno dell’anno. Negli anni che seguirono egli riuscì a portare a

termine la pubblicazione di soli 14 volumi, ai quali si aggiunse poi , il postumo “Una

giornata”.

L’opera “Novelle per un anno” fu perciò concepita nel 1922, anno in cui cominciò a essere

realizzata. Essa presenta una struttura enigmatica, perché resta misterioso il criterio di

organizzazione generale. Le novelle, infatti, non sono disposte in senso cronologico e

neppure sono raggruppate in modo tematico. Ci si allontana così dalla tradizione delle

raccolte : le singole novelle diventano scaglie di un’esperienza frantumata, di un narrare

senza centro,. L’opera è insomma un’allegoria della varietà della vita, del suo carattere

frantumato e insensato, in cui domina incontrastato il flusso distruttivo del tempo. E infatti il

tema del tempo

titolo, “Novelle per un anno” pone subito in rilievo il , riprendendo

un’antica tradizione novellistica, in un modo che però vuole essere del tutto moderno. Il

caos

tempo è vissuto come , non come progresso rettilineo, ordine , percorso.

All’interno di questa raccolta si distinguono poi 19 novelle scritte per ultime tra il 1931 e il

1936. Esse sono ormai estranee alla poetica dell’umorismo e presentano infatti caratteri

decisamente surrealistici, per certi versi affini a quelli dei miti .

Caratteristiche generali delle “Novelle per un anno”:

La tendenza al grottesco e l’isolamento espressionistico della parte rispetto al

• tutto : I personaggi sono spesso deformi e grotteschi e grottesche sono le situazioni

in cui si muovono. Contribuisce al grottesco la tecnica della “ zomata” frequente in

Pirandello : il particolare, ripreso da vicino e staccato dal resto, diventa mostruoso.

( es . racconto “ La mosca”

Il paesaggio e la sua disarmonia rispetto all’uomo : il paesaggio è il distaccato e

• talora ironico scenario delle sventure umane. Fra natura e società si è aperta una

frattura incolmabile che rende impossibile le corrispondenze simboliche fra l’una e

l’altra

La struttura delle novelle : la struttura dominante delle novelle è quella di una

• narrazione discorsiva, spesso fortemente parlata e comunque fondata sul principio

dialogico della conversazione.

In quasi tutto il suo sviluppo , questa produzione di novelle, ha al suo centro l’ambiente

siciliano e girgentino e quello piccolo borghese romano.

Nelle novelle siciliane, si vedono spesso in azione, in personaggi di tutte le classi

ℵ sociali, segni di allucinazione e di follia, di una violenza folcloristica che sconvolge

ogni equilibrio psichico, che crea gesti, situazioni stravolte, che si fissa in maschere

grottesche ( es. La Patente / / La giara … )

Un analogo sconvolgimento,anche se su uno sfondo meno colorito tocca ai personaggi

ℵ del mondo romano.

I temi principali delle novelle inoltre sono quello :

del doppio

- , con gemelli, sosia,personaggi che si abbracciano l’un l’altro, ripetizioni

di gesti e di situazioni ( es. Tanino e Tanotto/ Nenè e Ninì/ Due letti a due)

della morte

- , che è in agguato , e le stesse situazioni funebri, le stesse figure dei

morti svelano una minacciosa vitalità, scatenando situazioni ed esplosioni paradossali.

La nascita del teatro pirandelliano

teatro

L’interesse di Pirandello per il fu molto precoce : si trattava di una vera passione che

diede luogo a progetti , esperimenti, tentativi sin dalla sua prima giovinezza.

Nel teatro, Pirandello trovò in effetti la forma espressiva che meglio poteva dare forza alla

sua visione della realtà. Il contrasto tra vita e forma , fra realtà e finzione acquista infatti sulla

scena un’evidenza straordinaria. Il teatro è infatti la forma di rappresentazione artistica che

più pretende al realismo ma è anche quella in cui il grado di artificio è più alto ( tutto

quello che vediamo è un inganno : gli eroi sono uomini travestiti, le passioni sono recitate

… ) Pirandello perciò esalta questa ambiguità e la fa esplodere per indagare le ambiguità

della vita stessa.

Nel 1892 egli pubblicò l’atto unico “Perché” e lavorò all’altro atto unico “ L’epilogo”.

Tuttavia queste prime opere nonostante vari tentativi, non riuscirono per allora a giungere

sulle scene . Pirandello dunque comincia a dedicarsi al teatro con un certo impegno solo a

partire dal 1910 , e solo dal 1915 lavora in modo continuato a opere teatrali, pur persistendo a

considerare questa attività solo una parentesi. La scelta teatrale divenne irreversibile solo fra

il 1920 e il 1921 , in seguito anche al successo di “Sei personaggi in cerca d’autore”.

Secondo Pirandello i personaggi devono diventare caratteri vivi oggettivamente, maschere

definite da una loro vita propria e da pochi tratti essenziali che devono restare permanenti nel

corso dell’opera. Da ciò ne scaturisce il fatto che il personaggio che si identifica con la

maschera diventa autonomo, indipendente tanto dall’autore quanto dall’attore , esaltando

quest’ultimo ma allo stesso tempo riducendone la libertà di alterare o falsificare il testo.

Inoltre Pirandello sottolinea il fatto che l’opera teatrale deve diventare beffa e parodia di se

stessa. L’opera teatrale umoristica deve rinunciare a mostrarsi come “naturale” e deve invece

sdoppiarsi, ostentando la propria artificiosità. - “del teatro grottesco”

- I fase Teatro pirandelliano nascita di un nuovo tipo di

Il diretto impegno di Pirandello nel teatro costituì l’atto di

dramma , che sconvolgeva gli schemi del dramma borghese e si presentava con caratteri più

aggressivi, che rispondevano ad un nascosto disagio : era lo stesso disagio che si esprimeva

nella narrativa umoristica di Pirandello. All’inizio è infatti evidente l’influenza della

narrativa, sia perché Pirandello utilizza per lo più novelle o situazioni dei propri romanzi, sia

perché le didascalie tendono a riassumere spunti narrativi piuttosto che a suggerire i gesti

degli attori. Più che con “La morsa” del 1910, opera ancora troppo dipendenti dal dramma

borghese e non prive di connessioni al patetico, è con “All’uscita” Atto unico (1916) che

comincia la vera storia del teatro pirandelliano : qui personaggi sono già ridotti a maschere e

ad allegorie. Anche la successiva opera in 3 atto “Liolà”, scritta originariamente in dialetto e

desunta dal capitolo IV del Fu Mattia Pascal, segna un decisivo passo in avanti. Dopo il

“Berretto a sonagli”, i capolavori di Pirandello in campo teatrale sono :

- “Così è ( se vi pare)

- “Il piacere dell’onestà”

- “Il giuoco delle parti” teatro grottesco

Questa prima fase è la cosiddetta fase del “ ”, ovvero di un teatro fondato

su vicende che spingono all’estremo il gusto del paradosso, dando vita ad opere fondate sulla

divergenza dei punti di vista, sull’incomunicabilità , sulla difficoltà dell’interpretazione. In

queste opere il tema del triangolo borghese ( moglie, marito, amante) è ripreso e nello stesso

tempo rovesciato : il teatro tradizionale diventa così grottesco.

Nei capolavori di questa fase, i protagonisti sono caratteri fissi, irrigiditi in maschere.

Nell’opera “Il piacere dell’onesta” (1917) Baldovino vuole rispettare fino in fondo il

• codice borghese e la parte di marito che gli è stata attribuita. Accetta così di sposare

Agata solo nella forma, in modo da poter dare un padre legittimo al figlio che costei

sta aspettando dall’amante, ma poi pretende che le forme siano rispettate fino in fondo

, scontrandosi così con il perbenismo ipocrita della madre di Agata e dell’amante di

lei. Recita tanto onestamente e rigorosamente la parte del marito che la situazione

diventa insostenibile : alla fine Agata si innamora di lui ed egli finisce con il diventare

marito a tutti gli effetti.

Nell’opera “Il giuoco delle parti” (1918) domina la figura di Leone Gala,

• personaggio che vive il distacco dalla vita e la rinuncia ai sentimenti in un’astratta

crudeltà. Separato dalla moglie, Silia, ma continuando a sostenere formalmente la

parte del marito, egli viene costretto da questo stesso ruolo a sfidare ad un duello

all’ultimo sangue un tale che ha offeso Silia, che spera in questo modo di sbarazzarsi

definitivamente di lui: ma fedele, al carattere tutto formale del suo ruolo, egli

costringe a sua volta l’amante della moglie a prendere il suo posto nel duello, nel

quale resta ucciso.

Nell’opera “Così è ( se vi pare) (1917) Laudisi smaschera, con la sua lucidità, con i

• suoi commenti paradossali, con le sue risate, la pretesa di verità oggettiva che una

comunità borghese vanamente ricerca a spese della povera famiglia di un impiegato,

il signor Ponza. Sua suocera la signora Frola, sostiene che la moglie di lui è sua figlia

e che il genero le impedisce di vederla. Il signor Ponza, invece, afferma che la figlia

della signora Frola è morta e che la donna con cui egli vive è la sua seconda moglie.

Sono qui in questione sia la categoria di identità ( chi è veramente la moglie?) sia

quella di verità : è pazza la suocera o è proprio lui ad essere pazzo? Le autorità

cittadine , nell’intento di giungere a una presunta verità, mettono dunque in scena una

specie di inchiesta giudiziaria e poi di tribunale. Individuata e costretta a venire in

scena, la donna vi appare velata, affermando di consistere solo nell’immagine che di

lei hanno gli altri.

All’interno di questa prima fase del teatro pirandelliano Pirandello si dedicò

teatro dialettale siciliano

intensamente anche al . Nel teatro dialettale Pirandello

mostra un eccezionale interesse alle forme linguistiche, alle possibilità comiche e

grottesche che ne scaturiscono e nello stesso tempo attinge a tutto un fondo

folcloristico che fa emergere personaggi dotati di singole manie, che tendono a

monopolizzare l’attenzione scenica.

Il testo più strano ed enigmatico , è quello di “Liolà” redatto inizialmente nel 1916 in

dialetto agrigentino, con una vicenda modellata su uno dei capitoli del Fu Mattia

Pascal . Liolà è un carattere – maschera ,ovvero rappresenta la forza della vita

contrapposta alla cristallizzazione della forma. Il teatro nel teatro”

II fase del teatro Pirandelliano – “

Dopo aver lavorato sulle strutture del dramma borghese con parodie, alterazioni dei rapporti

e dei ruoli, scomposizioni dell’unità dei personaggi, Pirandello arrivò, con il capolavoro “Sei

personaggi in cerca d’autore” ad una vera e propria frattura dell’organismo drammatico e

scenico, che fa di quest’opera, scritta tra il 1921 e il 1922 , uno dei cardini di tutto il teatro

del Novecento.

Nei drammi scritti fra il 1917 e il 1920 Pirandello aveva trasformato in grottesco il

tradizionale teatro borghese, ora va più in là. Vuole dimostrare che il dramma borghese è

irrappresentabile e che l’arte stessa è incapace di cogliere il significato della vita.

trilogia di opere

Con “Sei personaggi in cerca d’autore” Pirandello da inizio ad una , scritte

a distanza di anni l’una dall’altra ma accomunate dall’autore sotto l’etichetta di “teatro nel

teatro” ( Sei personaggi in cerca d’autore/ Ciascuno a suo modo/ Questa sera si recita a

soggetto).

“Sei personaggi in cerca d’autore” segna una decisiva svolta nel teatro . Già il titolo

• rinvia alla tesi, cara a Pirandello, dell’autonomia dei personaggi dall’autore che li ha

concepiti. L’opera fu scritta e portata in scena nel 1921, e nel 1927 Pirandello pensava

anche ad un romanzo ispirato al tema dei personaggi senza autore. Tuttavia il romanzo

non venne mai composto.

L’opera venne rappresentata per la prima volta a Roma il 9 maggio 1921 al Teatro Valle, ma

si tratto di un fallimento: il pubblico respinse il dramma gridando “manicomio” e gettando

monetine all’autore.

Tuttavia, pochi mesi dopo, l’opera trionfò a Milano e successivamente nei teatri di tutto il

mondo, divenendo anzi banco di prova delle sperimentazioni più ardite dei maggiori registi

europei. Ristampe con qualche variante uscirono negli anni successivi, finché nel 1925 , con

la quarta edizione, si arrivò alla redazione definitiva. A partire dal 1925 l’opera appare

preceduta da un importante prefazione .

Sin dalla didascalia iniziale l’opera si rivela nella sua novità. Invece di un’unica lista di

personaggi, le figure che compariranno sulla scena sono divise in due gruppi :

da un lato i sei personaggi della “commedia da fare”

- dall’altro i sei attori della compagnia a cui si aggiungono il direttore di scena, il

-

suggeritore, il macchinista e i servi di scena .

Dunque la contrapposizione tra personaggi e attori è esplicita sin dall’inizio , e introduce

subito il tema del doppio.

Trama : ANTEFATTO

( ) Mentre una compagnia di attori si accinge alla prova di una commedia

di Pirandello “Il giuoco delle parti” irrompono sul palcoscenico i Sei Personaggi. Sono rimasti

senza autore, giacché quello che li ha immaginati si rifiuta loro di dare una forma e significato; e

perciò chiedono al Capocomico di essere lui a rappresentare il loro dramma. Tra i sei, spiccano sugli

Il Padre Figliastra,

altri due personaggi, assumendo subito un ruolo di protagonisti : e la legati da

un rapporto di rabbioso antagonismo. Il Padre, nel raccontare il dramma della famiglia, cerca di

spiegare e di giustificare il proprio comportamento : accortosi della simpatia che univa la moglie al

proprio segretario, aveva creduto di organizzare nel modo più razionale la vita dei suoi familiari

Figlio

spingendo la donna ad andarsene di casa, ad abbandonare il di due anni e a costruirsi una

La Madre

nuova esistenza con l’uomo. aveva acconsentito e ha poi avuto dalla nuova unione altri

Giovinetto e la Bambina),

tre figli ( La Figliastra, il ma morto il convivente e rimasta in povertà,

è stata costretta a lavorare come sarta da Madama Pace. Quest’ultima in realtà nasconde, nel

retrobottega della sartoria, una casa di appuntamenti. La Figliastra , spinta dalla miseria della

famiglia, vi si prostituisce , finché un giorno tra i suoi clienti compare il Padre., il quale non vi si

sottrae e solo un grido della Madre , intervenuta appena in tempo, riesce a impedire l’incesto che

ormai si stava consumando. A questo punto l’uomo vuole tornare a provvedere alla famiglia e

chiama presso di sé, a casa sua, la Madre e i tre figli avuti dal convivente. Ma il Figlio, l’unico

legittimo, si oppone ai fratellastri , che sente come intrusi, chiudendosi in un silenzio rancoroso

soprattutto contro il Padre e la Figliastra. La situazione di angoscia e di tensione in cu vive la

famiglia si ripercuote sui due più piccoli: La Bambina e il Giovinetto di fatti muoiono.

Questa vicenda fa parte dell’antefatto. È il dramma dei sei Personaggi, quale viene ricostruito dal

Padre, di continuo però interrotto e corretto dalla Figliastra. In esso emergono già chiaramente i

caratteri dei Personaggi.

Successivamente il Capocomico , dopo aver opposto resistenza alle insistenze del Padre e della

Figliastra , finisce per cedere acconsentendo a rappresentare la storia che i personaggi gli

raccontano. Così Padre e Figliastra ricostruiscono, recitando , l’incontro avvenuto nel retrobottega di

Madama Pace, sino al grido con cui la madre impedisce il rapporto sessuale tra marito e figlia.

Subito sono gli attori che ripetono a loro volta battute e gesti del padre e della figliastra, finché la

caduta per errore del sipario non pone fine alla prova di questa scena, che dovrebbe costituire nelle

intenzioni del Capocomico il primo atto della Commedia da Fare.

PREPARAZIONE E MESSA IN SCENA DEL PRIMO ATTO DELLA “COMMEDIA DA

(

FARE”). Il secondo atto previsto dal capocomico si apre nel giardino della casa del Padre. A questo

punto, però, il ritmo degli avvenimenti si sospende e l’attenzione viene deviata altrove. Subentra

infatti una parte riflessiva o filosofica.

PREPARAZIONE E MESSA IN SCENA DEL SECONDO ATTO DELLA “COMMEDIA DA

( ”).

FARE Dopodiché la Figliastra ricomincia a narrare la situazione d’angoscia vissuta dalla

famigliola a casa del padre e poi la parola passa al Figlio. Questi sottolinea più volte la propria

completa estraneità morale alla vicenda del Padre, della Madre e della Figliastra , il proprio sdegno

per quanto è accaduto e la propria assoluta insofferenza e ostilità nel rappresentare la vicenda. Dal

suo racconto apprendiamo come si sia consumato il dramma della morte della Bambina quel giorno

mentre d’improvviso rintona sulla scena un colpo di pistola e il Giovinetto viene portato via morto. Il

Capocomico disorientato , fa accendere tutte le luci,poi, quando gli attori se ne sono andati comanda

di spegnerle definitivamente. Il buio cala sulla scena, nell’ombra proiettate da un riflettore, spiccano

enormi e terrorizzanti figure dei Personaggi. Mentre il Capocomico le guarda atterrito la Figliastra si

precipita in platea e poi fuori dalla sala facendo risuonare per tre volte la sua stridula risata.

L’opera di Pirandello non è suddivisa in atti. Tuttavia presenta una scansione in tre parti,

divise fra loro da due interruzioni. Queste tre parti corrispondono approssimativamente ai tre

atti di un dramma tradizionale.

Schema dell’opera

Dunque, secondo il modulo strutturale del “teatro nel teatro”, un’opera ne contiene

un’altra : più precisamente , i tre atti ( non formalizzati ma segnalati dalle interruzioni )

dell’opera pirandelliana contengono i due della “commedia da fare”. Si possono distinguere i

tre momenti :

Antefatto : I personaggi salgono sulla scena e dialogano con il Capocomico e con gli

 Attori, raccontano buona parte della propria vicenda e accennando più volte al resto

della storia. Infine il Capocomico e i Personaggi si ritirano dal palcoscenico per

concentrare un canovaccio da rappresentare. E’ la prima interruzione, che durerà una

20 di minuti, mentre il sipario resterà alzato;

Preparazione e messa in scena del primo atto della “commedia da fare”. Esso si

 svolge nel retrobottega di Madama Pace, ha per protagonisti la Figliastra e il Padre e

per oggetto l’incesto mancato. Si conclude quando, dopo il grido della Madre che

separa la Figliastra dal Padre, il sipario cala per un errore del macchinista. È la

seconda interruzione

Preparazione e mezza in scena del secondo atto della commedia da fare : esso si

 svolge nel giardino della casa del Padre, dove la famigliola si è riunita. A narrare è

soprattutto il Figlio, che si alterna con il Padre, con la Figliastra e con la Madre. La

rappresentazione viene interrotta, dopo la morte della Bambina ,quando risuona il

colpo di pistola con cui il Giovinetto si suicida. È la terza e ultima interruzione

Dunque si può affermare che l’opera pirandelliana assume l’aspetto di una serie di

rappresentazioni, l’una inserita nell’altra. Essa rappresenta infatti innanzitutto gli attori che

rappresentano la commedia “il giuoco delle parti”, poi i Personaggi che rappresentano se

stessi, infine il Capocomico e gli attori che, nella commedia da fare , rappresentano il

dramma dei Personaggi. Il “teatro nel teatro” si presta particolarmente a questo gioco di

duplicazioni : una commedia si sdoppia in un’altra.

Il secondo dramma del “teatro nel teatro” “Ciascuno a suo modo” messo in scena per la

• prima volta a Milano nel 1924, porta ancora più avanti la rivoluzione delle forme teatrali

attuata da Pirandello. Infatti:

lo spazio del teatro viene invaso dalla vita

- , coinvolge gli spettatori, si allarga al

corridoio, addirittura alla piazza, cancellando la barriera tra scena ed extra – scena

manca il terzo atto

- , cancellato dall’irruzione della vita sulla scena

Si tratta di una commedia che porta sulla scena una vicenda reale. Due attori, Delia e il

Rocca, recitano la storia “vera” del barbone Nuti e della Moreno. Quest’ultimi, assistendo

come spettatori al dramma, fanno irruzione sulla scena: dapprima la Moreno schiaffeggia

la prima attrice che la impersona sul palcoscenico,poi, indipendentemente da lei, accorre

anche Nuti, sempre fra le proteste e i commenti del pubblico. A questo punto, avviene

nella realtà quello che la finzione scenica aveva previsto : il Nuti e la Moreno si gettano

l’uno nelle braccia dell’altra così com’era accaduto sulla scena fra Delia e il Rocca.

Inoltre bisogna considerare che il dramma prevede un pubblico fittizio di spettatori che vi

intervengono attivamente.

L’opera “Questa sera si recita a soggetto” può essere invece definita come un saggio

• sul teatro. In quest’opera Pirandello vuole rappresentare il conflitto “tra gli Attori

divenuti Personaggi e il loro Regista” : il Capocomico dottor Hinkfuss. Quest’ultimo

rappresenta il desiderio di onnipotenza caratteristico di una recente tendenza di regia

tedesca, e infatti vuole soppiantare l’autore e ridurre gli attori a strumenti della sua

volontà, inducendoli a recitare senza testo scritto e perciò a dipendere solo da lui. La

compagnia infatti , usando come canovaccio una novella di Pirandello “Leonardo addio”

dovrebbero recitare “a soggetto” cioè improvvisando. La ribellione avviene sul

palcoscenico durante la recita. Di conseguenza gli attori ora parlano come tali e in nome

della loro professione avanzano proposte e criticano il regista, ora invece parlano e

agiscono come personaggi che recitano la parte prevista dal canovaccio,

immedesimandovi, a tal punto da dimenticare di star recitando. Il passaggio dall’uno

all’altro aspetto è senza preavviso e costituisce la più rilevante novità tecnica del dramma.

Esso è dunque strutturato su 3 piani diversi :

- quello della recita di Leonardo addio

- quello della ribellione degli attori

- quello della rappresentazione di entrambi questi momenti

Dunque nella seconda fase del teatro pirandelliano Pirandello ai personaggi umoristici e

grotteschi egli tendeva ora a sostituire dei personaggi drammatici e tragici, le cui angosce

risalivano a personalità difficili e problematiche, ma cariche di un loro valore, di una loro

autenticità, in cui il pubblico avrebbe dovuto riconoscersi e riconoscere dei modelli, per

quanto negativi essi fossero, di sofferta coscienza umana.

Venivano inoltre nella seconda fase , pian piano abbandonati gli ambienti piccoli

borghese , ai quali si preferiva ora il mondo della grande borghesia.

E dunque la stessa dissociazione fra materia e suo significato notata nei “Sei personaggi

in cerca d’autore” ritorna in Enrico IV,l’altro grande dramma del 1921 .

Apparentemente tragedia

esso sembra restaurare il clima e la scenografia della :

 Lo spazio è quello tradizionale della reggia

 Le tre unità aristoteliche ( spazio, tempo e azione) sono rispettate

 Protagonista è un re che parla con dignità e linguaggio regali

In realtà la scena è posticcia, la reggia è una messa in scena, il re è un comune borghese che

finge di essere Enrico IV. Infatti ben presto si scopre che si tratta solo di una tragedia della

follia, che ha come protagonista un ricco personaggio dai sentimenti forti e intensi, che, in

seguito a una caduta durante una cavalcata storica in cui era mascherato da Enrico IV ,

imperatore medievale, è divenuto pazzo, credendosi appunto Enrico IV e vivendo in una

reggia dove i servitori in costume assecondavano la sua follia. Vent’anni dopo quella caduta,

vari personaggi tornano a visitarlo, presentandosi a lui in costume, accompagnati da uno

psichiatra : ma dopo lunghe e tortuose discussioni Enrico IV rivela di essere da tempo

guarito e di aver continuato a fingersi pazzo, per non tornare alla menzogna della vita

normale . pieno di risentimento verso quei visitatori che pretendono di riportarlo alla

normalità, senza comprendere il senso della sua sofferenza, egli denuncia la loro falsa e

ipocrita razionalità e trafigge con la spada uno dei visitatori: questo atto lo richiude per

sempre nella sua finzione storica, nell’universo della sua tragica follia.

Stretti rapporti con “Sei personaggi in cerca d’autore” ha pure l’opera “ Vestire ignudi”

(1922) : anche qui un autore, lo scrittore Ludovico nota, cerca di ricostruire il passato di

Ersilia , protagonista di un intrigo passionale e di una vicenda d’amore e di morte da cui ha

cercato di uscire tentando il suicidio e dandone una motivazione amorosa : essendo stata

accusata d’aver procurato la morte di una bambina di cui era istitutrice, sarebbe stata

abbandonata per questo dal fidanzato, e disperata avrebbe cercato di uccidersi. Ma la storia

raccontata da Ersilia viene contraddetta e modificata dall’arrivo di due uomini che l’hanno

vissuta con lei, il fidanzato e il console, che si scopre essere stato il suo amante. Sottoposta

all’aggressiva volontà di far luce sugli eventi, manifestata dai personaggi maschili, che la

indicano come responsabile di tutte le colpe di un’esistenza che ella non ha mai potuto

sentire come sua, e che le è sempre stata imposta dagli altri, Ersilia sfugge al confronto con

tutti quei cani che la assalgono , avvelenandosi e morendo, ora davvero, nuda e sola. Nel suo

grido finale inoltre risuona stridula e drammatica una sfida alla falsità ipocrita e

convenzionale dei costumi borghesi.

Notevole, ma più vicina invece a Enrico IV è l’opera “ La vita che ti diedi” (1923) dove una

donna, la signora Anna, tenta di immobilizzare il tempo vivendo in un lucido delirio fuori

dalla vita per tentare così di mantenere in vita il figlio scomparso facendolo vivere

unicamente in sé. Ma quando nella villa dove Anna vive isolata giunge la donna amata dal

figlio e incinta di lui, ella capisce che il morto, rivivendo nel nascituro, appartiene ormai a

un’altra. Non le resta dunque che lasciare morire il figlio dentro di sé e lasciarsi andare al

ritmo dell’esistenza quotidiana, con i suoi doveri e i suoi meccanismi estranei.

Dopo il 1923 , la seconda fase del teatro pirandelliano si svolge dunque in 3 filoni

principali :

Il teatro nel teatro

 Dei tre miti teatrali

 Pirandellismo

Il filone del Pirandellismo è quello che contiene in sé il grosso della produzione teatrale

pirandelliana fra il 1926 e la morte.

In quest’ultimo , Pirandello imita se stesso, portando sulla scena con insistenza ossessiva gli

stessi temi in modo ormai artificiosi.

Le opere più notevoli di questo filone sono :

Come tu mi vuoi ( 1930) , basata su un contrasto tra personaggi femminili che cercano

ℵ di identificarsi con una donna di cui si sono scomparse le tracce

Trovarsi : (1932) mette in scena il dramma dell’attrice Donata Genzi, alla ricerca di se

ℵ stessa, al di là di quel suo fittizio che si è venuto a creare per l’abitudine di lavoro sul

palcoscenico.

I miti teatrali

All’interno della seconda fase insieme ai due filoni “ teatro nel teatro” e “Pirandellismo”

Troviamo i cosiddetti 3 miti teatrali:

“La nuova colonia”(1928)

• “ Lazzaro” (1829)

• “I giganti della Montagna “ (1930-31)

… e la fiaba in versi “Lafavola del figlio cambiato.

