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Riassunto esame Letteratura latina medievale, prof. Chiesa, libro consigliato Elementi di critica testuale di ChIesa Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Letteratura latina medievale del professor Chiesa - Guglielmetti, basato su appunti personali e studio autonomo del libro consigliato dal docente Elementi di Critica testuale, Editore: Pàtron (collana Testi e man. insegnamento univ. del lat.). Gli argomenti trattati sono i seguenti: la critica testuale o ectodica, la Comedia di Dante.

Esame di Letteratura latina medievale docente Prof. P. Chiesa

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sia pubblicato dall’autore stesso (Epistulae di Cicerone, quelle di Plinio il Giovane,

Variae di Cassiodoto e Familiares di Petrarca).

L’edizione critica

La conclusione di uno studio critico è la realizzazione di un’edizione critica, ovvero

scientifica, che può consistere nella riproduzione dell’originale (se conservato), in

un’ipotesi di ricostruzione dell’originale (se perduto) o in un’edizione comparativa di

testi diversi. L’edizione critica è in genere rivolta ai soli studiosi, ma è il presupposto

per tutte le edizioni di maggiore circolazione. Per i testi che vanno ricostruiti non

esistono edizioni “definitive”, ma solo “ipotesi”.

La critica testuale e le altre discipline

La critica testuale è uno dei campi di studio più tipici della filologia, che mira più in

generale a un’esatta comprensione dei testi letterari prodotti in una determinata

epoca e cultura, e abbraccia un campo più ampio di studi: il primo e imprescindibile

passo e comunque una forma del testo più corretta possibile. Esistono varie filologie:

germanica, romanza, celtica, slava, italiana, umanistica, classica, moderna, ecc. per

ciascuna delle quali emergono differenze e problemi specifici.

La critica testuale si serve di altre discipline, preliminari allo studio filologico, come la

paleografia, la papirologia, la codicologia, storia del libro e della stampa e storia delle

biblioteche. La formazione del metodo filologico

I dotti antichi e del Medioevo si rendevano conto degli sbagli in cui essi stessi

incorrevano nel corso della copiatura e della potenziale imperfezione delle varie copie.

Il problema si poneva in particolare per le auctoritates, che venivano utilizzate

come modello di lingua e stile nelle scuole o che avevano particolare peso ideologico;

in questi casi essi cercavano di ricostruire il testo.

ES. Il caso più celebre di critica testuale nell’antichità classica è quello

dell’Iliade. Ad Alessandria (3° secolo a.C.) vennero approntate diverse edizioni

basandosi sul confronto di diversi manoscritti e sull’eliminazione di numerosi

versi non originari; il testo dell’opera giunto fino a noi dipende dal lavoro degli

alessandrini e divenne subito canonico.

ES. Un esempio medievale è costituito da Lupo di Ferrières (9° secolo), abate

franco appassionato di letture classiche, che cercava di procurarsi più copie

delle medesima opera (come De oratore di Cicerone e Vitae Caesarum di

Svetonio). Il Medioevo, poi, fu molto sensibile all’esattezza della Bibbia.

Al sorgere dell’età umanistica, data la nuova importanza che assunsero i classici, per

gli studiosi diveniva fondamentale il recupero della loro esattezza; non si elaborò un

vero e proprio metodo filologico, ma essi praticarono di frequente il confronto fra

diverse copie: si partiva da un manoscritto ritenuto superiore, che poi veniva corretto

con l’aiuto di altri codici (emendatio ope codicum) o secondo le congetture dell’erudito

(emendatio ope ingenii). Il più importante e accurato umanista filologo fu Agnolo

Poliziano.

L’invenzione della stampa favorì la diffusione della cultura, ma rallentò lo studio critico

dei testi precedenti: quando, infatti, un’opera veniva per la prima volta stampata

(editio princeps), tendeva ad assumere un’autorevolezza del tutto indipendente dalla

qualità del testo che riportava (di solito si usava come testo-base un manoscritto

facilmente reperibile o meglio leggibile). Nei casi più fortunati, le edizioni successive

comportavano un controllo dell’edizione precedente su altri manoscritti, ma quasi mai

un suo totale superamento. Ogni discussione dotta aveva come base il textus

receptus o vulgata (la forma più “comune”, tacitamente considerata superiore).

Gli studiosi più accorti utilizzavano il metodo di edizione del codex optimus (il

“migliore”), emendandolo sia ope ingenii, sia ope codicum, ma solo qualora il testo del

primo risultasse palesemente scorretto. Spesso si adottavano criteri di tipo

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maggioritario. Ma questi metodi avevano il grosso limite di essere in larga misura

soggettivi. Fra il ‘700 e la metà dell’800 alcuni filologi si resero conto che il problema

centrale era quello di capire preliminarmente quale fosse il valore e l’affidabilità dei

testimoni che riportavano un’opera. Il metodo scientifico per fare ciò e il metodo

stemmatico o metodo di Lachmann, dal nome del tedesco Karl Lachmann, che

contribuì alla sua elaborazione. Il nome è però improprio, essendosi il metodo formato

grazie a numerosi filologi, anche indipendenti fra loro. Tale metodo è il fondamento

della critica ricostruttiva.

