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Letteratura Latina Medievale, prof. De Prisco Appunti scolastici Premium

Appunti di letteratura latina medievale basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. De Prisco dell’università degli Studi di Verona - Univr, della Facoltà di Lettere e e filosofia, Corso di laurea in lettere. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Letteratura latina medievale docente Prof. A. De Prisco

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latino che non si insegnava più nelle scuole adesso si insegna nei monasteri. Lo studio del

latino dei monasteri è sempre lo stesso latino che si studiava nelle scuole ma con delle

finalità diverse.

Chi frequentava il latino a scuola si formava per assumere una funzione pubblica, per

• diventare un buon parlatore, per scrivere in un certo modo; quindi imparava Virgilio,

Cicerone, Seneca ecc.

Il fine della monacazione non era questo. Il latino serviva ai monaci per comunicare

• tra confratelli che vivevano in comunità diverse. Serviva nella vita comunitaria,

serviva nella liturgia, serviva per comunicare con Dio. Senza il latino il monaco non

poteva avere un contatto diretto con il suo monastero. Non poteva conoscere la sacra

scrittura.

Il latino che circola nei monasteri non è certo quello di Virgilio, Cicerone, ma quella della

sacra scrittura, dei Padri della Chiesa, è il SERMO CRISTIANUS, il latino dei cristiani. La

regola di Feriolo (che fu vescovo in provenza) ci fa capire qual è il rapporto che i monaci

intrattengono con la lingua latina. Feriolo scrive: “omnis qui nomen vult monachi vindicare

litteras ei ignorarae non licerat → chiunque vuole attribuire a sé, vuole essere monaco, non

è lecito ignorare le lettere.

I monaci non devono essere persone di cultura, ma devono essere capaci di leggere e

commentare un testo cristiano.

La lingua latina si salvò sopratutto per una politica conservatrice della Chiesa di Roma. Il

monachesimo svolge un ruolo importante per la sopravvivenza per quella cultura che

definiamo “umanesimo cristiano”. Le letterature pagane “seculares litterae” sopravvivono

perché sono al servizio delle “divine litterae” delle letterature cristiane. Nei monasteri, per

le necessità formative esiste un luogo dove si riproducono testi (scriptorium), e questi testi si

trovano nelle biblioteche, un luogo dove vengono conservati. In questi vi si può trovare la

Bibbia, che è divisa in nuovo e antico testamento cui fa spartiacque la nascita di Cristo; vi si

può trovare la regola del fondatore, e altri testi. Per allestire gli stumenti per la formazione e

l'istruzione del monaco era necessario che questi conoscesse il latino che gli permettesse di

leggere questi testi. Ma la formazione del monaco e della sua istruzione non erano

finalizzate a fare del monaco un oratore. Il recupero delle seculares litterae è in funzione

delle divine litterae. In un momento in cui c'è nell'aria il ritorno del paganesimo, nei

monasteri c'è una dannatio memoriae, una condanna alla letteratura pagana, che bisogna

perfino oscurarne il ricordo. Nei monasteri, ai monaci più rozzi e più deboli, che

conoscevano un certo tipo di latino, si tiene lontano ciò che riguarda la letteratura pagana.

Mentre buona parte dei monaci conoscevano alcuni testi, negli stessi monasteri altri monaci

che si erano convertiti non da creduloni, ma da maturi, essi conoscevano un altro tipo di

latino e una serie di autori ai quali avrebbero dovuto rinunciare al momento della conversio.

Questi non abbandonano queste letture perché è memore delle lezioni di Sant'Agostino

vescovo di Ippona. Lui è il più grande dei Padri della Chiesa perché ha saputo congiungere

teoria e prassi; quando si è convertito, la sua è stata una conversione a 360° e la sua

conversione arriva in un momento in cui nella Chiesa era vivo il dibattito tra seculares

litterae e divine litterae. Il cristianesimo da poco aveva avuto ragione del paganesimo con

l'editto di Milano prima, in cui si riconosce la libertà di culto, e nel 380 poi, quando diventa

la religione di stato. Siamo tra il IV e il V secolo, dove il dibattito è ancora vivo: c'era chi

voleva eliminare completamente la letteratura pagana, c'era chi voleva conservarla.

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Sant'Agostino per la sua autorevolezza e il modo espositivo di comunicare la spuntò sulla

tesi della prima, lui voleva conservare la letteratura pagana. Sant'Agostino scrive un'opera

che sarà nel tempo considerata la caratteristica dell'intellettuale cristiano, che è l'esegeta

della sacra scrittura. Chi vuole esercitare al massimo grado il suo sapere, lo deve fare

nell'interpretazione della parola di Dio e commentarla, ovvero capire il senso e comunicarlo

agli altri. Sant'Agostino afferma che l'intellettuale cristiano deve possedere una preparazione

grammaticale, retorica e filosofica. Per capire la sacra scrittura bisogna sapere sia il latino,

sia il greco, e anche l'ebraico, perché i vangeli sono stati scritti in greco e tradotti in latino,

la stessa cosa vale per i testi dell'antico testamento che erano stati scritti in ebraico, e questi

testi sono stati a loro volta tradotti in greco. Tutta questa cultura non deve però apparire nel

momento del commento biblico, la sua cultura deve sempre essere considerata un mezzo

efficace alla comprensione del testo per chi questi mezzi non li possiede. L'intellettuale

cristiano quando scrive, non scrive per se, per la gloria, la sua deve essere un'arte al servizio

dell'insegnamento. Poiché interessa il fine della scrittura e non la qualità, gli intellettuali

cristiani devono usare il servo umilis. Nell'ottica cristiana c'era un rovesciamento dei valori,

ricordiamo “gli ultimi saranno i primi” e “beati gli umili perché di loro è il regno dei cieli”.

