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ESTRATTO DOCUMENTO

La Marchetti sottolinea la possibilità di costruire reticolati.

RIMANDI INTERNI

Esempio: la *108 anticipa la *109 nella quale Seneca risponde ad una domanda di Lucilio (“tu vuoi sapere

se un saggio può essere utile ad un altro saggio”), mentre nella *108 fa un discorso sull’avidità di sapere e

sul come controllarla: la *109 è la risposta alla questio di Lucilio sull’amicizia tra sapienti.

Blocco *53 - *57: lettere scritte durante un viaggio a Pozzuoli, sono lettere di viaggio.

L’incipit della *57 torna al punto di partenza della *53  ring composition.

CONTENUTI

Sono impossibili da delineare, la varietas è straordinaria, ed inoltre alcune lettere sono difficili da etichettare.

In generale le lettere sono concepite come una direzione spirituale verso la saggezza per il discepolo Lucilio:

egli infatti è immaginato partire (o parte nella realtà) come un neofita.

Forse Lucilio è un amico epicureo di Seneca che va convertito allo stoicismo: pesa su questo il destinatario

del De Rerum Natura, con Lucrezio che deve educare Memmio sull’epicureismo.

L’impressione di Lucilio epicureo in realtà non tiene più, e dal punto di vista storico Lucilio è citato solo da

Seneca.

Sappiamo che faceva carriera politica e che era stato governatore in Sicilia per un certo tempo, per quanto

riguarda l’età invece a volte sembra sia coetaneo di Seneca, altre molto giovane.

È una figura evanescente che aumenta le ipotesi riguardanti l’epistolario fittizio.

L’iter è di due tipi, due aspetti molto legati ma non coincidenti:

• da un lato abbiamo la direzione spirituale – esistenziale che serve anche dal punto di vista psicologico,

per affrontare il vivere

• dall’altro abbiamo una strada dottrinale ispirata allo stoicismo.

Parlare di direzione spirituale non è anacronistico per le filosofie ellenistiche, infatti lo studioso Pierre Hadot

ha studiato come fosse già diffuso lo studio della filosofia nel campo dell’esercizio spirituale, applicato per la

cura dell’anima.

L’aspetto che rende le epistole ancora così moderne è che questo progresso spirituale coinvolge anche la

figura del maestro.

Lucilio è presentato come un proficiens  nell’epistola *75 presenta infatti 5 classi di proficientes: Seneca è

un po’più avanti nel viaggio ma non è ancora arrivato alla fine: sembra quasi un amico che aiuta.

A seconda dei due iter, Seneca alterna livelli linguistici:

• 1° livello – direzione spirituale: admonitio (admonere, insegnare, consigliare)

• 2° livello – direzione dottrinale: disputatio, stile tecnico.

Non in realtà una dicotomia rigida, i salti stilistici sono ben modulati.

L’iter si realizza anche nella composizione delle lettere: grossomodo le lettere più brevi e blande sono

all’inizio e le più lunghe e complesse alla fine: le lettere *94 e *95 per esempio sono quasi trattati filosofici.

STOICISMO

Le lettere hanno un background stoico, ma non si tratta di una ripetizione.

Secondo il filosofo Inwood si tratta di un aggiornamento dello stoicismo antico, influenzato da altri sistemi

filosofici e dai nuovi fatti storici.

È caduta infatti l’etichetta di eclettismo per la filosofia di questo periodo, si sono infatti visti sempre più

contatti con sistemi e scuole diverse.

Si parla invece di strategie e riappropriazione, cioè trasferire nel proprio sistema filosofico altri spunti

stravolgendo i significati originali.

Seneca sarebbe un caso tipico di assimilazione strategica di elementi legati al platonismo e all’aristotelismo.

TEMI DI BASE DELL’EPISTOLARIO

• Grande protagonista è la virtus, bene morale ed etico, quasi personificata in alcune epistole.

.

• Il bene morale ed il suo contrario, il vitium, morte morale: essi sono i due poli dell’universo senecano.

.

• In mezzo ai due estremi poi vi è la grande massa degli indifferentia , gli indifferenti, per esempio il denaro

è valutato in base all’uso che se ne fa e può corrompere il bene morale, oppure la salute che di solito è un

bene, ma se la si perde non ci si bisogna disperare perché si mantiene il bene interiore legato alla virtus.

.

• Anche la morte per esempio è un un indifferentia: se si muore “bene” si può lasciare una testimonianza

per i posteri.

.

• Lo stoicismo vede il tutto sempre in funzione di un’autosufficienza legata alla libertà interiore.

.

• Lo stoicismo inoltre prevede il , cioè la ragione, come il massimo ideale, e ragiona per paradossi: se

hai poco ma hai virtus, hai tutto: il resto sono cose che non appartengono all’uomo.

.

• Questa battaglia parte dalla conversione, vedere le cose in modo nuovo: quando accetti il destino che ti

capita, attraverso il principio di razionalità, sei più forte del destino stesso.

.

• Lo stoico accetta il mondo come un fatto che nel suo insieme è formato da una catena reazionaria tra cicli

cosmici che iniziano e finiscono: il peggio, ma anche il meglio che può capitare è “cum universo rapi”,

cioè essere rapiti con l’universo.

.

• È l’accettazione totale del destino  abbracciare il fato, l’uomo è come dio  il  prevede la

dissoluzione e il ricominciare.

.

• Altro tema importante è l’emergere del “self”, dell’io interiore.

.

• Un altro è la riflessione sul tempo, affrontata negli anni prima nel De Brevitate Vitae: il tempo è visto

come uno spazio dell’uomo.

.

• Vi è una grande riflessione sulla memoria.

NATURA FITTIZIA O VERACE DELL’EPISTOLARIO

Già da tempo si era pensato che le epistole fossero lezioni di Seneca sotto forma di epistola, nel duemila si

era visto Lucilio come un autoritratto simbolico di Seneca.

La critica italiana è stata sempre più pragmatica: epistolario reale, già pensato per essere pubblicato.

Questa è la posizione di Italo Lana, Paolo Cugusi…

Si può dire a Lucilio ci sia un altro destinatario, che sono i posteri  epistola *21 (par. 5), speranza di gloria

futura

Epistola 22 (par. 2): “consigli simili non si danno solo agli assenti (Lucilio) ma anche ai posteri”  epistolario

concepito per la pubblicazione.

Il titolo Epstules Morales è molto antico.

FONTI E MODELLI

4 più possibili ed importanti:

• Orazio  libri di epistole in esametri, 20 a.C., sono trattati poetici: il primo Ad Amicis è il riferimento.

• Cicerone  è uno degli epistolari più notevoli della letteratura antica, sono circa 900 lettere, sia le sue che

quelle degli interlocutori. È diviso in libri intitolati a seconda del destinatario: 16 libri ad Attico, 16 ai

familiares (parenti ed amici più stretti), 3 al fratello Quinto ed uno all’amico Bruto: si pensa che il

modello per Seneca sia quello ad Attico.

• Epicuro  abbiamo 3 lettere complete autentiche, specificatamente dottrinali, sono cioè lezioni di

filosofia rivolte a: Erodoto, argomenti di fisica, Pitocle, argomento logico e problema della conoscenza, a

Meneceo, argomenti di etica, morale, ed è in particolare questa che fa da modello per Seneca.

• Platone  ci sono arrivate 13 lettere, di cui quelle autentiche sembrano essere solo la *6, *7 e *8.

Il modello ciceroniano ed epicureo sono quelli più importanti per Seneca.

EPICURO

Tecnicamente è un avversario per Seneca, che recepisce infatti questa loro differenza dottrinale, soprattutto

per l’atteggiamento verso la virtù.

Nell’opera di Seneca Epicuro gioca il ruolo di modello, stupisce infatti che soprattutto nei primi 3 libri molte

lettere di Seneca finiscono con la citazione di una massima di Epicuro (a cui allude con termini che le fanno

sembrare il dono che si accompagna alla lettera  usanza tipica dei Saturnali  anche Marziale, che scrive

epigrammi i quali sono descrizioni-indovinelli degli oggetti che venivano regalati: questo gioco letterario è

molto simile a quello di Seneca).

Questo fatto di Epicuro potrebbe essere connesso al fatto che si pensa che forse Lucilio fosse un epicureo, e

che quindi fosse quindi un modo per “non spaventare il destinatario”  questa tesi sembra però inventata, non

abbiamo infatti dati sull’appartenenza epicurea di Lucilio, la sua infatti sembra una conversione alla vita

filosofica, ma non da una dottrina all’altra.

Questa piuttosto è una strategia letteraria, che usa anche nei confronti dei platonici, di riappropriazione di

certe tesi che vengono piegate al dogma dello stoicismo.

In effetti le massime di Epicuro non sconvolgono il quadro dello stoicismo, ma sono sentenze, massime,

proverbi  Seneca gioca molto con questa sua possibilità di andare in campo avversario, in una lettera dice

appunto che va a prendere il dono di oggi nel campo avversario, ma non come un disertore, ma come un

esploratore  prende le cose utili e le porta nel suo campo.

L’uso di Epicuro è quindi estremamente strategico:

• grande apertura mentale, messaggio che può arrivare a tutti

• brivido della cosa non vietata ma alternativa e quindi sorprendente, che dà un’attrattività in più.

Non si pensa poi ad un uso diretto delle opere di Epicuro, ma sembra che qui Seneca si sia servito di raccolte

di sentenze epicuree che già circolavano  probabilmente non era più del tutto originale come materiale.

Epicuro svolge altre due funzioni:

• È il filosofo che forse più di altri possiamo definire il filosofo dell’amicizia: la sua filosofia attribuisce un

significato fondamentale all’amicizia, che diventa un sodalizio filosofico: il Giardino era proprio una

comunità di amici (ammesse anche le donne), e questa caratteristica si era diffusa a tutti gli altri circoli

epicurei.

Proprio questo tema ha inciso molto su Seneca nella sua amicizia nei confronti di Lucilio, che era in certi

sensi epicurea: i due camminano insieme sulla via del bene, non sono maestro e allievo ma due amici che

si sostengono.

L’epistolario di Epicuro ha quindi funzionato come stimolo e modello per un epistolario di amicizia.

.

• Epicuro è poi anche un modello ideologico importante: un modello di giustificazione per il ritiro dalla

vita politica.

Seneca è stato un politico e filosofo militante per buona parte della sua vita: quando scrive le epistole si è

ritirato e dal punto di vista psicologico questa è una cesura importantissima  questo ritiro quasi forzato è

infatti per lui pesante da giustificare, soprattutto ideologicamente.

Come soluzione quindi da una parte si proporne non più come maestro di un singolo, ma come maestro di

tutta l’umanità, ma sembra anche avvicinarsi ad Epicuro che proclama la superiorità della vita nascosta

(λαθε βιοσας)  è un modello filosoficamente controverso, che però funge da fortissimo richiamo per

Seneca in questa ultima fase della sua vita.

CICERONE

LETTERA *118 [ paragrafo 1]

• Sempre metafora economica.

• 

Cicero vir dissertissimus che sa parlare molto bene.

• Citazione di epistola ad Attico di Cicerone.

• Bucca: linguaggio colloquiale, linguaggio alto: os,oris.

Seneca fa il verso alle questioni che riempiono le lettere ciceroniane, questioni estremamente quotidiane e

politiche  Seneca sente questi temi come superflui, li archivia dicendo che Cicerone scriveva ogni cosa che

gli veniva in mente, solo pettegolezzi  “è meglio occuparsi dei propri mali, che di quelli altrui”, dice Seneca:

non vuole che nel loro epistolario ci siano argomenti che non riguardino la propria anima, la cura dei propri

mali: escluso l’esterno.

Cicerone nel suo epistolario mette in scena se stesso che agisce nella politica romana dei suoi anni, si

rappresenta in azioni nel mondo esterno, Seneca invece cerca la rappresentazione dei movimenti interiori 

volontà di distinguersi da Cicerone.

C’è pero anche una grande emulatio, quasi un rapporto di gara con Cicerone, dal quale dipende soprattutto

come scelta di scrivere un corpus di lettere ad un unico destinatario  modello le epistole Ad Atticum,

l’amico, come anche quello al fratello e a Bruto, filosofo stoico.

Il tono di affetto, di amicizia che si sente nell’epistolario ciceroniano compare anche in quello di S.

L’idea inoltre di conferire immortalità all’amico, come Cicerone a fatto con Attico e come ha fatto Epicuro

con Idomeneo  questa volontà compare nella lettera *21, [paragrafi 3 – 5].

Cicerone funziona dunque come modello di genere, il suo epistolario si è infatti affermando come modello di

genere.

Genere epistolografico: l’appartenenza a questo genere dell’opera di S risulta una sorta di patto col pubblico

 possibilità di essere capito e di far capire la propria creatività: il pubblico riconosce le finezze dove il

genere viene rielaborato, ma proprio perché è abituato al codice del genere stesso.

GENERE EPISTOLARE

Testimonianza antica di tipo teorico sul genere epistolografico.

Trattato di Demetrio, autore greco, “Sullo stile” - “De elocutione” - “περί ηρμενειας”, si sa poco, lo si data

intorno al III a.C. o I d.C., nel periodo comunque non posteriore all’età senecana.

È una delle poche testimonianze di tipo teorico sullo stile epistolare, doveva circolare nelle scuole.

È un trattato che si occupa dell’aspetto della composizione stilistica dell’opera.

È molto simile al “Sublime”, sono infatti trattati forse dello stesso periodo (I d.C.).

Il tratto di Demetrio presenta una classificazione degli stili che però è quadripartita: nell’antichità il modello

maggioritario per la classificazione era invece tripartito: stile grande, medio e umile, ed all’interno di questi

si collocavano i vari generi letterari.

Demetrio è l’unico a presentare 4 tipologie: due opposti, lo stile grande da una parte e dall’altra lo stile

arido, scarno, o semplice.

Tra questi due poli opposti ci sono altri due stili: lo stile potente, o terribile, più vicino allo stile grande, e lo

stile elegante, fiorito, aggraziato, più vicino allo stile semplice.

Demetrio sembra innovare la tripartizione, cioè diventano veri e propri stili due caratteristiche che nella

visione tradizionale erano delle qualità dello stile alto e dello stile umile.

Quindi entra l’idea di una pluralità di generi misti, perché Demetrio nelle pagine introduttive dà uno spettro

delle combinazioni che si possono avere mischiando tra loro questi stili  per lui tuti e quattro si possono

fondere, in modo che alla fine si ottiene una tavolozza di stili differenti, per esempio stile elegante + scarno,

elegante + potente.

Nel trattato passa ad esaminare ogni stile e per ognuno fa degli esempi: il genere epistolare è compreso nella

trattazione dello stile semplice, ma con contaminazione con lo stile elegante  unica testimonianza antica che

abbiamo di una trattazione dello stile epistolare in quanto tale.

[Scheda su Ariel punto B]

Abbiamo una testimonianza di Quintiliano, che fa riferimento a una teorizzazione anche della

corrispondenza epistolare  ci dovevano quindi essere diverse trattazioni sullo stile epistolare, ma Demetrio è

l’unica testimonianza estesa che ci è arrivata.

Altri accenni allo scritto epistolare si trovano negli scrittori che effettivamente hanno scritto epistole,

(Seneca).