Le riflessioni sull’edizione degli originali conservati risale invece ai primi decenni del

‘900, ma l’esistenza di un autografo non risolve tutti i problemi. La nozione di

“originale” può non essere univoca, applicandosi a una molteplicità di documenti, e la

stessa definizione di “autore” può essere messa in discussione.

Senza abbandonare gli studi sul momento di produzione di un’opera, oggi grande

interesse è riservato al momento della sua fruizione, della vitalità storica e

dell’influenza culturale.

In generale, si è passati da una linea improntata a un maggior interventismo (che

lasciava all’editore ampio spazio per modificare il testo) a una linea più conservativa,

che rispetta i documenti, anche a costo di lasciare incongruenze e contraddizioni.

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Capitolo secondo – l’originale non conservato

Tradizione e trasmissione

Per tradizione di un'opera si intende il complesso dei documenti che riportano un

determinato testo o una parte di esso. I manoscritti conosciuti, interi, parziali o

frammentari, e le edizioni a stampa precedenti alle prime edizioni critiche

costituiscono la tradizione diretta, mentre i rifacimenti, i riassunti, gli estratti, le

tradizioni, le imitazioni, le riprese parodiche e le citazioni in altre opera, la tradizione

indiretta.

La trasmissione di un'opera è il processo attraverso il quale quell'opera e giunta sino

a noi.

Solo pochi dei manoscritti esistiti sono pervenuti a noi. Le opere delle letterature

classiche andarono soggette a una vera e propria selezione negli ultimi secoli

dell'antichità e nella prima parte del medioevo. La fase più critica iniziò con la crisi

dell'Impero romano (3° secolo) e raggiunse il culmine fra 6° e 8° secolo. Si calcola che

solo il 10% delle opere sia giunto fino a noi. Alla selezione concorsero:

• I programmi scolastici.

• Le convinzioni ideologiche.

• I diversi gusti letterari.

• La sostituzione del rotolo di papiro con il codice di pergamena.

• La modifica dei sistemi di scrittura.

• I periodi di oscuramento culturale.

A partire dai primi secoli dell'era volgare l'uso del papiro venne affiancandosi a quello

della pergamena, in precedenza impiegata solo per i testi documentari. Nel mondo

classico i libri consistevano in rotoli continui, che vennero sostituiti dal codice

(formato in cui vennero trascritti i testi sacri e i primi autori cristiani). Il passaggio

rotolo→codice e papiro→pergamena costituì il momento decisivo per la selezione delle

opere classiche: la pergamena era un materiale costoso e preparare un codice era

molto dispendioso, perciò molte opere che non erano più lette o avevano scarso

interesse non vennero trascritte sul nuovo supporto e si deteriorarono con il tempo.

Un'ulteriore selezione del medioevo e l'impiego di palinsesti: in un'età di ristrettezze

economiche, molti dei testi che non interessavano più vennero cancellati e la

pergamena riutilizzata per altri scritti. La cancellatura avveniva per mezzo del

raschiamento, ma in genere rimanevano tracce della scrittura inferiore.

ES. il palinsesto delle Etymologiae di Isidoro (Herzog August Bibliothek di

Wolfenbuttel, Sassonia), codice dell’8° secolo, riutilizza la pergamena di altre

opere raschiate, come i Vangeli in greco (lingua pressoché sconosciuta

all'epoca), il Nuovo Testamento curato dal vescovo Ulfila (passabile di eresia) e

la Proprietà degli alimenti di Galeno.

Grazie ai palinsesti nell'800, nell'abbazia emiliana di Bobbio fu trovato il De re publica

di Cicerone (unico manoscritto dell'opera) e le Epistulae di Frontone.

La fase più critica per la conservazione dei classici terminò intorno al 9° secolo.

Molti codici attestati fra il '400 e il '500 scomparvero in seguito (Storie di Velleio

Patercolo, Liber di Catullo, De viris illustribus di Cornelio Nepote). Il più antico

manoscritto della Comedìa dantesca di cui abbiamo notizia venne accuratamente

descritto a Pisa a metà del '500 dall'umanista Luca Martini (da qui il nome codice

Martini) e dalle sue note ricaviamo che è stato scritto nel 1330-1331; oggi non è più

reperibile.

Fino al 18° secolo la conservazione del materiale librario fu molto precaria. Nessuna

delle grandi biblioteche dell'antichità è giunta fino a noi. Caso eccezionale è quello

dell'abbazia di San Gallo, in Svizzera, che ha mantenuto il suo patrimonio librario

dall'alto medioevo ad oggi.

Opere di grande importanza sono giunte fino a noi in condizioni precarie e talvolta per

circostanze fortuite, come le Elegie di Tibullo (conservate in un solo manoscritto del

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14° secolo), parte degli Annali e delle Storie di Tacito, le Storie di Tito Livio. Della

poesia arcaica latina (es. Ennio), poi, conosciamo solo quel che si può ricostruire dalle

citazioni di grammatici tardo-antichi.