Se la ricerca di Pirandello umoristica e allegorica, dal “Fu Mattia Pascal” al progetto delle

“Novelle per un anno” dal teatro grottesco a “Sei personaggi in cerca d’autore” ed Enrico IV

era sostanzialmente razionale, condotta sul filo del ragionamento e della logica , ora

prevalgono invece procedure e suggestioni di tipo irrazionalistico, mistico tendenti ad

affermare verità universali . Materiali ricavati dall’originario patrimonio di leggende siciliane

gli danno lo spunto per la costruzione di grandi affreschi folcloristici , di spettacoli corali e

affollati. Ma al di là di questo fondo folcloristico Pirandello costruisce nuovi organismi

mitici, sulla base di situazioni che alterano i consueti rapporti con la realtà e che chiamano in

causa il sorprendente , il meraviglioso, il leggendario: ne deriva un teatro pieno di

amplificazioni e di complicazioni, dietro cui si manifesta un proposito di trasmissione di

valori ufficiali che pretendono di riassumere in sé la coscienza più piena del presente.

Nella “Nuova colonia” (1928) la Madre Terra punisce con uno scisma coloro che non

 sanno vivere all’altezza dei valori naturale che il suo mito esprime e invece salva e

santifica, chi resta a essi fedele, mostrandosi capace di accogliere in sé le forze vitali

della creazione : unica superstite , con il figlioletto, è La Spera, immagine della

maternità.

“In Lazzaro” (1929) la forza di una religione immanentistica e spiritualistica, fa

 compiere al suo sacerdote, Lucio,il miracolo di far camminare la sorella paralizzata.

Di notevole interesse è invece il mito “I Giganti della Montagna” opera su cui

 l’autore lavorò a lungo almeno fin dal 1930 e che non riuscì a portare a termine. Qui

attraverso una complicata costruzione mitica, si mette a confronto un repertorio di

immagini arcaiche, che affondano nell’infanzia dell’autore, con un inquieta

interrogazione sulla condizione dell’arte nella società moderna : “I giganti” vi

rappresentano infatti le forze del lavoro estranee e indifferenti al fascino dell’arte e

dediti solo alla guerra.

L’ultima narrativa pirandelliana

Mentre si confronta con il pubblico teatrale, con le tecniche, gli artifici, Pirandello riduce

notevolmente la sua produzione narrativa, facendone lo strumento per un’indagine più

interna e segreta, ricca di sottili sfumature, nelle pieghe più nascoste e ombrose della realtà :

attraverso di essa egli cerca ora in modo più ostinato di avvicinarsi a quella “vita nuda” , a

quella verità intima e autentica, di cui nelle altre opere aveva spesso affermato

l’inafferrabilità. Proprio queste tensioni verso le prospettive più diverse si incontrano

nell’ultimo romanzo pirandelliano “ Uno nessuno e Centomila” .

UMBERTO SABA

Umberto Saba nasce a Trieste il 9 marzo 1883. Il cognome Saba, però, è uno pseudonimo, e

viene assunto dal poeta nel 1911. Infatti il cognome del padre è Pioli, e anagraficamente il

Umberto Pioli.

vero nome di Saba è

L’unione dei genitori di Saba dura pochissimo e quando il poeta viene alla luce, il padre ha

già abbandonato la famiglia.

I caratteri dei genitori sono diversissimi come le loro razze:

• Il padre è ariano (e spensierato)

• La madre è ebrea (e severa)

Tale situazione familiare segna profondamente la vita e la psiche di Saba, che è affidato

Peppa Sabaz

ancora piccolissimo dalla madre, rimasta sola, a una balia ( e da lei Saba

riprenderà il nome).

Con la balia e con il marito di lei, che hanno da poco perduto l’unico figlio, Saba vive fino a

tre anni d’età, e tale periodo egli ricorderà sempre come felice e sereno.

Ma la madre lo rivuole con sé, e da questo momento impone al figlio un’educazione rigida e

repressiva. La mancanza del padre e la severità vittimistica della madre creano le basi,

profonda scissione interiore

insieme alla separazione dalla balia, di una e favoriscono un

incontro omosessuale, nell’adolescenza, che il poeta racconterà vecchio, nel romanzo

Ernesto.

Saba compie studi irregolari benché legga molto e con passione. A vent’anni si manifesta

nevrosi

apertamente la che lo accompagnerà tutta la vita e che neppure la terapia

psicoanalitica, intrapresa tardi e non condotta a termine, riuscirà a guarire in modo duraturo.

Tra il 1907 e il 1908, chiamato sotto le armi, Saba compone i “Versi Militari”. Nel 1909

sposa Carolina Woelfler e l’anno dopo nasce la figlia Linuccia. Nel 1912 pubblica una

raccolta di poesie, “Coi miei occhi”, che avrà poi il titolo di “Trieste e una donna”. Nel 1919

acquista a Trieste una libreria antiquaria che costituirà la sua principale occupazione e fonte

di guadagno per molti anni.

Nel 1921 esce la prima edizione del “Canzoniere”, che comprende tutta la produzione

poetica di Saba e che verrà via via accresciuto, con nuove edizioni nel 1945, nel 1948 e nel

1957, fino alla definitiva, postuma, del 1961. Tra il 1920 e il 1930 escono altre raccolte

poetiche mentre del 1931 è il “piccolo Berto”, ispirato dal trattamento psicoanalitico.

strumento conoscitivo

L’incontro con la psicanalisi costituisce per Saba la scoperta di uno

fondamentale , al quale egli attribuisce fin dal primo momento un’importanza decisiva.

Le persecuzioni razziali del fascismo e del nazismo lo costringono a peregrinazioni e fughe

continue. A Firenze, Saba, attende, nascosto, la Liberazione. Dopo la guerra, a brevi momenti

di serenità e fiducia, grazie anche ai consensi finalmente ottenuti dalla critica, si alternano

frequenti crisi depressive, così che, specie dal ’50 in poi, Saba è costretto a continui ricoveri

in clinica.

Intanto escono altre raccolte di versi e alcune opere di prosa. Nel 1956 muore la moglie e

dopo pochi mesi, il 25 agosto 1957, muore Saba, in una clinica di Gorizia.

La Triestinità di Saba

“ ”

Quando Umberto Saba nacque a Firenze, questa città non apparteneva all’Italia ma

all’impero austro-ungarico. Solo alla fine della prima guerra mondiale (1918)Trieste

cominciò a far parte dello Stato italiano. Per questa ragione Saba –come Italo Svevo- ebbe

con l’Italia un rapporto per molte ragioni originale e complesso.

Dal punto di vista culturale, per esempio, Trieste restò sostanzialmente estranea alle tendenze

d’avanguardia italiane dell’epoca, come quella legata all’ambiente della rivista fiorentina “La

Voce”. Perciò la formazione culturale di Saba (che guardò sempre l’Italia come una sua

patria anche prima che lo fosse realmente), fu per molti versi arretrata rispetto a quella dei

suoi contemporanei nati, per esempio, a Milano, a Firenze o a Roma. Gli esempi letterari ai

quali Saba poté riferirsi furono prevalentemente quelli della grande tradizione lirica italiana

del passato.

Anche la lingua di alcuni poeti minori della seconda metà dell’Ottocento e quella dei libretti

del melodramma influirono profondamente su Saba.

Egli restò , da questo punto di vista, un “attardato” anche in seguito, egli aggiornamenti

compiuti nel corso della sua lunga carriera non ne stravolsero mai i tratti caratteristici.

D’altra parte questa fedeltà a forme letterarie e a un lessico già affermati, e per così dire

appartenenti alla cultura di tutti, non sono solo il frutto di un’arretratezza e di una perifericità

culturale, ma rispondono ad un’esigenza comunicativa sempre fortissima in Saba.

L’essere nato ai confini della civiltà italiana contribuiva a fargli desiderare un riconoscimento

il più possibile vasto da parte dei lettori, e a determinare in lui l’aspirazione a divenire una

specie di poeta nazionale, accettato e compreso da tutti e capace di esprimere nelle proprie

opere i valori i tutti.

Tuttavia nascere a Trieste comportava comunque, accanto a questa arretratezza, anche alcuni

considerevoli vantaggi. Il legame con la cultura austriaca e tedesca offriva infatti

l’opportunità di conoscere con notevole anticipo rispetto agli altri intellettuali italiani le opere

di autori di decisiva importanza come Nietzsche e Freud. In particolare la conoscenza della

psicoanalisi offrì a Saba una chiave di decifrazione della realtà che egli ritenne poi sempre

superiore alle altre, e alla quale rimase sempre fedele.

Per queste ragioni, la vasta opera che raccoglie le poesie di Saba, il Canzoniere, si presenta,

in apparenza, come arretrata e facile per rivelarsi poi invece,ad una lettura attenta, tra le più

moderne e originali del panorama europeo novecentesco, oltre che tra le più complesse.

Concezione della Poesia di Saba

La concezione che Saba ha della poesia è lontanissima sia:

- da quella ottocentesca (poesia come verità)

- da quelle predominanti nel Novecento ( poesia come espressione della crisi o come

impegno formale di conoscenza)

Saba attribuisce alla poesia una precisa funzione insieme psicologica e sociale.

Se davanti alla crisi del poeta D’annunzio riaffermava la figura del poeta – vate, dispensatore

il poeta ha il dovere di essere “onesto” può

di verità, Saba concepisce una funzione nuova :

esserlo realmente con il lettore solo cominciando da se stesso e cioè cercando nel fondo

del proprio io le verità più nascoste e intime.

E dunque a questo punto l’apporto psicoanalitico è decisivo : tale verità profonda e unificante

è infatti riconosciuta nell’eros ovvero nel freudiano principio del piacere.

registrare fedelmente la verità

Al poeta non spetta di inventare miti (D’Annunzio) ma di

nascosta di tutti gli esseri. In questa sua umile onestà il poeta ritrova una funzione ( e perciò

un’identità) e contemporaneamente più soddisfare il proprio bisogno di socialità. Saba è

lontano da ogni tipo di frammentismo e aspira a una dimensione narrativa.

Saba concepì sempre la poesia come onesta ricerca della verità, come scandaglio che cerca

nel fondo, rifiutando ogni tipo di sperimentalismo formale, ogni eccessiva attenzione ai

significanti, per rivolgere la propria cura piuttosto alla sfera del significato. Di qui un riferirsi

sempre con la massima chiarezza agli oggetti del proprio discorso ( e Chiarezza Saba

avrebbe voluto in un primo momento intitolare il suo Canzoniere). Per la stessa ragione Saba

diffiderà sempre apertamente della bellezza in se stessa, arrivando a preferire versi brutti ma

veri a versi beli ma falsi, e quasi contrapponendo verità a bellezza.

Saba prosatore

Soprattutto conosciuto e apprezzato per le sue poesie, raccolte nel Canzoniere, Saba è in

realtà anche un originalissimo prosatore. Se per la poesia egli risulta un caso a sé, appartato

nel panorama del tempo, lo stesso può dirsi per la prosa.

Il corpus delle prose sabiane comprende tre opere messe insieme dallo stesso autore e nate in

periodi diversi della sua attività:

Ricordi – Racconti

 Scorciatoie e raccontini

 Storia e Cronistoria del Canzoniere

Si devono poi aggiungere il romanzo incompiuto “Ernesto”, pubblicato postumo, e infine

vari scritti sparsi.

Scorciatoie e raccontini, pubblicato nel 1946, è uno dei libri più suggestivi e vitali della

nostra letteratura del Novecento. Le scorciatoie consistono in 135 aforismi, quasi sempre

brevissimi, aventi per oggetto tutti gli aspetti della vita sociale e della cultura nei quali

meglio possa svelarsi un contenuto di verità normalmente nascosto.

Il presupposto è che il mondo sia dominato dalle apparenze, sotto le quali si trovino tutte

verità semplici, che il lampo della conoscenza può raggiungere facilmente.

I raccontini sono come osservò lo stesso Saba , delle scorciatoie un poco cresciute e ampliate,

dove lo spunto narrativo assume proporzioni più ampie. Anche i raccontini sono segnati da

uno stile di leggerezza e trasparenza.

Ernesto è un romanzo in cinque parti, fu composto nel 1953 e lasciato incompiuto e inedito,

e la pubblicazione è avvenuta solo nel 1975. La narrazione, velatamente autobiografica

benché in terza persona, rivisita l’adolescenza del poeta intrecciandosi a molti temi del

Canzoniere. . il racconto riguarda l’iniziazione al sesso del protagonista Ernesto, avvenuta

dapprima con un incontro omosessuale con un collega di lavoro più grande di lui, quindi con

una prostituta.

Centrale è la figura della madre, severa e protettiva, dalla quale Ernesto riceve il duro monito

di non assomigliare al padre, che l’ha abbandonata.

La narrazione è compiuta lasciando operare, di continuo intercalati, due registri temporali :

ricordo,

Quello del che richiama in vita gli episodi lontani dell’adolescenza

• riflessione e del commento,

Quello della che interviene a chiarire e interpretare quei fatti

• e quei comportamenti

Inoltre lo strumento decisivo dello stile di Ernesto è il dialetto triestino, usato da Saba in

sapientissima alternanza all’italiano.

IL CANZONIERE DI SABA

Il Canzoniere è l’opera complessiva che raccoglie tutta la produzione poetica maggiore di

Saba. I 437 testi che lo formano sono stati scritti nell’arco di oltre mezzo secolo, tra il 1900 e

il 1954. prima edizione

La del Canzoniere viene pubblicata nel 1921. Essa è divisa in 10

• sezioni comprendenti testi composti tra il 1900 e il1921. La prima edizione viene

indicata con il titolo di Canzoniere 1921, al fine di distinguerla dalle successive

seconda edizione

Una del libro vede la luce presso l’editore Einaudi di Torino nel

• 1945. Essa ridisegna il progetto dell’opera e compare ora la divisione in tre grandi

“volumi”. Questo Canzoniere 1945, a differenza di quello del 1921, corrisponde a

un’idea definitiva, che varie aggiunte seguenti non modificheranno nella sostanza.

del 1961

Solo quattro anni dopo la morte del poeta, nell’edizione (la quinta di

• Einaudi) vengono aggiunte nel terzo libro altre quattro sezioni.

La scelta del titolo Canzoniere mostra in Saba una chiara volontà di riconnettersi alla

maggiore tradizione lirica italiana, che ha come capostipite canonico il Canzoniere

petrarchesco. Vi è poi anche l’intenzione di dare carattere unitario, a partire dal titolo, alla

propria opera e alla propria ricerca. 3 volumi.

Il canzoniere sabiano è organizzato in Ogni volume è poi a sua volta suddiviso in

sezioni,

numerose corrispondenti spesso a raccolte pubblicate a sé.

volume primo

Il è formato da 8 sezioni e raccoglie 156 poesie composte fra il 1900 e

 il 1921.

volume secondo

Il è suddiviso anch’esso in otto sezioni e comprende 109 testi

 volume terzo

Il raccoglie nell’edizione postuma e definitiva, nove sezioni

 comprendenti 172 poesie.

La realizzazione progressiva dell’opera risponde ad un disegno ambizioso e complesso,

all’interno del quale una responsabilità speciale è assegnata proprio alla struttura.

Saba ha invitato in più occasioni il lettore a considerare l’opera in termini unitari , cioè

appunto come opera e non come semplice somma o raccolta di sequenze indipendenti.

Rilevanti sono, poi, anche le relazioni tematiche tra una sezione e l’altra, con strategici

smembramenti di eventi di particolare risalto in sezioni diverse. L’amore per Chiaretta è per

esempio narrato tanto nell’ultima sezione del volume primo quanto nella prima del secondo

volume, fungendo da ponte tra le due parti.

Il Volume Primo

Il volume primo del Canzoniere sabiano coincide con l’edizione del 1921 del libro, ridotta

però di parecchio. Esso raccoglie 156 testi composti tra il 1900 e il 1920, suddiviso in 8

Poesie Dell’adolescenza E Giovanili

sezioni. La prima sezione è quella delle “ ”, cui Saba ha

sempre attribuito un’importanza particolare nella struttura complessiva dell’opera.

Compaiono qui infatti i temi di fondo del Canzoniere: il rapporto conflittuale con la madre,

l’amore per la balia, la figura della moglie Lina.

L’ultimo componimento della prima sezione, come accade anche altre volte nel Canzoniere,

Versi militari

annuncia il tema e l’ambientazione della seconda, “ ”, composta nel 1908, durante

l’esperienza del servizio militare prestato nell’esercito italiano. I versi militari constano di 27

sonetti dedicati alla vita di soldato e alle esercitazioni connesse. I versi militari resteranno un

capitolo importante nella vicenda biografica e poetica sabiana, segno di una possibile

“guarigione” dalla nevrosi e conseguente ipotesi di un’identità rasserenata.

Casa e campagna Trieste e

Al 1909 /1910 appartengono i 5 testi della terza sezione “ ”. Con “

una donna

”, quarta sezione del libro, l’impostazione romanzesca del Canzoniere riceve il

sigillo definitivo e la grandezza di Saba si mostra per la prima volta in modo continuo. Si

tratta di 45 testi e protagoniste delle vicende sono, oltre il poeta, la città di Trieste, cui è

dedicata una poesia e che in molte altre più che uno sfondo, e la moglie Lina. Quest’ultima

riceve qua una caratterizzazione psicologica piuttosto tipica di un romanzo che no di testi

lirici. Lina è una donna realisticamente rappresentata, della quale il poeta ricostruisce la

vicenda prendendo le mosse dall’infanzia. E Lina è soprattutto una moglie turbata da

inquietudini e sofferenze, che aprono un periodo di crisi nel rapporto con il marito. I due si

lasciano e Lina ha una storia con un altro uomo, ma prevale infine la forza del legame con il

poeta, che lo accoglie nuovamente. La serena disperazione

La quinta sezione del Canzoniere è costituita da “ ”, 20 testi scritti che in

parte proseguono l’atmosfera di Trieste e una donna.

Poesie scritte durante la guerra Tre poesie fuori luogo

Dopo “ ” e “ ” ci sono due sezioni in qualche

modo gemelle, entrambe composte nel 1920 e dedicate all’amore per due giovani donne,

Paolina e Chiaretta. La prima è la destinataria prevalente di “Cose leggere e vaganti”, 16

poesie che tuttavia passano dal tenero amore carnale per la fanciulla alla delicata

rappresentazione della figlia. Alla più sensuale Chiaretta è invece interamente dedicata “

L’amorosa spina ” costituita da una serie di 12 composizioni, più una conclusione, tutte di 3

strofe.

A Mia Moglie (Casa e Campagna)

In mia moglie Saba dice che la propria moglie è simile solo alle femmine degli animali

mansueti ( galline,mucche, cagne, coniglie, rondini, formiche, api), e che non assomiglia

invece a nessun’altra donna

Tu sei come una giovane Tu sei come una giovane

una bianca pollastra. bianca pollastra

Le si arruffano al vento A lei si arruffano le piume

le piume, il collo china al vento, china il collo

per bere, e in terra raspa; per bere, e gratta in terra

ma, nell'andare, ha il lento ma, nel modo di camminare, ha lo stesso tuo

tuo passo di regina, passo lento di regina

ed incede sull'erba e procede pettoruta

pettoruta e superba. E superba sull’erba.

È migliore del maschio. (La pollastra) è migliore del maschio(gallo)

È come sono tutte (essa) è come sono tutte

le femmine di tutti le femmine di tutti

i sereni animali i sereni (docili) animali

che avvicinano a Dio, che sono vicini a Dio.

Così, se l'occhio, se il giudizio mio Così, se l’occhio( mio)

non m'inganna, fra queste hai le tue uguali, non mi inganna, hai fra queste (le femmine degli animali docili

e in nessun'altra donna. le (femmine) uguali te ( e non hai eguali) in nessun’altra donna

Quando la sera assonna quando la sera fa venir sonno

le gallinelle, alle galline,

mettono voci che ricordan quelle, (queste) emettono voci che ricordano quelle,

dolcissime, onde a volte dei tuoi mali dolcissime, con le quali a volte ti lamenti dei tuoi mali

ti quereli, e non sai e non sai(quando ti lamenti in quel modo)

che la tua voce ha la soave e triste che la tua voce ha la musica soave e triste

musica dei pollai. dei pollai

Tu sei come una gravida Tu sei come una mucca

giovenca; incinta

libera ancora e senza ancora agile e senza

gravezza, anzi festosa; pesantezza, anzi festosa

che, se la lisci, il collo la quale se l’accarezzi, rivolge

volge, ove tinge un rosa il collo un rosa

tenero la tua carne. tenero colora la sua carne.

se l'incontri e muggire se la incontri e la odi muggire

l'odi, tanto è quel suono quel suono è tanto

lamentoso, che l'erba lamentoso, che strappi l’erba

strappi, per farle un dono. per farle un dono.

È così che il mio dono è così che t’offro il mio dono

t'offro quando sei triste. quando sei triste

Tu sei come una lunga Tu sei come una lunga

cagna, che sempre tanta cagna,che ha sempre

dolcezza ha negli occhi, negli occhi tanta dolcezza

e ferocia nel cuore. e (ha) ferocia nel cuore.

Ai tuoi piedi una santa ai tuoi (impersonale) piedi sembra una santa

sembra, che d'un fervore che arda di un calore spirituale

indomabile arda, invincibile

e così ti riguarda e in questo modo ti guarda

come il suo Dio e Signore. come il suo dio e Signore.

Quando in casa o per via Quando (ti) segue in casa o per via

segue, a chi solo tenti mostra i denti bianchissimi

avvicinarsi, i denti a chi tenta

candidissimi scopre. di avvicinarsi.

Ed il suo amore soffre Ed il suo amore soffre

di gelosia. a causa della gelosia.

Tu sei come la pavida Tu sei come la coniglia

coniglia. Entro l'angusta paurosa. (Essa) si alza

gabbia ritta al vederti dritta dentro la gabbia stretta

s'alza,

e verso te gli orecchi e protende verso te

alti protende e fermi; gli orecchi lunghi e fermi;

che la crusca e i radicchi dal momento che tu le porti

tu le porti, di cui la crusca e i radicchi

priva in sé si rannicchia, priva dei quali si rannicchia in sé

cerca gli angoli bui. cerca gli angoli bui.

Chi potrebbe quel cibo Chi potrebbe ritoglierle

ritoglierle? chi il pelo quel cibo? Chi (potrebbe ritoglierle) il pelo

che si strappa di dosso, che si strappa di dosso,

per aggiungerlo al nido per aggiungerlo al nido

dove poi partorire? dove poi partorire

Chi mai farti soffrire? Chi mai (potrebbe) farti soffrire?

Tu sei come la rondine Tu sei come la rondine

che torna in primavera. Che in primavera ritorna.

Ma in autunno riparte; Ma in autunno riparte

e tu non hai quest'arte. E tu non hai questa abitudine.

Tu questo hai della rondine: Tu hai della rondine questa caratteristica:

le movenze leggere: il modo di muoversi aggraziato

questo che a me, che mi sentiva ed era (hai) questo (simile alla rondine: il fatto) che annunciavi

vecchio, annunciavi un'altra primavera. A me , che mi sentivo ed ero vecchio, un'altra primavera

Tu sei come la provvida Tu sei come la formica

formica. Di lei, quando previdente. Di lei ( della formica) parla

escono alla campagna, al bimbo la nonna che lo accompagna

parla al bimbo la nonna quando passeggiano nei campi

che l'accompagna.

E così nella pecchia E così ti ritrovo (riconosco somiglianze con lei)

ti ritrovo, ed in tutte nell’ape ed in tutte

le femmine di tutti le femmine

i sereni animali di tutti gli animali sereni (docili)

che avvicinano a Dio; che sono vicini a Dio.

e in nessun'altra donna. E (non ti ritrovo) in nessun’altra donna

Metrica : Sei lunghe strofe di varia lunghezza , ma generalmente brevi, con prevalenza di settenari

e molte rime. Il primo verso di tutte le strofe tranne la terza è un settenario sdrucciolo.

Analisi del Testo

La struttura e il metro

La poesia è strutturata in sei strofe ineguali , formate da versi di varia lunghezza. È forse

questa l’unica poesia di Saba composta su uno schema metrico del tutto libero. Il primo verso

di ogni strofa è sdrucciolo (con l’eccezione della terza strofa). Numerosissime sono poi le

rime e le altre figure retoriche. Le rime si presentano spesso in posizione baciata e più

raramente in posizione alternata . talvolta, poi, le rime sono sostituite da figure fonetiche

meno forti, come la quasi rima ( v.v 11.12) la consonanza ( v.v 57/59 , l’assonanza ( 2-5, 26-

27,50-51).

Attraverso le similitudine con i vari animali viene esaltata la vitalità femminile della donna,

alludendo alla concezione profondamente positiva che Saba ha degli istinti naturali.

Interpretazione del testo

Saba compose questa lirica nel 1911 e la giudicò fin da subito la propria poesia più bella. In

essa l'amore per la moglie Lina si esprime in modo davvero insolito, attraverso una serie di

paragoni con le femmine di alcuni animali: la gallina, la giovenca, la cagna, la coniglia, la

rondine, la formica, l'ape. La stessa moglie del poeta in un primo tempo si sentì quasi offesa

di tali accostamenti; in realtà il componimento è pervaso da un sentimento di intensa

tenerezza e dolcezza, accentuate entrambe da un tono apparentemente ingenuo, quasi

infantile: il poeta guarda al mondo della natura nei suoi aspetti quotidiani con occhi semplici,

avvertendo in essa le migliori qualità e la condizione di maggiore vicinanza a Dio.

Molti si meravigliavano come una donna venga paragonata, anche se affettuosamente ad

animali, e per lo più ad animali da cortile, poiché l’immagine femminile che traspare dal

testo risulta del tutto inconsueta e originale all’interno della tradizione poetica italiana, dove

la donna è vista per lo più secondo un processo di idealizzazione o di cristallizzazione, come

faceva Dante con il dolce stilnovo.

In queste strofe, che si snodano, secondo disordinata sequenza, proponendo una serie di

successivi confronti tra la moglie del poeta e gli animali, non vi è nulla di tutto ciò.

La semplicissima struttura di questa poesia può far pensare ad una preghiera religiosa fondata

su strofe di alterna lunghezza che determinano la successiva descrizione di una femmina

animale.

In questa poesia prevale il verso settenario, cui si aggiungono alcuni endecasillabi e due

quinari. Numerose sono le rime liberamente e irregolarmente disposte.

La pollastra, la giovenca, la cagna, la coniglia, la rondine, la formica e la pecchia, “tutte

femmine di tutti i sereni animali che si avvicinano a Dio”, si sgranano davanti a noi, come se

fossero accompagnate dal passaggio lento e liturgico dei grani di un rosario, realizzando

l’identità di Lina, proiettandola e fissandola in un esemplare fortemente marcato.

Dopo aver scritto che “se un bambino potesse sposare e scrivere una poesia per sua moglie

scriverebbe questa”, Saba ha aggiunto che questa poesia fa pensare all’infanzia, a un

improvviso ritorno di questa; un ritorno che non esclude la presenza dell’uomo. Il poeta,

come il fanciullo, ama gli animali, che per la semplicità e la nudità della loro vita, ben più

degli uomini, obbligati da necessità sociali, si avvicinano a Dio, alle verità cioè si possono

leggere nel libro aperto della creazione.