Bisognava usare il servo umilis per farsi capire dallo strato di popolazione più bassa. Il

vangelo è già bello e nobile di per sé, non c'è bisogno di arricchirlo con le figure retoriche.

La dottrina cristiana era una delle più diffuse e più lette nei monasteri. Gregorio Magno ha

capito che le seculares litterae potevano servire per capire meglio le divine litterae.

Gregorio Magno e Cassiodoro sono considerati i pilastri del Medioevo.

Gregorio Magno

Il fatto stesso che noi ricordiamo questa persona con l'epiteto di Magno ci deve indurre a

una riflessione. L'epiteto Magno è destinato a pochissime persone che nella vita hanno fatto

qualcosa di straordinario. Gregorio Magno nacque a Roma nel 540, nato nel seno di una

ricca famiglia di rango senatorio, quella che tendeva a conservare il suo status, con

importanti possedimenti fondiari a Roma stessa, ma anche in Sicilia. Nonostante i disastri

della guerra, gli assalti, i sacchi, che Roma aveva dovuto subire, la sua famiglia era riuscita

a conservare una villa sul colle Celio. Essendo rampollo di una tale famiglia, i suoi genitori

lo avviarono agli studi della grammatica, della retorica, della dialettica (Arti del Trivio); fu

anche avviato agli studi di diritto. Poco più che trentenne, Roma aveva imparato a

conoscerlo e ad apprezzarlo, tant'è che non trovò difficoltà ad intraprendere una carriera

politica. Gradualmente coprì varie cariche pubbliche fino ad arrivare alla carica della

prefectus urbis, ovvero prefetto della città. É una carica altissima. Questa importantissima

carica che Gregorio Magno riveste all'età di 32 anni costituisce il punto massimo della sua

carriera civile. Ma ad un certo punto (colpo di scena), per motivi che non sappiamo,

Gregorio decide di farsi monaco. Dopo aver fondato sei monasteri in Sicilia, rimaneggia il

palazzo di famiglia che era su uno dei sette colli di Roma, sul Celio, e l'adatta a monastero.

Esso lo intitola a Sant'Andrea, e tutt'ora esiste, ora è gestito dai camaldolesi. La regola del

monastero è la regola di San Benedetto. La scelta di una vita religiosa in parte era nel suo

DNA perché già nella sua famiglia aveva antenati che avevano rivestito cariche altissime

come papa Felice III. Da monaco Gregorio non vive una vita eremitica, non vive chiuso

nelle cinte murarie del monastero, perché è una persona così popolare, così in vista, che i

pontefici lo vogliono al loro servizio. Così papa Pelagio II, che regna dal 579 al 590, lo

sceglie come apocrisario (nunzio apostolico), e lo sceglie non per uno stato di piccoli

dimensioni e di scarsa importanza, lo sceglie per la corte di Costantinopoli. A Costantinopoli

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Gregorio Magno rimane alcuni anni, qui può crescere in dottrine, in sapere, venire a contatto

con la letteratura greca, che sta diventando bizantina, può vedere come l'imperatore

comandava lo stato, capisce come si accresce il potere. É un mondo di formazione culturale

e politico istituzionale. Quando papa Pelagio muore, Gregorio Magno diventa papa a furor

di popolo. Sappiamo infatti che a quei tempi il papa veniva scelto non solo dalla comunità

ecclesiastica, ma anche dal popolo. Nel 590 è acclamato papa e conserverà questa carica

fino al giorno in cui morirà, il 12 marzo 604.

Gregorio Magno era destinato a lasciare un'impronta nella storia. A lui risale il “potere

temporale dei papi”. Gregorio Magno lavorò affinché il papato non fosse soltanto una

potenza spirituale, ma anche temporale, cioè che sopravvivesse anche dei propri averi, dei

propri beni, che nell'ottica di Gregorio Magno era un arricchimento per l'autonomia della

Chiesa. La Chiesa doveva avere una propria autonomia finanziaria; Gregorio intuisce che la

Chiesa doveva avere del proprio per poter aiutare gli altri. Quello che aveva appreso a

Costantinopoli lo mette al servizio del suo ministero. É attento a scegliere i suoi

amministratori. La Chiesa si stava arricchendo grazie a molte donazioni, non solo a livello

alto (persone ricche), ma anche a livello basso (persone umili, di campagna). Quest'ultimi se

non avevano niente da dare, davano le loro braccia, lavoravano per la Chiesa. Le

motivazioni di questi donazioni erano pro remedio peccatorum, pro defunctis, pro salute

animarum vivorum et defuntorum.

La sua produzione letteraria è lo specchio della sua vita. É una ricca, importante e varia

produzione letteraria. Varia per stile, perché a secondo del destinatario regolava il registro

della sua scrittura. Lui capisce che deve mantenere i contatti, oltre che con figure importanti,

rappresentative, i referenti interni, anche con i poteri esterni, con le cancellerie degli imperi

romano-barbarici. I rapporti si mantenevano attraverso atti ufficiali che erano le epistolae.