Dalle distruzioni non sono stati immuni neppure i libri a stampa, non solo a causa di

incendi e guerre: la maggior disponibilità di copie non si accompagnò a una migliore

conservazione del materiale, per cui abbiamo casi di intere tirature o edizioni di cui

non rimane neppure un esemplare, come per l'Orlando innamorato di Matteo Maria

Boiardo o per il Morgante di Luigi Pulci.

L'edizione critica ha la pretesa di riportare indietro la storia. L'editio princeps costituì

di fatto un momento di arresto del processo, perché fornendo un testo giudicato

autorevole inibì una sua successiva evoluzione.

ES. Della Bibbia latina, nella traduzione curata da san Girolamo (Vulgata), il

papa Sisto V fece preparare un'edizione ufficiale, destinata a sostituire tutte le

precedenti e a costituire il testo canonico. La nuova Bibbia fu stampata nel

1588, ma era assai discutibile sia dal punto di vista filologico che teologico,

perché il pontefice aveva apportato modifiche personali. Pochi anni dopo, il

papa Clemente VIII fece ricostruire la Bibbia del suo predecessore e ne fece

stampare una nuova edizione, la Vulgata sisto-clementina.

Un caso particolare è quello della trasmissione orale. Per tutta l'antichità e il

medioevo, il procedimento normale di lettura era quello ad alta voce, e

l'apprendimento era mnemonico. Per alcuni testi è da tener presente che vi sia stata

una trasmissione orale, come nel caso delle saghe delle letterature germaniche e

nordiche medievali (es. Saga di Oddr l'arciere): il materiale narrativo che li componeva

venne tramandato a lungo soltanto oralmente e si modifico progressivamente. I singoli

racconti vennero poi stesi per iscritto, ma i vari copisti continuarono a inserire nel

testo forme diverse a seconda della propria esperienza.

Storia della tradizione e critica del testo

Il fondamento basilare della critica testuale è saper distinguere ciò che aveva scritto

l'autore dalle modifiche che hanno apportato i copisti successivi; per questo è

necessario conoscere la mentalità, la cultura, le idee e gli interessi dei copisti.

Secondo Cesare Segre, il testo di un'opera prodotto da un copista è frutto di

un'intersezione fra il sistema linguistico e ideologico dell'autore e quello del copista

stesso: è perciò un diasistema.

Seguendo le vicende del testo nel corso del tempo si possono ricostruire pagine

importanti della storia della cultura: ogni epoca si è confrontata in modo diverso con le

stesse opere del passato.

L'influsso che un'opera ebbe su una determinata cultura, epoca e zona non può essere

compreso se non si conosce in quale forma testuale sia stata diffusa e letta. È un buon

esempio la Bibbia, di cui esistevano traduzioni diverse: oltre alla Vulgata di san

Girolamo, circolavano molte traduzioni più antiche (chiamate Vetus Latina), quelle a

disposizione dei primi Padri della Chiesa. In Genesi, II, 8, nelle versioni più antiche si

leggeva

“Et tunc plantavit Deus paradisum in Eden ad orientem et posuit ibi hominem quem

finxerat”

mentre nella Vulgata

“Plantaverat autem Dominus Deus paradisum voluptatis a principio, in quo posuit

hominem quem formaverat”

I dotti medievali se ne accorsero e talvolta mescolarono le due versioni. La posizione

dei vari scrittori intervenuti sul problema del Paradiso terreste, dunque, rischia di

essere incomprensibile se non si tiene conto che i testi biblici che essi avevano a

disposizione potevano essere diversi.

Alcuni manoscritti, da soli, possono rappresentare episodi importanti della cultura:

seguendo, ad esempio, lo spostamento di Scriptores Historiae Augustae (biografie

degli imperatori romani del 2° e 3° secolo) dalla Germania in Italia, poi ancora in

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Germania e oggi conservato alla Biblioteca Vaticana, si può intuire la geografia e le

modalità di movimento della cultura europea del medioevo.

La ricognizione dei testimoni

Lo studio critico è preceduto da una ricognizione, ovvero un'ampia e accurata analisi

dei testimoni dell'opera; è importante poter censire tutti i manoscritti esistenti e le

prime edizioni a stampa. I fondi manoscritti di molte biblioteche, tuttavia, non sono

ancora descritti in modo soddisfacente, perciò scoperte di nuovi codici medievali sono

relativamente frequenti; più rari sono ritrovamenti di opere antiche, fra cui si ricordano

le Compositiones di Scribonio Largo (trattato di medicina del 1° secolo d.C.), trovato

nel 1981 e gli Acta Gallonii nel 1996 [SCOPERTI DA CHIESA].

Il censimento dei testimoni finisce per approdare a una descrizione

particolareggiata della

diffusione dell'opera, cioè della sua “attività” storica.

La collazione

La collazione è il confronto di ciascun testimone con gli altri, al fine di ricavarne le

differenze.