Pur costituendo una specie di filtro, i paragoni, che introducono uniformemente le singole

strofe suggeriscono una caratterizzazione diretta, che vive di atteggiamenti e di gesti precisi,

volti ad illustrare le qualità fisiche e morali della donna.

Protagonisti di un genere letterario ben definito, la favola, gli animali perdono ogni funzione

di tipo rigidamente allegorico , trasformandosi in emblemi naturali della vita.

Equivalenti della persona femminile, essi vivono anche nella loro configurazione autonoma:

in questo modo l’uomo trova nella natura lo specchio di se stesso, accostandosi a Dio

attraverso il “libro aperto della creazione”.

Ciò che maggiormente colpisce di questa poesia, non è tanto la partecipazione effettiva ad

una situazione del prossimo, quanto il cogliervi una situazione positiva.

Trieste Dalla raccolta “Trieste e una donna” (1910-12)

Ho attraversata tutta la città. Ho attraversato tutta la città

Poi ho salita un’erta poi sono salito su una strada ripida

popolosa in principio, in là deserta, all’inizio più popolata poi più deserta

chiusa da un muricciolo: chiusa alla fine da un piccolo muro:

un cantuccio in cui solo e si crea uno spazio in cui da solo

siedo; e mi pare che dove esso termina mi siedo e mi sembra che dove questo cantuccio finisca

termini la città. finisca tutta la città.

Trieste ha una scontrosa Trieste ha una scontrosa

grazia. Se piace, grazia. Se piace,

è come un ragazzaccio aspro e vorace, è come un ragazzo amaro e divoratore

con gli occhi azzurri e mani troppo grandi con gli occhi azzurri e due mani grandissime

per regalare un fiore; troppo grandi per poter regalare un fiore

come un amore come un amore

con gelosia. che però è pieno di gelosia

Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via Da questa salita ogni Chiesa e ogni via di Trieste

scopro, se mena all'ingombrata spiaggia, posso scorgere si vede fino alla spiaggia affollata

o alla collina cui, sulla sassosa e anche fino alla collina, nella cui cima ricoperta di sassi

cima una casa, l'ultima, s'aggrappa. sorge come se fosse aggrappata una casa

Intorno Intorno

circola ad ogni cosa ad ogni cosa

un'aria strana, un'aria tormentosa, gira un'aria strana

l'aria natia. è l'aria natia

La mia città che in ogni parte è viva, la mia città è viva in ogni sua parte

ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita e ha un angolo solo per me, adatto alla mia vita

pensosa e schiva. che è pensosa e solitaria.

Metro: strofe irregolari de endecasillabi, settenari e quinari. Alcune rime baciate.

Trieste è tra i temi in assoluto più cari a Saba, un tema che si estende, pur attraverso modi e

prospettive ogni volta differenti, da un capo all’altro del Canzoniere. Il poeta ama Trieste

quasi al di là del fatto che sia la sua città: è il luogo fresco che brulica di vita intensa, il luogo

aperto sul porto, sul mare che in continuazione ne rinnova il sangue in una sorta di perpetua

giovinezza. Saba intrattiene con la sua città un rapporto tutto speciale: l’ama in se stessa,

nelle sue vie, nei suoi colori, nella brulicante umanità dei suoi vicoli oscuri e del suo porto

(Città vecchia): qui il poeta ritrova la pienezza di quella calda vita di cui fece prima

esperienza nella solidarietà forzosa della caserma. una città

Trieste è per Saba un luogo privilegiato anche per il suo carattere contraddittorio: è

portuale, aperta, disinibita e sempre giovane di vita nuova e fresca, e al tempo stesso è

una città riservata e diffidente, graziosa di una grazia scontrosa e acerba (Trieste).

Trieste è anche un’inesauribile fonte di poesia; di quella poesia delle cose semplici e

concrete, un serbatoio di nomi di uomini, di donne, di vie, di piazze, in ciascuna delle quali

Saba riflette e ritrova una parte di sé: come in Tre vie, una lirica in cui a ciascuna strada

corrisponde un preciso stato d’animo del poeta.

Interpretazione del testo

“Trieste” è la prima poesia di Saba che testimonia la sua volontà di cantare Trieste proprio in

quanto tale, e non solo come città natale. Saba ama osservare la realtà che gli sta attorno, che

Nella prima strofa

lo circonda. il poeta descrive la strada in salita che conduce alla collina

affollata, vivace, rumorosa all’inizio e sempre più solitaria alla fine. Sbocca in un piccolo

spazio chiuso da un muricciolo, “un cantuccio” che segna il confine della città e lì il poeta

siede solo ma non diviso dal mondo che ama. Un mondo paragonato a “un ragazzaccio aspro

e vorace”: Trieste diventa un personaggio vivo e autonomo. Il ragazzo possiede una grazia

innata, una bellezza spontanea e naturale; i suoi occhi azzurrini, che riflettono il colore del

mare di Trieste, evocano tenerezza. Le sue mani sono grandi per un gesto gentile ma dietro

questa apparenza si nasconde una grande dolcezza. Questo contrasto viene identificato dal

poeta come un amore tormentato dalla gelosia. Dall’alto dell’erta che gli consente di

guardare e di abbracciare tutta la sua città, gli pare che “ogni chiesa, ogni via”, “l’ingombra

spiaggia” e “la collina”, siano tutti suoi e vivano in lui, avvolti nell’ “aria natia”. Dal suo

posto il poeta osserva la vita intorno senza farne parte, ma senza neppure sentirsi estraniato.

Sa di poter trovare nella città uno spazio adatto alla sua vita “pensosa e schiva”. Dal punto di

vista lessicale si può notare come Trieste nella prima strofa venga identificata con il termine

“la città”, nella seconda assume il nome proprio e nella terza “la mia città”. Questa

differenza serve a indicare il passaggio da una visione oggettiva a una soggettiva.

Dico al mio cuore, intanto che t'aspetto

Dico al mio cuore, intanto che t'aspetto: Mentre ti aspetto mi dico

scordala, che sarà cosa gentile. "E' meglio se la scordi, sarà facile"

Ti vedo, e generoso in uno e vile, Poi ti vedo e, generoso e insieme codardo

a te m'affretto. corro verso di te.

So che per quanto alla mia vita hai tolto, So che dovrei odiarti per come sei

e per te stessa dovrei odiarti. e per quello che mi hai fatto soffrire

Ma poi altro che un bacio non so darti ma poi quando ti ascolto so darti solo un bacio.

quando t'ascolto.

Quando t'ascolto parlarmi d'amore Quando ti ascolto mentre mi parli d'amore

sento che il male ti lasciava intatta; sento che la cattiveria non ti ha toccata

sento che la tua voce amara è fatta sento che la tua voce è brusca

per il mio cuore. ma è proprio adatta a me

*1 Dimenticala,sarà una cosa lieve="gentile" NON sta per buona.Il poeta,mentre l'aspetta,crede che

non sarà poi cosi difficile dimenticarla..sarà lieve..ma poi la vede,e altro non può fare che correrle

incontro.

*2 Sento che la tua voce amara è fatta

per il mio cuore= secondo me NON intende dire "si è fatta amara per me",ma piuttosto che la sua

voce amara è quella comunque ideale per il suo cuore! Lui cerca questa voce,benchè essa sia

amara..lui la ama!

La poesia è composta di 3 quartine composte da 3 endecasillabi e 1 verso quaternario. La

metrica è in versi liberi. Le principali figure retoriche sono:

-due anastrofi (vv. 5 e vv.7)

- Fra seconda e terza strofa si registra l’anadiplosi dell’espressione “quando t’ascolto”.

- Ai vv. 10 e 11 c’è una anafora di “sento che..”

- Vv. 11-12 enjambement

Analisi del testo

La tematica è quella dell'amore sofferto e crudele, dal quale però l'amante non riesce a

staccarsi perché la donna lo tiene legato a se con i vincoli di un sentimento a cui l'uomo non

riesce a rinunciare.

La donna è crudele, la sua voce è aspra, ma Saba si scorda di tutto questo appena la vede e ha

verso di lei solo gesti affettuosi. Negli ultimi versi, con il riconoscimento che il tono di voce

(non dolce né romantico) della donna è adatto a lui, il poeta ammette anche una parte del

proprio carattere.

La tematica della donna che fa soffrire l’amato (il quale però continua ad amarla anche fra i

lamenti della propria condizione) è molto antica: Catullo piangeva per l’infelicità

provocatagli da Lesbia e Petrarca si lamentava delle sofferenze inflittegli dalla donna amata,

Laura. Solo l’ultimo verso esce dalla tradizione letteraria staccando la figura femminile

dall’idea che il poeta sia un uomo puro votato alla sofferenza per amore:Saba, schivo e poco

incline al romanticismo classico, riconosce un’anima simile alla sua.

Il Volume Secondo

Il volume secondo raccoglie 109 testi distribuiti ancora in otto sezioni, come per il primo

volume e composti tra il 1921 e il 1932.

La prima sezione “Preludio e canzonette” presenta ancora una serie di 12 testi,preceduta da

un preludio e chiusa da un Finale. Le 12 “canzonette” sono dedicate a Chiaretta o comunque

ispirate da lei e presentano temi anche impegnativi e inquietanti.

“Autobiografie”, seconda sezione, stende in 15 sonetti il racconto della vita di Saba. Essa

inaugura il momento di massima concentrazione autoanalitica presente nel Canzoniere, che

avrà in “Cuor morituro”e in “piccolo Berto” i suoi momenti più intensi e riuscito.

La terza e la quarta sezione del volume stanno in rapporto di contrapposizione e di analogia.

La prima “ I Prigionieri” è datata 1924 e la seconda “Fanciulle” 1925. I prigionieri

comprende una serie di quindici sonetti in cui vengono descritti altrettanti tipi umani, o

caratteri, con riferimento, già nel titolo, alla forza rappresentativa di Michelangelo.

Fanciulle presenta invece 12 testi di 4 strofe dedicati a figure di giovani donne.

“Cuor morituro” quinta sezione del volume secondo, è una delle raccolte più rilevanti del

canzoniere, secondo il giudizio del poeta stesso.

“Preludio e fughe” e il “Piccolo Berto”sono poi poste a conclusione del secondo volume, al

centro dell’attenzione vi sono poi l’infanzia e l’adolescenza de poeta, con la rievocazione del

rapporto difficile con la madre e la riscoperta della balia e del suo valore pacificatore.

Al 1926 appartiene la sesta sezione “ L’uomo” nel quale Saba si era proposto di scrivere la

storia naturale di tutti gli uomini.

Al 1928/29 risale la settima e penultima sezione del volume “Preludio e Fughe” formata da

15 testi : un “preludio” 12 “fughe” e due “congedi”.

Ultima e decisiva sezione del secondo volume è il “Piccolo Berto” composta da 16 poesie

direttamente partorite dall’esperienza della terapia psicoanalitica intrapresa da Saba nel 1920

presso lo studio del dottor Weiss.

Il piccolo Berto è il poeta stesso bambino : Berto diminutivo di Umberto, è il modo con cui

questi veniva chiamato dall’amata balia. La raccolta è fondata su 3 personaggi :

- il poeta bambino

- la balia

- la madre

Il recupero dell’infanzia , cioè del ricordo di essa, segna una rasserenante conquista nella

struttura narrativa e autobiografica dell’opera. La conclusione del secondo volume del

Canzoniere delinea così una provvisoria guarigione della nevrosi, lasciando profilare

brevemente la possibilità di raggiungere davvero nel libro della propria vita quella esemplare

conclusione positiva cui Saba ispirava.

Mio padre è stato per me l'assassino

Mio padre è stato per me l'"assassino",

Per me mio padre è stato l'"assassino"

fino ai vent'anni che l'ho conosciuto.

così ho pensato per i 20 anni in cui l'ho conosciuto

Allora ho visto ch'egli era un bambino,

Dopo 20 anni capì che lui era un bambino

e che il dono ch'io ho da lui l'ho avuto.

e che ho avuto un dono da lui

Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,

aveva i miei stessi occhi azzurri

un sorriso, in miseria, dolce e astuto,

un sorriso, anche nei momenti meno felici, sempre dolce e vispo

Andò sempre pel mondo pellegrino;

egli girava il mondo

più d'una donna l'ha amato e pasciuto.

e ha conosciuto molte donne che lo hanno amato e dato da mangiare

Egli era gaio e leggero; mia madre

egli era allegro e leggero; mia madre

tutti sentiva della vita i pesi.

sentiva su di se invece tutti i pesi della vita

Di mano ei gli sfuggì come un pallone.

egli le sfuggi di mano come sfugge un pallone

"Non somigliare - ammoniva - a tuo padre".

e mi ripeteva sempre di non fare mai come lui

Ed io più tardi in me stesso lo intesi:

e io più tardi capì le sue parole

eran due razze in antica tenzone

erano due persone diverse in una vecchia tensione

METRO: sonetto (ABAB ABAB CDE CDE).

Alcune essenziali notizie biografiche risultano utilissime per comprendere appieno questa

lirica, che possiede comunque una chiarezza essenziale.

Bisogna dunque sapere che la madre del poeta fu abbandonata dal marito, Ugo Edoardo Poli,

prima che il figlio nascesse; e la donna descrisse sempre al poeta il proprio padre in termini

durissimi, definendolo spesso "assassino", dato che non solo aveva distrutto la famiglia ma

anche le speranze della sua giovinezza. Saba era dunque cresciuto portandosi dietro

quell'immagine negativa del genitore, fino a quando, all'età di vent'anni, lo conobbe e lo

scoprì straordinariamente simile a se stesso, non soltanto nei tratti fisici ma anche nella

volubilità dell'animo, da cui aveva ereditato il "dono" della poesia.

La struttura della poesia, semplice come gran parte della produzione di Saba, segue un

procedimento simmetrico: alla figura paterna sono dedicate le due quartine, mentre nelle

terzine è l'immagine materna a dominare. Ne emerge infine una contrapposizione fra due

mentalità assai differenti, ma il recupero dell'immagine paterna non scalfisce la figura della

madre: il poeta mostra infatti un senso di compassionevole amorevolezza verso questa donna

oppressa dai "pesi" della vita ed incapace, per carattere e cultura, di comprendere la natura

inquieta del compagno. "Anche l'ammonizione a non assomigliare al padre, pur nella sua

severità, è dettata dall'amore, tanto che Saba, comprendendone la sostanza, conclude il

sonetto senza formulare accuse: è stata la diversità dei temperamenti a determinare

l'inevitabile distacco.

Qui egli "racconta" ai lettori del padre, del suo difficile rapporto con la moglie, dell’odio di

questa. C e ne rivela il carattere e sottolinea le straordinarie affinità, non solamente fisiche,

che lo legavano al padre. Sottolinea la diversità di carattere fra i due genitori e l’impossibilità

della loro convivenza, lo scontro di «due razze» che egli stesso avrebbe sentito, in seguito, in

lotta dentro di sé.

Saba descrive i sentimenti provati da se stesso e da sua madre nei confronti del padre. Egli

racconta di come abbia sempre avuto una pessima opinione del padre, l’«assassino», come lo

chiamava sua madre, ma poi, dopo i vent' anni, scoprì che buona parte del carattere paterno

era passata a lui.

Sonetto con rima incatenata: ABAB ABAB CDE CDE; la rigida struttura metrica provoca

alcune pesantezze stilistiche come le aspre inversioni («e che il dono ch’io ho da lui l’ho

avuto»; «mia madre tutti sentiva della vita i pesi" e abbondanza di parole tronche (andò, più,

sfuggì,...

Nel sonetto viene sottolineato il contrasto tra leggerezza paterna e pesantezza materna,

attuando un rovesciamento del ruolo maschile con quello femminile: infatti per l’autore la

madre ricopriva il ruolo dell’autorità (solitamente attributo del padre) e il padre il ruolo della

trasgressione. Mentre la madre sentiva tutti i pesi della vita, il padre è definito come un

bambino, «dolce e astuto, gaio e leggero»; curioso e capace di stupirsi. A causa del suo

comportamento trasgressivo, dell’abbandono della famiglia, dei molti viaggi e delle tante

donne avute, la moglie si riferiva al marito con l’appellativo di «assassino» e incitava il figlio

a non diventare come il padre.

«Eran due razze in antica tenzone» spiega la conflittualità nel rapporto tra madre e padre,

complicato dalla diversa appartenenza religiosa: la madre ebraica e il padre cristiano. Saba

descrive subito l’odio che provò per il padre, usando l’aggettivo "assassino". Spiega che il

dono di scrivere poesie lo ha avuto dal padre.

Nella seconda strofa, l’autore racconta come era il padre e cosa fece: aveva gli occhi di

colore azzurrino, come i suoi, un "sorriso dolce e astuto" e andò vagabondando per il mondo

incontrando più di una donna che lo ha amato e mantenuto.

Nella prima terzina, il noto poeta mette a confronto i caratteri contrastanti della madre e del

padre: la madre era sempre preoccupata e pessimista, mentre il padre era sempre allegro,

semplice e leggero.

Nella seconda terzina, il poeta riporta il continuo pensiero della madre di non diventare mai

come il padre; ma non andò così. Negli ultimi due versi dice che più tardi sentì dentro di sé

che erano due razze in un contrasto da sempre esistito: la madre era ebrea e il padre

veneziano (più pessimista l’ebreo, più ottimista il veneziano).

Eros Cuor Morituro

Sul breve palcoscenico una donna

Dopo il film una donna

fa, dopo il Cine, il suo numero.

fa il suo numero sul piccolo palcoscenico

Applausi, e scherno credo, ripetuti.

(Ci sono ) applausi insistenti, credo per presa in giro

In piedi, del loggione in un canto, un giovinetto,

Un ragazzo, in piedi in un angolo del loggione,

mezzo spinto all'infuori, coi severi

mezzo spinto all’infuori

occhi la guarda, che ogni tratto abbassa.

la guarda con gli occhi severi, che abbassa di continuo

È fascino? È disgusto? È l'una e l'altra

E’ il fascino? E’ il disgusto? E’ una cosa e l’altra?

cosa? Chi sa? Forse a sua madre pensa,

Chissa?Forse pensa a sua madre pensa,

pensa se questo è l'amore. I lustrini

(si chiede) se questo sia l’amore

sul gran corpo di lei, col gioco vario

I lustrini (posti) sul grande corpo di lei, lo abbagliano

delle luci l'abbagliano. E i severi

con il mutevole movimento delle luci

occhi riaperti, là più non li volge.

E (una volta riaperti) gli occhi severi, (il ragazzo) non li rivolge più là (nella direzione della

donna)

Solo ascolta la musica, leggera

Ascolta solo la musica

musichetta da trivio, anche a me cara

una leggera musichetta volgare, talvolta cara anche a me

talvolta, che per lui si è fatta, dentro

che per lui è diventata

l'anima sua popolana ed altera,

dentro la sua anima popolana

una marcia guerriera.

Una marcia guerriera.

Secondo Congedo

O mio cuore dal nascere in due scisso,

quante pene durai per uno farne!

Quante rose a nascondere un abisso!

Questa poesia appare non nel Canzoniere del 1921 ma in quello del 1945. Originariamente

aveva fatto parte di un libro “Preludio e fughe” e fu scritta quando già era uscita a 1 edizione.

Saba si rivolge al suo cuore : elemento della tradizione lirica che rappresenta l’emblema,

l’elemento topos per eccellenza della tradizione sentimentale.

Lui si rivolge al cuore non all’anima!.

Vuole il poeta riportare le parole al loro senso originario attraverso il cuore che è depositario

dell’amore. Si rivolge senza vergogna ad esso … e poi usa … l’inversione sintattica :

“operazione classicheggiante” “o mio cuore scisso in due dal nascere”

È scisso in due l’IO” che lui identifica con il cuore : una scissione che è dalle origini (dal

nascere).

“Quante pene durai per uno farne” : Inversione sintattica

Vuole rendere l’idea della fatica che ha dovuto fare per arrivare all’unità (il rallentamento del

ritmo rende meglio il senso).

Saba sa però che questa ricomposizione è provvisoria : ultimo verso….. “abisso” è la parola

centrale.

La rosa rappresenta la bellezza, l’arte la poesia.

Saba sa bene che da una parte la poesia è attività di conoscenza e che quindi la poesia non

deve essere bella, ma allo stesso tempo non può far a meno di ammettere che la poesia fa

come le rose che coprono l’abisso : la poesia copre la verità che sta in fondo a noi.

Saba dice che ha faticato molto per arrivare alla verità e che la poesia gli è tata d’aiuto però è

stato difficile perché la poesia è anche illusione, ovvero che copre con la bellezza la verità.

La poesia è inoltre per Saba la psicoanalisi, fa venir fuori il principio di piacere che la società

reprime, occulta.

Tre poesie alle mia balia

Queste poesie colgono tre momenti dell’infanzia di Saba. In esse Saba ricostruisce in

particolare il momento della separazione dalla balia e racconta il tentativo di ritrovare

serenità ed equilibrio recandosi a trovarla a casa.

I.

Mia figlia Mia figlia

mi tiene il braccio intorno al collo, ignudo; mi tiene il braccio nudo intorno al collo

ed io alla sua carezza m’addormento. Ed io mi addormento alla sua carezza

Divento Divento (come)

legno in mare caduto che sull’onda un legno caduto in mare che galleggia sull’onda

galleggia. E dove alla vicina sponda E quando aspiro alla riva

anelo, il flutto mi porta lontano. Vicina, il flutto mi porta lontano.

Oh, come sento che lottare è vano! Oh come sento che lottare è inutile

Oh, come in petto per dolcezza il cuore Oh come il cuore in petto mi viene meno

vien meno! Per dolcezza

Al seno Approdo al seno di colei (la balia)

approdo di colei che Berto ancora che ancora mi chiama Berto

mi chiama, al primo, all’amoroso seno, al primo seno, al seno amoroso

ai verdi paradisi dell’infanzia. Ai verdi paradisi dell’infanzia

E’ uno scatto memoriale che ricorda rapporti di tenerezza con la figlia. Fatta da 3 strofe.

I Strofa : I verso è un verso “ternario” (3 sillabe) sempre in rima.

È un momento di tenerezza in cui c’è l’abbraccio tra padre e figlia, in cui però i ruoli sono

ribaltati : il padre sembra un bambino e la figlia invece assume il ruolo materno. Momento di

tenerezza che permette al padre di abbandonarsi.

II Strofa : è rappresentata dal “sogno” (momento importante nel trattamento psichiatrico). I

sogni sono una narrazione, un racconto. Mette in versi il sogno. È una regressione non solo

dell’infanzia ma anche della fase pre – natale.

In questa parte lui sogna di stare in mezzo al mare, come un legno in mare che galleggia e

che più cerca di arrivare alla fine più il flutto lo porta lontano. (echi foscoliani e leopardiani).

III strofa : … uscire dallo stato pre – natale significa approdare all’amorevole seno della

balia che lo chiama Berto. L’infanzia delle origini rappresenta il paradiso terrestre.

Schema metrico preciso. La poesia permette di ritrovare il passato e superare il trauma.

II.

Insonne

mi levo all’alba. Che farà la mia

vecchia nutrice? Posso forse ancora

là ritrovarla, nel suo negozietto?

Come vive, se vive? E a lei mi affretto,

pure una volta, con il cuore ansante.

Eccola: è viva; in piedi dopo tante

vicende e tante stagioni. Un sorriso

illumina, a vedermi, il volto ancora

bello per me, misterioso. E’ l’ora

a lei d’ aprire. Ad aiutarla accorso

scalzo fanciullo, del nativo colle

tutto improntato, la persona chiana

leggera, ed alza la saracinesca.

Nella rosata in cielo e in terra fresca

mattina io ben la ritrovavo. E sono

a lei d’allora. Quel fanciullo io sono

che a lei spontaneo soccorreva; immagine

di me, d’uno di me perduto…

I Strofa : ci riporta al presente, dove il poeta si chiede cosa starà facendo la sua balia, se è

viva, intanto lui si affretta a lei ( a riviverla nella fantasia).

II Strofa: rivivere il passato ricongiungendolo al presente, presente diverso da quello attuale.

Lui che accorre come quando era fanciullo per aiutare la balia ad aprire il negozio.

III Strofa : una classica immagine della tradizione lirica “Io sono quello d’allora” e dunque

se io sono come quello d’allora anche la balia è quella d’allora.

Quel fanciullo che sono io è diventato uomo, ma c’è riconoscenza in quell’immagine :

immagine di uno che è si lui, ma che ora può solo raccontare senza tornare indietro.

III.

..Un grido Si alza un grido

s'alza il bimbo sulle scale. E piange di un bimbo sulle scale. E anche la donna

anche la donna che va via. Si frange che va via (la balia) piange. Un cuore

per sempre un cuore in quel momento. In quel momento si spezza per sempre.

Adesso Adesso ( dal quel momento)

sono passati quarant'anni. Sono passati 40 anni.

Il bimbo il bimbo

è un uomo adesso, quasi un vecchio, esperto adesso è un uomo, quasi un vecchio, esperto

di molti beni e molti mali. E' Umberto di molti beni e molti mali. Quel bimbo è

Saba quel bimbo. E va, di pace in cerca, Umberto Saba. E va in cerca di pace

a conversare colla sua nutrice; a conversare con la sua balia;

che anch'ella fu di lasciarlo infelice, che fu anch’ella infelice di lasciarlo

non volontaria lo lasciava. Il mondo che non lasciò di sua volontà. Da allora il mondo

fu a lui sospetto d' allora, fu sempre fu per lui (Saba) sospetto (non affidabile), fu sempre

(o tale almeno gli parve) nemico. nemico (o almeno tale gli parve)

Appeso al muro è un orologio antico (A casa della balia) è appeso al muro un orologio antico

così che manda un suono quasi morto. Così che manda un suono quasi morto.

Lo regolava nel tempo felice nel tempo felice(quando Saba viveva in quella casa) lo regolava il

il dolce balio; è un caro a lui conforto dolce balio (marito della balia); per lui (Saba) è una cara consolazione

regolarlo in suo luogo. Anche gli piace regolarlo al suo posto

a sera accendere il lume, restare Gli piace anche accendere il lume quando è sera, gli piace restare

da lei gli piace, fin ch' ella gli dice: da lei (la balia) finchè ella gli dice :

"E' tardi. Torna da tua moglie, Berto". “ E’ tardi. Torna da tua moglie, Berto”.

La terza poesia è collegata al verso finale della seconda!

In questa poesia spiega perché è perduto quel fanciullo. Si tratta ora davvero di recuperare il

trauma che ha prodotto in lui la scissione: separazione, giorno in cui la madre lo ha separato

dalla balia e dunque fine dell’infanzia.

In questa terza poesia il poeta rivive lo strazio di questa separazione grazie alla quale ha

potuto superare il trauma.

I Strofa : Un grido : lacerazione che si collega al verso “ di me…. Perduto”. Lacerazione di

una parte di lui che è andata perduta, perita dell’infanzia che ha prodotto un grido.

Scale : qualcuno è venuto aprenderlo ; da queste scale si alza il grido di un bimbo. La donna

che piange via via è la balia ( perfetta sintonia tra le 2 lacrime).

Si rompe il cuore in quel momento (lui parla al presente ma rivive cose del passato, ma dice

“in quel momento”. ) In contrapposizione a “quel momento” dice dopo “ora” sono passati 40

anni.

…. Poi riusa il presente… quel bimbo è ORA (presente dell’attualità) diventato saggio… E’

UMBERTO SABA quel bimbo! ( un enjambemant separa il nome di Saba: nome segno di

identità, nome scisso in 2)

Quel bimbo, quello che sta lontano e che cerca di far riemergere è diventato Umberto saba :

bimbo è quello che ha vissuto è la causa della scissione del soggetto.