Ogni cancelleria aveva i propri funzionari che scrivevano le epistolae. La fitta rete che

Gregorio Magno era riuscito a intrecciare la conosciamo grazie a quello che ci è rimasto

delle sue epistolae (850 epistolae) che sono elencate in una raccolta che prende il nome di

Registrum Epistularum. Sono tutti dati di estrema importanza che ci permettono di capire

quale fosse non solo la politica di Gregorio Magno, ma anche come lui la gestiva. Queste

lettere sono “varie” non soltanto per il contenuto, ma sono varie per lo stile, essi tengono

sempre conto del destinatario. Molte di queste lettere non sono state scritte da lui, ma lui le

ha lette e le ha firmate. Il papa, nell'interpretazione di Gregorio, doveva essere uno statista,

ma fino a quel momento era un pastore di anime che pascola, che nutre le sue pecorelle; il

papa deve essere colui che insegna ai suoi fedeli come essere cristiani. Ancora oggi i

pontefici svolgono la stessa funzione. Il papa deve essere uno statista, ma soprattutto un

buon pastore. Scrive una regula pastoralis che è un'opera didascalica. Una regole, il modo

di comportarsi per il pastore (non per il gregge), è una regola per i vescovi. É un'opera

organizzata in quattro libri:

Il primo è dedicato alla procedura con cui si ottiene il ministero episcopale. Quali

1. sono i requisiti che deve avere un vescovo.

Il secondo è dedicato ai comportamenti da seguire; dà delle indicazioni su come deve

2. vivere un vescovo, e questi ha un dovere preciso, la predicazione che serve ad

edificare la Chiesa.

Il terzo libro è dedicato a come si evangelizza. Le modalità con cui si raggiungono i

3. fedeli, usando un registro linguistico espressivo facile da capire per il popolo.

Il quarto libro è un libro più intimo, di raccomandazione al vescovo. Un libro in cui

4. 13

Gregorio raccomanda ai vescovi una virtù da esercitare quotidianamente: non il vizio

della superbia, ma la virtù della umiltà. Raccomanda loro la pratica del ritiro in se

stessi.

Gregorio Magno si dimostra in quest'opera capace di analizzare a livello profondo la

psicologia della persona. Avendo la capacità di guardare dentro le persone, dice ai vescovi

come devono comportarsi davanti ad esse. Con gli adulti devono comportarsi in un modo

diverso che con i bambini o gli anziani ecc.

Questa è un'opera che ebbe una grande fortuna da subito, che si trovava in ogni biblioteca

pastorale, era un prodotto che il mercato attendeva, tant'è che fu esportato anche all'estero.

Nel 602 l'imperatore d'oriente Maurizio lo fa tradurre in greco. Il re Alfredo il Grande la fa

tradurre in inglese antico.

Per essere un buon pastore, buon maestri, bisogna aver avuto nella vita dei buoni maestri.

Gregorio Magno era un maestro di dottrine cristiane. Chi li legge e le interpreta viene

chiamato esegeta. La sacra scrittura è il testo di riferimento ed anche il più diffuso.

Gregorio Magno è un grande esegeta dei testi sacri. Era uno che, quando non svolgeva vita

attiva per le funzioni che era chiamato a svolgere, leggeva, studiava e interpretava la sacra

scrittura. Per lui era un modo di mettersi in contatto con Dio.

Gregorio ci ha lasciato un'opera esegetica ricca, pesante sia per la quantità di pergamena che

ha utilizzato, sia per il contenuto. Sono 35 di commento al libro di Giobbe, chiamato

Moralia in Iob. Era un trattato di morale, di comportamento da tenere. Da esegeta non si

limita ad interpretare un testo, ma teorizza anche i vari modi, i vari punti di vista con cui si

può interpretare un testo. Questa teoria si può approcciare in tre diversi modi:

Interpretazione letterale → un racconto, ad esempio di un banchetto (esempio nozze

1. di Cana → acqua in vino)

Interpretazione allegorica → che cosa simboleggia, (che cosa significa quel

2. miracolo)

Interpretazione morale → cosa ci insegna quel racconto.

3.

Questo testo ha avuto un grande successo perché oltre ad essere ben scritto, è importante

perché costituisce per i suoi tempi e per i tempi che verranno di teologia morale, un

repertorio della morale cristiana.

Ad altri testi biblici Gregorio dedicò la sua attenzione ma non con l'impegno che diede ai

Moralia. Di lui ci rimane un commento al primo libro dei re e un commento ad uno dei libri

più noti che è il cantico dei cantici. La sublimazione dell'amore, il colloquio dello sposo e

della sposa, chi sono i coniugi, cos'è l'amore, quali sono i frutti che ne derivano. Gregorio

espone i testi: esposizione significa tirar fuori il significato dei testi.

Diritto canonico e diritto ecclesiastico

La Chiesa è organizzata come stato e vive di regole certe. Se muore un papa, non si può

improvvisare il modo di eleggerlo; se bisogna organizzare la raccolta delle elemosine nelle

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chiese, non si improvvisa. Ci sono delle regole. La vita interna della Chiesa è regolata dalle

norme di diritto canonico. Ma la Chiesa come stato ha anche rapporti con altri stati, e questi

sono regolati dal diritto ecclesiastico. Tra le norme di diritto canonico sancite da gregorio

Magno c'era l'obbligo per i vescovi di predicare. La predicazione affidata alla voce al

momento della liturgia erano testi affidati alla scrittura perché i vescovi se ne potessero

servire, e questi testi venivano raccolti in un corpus che prendono il nome di omiliario o

sermonari (ovvero la predica). Gregorio quindi, accanto alla produzione di esegeta, ci ha

lasciato una ricca raccolta di prediche, omelie, sermoni: ben 40 omelie. Ancora oggi il

momento della liturgia della parola è preceduto dalle letture bibliche, si leggono brani

dell'antico testamento e un brano del vangelo.

La predica che segue e chiude il momento della liturgia della parola non è un'invenzione del

prete. La predica si chiama predica perché appunto pre-dicere, ovvero, dire intorno a

qualcosa, spiegare i brani appena letti.

Non tutte le prediche Gregorio ha scritto di suo pugno, c'erano dei segretari che scrivevano

le sue prediche. Grande fortuna ha avuto questo omiliario, perché sono commenti esemplari.