Prendendo come modello un testo-base (esemplare di collazione) scelto secondo

criteri in larga misura arbitrari, si registrano tutte le lezioni nelle quali il singolo

testimone diverge dal testo-base.

L'esemplare di collazione può essere un testo critico precedente (ma è scomodo

perché già contaminato da congetture dell'editore), l'editio princeps (anche se il

manoscritto di base era scelto spesso in modo casuale) o un manoscritto

(preferibilmente il più antico).

Recensio e constitutio textus

L'obiettivo del metodo stemmatico e quello di ridurre al minimo la scelta soggettiva

dell'editore nella ricostruzione del testo. Il principio chiave è che il valore di una

lezione tramandata da un determinato testimone dipende dal valore del testimone che

la riporta. La seguente operazione va quindi divisa in recensio (valutazione dei

testimoni) e constitutio textus, che consiste nel formulare un'ipotesi di testo

conforme a ciò che doveva essere l'originale sulla base dei risultati della recensio.

Quest'operazione si divide in selectio ed emendatio.

Ricapitolando:

1. Ricognizione dei testimoni.

2. Collazione (confronto).

3. Recensio (valutazione).

4. Constitutio → selectio ed emendatio.

Prendendo come stemma: O

A B C D E

tutte le volte che uno dei 5 manoscritti presenta una lezione diversa da quella degli

altri 4, la lezione isolata è sbagliata.

In un caso del genere, invece: O

T α U V Y

Z

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Vanno scartate tutte le lezioni presenti solo in Z, che saranno innovazioni createsi nel

passaggio da Y a Z; tutte quelle presenti solo in U, V o Y (e quindi Z), perché saranno

innovazioni createsi nella copiatura; non potranno essere scartate lezioni presenti solo

in T, perché potrebbe si essere un'innovazione di T, ma anche di α.

Nel caso: O

F G H

L M N P Q

Tutti i discendenti di F sono da scartare e le loro lezioni sono prive di valore; saranno

da scartare anche le singole lezioni in F, G o H.

Il valore del singolo testimone e l'affidabilità della sua testimonianza si determinano in

base ai rapporti che il testimone medesimo ha con gli altri testimoni dell'opera.

Con la recensio si procede alla ricostruzione dei rapporti fra i testimoni dell'opera,

rappresentati poi in uno stemma codicum (o albero genealogico dei manoscritti).

Una volta costruito questo, si procede alla constitutio. Lo stemma permette di

semplificare le scelte dell'editore, ma non le rende automatiche. La scelta fra due o più

lezioni è chiamata selectio da Paul Maas.

Dalla recensio può però anche risultare che tutti i testimoni derivino da un manoscritto

che era già una copia, prossima o remota rispetto all'originale, dove erano già presenti

proprie innovazioni.

Lo stemma si rappresenta in questo modo: O

β

J K L

Attraverso la selectio, in questo caso, è possibile ricostruire β, non l'originale; per fare

ciò servirà depurare con l'ingegno β dalle proprie innovazioni attraverso l'emendatio.

La recensio

Stemma storico e stemma ricostruibile

1.

Lo stemma storico o reale di un'opera è la rappresentazione di come effettivamente

sia avvenuta la trasmissione di essa; potrebbe essere in questo genere:

O

A B C

D E F G H I

J L K M P Q R S T U

N Y W V

X Z

Se non ci fosse l'originale, basterebbe analizzare i manoscritti A, B e C per ricostruirlo

e tutti gli altri non avrebbero senso. Ci sono però 2 grossi problemi:

• Oggi conserviamo soltanto una parte dei testimoni che effettivamente

esistettero.

• Le relazioni fra i testimoni vanno ricostruiti.

Lo stemma storico, quindi, e un'entità inconoscibile, dato che non è possibile sapere

quante copie siano state perdute. 9

La ricostruzione dello stemma: gli errori – guida

2.

La tecnica più efficace per la recensio è quella degli errori-guida, o Leitfehler. Il

principio importante è che la parentela fra due testimoni non è indicata dalla

coincidenza in lezioni esatte, ma in quelle erronee: sono le innovazioni comuni che

permettono di stabilire un collegamento fra due testimoni. A questo proposito, il

termine ‘’errore-guida’’ può essere frainteso; non è detto, infatti, che le modifiche

introdotte dal copista siano veri e propri sbagli inconsapevoli, ma possono essere

anche modifiche per diversi motivi volontarie. Si parla, dunque, di innovazioni.

La ricostruzione dello stemma avviene in questo modo:

• Reperiti i testimoni di una data opera, si effettua la loro collazione, ossia il

confronto per evidenziare le reciproche varianti.

• Per una parte di queste varianti sarà possibile capire quale sia la forma

originaria e quale l'innovazione; per l'altra parte si tratterà di varianti adiafore,

cioè di uguale valore, che vengono per il momento accantonate.

• I testimoni che presentano le medesime innovazioni vengono raggruppati in

famiglie, che costituiscono i rami dello stemma.

Le innovazioni distintive

3.