Ora che è diventato uomo va a cercare la nutrice in cerca di pace, perché anche lei ha provato

lo stesso dolore e può servire per vivere la vita da adulto senza traumi.

Da allora (momento scissione) la scissione interna è stata anche la causa del suo dissidio con

il mondo esterno.

III Strofa: orologio : tempo che passa, tempo quasi morto che scorre dolcemente. quel

tempo “felice”. gli ultimi versi sono poi i versi decisivi. al poeta piace andare a trovare la

balia, stare a cena da lei, accendere il lume finchè la balia non gli dice ‘ tradi torna da tua

moglie Berto.

la balia che gli dice “ora non sei più un bambino, non puoi vivere nel ricordo del tuo passato,

tu devi superare, diventare adulto , il tuo posto non e qui, torna da tua moglie : donna di un

uomo adulto.

Amai

Amai trite parole che non uno Amai parole frammentate che nessuno osava dire...

osava. M’incantò la rima fiore mi piaceva molto la rima fiore e

amore, amore

la più antica difficile del mondo . che è quella più vecchia e più difficile

Amai la verità che giace al fondo , Amai la verità che era in fondo a queste parole

quasi un sogno obliato, che il dolore come un sogno ormai perso, che il dolore

riscopre amica. Con paura il cuore riscopre amica. Con paura il cuore

le si accosta, che più non l’abbandona. le fa da compagno, il dolore si accosta e più non ti abbandona

Amo te che mi ascolti e la mia buona Amo te che mi ascolti e amo la carta vincente

carta lasciata al fine del mio gioco. che uno lascia alla fine del gioco!

La poesia è composta di 3 strofe, due quartine e una distico. I versi sono tutti endecasillabi

(9), tranne il terzo che è un trisillabo, così che il poeta evidenzia la parola amore, tema

ricorrente nella poesia. Le rime tranne nel primo e nell'ultimo verso, sono baciate. La poesia

è caratterizzata da un ritmo lento e solenne.

La poesia è stata scritta negli ultimi tempi : 1945/46.

AMAI : Saba usa il verbo amare, sostanza delle sue poesie e fa un bilancio delle cose che ha

amato come uomo e come poeta.

Amai parole “consumate”( parole belle all’origine ma dopo un uso eccessivo le ha rese tristi

e vuole riportarle quelle parole all’origine).

…. Che nessuno osava più dire (parole logorate)….. a lui era ancora incantevole la rima

“fiore-amore”, la più difficile , perché bisogna utilizzarle in modo da non risultare banale, è

invece più facile utilizzare rime difficili che rime facili perché si cade in banalizzazione.

…. La verità sta nel fondo (talmente nascosta che appare come un sogno dimenticato).

Lui dice “la verità è sempre legata al dolore “: poiché il dolore ci fa andare al fondo delle

cose…. Il dolore riscopre “amica” la verità.

( quando soffriamo veniamo a contatto con la verità, e in quel momento abbiamo un rapporto

solido con la verità)

Il cuore con paura si accosta alla verità, quando poi abbiamo conosciuto il dolore anche

quando questo c’abbandona e proviamo gioia , quel momento di vicinanza con la verità ci

accompagnerà per sempre…

Amo te (lettore)…..

Il poeta ama talmente la vita che anche quando questa starà per finire lui giocherà le carte che

il destino gli metterà davanti come se non fosse l’ultima. Dobbiamo amare la vita fino alla

fine!

Il poeta ama la poesia ma anche la vita che sono simili tanto da dover essere amati fino

all’ultimo momento della vita, fino all’ultimo giorno egli non abbandonerà sul tavolo da

gioco la carta.

Per quanto riguarda il livello fonico la poesia si presenta ricca d'allitterazioni come ad

esempio quella della vocale 'a' che contribuisce a rendere il suono delle parole dolce e che si

allaccia perfettamente al tema principale del componimento quello vale a dire dell'Amore.

I suoni sono prevalentemente dolci e quasi per niente il poeta utilizza vocali chiuse o

consonanti che renderebbero la lettura del componimento difficile.

Le tre strofe sono legate dall’anafora, che varia nell’ultima (“Amai, Amai, Amo”). Le rime

sono elementari: fiore/amore, dolore/cuore, mondo/fondo, abbandona/buona; il lessico è

costituito da parole comuni mescolate a termini di un codice poetico, trite, obliato; per quanto

riguarda la sintassi, ogni strofa è costituita da una proposizione principale e una relativa.

Ma la lirica non rientra totalmente nella tradizione. Gli enjambement spezzano la facile

musicalità dei versi; l’a a capo dopo fiore isola la parola amore.

Il Volume Terzo

Il volume terzo del Canzoniere comprende 172 testi composti tra il 1933 e il 1954. Delle

nove sezioni che lo formano nell’edizione definitiva, solo le prime cinque comparivano

nell’edizione del 1948, l’ultima curata da Saba personalmente. Questa fase finale della poesia

sabiana è caratterizzata da un ulteriore passo nella direzione già segnata da Cuor Morituro :

lo stile diviene più asciutto, la forma più sorvegliata, la tendenza narrativa non scompare ma

si organizza in modi più rapidi e concisi.

Questo cambiamento non incide sulla personalità della poesia di Saba, e mostra tuttavia

l’effetto del contatto con altri autori importanti del Novecento (Montale, Ungaretti).

La prima sezione “Parole” comprende 29 testi che formano come un’implicita antologia dei

temi portanti del Canzoniere. Essa insieme alla seconda sezione “Ultime cose” raccoglie i

momenti più significativi della produzione tarda di Saba. Il tema del tempo che trascorre e

dei ricordi, i ritorni a motivi e fatti del passato sono contrassegnati da tenerezza e rimpianto.

Le due brevi sezioni che seguono, “1944” e “Varie” affrontano il tema dell’occupazione

nazista e della Liberazione, allargandolo con ricordi della prima guerra mondiale.

“Mediterranee” quinta sezione del volume, comprende 27 testi, composti tra 1945 e 1946.

Qui riemerge ancora una volta il bisogno costante di giovinezza che anima il Canzoniere.

Le ultime quattro sezioni del libro, aggiunte solo nell’edizione postuma del 1961, hanno

collocazione incerta.

I temi del Canzoniere

Centrale nella fitta trama psicologica ed esistenziale del Canzoniere è la tematica della

scissione dell’io.

Essa si origina dall’opposto carattere dei genitori del poeta. D’altra parte, la scissione è

segnata anche dal trauma della doppia infanzia ( i primi tre anni con la balia e poi con la

madre), dalla diversità tra la “madre di gioia” ( balia) e la “madre mesta” (naturale).

La scissione getta dunque le radici nell’infanzia. E l’infanzia è appunto un altro tema

capitale del libro.

Tuttavia in Saba rispetto ad altri poeti l’infanzia non è rievocata quale tempo felice e troppo

fugacemente trascorso ma, ben diversamente, quale origine delle difficoltà psicologiche

dell’uomo adulto, quale incubazione di nevrosi e sorgente di infelicità.

La diversità tra la madre e la balia influenza profondamente anche la rappresentazione

sabiana delle successive figure femminili, e dunque la trattazione del tema eroico , a sua

volta importantissimo nel Canzoniere. Le donne possono assomigliare infatti alla madre,

esercitando sulla coscienza del poeta il ricatto del senso di colpa, oppure possono

assomigliare alla balia, favorendo contatti spensierati e leggeri.

Vicina al modello della donna – madre è l’indiscussa protagonista femminile del Canzoniere,

la moglie di Lina centrata fin dalle prime raccolte.

Il tema dell’amore, centrato sul personaggio della moglie Lina e su altri rapporti occasionali,

ha nell’opera un’importanza anche al di fuori delle specifiche relazioni erotiche.

GIUSEPPE UNGARETTI

Ungaretti : Il contesto culturale

La cosa che appare più chiara nello studio della personalità di Ungaretti è il fatto che egli si

sia formato fuori di ogni corrente letteraria nostrana contemporanea.

Si direbbe meglio un poeta maturatosi in Francia nel clima simbolistico , che da origine a un

rinnovamento radicale della parola poetica e della metrica italiana.

La poesia nasce, in Ungaretti, dal continuo, attento scavo interiore, nasce dalla meditazione,

dal silenzio con cui noi ci poniamo ad ascoltare le voci del subconscio. Solo attraverso questo

raccoglimento il poeta ritrova la parola che esce dall’abisso per poter dar voce alla nostra

parte irrazionale. La ricerca della parola poetica ha per Ungaretti il merito di aprire uno

spiraglio sull’eterno e sul mistero stesso di vivere. Questo poeta che cerca un paese innocente

e una vita innocente, interpreta facilmente, in un’autentica voce di poesia e nella stesura di

una nuova poetica, quel disagio psicologico, non sempre chiaramente individuato, di chi

sentiva la nausea dell’oratoria dannunziana e della tradizione aulica nostrana e ricercava la

semplicità nella vita e nell’arte, l’autenticità vera del sentimento.

In questo senso la sua poesia rappresentava veramente la più risolutiva e costruttiva

opposizione alla retorica. Anche Ungaretti fu un interventista, ma il tema della guerra nella

sua poesia ha accenti di tale liricità cosmica da non ammettere alcun confronto con la

gazzarra dannunziana e fascista di quegl’anni. Eppure la guerra non è il motivo dominante

della sua poesia, anche se fu assai determinante nel risolvere la crisi della sua coscienza di

“uomo di pena” in una più consapevole solidarietà umana di “uomo di fede”. E’ vero che la

sua pena certa è la coscienza di una solitudine senza rimedio che si manifesta a contatto con

gli uomini e le cose, e che da questa angoscia egli affissa lo sguardo all’impossibile sogno di

un mondo ignaro e inconsapevole, senza peso di storia, senza macchia di colpa, ma è anche

vero che, per questo suo desiderio insoddisfatto di uomo di pena che reca la sua anima sola

fra gli uomini e senza miraggio, egli sa di sentirsi in armonia con l’universo, anzi via via che

il tempo passa, la sua posizione si rivela diversa : impegnato a identificare il destino

dell’uomo con la rivelazione della poesia non accetta compromessi, ma si pone come

antagonista.

La vita

Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d’Egitto l’8 febbraio 1988 da genitori lucchesi.

Nel 1889 il padre per una grave malattia contratta sul lavoro, morì lasciandolo insieme

all’altro fratello, alle cure della madre, la quale gestiva un forno alla periferia d’Alessandria,

quasi ai margini del deserto. Egli trascorse, dunque, insieme al fratello Costantino, l’infanzia

e la prima adolescenza accanto alla madre, donna di carattere assai tenace e volitivo, la quale

da sola, col suo lavoro, provvide al mantenimento e all’educazione dei figli. Giuseppe,

infatti, fu discepolo dagli 8 ai 16 anni in un Istituto salesiano, dimostrando un carattere assai

indisciplinato ed irrequieto. Fu ad Alessandria che egli contrasse amicizia con rivoluzionari

esuli italiani e sempre in questo periodo comincia ad affiorare la sua vocazione alla

letteratura.

Il gruppo di amici anarchici si sciolse, ancor prima che Ungaretti partisse per Parigi a seguire

gli studi di lettere alla Sorbona. Nel 1913 è a Parigi, e per lui che si sentiva estraneo nella sua

città natale, la Francia era eletta a patria adottiva. Culturalmente, dunque, Ungaretti si forma

completamente al di fuori degli schemi d’obbligo per un letterato o un giovane poeta che

lavori in quegl’anni in Italia. È del tutto fuori della scia dannunziana, o crepuscolare o del

primo Futurismo. Quando Ungaretti nel 1912 lascia l’Egitto non ha ancora scritto un solo

verso, la sua poesia nasce tra 1915 e il 1916 esploderà con tale spontaneità ed originalità da

apparire subito come un canto di assoluto ritorno alle origini, alla poetica della parola e della

poesia pura. Ma va subito detto che Ungaretti non approdò a Parigi direttamente da

Alessandria, prima fu a Roma, poi a Firenze e prese contatto con gli amici della “Voce”.

Dagli amici della voce ebbe anche delle lettere di presentazione che poi a Parigi lo

introdurranno nei caffè letterati alla moda. Lì, infatti, ebbe contatti e scambi con Apollinaire

Picasso, ecc, non trascurando mai i rapporti con gli amici della “Voce” che intanto avevano

dato vita a “Lacerba”. Intanto frequentava l’università parigina ascoltando le lezioni dei più

autorevoli maestri dell’epoca.

Nel 1914 rientrava in Italia per prendere l’abilitazione all’insegnamento della lingua

francese. Qui partecipava animatamente alla campagna per l’Intervento dell’Italia in guerra.

Nel 1915 pubblicava le prime poesie su “Lacerba”, ma presto veniva chiamato alle armi e nel

dicembre dello stesso anno era già al fronte, trascorrendo quasi un intero anno tra la prima

linea e le retrovie. In trincea scriveva le liriche su pezzi di carta e di cartone, liriche che

venivano pubblicate col titolo di “ Il Porto Sepolto” a cura del tenente Serra. In occasione di

una licenza militare , questa sua prima raccolta venne nelle mani di Papini e di altri che lo

presentarono al pubblico letterario. Nel 1918 il suo reggimento venne trasferito in Francia, di

qui le occasioni per riprendere i contatti con gli amici parigini e il dolore per la scomparsa di

Apollinaire. Restò a Parigi a lavorare come giornalista e nel 1919 pubblicò la raccolta

completa delle sue poesie composte tra il ’17 e il ’19 a cui diede il titolo “Allegria di

naufragi” (che comprende anche Porto sepolto).

Nel 1919 si sposa con Jeanne Dupoix a Parigi e rinsalda i vincoli d’amicizia con gli amici di

prima della guerra, acquistandone altri. Dopo qualche anno rientra in Italia e si stabilisce a

Roma con un incarico presso l’ufficio stanza del Ministero degli Esteri. Conduce vita di

sacrifici in stanze d’affitto e anche la moglie collabora al bilancio familiare insegnando

francese. Qui, però, trova amici presso il gruppo della “Ronda” e in particolare, il Cecchi a

cui si lega con singolare affetto. Nel 1923, per risparmiare le spese d’affitto, si trasferisce a

Marino, facendo il giornalista per diversi giornali presso l’editore Preda, in cui raccoglie le

poesie scritte tra il 1914 e il 1919. L’anno successivo gli viene assegnato a Venezia il

Gondoliere d’Oro, che è il primo riconoscimento ufficiale della critica e del pubblico

italiano. Nel 1933 pubblica la seconda raccolta di liriche : Sentimento del tempo, presso

Vallecchi. Comincia, quindi, una serie di traduzioni dei testi di Gongora, Blake in cui rivela

qualità finissime di intenditore e di traduttore poetico. Nel 1936 viene invitato a insegnare

Letteratura italiana nell’Università di San Paolo del Brasile. Accetta l’invito, anche

invogliato dalle buone proposte economiche che finalmente possono consentire un certo

benessere alla sua famiglia. In questo stesso anno appare una nuova edizione del Sentimento

del tempo che comprende le poesie tra il 1919 e il 1935.

In Brasile lo colpisce una grave disgrazia, la morte del figlio Antonietto a causa di

un’appendicite mal curata. Intanto l’Italia è in guerra come alleata della Germania e, quindi,

il Brasile lo considera come un nemico, essendo in guerra contro l’Asse. Nel 1942 Ungaretti

rientra in patria e viene nominato accademico d’Italia e docente di letteratura moderna e

contemporanea per chiara fama. In Brasile non ha scritto un sol verso, ora in Italia riprende

la sua attività di poeta con traduzioni e rielaborazioni di poesie scritte in precedenza. Nel

1945 De Robertis raccoglie le poesie disperse e cura il primo apparato delle varianti per

Allegria e Sentimento.

Ungaretti comincia ad apparire un poeta – maestro dell’Ermetismo, divenendo oggetto di

studio stilistico della scuola derobertisiana. Nel 1947 è sottoposto ai procedimenti di

epurazione e viene iniziato anche un processo per l’abolizione della cattedra per chiara fama.

Ma Ungaretti, pur avendo ammirato Mussolini, pur avendo ricevuto favoritismi dal passato

regime, appare uomo onesto e viene assolto.

L’invidia dei suoi nemici non riuscì a prevalere sul buon senso del Ministro della Pubblica

Istruzione, ma la salute del poeta sembra cedere gravemente per un collasso cardiaco, presto

superato. Nello stesso anno esce la nuova raccolta “Il Dolore” ( poesie tra il 1937 e il 1946).

Ungaretti non cedette alla tentazione della moda di allora, cioè del poeta impegnato

politicamente a cantare la Restaurazione e rimase fedele alla sua ispirazione di artista puro.

Nel 1949 riceve il premio Roma per la poesia e pubblica il suo primo volume in prosa “ Il

povero nella città”. Nel 1950 pubblica una nuova raccolta di poesie Terra Promessa e la

traduzione della Fedra di Racine. Nel 1952 ancora un’altra raccolta “Un grido e passaggi”.

Nel 1958, avendo compiuto 70 anni, la rivista “ Letteratura” gli dedica un numero d’omaggio

di 370 pagine con saggi assai notevoli e di alto riconoscimento. Tuttavia in quello stesso

anno perde la moglie. Nel 1960 pubblica “ Il Tacuino del Vecchio” e poi con gli amici

compie una specie di giro del mondo, sostando lungamente in Giappone. Nel 1966 riceve il

premio internazionale di poesia. Negli ultimi anni ha onori eccezionali per un poeta in Italia.

Nella notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio 1970 scrive l’ultima sua poesia poi parte per gli

Stati Uniti per ricevere un premio dell’università di Oklahoma. Rientrato subito per malattia,

muore d’improvviso a Milano la notte tra il 1 e 2 giugno. I funerali celebrati a Roma a San

Lorenzo fuori le mura dimostrano la simpatia e il fascino della sua singolare figura di poeta e

d’uomo.

La poetica di Ungaretti

Non è facile definire la poetica di Ungaretti, se si tiene conto che la sua attività di scrittore e

di saggista abbraccia un arco di tempo di quasi un sessantennio, che comprende anche la

storia d’Italia e d’Europa tra le due guerre mondiali. Ungaretti stesso affermava che molte

delle sue poesie erano state scritte in trincea, e in quelle circostanze la sua parola mirava a

ogni costo all’essenzialità dell’immagine.

In quelle condizioni particolari, ad esempio, il messaggio poetico della sua anima doveva

essere espresso con semplicità, rapidità e incisività.

All’inizio della sua attività lirica Ungaretti non aveva ancora una consapevole coscienza

critica della sua poetica, anzi pare già assodato dagli studiosi che “la poetica più vera di

Ungaretti è quella nata dopo la poesia, alla luce di quella tale poesia”. Indubbiamente però

all’inizio della sua carriera poetica avrà influito la sua cultura di base : Apollinaire , il

Simbolismo francese, ed altri.

Ovviamente , in tutta la sua lunga carriera di artista, Ungaretti facendo poesia, implicitamente

ha fissato i termini della sua stessa poetica. In questo senso ebbe poi anche la capacità, al

culmine della carriera, di fissare i termini della sua poetica, facendo pubblicare le varianti

delle sue poesie, le correzioni metriche, e discutendo in chiave critica il suo concetto di

poesia.

Fatto certo è che la poetica ungarettiana dell’Allegria non è quella del Sentimento del

Tempo, che appare più consapevole e definita criticamente, e culturalmente inserita in un

contesto storico postsimbolistico. Si direbbe, anzi, che la tecnica poetica stessa di Ungaretti si

è evoluta nella seconda raccolta, assieme alla sua più scoperta fede religiosa, nel senso che

l’attenzione del poeta non si concentra e non si esaurisce più nella parola pausata e

scarnificata nella sua essenzialità drammatica e sofferta interiormente, bensì tende sempre

più a passare dalla parola pausata ad un discorso pausato, ad una sintassi poetica più aperta

alla confessione, più articolata di aggettivi, di vocativi, di verbi, indicanti un discorso

poetico, con una sua linea autentica e un suo svolgimento musicale, metricamente più

compatto e meno frammentario. 3 momenti

La storia della poetica ungarettiana deve tener conto di dello svolgimento della

sua personalità : anni della prima guerra mondiale

Quello che si aggira attorno agli (1914-1919)

1. segue l’esperienza di quella guerra tra gli anni 1919-1935,

Quello che in cui si matura la

2. sua poetica nella raccolta Sentimento del Tempo attraverso una riconquistata , sia pur

vaga, fede religiosa

della seconda guerra mondiale e del periodo post bellico

Quello del periodo (1935-1970)

3.

La poetica ungarettiana si incentrava , dunque, tutta sull’innocenza, sulla reinvenzione

della parola alla sua iniziale purezza semantica. Nel fraseggio elementare di Allegria egli

aveva in realtà scoperto e inventato, attraverso la stessa tradizione italiana, un nuovo modo e

una nuova grammatica poetica, incentrata sulla parola isolata nella sua misteriosa e recondita

musicalità semantica. Nel Sentimento del tempo, poi, conciliando la spontaneità lirica e

tradizione, concentra nel suo linguaggio e nella sua sintassi poetica una carica religiosa più

scoperta e costante.

La terza stagione della poetica ungarettiana non può che indicare lo sviluppo e il maturarsi di

questa conquista culturale – poetica in chiave stilistica e linguistica, da qui appunto le

correzioni e le varianti alle sue poesie, da qui l’evoluzione linguisticamente più lussuosa, in

cui il dolore personale e la sofferenza del poeta specie nel periodo della seconda guerra

mondiale e nel periodo post bellico, approdano ad un ottimismo linguistico e ad un

identificazione sublime di religiosità e parola, secondo cui il dolore, il pianto e la

disperazione trovano consolazione nel canto poetico.

Dall’Allegria a Terra Promessa il messaggio di Ungaretti fu in fondo una parola di speranza

in un’età dominata dall’angoscia e dall’incubo della materia, delle ideologie più disumane e

dall’odio più sfrenato dell’uomo contro l’uomo. Il poeta, che nella strage della guerra aveva

detto che il suo cuore era il paese più straziato, aveva scoperto anche in giovinezza che il

cammino della vita è un susseguirsi di naufragi, ma l’uomo subito dopo deve riprendere il

suo viaggio.

Naturalmente alla maturità ideologica e religiosa del poeta, con l’evolversi della sua

personalità, si accompagnava anche una maggiore consapevolezza formale e metrica, una

maggiore e consapevole scoperta dei valori stilistici della nostra tradizione letteraria.

Ungaretti è considerato, anche in maniera parzialmente erronea, l’iniziatore e il maestro

dell’Ermetismo.

L’esperienza di Ungaretti nasce nel solco di una tradizione simbolista e avanguardista nel

complesso più francese che italiana.

La prima caratteristica della poesia di Ungaretti, rintracciabile soprattutto nell’Allegria, che

versicoli",

colpisce il lettore è costituita dai cosiddetti " cioè la rarefazione delle parole sullo

sfondo della pagina bianca e la frantumazione dei versi tradizionali, ridotti sovente a

brevissimi sintagmi, a parole singole. In questo modo il poeta realizza una nuova sintassi

lirica, che va ben al di là di ogni sperimentalismo precedente.

La poesia di Ungaretti si nutre anche di una varietà di toni, che va dal balbettio al grido, di un

lessico ora realistico e crudo ora intimistico e sfumato, di sonorità ora dolci, ora aspre e

scabre, che ne fanno una cosa nuova. La guerra, tragica e orribile, contribuisce ad arricchire

di significato la riduzione linguistica e stilistica operata dal primo Ungaretti: il poeta

sottolinea l’importanza soggettiva, anche psicologica, di quell’evento e della sua personale

esperienza al fronte. biografica"

Nei temi e nella materia dell’Allegria è quindi evidente una marcata "presenza

visibile nell’indicazione precisa di luoghi e di date di molti componimenti.

L’esperienza del dolore dell’uomo è definita "uomo di pena".

l’uso dell’analogia,

Un altro fondamento della poetica ungarettiana è una similitudine privata

del come, cioè di ogni riferimento logico; è l’accostamento di cose e sensazioni

apparentemente lontane, è la loro fusione con l’animo che le intuisce. E’ un procedimento

tipico della poesia decadentista e simbolista, che Ungaretti riduce all’essenziale: non più a un

fluire di immagini, ma alla vibrazione evocativa della parola singola.

L’Ungaretti successivo all’Allegria, a partire dalla raccolta Sentimento del tempo, è in un

certo modo diverso dal primo Ungaretti. Quest’ultima raccolta ha esercitato un grande

influsso su tutta la poesia italiana e soprattutto sugli ermetici che la guarderanno come il loro

libro-guida per il suo linguaggio e per la sua ricerca di particolari analogie.

La svolta si inquadra principalmente nel complessivo bisogno di un ritorno all’ordine e, sul

piano personale, del recupero di un’armonia espressiva che Ungaretti ora trova realizzata

nella poesia della tradizione. Rientrano nella poesia ungarettiana un lessico letterario, un

linguaggio più intensamente e oscuramente analogico, la mitologia, un gusto tra classico e

barocco. E’ necessario precisare che i metri e i moduli della tradizione non vengono

pigramente ripresi, ma escono rinnovati perché il poeta vi cala dentro il precedente

affinamento alla ricerca della parola già sperimentata nell’Allegria.

In “vita d’un uomo” Ungaretti commenta se stesso e spiega cos’è la sua poetica. Molto

spesso i poeti attraverso la prosa raccontano il loro metodo di scrittura, sembra una specie di

romanzo che sorge accanto alla loro poesia. ssere Accoccolati

C’è un immagine che ricorre spesso in Ungaretti “E ”, in posizione quasi

fatale sul letto di un fiume. Il contatto con la terra è importante in Ungaretti, egli parla spesso

di pietra.

Importantissimo in Ungaretti è la dimensione della guerra, egli dice che la guerra gli rivela il

linguaggio.

L’innovazione poetica : Allegria

I FASE :

La produzione poetica ungarettiana della giovinezza, in gran parte costituita da testi scritti

porto sepolto”

durante la prima guerra mondiale, confluisce dapprima in “Il (1916) poi in

“Allegria di naufragi” e infine nella definitiva edizione, che seleziona i testi del periodo

1914-1919, intitolata “Allegria”(1931). In questa raccolta la religione della parola si incontra

in un’urgenza biografica e realistica che permette di evitare il rischio della letterarietà.

Trionfano piuttosto la ribellione radicale alle regole tradizionali della forma poetica e la

tensione espressionistica: è rifiutata la punteggiatura per dare alle parole il massimo risalto

e la massima autosufficienza espressiva. Per la stessa ragione, la metrica è letteralmente

sconvolta dall’adozione di versi per lo più brevissimi, fino alla coincidenza di verso e parola.

È d’altra parte potenziata al massimo l’energia dei nomi e dei verbi, spesso usati in modo

assoluto e isolati sulla pagina dallo spazio bianco tipografico.

Il taglio autobiografico dipende in larga misura dall’eccezionalità dell’esperienza che sta alla

base della prima produzione ungarettiana : la vita di guerra nelle trincee.