Non dimentichiamo che Gregorio aveva alle spalle, prima della sua carriera religiosa, una

carriera di amministratore che lo avevano portato al titolo di prefetto. Aveva una buona

formazione, quella del trivio:

Grammatica → ti insegna a leggere e a scrivere.

• Dialettica → ti insegna a ragionare sui testi, si confronta a livello di idee.

• Retorica → ti insegna ad essere persuasivo, rendendo il tuo ragionamento più

• convincente.

Erano le arti senza le quali non ci si poteva affacciare alla politica.

Gregorio Magno quando cominciò a fare la sua prima predica da papa ha cambiato il suo

discorso, non era un discorso “politico”, sapeva già persuadere e seguiva un “modello” che

si chiama I.D.E.A.

I → Inventio

• D → Disposizio

• E → Elocutio

• A → Actio

Erano tutti strumenti di comunicazione.

Le omelie ebbero un grande successo. Lo sappiamo dal numero di copie della tradizione

manoscritta, dalle copie che ne sono state fatte.

L'ultima fatica letteraria di Gregorio Magno, che ai suoi occhi rappresentava sicuramente lo

strumento più adatto all'edificazione della Chiesa furono gli Exempla, ovvero spiegare la

parola di Dio con degli esempi. Era un'opera scritta essenzialmente per le classi sociali più

umili, affinché essi capiscono meglio la parola sacra. Era la letteratura degli esempi.

Gregorio Magno aveva ideato un testo capace di parlare alle masse, che avesse una valenza

edificatoria. Un testo che avrebbe dovuto lasciare un segno.

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Chi non è in grado di insegnare la sacra scrittura è in grado di ascoltare la vita di un santo. Il

papa deve parlare a tutti. É il genere agiografico, la letteratura dei santi. Gregorio compone

quattro libri di contenuto agiografico. Questa raccolta ci è tramandata con il titolo di

Dialogi, ovvero la forma dell'opera. Gregorio escogita per la vivacità narrativa la modalità

dialogica per presentare i suoi santi, ha una spalla per così dire. Quattro libri agiografici

dedicati a santi italiani (il genere agiografico già esisteva, Gregorio non è stato il primo). La

grandezza dei Dialogi consiste nella sua capacità comunicativa. Il secondo libro è

completamente dedicato a Benedetto da Norcia, perché Gregorio aveva capito che

Benedetto lo era non solo di nome, ma nei fatti, destinato a fare del bene. L'importanza che

ammette Gregorio è un'importanza non solo come modello di santità, ma poiché la regola

monastica è in grado di formare ottimi monaci, questi possono essere importanti per la

evangelizzazione. Quest'ordine monastico gode di particolare considerazione dal papa.

Gregorio spiega cos'è un santo. I santi sono degli intercessori, non fanno miracoli, questi li

può fare solo Dio. I santi intercedono presso Dio per fare un miracolo. Nella prefazione

dell'opera Gregorio dice al lettore di credere alle sue parole, anche se non ha conosciuto

questi santi, che sono lontani dal tempo. Dice anche che c'è stato un precedente, ovvero

delle opere che parlano di miracoli anche se non viste in prima persona: sono i Vangeli. Gli

evangelisti che non hanno visto in prima persona i miracoli di Cristo, ma si sono fidati di

persone degne di fede. Lo stesso fa Gregorio, si fida di persone degne di fede.

In quest'opera usa un registro linguistico epressivo più umile possibile.

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L'età Carolingia

Con questa definizione si fa riferimento alla letteratura prodotta a cavallo nella parte finale

del secolo VIII e nel IX. Essa è l'età della rinascita. La cultura e la letteratura di quest'età

sono fortemente influenzate dalla corte di Carlo Magno e dei suoi immediati successori.

Carlo Magno che viene incoronato dal papa (patto di protezione fra Chiesa e Impero) la

notte di Natale dell'800: in questo modo diventa imperatore per volere del popolo e di Dio.

Nasce così il Sacro Romano Impero. Carlo Magno vuole ridare la pace che la Romània ha

perso, c'è un processo di unificazione che di diverse popolazioni, unità sia linguistica che

culturale. Carlo affida la direzione della sua politica culturale a un maestro inglese, Alcuino

di York. Il progetto è grandioso e al tempo stesso concreto: ci si appoggia alle solide

strutture ecclesiastiche, potenziando la crescita e il rafforzamento delle scuole e delle

biblioteche, e, per la produzione dei libri, ai monasteri. Carlo promuove la riorganizzazione

delle scuole monastiche, rendendole operandi per l'istruzione sia del personale monastico sia

degli alunni non destinati alla carriera ecclesiastica. Sorgono in numerose località vere e

proprie scuole per i giovani destinati ad entrare nelle file della gerarchia religiosa e/o

dell'amministrazione imperiale. Esse sono oggetto di numerosi capitolari, fondamentale è

l'Epistola de litteris colendis, che impartiscono disposizioni precise per quanto riguarda, ad

esempio, l'insegnamento della scrittura, la trascrizione dei testi. In ogni scuola vanno

insegnati i Salmi, le note, il canto, il calcolo, la grammatica e i libri devono essere corretti

con grande cura. Decisiva è in questo senso l'introduzione di una nuova scrittura, la

minuscola carolina. Anche l'amore per i classici, uno degli elementi che maggiormente ha

fatto parlare di rinascita per la cultura dell'Età Carolingia è fortemente legato alle grandi

biblioteche fondate o notevolmente accresciute, grazie alle quali sono sopravvissuti testi

probabilmente destinati all'oblio. La copiatura dei codici vive un'autentica impennata in età

carolingia. L'iniziativa forse più geniale e duratura della politica culturale di Carlo e dei suoi

consiglieri riguarda l'uso della lingua scritta. Il latino, durante i suoi secoli precedenti, si era

sviluppato in maniera cronologicamente e geograficamente assai eterogenea. Molto diversa

era ormai la situazione nei paesi di lingua romanza e in quelli di lingua germanica o slava.