Per costituire un elemento – guida, l'innovazione deve congiuntamente essere:

• Monogenetica → tale da poter essere prodotta una sola volta. Non hanno

perciò valore di guida le innovazioni poligenetiche, prodotte in linea

indipendente da diversi testimoni. Un caso tipico di innovazione poligenetica è il

‘’salto da pari a pari’’ (saut du mȇme au mȇme): quando in un'opera ricorrono a

breve distanza due espressioni identiche, è possibile che un copista distratto,

giunto a copiare la prima di esse, riprenda poi dalla seconda, saltando il tratto di

testo intermedio. Frequente è il salto di verso in una composizione metrica,

soprattutto in presenza di omoteleuto. Le innovazioni che soddisfano questo

requisito sono dette Bindefehler, ‘’errori congiuntivi’’ e tutti i testimoni che le

presentano derivano necessariamente dall'unico modello in cui sono state

introdotte.

• Irreversibile → tale da non poter essere stata successivamente corretta da un

copista o un redattore per via congetturale; non hanno perciò valore di guida le

innovazioni reversibili, troppo facili da individuare ed eliminare, come un errore

grammaticale o l'introduzione di glosse a margine. Queste innovazioni sono

dette Trennfehler, ‘’errori separativi’’, in quanto quelli che non la presentano

non appartengono alla famiglia di coloro che ce l'hanno, e ne sono dunque

separati. Il caso più classico di innovazione che assolve entrambi i requisiti è

una lacuna consistente.

Il procedimento di copiatura e la tipologia delle innovazioni

4.

Il metodo degli errori – guida si basa sull'assunto che nel momento in cui viene

effettuata la trascrizione di un esemplare si creano inevitabilmente delle modifiche

che allontanano la copia dall'originale; la riconoscibilità di tali modifiche è però spesso

problematica.

Quando un testimone A viene utilizzato come esemplare per ricavarne una copia B, si

dice che esso è antigrafo di B; al contrario, B e apografo di A. I due termini indicano

una relazione diretta: non si possono utilizzare per due testimoni che discendano uno

dall'altro attraverso uno o più passaggi intermedi.

Data la sua importanza, il procedimento di copiatura è stato accuratamente analizzato

sul piano storico e psicologico. Sono state studiate le condizioni di lavoro negli

scriptoria medievali, le tecniche con cui veniva approntato un nuovo libro, le modalità

con cui il copista procedeva alla stesura del testo, il modo in cui lo interiorizzava e i

casi nei quali era più facile incorrere in errori.

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La copiatura poteva essere eseguita sotto dittatura o avvenire silenziosamente; una

delle cause di errore poteva quindi essere la cattiva comprensione da parte

dell'ascoltatore. Le innovazioni che si producevano durante il processo di copiatura

sono state divise in tre grandi categorie:

• Innovazioni involontarie o inconsapevoli. Sono veri e propri errori che il

copista ha commesso nel corso del suo lavoro, a causa del fraintendimento di

una parte del testo, con la conseguente sostituzione di una forma erronea a

quella esatta, omissione di una parte, ripetizione di un'altra o trasposizione,

ossia inversione, di una parte con l'altra. Queste innovazioni sono facili da

individuare quando producono un testo insostenibile.

• Innovazioni volontarie o interpolazioni. È la categoria più interessane

culturalmente, ma più difficile da individuare. Vi rientrano:

˗ Riduzione.

˗ Amplificazione.

˗ Rielaborazione stilistica.

˗ Ipercorrettismo.

˗ Sostituzione di contenuto.

ES. Nel commento all'Eneide del grammatico latino Servio, si cita un passo

tratto da un'orazione di Cicerone, con l'indicazione che esso di trova in

Frumentaria, ovvero nella seconda Verrina. Il nome Frumentaria era quello con

cui l'orazione era designata nell'antichità, ma nel medioevo questo titolo era

sconosciuto e l'orazione era nota come una delle Verrinae; un copista medievale

sostituì quindi ‘’in Frumentaria’’ con ‘’in Verrinis’’, secondo lui la forma esatta.

Tale modifica è volontaria e operata da un copista dotto, che conosceva

Cicerone e la citazione di Servio.

ES. Un altro esempio sono le censure degli autori classici, come nel caso degli

Epigrammi di Marziale, dove le espressioni più volgari erano state censurate.

Le innovazioni volontarie sono difficili da individuare perché producono un testo

accettabile. Per le opere classiche individuarle diventa più facile quando si sono

prodotte in epoche di modesto livello culturale, ma altrettanto difficile quando

sono state prodotte in epoche colte, come la tarda antichità o l'età umanistica.

• Innovazioni forzose. Sono quelle che il copista non ha potuto evitare, perché

rese obbligate da questi materiali nell'antigrafo; innovazioni di questo genere

sono di grande utilità per la ricostruzione dello stemma, perche irreversibili e

facilmente riconoscibili.

Si deve, infine, tener presente la psicologia dello scriba: se molto fedele all'originale o

disinteressato al testo, avrà prodotto al massimo innovazioni involontarie; se

interessato e dotto, lo scriba avrà potuto voler perfezionare il modello e le sue

innovazioni saranno volontarie.