Esistono altri due esempi che si avvicinano al manuale di Demetrio: sempre in greco, di un altro Demetrio (ci

sono dubbi anche sul nome), “Tipi di epistole”, II-I a.C., che però è più che altro una antologia di 21 lettere

classificate secondo tipologie diverse, poi abbiamo un’antologia di Libanio o di Proclo, 41 modelli di stile

epistolare.

[Scheda Ariel] Demetrio

Lo stile epistolare,

Artemome: alcuni lo identificano con un grammatico greco di Cassandreia del II a.C., comunque ha lavorato

alle lettere di Aristotele, benché non ci sia arrivato un suo epistolario fatto e finito ma solo frammenti

indiretti.

Demetrio è fin da subito un po’ polemico nei suoi confronti: quello che ha detto è vero ma solo in parte, la

lettera infatti deve essere più formale del dialogo  polemica strutturale, vi erano correnti che assimilavano di

più la lettera al sermo, al dialogo, tratto quindi della mimesis, la lettera imita il dialogo, mentre invece

Demetrio segue una teoria che stacca la lettera dal dialogo e ne costituisce una forma non mimetica ma

confezionata, “scritta per essere inviata come una specie di dono”  la lettera si avvicina allo stile elegante, è

una rielaborazione artistica, la scrittura funge anche da ornamento, espressione, non è semplicemente un

modo per comunicare.

Cit. lettera di Aristotele ad Antiprato, re di Babilonia  una delle lettere attribuite ad Aristotele che Artemide

deve aver pubblicato  non si deve confondere dialogo con lettere, e Demetrio lo dice usando proprio un

esempio preso da Aristotele.

Per esempio non si addicono alle epistole le interruzioni frequenti del dialogo.

Definizione importante: “scrivendo una lettera ciascuno disegna quasi un’immagine della propria anima

πσυχηs)”

(εικον  questa concezione la ritroviamo anche nelle lettere di Seneca.

Demetrio è molto importante per la teoria degli stili e nel suo stile semplice dà una teorizzazione unica dello

stile epistolare.

È un genere che richiede la brevitas (centrale nelle lettere ma non in altri generi come l’epica), prerogativa

dell’efficacia comunicativa.

In alcuni casi le lettere di Seneca (es. *58 - *55 - *94 - *95 - *118) sono mini trattati e la lettera diventa un

pretesto per fare una lezione di filosofie  queste lettere vengono definite lettere dottrinali, ossia lettere che

escono dal genere normale che appunto puntava alla brevitas.

Seneca sa di camminare su un terreno delicato perché deve mantenere l’equilibrio tra lettere personali e

dottrinali  l’epistolario non è vario solo negli argomenti ma anche nel genere letterario, Seneca ha fatto delle

scelte consapevoli quando Lucilio ha fatto dei progressi nel suo cammino  devia rispetto ad un codice.

La struttura frastica (sintassi) non è compatta e si ricollega alla affermazione di Quintiliano (institutio

oratoria), la struttura sarà cioè paratattica con tante coordinate, nominali con il verbo sottinteso.

La comunicazione deve essere diretta altrimenti si cade nel ridicolo.

La recusatio è un espediente che Seneca userà spesso soprattutto quando Lucilio gli chiederà di affrontare

questioni tecniche dello stoicismo, rimandando il più possibile perché non è un tema adatto alla lettera;

Seneca lo sa e prepara Lucilio per quando ne parlerà ma scusandosi continuamente.

Per quanto riguarda i proverbi che Seneca inserisce, compare soprattutto nelle prime lettere che sono quelle

che obbediscono al genere letterario per creare un vero epistolario e poi pubblicarlo, ma lo stoico è aperto di

mente può quindi prendere tutto dal patrimonio comune, anche se sono frasi epicuree.

Plinio il Giovane scrive un epistolario e in X libri tratta le lettere ufficiali che scrisse a Traiano: nel genere

epistolare esiste un genere a lato che è quello cancelleresco e sotto Demetrio questo non esisteva perché non

esisteva la burocrazia dell’impero; di Seneca non abbiamo lettere ufficiali anche se scrisse molte negli anni

in politica  utili per costruire la personalità “positiva di Nerone”.

Sappiamo per esempio che Seneca scriveva i discorsi di Nerone in senato (es. orazione per giustificare il

matricidio del 59 che rompe definitivamente i rapporti con il Senato, cosa che gli antichi non hanno mai

perdonato a Seneca  filone estremamente ostili a Seneca nei secoli).

[scheda Ariel]

Brano di Quintiliano : la sintassi deve reggere il pensiero, quando si argomenta non deve esserci

spontaneità.

Piedi: unità ritmiche che ci sono anche nella prosa Senecana per creare una musicalità nella lettera.

EPISTOLA *75

Idea di Seneca su come si scrive una lettera, negli altri paragrafi divide i gruppi dei proficentes = allievi,

parola che Seneca usa per definire se stesso e Lucilio  influenza dello stoicismo di mezzo, il saggio è un

ideale portante, ma si approfondisce la figura di chi è ancora in cammino e non arriverà mai alla fine, ma ha

bisogno di una morale dei doveri, e di una difficile mediazione tra relativismo e assolutismo  il De Officis di

Cicerone riprende il trattato di Panezio e Seneca con questa lettera riprende proprio questo filosofo.

[1]

Ti lamenti che ti arrivano da me lettere meno curate.

Infatti chi parla con ricercatezza, se non chi vuole parlare con pedanteria?

Io voglio che le mie lettere, che non hanno nulla di ricercato né di studiato,

siano tali quali sarebbe il mio parlare, se sedessimo o camminassimo

insieme.

• Minus…accuratas : comparativo assoluto quindi si traduce meno ricercato in senso assoluto = lettere

stilisticamente poco raffinate.

• Enim

: lo faccio apposta  scrive di proposito lettere meno curate per suscitare la lamentela

• Putide : letteralmente significa marcio (troppo maturo) ma già in Cicerone prende il significato di molto

ricercato, elaborato e troppo carico (es. sapore forte che diventa sgradevole / donna truccata in modo

troppo pesante da diventare brutta).

L’artificio è troppo e risulta brutto.

.

• Qualis…tales : similitudine, le lettere devono suonare come i discorsi a quattr’occhi come una

conversazione senza labor.

• Accersitum  accerso,accersere, verbo della convocazione forzata per rimproverare un sottoposto, senso

traslato sono le parole strappate fuori a forza  immagine molto forte.

.

• Fictum : è qualcosa di plasmato apposta e qui segue Artemone, Seneca non vede differenze tra dialogo e

lettera perché la lettera fa presente l’amico assente.

Gli interessa la presenza amicale e ha un bisogno affettivo di Lucilio, Seneca ha pochi amici in questo

periodo perché è confinato in casa  desidera avere un amico accanto e questo condiziona il suo

approccio.

[2]

Se fosse possibile, ciò che penso, preferirei mostrarlo piuttosto che dirlo.

Anche se parlassi in pubblico, non batterei il piede né gesticolerei né

alzerei la voce, ma queste cose le avrei lasciate agli oratori, soddisfatto se

quel che penso ti fosse arrivato senza retorica e senza sciatteria.

• Mallem

: congiuntivo imperfetto di malo, composto da magis + volo = volere di più = preferire, è una

interrogativa indiretta, Seneca vorrebbe mostragli l’animo per mostrare ciò che sente.

Rifiuto non solo dello stile dell’epistola ma anche linguistica, Seneca nega paradossalmente l’esistenza

stessa della lettera creando un eikon psyches.

.

• Continua con periodi ipotetici irreali, disputarem: lezione di scuola, se Seneca facesse lezione lui non

batterebbe il piede (darsi il tempo per le clausule, un oratore doveva avere una grande forma fisica,

l’oratore doveva essere come un attore per la tecnica corporea) né gesticolerebbe e non alzerebbe la voce

(tusculane disputationes = lezioni di filosofia di Cicerone) ma lascerebbe prima della lezione questi

trucchetti agli oratori che devono convincere.

.

• Contento di = contentus + gerundivo ma Seneca usa l’infinitiva o aggettivo + infinito, exornare: ricoprire

e farsi bella (verbo della cosmesi) ma neppure abici: buttare lì a caso (abietto ha un significato morale per

qualcosa di buttato lì senza valore) i sensus sono cosa preziose, non vuole truccare i suoi sentimenti ma

non vuole darli a caso  sono preziosi e sinceri.

Aldo Setaioli ha annoverato questo passo e quest’uso del piuccheperfetto all’interno di ciò che lui chiama

sermo quotidianus.

È un elenco ragionato di quei fenomeni che rivelano uno stadio dello sviluppo della lingua sicuramente post

classico, dotati pertanto di una minore compattezza rispetto alla prosa classica ciceroniana.

Questo è un aspetto innovativo anche rispetto a quella che era la considerazione di Seneca anche solo di

qualche decennio fa.

Per questo dunque lo scambio tra indicativo piuccheperfetto e perfetto (e congiuntivo) indica uno sviluppo

del latino che sarà un tratto tipico del latino post-classico.

Qui si traduce il piuccheperfetto senza un senso di anteriorità in quanto appunto viene utilizzato con questa

considerazione.

[3]

Questo soltanto vorrei dimostrarti chiaramente, e cioè che io sento dentro

(probo, concepisco dentro di me) tutte quelle cose che io dico, non soltanto

le sento, ma le amo.

Gli uomini baciano in un modo l’amante, in un altro i figli, e tuttavia

anche in questo abbraccio, tanto santo e moderato, l’affetto appare a

sufficienza.

Per Ercole (certamente, esclamazione), non voglio che siano digiune e

aride le parole che si diranno a proposito di argomenti tanto grandi.

Né infatti la filosofia rinuncia alla brillantezza dell’ingegno.

Ma tuttavia non occorre che venga spesa molta energia nelle parole.

• Plane : chiaramente, in maniera diretta.

• Tipi adprobare : far approvare a te, quindi dimostrarti, valore causativo di abprobo.

• Sentire : insistenza con cui usa il verbo sentio, il sentire: è un verbo della percezione sensoriale ma qui è

usato nella percezione dell’ animus : c’è un uomo esteriore che ha 5 sensi, ma si pensa l’uomo anche

dotato di un animus che ha 5 sensi interiori, c’è una vista, un sentire interiore.

.

• Amare : trasporto emotivo che si pone come codice di comunicazione tra lui e Lucilio ma anche come

modalità del pensiero filosofico, dell’insegnamento.

Non c’è solo coerenza tra parole e pensieri, ma anche il pensiero non rimane solo razionale, solo logico,

ma coinvolte anche una parte di te che è quella dell’affettività.

Usa una parola, amare, davanti alla quale gli stoici ortodossi avrebbero storto il naso, perché l’amore

rientra tra le passioni dell’anima che il saggio non può accettare.

Questa è una delle libertà che Seneca si prende rispetto all’ortodossia molto precisa dello stoicismo,

questo ai fini di far capire a Lucilio quanto sia coinvolto in quello che dice.

.

• Adfectus : parola con cui si traduce pathos, la passione in greco.

Platone aveva proposto di tradurla in vari modi, tra cui adfectio, perturbatio, passio, Seneca preferisce

adfectus e spiega il perché in più passi, ossia perché passio rimanda a patior, soffrire, e mette l’accento su

qualcosa di passivo, mentre adficio è un verbo che significa, nel gergo medico, infettare, attaccarsi a,

corrompere, quindi avere un effetto su qualcuno: a Seneca piace questa immagine medica (ricorso al

linguaggio della medicina costante in Seneca: aveva diversi amici medici e fin da piccolo aveva una

salute cagionevole.

Medico visto quasi come un assistente spirituale, qualcuno che ti cura il corpo ma con cui imposti un

discorso più filosofico, sull’animo).

Adfectus qui è usato, una delle poche volte, in senso positivo: non come passione che va estirpata, ma

come sentimento positivo, l’amore del genitore, ma anche l’amore che lui mette nell’educare Lucilio.

Sullo sfondo il rapporto tra Seneca e Lucilio si configura come un rapporto padre figlio (in questo passo

Lucilio sembra quindi molto più giovane di Seneca).

Lucilio criticava dicendo che Seneca gli stava mandando lettere meno curate nello stile: Seneca con foga gli

dice che non cerca lo stile perché ogni operazione stilistica andrebbe a scapito dell’immediatezza, che è per

lui il valore più alto: nulla si deve frapporre tra il suo animo e l’amico, già la parola stessa gli pare fin troppo

poco immediata.

Però poi affronta il problema opposto, cioè che non vuole neanche che queste sue parole siano aride e

digiune, cioè scarne  non vuole neanche uno stile eccessivamente disadorno, piatto (infatti nella teoria

stilistica di Demetrio lo stile epistolare non è arido, è semplice ma fiorito), questo perché anche la filosofia

rivendica il suo diritto a ricorrere all’ingenium.

.

• Ingenio : parola difficilissima da tradurre.

Nel conteso retorico letterario si riporta l’opposizione tra ingenium e ars , secondo cui l’ingenium sarebbe

il dono naturale, l’ars la tecnica, che serve a disciplinare l’ingenium e a indirizzarlo.

Qui è traducibile con la capacità di parlare in modo brillante, la brillantezza del discorso.

La filosofia quindi non rinuncia al talento nel parlare.

• Non oportet : verbo impersonale, non è opportuno, soggetto rappresentato dall’infinitiva con il verbo al

passivo inpendi, spendere.

Riassumendo, lo stile non importa al filosofo, specie nello stile epistolare dove non si ricercano filtri, ma

trattandosi di temi così importanti non possiamo pensare che le nostre parole siano scarne, altrimenti

verrebbero buttate via: sono l’unica cosa che si ha per tradurre quel sentio che si ha dentro, non possiamo

quindi mortificare il nostro stile.

Non sarà una ricerca dettata dalla ars retorica, ma scaturita dalla propria indole, dal proprio ingenium, quello

che tu senti dentro.

 Visione rivoluzionaria e libera, nel mondo romano, mondo della parola costruita, retoricamente modellata,

che aveva fatto il centro di ogni tipo di comunicazione alta.

È uno schiaffo molto pesante alla tradizione romana della retorica, che permeava ogni aspetto della vita della

classe alta, cioè la potenza della parola.

Lui propone di mettere al centro invece le cose e ancora di più il sensus, ciò che tu pensi.

[4]

Questa sia la somma del nostro proposito: parliamo di ciò che sentiamo, e

sentiamo ciò che diciamo: il nostro parlare concordi con la nostra vita.

Quel maestro (uomo, filosofo) ha adempiuto a ciò che ha promesso, che è

identico sia quando lo vedi che quando lo senti.

Vedremo quale sia (di quale pasta sia), quanto sia (di che grandezza sia)

uno solo?

• Quod…sentiamus : chiasmo e parallelismo: parallelismo delle relative, quod + indicativo + congiuntivo

esortativo, quod +...

Invece chiamo guardando il significato.

 Grande cura nella costruzione del periodo, educazione retorica, Seneca è figlio del periodo di massima

fioritura delle Declamationes, discorsi di argomento vario con tanti preziosismi, giri di parole retorici, uso

esagerato delle figure retoriche...: questo però sempre diretto allo scopo dell’insegnamento morale.

.

