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Le strade della fiaba

1ª lezione

La letteratura per l'infanzia ha due scopi:

  • Educare, formare un cittadino (in origine)
  • Trasmettere messaggi che orientino il bambino (al giorno d’oggi)

Favola: composizione in prosa o in versi, protagonisti sono animali antropomorfi o oggetti antropomorfi, morale fortissimo intento.

Fiaba: proviene dalla tradizione popolare, narrazione di lunghezza medio-breve e con una forte connotazione di tipo magico. I protagonisti della fiaba sono esseri umani e magici, che presentano una totale impermeabilità al trauma (significa che i personaggi fiabeschi vedono, subiscono, fanno violenze che distruggerebbero chiunque, ma essi non subiscono nessun tipo di trauma da queste azioni). L'assenza di morale è evidente negli esempi come Cenerentola, La Bella Addormentata nel Bosco, Fiabe di Basile, al massimo la fiaba concludeva con un proverbio che riassumeva la fiaba stessa.

Propp individua e classifica tutte le caratteristiche della fiaba:

  • 7 tipi di personaggi (protagonista, antagonista, mandante, aiutante magico, principessa o premio, il padre di lei, donatore)
  • Schema generale della fiaba (equilibrio iniziale, rottura dell'equilibrio iniziale, peripezie dell’eroe, ristabilimento dell'equilibrio)

Propp individua riti particolari e apparentemente illogici, che sono molto presenti nelle fiabe, soprattutto in quelle di Basile, un esempio è il cosiddetto passaggio di soglia segnato dall’offerta di cibo da parte di un personaggio generalmente magico. Questo rito simboleggia il passaggio dal mondo umano a un mondo disumano o inferico, cioè l’eroe accettando l’offerta di cibo da parte di una fata o strega passa da una dimensione a un’altra. Ci sono anche diversi riti di tipo cosmogonico, il rito della fanciulla perseguitata ossia:

  • La regina muore e chiede al marito di risposarsi solo se troverà una donna bella come lei
  • Il re allora mette gli occhi sulla figlia
  • La figlia scappa per evitare l’incesto e si taglia le mani
  • Fa recapitare al padre le mani in una cesta
  • La principessa tende le mani verso un corso d’acqua e queste ricrescono

Tutti questi miti e riti individuati da Propp sono comuni a tantissime fiabe di diverse parti del mondo, perché si tratta di basi culturali comuni a tutti i popoli, perché tutti gli esseri umani sono stati soggetti alle stesse grandi domande che inizialmente avevano significato solo nel mito. Il racconto della fanciulla perseguitata ad esempio fa riferimento al “mistero” del ciclo delle stagioni: l’estate muore e lascia inconsolabile l’autunno, l’inverno insegue la primavera e in inverno si potano gli alberi, in primavera i rami ricrescono.

Propp racchiude queste intuizioni e queste catalogazioni sulla fiaba nel suo testo: “La morfologia della fiaba”. Un altro problema da affrontare, però, è il rapporto tra fiaba e mito. La spiegazione più accreditata è che il mito:

  • Origina sacrali
  • Ritenuto in origine veritiero
  • Era la spiegazione ai fenomeni naturali inspiegabili per gli antichi (es. miti cosmogonici)

La fiaba, invece, è:

  • Considerata una bugia fin dall’inizio
  • Ha solo una funzione narrativa o di intrattenimento
  • Deriva dal mito

Bettelheim utilizza la psicoanalisi per analizzare le fiabe. In questo studio si imbatte nella corrente dello sposo animale (es. La bella e la bestia) e Bettelheim si accorge che in realtà la figura dello sposo animale non è altro che la riscrittura di Amore e Psiche. Per Bettelheim il passaggio dal mito alla fiaba può avvenire in modo diretto, ma anche tra leggenda sacra e profana alla fiaba, dalla fiaba al mito, perché il passaggio non è gerarchico come pensava Propp, ma trasversale.