Questo rendeva particolarmente difficile la comunicazione orale; ma anche quella scritta

ormai non aveva più una sua norma generale, con conseguenze disastrose soprattutto sulle

esigenze amministrative e burocratiche. Non a caso l'idea di “Rinascita Carolingia” si fonda

proprio sull'intervento di Carlo e dei suoi dotti in materia di lingua latina: per tornare ad una

unità linguistica si sceglie l'unica strada possibile: ripristinare il latino di prima delle sue

evoluzioni e metamorfosi, quindi un latino III – IV secolo d.C. Per far questo si rende

indispensabile la scuola, l'unica in grado di fornire competenze circa una lingua e una

letteratura di secoli e secoli prima. Ciò fa naturalmente sì che si interrompa la possibilità di

un uso del latino anche per la vita quotidiana, in un certo qual senso “imbalsamandolo”; ma

al tempo stesso prospetta lo straordinario vantaggio di creare un linguaggio standardizzato,

comune a tutti gli intellettuali o semplicemente alfabetizzati d'Europa, che costituisce dal

punto di vista storico-culturale una delle più grandi invenzioni del Medioevo.

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Paolo Diacono

Alla corte di Carlo Magno si distingue in quanto storiografo l'italiano Paolo Varnefrido,

detto, dopo l'ingresso in monastero, Paolo Diacono. Nato in Friuli da una nobile famiglia

longobarda intorno al 725, funge da precettore di Adelperga, figlia dell'ultimo re longobardo

Desiderio. Nel 779, dopo la caduta del regno, si ritira a Montecassino. Dopo aver fatto

pervenire tramite Pietro da Pisa al nuovo padrone d'Italia, Carlo Magno, una supplica in

favore del fratello Arichi, arrestato in quanto ribelle, Paolo viene contattato dal re dei

Franchi, che lo vuole presso la sua corte, dove resta dal 782 al 786. Ritorna a Montecassino

nel 787, rimanendovi fino alla morte (799).

Paolo Diacono è poeta, scrittore erudito e agiografo, ma la sua fortuna è dovuta alla

produzione storiografica. Scrive una Epitome del De verborum significatione di Pompeo

Festo, dedicata a Carlo Magno, ed una Expositio dell' Ars di Donato. Altre opere sono di

tipo più strettamente religioso. Un'agiografia: la Vita beati Gregorii papae, un testo asciutto

e poco miracolistico, dove il grande pontefice viene descritto come l'ideale del perfetto

cristiano. Dietro richiesa di Carlo Magno, raccoglie in un Homiliarium i più famosi sermoni

della Tarda Antichità e dell'Alto Medioevo. Una raccolta imponente e prestigiosa, che

godette di fortuna davvero enorme, dal momento che fu utilizzata ancora fino a pieno secolo

XX.

Intorno al 770 compone per la sua allieva Adelperga, una Historia Romana, in 16 libri. Si

tratta di un testo di pura compilazione, ma che proprio per la sua chiarezza e sinteticità trovò

grande fortuna: divenne per tutto il Medioevo un apprezzato manuale scolastico. Non

soltanto a Roma, appare al centro dell'interesse, ma l'Italia nel suo complesso. Opera

storiografica minore sono i Gesta episcoporum Mettensium.

Negli ultimi anni della sua vita, in Montecassino, Paolo scrive la sua opera più importante,

l'Historia Langobardorum. In sei libri, dalle origini mitiche del popolo germanico arriva

fino al 744, fermandosi a una quarantina di anni prima di quando l'autore scrive; e

sopratutto, a una trentina di anni prima del crollo del regno longobardo sotto l'urto franco. E

questo non è un caso: lo scrittore chiude la sua narrazione col regno di re Liutprando,

quando i Longobardi sono al culmine della loro potenza; tralascia cioè di narrare della sua

gente il declino, culminato nella conquista franca del 774. Le fonti del racconto sono solide:

Gregorio di Tours, Isidoro, ma anche i poeti antichi come Virgilio. La parte più originale

dell'opera consiste nell'inserzione di materiali tratti da fonti orali di origine germanica, ed

aneddoti che rendono la narrazione un monumento della storiografia altomedievale italiana.

Paolo guarda al passato del suo popolo, inventandone il mito. Scrive una storia passionale,

epica, creatrice di ideologie, o, se si vuole, di mitologie. Lo stile è affascinante e la lettura

avvincente. 18

Eginardo

La figura storiografica di Carlo Magno è legata essenzialmente all'opera di Eginardo.

Educato a Fulda, arriva alla corte intorno al 795. I contemporanei descrivono Eginardo

come il piccolo uomo, la“formica”, capace di sforzi enormi e instancabile nel lavoro. Morto

Carlo, Ludovico il Pio, del quale è segretario, lo nomina abate di diverse abbazie e

precettore dell'erede al trono Lotario. Quando si accende lo scontro tra il Pio e i suoi figli,

Eginardo riesce a mantenersi sostanzialmente imparziale tra le fazioni in lotta, e alla fine si

ritira, insieme alla moglie Imma, dalla vita politica, fondando l'abbazia di Selingestadt, di

cui è nominato abate.