• Concordet : radice etimologia cor,cordis cuore, “abbiano lo stesso cuore”  lo dice con il chiasmo e con il

parallelismo perfetto, esprime con la sua scrittura quello che dice, Lucilio può vedere la concordanza

sulla pagina stessa.

Altro modo per esplicitare la concordia di vita e parlare.

Importanza della costantia, della coerenza dell’individuo con se stesso, un’opera di Seneca si chiama proprio

“La costanza del saggio”, ideale a cui si deve arrivare.

.

• Qualis – quantus: uso tipicamente latino di due pronomi interrogativi, aspetto della qualità e della

quantità (qualis: di che qualità sia, quantus: quanto grande.).

Immagine che rimanda a quando si stabiliva il prezzo di schiavi o bestiame al mercato: è l’apprezzamento

in questo caso dell’uomo, una sorta di esame, di fronte a qualcuno che si pone come maestro, recettore di

vita.

Seneca invita Lucilio ad analizzare bene l’animo di una persona.

[5]

Le nostre parole non siano piacevoli (non rallegrino), ma giovino.

Se tuttavia una forma di eloquenza può capitare senza eccessiva

ricercatezza, se o è a disposizione (dotato naturalmente o per una

formazione retorica) o è presente con poco (senza fatica), ben venga, e

venga dietro (esprima) a argomenti che sono i più belli di tutti: sia tale

(quest’eloquenza) da mostrare le cose (gli argomenti) piuttosto che se

stessa.

Le altre arti, in tutto si rivolgono all’ingenium (qui il talento, intelletto,

quell’aspetto dell’animus che è coinvolto nella produzione intellettuale),

qui si tratta (si svolge) dell’interesse (termine economico) dell’animo.

• Delectent – prosint: lo scopo di chi parla come filosofo è giovare, prodesse, quello della poesia delectare,

dell’oratoria persuadere, ma anche docere e delectare.

Va bene poi muovere gli affetti, ma questo venga come conseguenza di un movimento che nasce

dall’animo, non dagli artifici della retorica.

• Res : se c’è anche una capacità di parlare in maniera positiva ben venga, ma tenga dietro alle res : non

viceversa;

• Ostendat : riprende il verbo ostendat del [paragrafo 2].

• Artes : arti liberali

• Non sollicito : avverbio in –o, interessante perché solitamente nel linguaggio morale senecano va a

definire un atteggiamento scorretto relativo ai valori stoici delle adiafora (indifferentia).

Successivamente, nello stoicismo, per una più ampia concessione alle sfumature le adiafora si dividono in

due categorie: le adiafora preferibili (es. una buona moglie, avere dei figli…) e quelle non preferibili;

bisogna tuttavia mantenere un ottimo equilibrio, poiché anche le indifferentia preferibili devono essere

tenute sotto controllo e cioè non trattate con sollecitudine. Dunque trovare qua la parola sollicito sembra

marcare l’eloquenza come indifferens, come un valore relativo preferibile.

.

Introduce la distinzione tra ingenium, attività intellettiva, e anima come aspetto morale: sono due aspetti

dell’esercizio della ragione.

Uno ci porta a produrre pensieri, opere, scritti, a lavorare con la nostra testa, l’altro è l’aspetto morale, la

filosofia è l’ars vitae, nel senso più globale, ci insegna a vivere, a comportarci.

[6]

Anche nelle altre arti in fondo l’eloquenza è una delle ultime cose a cui noi

badiamo, il malato non cerca un medico eloquente ma se capita che lo

stesso che può sanarlo sappia anche parlare in maniera forbita di quei

rimedi che sono da attuare, lo prenderà per buono.

[7]

Perché solletichi le mie orecchie?

Perché le diletti?

Si tratta di ben altro: devo essere cauterizzato, operato, messo a dieta.

A questo sei adibito (questo è il tuo compito): devi curare una malattia di

vecchia data, grave, diffusa; hai da fare quanto (tanto lavoro quanto) un

medico durante un’epidemia.

Ti preoccupi delle parole?

Rallegrati se riesci a fare quello che devi.

Quando imparerai tante cose?

Quando fisserai nella mente le cose che hai imparato in modo da non

poterle più dimenticare?

Quando le metterai in pratica?

Infatti non basta, come le altre, ricordarle a memoria: bisogna

sperimentarle in concreto; non è felice chi le conosce, ma chi le applica.

Seneca formula una serie di domande retoriche con un interlocutore immaginario: è una tecnica classica

dello stile popolare diatribico, inaugurato dalla tradizione socratico – cinica che passa poi in numerosi generi

latini, in special modo nella satira (soprattutto quella oraziana).

Lo studioso francese Oltramare nota questa influenza anche nell’epistolario senecano.

• Urendus, secandus, abstinendus : verbi tecnici del lessico medico; viene recuperata la metafora del

medico – filosofo (finzione svelata poi nella frase successiva).

Secandus per traslato indica il taglio netto con le passioni, abstinendus rimanda al digiuno dalle cattive

abitudini e compagnie.

Anche la pestilentia della frase successiva ha un diretto corrispettivo nel mondo filosofico: è l’epidemia

di ignoranza, la tendenza che porta gli uomini a disinteressarsi della saggezza.

.

• Circa verba occupatus es? : rimando al tema principale del “De brevitate vitae”, in cui vediamo

stigmatizzato l’uomo che perde tempo nelle cose superflue.

Anche la domanda successiva ripropone il problema dell’urgenza del tempo.

.

• Quando…quando…quando? : segnalano le tre fasi dello studio: l’apprendimento, l’elaborazione, la messa

in pratica.

Questo cammino accomuna il maestro e il discepolo, come d’altra parte già diceva prima: sia lui che

Lucilio sono proficientes, a livelli diversi ma accomunati dalla volontà di imparare e migliorarsi.

Si torna al concetto di coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, in una sorta di struttura ad anello (non

est beatus qui scit illa, sed qui facit).

[8]

“Ma come?

Al di sotto di lui (del saggio) non ci sono altri gradini (stadi)?

Subito dopo la saggezza c’è l’abisso?”

No, non credo; infatti chi fa progressi è ancora nel numero degli stolti, ma

tuttavia c’è già un notevole distacco da questi.

Anche tra coloro che stanno progredendo ci sono grandi differenze: in tre

gruppi, come piace ad alcuni (secondo alcuni), sono divisi.

EPISTOLA *108

Nella filosofia stoica il saggio rappresenta l’uomo perfetto, l’umanità pienamente realizzata, questo però

rischia di costringere il saggio storico ad una sorta di chiusura: che senso ha per esempio quindi l’amicizia

tra saggi, tra persone che hanno già raggiunto la saggezza?

La società di saggi diventa a questo punto un ideale impraticabile, che nega la possibilità di rapporti umani.

Quella proposta da Lucilio è quindi una questio molto importante, la cui risposta viene rimandata alla

epistola *109, di cui la *108 si pone quindi come un prologo.

due sezioni

La *108 può essere divisa in :

• Paragrafi 1 – 22 : la prima sezione si può definire autobiografica perché contiene ricordi relativi ai

maestri di Seneca, all’entusiasmo che Seneca dimostrava nei confronti dei loro insegnamenti.

• Paragrafo 23

di accordo .

• Paragrafi 24 – 39 : la seconda parte è più dottrinale, Seneca imposta un paragone, un confronto di

metodo e di scopi tra varie discipline liberali, cioè un confronto tra philosòphia da una parte e philològia

dall’altra, cioè la filologia intesa come le scienze che amano il discorso (grammatica, retorica).

Prima parte :

Si può suddividere in altre sezioni.

• Paragrafi 1 – 2 : introduzione

.

• Paragrafo 3 : ricordo della scuola del maestro Attalo, stoico.

.

• Paragrafi 4 – 12 : scuola del filosofo:

• 4 – 7 : punto di vista dello studente

• 7 – 12 : punto di vista del maestro.

.

• Paragrafi 4 – 7 : ritratto della scuola del filosofo in generale, Seneca discute la sua efficacia anche in

relazione alle reazioni diversificate dei discepoli.

.

• Paragrafi 8 – 12 : discute di alcuni metodi didattici, qui trattati in relazione all’efficacia morale, si

discute che quale sia il metodo migliore per insegnare filosofia morale.

.

• Paragrafi 13 – 16 : torna ad Attalo, illustra il suo magistero, cosa e come insegnava e i suoi effetti

duraturi su Seneca.

.

• Paragrafi 17 – 22 : magistero presso un altro maestro, Sozione, che apparteneva ad una secta, una

scuola, di ispirazione pitagorica, lui in particolare era allievo di pitagorici romani.

Apparteneva infatti alla scuola di Quinto Sestio, la scuola dei Sesti, infatti a Quinto, fondatore, succedette

il figlio Sestio Nigrio.

.

• Paragrafo 23 : contiene l’ultimo ricordo del maestro Attalo, abbiamo una ring composition collegata al

paragrafo 3 (Attalo: paragrafi 3, 13-16, 23).

Seconda parte :

Due microsezioni sbilanciate:

• Paragrafi 24 – 34 : presenza frequente di citazioni tratte da Virgilio, Ennio, e alcuni rimandi al De

Republica di Cicerone: questa sezione si caratterizza come un commento a testi poetici e filosofici.

È come se Seneca salisse in cattedra e facesse vedere come ciascun maestro a seconda delle sue

competenze possa attuare differenti modalità di lettura e interpretazione di un testo.

Più in particolare un grammatico, un retore e un filosofo leggono lo stesso verso, e ciascuno dirà cose

diverse  risulterà come “migliore” il filosofo, cioè gli studi filosofici prevalgono, sono più validi, più utili

per l’animus.

.

• Paragrafi 35 – 39 : sembra una peroratio, cioè la conclusione di un’orazione, il momento in cui

l’oratore parte con l’arringa finale, in questo caso a favore della filosofia.

.

• Paragrafo 39 : è l’explicit della lettera e con una ring composition riporta l’attenzione del lettore al

punto da cui la lettera era partita, cioè la domanda posta da Lucilio, che verrà sviluppata nella *109: “ora

soddisferò il tuo desiderio e in un’altra epistola tratterò integralmente di quello che mi chiedi”.

[1]

Ciò di cui mi chiedi è tra quegli argomenti che importa sapere soltanto per

saperli (sono fatte solo per il gusto di sapere).

Ma nonostante questo, proprio perché questo concerne l’amore per il

sapere, tu vai di fretta, e non vuoi aspettare i libri che io sto componendo

massimamente (con tutta la mia concentrazione), libri contenenti tutta

quanta la parte morale della filosofia.

Ti soddisferò subito, tuttavia ti scriverò prima questo, come codesta brama

di imparare, per la quale vedo che tu sei incendiato, tu debba gestire

meglio, affinché essa non sia di ostacolo a se stessa.

Seneca dice che la questio proposta da Lucilio è molto difficile, e gli sembra che venga posta solo per

discutere, non perché a Lucilio importi veramente, è manifestazione di un amore per il sapere, il che per certi

versi è positivo ma per Seneca è anche un po’ sospetto, perché può rivelare una curiosità fine a se stessa,

senza conseguenze sul comportamento e sull’animus.

Volutamente nell’incipit la sintassi è quindi intrecciata, è fatta per dare anche stilisticamente l’idea della

concentrazione di un argomento che comporta molta fatica.

La riserva di Seneca è di due tipi:

• Lucilio ha azzardato ma forse sta chiedendo troppo per il punto a cui è arrivato

• sembra che Seneca si faccia venire il dubbio che questo desiderio di sapere per il sapere, separato da una

lezione morale, lasci poi il tempo che trova, sia poi poco utile per Lucilio.

Seneca lo rimprovera perché Lucilio vuole anticipare, come oggetto di corrispondenza, una questione tecnica

che Lucilio sa che Seneca sta affrontando in un’opera più sistematica.

Questi libri qui annunciati sono perduti, Libri di filosofia morale; vengono ricordati da un autore cristiano,

Lattanzio, che ci conserva appunto questa notizia  il frammento filosofico però, essendo qualcosa che

importa per il contenuto e non la forma, quando viene citato da un autore viene assimilato quindi spesso

modificato come concetto: non abbiamo quindi i testi veri e propri.

La cosa che emerge è il fatto curioso che il Seneca che conosciamo noi non è quello che conoscono i

cristiani.

Nei primi secoli, in particolare tradizione cristiana, (Girolamo, Agostino...) quello che viene fuori è che sono

citate tutte opere che a noi non sono arrivate (Agostino cita La religione di Seneca, Girolamo il De

matrimonio...) ma invece non citano quasi mai opere che abbiamo noi  è un fenomeno molto strano.

.

• Digerenda sit : letteralmente digerire, allusione al cibo come metafora della questione filosofica: il cibo

digerito velocemente fa male, con calma fa bene.

[2]

Le cose (conoscenze, argomenti del sapere) non sono da spiluccare qua e

là né sono tutte quante da prendere (saccheggiare) avidamente: si

giungerà al tutto attraverso le parti.

Il peso deve essere adattato alle nostre forze e non dobbiamo impadronirci

di più di quello del quale siamo sufficienti.

Non quanto vuoi ma quanto sei capiente (quanto puoi ricevere) devi

attingere.

Fai in modo ti avere soltanto un animo buono: allora conterrai quanto

vorrai.

Tanto più l’animo riceve tanto più si dilata.

• Continua la metafora del cibo.

• Invadenda : è un verbo difficile da tradurre, è attinto dalla sfera militare, da un lato quindi c’è la metafora

ancora alimentare (carpenda), dall’altra il verbo vuol dire invadere, quindi impossessarsi di concetti,

nozioni senza averne il diritto, facendo un atto di invasione, facendo un bottino in maniera violenta ed

inconsunta.

Seneca mostra quindi i pericoli della brama di imparare: nell’esercizio della ratio può esserci una cupidigia

irrazionale, o una violenza che rovina un processo che dovrebbe essere regolato.

Fino a qui ha enunciato una regola fisica che si applica anche all’

animus ; come c’è un capacita del nostro

fisico ce ne è una anche per l’animo: la regola finisce di essere valida quando superi un certo livello, quando

arrivi al livello della sapienza, quando hai un animo virtuoso, entri infatti in una dimensione diversa, il tuo

animo è così dilatato che sei capace di tenere dentro tutto quello che vuoi, perché c’è perfetta coincidenza tra

quello che vuoi, che puoi e quello che è.

Quanto sei virtuoso il fato coincide con la tua volontà, ed allora tutto quello che vuole lo impara, tutto quello

che vuole può impararlo, grazie al proprio livello di percezione.

• Habe : imperativo.

• Bonum animum : nel senso di virtuoso, sommo bene la virtù.

• Corrispondenza sintattica capies – voles .

• Quantum ora è detto solo una volta, perché quello che vuoi è quello che vuoi sono a questo punto la

stessa cosa prima veniva ripetuto invece perché le due cose non coincidevano.

Questo passaggio a noi sembra un po’ forzato, probabilmente è determinato dall’idea della cupiditas

discendi; Seneca finora ha rimproverato Lucilio, ma scatta ora l’identificazione con lui che lo porta a parlare

di ricordi.