Utilizzo dello stemma: eliminatio codicum descriptorum e eliminatio

5. lectionum singularium

È possibile che alcuni testimoni risultino a questo punto del lavoro privi di utilità per la

ricostruzione dell'originale, in quanto derivano da altri manoscritti ancora esistenti. Un

testimone di questo tipo è detto descriptus e si può procedere all'eliminatio

codicum descriptorum.

Il termine ‘’descriptus’’ non richiede che la discendenza sia diretta, ma richiede invece

che il testimone-fonte sia conservato. Secondo Paul Maas, basta per identificare un A

un descriptus di B il fatto che A presenti tutte le innovazioni di B, più alcune proprie.

La dimostrazione non si basa perciò su elementi di prova, ma sull'assenza di prove che

la situazione sia diversa; A e B potrebbero sempre derivare da un antigrafo comune

che B ha copiato con notevole fedeltà e A con maggiori modifiche. I teorici più recenti

preferiscono cercare prove positive, basate cioè su caratteristiche materiali dei due

testimoni: se esaminando A si riscontrano delle lezioni spiegabili soltanto partendo

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dalla situazione materiale attestata in B, allora si ha la prova sicura della dipendenza

di A da B: la materialità (elemento non trasmissibile) non può essere ascritta a un

progenitore comune ai due.

È il caso della tradizione dello storico greco Ariano, in cui tutti i testimoni presentano

una grave lacuna e nel più antico manca il foglio proprio della parte assente in altri:

ciò fa del testimone più antico l'unico utile, in quanto gli altri sono descripti.

I descripti, infine, potranno essere presi dal filologo come spunti di emendamento, già

fatto da un copista colto in precedenza, o si può grazie a questi avere un'idea precisa

della modalità di trascrizione di uno scriptorium.

Lo stemma permette di eliminare lezioni che, data la posizione assunta dai testimoni

che la riportano, sono riconoscibili come innovazioni, ovvero di operare un'eliminatio

lectionum singularium, cioè di quelle attestate in singoli rami dei “piani bassi”, che

non possono essere originarie in virtù della posizione isolata che questi rami

assumono nello stemma. Questa eliminatio si basa sul principio di economia e sul

calcolo delle probabilità; non si può infatti escludere del tutto che una determinata

innovazione si sia prodotta più volte in linea indipendente in varie fasi della copiatura.

L’archetipo e i subarchetipi

6.

Uno dei punti più delicati della ricostruzione è individuare cosa si trova esattamente al

vertice dello stemma: l'originale (1) o un testimone che era già una copia (2).

(1) O (2) O

X Y α

x y

Perché si configuri uno stemma del tipo (2), occorrerà che nell'intera tradizione ricorra

un'innovazione distintiva sicura, indotta da α, chiamato archetipo. Se lo stemma è

privo di archetipo (1), quando x e y concordano, la forma è presente nell'originale O;

all'editore non sarà consentito in questi casi di emendare il testo tramandato. Se,

invece, lo stemma ha al vertice un archetipo, la concordanza di x e y non rappresenta

necessariamente O, ma α, e sarà lecito emendare il testo

I primi discendenti dell'archetipo sono detti subarchetipi, riferendosi anche ai

capostipiti dei vari rami della tradizione, anche quando l'esistenza dell'archetipo non è

dimostrata.

Determinare l'esistenza dell'archetipo è un'operazione molto delicata; per i testi

classici si è a lungo supposto che un archetipo al vertice della tradizione dovesse

necessariamente essere esistito, per ragioni di carattere storico e culturale, come la

selezione della letteratura antica, il passaggio papiro→pergamena e rotolo→codice, il

mutamento delle tipologia di scrittura, ecc. Oggi non lo si crede più. Le prove migliori,

invece, sono di carattere materiale (ES. una vasta lacuna); non si può, però,

dimostrare l'assenza di un archetipo e, mancando la prova che esistesse, si conclude

che probabilmente esso non c'è stato.

Abbiamo alcuni casi di archetipi conservati (Tacito, Ariano), per i quali l'editore critico

potrà emendare il testo che appare insoddisfacente. Esaminando, poi, i due testimoni

del De rerum natura di Lucrezio, Karl Lachmann riuscì a ricostruire l'epoca e l'aspetto

dell'archetipo, ancora esistente in età carolingia. Oggi si pensa che a monte della

tradizione ci sarebbe un codice tardo-antico, ma esso avrebbe prodotto un apografo di

scrittura precarolina (8° secolo), che a sua volta avrebbe prodotto tutti gli altri, fra cui

i due esistenti. La constitutio textus

La selectio : tradizioni bipartite e tradizioni multipartite

1.

La selezione fra le varianti concorrenti al piano più alto dello stemma procede in modo

automatico se i subarchetipi sono tre o più (tradizione multipartita); non può invece

procedere in modo automatico se è una tradizione bipartita. Ogni volta che i due

12

rami attestino varianti concorrenti sarà l'editore a dover stabilire quale di esse può

essere l'originale e quale invece l'innovazione.