Benoist nel 1975 scrive: “Segni, simboli e miti”. Con questo testo si vuole dimostrare che il simbolo è una categoria indipendente dalla realtà che veicola. Questo significa che quando uno scritto, una fiaba, un racconto o un disegno ecc. diventano un simbolo, si trasformano in un contenitore che si può riempire e svuotare di significati diversi senza far perdere alla fiaba o al racconto la loro caratteristica di simbolo. Un esempio è la svastica, che dal simbolo degli adoratori del dio sole si è svuotato di questo significato più antico per riempirsi del significato che gli è stato dato del nazismo. Questo riempimento e svuotamento di significato avviene perché c’è un forte significato psicologico nel simbolo. Infatti, proprio per questa forte correlazione con l’inconscio umano, il simbolo rimane nel tempo come simulacro di significati e viene progressivamente riempito di significati nuovi e svuotato da questi per introdurre degli altri. Per capire questo si può far riferimento alla triade coloristica del rosso, bianco e nero che sono i colori fondamentali di tutta la letteratura fiabesca europea. Questi tre colori, infatti, sono presenti in Biancaneve come personaggio e rappresentano insieme la purezza della ragazza, mentre nelle fiabe di Basile questi colori assumono un significato erotico per i personaggi della fiaba che li vedono.

La performance: l’eroe, dopo aver compiuto le gesta eroiche, si merita il premio che gli era stato promesso. Nell’analizzare l’evoluzione di questa caratteristica della fiaba ci accorgiamo che, partendo da Basile e andando avanti, questa azione che l’eroe deve compiere diventa mano a mano sempre meno inconfessabile. Per esempio, in Corvetto di Basile, si narra la storia di questo re (stupido) che ha un servitore (furbo e corretto) al quale chiede di andare a sterminare una famiglia di orchi del tutto innocenti senza nessun motivo, e il servitore va e uccide tutta la famiglia in maniera del tutto indifferente rispetto all’atrocità che sta compiendo, mettendo quindi in atto un’azione del tutto riprovevole e inconfessabile. Questo insieme ad altri esempi mostra come anticamente l'eroe della fiaba è disposto a compiere azioni che possono essere considerate, sia dai lettori che da egli stesso, assolutamente atroci e inconfessabili. Col passare del tempo, però, le azioni che gli eroi delle fiabe devono commettere manterranno la loro sproporzione, cioè il fatto che si tratti di azioni che vanno oltre la normale forza umana, ma diventeranno azioni nobili di cui l'eroe non si dovrà pentire ma potrà solo andarne fiero. Questo ci fa capire che nel corso del tempo la fiaba ha assunto sempre più un senso morale.

2ª lezione

Giovan Battista Basile (156-1632) è autore barocco e un alto funzionario della corte napoletana (Governatore di Avellino, Trani). Produce diverse opere in italiano e in dialetto napoletano, quest’ultimo usato in un’accademia di Napoli. Si tratta di un dialetto fittizio basato sul dialetto napoletano parlato. La sua opera principale è “Lo conto de li cunti”, opera rimasta indebita e trovata e pubblicata dalla sorella di Basile dopo la morte dell’autore. La prima edizione è divisa in 5 volumi, perché 5 sono le giornate in cui si articola l’opera (che si ispira molto e ha molto in comune e in contrasto con il Decameron) e risulta essere un’edizione molto scorrete in quanto tutti gli errori lasciati da Basile a causa della non rilettura rimangono. Nel 1674 il vescovo Pompeo Sarnelli produce la prima edizione curata dell’opera. Sarnelli rilegge e sana tutte le sviste lasciate da Basile. Inoltre, Sarnelli cambia il titolo in “Il Pentamerone” e in una delle egloghe introduce tre versi composti da lui invece che da Basile. Grazie a questa edizione il Conto de li Conti diventa un’opera conosciuta e tradotta in tutte le lingue europee. Sarà poi Benedetto Croce a tradurre il Cunto de li Cunti in italiano, con la prefazione di Calvino.

La struttura del Cunto: Questo racconto dei racconti è la cornice che fa da sfondo alle 49 novelle (+ il racconto cornice) raccontate nel libro. Già da questo racconto cornice si nota la somiglianza con il Decameron di Boccaccio, anche se l'opera di Boccaccio presenta 101 novelle contro le 50, considerando il racconto cornice, dell'opera di Basile. Inoltre questo racconto cornice genera tutte le altre novelle che vengono raccontate e si distribuiscono lungo le 5 giornate in cui si articola l’opera. Tra una giornata e l'altra non ci sono canzoni come nel Decameron, ma è presente un’egloga, in tutto 4 egloghe, quindi scritte in versi e a differenza delle fiabe esse trattano di temi estremamente reali e lo si può già cogliere dal titolo di ogni egloga:

  • La coppella (è quella coppa utilizzata dagli orafi per fondere l’oro e per lavorarlo ma soprattutto per capire se la lega che stavano lavorando era una lega falsa oppure no. Questo significa che attraverso il passaggio nella coppella si capisce di che lega è fatto un uomo. Questa coppella è quindi una riflessione sulla reale natura delle persone.)
  • La tintura (è il reciproco della coppella. Essa descrive quelle situazioni in cui ci sembra di trovarci di fronte a una persona che vale tantissimo, o una che vale pochissimo, ma se si va a grattare la tintura che ricopre queste persone, si riesce a scoprire la vera natura di quest'ultima.)
  • La stufa (questo è il titolo in dialetto e indica le cose che vengono a noia. È un apologo che parla di come anche la cosa che più si desidera alla lunga ci annoi e induca un senso di malinconia.)
  • L’uncino (è la più pessimista delle egloghe ed indica l'uncino che serve per accettare il secchio giù nel pozzo. Ed è una riflessione su come chiunque di noi abbia un prezzo. L’egloga riflette su come non tutti siano corruttibili con del denaro, ma che chiunque di noi ha un punto debole e che può essere agganciato con un uncino e tirato, quindi corrotto in qualche modo. Quindi l'unica parte importante è capire quale sia veramente l'uncino giusto per arpionare una persona. Inoltre, in quest’egloga Basile si cita dicendo come lui sia uno dei pochissimi funzionari partenopei a non essere mai stato corruttibile con del denaro.)

Il racconto cornice: In Basile tutti i nomi sono nomi parlanti. La fiaba inizia con una principessa di nome Zoza (fondiglio delle botti di olio o vino, fa riferimento a qualcosa di sporco o unto) figlia del re di Vallepelosa. La caratteristica di questa principessa è che non aveva mai riso (il riso fa riferimento a una liberazione dal punto di vista sessuale, un’iniziazione al mondo adulto e alla sessualità, caratteristiche anche delle fate che anch’esse non ridono mai). In pieno stile barocco il re fa costruire sotto la finestra della camera della figlia una fontana ad olio, fatta in modo tale che l’olio fuoriesca e che faccia inciampare tutti i cortigiani che passano. A far ridere Zoza però sarà un’altra vicenda. Una vecchietta passa lì sotto e con una spugna cerca di raccogliere l’olio e metterlo in un orciulo, nel frattempo un paggio che passava lì vicino decide di scagliare una pietra e rompere il vaso con l’olio e subito la vecchia e il paggio iniziano ad insultarsi pesantemente finché la vecchia non mostra i genitali al paggio (come fece la più vecchia delle ninfe con Proserpina che è distrutta per il rapimento di sua figlia) e questo scatena le risa di Zoza (iniziazione alla sessualità completata). La vecchia però si arrabbia e maledice Zoza predicendole che lei si innamorerà di un principe che è sotto incantesimo e che dorme da tempo (il principe di Tadeo=Camporotondo chiamato babbeo) e che per svegliarlo bisognerà riempire di lacrime una brocca posta davanti al luogo in cui riposa questo principe. La principessa vaga per sette anni alla ricerca della tomba del principe e in questo viaggio incontra tre fate che le regalano tre automi che saranno centrali della vicenda. La principessa trova la tomba di Tadeo e inizia a piangere nella brocca davanti alla tomba. Momento però prima di colmare una brocca di lacrime la principessa si addormenta sfinita. In quel momento passa di lì una schiava nera di nome Lucia che capita la situazione, piange poche lacrime dentro la brocca, sveglia il principe e lo sposa. La schiava a questo punto si affretta a farsi mettere incinta e si trasferisce insieme al Principe. Appena Zoza si sveglia capisce la situazione e decide di affittare un palazzo di fronte a quello in cui abitano Lucia e il principe e dalla finestra li spia. Intanto Zoza mette giorno dopo giorno sulla finestra un automa nuovo. Il primo automa canta, il secondo è una gallina con dei pulcini e il terzo, quello più importante di tutti, è un bambino che fila oro. Lucia si accorge ogni volta di questi nuovi automi e obbliga il marito, pena l’aborto, di andare a comprare questi automi. Il marito si reca da Zoza e puntualmente la principessa gli regala gli automi che vuole. L’ultima automa, quello che fila oro, è la metafora dello scrittore. In quanto lo scrittore è colui che fila storie e racconti, infatti, questa automa metterà a Lucia una voglia disperata di ascoltare racconti. Taddeo allora convoca a palazzo 10 popolane, che sono ognuna la rappresentazione di una verità o di un qualcosa che deve uscire all’esterno ma che per il momento è trattenuto dentro il corpo, a raccontare storie a sua moglie. Si scoprirà poi più avanti che le 10 popolane sono in realtà streghe che stanno accompagnando Lucia verso l’aborto. Giorno dopo giorno vengono narrate 10 racconti e un’egloga, fino all’ultimo giorno quando l’ultima novellatrice si sente male e il suo posto viene preso da Zoza che racconta la sua storia e Taddeo finalmente capisce l’imbroglio e fa seppellire Lucia viva e sposa Zoza. In questo caso il figlio sembra come scomparso perché egli non era che la rappresentazione del Cunto stesso che doveva nascere, e terminato il racconto di Zoza il Cunto è completo e nato e Tadeo è libero dalle minacce di aborto di Lucia.