[3]

Mi ricordo che queste cose Attalo ce le insegnava, quando stavamo seduti

alla sua scuola e arrivavamo per primi ed uscivamo per ultimi e lo

chiamavamo perfino quando passeggiava a qualche discussione, lui che

non era soltanto disponibile per i suoi discepoli, ma che ci veniva anche

incontro.

Diceva “unico deve essere lo scopo per chi insegna e per chi impara, cioè

quello deve voler giocare, e questo deve trarre giovamento”.

• Obsideremus : termine militare, prendere d’assedio.

• Plurale maiestatis.

Modello peripatetico, passeggiare e discutere con gli allievi, modello praticato a Roma da Cicerone almeno

nella finzione letteraria dei dialoghi; c’è un’ambientazione, il contesto è quello della villa in cui si passeggia

e ci si confronta  riedizione aristocratica, elegante, di un modello filosofico ateniese con origine in Socrate.

Riecheggia qui la domanda su come un saggio possa essere utile ad un altro.

• Proficere : proficentes designa in Seneca la categoria di quelli che fanno progressi, che sono nel viaggio

morale.

• Il focus si sposta sul ricordo del maestro e sulla volontà comune di progredire, non è più la curiositas in

se stessa il tema, non è sapere per il sapere, ma il procedere sulla via della virtù.

[4]

Chi viene presso un filosofo ogni giorno riporti con se qualcosa di buono:

o torni a casa più sano (nell’animus, paragone filosofia- medicina) o più

sanabile (ti sei reso conto che hai bisogno di un medico per l’anima).

Comunque ritornerà a casa (con qualcosa): quella è la forza della filosofia

tale che giovi non soltanto a quelli che la studiano ma anche a quelli che

la frequentano.

Colui che si espone al sole benché non sia venuto al sole per quello

tuttavia si colorerà, coloro che si sono messi a sedere in una profumeria e

si sono fermati un po’ più a lungo portano con se l’odore del luogo; e

coloro che furono presso un filosofo è inevitabile che abbiano tratto

qualcosa che giovi anche a qualcuno che non vuole imparare.

Stai bene attento a ciò che ti dico: a chi non è stato attento, ma non a chi si

è opposto.

• Contrario della struttura stilistica ciceroniana: in Seneca ci sono due sezioni di frase discendenti, aut

sanior domum redeat e poi aut sannilior: cola decrescenti.

• Philosophia personificata in una magistra, maestra.

[5]

“E allora? Non conosciamo alcune persone che hanno frequentato per

anni un filosofo e non ne hanno preso neppure il colore?”

E come non conoscerli?

Sono uomini tenacissimi e costanti, che io non definisco neppure allievi ma

inquilini dei filosofi.

Riprendiamo la lettera *108.

Parliamo della casa del filosofo: dal [paragrafo 6] al [12] Seneca parla di come la gente ascolti il filosofo.

L’ascolto di un filosofo è simile a quello dei poeti.

Lo stile dell’epistola è ripreso anche da un trattatello poco famoso, “Come ascoltare i poeti”, in cui ricorrono

diverse analogie per tutta la lettera: il trattato era di Plutarco che vedeva nel discorso dei poeti un utile fine

pedagogico.

La sfera semantica del lessico della lettera appartiene a quello del teatro il che è davvero interessante se

consideriamo lo strano rapporto che l’autore aveva con esso: il Seneca tragediografo infatti è molto originale

rispetto al canone dell’epoca e le sue opere sono del tutto irrappresentabili e molto cupe tanto da suggerire

degli studi di tipo psicologico.

[6]

Alcuni vengono per ascoltare, non per imparare, così come si va a teatro

per farsi dilettare le orecchie con un bel discorso o una bella voce o una

bella commedia.

Per gran parte degli ascoltatori vedrai che la scuola del filosofo è un

luogo in cui trascorrere il tempo libero.

Non vanno lì per liberarsi di qualche vizio, per apprendere qualche norma

del vivere con la quale correggere i propri costumi, ma per godere del

piacere delle orecchie.

Alcuni tuttavia portano con sé le tavolette, per afferrare non i concetti, ma

le parole, che diranno senza vantaggio per gli altri così come le ascoltano

senza vantaggio per sé.

Seneca dice che c’è chi ascolta il filosofo solo per ascoltare un buon discorso, come quelli che vanno a

teatro, non per imparare ma per il gusto di una bella storia.

Sul piacere di ascoltare una bella storia o “una bella voce” ci viene in aiuto il trattato di Aristotele sulla

poetica (che nel tempo è stato frainteso, esso voleva essere un’osservazione sistematica delle tragedie e degli

spettacoli, non un manuale di tragedia) in cui i sintagmi vox e fabula ricorrono spesso e quindi sono stati

tramandati.

Aristotele infatti indagando sulla tragedia individua sei elementi tra cui la vox, nel senso di musica, quello

che si ascolta in generale e la fabula, ossia l’intreccio, la storia della rappresentazione, insomma il contenuto

della tragedia.

Poi Aristotele individua opsis, cioè tutto quello che è fruibile con gli occhi, stigmatizzata dal maestro greco

perché elementi come la scenografia tendono a distrarre lo spettatore, soprattutto quando questa è

appositamente pensata per stupire lo spettatore.

Le orecchie godono della lexis, i valori musicali.

Più importante di tutto comunque è la fabula cioè storie di eroi che devono attenersi alla legge della

causalità, causa ed effetto, e quando questa non è rispettata la fabula cade e se occorre un deus ex machina

interviene per risolvere l’intreccio.

Questo però incide negativamente sul tutto perché diviene meno credibile: la storia deve essere quanto più

verosimile perché possa esserci catarsi  l’uomo antico tornava da teatro più ricco.

Una parte degli ascoltatori dei filosofi erano quindi come questi che vanno a teatro ma solo come forma di

otium ossia vivendo la cosa superficialmente, non per togliersi qualche difetto o acquistare qualche virtù

(pars destruens e costruens).

Altri invece, dice Seneca, arrivano con la tavoletta degli appunti (pugillaria, tavoletta di cera dove poter

incidere i messaggi) non per capire ma solo per farsi belli e avere qualche frase ad effetto con cui vantarsi

con gli amici.

La terza categoria di ascoltatori si fomentano sentendo le massime di saggezza ma perdono il mordente

appena tornano a casa dopo aver parlato con la gente: prima si eccitano come i devoti della dea Cilabe.

Cilabe era una divinità importata che risale al mito della dea madre, pur non appartenendo al pantheon

classico era molto importante: i sacerdoti di questa dea erano eunuchi e la celebravano durante il suo giorno

sacro con delle processioni molto rumorose: i riti erano abbastanza sconvolgenti, molto estremi.

I buoni allievi del filosofo sono quelli che sono come i più devoti eunuchi sacri.

Quanto tale però, l’entusiasmo e la frenesia ci appaiono poco stoici: come lo spieghiamo?

Possiamo rileggerli alla luce della filosofia del sublime  il sublime non ha nulla a che vedere con le divinità,

si rifà a una semantica dei fenomeni astrali quali tuoni, fulmini ma sempre nell’ambito fisico, mai

trascendentale, argomento molto caro a Seneca; il sublime prevede sì un movimento verso l’alto ma in

genere con direzione obliqua.

Questo lo desumiamo da un trattatello che è certo Seneca conoscesse, scritto da un Anonimo sul sublime in

cui si ben distingue dalla perfezione e si tocca anche il sublime poetico del quale il campione è Omero o altri

tragediografi.

Perché Seneca nella lettera sembra lasciarsi trasportare, o elogiare chi si fa portare dalla corrente delle

emozioni, che certo innalzano ma non è strettamente stoico?

Il linguaggio è strettamente teatrale: probabilmente Seneca trova adeguato il paragone con il filosofo del

quale però a differenza del teatro occorre trovare la maggior parte del piacere nel senso del bene e del giusto.

Per il filosofo occorre che si apprezzi ciò che è bene.

Per l’opera senecana manca uno studio riguardo la terminologia dell’ascolto, eppure sarebbe importante:

nella *108 si osserva questo uso didattico della terminologia dell’ascolto, l’allievo infatti è principalmente

l’uditore, l’ascoltatore.

Quindi la scuola del filosofo richiama le altre scuole, come quella del retore, dove ci si esercitava appunto a

fare discorsi artisticamente composti e che facevano leva sul valore dell’orecchio.

[7]

Alcuni si infiammano per splendidi discorsi e con volto e animo commosso

si immedesimano in chi parla e si eccitano, come fanno gli eunuchi al

suono del flauto frigio invasati da quel segnale.

Li trascina e li stimola la bellezza dei concetti, non il vano suono delle

parole.

Se è stato detto (dal maestro) qualcosa coraggiosamente contro la paura

della morte, se qualcosa fieramente è stato detto contro la sorte, piace

subito fare le cose che senti.

I discepoli sono affetti da quelle parole (sono influenzati) e sono tali quali

ad essi viene ordinato, se solo rimanesse al loro animo quella forma (che il

maestro ha dato loro), se soltanto la massa, che distoglie dall’onestà,

subito non assorbisse quell’impeto così nobile: pochi furono capaci di

riportare fino in fondo (da scuola a casa) quella disposizione d’animo che

avevano concepito a scuola.

• Iuvat : valenza impersonale.

• Costruzione a chiasmo e parallelismo:

si quid – si quid , parallelismo perfetto;

acriter contra morte – contra fortuna contumaciter : chiasmo  questo chiasmo simboleggia il ruolo delle

parole del maestro, quasi un baluardo che argina due mostri per l’uomo, la paura della morte e la sorte:

questi sono contenuti tra due avverbi molto forti, presi dal lessico militare.

Il maestro è visto come qualcuno che riesce a contenere i due nemici più terribili.

.

• La reazione alle parole è questo iuvat, che non riguarda solo la sfera cerebrale, non è un ragionamento, è

un’esperienza che viene dal cuore, che implica delle facoltà dell’animo che sono in una ratio focosa,

appassionata.

Qui vediamo che Seneca accetta il rischio, abbandona lo stoicismo molto moderato, fa infatti appello a

facoltà che vanno vicino alle passioni; questo perché nella prima fase dell’apprendimento (parla dei suoi

inizi scolastici) iuvat è essenziale per innescare un processo di conversione allo stoicismo, certamente

intellettuale, ma che deve coinvolgere tutti gli aspetti della vita.

• Adfectus : malattia, nel linguaggio filosofico già Ciceroniano traduce il termine greco pathos, la passione

+ termine medico, essere ammalati  qui Seneca usa entrambe le connotazioni.

• Iubentur : admonitio morale, che si traduce quasi come un ordine.

• Populus : qui dispregiativo, come volgo, folla, massa, contrapposta ai pochi che vanno alla scuola del

filosofo per migliorarsi.

Fino ad adesso ha parlato dal punto di vista del discepolo, ora passa al punto di vista del maestro.

In questo nuovo gruppo di paragrafi parla dei metodi didattici:

[8]

È facile incitare chi ascolta verso la brama della giustizia; a tutti infatti la

natura ha dato i principi e il seme delle virtù.

Tutti per tutte queste cose siamo nati: quando si avvicina un irritatore,

allora quei beni dell’animo, come sopiti, si risvegliano.

Ma tu non vedi come i teatri risuonino di applausi ogni volta che vengono

dette quelle massime che noi riconosciamo universalmente e che, con il

consenso universale, attestiamo essere vere?

• Seme della virtù: l’antropologia stoica è positiva, gli uomini sono creati buoni, con i fundamenta virtutum

innati.

• Questa immagine dell’irritatore ricorda Socrate: c’è un termine greco che significa pungolo usato appunto

da Socrate: egli stesso fa come il pungolo, l’insetto che infastidisce il cavallo, così che questo si metta in

moto  Socrate utilizzava questo sistema, il punzecchiare, per mettere la pulce nell’orecchio, per

risvegliare qualcosa nell’interlocutore.

• Abbiamo un’immagine presa dall’ambito agricolo, il seme che deve crescere.

• Torna il paradigma teatrale.

• Per dimostrare la vocazione al bene di tutti, la bontà innata dell’uomo, dello stoicismo (teoria egualitaria,

tutti sono buoni, uomini, donne…), Seneca dice che nei teatri, dove c’è di tutto, dalla feccia al senatore, ci

sono certe massime (elogio del coraggio, della povertà…) che tutti applaudono, perché idealmente questo

seme di bene è in tutti: le massime appunto fanno vibrare questo seme di bontà, che in quel momento si

attiva.

Si torna ad avere un’esperienza estetica, qui del bene, osmotica rispetto ai campi della vita umana.

Ci sono due massime citate da un mimo di Publilio Siro  autore di I a.C.

Il mimo era spesso caratterizzato da dialoghi sentenziosi, proverbiali, tratto popolare.

Le massime tratti dai mimi ad un certo punto entrano nel patrimonio delle scuole attraverso raccolte

monografiche.

Sotto Publilio Siro si raccolgono tantissimi proverbi che molto probabilmente aveva origini disparate.

[9]

Alla povertà mancano molte, ma all’avidità mancano tutte.

Nei confronti di nessuno è buono l’avido, ma è pessimo verso se stesso.

A queste massime anche l’uomo più sordido applaude e si compiace che

venga fatta accusa ai suoi vizi: quanto più pensi che questo avvenga

quando queste massime vengono dette dal filosofo, quando dei versi

vengono inseriti all’interno di precetti salutari, versi che sono destinati a

far scendere quei medesimi precetti salutari più efficacemente nell’animo

di chi ancora non è istruito?

• Avarus : chi ama così tanto il denaro che non lo spende ma continua ad acquisirlo, l’avido.

• Il povero non ha molte cose, ma all’avido manca sempre tutto, perché dal momento che ha qualcosa vuole

sempre di più, mentre il povero può arrivare ad avere più cose e ad esserne soddisfatto.

• Tipico della massima ribaltare un luogo comune, come in questo caso.

• L’avido è il primo tormentatore di se stesso, pretende sempre di più da se stesso e dagli altri.

Sono sentenze immediate, hanno l’efficacia del cambio brusco e paradossale del punto di vista.

Questo modo di predicare, sentenze simili, provengono anche dei predicatori popolari della scuola cinica,

derivata da Socrate: era predicata da “cani randagi”, come si definivano, cioè filosofi mendicanti che

viaggiavano per il mondo proponendo un tipo di filosofia che aveva molto successo presso le classi più basse

proprio perché aveva come idoli polemici i valori mondani, ricchezza, potere.

• Cioè se a teatro le massime di un mimo suscitano una tale esperienza estetica di adesione, di risveglio per

il bene, figuriamoci quanto questo effetto possa ottenere un filosofo, un filosofo però che deve saper usare

le strategie del mimo, cioè lo stile sentenzioso, intercalando versi ai propri precepta salutaria

• Demissuri : participio futuro di demitto, forma grammaticale molto amata da Seneca perché permette di

creare frasi finali senza ricorrere a ut od altro, ma da subito l’idea del fine collegato al termine a cui si

riferisce).

Cleante  autore dell’antico stoicismo, scolarca, succeduto alla guida della scuola dopo Zenone (è il secondo

maestro dunque), a cui seguirà Crisippo, fondatore del nuovo stoicismo.

poesia

Cleante è ricordato anche per la sua grande attenzione alla  è autore infatti di un inno a Zeus che

viene richiamato e tradotto in parte da Seneca nell’epistola *107, [paragrafo 11] lo Zeus a cui Cleante si

rivolge è il logos stoico, interpretazione stoica.