Il ritorno all’ordine : Sentimento del Tempo

II FASE:

La riaffermazione della vitalità che si esprime costantemente nell’Allegria attraverso

l’energia espressionistica non viene del tutto meno neppure nella raccolta successiva,

del Tempo”

“Sentimento pure condizionata da scelte espressive più tradizionali, letterali

e uniformi. La prima edizione del libro è del 1933, ,ma le edizioni del 1936 e del 1943

ampliano e correggono la prima; la raccolta comprende infine testi scritti tra il 1919 e il

1936. Il ritorno all’ordine implica in Sentimento del Tempo innanzitutto l’allontanamento dal

vissuto e la ricerca di una poesia pura, cioè sublimata nella letterarietà e resa in qualche

modo stilizzata e astratta; in tal modo viene rovesciato proprio la formula dalla quale

dipendeva la riuscita dei testi dell’Allegria.

La nuova raccolta presenta una decisa regolarizzazione formale: la metrica tradizionale

domina ovunque ( con il recupero soprattutto dell’endecasillabo, magari in tradizionale

alternanza con il settenario) , è rintrodotto l’uso della punteggiatura. L’originalità della

prima raccolta ungarettiana tende ad essere del tutto riassorbita : la normalizzazione

espressiva e l’inclinazione classicista rientrano nel clima introdotto dalla rivista “La Ronda”,

come anche il recupero di Leopardi quale modello di stile.

I capisaldi della poetica ungarettiana quale si manifesta nella nuova raccolta sono soprattutto

2: Il preziosismo aulico , che comporta la ricerca di una raffinatezza di tipo petrarchista

• , orientata a una poesia preziosa e sublime

La libertà analogica

, che porta alle estreme conseguenze il principio simbolistico delle

• corrispondances, mettendo in primo piano le associazioni (soprattutto sensoriali) del

poeta anziché gli elementi realistici. Dominano così l’allusività e l’indeterminatezza.

Il terzo tempo della poesia ungarettiana

III FASE:

Una volta raggiunta la sua maturità espressiva con il Sentimento del Tempo, Ungaretti, con le

Il Dolore La Terra Promessa

prove successive, (1947) e (1950) rimane fedele alla sua

religiosità umana e al suo stile.

Il “Dolore” comprende poesie dal ’37 al ’46 in cui il poeta rievoca alcune esperienze

dolorose della sua vita: la morte del fratello , del figlio Antonietto, l’esperienza in Brasile, e

infine la sua sofferenza a Roma per le stragi dell’ultima guerra.

Quasi un diario poetico scritto giorno per giorno nei momenti di grande dolore e

meditazione. Quando Ungaretti scrive Il dolore la sua tecnica poetica è già da tempo

maturata, ma è maturata anche la sua esperienza del mondo, non siamo più al tono Allegria,

in cui l’esperienza biografica prevaleva sul valore stilistico. Ora il poeta sa cantare in modo

oggettivo il suo dolore, che diventa, anzi commento al dolore astratto e assoluto dell’uomo,

quasi un colloquio con l’Eterno. Rispetto a Sentimento del Tempo c’è una violenza di

fantasia e un ‘incisività espressiva.

Il Dolore comprende 17 liriche in memoria del figlio Antonietto, morto in Brasile ancora in

tenera età, e una seconda sezione di liriche scritte per Roma occupata durante la seconda

guerra mondiale. Tra le due sezioni c’è un rapporto integrativo e morale; infatti il dolore

individuale del poeta per la morte del figlio e la tragedia collettiva della guerra appaiono

come momenti di un medesimo destino umano di sofferenza.

L’ALLEGRIA

Composizione e vicende editoriali

L’esordio poetico di Ungaretti avviene nel 1915 sulla rivista “Lacerba”. Tuttavia i testi più

antichi destinati a confluire nell’Allegria risalgono al 1914; mentre i più recenti appartengono

al centro del primo libro ungarettiana

al 1919. Già dal punto di vista cronologico, dunque,

sta l’esperienza della Prima guerra mondiale, combattuta dal poeta in trincea per tutta la

durata. La vita di guerra e di trincea è il tema dominante del libro.

Prima di giungere al titolo e alla versione definitiva, la raccolta subisce un’articolata vicenda

editoriale e una lunga trafila di correzioni. Un primo nucleo di testi viene pubblicato nel 1916

Il Porto Sepolto

a Udine in 80 esemplari a cura del tipografo Serra. Il titolo è “ ”. Di questa

raccolta verrà stampata nel 1923 a La Spezia una seconda edizione assai ampliata.

Tuttavia, già nel 1919 al nucleo della prima raccolta si sono aggiunti nuovi testi per una

Allegria di naufragi

riedizione che muta il titolo in “ ”. Quest’ultima è in sostanza un’edizione

definitiva, anche se continuerà a subire in tutte le edizioni successive ritocchi e

aggiustamenti, con l’eliminazione di un cospicuo numero di composizioni. In particolare, a

Allegria

partire dalla successiva, uscita a Milano nel 1931, il titolo stesso è mutato in L’ . È da

notare che a partire dall’edizione del 1942, al titolo del libro è soprascritto il titolo generale

“Vita d’un uomo”, entro il quale Ungaretti volle collocare, come parti di un unico libro,

tutte le raccolte che costituiscono la sua opera poetica.

Il titolo, la struttura e i temi leggenda

Il titolo dato al primo nucleo di poesie di guerra, Il Porto Sepolto, allude a una

diffusa in Egitto sull’esistenza di un antico porto sommerso nei pressi di Alessandria.

Tuttavia, dietro il rimando leggendario si coglie un riferimento alla forma misteriosa e

nascosta (sepolto) che assumono significato e il valore delle cose (il porto). Vi è insomma già

la parola poetica,

un indizio della poetica simbolistica di Ungaretti: è infatti la parola stessa,

a essere sepolta nel silenzio della vita, e al poeta spetta di evocarne e recuperare il

mistero, il fascino e il valore.

Il successivo titolo, “Allegria di naufragi”, intende indicare il tema rovinoso della guerra (I

NAUFRAGI) tuttavia, pur sullo sfondo di tale tragedia e di tale rovina resta possibile

La poesia, diviene anzi, in

l’espressione della vitalità e dello slancio positivo (l’allegria).

questa prospettiva, il punto di incontro tra la coscienza della tragedia e il bisogno

invincibile di positività vitale.

Riducendo infine il titolo a L’Allegria, Ungaretti elimina la componente ossimorica insita in

Allegria di naufragi e semplifica e rende più diretto e assoluto il rimando all’energia vitale,

all’intenzione positiva di valorizzare, per mezzo più diretto e assoluto il rimando all’energia

vitalità che può ancora essere colto nella condizione tragica dell’uomo moderno.

sezioni

Fin dall’edizione del 1919 la raccolta è organizzata in . La strutturazione,

nell’edizione ultima è la seguente:

La prima sezione(12 testi) s’intitola “Ultime”, porta il riferimento a Milano

 1914-1915 e contiene i testi più antichi, precedenti all’esperienza della guerra; il titolo

indica appunto la conclusione di una fase di ricerche giovanili che precede il

ritrovamento della propria ispirazione più autentica.

porto Sepolto”

La seconda sezione (33 testi) s’intitola “Il e raccoglie gran parte

 dei componimenti pubblicati nell’edizione con lo stesso titolo del 1916, cioè le poesie

di guerra composte tra il 22 dicembre 1915 e il 2 ottobre 1916.

La terza sezione (17 testi) s’intitola “Naufragi” e comprende le poesie di guerra

 composte sul fronte italiano, nel Carso, successivamente ai termini compresi dal Porto

sepolto.

La quarta sezione (5 testi) si intitola “Girovago” e secondo l’allusione del titolo,

 comprende poesie composte durante l’esperienza di guerra in Francia.

La quinta e l’ultima sezione (7 testi) s’intitola “Prime” e contiene testi

 composti dopo la guerra fra Parigi e Milano, nel 1919, momento di passaggio tra la

poetica dell’Allegria e quella che si esprimerà in Sentimento del tempo. Il titolo indica

dunque l’aprirsi inaugurale di una nuova fase.

Il tema della guerra domina il libro ed è praticamente l’unico presente nelle 3 sezioni centrali.

Tuttavia attorno a questo nucleo forte si costruiscono vari arricchimenti tematici.

condizione concreta e anonima di

Intanto, la guerra è rappresentata, al tempo stesso, come la

un soldato tra tanti e come l’occasione rivelatrice della propria autentica identità

esistenziale. Inoltre la guerra diviene manifestazione esplicita di uno sradicamento, di una

mancanza di radici e di identità che può divenire esplicita, come nel titolo della quarta

sezione. tema della vicenda biografica del poeta, con i ricordi

Accanto al tema della guerra vi è poi il

dell’infanzia egiziana che riemergono a tratti e con la ricerca di un radicamento e di un origine.

tema della natura, riferimento centrale del soggetto anche nei

Non meno importante è poi il

momenti più intensamente travolti dalla furia bellica. È proprio nella natura, anzi, che all’io è

concesso di ancorare il proprio bisogno di significato, rispecchiandosi nelle forme naturali

cercando un’identità per sé e un senso per la condizione umana.

Un segno della natura simbolistica della poesia ungarettiana è ravvisabile nella concezione

della parola, considerata veicolo privilegiato e di fatto unico per l’espressione dell’autenticità

e per la definizione di un rapporto con i valori. La parola poetica consente di riconoscere la

propria identità, di dare un senso all’esperienza, di avvertire su di sé il valore collettivo delle

vicende e di riscattarne il significato. Non pochi testi del libro affrontano , anche

esplicitamente, questo tema importantissimo.

Lo Stile e la metrica

I versi sono liberi e in genere brevi e brevissimi , fino alla coincidenza con monosillabi, che

in qualche caso possono essere costituiti da parti scarsamente rilevate di discorso, come

articoli e preposizioni. Ciò determina la tendenza alla verticalizzazione dell’aspetto

tipografico dei componimenti,fino a casi limite di testi formati da un numero di versi che

coincide quasi con il numero delle parole.

La frantumazione del verso risponde sia ad un’esigenza di forza e di rilevamento

sintattico, con significato dunque espressionistico, sia ad una ricerca di valorizzazione

simbolistica del particolare e della parola in quanto veicolo di verità.

per lo più aboliti i nessi

Sul piano stilistico, le soluzioni non sono meno estreme : vengono

grammaticali e sintattici e la punteggiatura . Di quest’ultima resta un eco nelle iniziali

maiuscole che aprono ogni nuova strofa, e nei punti di esclamazione e di dominanza. La

punteggiatura è tuttavia in parte recuperata nei testi dell’ultima sezione, a indicare una

riscoperta della tradizione che si accentuerà nel Sentimento del Tempo.

Una funzione sostitutiva dei nessi sintattici e della punteggiatura assume la divisione dei

La paratassi domina la struttura sintattica, con largo impiego di frasi

versi e delle strofe.

nominali e verbali.

Anche la rima è praticamente abolita

. Viene in questo modo fra l’altro accentuata la

rilevanza specifica di ogni parola singola, al di la delle relazioni fonetiche, sintattiche o

metriche, che potrebbero congiungere più termini.

La preponderanza del presente indicativo e della prima persona singolare del verbo sancisce

il valore di testimonianza concreta ed esistenziale di cui il poeta investe i componimenti.

Il Porto Sepolto

Mariano il 29 giugno 1916.

Vi arriva il poeta

e poi torna alla luce con i suoi canti

e li disperde

di questa poesia

mi resta

quel nulla

di inesauribile segreto

Il porto sepolto, la poesia che da il titolo alla raccolta del 1916 e alla sezione omonima

nell'edizione definitiva de L'Allegria del 1931, vi appare in seconda posizione, successiva ai

versi di In memoria.

Viene pubblicata nel 1916 in piena guerra, diventerà una delle 5 sezioni dell’Allegria.

La poesia consta di 7 versi liberi suddivisi in una terzina e una quartina. Manca la

punteggiatura.

La poesia inizia con “Vi”, avverbio di luogo, che indica proprio il porto sepolto.

Il porto rappresenta un approdo, l’uomo è visto come chi viaggia, siamo itineranti. Il porto è

una sosta, una possibilità di fermarsi, toccare, recuperare la parola.

L’immagine di questo porto è legata ad un ricordo della giovinezza del poeta in Egitto. Era

stato scoperto ad Alessandria un antico porto sommerso, che risaliva all’età faraonica ,

questo luogo misterioso è visto come simbolo di ciò che resta segreto, indecifrabile

nell’animo umano.

Il verso iniziale si riferisce proprio al porto sepolto, cioè alla meta del viaggio intrapreso

da Ungaretti alla ricerca della poesia, nella profondità del proprio io di cui il porto

sepolto è proprio il simbolo. Il poeta attraverso un percorso di scavo interiore si immerge

nell’inconscio, negli abissi della memoria, coglie improvvisamente le illuminazioni e ne trae

ispirazione per i suoi canti.

Nel momento in cui la poesia viene comunicata, si annulla e non esiste più.

Tra la prima e la seconda strofa vi è uno spazio bianco, importante, induce attesa, una pausa,

silenzio in attesa che avvenga qualcosa.

Si riprende poi, e si dice che di questa poesia dopo averla letta non rimane nulla , viene

dispersa. Ma nell’ultimo verso dice : un segreto che attira i posteri, gli interpreti ecc. quel

segreto non arriverà mai ad un punto in cui potremmo dire per sempre cosa ha detto in questa

poesia. Perché è il presente che cambia ed è il presente che guida la ricostruzione del passato.

Questa breve lirica è importante per capire la poetica di Ungaretti, in quanto ci fa

percepire come deve essere la poesia, quali i suoi caratteri essenziali, da che cosa essa

trae origine o attinge l’ispirazione . Il poeta arriva, in una sorta di immersione, al porto

sepolto, con quel vi, che rimanda al titolo; il gesto simbolico dello sprofondare, per poi

ritornare alla luce, è una specie di rito di purificazione, dal quale scaturisce la sua poesia

nuova (ben diversa da quella dannunziana o dei Futuristi). Sottratti alle acque misteriose del

porto, i canti vengono dispersi, forse come i vaticini (responsi sul futuro) della Sibilla

Cumana ( la veggente), di cui narra Virgilio nell’"Eneide": la Sibilla, riaffiorando alla luce

dal suo antro segreto, disperdeva nel vento le risposte alle domande esistenziali di coloro che

la consultavano. Al poeta resta quel nulla, che si dissolve nel segreto, cioè nel mistero

dell’esistenza umana. La luce , il buio delle profondità marine, come del resto l’acqua e

l’abisso, che sono solo suggeriti, il segreto fanno parte delle parole-atomo, concetti-guida

della poesia ungarettiana. Sotto il mare sono nascosti i simboli che servono per riconoscersi.

Il viaggio è in rapporto con l’abisso, ma dal naufragio ( ed ecco spiegata la natura della scelta

del secondo titolo della raccolta ampliata) incomincerà la risalita. Ungaretti stesso, nella

prefazione all’"Allegria" (il terzo dei titoli) così motiva il titolo:

Scelte metriche e parola essenziale

Secondo Ungaretti il mistero che è in noi si può esprimere solo con una parola scarna ed

essenziale mediante audaci accostamenti analogici. Coerentemente con tali premesse la lirica

versi liberi parole brevi accentate

presenta (detti anche versicoli), (monosillabi o bisillabi)

sulla penultima sillaba

, cui si alterna qualche parola più lunga, che alla lettura modifica il

assente la punteggiatura e gli spazi bianchi suggeriscono le pause.

ritmo. È L'andamento sintattico

è semplice, caratterizzato dall'uso di deittici, cioè di aggettivi dimostrativi, che indicano la

lontananza di quel nulla, di quel frammento del segreto dell'esistenza, e la vicinanza di questa

poesia creata dal poeta, per illuminare gli uomini.

Alcune parole, campo semantico del viaggio, esprimono il ruolo di ricerca del poeta:

* Porto è il simbolo dell'inconscio, è l'abisso dell'io e della coscienza, cui egli vuole

approdare;

* Arriva indica che il poeta coglie le improvvise folgorazioni;

* Torna significa che le riporta alla luce.

I termini sepolto, nulla, inesauribile segreto rinviano al campo semantico dell'oscurità e del

mistero, alla cui ricerca il poeta si dedica, per approdarvi come in un porto di pace.

L'ossimoro nulla / d'inesauribile, accostando concetti opposti, sintetizza il messaggio della

lirica: la funzione della poesia è comunicare solo un impercettibile frammento (quel nulla)

del segreto profondo e inesauribile dell'esistenza umana.

Veglia

Un'intera nottata Un ‘intera nottata

buttato vicino ho trascorso vicino

a un compagno a un compagno

Massacrato massacrato (ucciso in modo feroce)

con la sua bocca con la sua bocca

digrignata straziata, contratta

volta al plenilunio rivolta alla luna piena

con la congestione con le mani rese gonfie

delle sue mani e livide della morte

penetrata penetrata

nel mio silenzio nel mio silenzio

ho scritto ho scritto

lettere piene d'amore lettere piene d’amore

Non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita

[…. Ora che ho capito l’assurdità della morte, che la vita dei soldati in trincea è appesa ad un filo e la

validità dell’amore, maggiore è il mio attaccamento alla vita, inteso, però, come protesta per il diritto

alla vita che hanno tutti gli uomini. L’istinto della vita si traduce nell’atto di scrittura che pur nella

tragedia della guerra serve a dare una testimonianza agli altri uomini della necessità di recupero della

speranza e un monito per il futuro.]

Si tratta di una poesia scritta dal fronte di guerra, un foglio del diario poetico di guerra di

Ungaretti, fante combattente. (1915)

Struttura:

Versi liberi di vario ritmo (settenari, senari, quinari), raggruppati in 2 strofe di diversa

lunghezze. Manca la punteggiatura, il livello fonico è costruito sull’accentuazione del valore

e del tono delle sillabe con frequenti allitterazioni (consonanze e assonanze) e anche le rime.

La struttura sintattica è sorretta, inizialmente, da participi passati (buttato massacrato,

digrignata, volta, penetrata) fino ai passati prossimi (ho scritto, non sono mai stato). Questa

particolare sintassi, quasi a segmenti costituisce una forma di espressionismo poetico.

Temi: il tema

Con questa lirica entra per la prima volta ne “Il Porto Sepolto” (e poi nell’Allegria)

della guerra: è la prima atroce pagina del “diario di guerra”, nel quale il fante – poeta

racchiude l’esperienza della trincea (un anno terribile sul fronte del Carso, dal dicembre 1915

al dicembre 1916).

La lirica inizia con la descrizione espressionistica e molto incisiva, nei primi versi, del

compagno morto accanto al soldato Giuseppe. Dal primo piano a un campo medio, come in

una sequenza del cinema muto dell’epoca, l’attenzione viene repentinamente spostata sulla

dimensione personale : alla morte , il fante – poeta oppone l’esperienza, la consolazione,

l’ancora di salvezza della scrittura, riscoprendo in sé un fortissimo attaccamento alla vita.

Nella splendida e silenziosa notte di luna piena, nasce la “volontà di espressione, necessità di

espressione” , dell’appetito di vivere, che è moltiplicato dalla prossimità e dalla quotidiana

frequentazione della morte.

Dando un primo sguardo alla poesia si può capire subito che parla della prima guerra

mondiale, in realtà non è così semplice come appare poiché nasconde un messaggio

ermetico. Questo ci viene mostrato dal primo verso “buttato”. L’autore con una sola parola

estremamente semplice è riuscito a dimostrare e a farci comprendere il suo stato d’animo e la

sua sensazione. Si è sentito vecchio. Scartato e inutilizzato dall’intera società, probabilmente

non era consapevole che l’unica vera colpevole di tali sentimenti fosse la guerra. Così

Ungaretti in una sola parola ha costruito un paragone “ lui buttato nel fango come uno

straccio usato. In molte altre occasioni utilizza termini che costituiscono un intero verso. È

una dimostrazione dell’ermetismo : ogni singola parola cela un significato nascosto. Nel

penultimo verso in cui l’autore si serve di una sola parola, lo spazio bianco sembra quasi

volerne prolungare il suono, l’eco.

Lo scrittore usa per il compagno ormai sconfitto dalla morte verbi di modo indefinito, mentre

per sé utilizza quello finito, attribuendo loro significati precisi.

Possiamo, poi, trovare altre analogie, stavolta riferite al compagno morente, o meglio alle

mani e alla bocca. Quest’ultima ci viene presentata in un’espressione d’ira, solita ai cani e

non agli uomini, ciò che della metafora ci colpisce maggiormente è l’attenzione posta verso

il plenilunio, la luna piena. Infatti essa può essere vista dal soldato come unico simbolo

naturale in mezzo a un mondo distrutto dalla guerra. La luna rappresenta il cielo, la terra

indifferenti in modo quasi sfacciato al destino degli uomini. Può poi essere attribuito anche

un secondo significato : è l’unico punto di riferimento per il soldato che, come il plenilunio,

era nel pieno della sua giovinezza. Forse non era solo il dolore a fargli digrignare la bocca,

ma l’invidia , la rabbia contro qualcosa che ignara brillava completa nelle tenebre.

Impressionante la descrizione di quelle mani tumide, gonfie, perdute, che sembrano voler

strappare il cuore silenzioso, straziato dello scrittore. È un immagine che può essere intesa

diversamente, in senso di supplica verso il compagno vivo, sperando in questo modo di

rubargli un po’ di vita oppure attirarlo con sé nel vortice della morte. Contemporaneamente è

scattata nell’autore una voglia bramosa di vita, di amore nei suoi confronti. Proprio in questo

punto della poesia, Ungaretti interviene per giungere ad una conclusione decisiva. Tra le due

strofe possiamo notare non un segno di punteggiatura che le divida, è come se l’autore si

fosse fermato per far trarre a se stesso e al lettore certe impressioni.

Figure retoriche:

Allitterazioni: vv.1-2: “Un’intera nottata/buttato vicino”; v.

13 “lettere piene d’amore”; vv. 14-15-16: “Non sono mai

stato/tanto/ attaccato alla vita”

Metafora: vv. 8-11: “con la congestione/delle sue mani/penetrata/nel mio silenzio”

C’era una volta

Quota Centoquarantuno l’1 agosto 1916

Bosco Cappuccio

ha un declivio

di velluto verde

come una dolce poltrona

Appisolarmi là

solo

in un caffè remoto

con una luce fievole

come questa

di questa luna

Nell’arido pomeriggio carsico, in piena guerra, il poeta, per un improvviso mutamento di un

tratto del paesaggio, trova uno spiraglio di evasione e di sogno.

Bosco Cappuccio è il nome del colle che ha offerto al poeta lo spunto per questa lirica .

Egli nota che (contrariamente all’arido paesaggio dei dintorni) esso ha il declivio, cioè il

terreno in pendio, coperto di erba verde, morbida e folta, come il velluto, che gli richiama

alla mente la comodità di una riposante poltrona.

L’immagine della poltrona porta il poeta lontano. Egli non è più spiritualmente sul Carso

straziato dalla violenza della guerra. ma (a Parigi), in un caffè remoto, appartato (dove gli

sarebbe dolce) appisolarsi alla luce di una lampada fioca, come la luce della luna che

imbianca Bosco Cappuccio.

Dato il momento e il luogo in cui si trova (la guerra, il Carso), il sogno appare tale in tutta la

sua irrealtà, sicché l’appisolarsi nella quiete di un caffè, più che una speranza proiettata nel

dolce ricordo del passato

futuro dopoguerra, risulta un , quando, prima della guerra, il poeta

viveva a Parigi ed era un assiduo frequentatore di caffè, dove incontrava letterati e artisti suoi

amici. Per questo il titolo della lirica è C’era una volta:l’inizio consueto di tutte le favole.

I fiumi

È uno dei testi più importanti dell’Allegria e dell’intera opera ungarettiana; una specie di

autopresentazione in versi.

Il poeta, in un momento di riposo dalla guerra, ha fatto il bagno nel fiume Isonzo, che scorre

lungo il fronte orientale. A sera ripensa a quell’esperienza e si rende conto che l’acqua

dell’Isonzo ha rievocato e come riepilogato in se stessa quella di altri fiumi :Sarchio, Nilo,

Senna, rappresentativi di altri momenti della vita del poeta.

la rievocazione del bagno nell’Isonzo che

All’interno di questa cornice si inserisce

a poco a poco suscita l’evocazione metaforica degli altri fiumi ricordati.

L’immersione nell’acqua del fiume comporta due conseguenze : una regressiva e una

purificatrice. La purificazione permette invece di recuperare anche la dimensione temporale,

cioè il proprio passato individuale, facendone quasi un attributo del presente: anche la storia

della propria vita diventa per il poeta recuperabile come ricchezza presente, in nome della

generale condizione di armonia.

Mi tengo a quest’albero mutilato

Mi tengo a quest’albero privato dei rami, spezzato

Abbandonato( probabilmente è da riferirsi al poeta e non all’albero) in questa dolina

“io” abbandonato in questa piccola cavità a forma di cratere, tipica del paesaggio carsico

Che ha il languore che ha lo stesso aspetto triste

(Il luogo dove sta il poeta )

Di un circo

Di un circo

Prima o dopo lo spettacolo

Senza spettatori

E guardo

E io guardo ( è dunque notte)

Il passaggio quieto

Le nuvole che passano lente serene

delle nuvole sulla luna

sulla luna

Stamani mi sono disteso (è introdotto qui il ricordo del bagno mattutino nel fiume)

stamattina mi sono adagiato

in un urna d’acqua

nell’acqua del fiume che era trasparente come una teca di cristallo

e come una reliquia

(il poeta si è sentito come una reliquia)

Ho riposato

L’Isonzo scorrendo

Mi leviga

Come un suo sasso

( le acque del fiume rendono liscio il corpo del poeta come fanno i sassi: cioè il poeta è

implicitamente paragonato ad un sasso del fiume, inizia l’identificazione del soggetto con la natura)

Ho tirato su

Le mie quattro ossa

Mi sono alzato

E me ne sono andato

E ho camminato

Come un’acrobata

Sull’acqua

Nell’acqua come un acrobata

(il poeta uscito dall’acqua si mette al sole)

Mi sono accoccolato

Mi sono accovacciato

Vicino ai miei panni

Vicino alla mia divisa

Sudici di guerra

Sporca a causa della guerra

E come un beduino ( abitante arabo nomade dell’Africa settentrionale)

Mi sono chinato a ricevere

Il sole

Questo è l’Isonzo

Questo fiume è l’Isonzo

E qui meglio

E qui con più chiarezza

Mi sono riconosciuto

Ho capito di essere

Una docile fibra

Un’ubbidiente parte

Dell’universo

Dell’universo

Il mio supplizio

La mia sofferenza

È quando

Si manifesta

Non mi credo

In armonia

Quando credo di non essere in armonia con l’universo.