La figura di Ciommetella Tignosa: È una figura centrale della narrazione perché racconta sempre la nuova fiaba. La prima che racconta è “La cerva fatata” (quella del cuore di drago e della regina che non può avere figli, dei due figli della regina e della popolana assolutamente identici, e del rapimento di uno dei figli da parte di un orco che si trasforma in una cerva bianca per catturare le sue vittime). Questa fiaba rappresenta sia il cunto in sé, ossia una fiaba gravida che figlia altre fiabe. Un’altra storia importante è il “Catenaccio” ossia la riscrittura di Amore e Psiche e presenta la caratteristica di quello che Bettelheim chiama lo sposo animale, ed è anche presente la tricromia del rosso, bianco e nero (un corvo morto su una tomba in marmo che fa nascere nel protagonista un desiderio sessuale e mette in atto la ricerca dell’amata). E infine “I tre cedri” che è la fiaba che smaschererà definitivamente Lucia. Basile, interpretando la decima novella del decimo giorno del Decameron (la novella di Griselda e Gualtieri, lui nobile lei popolana, lui vuole capire se lei lo ama davvero) scrive tre novelle tutte raccontate da Ciommetella Tignosa. Infatti, il personaggio di Gualtieri si ritrova nel figlio del re nella fiaba dei tre cedri, anch’egli assolutamente indifferente al trovare una moglie ma che viene poi mosso al desiderio da un evento che mostra la classica tricromia coloristica del rosso (sangue del re), bianco (una ricotta che il re sta tagliando) e nero (dei corvi che il re si era distratto a guardare e che lo portano a tagliarsi un po’il dito).

La vecchia scorticata: Questa fiaba presenta un'analogia con il racconto cornice e nello specifico con la figura di Zoza. Infatti, quando una delle vecchie viene lanciata dalla finestra e cade su un fico l’indomani mattina passano sotto quell'albero tre fate che come Zoza non avevano mai riso. E vedendo questa vecchia penzolare dall'albero si misero così tanto a ridere che decisero di regalarle qualunque cosa lei volesse. Infatti, le permette di tornare giovane, bella e anche di nobile aspetto e vestita con abiti regali: una vera regina. Le tre fate quindi come Zoza non aveva ancora mai affrontato una liberazione di tipo sessuale rappresentata dal fatto di non aver mai ancora riso.

3ª lezione

Il lavoro di Basile sulla fiaba:

La figura dell’orco civile: Basile mantiene la caratteristica principale degli orchi, ossia quella di mangiare altri esseri umani (in quanto per la comunità degli orchi è considerato qualcosa di normale come per noi mangiare carne di altri animali) stravolgendo però altre caratteristiche della figura dell’orco. Basile, infatti, conferisce alla figura dell'orco caratteristiche più civili e che quindi in qualche modo più l'avvicinano al modo umano di intendere la società e la civiltà. La figura dell'orco è così importante per Basile che decide di aprire la sua raccolta di fiabe con un racconto intitolato "Il racconto dell’orco” (un racconto in cui un ragazzo cacciato di casa per troppa stupidità va a vivere da un orco che gli insegna come vivere in un mondo che comunque è crudele e pieno di persone pronte a tuffarti e di cui non bisogna soprattutto mai fidarsi. Un altro personaggio della fiaba, infatti, è il locandiere che truffa di continuo il ragazzo e gli sottrae tutti gli oggetti magici dati gli.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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