Cleante aveva quindi elaborato un tipo di composizione poetica filosoficamente impegnata, una poesia con

contenuti alti, educativi, che poteva quindi avere un grande ruolo nell’educazione, per sostituire a

quell’insieme di valori e miti tradizionali che la poesia proponeva il suo nuovo tipo di poesia filosofica.

L’epistola *108 richiama Cleante, utilizzato come auctoritas per sostenere, all’interno del metodo didattico,

l’uso della poesia, una poesia controllata, per poter instillare meglio i precepta salutaria.

L’editore ha scelto di mettere la citazione tra virgolette: abbiamo ragioni di pensare che qui Seneca stia

traducendo un pezzo di Cleante.

[10]

Infatti come diceva Cleante, “come il nostro fiato rende un suono più

chiaro quando la tromba lo fa uscire dopo averlo fatto passare attraverso

le angustie strettoie di un lungo canale, lo fa uscire alla fine attraverso

un’apertura più larga, così la stretta necessità del carme (della forma

poetica) rende i nostri sensi più chiari”.

Le stesse cose vengono ascoltate con più negligenza e percuotono meno il

nostro animo finché vengono pronunciate in prosa: quando si sono

aggiunti i numeri (i ritmi, i piedi metrici) e dei piedi sicuri hanno

imbrigliato un pensiero nobile, quella stessa sentenza viene lanciata come

con un muscolo più forte.

Paragone tra il suono della tromba e il metro della poesia  perché la poesia fa scendere più a fondo i

precetti?

Perché le leggi del ritmo, del metro, costringono il pensiero a scegliere parole più efficaci e sintetiche, come

il suono che si stringe nella tromba e poi si allarga con forza propulsiva  uso quindi di sententia, con le leggi

dei metri, quindi di uno o due versi (come quelle che lui stesso ha usato nei paragrafi precedenti).

• Illum  tractum, participio passato.

• Soluta oratione : in prosa sciolta, senza le leggi metriche.

• Accessere : forma alternativa del perfetto indicativo accesserunt.

• Similitudine tratta dal mondo militare e dello sport, lancio del giavellotto.

• Torquetur in realtà indica ciò che precede il lancio, il movimento che viene fatto.

[11]

Sul disprezzo del denaro si dicono molte cose e questo si insegna in

lunghissime orazioni, cioè si insegna agli uomini a ritenere che le

ricchezze siano nell’animo e non nel patrimonio, e si insegna loro che

quello è ricco, colui che si è adattato alla propria povertà e che con poco

ha fatto se stesso ricco.

Tuttavia gli animi sono più feriti quando vengono pronunciati versi di

questo tipo:

.

Quel mortale ha bisogno di poco, il mortale che desidera pochissimo ( chi

desidera pochissimo ha bisogno di pochissimo)

Ciò che vuole ha colui che può volere ciò che è abbastanza ( ha ciò che

vuole colui che è capace di volere ciò che basta).

• Ut : completiva, hoc sia prolettico, anticipa la completiva, ma è anche una ripresa del de contemptu

pecuniae.

Questo piccolo saggio in due righe, le prime due del paragrafo, è già un esempio per come si può insegnare il

disprezzo del denaro in prosa.

È comunque una prosa pretenziosa, crea immagini particolari ed originai che fanno riflettere il discepolo.

Sono frasi costruite apposta in un modo contorto, quasi dei giochi di parole, attraverso il poliptoto, cioè il

ricorrere della stessa forma grammaticale in due forma grammaticale diverse: vult-velle, quod-quid, minimo-

minimum  questo crea delle rispondenze molto precise).

È sempre il concetto esplicitato sopra che torna in forme diverse.

[12]

Quando ascoltiamo queste cose e cose di questo genere, siamo trascinati

alla confessione della verità, e quelli ai quali mai nulla basta sono pieni di

ammirazione, dichiarano l’odio contro il denaro.

Quando avrai visto questa loro passione incalza così, lasciate da parte le

ambiguità (attorcigliamenti di concetti, concetti labirintici), i sillogismi, i

discorsi sottili, e tutti gli altri giochetti di un inutile acutezza di ingegno.

Parla contro l’avidità, contro la lussuria.

Quando avrai visto che tu hai fatto dei progressi (moralmente e

nell’insegnamento) e hai influenzato gli animi di chi ascolta, insisti con più

vemenza, è incredibile (non è verosimile) quanto tale discorso tutto teso al

rimedio, e tutto quanto volto al bene di chi ascolta, quanto giovi.

Molto facilmente infatti le indoli ancora tenere (dei giovani) si lasciano

conciliare all’amore per l’onestà e per la giustizia, e la Verità può mettere

la sua mano su indoli che sono fin qui ancora docili e solo lievemente

corrotti, se si è appoggiata ad un buon avvocato.

• Cavillationes : dall’ambito giuridico.

La lettera è concentrata sull’idea che l’educazione sia un fatto dinamico, se è stagnante non funziona,

bisogna che ci sia un dinamismo intrinseco: è faticoso per il maestro, che deve insistere per mantenere il

moto.

• Ad honesti rectique amorem : endiadi, due parole per idre la stessa cosa.

• Veritas : qui personificata come una domina, una padrona.

• Inicere manus : gesto del padrone che mette la mano sullo schiavo, gesto per comprarlo.

• Docibilibus : da doceo, insegnare, qui chi può ancora imparare.

La veritas è a disposizione di tutti, occorre qualcuno che parli per lei: avvocato della verità il filosofo 

necessità di parlare bene, di convincere l’auditorio. ricordo di Attalo

Finita la sezione sulla scuola del filosofo, ora si sono 3 paragrafi dedicati al .

[13]

Io certamente quando ascoltavo Attalo che perorava contro gli errori,

contro i mali della vita, spesso io ho provato compassione di tutto il genere

umano e ho creduto che lui fosse sublime e più alto di ogni altezza umana.

Lui diceva di essere un re ma a me sembrava essere più che un re, lui al

quale era lecito censurare i regnanti.

• Linguaggio tecnico dell’orazione, peroratio ultima parte dell’orazione.

• Fastigio : termine tecnico dell’architettura, disegna le parti alte dei templi.

Guarda con compassione a chi non può sentire Attalo.

Più alto degli uomini ma quasi anche degli dei  tema di Seneca è che il saggio non ha nulla da invidiare agli

dei: grazie all’altezza della virtus è degno di stare con loro, che in più hanno solo l’eternità  tema stoico

molto forte, l’assimilazione a dio.

Fare la censura dei re: Attalo evidentemente bacchettava i fastigia umana, parlava contro i potenti  ad un

certo punto Attalo verrà mandato in esilio da Seiano, potentissimo ministro di Tiberio  la sua censura non

restava quindi confinata a scuola ma doveva avere una forte presa anche politica.

.

Tipico paradosso stoico: nella tradizione stoica c’erano delle filastrocche, sequenze di paradossi legati alla

figura del sapiens, “è il più forte, il più abile nella guerra, sempre re…”  erano frasi, litanie che osannavano

la figura del saggio stoico.

Erano paradossi che volevano sottolineare il fatto che se uno ha la sapienza ha il sommo bene, si pone nella

condizione di essere padrone di se stesso.

Tutte le azioni umane possono essere condotte con consapevolezza o senza.

[14]

Quando poi (Attilo) aveva cominciato a raccomandare la povertà e a

mostrare quanto fosse un peso del tutto inutile e oltretutto pesante per

colui che lo porta, qualsiasi cosa che eccede l’utilità quotidiana, allora mi

piacque uscire dalla scuola povero.

Quando aveva incominciato a deridere i nostri piaceri ed aveva

cominciato a lodare il corpo casto, la mensa sobria, la mente pura non

soltanto dai piaceri illeciti ma anche da quelli inutili, mi piaceva tenere a

freno la gola e il ventre.

• Libuit : forma impersonale del perfetto di libet, mi piace.

• Pauperi : dativo, concordato ad sensum con il mii sottinteso.

[15]

Da lì (da quella scuola, quegli insegnamenti) o Lucilio, certi precetti mi

sono rimasti, infatti mi ero buttato in tutti questi insegnamenti con grande

slancio, ma poi tornato alla vita della città ho conservato poche cose di

quelle cose bene iniziate.

Da lì, per tutta la vita ho rinunciato alle ostriche e ai funghi, infatti non

sono alimenti, ma prelibatezze che costringono chi è già sazio a mangiare

ancora (cosa che è gratissima agli ingordi e a coloro che farciscono se

stessi oltre al limite della loro capacità), prelibatezze che facilmente

scenderanno ma altrettanto facilmente verranno fuori (verranno vomitati).

Meccanismo già delineato precedentemente, la massa, il populus, distoglie anche i migliori dagli ideali che il

maestro dà  esperienza dolorosa che Seneca riconosce, a distanza di decenni, gli sia accaduta.

• Cogenta : participio presente neutro di cogo.

Ostriche e funghi: sono ingredienti tipici delle descrizioni dei banchetti più buoni: Tacito nei suoi libri fissa

l’apogeo della gastronomia, dello sfarzo dei banchetti, tra la battaglia di Azio e la morte dell’imperatore

Galba, definisce cioè un’età di splendore gastronomico, appunto nell’età in cui vive Seneca.

• Farcientibus se : da farcio, verbo della farcitura gastronomica, applicato qui a delle persone, indica

normalmente i piatti forti dei banchetti  significativo questo uso, il mangione è assimilato al pasticcio che

lui stesso mangia.

• Facile descensura , facile reditura: participi futuri  forte contatto con la satira alimentare, con la

commedia.

A proposito del tema dell’alimentazione: appassiona molto la letteratura latina e testimonia il fatto che il cibo

sia come la proiezione artistica del sistema di valori  scatta l’idea del “dimmi come mangi e ti dirò chi sei”.

Il linguaggio moralistico accompagnato alla descrizione di temi gastronomici, di banchetti, diventa una sorta

di linguaggio simbolico con forti implicazioni, cioè ad alcuni cibi si attribuiscono dei valori, come per

esempio quello di essere contro natura  si unisce una visione filosofica (visione stoica del necessario…etc in

questo caso) all’esperienza di ognuno.

Tieste

* Nel “ ” di Seneca assistiamo alla conversione fallita allo stoicismo di Tieste, che era stato esiliato dal

fratello Atreo ed aveva condotto una vita di stenti: Atreo lo richiama con un inganno a corte per la sua

vendetta finale, cioè ucciderne i figli e farglieli magiare.

Quando sta tornando alla reggia, Tieste confessa i suoi dubbi ad uno dei figli, Tantalo, e fa una sorta di lode

dell’esilio, della sobrietà in particolare della mensa: in esilio infatti mangiava sicuro, non temeva cibi

velenosi, gli eccessi  il cibo sobrio è quello che ti sottrae alla minaccia del potere.

Tieste comunque, definito uno stoico imperfetto, si lascia sedurre dagli agi della ricchezza, si lascia cambiare

d’abito, profumare, e quindi ingannare dal fratello che gli organizza un magnifico banchetto con i suoi figli

come portata principale.

Subito prima che si sveli la verità vediamo Tieste sbracato sul divano dove mangiavano, ben vestito ed

ubriaco.

[16]

Da quei tempi per tutta la vita ci asteniamo dal profumarci, poiché l’odore

più buono del corpo è il non avere odore, da quel momento uno stomaco

(frase ellittica del verbo) carente di vino.

Da quei tempi per tutta la vita fuggiamo le terme: ci siamo infatti convinti

che è inutile e insieme eccessivamente raffinato il macerare il corpo nel

calore e infiacchirlo completamente attraverso il sudore (la sauna).

Tutti gli altri vizi già cacciati (quando ero a scuola) sono tutti tornati, così

tuttavia in modo tale che io conservi una misura di quelle cose delle quali

ho interrotto l’astinenza, e anzi una misura molto vicina all’astinenza, non

so se più difficile, poiché certe cose si troncano più facilmente dall’animo

piuttosto che essere moderate.

Nell’epistola *86 Seneca già parla dell’argomento, parlando infatti di Scipione l’Africano dice che il suo

odore era quello del corpo sudato  il maschio deve puzzare di sudore e fatica, il maschio che si profuma

rientra nel contesto dell’effemminatezza greca contrapposta al machismo del vir romano.

• Servem , da servo, conservare.

Ci sono alcune cose, alcuni vizi che sono tornati: questi sono quelli dei quali ha interrotto l’astinenza,

misura

tuttavia lo ha fatto con molta misura  Attico gli ha insegnato la .

ricordo pitagorico

Comincia con il .

[17]

Dal momento che ho incominciato a raccontarti con quanto maggiore

impeto io da giovane abbia avuto accesso alla filosofia di quanto invece

continui da vecchio, non mi vergognerò di confessati quale amore mi abbia

installato Pitagora.

Sozione diceva per quale motivo quello (Pitagora) si fosse astenuto dalla

carne, e poi per quale motivo Sestio se ne sia astenuto.

La causa per l’uno e per l’altro è dissimile, ma per entrambi è magnifica.

Excursus dentro l’excursus, qui Seneca comincia con un ricordo pitagorico.

Sozione : maestro prima di Attalo, filosofo di Alessandria che opera a Roma.

Sestio : altro maestro, neopitagorico, che però è morto prima della nascita di Seneca, fondatore della scuola

pitagorica dei Sesti presso la quale operava Sozione e presso la quale anche Seneca ebbe un periodo di

discepolato.

Pitagora: filosofo magno greco, VI a.C.

• Utrique : dativo di uterque, ciascuno tra i due.

[18]

Questi (Sestio) credeva che per l’uomo ci fosse abbastanza di alimenti

(cibo a sufficienza) prima del sangue, e credeva che venisse procurata

consuetudine di crudeltà nel momento in cui una lacerazione fosse stata

aggiunta al piacere.

E aggiungeva inoltre che bisognava limitare la materia del lusso; e

concludeva che fossero contrari alla buona salute gli alimenti elaborati e

che sono estranei ai nostri corpi.

• Citra sanguinem : anche se non uccidi creature viventi hai cibo: “al di qua del sangue”, “prima di versare

il sangue”.

• Laceratio : atto della ferita inferta all’animale, ma anche quella dei denti quando si mangia la carne, cioè

l’operazione che la belva feroce fa sulla bestia uccisa  se associamo il piacere del mangiare ad un atto di

violenza secondo Sestio ci educhiamo alla crudeltà, a provare piacere e a fare del male insieme, una sorta

di sadismo indotto  l’uomo non è come la fiera che associa la necessitas alla laceratio, è stata la cultura

ha fare sì che la laceratio venisse aggiunta al piacere di mangiare.

Ancora tema alimentare, che riverbera un sistema etico specifico.

.

• Materiam luxuriae : se ci limitiamo ai cibi vegetali riduciamo anche la materia per sviluppare eccessi,

difficilmente chi si ciba di erbe arriverà ad eccessi alimentari, a cibi troppo elaborati.

• Valetudo : vox media, salute nel senso di stato di salute, buono o cattivo.

• Aliena corporibus : cibi che vengono da lontano  idea dei rischi che i romani compiono per far arrivare

cibi ed ingredienti esotici, che costano vite e denaro + estranei alle nostre zone, alieni.