Intorno all'830 scrive il suo capolavoro, la biografia di Carlo: Vita Karoli Magni. Una

biografia in stile antico di un sovrano medievale. Eginardo si affida a fonti già esistenti per

quanto riguarda la giovinezza di Carlo, ma è testimone oculare per gli ultimi anni della vita

dell'imperatore. Dal punto di vista letterario, non trova modelli nella storiografia cristiana;

nemmeno il genere agiografico, infatti, può soddisfare i suoi bisogni: la soluzione è allora

quella di risalire alla Vitae Caesarum di Svetonio, in particolare la vita di Augusto. La sua

adesione a questo modello di biografia di sovrani è molto forte: stile classicheggiante,

nessuna citazione biblica; inoltre, riprende dallo storico romano quel procedimento narrativo

che prevede l'eliminazione di qualunque giudizio di valore e di commento sul personaggio.

A lui non interessa, in verità, una rappresentazione dei fatti strettamente evenemenziale:

presenta le imprese per tema, le varie campagne militari, i problemi di politica, il Carlo

“privato”, materiale introvabile nelle altre fonti. Ne emerge un Carlo “multiforme”: un

uomo intelligente, modesto e pronto all'azione, espertissimo nella guerra e fine politico,

oltre che di grande religiosità. Le notizie sono di seconda mano per quanto riguarda le

campagne militari dell'imperatore, mentre invece il testo è fonte eccellente per quanto

riguarda la azione politico-diplomatica e la figura privata del sovrano. Anche in questo

senso è operante il modello svetoniano: non una storia locale, etnica o una biografia

episcopale, quanto una biografia «laica». Evidente il classicismo soprattutto nelle scelte

stilistiche: sintassi raffinata ed elegante, sobrio uso delle citazioni, un latino fluido. Non così

nelle altre opere, dove il latino appare inferiore.

Altra opera di Eginardo è la Translatio ss. Marcellini et Petri, in quattro libri, attestante la

devozione personale dello scrittore. Testo agiografico in cui, traendo spunto dal

trafugamento e dal trasferimento delle reliquie dei due santi nella sua chiesa di Michelstadt,

se ne raccontano i miracoli postumi. É interessante, nella struttura della narrazione, la forte

presenza in prima persona dell'autore. 19

L'età Feudale

Con la letteratura barbarica eravamo più in basso di quella carolingia, quest'ultima, l'età

della rinascita, si sale di livello rispetto alla prima. La letteratura feudale non riesce a stare

all'altezza di quella carolingia. Si scende nuovamente di livello.

La letteratura dell'età feudale copre il X secolo. La definizione di feudale potrebbe apparire

impropria in applicazione solo al secolo X, poiché il feudalesimo fu fenomeno socio-

politico che interessò quasi tutto il Medioevo. Dal punto di vista storico-culturale, il X è

stato definito come il secolo peggiore del medioevo; tale valutazione prende corpo nella

storia civile, in cui si registra cofusione e disgregazione politica delle due istituzioni

importanti: Chiesa romana e Impero, turbamenti sociali, nuove invasioni barbariche. Nel

secolo X la società è effettivamente molto caotica e politicamente disgregata per poter

produrre una cultura organizzata e radicata. La mancanza di grandi centri politici in grado di

promuoverne, inoltre, eccezion fatta per la corte ottoniana di Germania, contribuisce alla

situazione.

Due personalità di grande interesse per l'età feudale sono Roswita di Gandersheim e

Raterio da Verona. La prima, una figura femminile che non stona fra le tante figure

maschili che vive in Germania, il secondo un vescovo. Sono due personalità di spicco,

coltivano generi letterari diversi, ma importanti.

Roswita di Gandersheim

Roswitha è una monaca. Ha vissuto quasi tutta la sua vita in un monastero con lo statuto di

canonichessa che gli consentiva un certo tipo di libertà di movimento. A lei dobbiamo una

produzione letteraria di sicuro interesse, nel senso che nel corso di tutto il medioevo non

abbiamo niente di simile in uno degli ambiti letterari da lei coltivati: l'ambito della

produzione teatrale. Roswitha è consapevole delle sue capacità letterarie. É una donna che

non si sente inferiore agli uomini. Roswita riesce, grazie a delle doti naturali, a gareggiare e

ad essere sullo stesso piano dei maschi che si erano occupati di letteratura. Come tutti quelli

che sono consapevoli del loro valore, Roswitha dice di non essere all'altezza della

situazione. Minimizza le sue capacità. Ma qualche segnale ce lo dà dalla sua autostima. Nei

Drammi lei si definisce “la voce squillante della comunità monastica di GanderSheim”. É la

voce del monastero, ma non una voce stonata. É una voce da soprano. Lei stessa si definisce

“voce importante”, si tradisce quando dice di non essere all'altezza.

Della sua vita sappiamo poco, e quello che sappiamo lo dobbiamo a lei stessa che ci dà

qualche informazione su di sé. Probabilmente nacque da una nobile famiglia intorno al 935.

Di lei non abbiamo più notizie dopo il 973. Visse quasi l'intera vita nel monastero di

Gandersheim, in Sassonia. Un monastero fondato da un duca di Sassonia che si chiamava

Liudolfo intorno all'852. Questo lo sappiamo grazie a Roswita che scrive anche del suo

monastero. Era un monastero frequentato dalla nobiltà tedesca. Chi vestiva l'abito monastico

20

in questo monastero erano parenti dei duchi di Sassonia o degli imperatori della Germania.