Ma quelle occulte

Mani

Ma le mani invisibili (del fiume)

Che m’intridono

Che mi penetrano

Mi regalano

Mi regalano

La rara

Felicità

(Inizia qui una riflessione del poeta sulle varie fasi della propria vita

: ogni ricordo è incarnato in un fiume – simbolo con coerenza rispetto al luogo della rievocazione)

Ho ripassato

Ho riepilogato

Le epoche

Le fasi

Della mia vita

Questi sono

I miei fiumi ( legati alla mia storia personale)

Questo è il Sarchio

Al quale hanno attinto

Dal quale hanno preso acqua

Duemil ’anni forse

Per forse duemila anni

Di gente mia campagnola

E mio padre e mia madre

( dalla zona bagnata dal fiume Sarchio deriva la famiglia di Ungaretti)

Questo è il Nilo

Che mi ha visto

Nascere e crescere

( Ungaretti è nato e vissuto fino a 23 anni ad Alessandria d’Egitto, vicino alle foci del fiume Nilo)

E ardere d’inconsapevolezza

Nelle estese pianure

( nei pressi del deserto del Sarah egli ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza)

Questa è la Senna

E in quel suo torbido

Mi sono rimescolato

E mi sono conosciuto

( A Parigi Ungaretti ha studiato e trascorso parte della giovinezza, sulle rive del fiume Senna,

prendendo finalmente coscienza di sé e lasciandosi coinvolgere nella vita della città)

Questi sono i miei fiumi

Contati nell’Isonzo

( i fiumi ricordati nelle strofe precedenti sono i fiumi legati alla vita del poeta, enumerati ora

evocandoli nel fiume presente, l’Isonzo)

Questa è la mia nostalgia

Che in ognuno

Mi traspare

Che mi si manifesta in ognuno (dei fiumi evocati)

Ora ch’è notte

Ora che è notte, e

Che la mia vita mi pare

Che la mia vita mi appare

Una corolla

Di tenebre

Come una corolla di buio

Cotici 16 agosto 1916

La conclusione della poesia è malinconica : torna il paesaggio notturno della prima strofe,

così che il testo si chiude circolarmente su se stesso, e i ricordi evocati si accompagnano al

rimpianto.

Un uomo immerso in un fiume: così si presenta Ungaretti in questa sua celebre poesia. Il bagno

nell'Isonzo riporta il poeta a tutti i fiumi della sua vita, dal Sarchio, che simboleggia Lucca,

città d'origine dei genitori, al Nilo, che rimanda alla città natale, Alessandria d'Egitto, per

finire con la Senna, fiume parigino sulle rive del quale trascorse parte della sa giovinezza.

Eccolo dunque attaccato ad un albero mutilato.

Si discute spesso se l'aggettivo abbandonato sia rivolto al poeta o al tronco: preferisco la

prima ipotesi, è il poeta che si abbandona al ricordo, alla corrente dei pensieri che dal fiume

arriva fin su nel cielo, con quelle nuvole che sfiorano la luna. La metafora del circo è di una

eccezionale potenza iconografica e prosegue fino al verso in cui si parla di un acrobata

sull'acqua. Vale la pena sottolineare anche il valore della parola circo: è l'acqua che circola,

così come il tempo che ritorna per fondere il presente ed il passato in un urna d'acqua in cui

un vivo sta come una reliquia.

Nel contempo, in questi primi versi, emerge l'altro tema della poesia:l'armonia con la

natura. Ed ecco il fiume che sfiora il corpo del poeta quasi a levigarlo come se fosse

un sasso, ed ecco il riconoscersi come fragile fibra dell'universo. Poi, come uno sparo, nei

versi centrali, esattamente a metà del componimento, arriva la confessione, intima e

sofferta: il mio supplizio è quando non mi credo in armonia. In fondo il dolore e la tristezza

sono proprio sentimenti legati alla disarmonia: soffre chi si sente tagliato fuori, chi non riesce

a coniugare volontà e potere, aspirazioni e realtà. E' un dolore privato, che lascia soli,

testimoniato dall'aggettivo mio, riferito al supplizio.

In questa circostanza il poeta però non è solo: il fiume lo stringe in un abbraccio e gli regala

la rara felicità, l'armonia con la natura. Proprio dentro questo avviluppamento armonico,

Ungaretti ripercorre tutto lo scorrere dei sui anni, in un flusso in cui il passato diviene

presente: e l'Isonzo diventa tutti i fiumi, quelli di paese, quelli d'Egitto, quelli di Parigi, tutti i

fiumi sono questo fiume.

La poesia si chiude con il sentimento della nostalgia e con l'immagine di una corolla di

tenebre : dopo tanta acqua, un fiore nero, oscuro ma vitale, qualcosa di vago e indefinito che

non si può dire e nemmeno contare, a differenza dei fiumi contati nell'Isonzo. Forse quella

corolla chiusa è tenebrosa è solo un bel fiore, un futuro di petali che deve ancora del tutto

sbocciare. recupero del passato attraverso la memoria ristabilimento

Il primo tema è il e il secondo tema è il

di un rapporto di armonia con il creato, che l’esperienza della guerra sembra aver infranto.

Bagnandosi nelle acque dell’Isonzo, il poeta ha la sensazione di essere in piena sintonia con

l’universo e con sé stesso. Ciò l'induce a ripensare a tutti i fiumi che ha conosciuto, simbolo

delle diverse tappe della sua vita: il Serchio, legato alle vicende dei suoi avi, il Nilo, che lo ha

visto crescere negli anni della fervida giovinezza egiziana, La Senna, che ha accompagnato la

sua maturazione durante il periodo parigino.

Nella prima parte della poesia il poeta descrive sé stesso immerso nella sua condizione

esterna, ambientale, presso una dolina, [una formazione tipica del paesaggio carsico, una

cavità di forma approssimativamente circolare che si è creata ad opera dell'acqua che scorre o

precipita sulla roccia calcarea ndr.]. Quindi descrive il suo stato d’animo di reduce dalla

guerra. Disteso nel letto del fiume Isonzo si sente come una reliquia, un frammento superstite

– e pertanto maggiormente prezioso – di un resto mortale, si sente come uno dei sassi levigati

su cui cammina con movenze d'acrobata, sotto il sole, il cui calore benefico riceve con la

stessa familiarità di un beduino.

Ora affidato alle “mani” amorevoli dell’Isonzo il poeta si riconosce parte dell’universo,

cosciente che il suo rammarico è frutto sempre di una disarmonia con il creato. Le acque del

fiume lo lavano e lo purificano e gli danno una rara innocente felicità. Ungaretti rammenta i

fiumi che hanno accompagnato la sua vita. Il Serchio, fiume della toscana, dove ha attinto

l’acqua la sua stirpe. Il Nilo, che lo ha visto nascere e crescere adolescente. La Senna, il

fiume di Parigi, dove il poeta ha conosciuto se stesso. Il ricordo di questi fiumi affolla la

memoria nostalgica dell'uomo, ora che la sua vita è oscura e che sembra una collana di

tenebre, perché «le tenebre della notte evocano l’immagine di una vita piena di incognite,

racchiusa in un cerchio oscuro di timori e di presagi di morte»

Italia

Sono un poeta (quindi non più sradicato)

un grido unanime

Sono una vigorosa emissione di voce di una pluralità di persone che manifestano tutte lo

stesso sentimento

sono un grumo di sogni

Sono un frutto

Sono frutto di diverse esperienze esistenziali intense (l’innesto è l’inserimento di una gemma

o di un rametto di una pianta in un’altra perché vi attecchisca e migliori i frutti).

(Il poeta qui si riferisce al suo vissuto e alla confluenza in lui di culture diverse e di esperienze

esistenziali intense e talvolta anche dolorose.)

di innumerevoli contrasti d'innesti

maturato in una serra

(ancora una volta il riferimento è biografico. La sua maturazione e la sua formazione hanno avuto

come teatro luoghi lontani dall’Italia; ed ecco la metafora della serra, cioè un luogo chiuso e riparato

dove di solito si coltivano le piante esotiche.)

Ma il tuo popolo è portato

dalla stessa terra

che mi porta

Italia

Sto dentro una terra che porta me, come porta tutti gli italiani (il popolo italiano è figlio

della stessa madre = la patria Italia)

(Portato è anche sinonimo di feto nel primo 900, per cui si intende portato nell’accezione di creatura

portata in seno dalla madre. )

E in questa uniforme

di tuo soldato

mi riposo

come fosse la culla

di mio padre

E in questa uniforme di soldato italiano mi riposo come se fosse la culla di mio padre

(vestire l’uniforme di fante nell’Esercito Italiano è per Ungaretti un modo per riconciliarsi con le sue

origini, per riposare nella culla di suo padre, per recuperare un’identità perduta, in nome della

fratellanza con i commilitoni, in nome dell’amore per la patria.)

Struttura:

La lirica è costituita da versi liberi raggruppati in quattro strofe di diversa lunghezza. Gli a

capo e alcuni enjambement; sembrano obbligare la voce a sostare nella lettura, evidenziando

i concetti chiave; manca la punteggiatura.

Temi:

La poesia si apre con l’affermazione: "Sono un poeta". Nella seconda strofa, però, già

campeggia l’autobiografismo: il poeta è l’uomo Ungaretti, che racconta se stesso nelle sue

occasioni esistenziali di formazione ("frutto di innumerevoli contrasti d’innesti / maturato un

una serra"). Poesia e vita vengono a coincidere nel momento in cui la funzione di entrambe

consiste nel chiarimento del rapporto tra l’Io e l’Assoluto (il Dentro e il Fuori). L’Io

ricostruisce, con la parola poetica, l’ordine distrutto di ciò che lo circonda e l’Assoluto

diventa un "dove" nel quale tutto può coesistere in un ripristinato ordine dell’universo.

Soltanto sollevandosi nella sublimità della condizione di poeta è possibile al fante Ungaretti

passare attraverso l’angoscia della concreta esperienza (la sua vita al fronte), nella quale si è

finalmente riconosciuto per quello che è: un uomo, un poeta e un Italiano. Il titolo della

lirica, infatti, è "Italia" e, in un certo senso, si tratta di una poesia "patriottica", perché, in

essa, Ungaretti esprime il suo patriottismo, la sua appartenenza all’Italia, la sua naturale

fraternità con i commilitoni, il senso di pace (scrive: "mi riposo"), che gli infonde l’indossare

la divisa ("uniforme") di fante dell’Esercito Italiano. Il suo è un patriottismo infinitamente

lontano dalla magniloquente retorica imperante in quegli anni. Il nomade, il vagabondo senza

radici ha ritrovato "la culla" di suo "padre". Le liriche del fante-poeta, grazie

all’interessamento di un superiore, il sottotenente Ettore Serra, sono già in fase di

pubblicazione con il titolo di "Il Porto Sepolto": ottanta esemplari.

Commiato

La lirica Commiato chiude la sezione “Il Porto Sepolto” e nella prima redazione si chiamava

“Poesia” , ed è dedicata al suo amico nonché editore Ettore Serra, un ufficiale conosciuto al

fronte.

Gentile

Ettore Serra

poesia

è il mondo l’umanità

la propria vita (di tutti)

fioriti dalla parola

nati dalla parola

la limpida meraviglia

di un delirante fermento

la poesia è la bellezza chiara (che nasce attraverso, dopo) un folle movimento (interiore).

Quando trovo

Quando io (Ungaretti) trovo

in questo mio silenzio

in un silenzio mio

una parola

scavata è nella mia vita

come un abisso

una parola, essa scava nella mia vita qualcosa che assomiglia ad un abisso.

Struttura:

La lirica è costituita da versi liberi raggruppati in due strofe. Manca la punteggiatura;

l’assenza di segni di interpunzione, in questo caso, rende particolarmente pregnante la

definizione di poesia con quell’accostamento de il mondo l’umanità la propria vita senza

soluzione di continuità. Solo dopo lo spazio bianco, che separa le due strofe, compare la

lettera maiuscola. Gli ultimi cinque versi esprimono il senso del lavoro del poeta, quasi in

forma di sentenza.

Temi:

La lirica "Commiato" chiude la prima edizione de "Il porto Sepolto" con il titolo di "Poesia",

come è già stato ricordato altrove, e contiene indicazioni essenziali per capire la poetica di

Ungaretti.

Prima strofa: la dedica all’amico Ettore Serra, considerato da Ungaretti come una parte di sé, è

significativa, perché, fin dall’esordio, il concetto di poesia appare strettamente connesso con

l’amicizia, con la gentilezza, con la sfera degli affetti. Segue alla dedica una definizione

universale di "poesia": l’idea e il valore della poesia consistono, per Ungaretti,

nell’"umanità", nell’esistenza nella sua pienezza; la "parola" può fare sbocciare, fiorire la

vita. Essa è "la limpida meraviglia" (chiarore e stupore insieme), che nasce da "un delirante

fermento", cioè dall’inquietudine interiore, che provoca reazioni imprevedibili. Limpida

meraviglia e delirante fermento sembrano rimandare l’una alla forma poetica nella sua

compiutezza illuminante, l’altro all’entroterra esistenziale, un magma confuso e

incandescente, dal quale deriva l’ispirazione del poeta.

Seconda strofa: da una definizione della poesia, in generale, Ungaretti passa ad una

presentazione della "sua" poesia. L’uso dei pronomi possessivi è emblematico: "mio

silenzio", "mia vita". Anche la "parola" diventa "una parola", la "sua" parola poetica: "una

parola" occupa, non a caso, il verso centrale della strofa, tra il "silenzio" evocato dai primi

due versi e l’"abisso" evocato negli ultimi due.

In cosa consiste dunque il significato della "sua" poesia per il poeta?

Consiste in una miracolosa scoperta, in un’operazione di scavo. E’ una faticosa e sofferta

esplorazione sotterranea nell’"abisso", l’abisso de "Il Porto Sepolto" (la prima lirica della

raccolta, mentre "Commiato" è l’ultima). In questo abisso insondabile e misterioso, l’abisso

di sé, il poeta sfiora per un attimo il mistero, è vicino ad una verità e … continua a cercare.

la parola; è

In Commiato, Ungaretti ci presenta un aspetto fondamentale della sua poetica:

una parola scavata nell’animo, una parola rivelatrice, che esprime il senso del reale e

racchiude in sé tutti i significati: la propria vita, il mondo, l’umanità intera

. Ricercare la

parola poetica equivale a inoltrarsi in un abisso, con lo scopo di portare in superficie la verità,

una parola quanto più aderente al vero : una parola /scavata è nella mia vita /come un abisso.

Ma rimane, nonostante questa ricerca, molto di indecifrabile e di segreto nell'uomo, che il

poeta non riuscirà comunque a portare fuori dall'abisso : Di questa poesia /mi resta/quel

nulla/d'inesauribile segreto (da Il porto sepolto).

Sempre sul tema della guerra, sarà interessante proporre un confronto fra due liriche della

raccolta Porto sepolto, in cui compare la similitudine, ricorrente nella tradizione letteraria (fin

da Omero, Iliade, VI, 180 – 184 ) fra la caducità della vita umana e la fragilità delle foglie:

Allegria di Naufragi

Il primo nucleo di poesie fu stampato ad Udine nel 1916, durante la prima guerra mondiale,

ed era intitolato Il Porto sepolto. Una seconda edizione, battezzata appunto Allegria di

naufragi, viene pubblicata nel 1919. In questa seconda edizione vengono aggiunte alcune

nuove poesie, fra cui quella che dà il titolo alla raccolta. La raccolta contiene poesie scritte a

partire del 1914. Infine, a partire da un'edizione del 1931, la raccolta viene presentata con il

semplice titolo di L'Allegria.

Allegria di naufragi è un opera composita che non ha organicità. Il titolo è un chiaro

riferimento al fatto che l’uomo in tutte le sue imprese anche quando crede di essere

finalmente arrivato, al porto dopo un naufragio è comunque un allegria. È inoltre un calco

evidente leopardiano. La prima poesia della sezione si chiama “allegria di naufragi” mentre

inizialmente si chiamava “La Filosofia Del Poeta” che venne poi revisionata nel 1931.

E subito riprende

Il viaggio

Come

Dopo il naufrago

Un superstite

Lupo di mare

(… nell’ultimo verso dell’ultima poesia della precedente raccolta “commiato” si conclude con un

abbassamento, c’è stato un naufragio ma poi …. “e subito riprende”… continuazione il viaggio della

vita che non ha mai sosta.) ossimoro,

L’espressione Allegria di naufragi è un cioè parole vicine che hanno però un

significato opposto; in questo caso naufrago è colui che si salva dopo una tempesta e la nave

viene abbandonata; allegria indica uno stato lieto. Eppure dopo ogni naufragio l’uomo, il

superstite sente rinascere in sé la volontà di ricominciare da capo: questa vitalità istintiva è la

sua allegria. La duplicità insita in questa immagine si ritrova in tutta la sua produzione,

incentrata sulla contrapposizione tra morte – vita, delusione – illusione».«Il successivo titolo

Allegria di Naufragi intende innanzitutto indicare il tema rovinoso della guerra, momento

della tragedia esistenziale che coinvolge l’uomo. Tuttavia, pur sullo sfondo di tale tragedia,

resta l’espressione della vitalità e dello slancio positivo». Il viaggio è una metafora della vita

e il lupo di mare non si arrende; dopo il naufragio ricomincia a navigare. La poesia è

costruita su una similitudine: come un superstite che si salva dopo un naufragio è allegro e

felice e riprende il suo viaggio, così chi sopravvive alla guerra è felice di essere salvo e

riprende a vivere come sempre.«Il testamento che Ungaretti ci trasmette con questo

frammento lirico si risolve nella tragica forza interiore dell’uomo a non demordere mai, nella

determinazione a volere sempre e comunque riprendere il cammino dopo ogni naufragio cui

la vita lo sottoporrà, nella risolutezza ad imbarcarsi in sentieri sempre nuovi che conducano

alla speranza».

«Tutta l’esperienza della vita non è – ha detto – che una serie di naufragi; forse tutto un

naufragio, ma “una docile fibra dell’universo”, passato un naufragio e restando superstite, né

si ferma, né si uccide: riprende il viaggio, ricomincia a sperimentare, procede ancora nella

alternanza dell’esperienza, con i momenti conforto (il sole spegne il pianto): la

partecipazione docile alle manifestazioni della natura), quelli di riposo, quelli delle

esperienze del dolore da compiersi ad occhi aperti».Il successivo titolo Allegria di Naufragi

intende innanzitutto indicare il tema rovinoso della guerra, momento della tragedia

esistenziale che coinvolge l’uomo. Tuttavia, pur sullo sfondo di tale tragedia, resta

l’espressione della vitalità e dello slancio positivo.

Il viaggio è una metafora della vita e il lupo di mare non si arrende; dopo il naufragio

come un superstite che si

ricomincia a navigare. La poesia è costruita su una similitudine:

salva dopo un naufragio è allegro e felice e riprende il suo viaggio, così chi sopravvive alla

guerra è felice di essere salvo e riprende a vivere come sempre.

Soldati

Si sta come

d'autunno

sugli alberi

le foglie

I soldati sono come le foglie in autunno

Analisi del Testo

Anche se la poesia è breve, Ungaretti riesce ad esprimere la condizione di soldato. Egli

paragona infatti il soldato ad una foglia d'albero in autunno: basta un colpo di vento per far

morire la foglia, così come basta un colpo di fucile a far cadere il soldato.

Il poeta usa la forma impersonale (si sta) in quanto si riferisce a tutti i soldati. L'uso della

forma impersonale contribuisce a creare un'atmosfera di universalità, di indefinito e, nello

stesso tempo, di immobilità e di fatalità.

Il come introduce il paragone con le foglie. E ciò che unisce la vita dei soldati alle foglie è

proprio l'incertezza, l'instabilità, la precarietà.

Come d'autunno basta un soffio di vento per far cadere le foglie, così in guerra basta una

pallottola, che non si sa da dove arriva né quando per porre termine alla vita di un uomo. Con

la preposizione semplice di (d'autunno) si rimane sempre nell'atmosfera di indefinito. Sugli

alberi è, nella poesia, l'elemento meno importante.

Le foglie costituiscono l'elemento di paragone. Molto importante in questa poesia è il titolo,

perché ci dice di chi si sta parlando.

E' da notare l'ordine delle parole, che è diverso in prosa da quello in poesia.

Ordine normale, in prosa: Si sta come le foglie sugli alberi d'autunno.

Ordine poetico, in poesia: Si sta come/ d'autunno/ sugli alberi/ le foglie.

In poesia, dunque, l'ordine delle parole è diverso da quello tipico della prosa e non è casuale,

ma voluto dal poeta e ciò per evidenziare il messaggio e per creare il ritmo particolare della

lirica.

La poesia è stata dedicata ai soldati che andavano in guerra e di cui il destino è già scritto.

Ma forse non si riferisce solo a loro, bensì a tutti. Siamo tutti come delle foglie, non

conosciamo il nostro futuro. Abbiamo una solo certezza...la morte.

Il non senso, il buio, il terrore, è dovuto a questa profonda e reale incertezza che l'uomo ha

da sempre. Solo un grande come Ungaretti poteva racchiudere il pensiero di molti in poco

meno di un verso.

E’ composta da solamente un periodo costituito da quattro versi senza rime e in più

brevissimi, ma che comunicano con la loro essenzialità sintattica significati molto più

profondi. Sarebbe difficile comprendere il significato della lirica senza leggere il titolo :

“Soldati”. Troviamo già all’inizio una similitudine e questo è il primo termine di paragone.

La lirica esprime quel filo invisibile tra la vita e la morte in cui si trovano i soldati,cioè come

foglie sugli alberi in autunno che cadono con un soffio di vento: la morte. Come le foglie

nascono e muoiono, allo stesso modo fanno gli uomini. E’ significativo l’enjambement dopo

il come che rende ancora meglio l’idea di stabilità comunicata dal verbo stare. In questa

lirica, come in parecchie altre riferite alla guerra (Risvegli,Veglia,San Martino del Carso)

Ungaretti esprime lo stato d’animo in cui ci si trova spesso in guerra, in questo caso la

tensione della morte imminente.

SENTIMENTO DEL TEMPO

seconda stagione poetica)

Le poesie di questa raccolta (la cominciano ad essere scritte dal

1919, ma fino al 1924 sono sei in tutto: il grosso si colloca tra il '25 e il '27, e poi dal '28 ai

primi anni Trenta. l'amore e il paesaggio laziale

La prima parte è quella che canta , la seconda quella in cui

sorte dell'uomo.

l'interesse abbandona il paesaggio e torna sulla

All'inizio domina il canto d'amore entro un paesaggio di ontani, platani, mimose, olmi, ulivi;

e sirene, ninfe, pastori, laghi, alberi ecc.

E c'è il ritorno del mito: Ulisse, Apollo, Diana, Leda. Ecco il vero incontro con la Terra

Promessa, che rifà il cammino tra deserto e miraggio già percorso negli anni egiziani .

mito edenico

Un altro tema, che sfocia dal mito al recupero della speranza cristiana, è il , il

ricordo e lo slancio verso un'originaria purezza perduta:

Ma lentamente, alla mitologia pagana subentra quella cristiana, dopo il '28, che, però, assume

le tinte ansiose derivate dal potente influsso del Michelangelo della Sistina: questo è il

barocco sentito "come catastrofe imminente" che minaccia l'umanità.

Dunque il barocco romano, quello di Michelangelo. Sul piano letterario Ungaretti, intanto, è

risalito a Petrarca, a Gongora e a Racine. E ha scoperto Pascal.

Mentre, quindi, si provava "a sentire il tempo del paesaggio come profondità storica"

accadeva che una civiltà minacciata di morte (lo) induceva a meditare sul destino dell'uomo e

a sentire il tempo, l'effimero, in relazione con l'eterno.

stilistico - formale “Sentimento

Dal punto di vista del tempo” si muove lungo due binari:

Da un lato è netto il recupero della tradizione, tornano i versi, il canto, le maiuscole,

• ritorno all'ordine".

l'attenta punteggiatura. Era quello che fu chiamato "il

• Dall'altro lato, però, niente va perduto delle esperienze di impressionisti, di

Baudelaire, di Malarie, del simbolismo insomma.

Tornando per un attimo sull'"ordine", non si può trascurare che, a parte La Ronda,

Apollinaire tornava a parlare di tradizione e di ordine. In questo clima si colloca il "ritorno"

di Ungaretti, che d'altronde resta originale sia per il mantenimento dell'eredità simbolista, sia

per il fascino del "canto", che lui sente nel verso italiano, in risposta a chi, in quel tempo - ed

erano tanti - negava la poesia in versi.

Barocco

A proposito del in questa raccolta: i due momenti già evidenti [che quindi

ritorneranno] in cui appare possibile la svolta di questa poesia verso il barocco sono la

sontuosità dell'aggettivo, la suggestione corale del vocativo

: perciò non è casuale l'incontro

con Gongora.

Per ora, però, il lussureggiare compiaciuto dell'immaginazione è ancora contenuto dal

momento soggettivo.

La poesia italiana del Novecento conobbe due tipi di barocco: il primo più esterno e slegato, come in Govoni,

un'anarchia dell'immaginazione, un descrittivismo frenetico; l'altro più sapiente è di Ungaretti, che,

Sentimento,

nel dove la parola è ancora dosata nel suo giusto peso specifico, è da intendere come dominio

della costruzione della materia

Si infittisce la trama di analogie... E' simbolismo, punto d'approdo di una concezione

romantico-decadente della poesia come rivelazione della realtà profonda.

Le immagini (della lirica O Notte, ma in genere della raccolta) si dispongono secondo una

direzione: il rimpianto della giovinezza, il senso della vita come declino, l'attesa della morte,

il presentimento della morte come possibile rivelazione: tra dolore e attesa, una problematica

speranza cristiana.

Sono innovazioni in linea con l'esperienza rondista. Ungaretti teme che l'estremismo delle

avanguardie porti alla dissoluzione del verso, dei nessi logici, della possibilità di comunicare:

anzi la negazione di ogni struttura definita alla poesia... aveva portato a un rifiuto radicale

della poesia in sé, a favore della prosa.

Tornano ora i classici e incombe Roma: tornano le immagini mitologiche da tempo

dimenticate. I miti e gli dèi tornano, però, come simboli di una condizione originaria,

"precedente la deificazione ".

Si ripete il mito edenico: la vita dell'uomo è costruita nel vuoto lasciato dal dissolvimento

dell'Eden e questa angoscia Ungaretti legge anche nell'architettura barocca di cui Roma è

piena.

Ancora una volta il paesaggio si dimostra influente: la sovrapposizione di paganesimo e

cristianesimo, di classico e di barocco in Roma.

In un primo momento Ungaretti pensa di ampliare l’Allegria, non pensa affatto ad una nuova

raccolta. Successivamente però le differenzia e nasce “Sentimento del tempo”. Ultima

sezione dell’Allegria si chiama “Prime” e la prima sezione di Sentimento del Tempo si

chiama allo stesso modo, proprio per indicare una sorta di continuità.

Vi sono elementi nuovi che sanciscono il distacco con Allegria:

Paesaggi estivi : si cerca di ricostruire le macerie attraverso la ricostruzione del

 linguaggio poetico della metrica e della sintassi

Torna la punteggiatura

 Alla paratassi si affianca l’ipotassi

 Poesia più articolata sintatticamente

Inoltre non è l’estate come una stagione notturna ma un estate come segno di morte,

devastazione totale. Una nuova simbologia nel percorso di Ungaretti volta alla ricerca di una

sua patria. Nell’Allegria vi era il tema del deserto, un deserto che nasconde un’oasi che si è

frantumato, cerca di ritornare a creare. Poiché l’arte barocca ha la coscienza del vuoto.

Ungaretti nel Sentimento del Tempo prende a modello il barocco..Una delle figure simbolo

diventa la figura di Michelangelo.

Nell’Allegria c’era un immagine della religiosità, un senso religioso non inquadrato in

nessuna religione. Nel Sentimento del tempo cristianesimo che risente della scissione Cristo.

A livello stilistico la figura retorica serve per dare l’idea della scissione :ossimoro. Ci sono

poi anche una serie di metafore ossimori che. In questi anni Ungaretti comincia l’attività di

traduttore e riutilizza tutti gli schemi petrarcheschi.

Sentimento del tempo è stato poi preso a modello dalla poesia ermetica. Accanto a

Michelangelo e il barocco Ungaretti colloca anche Roma dove egli scrive la maggior parte

della raccolta .