[19]

Pitagora invece diceva che c’è una parentela di tutti gli esseri con tutte

tutti gli esseri e uno scambio di anime che passano in queste e quest’altre

forme.

Se tu volessi credere a lui, nessun’anima muore e neppure cessa, se non

per un tempo molto piccolo mentre viene trasfusa in un altro corpo

(morte).

Vedremo poi (parla Sozione) attraverso quali alternanze di tempi e quando

ritorni (l’anima) nell’uomo, avendo vagato attraverso più domicili: nel

frattempo (Pitagora) ha fatto paura agli uomini di compiere un delitto e un

parricidio, potendo gli uomini senza volerlo incorrere nell’anima di un

genitore e violarla con il ferro e con il morso, se in qualche corpo fosse

ospitato un qualche spirito parente.

Teoria della trasmigrazione delle anime di Pitagora: in natura niente muore, l’anima, il principio vitale

dell’essere vivente, si trasmette in altri corpi.

Il pitagorismo però ha molte correnti e spesso fonti poco chiare, abbiamo quindi varie interpretazioni di

questa teoria.

È una credenza quasi religiosa.

Il principio del vegetarianesmo di Pitagora è molto più radicato, risiede nella paura di violare un’altra anima.

[20]

Dopo aver esposto queste dottrine ed averle integrate con proprie

argomentazioni, Sozione disse: “Non credi che le anime siano assegnate

ora a questo, ora a quest’altro corpo, e non credi che quella che

chiamiamo morte non sia altro che una trasmigrazione (un passaggio)?

Non credi che in questi animali domestici o in questi selvatici o acquatici

(immersi nell’acqua) dimori quell’animo un tempo di un uomo?

Non credi che nulla perisca in questo universo, ma muti soltanto di luogo?

E non credi che non solo i corpi celesti si volgano per determinate orbite,

ma che anche gli esseri animati muovano per alterne vicende e che le

anime debbano seguire una loro orbita?

Grandi uomini credettero in questo principio.

Sozione mostra di credere nella trasmigrazione delle anime, quindi nella dottrina pitagorica più antica, pur

ammettendo la possibilità di pensarla diversamente.

Si può dunque non essere d’accordo sulla teoria della metempsicosi ma il filosofo invita comunque a

prendere per buono le conseguenze di tale dottrina, come d’altra parte aveva già fatto Quinto Sestio.

.

• Haec : sono le argomentazioni che Sozione aggiunge  metodo della δοξαι greca: si esponevano diverse

teorie e poi il maestro le commentava, e così fa Sozione.

• Non credis : Seneca si immagina che Sozione si rivolga direttamente a lui.

• Nec : sottinteso credis.

.

• Anima…animus : due opzioni:

• o valgono entrambi come “principio vitale”, nonostante normalmente non

siano perfetti sinonimi (anima: spirito vitale, animus: principio

razionale);

• o le differenziamo considerando anima come il principio vitale di tutti gli

esseri viventi e animus invece come il principio vitale proprio dell’uomo

(opzione preferibile).

.

• Animalia : a questo ragionamento si ricollega anche l’uso di animalia, che identifica tutti gli esseri viventi.

Questi ragionamenti ci permettono di parlare della concezione stoica che propone una scaletta di tre

categorie gerarchicamente esposte (ordine decrescente) per definire il principio vitale:

• Fùsis natura

, : lo possiedono tutti gli esseri naturali (anche non viventi);

• Psuchè anima

, : è il principio vitale del movimento e lo possiedono gli animali e l’uomo (animalia);

• Eghemonicòn principio razionale

, : (animus, ratio): lo possiedono solo gli uomini.

.

• Mundus : equivale con l’universo e si specializza poi nella poesia astronomica latina.

Nella filosofia stoica il mundus coincide con il Logos e, poiché tutto fa parte di un’unica entità, tutto ciò

che è un peccato (ossia è una infrazione del Logos) tende a riverberarsi sulla fisica stessa del cosmo (

sunpàzeia tra singolo essere e mondo, tra disordine morale e disordine cosmico); questo concetto è

particolarmente presente nelle tragedie senecane.

. [21]

Pertanto tieni in sospeso il tuo giudizio, lascia l’intera questione tale e

quale.

Se queste teorie sono vere, è innocenza (segno di purezza) l’essersi astenuti

dagli animali; se invece sono false, è indice di frugalità.

Quale sarebbe a questo punto il danno della tua credulità?

Ti tolgo di bocca soltanto ciò che nutre i leoni e gli avvoltoi”.

Nel mondo di Seneca (si vede soprattutto nelle tragedie, come il Tieste o Medea), la colpa umana ha delle

ripercussioni sulle leggi fisiche dell’ordine cosmico  è un immaginario di cosmic distruction, conseguenza

fisica del disordine morale provocato dalla συμπαθεια, sympathia, tra l’uomo e il cosmo, tra leggi morali e

leggi fisiche.

III libro delle Naturales Quaestiones  l’uomo è arrivato a tale perdizione morale che è necessaria una

rivoluzione naturale, una conflagratio universale che coinvolge per esempio l’acqua, o le stelle (esplosione

cosmica, una palingenesi ciclica che garantirà la nascita di un nuovo mondo).

[22]

Io, spinto da queste considerazioni, cominciai ad astenermi dalle carni

degli animali e, passato un anno, questa consuetudine non soltanto mi era

facile, ma era anche gradevole.

Credevo che il mio animo avesse maggiore agilità (che a me l’animo fosse

più agile) (dinamico  astinenza dalle carni = dieta dell’anima); oggi, però,

non ti assicurerei se lo fosse o no.

Mi chiedi come vi abbia rinunciato?

La mia prima giovinezza coincideva con il primo principato di Tiberio

Cesare (14 d.C.): in quel tempo venivano messi al bando i culti stranieri e

tra le prove di superstizione si poneva anche l’astinenza dalle carni di certi

animali.

Allora, perché me lo chiedeva mio padre, il quale non temeva le false

accuse, ma detestava la filosofia, sono tornato a mangiare carne; né mio

padre mi persuase con difficoltà a ricominciare a nutrirmi meglio.

• Agitatiorem : è una sorta di dieta per l’animo, che diventa più dinamico.

Metaforica applicata all’animus.

Con il senno di poi Seneca ha qualche dubbio, potrebbe essere autosuggestione; an fuerit frase disgiuntiva.

• In primum…inciderat : fa riferimento al decreto di Tiberio contro il culto egizio e ebraico (19 d.C.), che

ben presto si allargò contro qualsiasi culto non rispettasse la religio romana tradizionale; il

neopitagorismo romano viene dunque compreso in questa persecuzione e quindi bandito.

Tiberio si pone come restauratore degli antichi costumi, ma in realtà questo mostra una certa incoerenza

del princeps, che si accompagnava spesso all’astronomo Trasillo (come leggiamo in Svetonio).

Il padre di Seneca, esponente della classe equestre, riuscì ad accedere ai ranghi senatoriali ed esercitò un

forte controllo sui figli, infatti il terzo, padre del poeta Lucano, decise di rimanere cavaliere e di dedicarsi

contemporaneamente alla vita filosofica; il padre lo aveva all’inizio rimproverato.

Seneca qui si vendica dicendo che il padre in realtà non è preoccupato per la calunnia (danno d’immagine,

delazione e confisca dei beni), ma bensì semplicemente odia la filosofia, quindi non comprende le ragioni

profonde della sua scelta alimentare.

[23]

Attalo era solito lodare quel tipo di materasso che non cede al peso del

corpo; ne uso anch’io uno, pur essendo in là con gli anni, tale che non vi

può rimanere alcuna impronta.

Ho raccontato tutto questo per dimostrarti quanto ardenti fossero i primi

approcci dei neofiti ai più alti ideali del bene, se qualcuno li incoraggiava,

se qualcuno li spingeva.

Ma si commette qualche errore in parte per un difetto dei maestri che ci

insegnano a disputare, non a vivere, in parte per colpa degli allievi che si

presentano ai loro maestri avendo come scopo non lo sviluppo della

propria personalità morale, ma dell’intelligenza.

E così quella che un tempo era la filosofia è diventata filologia.

Attalo consigliava di dormire su un materasso duro, rifiutando la mollezza in ogni sua accezione.

• Sed aliquid … ingenium : patto formativo tra discente e docente, come già al [paragrafo 3].

Abbiamo qui una tipica ring composition senecana, anche se in questo paragrafo si indaga il lato negativo

di tale patto.

• Aliquid praecipientium…aliquid dicentium : kola decrescenti.

• Excolendi : metafora agreste

All’inizio aveva parlato di una sorta di patto formativo, dicendo che lo scopo dei discenti è quello di

imparare e quello dei docenti di prodesse (par. 3)  lo stesso obiettivo visto da 2 punti di vista diversi.

È una ring composition, tipica di molte composizioni antiche.

La filosofia viene trasformata in filologia, e questo ovviamente è detto con disprezzo.

[24]

È molto importante però con quale proposito ci si accosti ad ogni cosa.

Colui che studia Virgilio per diventare un erudito (un grammatico) non

legge quel bellissimo verso:

il tempo fugge inesorabile:

“bisogna stare all’erta, se non ci affrettiamo rimarremo indietro; i giorni

veloci ci incalzano e si incalzano; siamo trascinati senza rendercene conto;

ogni cosa riponiamo nel futuro e indugiamo mentre ogni cosa precipita”:

ma per osservare, che Virgilio ogni volta che parla della rapidità del

tempo, usa questo verbo “fuggire”.

I giorni migliori della vita per oi pover mortali

sfuggono per primi; sopraggiungono le malattie e la triste vecchiaia

e la sofferenza, e ci porta via la morte crudele e spietata.

RICAPITOLAZIONE EPISTOLA *108

Seneca non parla frettolosamente, ma questa è proprio un’epistola all’insegna del tema della memoria, del

ritrovare le proprie origini. Sozione di Alessandria stoico

In questa epistola abbiamo visto i maestri di Seneca, ossia (anche *49) e lo

Attalo (tanti passi delle epistole, nella *110 abbiamo addirittura un lungo estratto di una sua lezione, tradotta

in latino, una lezione contro la processione fastosa di un trionfo a cui assiste a Roma, collegandosi poi al

tema della falsità dei beni), di cui Seneca ha avuto diretta memoria.

L’altro maestro che nella *108 non è citato, ma a cui è dedicata la *100, in cui si parla del suo stile oratorio e

Papirio Fabiano

di insegnamento, è .

Papirio e Sozione appartengono alla scuola di filosofia fondata da Quinto Sestio, presente nella *108 e

menzionato in altri passi.

Papirio è romano, mentre Sozione proviene da Alessandria e Attalo proviene da Pergamo.

LA SCUOLA DEI SESTI

Quinto Sestio

Fondata intorno al 30 a.C. da , cittadino romano che scrisse filosofia in greco ma con

sensibilità romana.

Seneca conosce un suo libro composto in greco che elogia in un’epistola.

Quinto Sestio rinunciò alla vita pubblica e politica, Seneca stesso nella *98 dice che Sestio rinunciò in nome

della scelta di filosofia l’offerta fattagli direttamente da cesare di entrare in Senato.

Abbiamo un’operetta di un contemporaneo di Seneca, Plutarco, De profectibus in virtute, Sui progressi della

virtù, in cui viene descritta in greco la crisi personale di questo filosofo, che cominciò subito dopo la rinuncia

agli onori  arriva quasi a pentirsi della sua scelta fino quasi a suicidarsi per la durezza del cammino

intrapreso, per poi però riuscire a riprendersi.

Seneca utilizza questo passo per sottolineare la difficoltà della vita del filosofo.

Sestio Nigro

Dopo Quinto suo figlio continua il magistero del padre e tiene aperta la scuola fino al 19 d.C.,

anno del decreto tiberiano.

Nella scuola si trattava una forma di pitagorismo mischiato con degli spunti provenienti da altre correnti di

pensiero, in primis lo stoicismo.

Questo ce lo dice Seneca stesso nella *64, quando parla del libro di Sestio e della sua capacità di scrittore;

dice “è stoicus anche se lui stesso non lo confermerebbe mai”.

I tratti pitagorici della scuola sono:

• Il vegetarianesimo (epistola *108), però non pitagorico ma ibridato secondo una dottrina di tipo etico.

.

• La pratica dell’esame di coscienza.

Nel trattato di Seneca il De ira, alla fine del terzo libro, capitolo 36, spiega questa pratica che lui stesso ha

adottato ma che appunto fa risalire a Quinto Sestio.

È un esame di coscienza serale, fatto con l’ausilio di uno specchio: il parlare con se stessi e riflettere

sull’andamento della giornata  è importante per la cura delle passioni, in quanto l’irato tende a deformare

il viso e la voce e vedendosi nello specchio può vedere lo stravolgimento del suo corpo e della sua anima

 si tratta di una terapia per tornare in se stessi.

Questa pratica è attribuita alla scuola sestiana e ha punti in comune con la tradizione pitagorica.

Tra le caratteristiche della scuola abbiamo poi un forte interesse scientifico coltivato in particolare da alcuni

discepoli come Papiro Fabiano, autore di un libro scientifico che Seneca dice di aver preso come fonte per le

sue Naturales Quaestiones.

Altro discepolo della scuola dei Sesti fu Cornelio Scelso, medico ed autore di un’enciclopedia di medicina e

chirurgia.

Ricordiamo poi Lucio Crassicio Pasicle come grammatico importante della scuola dei sesti.

PAPIRO FABIANO

Figura interessante, comincia la sua carriera come declamatore e fu allievo dei retori più importanti

dell’epoca.

Rinunciò poi alla sua carriera per intraprendere al via dell’insegnamento filosofico.

padre di Seneca

Abbiamo sue notizie grazie al , he infatti fu amante dei declamatori e che presenta Papiro

come un giovane perduto, che abbandona la sua brillante carriera per intraprendere la filosofia, che lui invece

non apprezzava.

Seneca padre ne parla nel secondo libro delle

Controversie  trattano del metodo delle declamazioni, ci sono ritratti dei declamatori che ha conosciuto, i

loro metodi.

Dedica queste opere ai suoi tre figli maschi:

• Gallione, conosciuto così perché viene dato in adozione

(forma di contratto familiare per rinsaldare i legami tra le

varie famiglie) ad un’altra famiglia di cui prende il nome.

Lo troviamo in opere storiche perché diventa governatore

della Caia a Cortino, ha quindi una carriera politica

significativa.

È inoltre citato negli atti degli apostoli, davanti a lui infatti si

presenterà l’apostolo Paolo e sarà lui a stabilire la prima

sentenza, cioè trasferire il processo a Roma.

.

• Abbiamo poi il secondo figlio, il Seneca filosofo (il nostro).

.

• Il terzo figlio, Lucio Anneo Mela, padre del poeta Lucano,

sceglie di rimanere un eques, di non entrare nella nobilitas e

quindi fare carriera politica, per curare da un lato gli interessi

economici della ricca famiglia, dall’altro per dedicarsi alla

vita filosofica.

Seneca padre, quando scrive le Controversie, offre i libri ai tre figli infatti ognuno ha una prefazione

dedicata.