Qui Roswitha ricevette la sua prima educazione, ce lo dice lei stessa, quando ricorda due

maestre a cui deve molto: Riccardis e Gerberga. Quest'ultima era nipote dell'imperatore

Ottone I. A Gerberga, Roswitha dichiara di dover molto. Ma Roswitha ha avuto una

formazione letteraria non solo nel monastero, ma anche presso la corte di Ottone I; e ci sono

vari indizi a consolidare questa ipotesi. Roswitha, in un componimento che appartiene ai

testi agiografici, parla di un bel giovinetto cristiano, di nome Pelagio, che respinge il

corteggiamento di una donna. Roswitha potrebbe aver sentito raccontare la storia di Pelagio

a corte. A corte è stato un momento non di educazione, ma di formazione letteraria. Proprio

lì avrebbe potuto ricevere quelle occasioni per impadronirsi di alcune sottigliezze

linguistiche tipiche del suo latino; sono l'uso sistematico della prosa rimata, che ha le

cadenze quasi della poesia, che si accompagna alla ricerca frequente di parole rare, e

talvolta questa ricerca del nuovo, del preziosismo, porta Roswitha a superare i suoi modelli

e a creare dei neologismi. Caratteristiche che sono anche in Raterio. Quest'amore per il raro,

per il prezioso, ritorna in questo altro grande scrittore, che è Raterio vescovo di Verona. Di

lui sappiamo per certo che è stato alla corte di Ottone I negli stessi anni in cui vi si trovava

anche Roswitha. Ottone lo chiama al fine di dare un'istruzione letteraria a suo fratello. La

presenza a corte di Roswitha ci può spiegare il suo stile letterario.

L'opera maggiore di Roswitha sono i Drammi, che vogliono essere l'antidoto alle commedie

di Terenzio, che sono un veleno per chi le legge. Roswitha si pone come l'anti-Terenzio. Per

quello che noi sappiamo della fortuna (fortuna letteraria), Terenzio ebbe poca fortuna. Si

leggeva Cicerone, Livio, Tacito, Virgilio. Terenzio era letto pochissimo. Sappiamo per certo

della vita di Brunone (fratello di Ottone) che Terenzio era uno degli autori letto a corte. É un

autore le cui tracce si possono osservare nella produzione di Raterio, che è stato nella corte

di Ottone. Roswita è da inquadrare come una giovane colta, che ha avuto una solida

formazione letteraria e che ha letto sia autori cristiani, sia autori pagani, profani. Sia le

divinae litterae, sia le seculares. Autori che si chiamano Virgilio, Stazio, Terenzio e cosi via.

Roswitha divise lei stessa le sue opere in tre libri.

Il primo libro contiene una serie di testi che si configurano come poemetti agiografici, si

parla di santi, di miracoli, ma sono scritti in versi. Sono poemetti in esametri leonini e distici

elegiaci. L'esametro leonino prevede una rima interna. Le trame dei suoi racconti (o

leggende) agiografici trattano di temi che hanno poco di sacro e di religioso, tranne il finale,

dove il male può convertirsi in bene. I titoli sono i seguenti:

Maria, l'ascensione del Signore.

• Martirio di Gongolfo.

• Martirio di Pelagio.

• La caduta e la conversione di Teofilo.

• Il martirio di San Dionigio.

• Il martirio di Sant'Agnese vergine.

Quella di Gongolfo è particolarmente interessante.

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Martirio di Gongolfo

Il Martirio di San Gangolfo racconta la storia di un grande feudatario della Borgogna,

contemporaneo di Pipino padre di Carlo Magno. Un giorno, mentre questi ritornava con altri

cavalieri da un'impresa vittoriosa, si fermò ad osservare un campo fiorito, che aveva una

fontana nel mezzo. Decise di comprare questo campo, ma la fontana smise di zampillare

l'acqua, fino a quando Gongolfo piantò il proprio bastone a terra: dopo tale gesto l'acqua

miracolosamente tornò ad uscire. Dopo essersi sposato subì il tradimento della moglie con

un chierico e, sospettando della fedeltà della donna, la convinse ad immergere la mano

nell'acqua miracolosa, che aveva la virtù di provare l'innocenza delle persone. La donna la

ritrasse bruciata, ma Gongolfo, che avrebbe potuto mettere a morte il seduttore, si limitò a

bandirlo dalle proprie terre. Per vendetta il chierico uccise il suo signore e fuggì con la

donna. La tomba del marito tradito e ucciso divenne in breve una méta di pellegrinaggio per

i fedeli, poiché sopra di essa si compivano miracoli; venuta a conoscenza di questo fatto, la

vedova derise le capacità della tomba del marito e venne subito punita, in modo

particolarmente ridicolo: ogni volta che avesse cercato di parlare, dalla bocca le sarebbero

usciti dei suoni simili a quelli emessi dal fondo schiena.

Il primo libro tratta di queste leggende agiografiche.

Il secondo libro comprende sei drammi, testi teatrali non scritti in versi, ma in prosa rimata.

Cioè quella prosa che aveva poco di naturale, costruita per ottenere degli effetti particolari,

all'interno si usavano le rime.

Il terzo libro comprende componimenti epici, con i quali Roswitha intende celebrare Ottone

I e anche il suo monastero. La prima opera sono i Gestae Ottonis, le imprese di Ottone; per

il suo monastero scrive i Primordia Coenobii Gandersheimensis.

I Drammi sono l'opera che resero Roswitha famosa. Hanno suscitato interesse per le

tematiche che Roswitha tratta, ovvero argomenti un po' scabrosi. I Drammi sono una

singolare sequenza di tentativi di stupro, violenza maschile su un cadavere femminile,

squarci di bordelli, violenze e torture sodomasodistiche. Ma è il candore con cui lei racconta

queste cose. Roswitha sa che sta trattando materia che una suora non dovrebbe neppure

immaginare, arrossisce (dice), ma sa di doverlo fare. Lei racconta, ma sta fuori. Non si

lascia coinvolgere. Anche nei più gravi peccati c'è sempre una via di fuga, ci può essere la

grazia, la redenzione. Si può rinascere dopo la morte. Si pecca in pensieri, parole e opere. E

uno può morire fulminato anche per un pensiero. Ma se uno si pente, allora può ricevere la

grazia. 22

Le scrittici sono poche, si possono contare sulle dita di una mano. Proprio perché poche,

vengono particolarmente studiate per capire anche cosa le donne pensassero di loro nel

Medioevo.