Nel caso di uno stemma a tre rami, resteranno sospette le coincidenze fra due

testimoni contro il terzo che possano derivare da innovazioni poligenetiche. La

pluripartizione della tradizione può quindi essere soltanto una buona ipotesi, che rende

conto con maggior semplicità della situazione, ma mai una certezza.

Uno studioso francese vissuto fra Ottocento e Novecento, Joseph Bedier, osservò, in

modo provocatorio, che la recensio applicata a molti testi antichi e medievali

approdava di solito ad uno stemma bipartito. Questa situazione pone due problemi:

• L'editore in questo modo diventa padrone delle scelte, che non procedono più in

linea automatica (che era proprio quello che il metodo stemmatico voleva

evitare).

• Il fatto che le tradizioni fossero sempre bipartite appariva inverosimile e,

secondo Bedier, dipendeva dalla forzatura inconscia che l'editore operava sui

dati in suo possesso. Lo studioso riproponeva l'uso del codex optimus come

unica possibilità di un'edizione scientificamente corretta.

Di conto, si può osservare che una certa tendenza a individuare tradizioni bipartite può

essere conseguenza del fatto che queste sono le uniche a poter essere positivamente

dimostrate, mentre quelle multipartite si basano su una prova negativa (cioè

sull'assenza di elementi contrari).

Nelle tradizioni prive di archetipo, in fase di selectio bisognerà tener presente la

possibilità che più varianti risalgano tutte all'autore, e che siano tutte quindi parimenti

originali; la possibilità contraria, invece, è che le varianti di tutti i rami della tradizione

siano innovazioni indipendenti, e che nessuna di quelle conservate sia la lectio

originaria; in questi casi, si dovrà quindi emendare congetturalmente.

Lectio difficilior

1.1

Fra due lezioni concorrenti, di pari valore quanto alla loro attestazione nella tradizione,

viene considerata più probabilmente originaria quella che, per ragioni linguistiche,

stilistiche o di contenuto, appare ‘’più difficile’’ (difficilior) rispetto all'altra. Per fare

questo ci si deve ottenere a un principio di economia e supporre una costante

banalizzazione del testo nel corso della sua trasmissione.

Il criterio venne elaborato sui testi dell'antichità classica, per cui si pensò a un modello

di trasmissione semplificativo e banalizzante, dovuto al più modesto livello culturale

dei copisti successivi, in particolare del medioevo.

I presupposti, però, non sono esatti: esistono vari scrittori antichi di carattere tecnico

che utilizzano costrutti banali e molti copisti medievali colti. È vero anche, tuttavia,

che un copista intervenga rendendo più oscuro e complesso un testo di per sé chiaro e

accettabile.

Nel medioevo il modello di trasmissione è diverso: un testo all'origine rozzo può aver

subito miglioramenti successivi, in epoche più dotte o ad opera di copisti più colti.

Si tenga conto che la variante difficilior non è qui quella più elaborata o

stilisticamente migliore, ma quella che è meno facile spiegare come trasformazione

dell'altra: utrum in alterum abiturum erat (‘’quella fra le varianti che era soggetta a

degenerare nell'altra’’).

ES. Nella Commedia dantesca (Par. 7°, vv.76) troviamo: ‘’Di tutte queste cose

s'avvantaggia’’ VS. ‘’Di tutte queste doti s'avvantaggia’’. Se l'originale avesse

riportato la versione cose non vi era motivo di modificarla, visto che essa

funzionava benissimo. È più probabile che l'originale avesse invece dote, parola

più complessa, che un copista ha banalizzato nel più comune cose.

Un testo che ha invece subito progressivi miglioramenti stilistici è l'Itinerarium

Antonini (6° - 7° secolo).

Una lezione che crea una situazione testuale assurda, per quanto in se possa essere

difficilior, non può evidentemente essere considerata come originaria.

13

Alla lectio difficilior Contini avvicina il concetto di diffrazione: un terminato passo

attestato in tre o più testimoni, anche in modo irregolare rispetto allo stemma, indica

una difficoltà nel progenitore, che i discendenti hanno tentato di sistemare in modi

diversi. Se una delle varianti si rivela originaria, si parla di diffrazione in presenza; se

invece nessuna di esse è soddisfacente si parla di diffrazione in assenza; dove si

registrino varianti in diffrazione, il testo a monte era di difficile comprensione:

l'applicazione del criterio della lectio difficilior trova una ragione nello stato stesso

della tradizione.

Usus scribendi

1.2

L'usus scribendi è lo stile di un autore: fra due varianti concorrenti, quella originaria

sarà quella che risponde meglio alle abitudini stilistiche dello scrittore. Maggiore è il

materiale a disposizione, maggiore sarà la possibilità di conoscere l'usus scribendi di

un autore. Meno facile è appellarsi a questo criterio per autori e testi anonimi di

epoche a basso controllo stilistico e normativo del medioevo.