La prefazione al 2° è dedicata appunto al figlio filosofo, per lui Anneo Mela, e gli chiede di non mollare del

tutto la retorica e gli fa l’esempio di Fabiano, che anche quando faceva il filosofo continuava a frequentare la

scuola del retore con grandissima diligenza.

Seneca (nostro) filosofo nella *100 in qualche modo risponde a suo padre, a distanza di anni, perché è

dedicata allo stile scritto e di predicazione di Fabiano e al problema dello stile del filosofo.

In altri passi Fabiano viene nominato in relazione alla cura delle passioni, come un filosofo interessato alla

terapia delle passioni, affectus, malattie dell’animo, da curare ma soprattutto da prevenire.

SOZIONE

Anche l’altro maestro, Sozione faceva parte della scuola dei Sesti.

Era interessato anche lui alla cura delle passioni, sappiamo che scrisse un trattato in greco, De ira: è

probabilmente quindi la fonte principale del De ira di Seneca.

Sozione, ci viene detto, praticò il vegetarianesimo nella forma pura.

ATTALO

Maestro per eccellenza di Seneca, che ne frequenta assiduamente le lezioni.

Grazie a lui Seneca probabilmente venne a conoscenza di un vasto patrimonio di testi stoici originali che

Attalo aveva conosciuto a Pergamo e portato con lui a Roma.

Il magistero di Attalo fu profondamente influenzato dalla morale dello stoicismo delle origini con forte

venature ciniche.

Attalo infatti ha una modalità di predicazione che doveva ricordare molto la predicazione cinica, quindi temi

morali, fustigazione dei costumi, paradossi, linguaggio ricco di metafore, esempi concreti, poca simpatia per

sistemi teorici…

Quando Seneca frequentò questi maestri?

Si pensa più o meno dal 13 al 19 d.C.

19 d.C.  decreto di Tiberio contro i culti stranieri che colpì anche questa scuola.

Da quest’anno infatti cessano le testimonianze sui Sesti, che furono molto probabilmente, a causa del clima

di sospetto e terrore in seguito al decreto, costretti a chiudere la scuola.

Dal 19 d.C. Seneca sarebbe passato al discepolato stoico presso Attalo, poi partì per volontà paterna per

l’Egitto: Seneca infatti si ammala gravemente e cambia aria (dopo anche queste esperienze filosofiche

giovanili, viste negativamente dal padre).

In Egitto c’è la zia materna di Seneca, sposa del governatore d’Egitto, donna estremamente energica descritta

nella Consolazio Elvia, alla madre, ritratta come donna colta e brillante  la zia prende il nipote sotto la sua

ala protettiva e gli costruisce la carriera politica: quando torna a Roma dopo qualche anno comincia infatti il

cursus honorus.

In Seneca si ha l’eredità della scuola dei Sestii e del magistero di Attalo in questi elementi :

1. Centralità della parenesi (= ammaestramento) etica;

2. Eloquenza che privilegia le res ai verba, ma non per questo rinuncia a una predicazione psicagogica;

3. Potenza icastica (lessico ricco, metafore spiccate).

tratti comuni

Seneca attribuisce a tutti i suoi maestri dei , passando sopra a eventuali differenze 

trasfigurazione autobiografica condotta nell’epistola 108 (Sestio, Sozione e Attalo sono trattati come ricordi

omogenei).

Le pratiche ascetiche più radicali sono nei [paragrafi 17 – 23] (pitagorici), ma sono incastonate tra la

menzione delle pratiche di astinenza apprese alla scuola di Attalo (non pitagoriche)  sembra che Seneca

tenda ad accomunarli.

L’epistola *108 ci mostra l’influenza di tali pensatori su Seneca, ma anche il ruolo che Seneca attribuisce a

filosofia

questi filosofi in relazione all’evoluzione che la filosofia aveva avuto a Roma  è la cosiddetta

togata , espressione usata da due studiosi anglosassoni di Oxford, Griffin e Barnes, che nel 1987 e una

decina di anni dopo pubblicato due volumi intitolati Philosophia Togata I e II.

È la prima volta che si parla di una filosofia a Roma, e non di una piazza in cui confluivano pensieri greci (e

orientali).

Essi identificano Cicerone e Lucrezio come i due personaggi principali, e primi, della declinazione romana

della filosofia greca.

Ne sono nati studi interdisciplinari sulla filosofia romana tra l’età repubblicana e quella imperiale  nasce in

seguito alla decentralizzazione delle scuole filosofiche che esplode e si estenda a partire da Atene.

Katharina Volk applica il nome di Roman Pithagoras a una serie di narrazioni, elaborate dai romani per

spiegare l’influenza di Pitagora nella storia del proprio pensiero  è una costruzione teorica, che si trova per

esempio nel XV libro delle Metamorfosi di Ovidio, in cui si arriva all’età storica: Roma era ormai stata

fondata (è essa stessa una metamorfosi), e Ovidio immagina che il re Numa, che sta costruendo lo stato

romano, decide di allontanarsi e di viaggiare.

Approda a Crotone, dove incontra un vecchio che lo introduce alla scuola di Pitagora  si trovano quegli

insegnamenti pitagorici che troviamo anche nell’epistola *108, soprattutto il vegetarianesimo.

Perché Pitagora ha così successo a Roma?

Probabilmente perché le dottrine pitagoriche non arrivarono a Roma sull’onda delle conquiste della Grecia e

dell’Oriente, ma molto prima, dalla Magna Grecia  il pitagorismo era filtrato nella cultura romana da tempi

molto antichi e in contiguità spaziale  si percepisce come una sorta di osmosi diretta, non come qualcosa di

importato.

Questo si lega al senso di inferiorità che i Romani sentivano nei confronti dei Greci.

[Doc. Ariel]

Nel Cato Maior, Cicerone chiama i pitagorici “quasi nostri abitanti”.

Questa insistenza torna nelle Tusculanae, in cui si sottolinea l’assuefazione filosofica a Roma  i pitagorici

giocano al tempo stesso il ruolo di “estranei” e di “nostri”.

Se rileggiamo Seneca alla luce di queste osservazioni di Roman Pithagoras, i ricordi senecano non sono solo

autobiografici, ma sono anche costanti della storia della cultura romana.

Pitagora romano

Alcuni dei tratti del si trovano anche nell’epistola *108.

prologo XV libro Metamorfosi di Ovidio

Tra questa epistola, [paragrafi 17 – 22], e il del delle (discorso

di Pitagora, a noi interessa quando parla del vegetarianesimo) si possono fare molti confronti.

Quali sono quindi i contatti, le somiglianze?

• schema narrativo

Lo  la trasmissione del vegetarianesimo pitagorico avviene in entrambi i testi in una

forma mediata: è un pitagorico più anziano (Sozione – il vecchio di Samo che accoglie Numa) che spiega

in modo didattico ed essoterico (per profani) la dottrina, e la insegna ad un discepolo fervente (Seneca –

Numa  Ovidio dice che è divorato dalla fame di sapienza, vuole imparare cose più arcane).

.

• due ragioni

In entrambi la spiegazione della dieta pitagorica si basa su , che sono alternative ma non

laica religiosa

concorrenziali: una più e una più .

Nella *108 la prima è la profilassi contro la crudeltà per Sestio, la seconda per Pitagora la metempsicosi;

in Ovidio c’è lo stesso schema, il vecchio dice prima la ragione laica (non c’è bisogno di uccidere e

dilaniare altre creature per nutristi  contro la crudeltà), poi espone la metempsicosi, con un forte

innalzamento di stile.

.

• Secondo uno studioso, il confronto con Seneca del prologo di Ovidio ci aiuta a scegliere tra due varianti

del manoscritto.

Siamo ai vv. 103 – 104:

Dopo che il dannoso inventore della dieta di carne,

“ (il primo che ha stabilito, trovato una cosa)

chiunque fu quello, invidiò il pasto dei leoni ”.

Deprecazione del primo inventore della dieta carnea, dannoso perché ha assegnato agli uomini il vitto dei

leoni. leonun deorum

Questa lezione è riportata da pochi codici, al posto di invece si trovava in molti codici ,

il cibo degli dei

“ ”, che veniva qui inteso come la carne offerta in sacrificio  cioè questo “inventore” ha

voluto elevare l’uomo dalla sua dieta vegetariana, facendolo mangiare come gli dei.

Accettando deorum la dieta carnea diventa un atto di ubris , tracotanza: l’uomo deve accontentarsi di un

cibo da uomini, non aspirare a quello degli dei.

Nel secondo caso, leonum, il mangiare carne è invece un abbassamento, l’uomo non deve mangiare

quello che mangiano le bestie.

I manoscritti si dividono tra queste due forme, i più però andavano in favore di deorum che compariva più

spesso.

A favore però di leonun è il confronto con il testo di Seneca, [paragrafo 21]; Quinto Sestio attraverso

ti tolgo gli alimenti di leoni ed avvoltoi

Sozione dice “ ”  questa immagine senecana ha convinto che in

Ovidio ci fosse leonum, e non deorum.

.

• Spiegazione della metempsicosi : il vecchio di Samo in Ovidio la giustifica connettendola alla legge

dell’eterno mutamento e stabilendo un nesso con il moto dei pianeti, e mette in guardia dall’incorrere

involontariamente nel crimine di mangiare i propri congiunti.

tutto muta, nulla muore nessuno spirito

[Paragrafi 19 – 20] di Ovidio “ ”  stesso concetto nella *108 “

vivente, se credi a lui, perisce ”.

In entrambi i testi la spiegazione della metempsicosi prende spunto dai cambiamenti astronomici, che

vengono descritti in modo molto raffinato.

Condividono poi l’orrore, espresso in Seneca da Sozione, per l’orribile crimine di mangiare i propri

congiunti (espresso al [paragrafo 19]).

Possiamo quindi inserire i paragrafi selezionati da Seneca nella tradizione d Pitagora romano.

censura

Ricordiamo inoltre a conferma di ciò la severa riportata da Seneca che ha portato alla chiusura della

scuola dei Sesti. tratto letterario

Questa menzione ha valore autobiografico, ma nella *108 potrebbe funzionare come , cioè

essere l’allusione a un noto episodio facente parte anch’esso della tradizione del Pitagora romano.

L’episodio è quello di un atto di censura che il Senato (181 a.C.) esercitò contro dei libri pitagorici: erano

stati trovati in un sarcofago attribuito all’epoca al re Numa 6 libri in latino con delle prescrizioni riguardanti

culti della religione romana ufficiale, che Senato aveva recuperato, dando importanza a questo fatto.

C’erano poi 6 libri in greco che contenevano teorie pitagoriche ed erano stati immediatamente bruciati

perché il Senato temeva che il popolo se ne impadronisse e contestasse la religione ufficiale  atto contro la

sapientia, così come aveva agito il padre di Seneca, che non voleva i figli si perdessero nella filosofia.

CONFRONTO SENECA – CICERONE

EPISTOLA *108 – TUSCOLANE

Ci pare che in questi paragrafi Seneca voglia realizzare una prefazione, un prologo che renda omaggio e fissi

i caratteri di una fase importante della filosofia in toga (philosophia togata): parla della propria formazione

filosofica ma l’epistola *108 sembra infatti essere legata a quelle prefazioni che Cicerone aveva composto

Tuscolane

per le .

Vediamo quindi lo stesso bisogno di fare un manifesto della filosofia seguita: a questo punto l’epistola *108,

con valore retrospettivo, diventa un prologo, un’interpretazione di questa fase della filosofia romana.

Seneca quindi prende il modello di Pitagora, così come il pitagorismo è implicato nella nascita delle filosofie

romane (prologo 4 libro Tuscolane), così Seneca si richiama i tratti di Pitagora perché ha bisogno di questo

simbolo culturale come momento fondante.

Un legame per altro tra il prologo del libro 5 e l’epistola *108 è riscontrabile nella descrizione che Seneca fa

della scuola del filosofo  nel prologo del 5° libro Cicerone riporta una similitudine che faceva Pitagora, la

celebre immagine della fiera al mercato.

Il brano di Pitagora si riferisce ai vari utenti della vita, chi cerca la gloria, chi vuole fare affari, ma c’è anche

chi ama solo la sapienza, non chiede un tornaconto  questo schema a categorie, di cui una che esprime il

vero filosofo, è lo schema che ritroviamo, non più applicato alla via ma alla scuola, in Seneca.

EPISTOLA *108 – SOMNIUM SCIPIONI

La menzione congiunta che fa Seneca dei suoi trascorsi pitagorici con il suo studio presso Attalo, può avere

un significato simbolico, può essere un’eco ciceroniana.

Cicerone infatti nel Somnium Scipionis (parte finale del dialogo De Republica) per bocca di Scipione

l’Africano osserva che Platone può essere considerato uno dei padri della filosofia greca, e di lui dice che si

era dato alla frequentazione di maestri di dottrine pitagoriche e che pur avendo amato in modo esclusivo

Socrate, aveva voluto intrecciare l’epos e la sottigliezza della dottrina di Socrate con l’oscuritas e la gravitas

pitagorica.

Questa doppia matrice di Platone è lo steso schema che Seneca, con un po’ di ironia, adotta per sé, e quello

che sembra provare questa idea è che Attalo fosse famoso proprio per la sua subtilitas.

NATURALES QUAESTIONES – TIMEO

Confrontiamo poi un passo del Timeo di Cicerone (traduzione in altino dell’opera greca) confrontato con un

passo della Naturales Quaestiones di Seneca .

Siamo nella prefazione del Timeo, dove Cicerone dice:

. Molti argomenti sono stati da noi (Cicerone) scritti negli Accademici contro i fisici e spesso

“ (opera)

sono stati affrontati con Publio Nigidio alla maniera di Carneade anche recentemente ”.

.

Carneade : filosofo dell’accademia scettica, che Cicerone segue come metodologia di ricerca, Carneade cioè

espone una teoria e poi la sottopone alla discussione da parte di due avversari.

Publio Nigidio Figulo: contemporaneo di Cicerone, è un pitagorico romano, è un po’ l’antecedente di

Quinto Sestio, il suo predecessore, uomo esperto di religione, figura mistica, tra il santone e il filosofo.

Sappiamo da questo prologo che era uno degli interlocutori con cui Cicerone si intratteneva per parlare di

filosofia.

Ne fa poi un elogio:

. Fu infatti, quel grand’uomo, sia fornito di tutte le altre arti che appunto sono degne di un uomo

libero sia fu un acuto ed appassionato ricercatore di

(grammatica, dialettica, retorica, medicina…)

quelle cose che sembrano essere state tenute nascoste dalla natura , e dunque

(i segreti della fisica)

così penso, che dopo quei famosi pitagorici la cui disciplina in un certo modo fu estinta, dopo

essere rimasta in vigore tanti secoli in Italia e in Sicilia, penso che costui sia esistito a rinnovarla. ”

.

Nel passo Nigidio è colui che ha dato vita ad una renovazio della filosofia pitagorica , dopo uno sviluppo

molto fiorente che però a Roma si era estinto.

.

Seneca riprende questo schema ciceroniano per tessere l’elogio della scuola dei Sesti, nel libro finale delle

Naturales Quaestiones infatti parla del fatto che le scuole filosofiche sono tutte in decadenza nel suo periodo,

passa quindi in esame le varie scuole arrivando a quella pitagorica.