Roswitha è nota soprattutto per i suoi Drammi, il genere teatrale. Il teatro del Medioevo non

è quello dell'antichità classica, né quello moderno. Il teatro medievale è un teatro narrato più

che rappresentato, non ci sono scene. É un testo non inserito in un contesto. Qualcuno ha

cercato di immaginare i testi teatrali di Roswita su una corte, ma ha capito che difficilmente

possono essere recitati. I suoi drammi si svolgono in uno spazio ampio (giorno, notte, casa,

fuori casa) e queste numerose scene sono difficilmente applicabili. Sono dei testi che si

possono solamente leggere. Se la finalità di Roswitha non era una finalità teatrale, cioè non

mettere in scena le sue opere, la finalità dei suoi drammi era niente di meno una finalità

edificante. Il suo teatro ha una valenza morale; è offrire una lettura edificante che si

contrapponga a una lettura per niente edificante dei testi teatrali classici. La finalità di

quest'ultimi era solo il divertimento, far ridere, era un momento di svago per chi li guardava;

non dava insegnamenti morali. La produzione cristiana risponde ad un concetto opposto,

ovvero quello di edificare, insegnare. Il teatro di Roswitha deve far sorridere, un sorriso che

induce alla riflessione. Il fine edificante è del tutto chiaro perché le figure femminili

all'interno dei drammi si rivelano tutte vere modelle di virtù, e, nonostante la loro apparente

fragilità, trionfano sulla forza bruta degli uomini che vorrebbero indurle a elementi

peccaminosi.

Quando Roswita scrive, ha presente questa considerazione negativa di femminilità e cerca di

contrastare questa considerazione. Sono fragili, ma diventano più forte di coloro che le

hanno indotte a certi comportamenti. Le donne di Roswitha possono diventare uno

strumento della grazia divina.

I titoli dei Drammi prendono nome dai loro protagonisti, e ogni titolo ha un sottotitolo che

ci fa capire qual è l'argomento del dramma. I titoli:

Gallicanus: conversio Gallicani principis militie.

• Dulcitius: passio sanctarum virginium Agapis, Chione et Irene.

• Calimachus: resuscitatio Drusiane et Calimachi

• Abraham: lapsus et conversio Mariae neptis Abrahae heremicole.

• Paphnutius: conversio Taidis meretricis

• Sapentia: passio sanctorum virginum Fidei, Spei, Caritatis.

Chi ha studiato i Drammi di Roswitha ha potuto costatare che la trama di qualcuno di questi

testi può essere il frutto di racconti ascoltati a corte. Alla base dei suoi testi ci sono delle

fonti scritti e delle fonti orali, quest'ultima può essere stata la corte di Ottone I.

23

Gallicanus

Nel Gallicanus, Gallicano, questo pagano chiede in moglie all'imperatore Costantino I la

figlia Costanza, che ha fatto voto di castità. Costantino, diversamente da Gallicano, sa del

voto fatto dalla figlia ma tace, avendo bisogno dell'aiuto di Gallicano nella prossima guerra,

e dà così il consenso alle nozze. Costantino e Gallicano partono per la guerra, insieme con i

fratelli cristiani di Costanza, che intanto convertono Gallicano, mentre Costanza converte al

cristianesimo le sorelle pagane di Gallicano. Tornato dalla guerra, Gallicano è un cristiano

che ha fatto a sua volta voto di castità: saputo dell'analogo voto fatto da Costanza, ne è

felice, perché essi rimarranno sposati agli occhi del mondo, senza però vivere mai insieme,

per unirsi finalmente soltanto nel giorno dell'eterno gaudio.

Dulcitius

Nel Dulcitius, il giudice pagano Dulcizio cerca di possedere Le tre bellissime sorelle Agape,

Chionia, Irene, ma miracolosamente, al posto del corpo delle giovani vergini, si trova ad

abbracciare un gruppo di pentole. Deriso da tutti il povero Dulcizio venne sostituito.

Diocleziano decide di affidare il compito ad un altro uomo di fiducia. Subentra un secondo

giudice Sisinio. Invano cerca di persuadere le tre giovani cristiane, di prostrarsi agli dei, ma

al rifiuto di Agape e Chionia, vengono martirizzate. Prodigiosamente sebbene morte i loro

corpi non sono stati intaccati dalle fiamme del rogo. La sorella più piccola, Irene, forse la

più facile da corrompere, viene risparmiata. Cercarono invano di farla ragionare. Ma Irene,

rimase fedele a Dio. Esasperato il pagano Sisinio ordina che la giovane sia fatta prostituire

in un bordello. I soldati la scortano, ma la giovane viene salvata da due sconosciuti. Sisinio

furioso la cerca con il suo seguito, una volta trovata in cima a un monte, viene uccisa da una

freccia di un soldato.

Calimachus

Nel Calimachus, il pagano Callimaco arde d'amore per la cristiana Drusiana, sposata

in castità col marito. Alla morte di Drusiana, Callimaco corrompe Fortunato, sevo posto a

guardia della tomba, intenzionato a violentare il cadavere della donna, ma un serpente

uccide il servo e la paura uccide Callimaco. Drusiana, Callimaco e il servo sono resuscitati

da san Giovanni: Callimaco, di fronte a tanto miracolo si pente, ma non così il servo, che

muore per la seconda volta. 24


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Verona - Univr
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher dario.l.padalino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Verona - Univr o del prof De Prisco Antonio.

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