Le poesie di Sentimento del Tempo segnano una svolta fondamentale nella direzione di un

ritorno alla tradizione: la parola poetica "reinventata" attraverso l’esperienza dell’Allegria

viene immessa nella tradizione letteraria, che ha i suoi nomi–guida in Petrarca e in Leopardi.

Terminata la guerra, Ungaretti aveva continuato la sua meditazione sulla poesia e sulla

condizione dell'uomo. La prima lo porta al recupero dell'endecasillabo e del settenario, che

non si riduce ad una pura esercitazione stilistica e metrica ma risponde all'esigenza morale

che avverte il poeta di comunicare agli uomini le sue arcane scoperte, di essere insomma il

poeta "veggente", teorizzato dai simbolisti.

Quanto alla seconda meditazione, sulla condizione dell'uomo, il titolo della nuova raccolta

sentimento del tempo significa sentimento del

Sentimento del tempo è fortemente allusivo:

veloce scorrere del tempo, del rapido fluire delle cose, delle persone amate, che produce,

per contrasto, la nostalgia del passato e un più tenace attaccamento alla vita

. Accanto a

questo sentimento del fluire delle cose appare l'altro tema della raccolta, scaturito da un

avvicinamento del poeta alla fede: il sentimento di Dio, in cui solamente si placa l'angoscia

esistenziale del poeta.

Ungaretti recupera dunque i versi tradizionali, rinunciando alla frantumazione in versicoli, e

li organizza in strofe costruite su una sintassi che può anche essere molto complessa, con

inversioni e molte subordinate; è ripristinata la punteggiatura.

Tutti questi elementi fanno sì che la parola non sia più isolata, ma inserita in un discorso, con

una struttura metrica e sintattica. Inoltre Ungaretti ricerca ora un lessico più alto,

preferibilmente con autorizzazione letteraria (per essere stato usato dai poeti del passato).

Altre importanti differenze di stile fra l’Allegria e il Sentimento del Tempo sono: mentre

l’Allegria privilegiava la prima persona del presente indicativo (a marcare un’esperienza –

domina l’indicativo imperfetto,

quella della guerra– attuale e vissuta in prima persona), ora con

valore evocativo; la tendenza all’analogia espressa attraverso il "come" lascia il posto ad una

netta prevalenza dell’analogia implicita (per esempio "Amore, salute lucente, (...) Morte,

arido fiume" nell’Inno alla Morte); alla lapidarietà degli enunciati subentra una tendenza allo

sfumato, al non finito.

Sarà la grammatica di questo secondo Ungaretti (molto più di quello dell’Allegria) a fare da

base all’imminente Ermetismo. Al Sentimento del Tempo gli ermetici guarderanno come al

loro vero libro–guida, per il suo linguaggio alto e prezioso, e per la sua ricerca di analogie

complicate, singolari, spesso ellittiche e criptiche.

La raccolta Sentimento del tempo è ripartita in 7 sezioni.

La prima sezione “Prime” raccoglie le poesie scritte tra il 1919 e il 1924, che

 risentono ancora dell'impostazione de L’Allegria.

fine di Crono”

La seconda sezione “La raccoglie poesie scritte tra 1925 e il 1931

 disposte non in ordine cronologico. Queste liriche esplicitano un modo di poetare

lontano dai versi de L’Allegria, versi ermetici, versi regolari nella metrica, versi

oscuri, versi polisemantici, versi staccati tra di loro da spazi ampi e vuoti tra una strofa

e un'altra, l’uso originale della analogia.

e Accordi

La terza sezione “Sogni “raccoglie liriche scritte tra il 1927 e il 1929.

 Poesie paesaggistiche e ambientali e una poesia sulla precarietà dell’uomo: Ombra.

Leggende comprende”

La quarta sezione” poesie scritte tra il 1929 e il 1935. La

 sezione consta di poesie dedicate a persone care scomparse, come il suo capitano e la

madre dell'autore e una poesia dedicata a Ofelia D’Alba (Memoria d’Ofelia D’Alba,

1932). Poesie ermetiche e poesie tradizionali come quella dedicata alla madre.

La quinta, “Inni “comprende poesie scritte tra il 1928 e il 1932, forse tra le più belle

 dell’intera raccolta, come La Pietà, Caino, La Preghiera.

morte meditata”

La sesta sezione “La comprende sei canti che hanno come

 argomento la morte, come una donna da guardare con distacco. La contraddistingue

uno stile ermetico, nominalistico, evanescente e indistinto.

La settima sezione “L’amore” comprende le poesie pubblicate nella edizione del

 1936, quindi scritte in un secondo momento. Sono poesie che hanno come argomento

l’amore ispirato da donne lontane, come nella poesia Canto, sempre in chiave ermetica

e indefinita.

Isola Seconda sezione

A una proda ove sera era perenne

Di anziane selve assorte, scese,

E s'inoltrò

E lo richiamò rumore di penne

Ch'erasi sciolto dallo stridulo

Batticuore dell'acqua torrida,

E una larva (languiva

E rifioriva) vide;

Ritornato a salire vide

Ch'era un aninfa e dormiva

Ritta abbracciata a un olmo.

In sé da simulacro a fiamma vera

Errando, giunse a un prato ove

L'ombra negli occhi s'addensava

Delle vergini come

Sera appiè degli ulivi;

Distillavano i rami

Una pioggia pigra di dardi,

Qua pecore s'erano appisolate

Sotto il liscio tepore,

Altre brucavano

La coltre luminosa;

Le mani del pastore erano un vetro

Levigato da fioca febbre.

Sul lido dell'isola,dove c'era l'ombra di vecchi alberi silenziosi,giunse qualcuno, un

viaggiatore o il poeta,proseguì verso l'interno , ma fu richiamato da un uccello che, levandosi

dalle acque le aveva agitate.

Un’ immagine indefinita appariva e scompariva. In seguito il viaggiatore solitario si accorse

che quella creatura che compariva ad intermittenza era una divinità, ed era come sdraiata su

un albero ,un olmo. L'ignoto visitatore vagava tra visioni evanescenti ed altre più concrete e

vivide, quando arrivò a un prato dove i raggi del sole passavano a fatica attraverso i rami.

Altrove delle pecore erano sdraiate sotto l'atmosfera così morbida a metà tra sole ed ombra,

mentre altre pecore brucavano il prato. le mani del pastore sono umide per il calore , come se

il pastore avesse la febbre.

L'isola è una poesia che fa parte della raccolta "Sentimento del tempo" pubblicata nel 1933

(ma la poesia risale al 1925), pertanto è successiva al periodo dell'Allegria. Qui il messaggio

poetico si fa meno immediato, meno comprensibile ed essenziale. Il linguaggio poetico è

polisemia e ambiguità.

improntato alla Il punto di riferimento è la poesia simbolista, soprattutto

francese. Il sottotitolo "L'isola, o della poesia" può persino suggerire un'interpretazione di

questo testo come un manifesto di una nuova poetica del trascendente.

mancanza di autobiografismo,

Colpisce la quasi totale così presente nelle opere di Ungaretti, sia

nella prima che nella seconda fase, anche se l'interpretazione della traccia porterebbe ad un

riferimento concreto di tutte le immagini del testo, interpretazione che non mi convince del

tutto. Evidentemente qui il poeta ha inteso solo evocare una realtà molto rarefatta,

evanescente e aperta ad ogni interpretazione. Egli non ci offre una chiave di lettura per

decifrare il ruolo del protagonista-viandante, della ninfa, delle ragazze, delle pecore e del

pastore.

Quello che prevale, sin dai primi versi , è il silenzio delle vecchie piante assorte, e lo stupore

della scoperta di una realtà misteriosa. Prevalgono i nessi analogici, più che logici, fra le

varie immagini presenti nel testo.

vista metrico,

Dal punto di i versi sono liberi, ma la presenza notevole di settenari,

novenario ed endecasillabi dimostra che Ungaretti sta recuperando, in questa fase, la metrica

tradizionale, insomma il fascino della lirica così come era sempre stata, prima che lui stesso,

sulla spinta dei futuristi, la rivoluzionasse.

La ninfa, le vergini, le greggio e il pastore sembrano provenire dai testi dei poeti parnassiani

(per non volere andare ancora più indietro nel tempo, con l'arcadia e il neoclassicismo)

L'uliveto argenteo che si oscura al calar della sera fa venire in mente la "Sera fiesolana" di

D'Annunzio. Singolare, comunque il fatto che Ungaretti, che sembrava aver "superato"

D'Annunzio nelle sue prime poesie, dimostri invece qui di essere suggestionato da immagini

dannunziane (si pensi anche alla ninfa che abbraccia l'olmo).

L'isola non va intesa come un luogo ben definito, in quanto può essere considerata come

uno scenario fuori dal tempo volto a rappresentare anche un'interpretazione metafisica

della vita. Si nota subito un certo stupore per la scoperta di una realtà in gran parte

sconosciuta. La poesia, come detto, mostra un luogo onirico, dove possono trovarsi ninfe dei

boschi, ragazze, pastori e greggi, ma anche una misteriosa foresta ricca di simboli.

Il personaggio principale della poesia è un visitatore che, secondo alcuni, sarebbe il poeta

stesso. Non tutti però sono d'accordo con questa chiave di lettura. In quest'opera, colpisce

molto il fatto che Ungaretti non abbia inserito alcuna nota autobiografica, nè riflessioni su se

stesso, al contrario di altre sue composizioni.

Questa poesia può essere considerata come una esperienza di distacco dalla realtà e di

introspezione. Essa a appartiene al periodo di crisi di Ungaretti, quando avverte un vuoto

interiore ed esistenziale che lo angoscia. Molti hanno paragonato l'isola a un luogo di sogno,

oppure alla Arcadia piena di ninfe e pastori. Un'opera pienamente ermetica ricca di figure e

impressioni dotate di connessioni particolari, ma di difficile comprensione.

Emblematica una nota lasciata da Giuseppe Ungaretti, a proposito dell'isola:

"Il paesaggio è quello di Tivoli. Perché l'isola? Perché è il punto dove io mi isolo, dove sono

solo: è un punto separato dal resto del mondo, non perché lo sia in realtà, ma perché nel mio

stato d'animo posso separarmene".

Lago luna alba notte

Gracili, arbusti, ciglia

Di celato bisbiglio...

Impallidito livore rovina...

Un uomo, solo, passa

Col suo sgomento muto...

Conca lucente,

Trasporti alla foce del sole!

Torni ricolma di riflessi, anima,

E ritrovi ridente

L'oscuro...

Tempo, fuggitivo tremito...

Nel titolo sono presenti 4 elementi che poi non saranno più menzionati nella poesia. Ma

questi elementi del titolo sono necessari per capire il significato.

Lago.

Nella prima strofa vi è la descrizione del Il poeta fa riferimento a dei sottili alberelli

che sembrano delle ciglia perché come le ciglia sono intorno all’occhio così i gracili arbusti

Luna

sono intorno al lago. Dopo di che il poeta descrive la fatta di un livore verde – bianco

che tram0nta, cade giù, c’è il senso della caducità.

È un uomo solitario che passa muto con dentro di se lo spavento, quasi stare in questo

movimento circolare dove il tempo è recuperato.

Il poeta poi si appresta a descrivere l’Alba. Il lago si è trasformato in una conca lucente, alla

foce della quale fa la sua comparsa il sole , quindi non si tratta più di acqua ma di luce perché

conduce all’alba e il punto esclamativo può indicarci la partecipazione del poeta a questo

spettacolo. Notte

Con un salto temporale si ritorna poi alla e una voce si rivolge all’anima che in

questa circolarità ricolma dei riflessi del lago è tornata ridente nella notta, come se si fosse

pacificata con l’assoluto.

L’io lirico contempla lo scenario lacustre, mentre il sole tramonta, fin quasi a perdervisi.

Forse dalla riva del lago dal lato di Castelgandolfo, che tuttavia all’epoca doveva essere

meno costruita di oggi. Ma appena volge lo sguardo, i suoi occhi incontrano il verde cupo dei

boschi che ancor oggi circondano per lo più la conca del lago. E in quel “tremito”, dato dalla

fantasmagoria di un “astro” che si è raffreddato nel calare, e da “bisbigli insidiosi”, e poi

dalla vista rassicurante del verde dei boschi, il tempo lineare umano (“l’anno”) sembra

ritrovare l’armonia con il tempo ciclico della natura.In Lago Luna Alba Notte, una lirica

anch’essa di Sentimento del Tempo, che nella raccolta è collocata prima di Lido ma è datata

1927, i riferimenti al lago di Albano (confermati da una nota di Ungaretti) sono già nel

crittogramma del titolo, la cui decifrazione più convincente sembra Lago di Albano, Una

notte, senza dimenticare la parola alba, che farebbe pensare al far del giorno.«Gracili arbusti,

ciglia / Di celato bisbiglio… // Impallidito livore rovina… // Un uomo, solo, passa / Col suo

sgomento muto… // Conca lucente / Trasporti alla foce del sole! //Torni ricolma di riflessi,

anima, / E ritrovi ridente / L’oscuro… // Tempo, fuggitivo tremito…»Tornano i “gracili

arbusti” litoranei, la “foce” del sole, e la “conca lucente”. Certo, qui non c’è un legame con

un preciso momento, come nell’altra lirica, ma una semplice meditazione sul tempo: lì

“finisce l’anno in quel tremito”, qui “tempo, fuggitivo tremito”. Tuttavia c’è un analogo

movimento dell’io lirico dalla contemplazione dell’acqua, del cielo, del lido, quasi un

perdersi, al ritorno alla quiete dei boschi.

La madre fermandosi

E il(mio) cuore quando d’un ultimo battito( )

Avrà fatto cadere il muro d’ombra

Avrà fatto cadere il muro che separa dalla morte e dall’aldilà

Per condurmi, Madre, sino al Signore

Per condurmi o madre fino a Dio

Come una volta mi darai la mano

Mi darai la mano come facevi una volta ( quando ero bambino)

In ginocchio, decisa

Messa in ginocchio decisa

Sarai una statua davanti all’Eterno

Sarai come una statua davanti a Dio

Come già ti vedeva

Come ti vedevo

Quando eri ancora in vita

( la madre, dopo aver preso il figlio per mano, si mette in ginocchio davanti a Dio al fine di

ottenere il perdono per il figlio; atteggiamento che la donna aveva d’altra parte già prima di

morire)

Alzerai tremante le vecchie braccia,

come quando spirasti

dicendo : Mio Dio, Eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,

ti verrà desiderio di guardarmi,

Ricorderai d’avermi atteso tanto

E avrai negli occhi un rapido sospiro.

La lirica, datata 1930, appartiene alla raccolta "Sentimento del tempo". Essa segna un ritorno

del poeta alla tradizione, attraverso il recupero della versificazione tradizionale, di una

sintassi più complessa e della punteggiatura

Nei versi di questa bellissima poesia viene espresso, con un`amorevole sobrieta di toni, il

dramma intimo e sofferto di una madre che aspetta il figlio alle soglie dell`eternita per

vederlo redento con la sua preghiera . Al centro della poesia e` pertanto la figura della

madre, umile e forte, che assurge ad emblema di un amore che va oltre alla morte,

sublimandosi in sentimento religioso. La madre morta diviene, nella visione di Ungaretti, un

simbolo, una categoria eterna della pieta materna che conduce per mano il figlio morto

davanti al Signore, per fargli ottenere l`assoluzione, gettandosi in ginocchio davanti a Lui,

pregando risoluta e invocando il perdono. Esolo quando Dio glielo avra accordato,guardera

in volto il proprio figlio.

Nel componimento, composto di due quartine, una terzina e due distici, il poeta affronta il

tema della propria morte, esprimendo il desiderio che la propria madre, defunta, supplichi

Dio per la salvezza del figlio . L’uso dell’indicativo nei versi di Ungaretti ci rende nota la

certezza che l’autore ha della compassione della propria genitrice. Ella sarà incrollabile nella

propria fede davanti al Signore, mentre implora il perdono per i peccati del figlio; alzerà

tremante le vecchie braccia, ripetendo il gesto di abbandono alla volontà divina già compiuto

in punto di morte. Nelle ultime due strofe(distici), si descrive la riconciliazione della madre

con il figlio, perdonato e quindi avente portato a termine il processo di catarsi dal peccato:

solo a quel punto la madre lo accoglierà, felice di aver portato la propria creatura vicina alla

gloria di Dio

L’autore rivolgendosi alla madre, esalta il ruolo di tutte le madri nella vita degli uomini sia

quando essi sono in vita sia dopo la morte. La madre che ci ha messo al mondo e aiutato in

vita, dopo la morte interviene nuovamente per ottenere il perdono di Dio e impetrare la grazia

divina affinché il figlio sia perdonato e ammesso in Paradiso.

Il testo è diviso in quattro strofe di diversa lunghezza: due quartine, una terzina e due distici.

I versi, endecasillabi e settenari, non sono rimati.

Nel primo enunciato, che corrisponde alla prima strofa, il poeta afferma con certezza che

nell'attimo della sua morte la madre gli sarà nuovamente accanto e, come quando era un

bambino bisognoso della sua guida, lo condurrà per mano al cospetto di Dio («muro

d’ombra» è l'indefinibile barriera che separa la vita terrena da quella eterna).

Quando il cuore cesserà di battere e la morte farà scomparire quel confine impalpabile come

un velo che separa l'uomo da Dio, tu madre mi guiderai fino al Signore tenendomi per mano,

come eri solita fare quando eri in vita.

Nel secondo enunciato, che occupa la seconda quartina, il poeta rappresenta la madre

inginocchiata davanti all’Eterno. Ella se ne sta così immobile ed è tanto assorta nella

preghiera che è simile ad una statua. Qui l’aggettivo «decisa» esprime tutta la determinazione

della madre di ottenere da Dio il perdono per il figlio. I verbi, ora al futuro («sarai») ora

all’imperfetto («eri»; «vedeva») scandiscono il passare della scena dal futuro rispetto al

momento in cui il poeta scrive alla vita passata della madre.

Inginocchiata e decisa ad ottenere da Dio che mi accetti in Paradiso, starai davanti all'Eterno

immobile come una statua, così come egli ti vedeva, assorta in preghiera, quando eri ancora

viva. La madre occupa la scena anche nel terzo enunciato: ella alzerà a fatica (tremante) le

vecchie braccia, ripetendo lo stesso gesto di quando spirò, dicendo:" Mio Dio eccomi sono

pronta a venire da te" .

Particolarmente intensi gli ultimi quattro versi:

E solo quando m'avrà perdonato,

ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d'avermi atteso tanto,

e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Il desiderio della madre di vedere il figlio perdonato, la induce a guardarlo solo dopo che il

perdono è stato accordato. La menzione alla lunga attesa del figlio si riferisce alla

conversione di costui, avvenuta quando aveva 40 anni.

Bella anche l'immagine retorica finale d'avere negli occhi un sospiro, ovvero assumere lo

sguardo di chi sospira per la soddisfazione dei vedere realizzata una cosa desiderata.

FEDERIGO TOZZI

Il compito di rifondare il romanzo negli anni del primo dopoguerra spetta a Tozzi.

Fra gli autori della sua generazione, egli è l’unico a tentare il genere romanzesco con

coerenza ed a avvicinarsi ai risultati in cui erano arrivati o stavano arrivando i 2 maggiori

scrittori della generazione precedente: Svevo e Pirandello.

Federigo Tozzi nacque a Siena nel 1883, figlio di un contadino del contado senese, Ghigo

(soprannome di Tozzi), che gli impose il proprio nome, quasi a voler stabilire sin dalla

nascita , il proprio dominio su di lui. Ghigo, uomo dispotico e violento, si era arricchito

attraverso una trattoria che aveva aperto in città e aveva comprato due poderi.

La madre era una trovatella e vide perciò nel matrimonio con Ghigo un superamento della

propria condizione di inferiorità.

Restò sempre subordinata al marito, incapace di opporsi ai suoi continui tradimenti, sia alla

sua violenza nei confronti del figlio. Il ragazzo appare subito diverso dal padre.

Rifiuta di occuparsi della trattoria di questi e dei suoi poderi, è disubbidiente e indisciplinato,

viene giudicato “un teppista” dai conoscenti.

A scuola va male, fa alcuni anni di scuola tecnica, poi passa a un Istituto di Belle Arti,

sempre senza alcun risultato. Nel 1900 si iscrive al partito socialista, sposandone le idee

estreme ma dichiarando nel contempo di sentirsi anarchico.

I litigi con il padre sono continui e brutali. Si innamora di Isola, ragazza sensuale e astuta,

che poi ritroverà a Firenze incinta di un altro uomo (sarà la protagonista del primo romanzo

“A occhi chiusi”), e comincia una corrispondenza epistolare con una sconosciuta, Emma

Palagi, che poi diventerà sua moglie.

In questo periodo legge Poe, che avrà notevole influenza su di lui, e si appassiona alla

psicologia.

Intanto, però, una malattia venerea e le conseguenze alla vista che gli procura lo costringono

all’isolamento più totale e a una grave crisi esistenziale da cui esce attraverso la conversione

religiosa.

Si stacca dal socialismo e si avvicina a posizioni reazionarie, ispirate a un cattolicesimo

apocalittico e medievale. Comincia a scrivere poesie, aforismi e racconti.

Nel 1908 la morte del padre gli fa ereditare la trattoria (che vende subito) e i poderi, che non

riesce ad amministrare. Da questa materia trarrà il romanzo il “Podere”. Può comunque

sposarsi con Emma Palagi e dedicarsi con passione ai suoi interessi psicologici, letterari e

mistici. È cominciato il periodo del “Castagneto”, il podere nei pressi di Siena nel quale vive

dal 1908 al 1914. L’anno di svolta è il 1913, in cui si libera dall’influenza dannunziana, e

fonda la rivista “ la Torre”, che si rivolge ai giovani d’Italia per persuaderli a un

sovversivismo di destra, ispirato ad un cattolicesimo medievale e al sogno del potere assoluto

del Papa. Il 1913 è anche l’anno della stesura di “Con gli occhi chiusi”.

Nel 1914 Tozzi si reca con la moglie e il figlio a risiedere a Roma, per entrare a far parte di

un mondo culturale e letterario meno provinciale. Rimarrà nella capitale sino alla morte, nel

1920. La morte per polmonite lo sorprende a 37 anni, a Roma nel marzo 1920, nei giorni in

cui stava uscendo “Tre croci”.

La POETICA di Tozzi emerge dai suoi articoli di critica, soprattutto da un articolo del 1919

Come leggo io”.

“ È una poetica che pone al centro “ un qualsiasi misterioso atto nostro”,

all’autore non interessa una narrativa di fatti, basata sull’azione : gli interessa piuttosto un

qualunque misterioso atto nostro, magari il più banale, ma nel quale si esprimono

l’ondeggiamento e l’oscillazione degli stati psicologici del soggetto.

Notevole è infatti, nelle sue opere, lo scavo dell’animo umano, di un mondo interiore

dominato da impulsi istintivi e da angosce drammatiche.

Nei suoi romanzi prevale la figura dell’uomo inetto, vinto dalle circostanze e dagli individui

più forti di lui, incapace di sfuggire alla propria ansia esistenziale.

Dal frammentismo ai Romanzi

La prima opera importante di Tozzi è “Bestie” pubblicata nel 1917, ma scritta fra il 1912 e il

1914.

È composta di frammenti, o meglio di aforismi : siamo dunque nel clima del frammentismo

vociano.

I 69 aforismi hanno un elemento in comune : compare sempre, magari in modo casuale o

animale.

marginale, un Si tratta di un opera enigmatica, di sconcertante novità. Vi manca

una qualsiasi vicenda unitaria, ed è difficile spesso impossibile capire il senso

dell’apparizione degli animali. Le bestie di Tozzi non portano con sé un significato, e infatti

quasi mai hanno un valore simbolico; semmai rivelano il carattere frantumato della vita, la

mancanza di senso che pervade.

I romanzi del periodo romano sono più elaborati e costruiti. Vi si avvertono l’influenza di

Borghese, che voleva riedificare il romanzo, e quella di Pirandello, la lezione di Verga e il

motivo dostoevskiano della colpa.

Tuttavia va comunque detto che anche in questo caso la volontà costruttiva e il più evidente

impegno ideologico in senso religioso vi si conciliano con una tensione di scrittura sempre

violentemente deformata.

I capolavori di questo periodo sono :

• Il Podere

• Ricordi di un impiegato

..costruiti entrambi con materiale autobiografico.

Il Podere è la storia dell’eredità che tocca a Remigio alla morte del padre, eredità

 contesagli dall’amante del padre e dalla matrigna ; ma è soprattutto la storia

dell’inettitudine del protagonista e della cattiveria umana.

Ricordi di un impiegato è la rielaborazione di un diario autobiografico del 1910-

 1911 sull’esperienza compiuta dall’autore come impiegato delle ferrovie a Pontedera.

Ma quello scritto giovanile diventa storia di un personaggio oggettivo, Leopoldo.

Questi vorrebbe sposarsi con la fidanzata Attilia, ma i genitori si oppongono. La

proibizione è particolarmente forte da parte della madre, che sta per avere un figlio. In

realtà Leopoldo teme il matrimonio, non riesce mai a guardare in faccia una donna,

appare sempre incapace di un comportamento maturo. Insomma, è un altro inetto della

galleria tozziana. Alla fine la morte della fidanzata gli permette di tornare nell’ordine

familiare , dopo uno strano patto con la madre : questa metterà alla figlia che è appena

nata il nome della ragazza morta e Leopoldo in cambio non si interesserà più ad

alcuna donna. Il protagonista accetta, insomma, di restar sempre “giovane”. La

giovinezza, per Tozzi, è infatti una sorta di malattia, coincidente con l’inettitudine,

con l’incapacità di decidere. Tre Croci

Il romanzo più teso e drammatico di Tozzi è , storia di tre fratelli che

 firmano cambiali false per pagare i debiti del loro negozio di libri e delle spese fatte

per appagare la golosità con cui essi cercano di dimenticare la loro situazione

economica e morale. Alla fine il maggiore si impicca, assumendosi tutta la

responsabilità dell’atto illegale, mentre gli altri due fratelli muoiono nella

degradazione. Le nipotine comprano alla fine 3 croci per le loro tombe, riscattandone

la vita. Nell’angoscia della loro esistenza può infatti essersi rivelata una possibilità di

salvezza religiosa. Il romanzo è costruito come una tragedia antica, e sprigiona una

forza cupa. Gli egoisti

L’ultimo romanzo di Tozzi è “ ”, l’unico ambientato a Roma. È la storia

 dell’amore di un giovane dedito all’egoismo tipico degli artisti (è un musicista) e del

suo amore – odio per Albertina : la relazione d’amore è sentita infatti in insanabile

contraddizione con l’arte. Il protagonista giunge desiderare di uccidere la donna, la

quale lo abbandona. Alla fine, un improvviso processo di maturazione ricongiunge i

due amanti, facendo iniziare da questo momento la loro vera storia d’amore. In realtà

il superamento dell’egoismo è più dichiarato che rappresentato, e resta comunque

presente

Con gli occhi chiusi

Con gli occhi chiusi venne scritto nel 1913, ma pubblicato solo nel 1919. In questo intervallo

di tempo, furono apportati vari ritocchi, soprattutto al finale.

Il titolo allude all’atteggiamento del protagonista, Pietro : egli, nei frequenti momenti di

sconforto o di indifferenza, sta inerte, sdraiato sul letto con gli occhi chiusi. Il valore

simbolico è evidente : Pietro è incapace di conoscere la realtà così come essa è, e in

particolare la donna che ama.