. E quella famosa scuola pitagorica, che non vedeva bene le masse, non trova un maestro; quella

nuova setta (scuola) dei Sesti di forza (tempra) romana, fu spenta al suo inizio, pur avendo iniziato

con grande impeto ”.

.

È un grandissimo riconoscimento, di una filosofia che ha tutto di quelle greche ma anche la qualità della

forza d’animo romana. *

EPISTOLA 93

tema del tempo misurazione della vita

Questa epistola affronta il e della , proponendo quello che è uno dei

De Brevitate Vitae

temi più cari a Seneca, affrontato anche nel dialogo .

Quest’ultimo risale al 49 d.C.: richiamato da Agrippina per occuparsi dell’educazione del figlio, Seneca

ritorna dall’esilio iniziato nel 41.

Il dialogo è dedicato a Paolino, prefetto dell’annona nel 49.

Questo è il termine che si ritiene cronologicamente più significativo per la datazione del dialogo, anche

perché esso ha al centro il tempo per i negotia politici.

Paolino fu probabilmente il padre di quella Paolina che Seneca sposò in seconde nozze.

Paolina fu la donna che si ritrovò accanto a Seneca negli ultimi anni della sua vita e che tentò di suicidarsi

insieme al marito, ma, per intervento diretto di Seneca, venne salvata dal medico che coadiuvava il suicidio

di Seneca stesso.

La lettera potrebbe dividersi in tre parti:

• dal paragrafo 1 al paragrafo 8 : prende spunto da una notizia che gli ha riportato Lucilio, che si

Metronatte

lamenta per la morte di un amico comune, il filosofo .

Quest’ultimo era un filosofo stoico, che aveva aperto una scuola a Napoli.

Seneca prende spunto dal dolore di Lucilio e parte con una riflessione sulla misura della vita stessa e

sviluppa questo topos – ovvero cosa vuol dire vivere veramente – per questi otto paragrafi;

.

• dal paragrafo 9 al paragrafo 10 : il tema è sempre quello della ricerca del significato della vita, ma la

prospettiva sembra aprirsi a livelli più alti dal punto di vista filosofico.

È come se nei primi otto paragrafi ci fosse stato un iter di preparazione spirituale, per giungere in questi

paragrafi alla contemplazione del saggio.

Si giunge ad una ucronia, ovvero una dimensione ideale del tempo che pertiene al saggio.

.

• Dal paragrafo 11 al paragrafo 12 : si dà un riepilogo di ciò che è stato detto fino a quel momento.

La lettera riprende il filosofo Panezio, importante stoico dal quale Cicerone apprende le nozioni base dello

stoicismo (a cui non aderirà), importantissimo per il trattato “De Officis” in cui troviamo il concetto delle

persone, nel senso di maschere, che ognuno porta e mostra in società, concetto importante anche in Seneca

che lo evolverà rispetto a Cicerone.

Riguardo alla morte Seneca, come Panezio, parla anche di divinità: il linguaggio dell’epistola in effetti ha un

che di mistico, ma è importante ricordare che gli stoici individuano il pantheon classico in manifestazioni

fisiche e non trascendentali.

Zeus era ad esempio il logos, quando Seneca parla di dei parla di manifestazioni superiori ma non

trascendentali.

[1]

Nell’epistola in cui ti lamentavi della morte del filosofo Metronatte, come

se egli avesse dovuto o potuto vivere più a lui, ho sentito la mancanza del

tuo usuale equilibrio, che solitamente hai in abbondanza per ogni affare e

ogni attività, ma che viene meno in una sola cosa nella quale manca a

tutti: ho trovato molte persone giuste verso gli uomini, ma nessuna giusta

verso gli dei.

Ogni giorni rimproveriamo il destino: “perché quello è stato rapito nel

pieno della vita? Perché non l’altro? Perché prolunga una vecchiaia

penosa a sé e agli altri?”

Persona : l’etimologia è riconducibile al verbo personare, che significa amplificare la voce.

• In latino questo termine, rispetto all’italiano, si trova all’opposto per quanto riguarda il significato:

• maschera teatrale;

• personaggio.

A poco a poco persona entra nel linguaggio della filosofia.

Il concetto di maschera comincia ad acquisire un significato etico: Seneca riprende questo discorso e lo

evolve.

Dalla riflessione senecana verrà poi il colorito dalla filosofia cristiana e di Agostino.

Qui si riferisce, in particolare, ai ruoli e alle funzioni che Lucilio ha nei confronti della società (nel

periodo delle Epistole Lucilio sembra essere in Sicilia a svolgere un incarico politico).

.

Nella sua vita Seneca ha trovato molti uomini giusti nei confronti degli altri uomini, ma nei confronti

• degli altri dei non ha mai trovato nessuno ed in ciò Seneca vede un tratto di ingiustizia.

Noi siamo soliti insultare ogni giorno il fato (deus e fatus sono la stessa cosa nel linguaggio stoico; per

quanto riguarda la sua filosofia, quando Seneca parla di dei – nella sua accezione plurale – si riferisce

sempre al logos stoico ).

Perché proprio lui è stato tolto di mezzo dal tempo proprio nel mezzo della sua vita?

Perché proprio lui e non un altro, molto più cattivo?

Ragionando in questo modo noi siamo estremamente ingiusti nei confronti del principio divino.

L’esempio particolare diventa esempio generale.

.

Il verbo rapio sta ad indicare il trascinare via con violenza e spesso indica la violenza del fiume in piena.

• [2]

Ti chiedo, reputi più giusto, che tu obbedisca alla natura o che la natura

obbedisca a te?

Ma che cosa importa se tu esci prima o dopo dalla vita dalla quale devi

uscire in qualsiasi caso?

Non dobbiamo avere cura di vivere a lungo, ma di vivere bene

(sufficientemente); infatti che tu viva a lungo dipende dal destino, che tu

viva bene, dall’animo.

La via è lunga se è piena; ma diventa piena quando l’animo ha ripreso

possesso del suo bene e ha trasferito a se stessa il pieno dominio di sé.

Natura : qui è la terza faccia di un unico concetto: è un altro modo per interfacciarci col logos.

• Seneca usa tutti questi sinonimi perché gli interessa adottare la stessa ottica del suo interlocutore.

Cerca di partire da quel linguaggio comune, del comune sentire, per progredire nella strada della

sapienza.

Te … naturam

: sono uguali dal punto di vista sintattico e sono i due elementi estremi del chiasmo; mentre i

• due elementi medi sono naturae e tibi perchè sono al dativo.

Questo intreccio sintattico è iperretoricizzato ed è una sollecitazione intellettuale a capire il rapporto che

• si stabilisce tra noi e la natura.

Riprende a parlare della morte: “che cosa importa se usciamo più o meno velocemente da dove comunque si

deve andare?”  risalta il valore stoico dell’indifferenza; “va bene lo stesso” direbbe lo stoico davanti a

quello che noi chiameremmo un evento sfortunato.

L’importante per il filosofo è aver vissuto degnamente, non aver vissuto a lungo: si può vivere anche fino a

80 anni ma aver vissuto come una pianta, meglio allora morire prima ma vivendo appieno.

Satis : è ancora una misura, ma implica un giudizio soggettivo.

• L’idea dell’“abbastanza” – nelle lamentele di Lucilio – stava ad indicare il tempo, ma non è questa la

definizione più giusta.

L’animus è lo spazio della tua libertà.

Al concetto di satis si associa il concetto di pienezza, capacitas.

Quest’ultimo permette di trasformare ciò che è relativo in assoluto.

Ogni contenitore si riempie in maniera diversa, ma quando si riempie tutto, quel tutto relativo diventa un

tutto assoluto.

.

La vita è lunga se è piena, completa, ed è colma quando l’animus ha restituito il proprio bene a sé stesso e

• ha trasferito su di sé la padronanza di sé stesso.

Tautologia: il bonum dell’animus è la virtus e quindi l’animo stesso.

L’animo comanda su di te perché è il principio di logos che si svela negli uomini.

Non c’è un bene trascendente, ma è l’esercizio delle facoltà razionali a renderti l’assoluto.

Ogni creatura ha il suo telos, il suo scopo, all’interno dell’universo stoico, e questo scopo si rivela nella

capacità di progredire, di sviluppare se stessi.

Questa è la prima risposta su cui Seneca vuole lavorare dopo aver provocato Lucilio.

• [3]

Che cosa giovano a quello ottant’anni trascorsi nell’inerzia?

Costui non è vissuto ma ha indugiato nella vita (è stato ospite della vita), e

non è morto tardi, ma poco a poco.

“È vissuto ottant’anni”.

Importa da che giorno calcoli la sua morte.

“Ma quell’altro è morto nel fiore degli anni”.

Il morire tardi, in questo caso, diventa una maledizione, perché è morto più a lungo di qualcun altro.

• Seneca cerca in tutti i modi di sollecitare una visione diversa delle cose, ribaltando i luoghi comuni.

La dimensione temporale diventa una dimensione etica e non più ontologica.

Octoginta annis vixit : c’è il disperato tentativo dell’interlocutore di ritornare ad una visione del tempo

• corrente.

Non sono ottanta gli anni, perché dipende da quale giorno inizi a contare la sua morte.

Gioca al paradosso della matematica ribaltata, degli anni mancati.

[4]

Ma ha adempiuto ai suoi doveri di buon cittadino, di buon amico, di buon

figlio; non è mai venuto meno ai propri doveri; sebbene il tempo della sua

vita non sia stato pieno, la sua vita è stata piena.

“È vissuto ottant’anni”.

Anzi è esistito ottant’anni, a meno che tu non dica che è vissuto così come

si dice che vivono gli alberi.

Ti prego, Lucilio, facciamo in modo che come le cose preziose così la

nostra vita non abbia molta estensione ma molto peso (non conti per la sua

estensione ma per il suo peso); misuriamola dalle azioni, non dal tempo.

Vuoi sapere che differenza c’è tra un uomo vigoroso e sprezzante della

fortuna e che ha assolto a tutti i doveri della vita umana ed è giunto al

sommo bene e quello per il quale sono trascorsi nell’inerzia molti anni?

Il primo resta in vita anche dopo la morte, l’altro muore prima di morire.

Immo : significa sì, certo, quindi sembra dare ragione all’interlocutore, ma poi Seneca utilizza il verbo

• fuit, facendoci capire che rimane sulla sua posizione.

Paragone tra il peso delle cose preziose e il valore che sia Lucilio che Seneca devono provare a dare alla

• propria vita.

[5]

Lodiamo così e annoveriamo nel numero dei fortunati colui dal quale è

stato ben collocato quel poco di tempo che gli è capitato.

Vide infatti la luce vera; non fu uno tra molti; ha vissuto ed è stato

vigoroso.

A volte ha usufruito del tempo sereno, a volte, com’è solito accadere, il

fulgore della stella più brillante (= Sole) si è sprigionato attraverso le

nuvole.

Perché chiedi per quanto tempo sia vissuto?

Vive ancora: è balzato oltre fino ai posteri e si è consegnato alla memoria.

• Quantulumcumque : pronome relativo indefinito, cumque (qualsiasi) + quantulum, diminutivo di quantus,

pronome di quantità.

• Cui : inteso come un dativo d’agente = a quo.

• Conlocatum est : metafora finanziaria che designa l’investimento di denaro.

• Temporis : genitivo partitivo, specifica la “piccola quantità”.

• Viguit : riprende il vegetum del paragrafo 4, quando Seneca stabilisce la differenza tra l’uomo vegetale e

l’uomo che vive secondo la virtus, riempiendo la propria vita di significato.

Perfetto di vigeo, star bene, essere vigoroso.

.

• Usus est : da utor, vuole l’ablativo.

.

• Validi sideris : espressione rara e tecnica per designare il Sole, per gli antichi una stella.

La ritroviamo soltanto in un passo di Manilio degli Astronomica dove però l’espressione è applicata alla

tessa più luminosa del gruppo delle Orse.

In questo passo Seneca anticipa a livello lessicale quello che sarà lo sviluppo del pensiero dal [paragrafo

9], quando introduce una tematica di tipo astronomico.

.

• Il [paragrafo 5] riprende l’incipit, parla di Metronatte riprendendo quindi la lamentela di Lucilio per la

sua morte.

La lamentala, che Seneca disapprova, ha innescato la riflessione più amplia di tematica generale ma in

questo paragrafo Seneca torna su Metronatte e ne fa quasi la laudatio funeris (laudemus).

Seneca aspetta a fare la laudatio, che Lucilio forse si aspettava per un amico comune, dopo aver voluto

forse sgomberare i luoghi comuni cioè le pratiche di lutto condivise per poter restituire la vera dignità in

morte a questo filosofo.

• Veram lucem : allude ad un aldilà, Seneca quindi pare discostarsi dallo stoicismo, è una prospettiva più da

Somnium Scipionis, il paradiso degli spiriti magni  ricorda influenza platoniche o neopitagoriche.

Seneca però potrebbe anche riferisci all’immortalità che Metronatte avrà presso i posteri.

Da Metronatte a Seneca: il discorso va in prima persona  strategia didattica argomentativa, Seneca si mette

personalmente in gioco, la lezione viene riproposta come esercizio di autocorrezione spirituale da cui Lucilio

deve prendere esempio.

[6]

Non per questo rifiuterei che più anni vengano a me (se mi fossero

concessi più anni); però non direi mai che qualcosa sia mancato a me per

la vita felice se lo spazio di questa vita viene troncato; infatti io non mi

sono regolato su quel giorno che un’avida speranza mi aveva promesso

come ultimo, ma ho guardato ogni giorno come se fosse l’ultimo (non ce ne

è stato nessuno che non ho guardato come se fosse l’ultimo).

Perché mi chiedi quando sono nato, o se ancora sono ritenuto tra i

giovani?

Ho ciò che è mio.

• Recusaverim : congiuntivo potenziale.

• Inciditur : immagine delle Parche, dee del destino che filano la nostra vita su un arcolaio e quando viene il

momento recidono il filo.

Torna in un contesto non mitologico.

.

• Pragmaticità senecana : se gli viene offerto qualcosa di più, lo prende, ma anche senza questi anni in più la

sua vita sarebbe comunque beata, felice  la felicità pertiene l’animus, non ha niente a che fare con il

tempo che invece è qualcosa di esterno  concetto dell’indifferens, “se c’è bene, se non c’è bene lo

stesso”.

.

• Aptavi : mettere insieme, far combaciare qualcosa.

• Spes avida : la speranza non è una virtù stoica, il saggio non è lo stolto che spera in qualcosa che non ha, e

qui infatti è caratterizzata negativamente.

• Nullum non …: doppia negazione, frase positiva.

• An censear : censeo verbo tecnico del censimento, qui congiuntivo presente passivo richiesto da an, che

introduce una frase interrogativa indiretta disgiuntiva.

• Meum

: non è l’età, che non è sua, non lo riguarda: specificato che cosa sia meum nel [paragrafo 7].

[7]

E come in una minore corporatura (struttura di corpo) può esserci un

uomo perfetto, così anche in una minore misura di tempo la vita può essere

perfetta.

L’età è tra le cose esterne.


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in lettere moderne (letteratura, linguistica, filologia italiana e romanza)
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Università: Milano - Unimi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marta.sprea95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina con Istituzioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Moretti Paola Francesca.

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