La vicenda è la seguente : Pietro Rosi è l’unico figlio di un uomo esuberante e aggressivo,

Domenico, proprietario di una trattoria e di un podere presso Siena. Sin dall’infanzia, egli

prova un sentimento di amore – odio per Ghisola, figlia di contadini che lavorano per il

padre; ma per la sua insicurezza , non riesce a instaurare una relazione con la ragazza.

Dopo la morte della madre Anna poi, Pietro si sforza di affermare la propria identità

rendendosi autonomo dal padre. Anche per questo, si iscrive al Partito socialista. Il suo

amore per Ghisola, intanto, resta astratto e idealizzato: egli neppure si accorge che la ragazza

ha già avuto degli amanti. Scopertosi incinta, Ghisola ottiene da Pietro una proposta di

matrimonio. Poi, per fargli credere che il bambino sia suo, cerca di indurlo a un rapporto

sessuale, ma questi, in nome della castità prima del matrimonio rifiuta. Della verità, egli si

renderà conto solo quando vedrà la donna, ormai non lontana dal parto, in un bordello, dove

è finita per la miseria. Il romanzo si chiude con la consapevolezza, in Pietro di non amare più

Ghisola.

Tozzi, grande novelliere

Tozzi comincia a scrivere novelle nel 1908 e continua sino al momento della morte. In totale

ne compone, in 12 anni, quasi 120, un numero altissimo. Solo nel 1919 pensa di raccoglierne

alcune in volume, e ne sceglie 21, unendole sotto un titolo unitario, Giovani.

Le novelle di Tozzi sono fra i suoi testi i più belli. I suoi racconti, con quelli di Pirandello,

esprimono il momento più alto della novellistica del primo Novecento.

I personaggi sono quasi sempre grotteschi, mostruosi, deformi e altrettanto deformata è la

visione della realtà che le novelle ci forniscono. Un’incomposta aggressività, un nodo di

legami sadici e masochisti, li caratterizza. Dovunque vittime e aguzzini. E a dominare fra

quest’ultimo è la figura violenta del padre o dei suoi sostituti. La donna sta tra le vittime, ma

è spesso complice degli aguzzini che la opprimono; le figure materne sono sempre deboli e

impotenti.

Il paesaggio non esprime un momento di conciliazione con l’uomo che lo abita ed è

comunque una presenza inquietante.

Il motivo ideologico e religioso, quando compare, non si presenta mai come ideologia

razionalizzante e complessiva, ma come insieme di simboli che turbano e disorientano.

ITALO SVEVO

Svevo e la nascita del Romanzo d’avanguardia in Italia

D’Annunzio e Svevo sono quasi coetanei : il primo nasce nel 1863 e il secondo nel 1861.

Eppure sono lontanissimi. Si potrebbe dire che uno, D’Annunzio chiude un vecchio mondo,

l’altro Svevo ne apre uno nuovo.

D’Annunzio fa della Letteratura un’esibizione riducendola a retorica e a monumento

• pubblico.

Per Svevo la vita è tutta dentro, svolgimento assolutamente interiore, la letteratura non

• è esibizione o artificio, ma scrittura, e quest’ultima è concepita al di fuori di ogni

estetismo, come pratica privata.

D’Annunzio tende al sublime e privilegia un registro alto

 Svevo all’umoristico e privilegia uno basso e lievemente comico.

 D’Annunzio vuole tenersi ancora ben salde la collana e l’aureola

 Svevo dà per scontata la loro perdita

Nello stesso tempo Svevo è lontano anche dalle ricerche dei “giovani” espressionisti della

“Voce”, che miravano a distruggere i generi tradizionali e rifiutavano la novella e il romanzo

in nome del frammento. La sua rivolta è meno violenta, ma più profonda. Svevo invece di

Svevo costruisce in Italia il romanzo

respingere il romanzo, lo rinnova radicalmente dall’interno.

d’avanguardia: “La Coscienza di Zeno” sostituisce al tempo oggettivo il tempo della coscienza

distrugge la trama tradizionale e struttura la narrazione non

e del monologo interiore,

sulla vicenda ma sulla successione di una serie di temi ( il matrimonio, il fumo ecc),

tratteggia un protagonista Zeno, totalmente nuovo, che non ha più l’oggettività e la staticità

dei personaggi ottocenteschi, ma la problematicità e l’apertura di quelli novecenteschi.

Nel campo del romanzo, solo Svevo si avvicina alle nuove strutture romanzesche elaborate

il fondatore del romanzo novecentesco italiano e

nel primo novecento da Proust, Joyce. È dunque

nello stesso tempo il romanziere italiano più europeo del nostro novecento. È tuttavia Svevo è stato

a lungo ignorato. Bisogna attendere gli anni Sessanta perché si giunga a una rivalutazione

complessiva dell’autore da parte della critica, e gli anni Ottanta perché il grande pubblico

cominci finalmente a leggerlo.

La vita e le Opere

La nascita di Svevo a Trieste( città che fece parte fino al 1918 dell’Impero austroungarico) è

un fatto di importanza decisiva per questo autore, che appare sin dalla sua formazione

positivamente condizionato dalla grande cultura mitteleuropea, da Schopenhauer e Nietzsche

e Freud. Lo pseudonimo stesso “Svevo” rivela la duplicità culturale dello scrittore, per metà

italiano e per metà “svevo” (cioè tedesco).

Possiamo distinguere nella sua vita e nella sua attività letteraria 3 FASI:

giovinezza

Quella della , della formazione letteraria e dei primi due romanzi, che si

 chiude con la decisione nel 1899 di abbandonare la letteratura

silenzio letterario

Quella del cosiddetto “ ”

 Ritorno alla Letteratura,

Quella del della stesura della Coscienza di Zeno e

 dell’ultima produzione novellistica e teatrale.

Nato a Trieste nel 1861 da una famiglia ebrea Svevo svolse i suoi studi in una scuola

commerciale della città e poi in un collegio della Baviera, in cui imparò perfettamente la

lingua tedesca. Nel 1880, in seguito a dissensi finanziari del padre, Svevo è costretto a

impegnarsi presso una banca di Trieste. Nello stesso tempo legge i romanzi francesi e i

classici italiani, e studia Schopenhauer. Legge Darwin e aderisce, per qualche tempo, alla

cultura positivistica e al Naturalismo, avvicinandosi anche al socialismo.

Gli interessi letterari sono documentati dalla stesura di commedie e racconti, come “Una

Lotta” e “L’assassino di via Belpoggio”. Contemporaneamente lavora a un romanzo

intitolato dapprima “ Un inetto” poi “Una vita”.

Nel 1892 muore il padre e incontra la cugina Livia Veneziani, che sposerà 4 anni dopo,

dapprima con rito civile, poi, dopo l’abiura alla religione ebraica, con quello cattolico. La

moglie è figlia di un grande industriale che dirige una fabbrica di vernici per navi. Appartiene

dunque a una borghesia molto solida e ricca, legata agli affari e alle tradizioni. Svevo è

attratto da questa solidità, ma nello stesso tempo avverte anche la propria distanza culturale,

un’inquietudine e una problematicità ignare alla moglie.

Nel 1898 pubblica a puntate sul giornale triestino “ l’indipendente “ il suo secondo romanzo

“ Senilità” che poi stampa anche in volume a proprie spese. Ma il matrimonio con Livia

sembra destinato ad allontanarlo dalla letteratura. Nel 1899 egli entra a far parte

dell’industria Veneziani, lavorando dapprima nella fabbrica di Trieste e poi nella filiale di

Annuncia solennemente il proposito di abbandonare la letteratura , in realtà

Murano.

continua segretamente a progettare racconti e drammi e a scriverne alche alcuni.

La maggior parte del tempo è dedicata però all’attività industriale, svolta anche in

Inghilterra. Ed è qui che comincia a studiare l’inglese e a leggere in questa lingua. A Trieste

conosce Joyce e nasce tra i due una solida amicizia. Poco dopo Svevo comincia ad

appassionarsi al pensiero di Freud.

Nel 1919 si apre la fase del ritorno alla letteratura. Nel giro di 3 anni Svevo scrive “La

Coscienza di Zeno” che esce nel 1923. Il romanzo venne inviato a Joyce che si adoperò per

far conoscere il romanzo tra i critici francesi che lo accolsero con grande interesse.

In Italia Svevo poté contare sull’amicizia e sull’ammirazione del giovane poeta Eugenio

Montale.

Morì nel 1928 a causa delle complicazioni cardio – respiratorie seguite da un incidente

d’auto.

La Cultura e la Poetica

Nella cultura di Svevo confluiscono filoni di pensiero contraddittori e a prima vista

difficilmente conciliabili :

 Da un lato il positivismo, la lezione di Darwin, il marxismo

 Dall’altro il pensiero negativo di Schopenhauer e di Nietzsche

Ma questi appunti contraddittori sono in realtà assimilati da Svevo in un modo originalmente

coerente : lo scrittore triestino assume dai diversi pensatori gli elementi critici e gli strumenti

analitici e conoscitivi piuttosto che l’ideologia complessiva.

DAL POSITIVISMO e DA DARWIN, FREUD

ma anche da Svevo RIPRENDE : la propensione a

valersi di tecniche scientifiche di conoscenza e il rifiuto di qualunque ottica di tipo

metafisico, spiritualistico o idealistico, nonché la tendenza a considerare il destino

dell’umanità nella sua evoluzione complessiva. Ma di Darwin respinge l’ottimismo e la

fiducia nel progresso, mentre del positivismo in generale rifiuta sempre la presunzione di fare

della scienza la base oggettiva e indiscutibile del sapere.

MARXISMO

Del rapporto Svevo con il è testimonianza il racconto – apologo “La Tribù”

uscito non casualmente nel 1897 sulla rivista teorica del socialismo italiano diretta da Turati.

In questo racconto una tribù asiatica invia un eroe in Europa per conquistare la sapienza

politica. Questi al suo ritorno, propone di accettare il capitalismo e una strada per la

rivoluzione , lunga e tortuosa che passi attraverso gli orrori dell’organizzazione economica e

sociale capitalistica dominante in Europea. Ma il vecchio della tribù non accetta la proposta

e decide di cominciare dalla fine, saltando le fasi intermedie : dare inizio subito alla

rivoluzione rifiutando la soluzione europea e tornando allo stato di natura e il giovane è

cacciato dalla tribù. La conclusione del racconto è ambigua e si presta a diverse

interpretazioni. Certo è che il marxismo non viene accettato da Svevo come soluzione

sociale, ma come uno strumento analitico e come prospettiva critica di giudizio sulla civiltà

europea e suoi meccanismi economici e sociali.

DA SCHOPENHAUER Svevo riprende alcuni strumenti di analisi e di critica, ma non la

soluzione filosofica ed esistenziale. Dal filoso tedesco egli desume soprattutto la capacità di

criticare gli autoinganni e di sottolineare il carattere inconsistente delle ideologie e dei

desideri dell’uomo.

FREUD , che Svevo studia con passione nel decennio precedente l’elaborazione della

Coscienza di Zeno è per lui un maestro nell’analisi della costitutiva ambiguità dell’Io, nello

smascheramento delle razionalizzazioni ideologiche con cui l’individuo giustifica la ricerca

inconscia del piacere, nell’impostazione razionalistica e materialistica dello studio

dell’inconscio. Ma Svevo rifiuta sempre di aderire totalmente al sistema teorico di Freud ,

accetta la psicoanalisi come tecnica di conoscenza, ma la respinge come visione totalizzante

della vita, sia come terapia medica.

ARGOMENTI TRATTATI NELLA POETICA DI SVEVO

La Figura Dell’inetto figura dell’inetto

Un ruolo centrale nella narrativa di Svevo è occupato dalla . L’inetto si

contrappone all’esteta, infatti si sente inadatto a vivere poiché non riesce ad aderire alla vita,

non ha valori in cui credere, non ha scopi, non ha un ruolo nella società in cui riconoscersi,

quindi non riesce a dare un senso alla propria vita. Inoltre l’inetto si sente malato di quella

malattia che è il disagio del ‘900: l’incapacità di provare sentimenti, che provoca nell’uomo

un intenso alone di tristezza e di infelicità. L’inetto quindi, è sempre un eroe sconfitto che

potrebbe apparire al pubblico molto simile ai personaggi vinti rappresentati da Verga, ma

esiste una notevole differenza: mentre la sconfitta dei vinti era da imputare esclusivamente

all’ambiente, il fallimento dell’inetto è da ricondurre alla frattura venutasi a creare tra l’io e

la realtà e all’interno dell’uomo con la scoperta dell’inconscio.

Tutti i personaggi protagonisti dei romanzi di Svevo sono quindi degli inetti, MA C’È TUTTAVIA

UNA SOSTANZIALE DIFFERENZA TRA ALFONSO ED EMILIO, PROTAGONISTI

RISPETTIVAMENTE DI "UNA VITA" E "SENILITÀ" E ZENO, PROTAGONISTA DE

"LA COSCIENZA DI ZENO":

i primi due sono tragici, sono rappresentati in una dimensione cupa e triste e il loro

 destino è la morte o comunque la rinuncia a vivere;

Zeno invece riesce a non essere tragico in quanto, vista la sua età matura, assume la

 consapevolezza della sua "malattia" e usa l’ironia per sdrammatizzare se stesso e la

sua condizione. Zeno è colui che, convinto di sbagliare, effettua la scelta più giusta,

riuscendo perciò a raggiungere involontariamente la felicità. Il matrimonio tra Zeno e

Augusta, per esempio, nasce per caso, partendo da uno scambio di persona del

protagonista, ma questa scelta si rivelerà azzeccata per entrambi. Nella realtà dunque,

un ruolo fondamentale è rappresentato dal caso, e l’inetto è appunto colui che deve

sottostare a questa componente che nel ‘900 aumenta sempre di più la sua importanza.

Nella narrativa sveviana sono quindi sempre presenti delle contrapposizioni che

spiegano meglio la condizione dell’uomo moderno, quali Attitudine/Inettitudine,

Gioventù/Senilità, Salute/Malattia.

La Poetica

La poesia è un vizio di cui Svevo si vergogna, da cui non riesce a liberarsi, ma che considera

La poesia esprime la condizione dell’uomo del ‘900, inetto, abulico, emarginato dalla

indispensabile.

società. Il tema centrale è l’inettitudine, contrapposto all’attitudine, cioè la malattia

contrapposta alla salute. La struttura narrativa è ancora legata al Verismo nelle prime due

opere, mentre risulta fortemente innovativa nell’ultima.

In "Una vita" infatti, è presente un narratore esterno che focalizza sul protagonista, il

• quale molto spesso è condizionato dalla società e dall’ambiente.

In "Senilità" , pur sempre conservando caratteristiche del romanzo naturalista, la

• novità strutturale è più scoperta, infatti, l’attenzione dedicata all’ambiente è molto

limitata e l’autore è maggiormente rivolto all’analisi psicologica del protagonista.

Tuttavia esiste ancora un narratore esterno che tenta di cogliere le sensazioni e i

tentativi del protagonista di ingannare se stesso.

Soltanto nel 1923, con "La coscienza di Zeno", Svevo abbandonerà definitivamente i

caratteri veristi e raggiungerà la notorietà nonostante i temi trattati che sono gli stessi delle

due sfortunate precedenti opere, ma intanto è cambiata la sensibilità del pubblico che è

sempre più cosciente della crisi del positivismo e della condizione di inettitudine degli

uomini. Inoltre mentre negli ultimi anni dell’800 dominava la figura dell’esteta superuomo

dannunziano, adesso questa figura sta lentamente decadendo. Svevo, negli anni del silenzio,

si appassiona sempre più alle teorie psicanalitiche di Freud, riprendendole nel romanzo,

scardinando tutte le coordinate spazio-temporali sovrapponendo i ricordi espressi senza alcun

filo logico.

La Donna E L’amore

Una delle caratteristiche principali della figura dell’inetto in cui l’uomo in questo periodo si

l’incapacità di provare sentimenti verso gli altri

immedesima, è . I personaggi rappresentati

da Svevo quindi, non riusciranno mai ad avere una relazione duratura, anche perché

vogliono evitare quelle ovvie responsabilità derivanti da un matrimonio.

Per esempio, l’amore di Alfonso per Annetta in "Una vita" è semplicemente

 un’occasione per elevarsi da quella condizione di inferiorità a cui il protagonista deve

sottostare fin dalla nascita.

L’amore di Emilio e Angiolina in "Senilità" è invece un amore trasgressivo, un

 sinonimo di gioventù, quindi un tentativo per rimanere giovani. Tuttavia questo

amore occasionale procura a Emilio una grande delusione dovuta a continui inganni,

tradimenti e bugie. La sua reazione è quella di ritirarsi in una condizione di Senilità,

di vecchiaia, quindi di rinuncia all’amore stesso.

Un’eccezione è però quella di Zeno, in "La coscienza di Zeno", per cui amore significa

matrimonio. Infatti lui riesce a sposarsi, anche se non con la donna che ama. Questa donna è

Augusta ed è colei che si fa molto influenzare dalle convenzioni del periodo, che sente in

maniera molto netta la separazione tra il fidanzamento, in cui non sono consentite le troppe

effusioni che invece Zeno propone, e il matrimonio, che è invece il sigillo dell’amore. Inoltre

Augusta è, agli occhi di Zeno, l’immagine della salute che si contrappone alla sua condizione

di malattia. Tuttavia nel corso del romanzo, questa contrapposizione viene meno, infatti Zeno

capisce che la sua condizione è una condizione generalizzata, quindi non è lui che bisogna

curare, ma bensì sono la moglie, e tutte le persone come lei, che devono guarire dalla salute.

Una curiosità è costituita dal fatto che i personaggi femminili di Svevo hanno tutti nomi

che iniziano per "A

". Particolarmente evidente risulta il contrasto salute-malattia,

rappresentato rispettivamente da Augusta e Zeno e sottolineato dalle iniziali dei nomi.

Le opere (I tre romanzi)

Una vita (1892) Alfonso Nitti

Il romanzo è la storia di un giovane e romantico provinciale, , da poco arrivato

in città, il quale, impiegatosi al Banco Maller di Trieste, s'impiglia in una certa complicità

Annetta Maller

libresca con una bella bas-bleu (signorina bene), , figlia del ricco magister

della Banca. A un primo sodalizio assai platonico succede l'avventura sensuale che turba e

sconvolge il Nitti e lo trova dapprima mal preparato, quindi svogliato affatto di sfruttare la

situazione abilmente, come gli consiglia la signorina Francesca, istitutrice di Annetta. Il Nitti

torna in licenza al paese, e quando, vinta una strana indifferenza (inettitudine) direi quasi

meccanica ad ogni propria decisione, rientra in città, ma Annetta è ormai fidanzata al cugino

Macario, e Alfonso, che riassume il suo posto alla Banca, è trasferito ad un'occupazione assai

minore. Solo allora il Nitti comprende quello che ha perduto e vede il periodo da poco

trascorso come una sosta luminosa nel suo cammino buio; sicché non trascorrono molti

giorni che egli, rincasando, accende un braciere nella sua stanza, e con lucida freddezza si

addormenta nella morte (suicidio). Quest'opera all'inizio della stesura si intitolava Un inetto.

Si avverte l'influsso del naturalismo francese. La narrazione è lineare. Compare già un tratto

caratteristico della narrativa sveviana: la forte inclinazione all'introspezione.

Senilità (1898) Emilio Brentani

È il racconto dell'avventura amorosa che il trentenne si concede cogliendola

di proposito sulle vie di Trieste. Per uscire dal grigiore della propria esistenza piccolo-

Emilio Brentani

borghese, , un impiegato presso una società di assicurazioni con velleità

letterarie, allaccia una relazione poco impegnativa con Angelina, una ragazza del popolo,

amorale e volgare, ma di sani appetiti. Succede che Angelina lo tradisce e che Emilio si trovi

invischiato, contro il suo proposito iniziale, nella passione e nella gelosia. Emilio si confida

con Balli, un artista estroverso, che piace molto alle donne. Di Balli è segretamente

innamorata Amalia, la sorella di Emilio, che vive in casa del fratello una vita di riflesso, in

una condizione quasi claustrale. L'epilogo vede la morte di Amalia, frustrata nel suo amore

non corrisposto per lo scultore e la fuga di Angelina col cassiere di una banca. Emilio si

ritirerà nella propria senilità, nella solitudine, nell'aridità di progetti e sentimenti, prendendo

coscienza delle proprie debolezze e dei propri limiti.

Romanzo autobiografico, in cui lo scrittore triestino raggiunge la maturità artistica. I

personaggi sono rappresentati con una fluidità moderna, quasi pirandelliana.

L'autore ricorre con frequenza al monologo interiore. Si avverte l'influenza su Svevo della

filosofia di Schopenhauer. Si anticipano temi (le nevrosi dei borghesi, la psicologia della

donna), che saranno indagati solo qualche anno più tardi da Freud .

I Racconti (L’Ultimo SVEVO)

L'insuccesso dei primi due romanzi indusse Svevo a circa vent'anni di silenzio letterario, ma,

nonostante le responsabilità imposte dalla sua nuova posizione di dirigente nella ditta di

vernici del suocero, Svevo non cessò del tutto di coltivare la letteratura, come testimoniano

alcuni suoi racconti: l'inizio della stesura della Madre, ad esempio, risale al 1910, sebbene il

racconto sia stato pubblicato postumo, nel 1929, nella raccolta La novella del buon vecchio e

della bella fanciulla; e prima del 1912 si colloca anche la scrittura di alcune delle prose brevi

raccolte nel volume Corto viaggio sentimentale, pubblicato nel 1949.

Nel 1905 Svevo cominciò a prendere lezioni di inglese da James Joyce, con il quale intrecciò

un'amicizia che si sarebbe rivelata feconda per il suo futuro percorso letterario. Joyce, che

soggiornò a Trieste fino al 1915, lesse con entusiasmo le opere di Svevo (soprattutto Senilità)

e lo incoraggiò a scrivere un nuovo romanzo. Svevo, da parte sua, poté leggere non soltanto

le opere joyciane già pubblicate ma anche i manoscritti di quelle ancora in fase di stesura

(certamente lesse Dedalus). Intanto, nel 1908, si era accostato all'opera di Freud, che gli

avrebbe fornito altri fondamentali strumenti per scandagliare la "coscienza" del terzo inetto,

Zeno Cosini.

Svevo e la Psicoanalisi

Il rapporto tra Svevo e la psicanalisi non avviene tanto sul piano delle teorie scientifiche: a

differenza di Saba, che rivelò una fede incrollabile verso i contenuti di queste nuove teorie,

Svevo mostrò verso la terapia psicanalitica un atteggiamento contrastante e denso di

incertezze.

Di fatto la psicanalisi penetrò a Trieste verso i primi anni del Novecento, e Svevo vi si

accostò con curiosità e interesse, ma anche con la sua naturale ironia. Negli anni del

cosiddetto silenzio, cioè dopo la pubblicazione di Senilità, a Svevo, sono parole sue,

“capitarono, non voluti da lui, due avvenimenti veramente letterari ch’egli accolse senza

l’incontro con Joyce e la lettura di alcune opere di Freud

sospetto non sapendoli tali”: .

Alquanto complessi sono soprattutto gli sviluppi e gli esiti culturali di quelle letture. È vero

che in molte occasioni Svevo tende a sconfessare la psicanalisi, a distaccarsi da essa per

ribadire l’autonomia letteraria dei suoi romanzi, ma è anche vero che la psicanalisi non lo

“abbandonò più”, come scrive nel Soggiorno londinese.

Se da un lato Svevo ridimensionava gli ottimismi della psicoterapia, dall’altro non faceva che

rafforzare l’ipotesi che la psicanalisi poteva offrire alla narrativa un valido presupposto

ideologico per scardinare le basi del determinismo letterario del romanzo naturalista e

verista. La realtà del profondo, se non poteva essere del tutto chiarita e risolta a livello

poetica moderna.

terapeutico, poteva invece risultare determinante nell’elaborazione di una La

elemento portante del fatto letterario e della narrazione:

psicanalisi diventa perciò Zeno ne è

l’esempio più evidente, anche se oggi una parte della ha fortemente ridimensionato una certa

interpretazione della Coscienza come autentico romanzo psicanalitico. Del resto lo stesso

Svevo aveva scritto a questo proposito di avere giocato con questa scienza senza troppo

andare per il sottile rispettandone i fondamenti scientifici: nel Soggiorno londinese, ricordato

sopra, Svevo tendeva a ridurre sulla sua opera l’influenza della psicanalisi. Scrisse infatti che

“noi romanzieri usiamo baloccarci con grandi filosofie e non siamo certo atti a chiarirle: le

falsifichiamo ma le umanizziamo”: confermando in realtà un uso del tutto sui generis della

psicanalisi, Svevo la piegava ai suoi interessi e alla strategia di uno scardinamento della

narrativa realista ottocentesca. La psicanalisi diviene pertanto un’architettura filosofica, un

metodo di lavoro e di auto-esplorazione, un impianto strutturale del romanzo, il presupposto

necessario per creare un’atmosfera di rottura della trama oggettiva e per incrinare le certezze

morali, economiche e sociali del personaggio-uomo del romanzo ottocentesco.

Ciò che interessava a Svevo nella Coscienza di Zeno era soprattutto l’indagine aperta nei

meandri nascosti dell’inconscio, la decifrazione degli “atti mancati” (il più importante di tutti

è quello che riguarda l’ultima sigaretta), gli scacchi mentali del personaggio: la psicanalisi

rappresentava in questo senso una novità ideologica da utilizzare letterariamente, una riprova

scientifica, un punto d’appoggio.

LA COSCIENZA DI ZENO

Quando apparve sulla scena letteraria, nel 1923, La coscienza di Zeno trovò un’Italia ancora

impreparata ad accogliere un testo che, nella struttura, si mostrava assai diverso, sia dai primi

due romanzi sveviani (Una vita e Senilità) che dai canoni della tradizione letteraria italiana. I

motivi di questo distacco erano assolutamente comprensibili; a spiegarli sarebbe bastata la

menzione dello sconvolgimento apportato alla società dall’onda anomala del conflitto

mondiale e l’adesione, da parte di Svevo, a correnti filosofiche che non erano più quelle

positiviste. Tuttavia, la causa dell’incomprensione e della diffidenza di pubblico e critica

rispetto alle opere dello scrittore derivava soprattutto dal fatto che egli, aperto ad una cultura

, avesse uno stile originale e personalissimo, che

che oltrepassava i confini del nostro Paese

il mondo letterario italiano non solo non riusciva a capire e far proprio, ma che, anzi,

definiva come uno «scriver male».

Il romanzo è in sostanza senza trama. E' suddiviso in vari capitoli, corrispondenti al

resoconto di diversi episodi e situazioni della vita del protagonista: Zeno Cosini

. Anziano

ed agiato borghese, che vive coi proventi di un'azienda commerciale, avuta in eredità dal

padre, ma vincolata da questi, per la scarsa stima che aveva del figlio, alla tutela

dell’amministratore Olivi.

Ne La coscienza di Zeno, Svevo abbandona lo schema ottocentesco del romanzo raccontato

da un narratore estraneo alla vicenda e fa sì che la sola voce che il lettore immagini di

ascoltare sia quella del nuovo «inetto»: Zeno Cosini. Invitato a farlo dal proprio psicanalista,

Zeno si cimenta nella stesura di un memoriale, una sorta di confessione autobiografica a

scopo terapeutico; quando decide di interrompere la cura, il protagonista scatena


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giovy227

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovy227 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Acocella Silvia.

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