Questa operazione è tanto più semplice quanto più distanti e meglio caratterizzati

sono il sistema dell'autore e quello dei copisti; quando essi sono molto vicini o privi di

caratterizzazione, distinguere fra l'uno e l'altro è spesso impossibile. Il criterio è

dunque analogico: si basa sul confronto con materiali esterni alla variante stessa.

ES. L'Antapodosis di Liutprando da Cremona (10° secolo) presenta uno stemma

bipartito; uno dei rami riporta ‘’Ticinum, quae nunc alio excellentiori Papia

notatur vocabulo’’, mentre l'altro al posto di notatur mette nominatur. Lo

scrittore impiega frequentemente sia il verbo nomino, sia noto, ma il primo è

sempre usato nel senso di ‘’dare un nome’’, il secondo come ‘’segnare’’. La

lezione originaria sarà dunque nominatur.

Loci paralleli

1.3

Si può, poi, utilizzare il confronto con i loci paralleli, ossia con passi di altri autori o

altre opere dove ricorrano espressioni simili a quella indagata; il procedimento è di

carattere analogico.

Laddove il criterio dell'usus scribendi si basa su un confronto con le opere dello stesso

autore, quello dei loci paralleli chiama in causa gli altri testi che possono avere

attinenza con quello studiato.

È però possibile che non l'autore, ma qualche copista colto abbia ricondotto una forma

in qualche misura atipica a una che gli era più consueta perché impiegata in un altro

testo che lui conosceva.

Comportamento dei subarchetipi

1.4

Un ulteriore criterio di selezione è il comportamento dei due subarchetipi α e β,

dove questo sia perspicuo. Il comportamento dei testimoni è ricostruibile sulla base

delle lezioni già selezionate grazie ai criteri precedenti. Ad esempio, si può stabilire

che α sia opera di un copista colto e attento, ma incline a modificare il testo quando lo

ritiene necessario, mentre il copista di β sia distratto e ignorante, che commette

spesso errori di lettura e di trascrizione, ma che non modifica il testo

consapevolmente. A questo punto, in presenza di due varianti concorrenti dove

appaiano due sinonimi di pari valore, è probabile che l'innovazione sia quella di α; in

presenza di una variante di β che può spiegarsi come cattiva lettura della forma che

compare in α, la preferenza andrà ad α.

ES. Il Novellino di Masuccio Salernitano presenta una tradizione bipartita

(abbiamo due incunaboli indipendenti): M, del primo ramo, è un testimone

viziato da numerosi errori di trascrizione e di stampa, ma non modifica

volontariamente il testo; V, invece, è molto corretto e accurato, ma tende a

modificarlo.

Selezione su base statistica

1.5 14

In molti casi le due varianti adiafore possono rimanere tali anche dopo un loro esame

alla luce dei criteri sopra esposti. Si tratterà di aderire al ramo che si e mostrato più

affidabile negli altri casi.

Il criterio probabilistico va usato solo quando ogni altra risorsa sia stata utilizzata

senza successo, perché lascia comunque un ampio margine di errore: se il testimone A

ha ragione nell'80% dei casi, nessuno ci assicura che la variante che stiamo

esaminando non rientri nel restante 20%.

L’ emendatio

2.

La presenza dimostrata di un archetipo a monte della tradizione autorizza l'editore a

correggere congetturalmente il testo, anche dove la lectio non sia palesemente

corrotta, ma solo dubbia. È la parte più ‘’creativa’’ della critica testuale.

Anche qui vige il principio di economia: una buona congettura è quella che con un

‘’costo’’ molto basso permette di ottenere un considerevole vantaggio nel

miglioramento del passo. Per emendatio si intende oggi soltanto quella ope ingenii che

si applica sul testo ‘’migliore’’ che possiamo ricavare dai dati emergenti dalla recensio.

In certi casi è successo che buone congetture siano state confermate dal ritrovamento

di nuovi testimoni o da progressi della ricerca.

ES. Il De magnalibus Mediolani di Bonvesin de la Riva è conservato in un solo

manoscritto quattrocentesco, opera di un copista disattendo e ignorante;

inoltre, in alcune parti il codice è illeggibile per guasti alla carta. L'archetipo è

quindi conservato in una condizione tale da richiedere correzioni frequenti.

[FATTO DA CHIESA] In seguito l'impiego di più sofisticati strumenti ottici ha

permesso di evidenziare in alcuni punti l'inchiostro che sembrava scomparso, e

parecchie di queste congetture sono state confermate.

Non si può dare una regola fissa per questa operazione. Se l'archetipo è vicino

all'autore e poco innovativo, si cercherà di correggere il meno possibile; se viceversa

risulta viziato da molte innovazioni evidenti, allora ci si sentirà autorizzati a intervenire

con maggiore liberta.

Se il testo tramandato è corrotto in modo insanabile, l'editore indicherà l'esistenza del

problema con un apposito segno diacritico †, l'obelo o crux desperationis, evitando di

formulare ipotesi. Casi particolari di documentazione

Tradizioni a testimone unico

1.

Quando un'opera è conservata in un solo testimone, si parla di tradizione a

testimone unico. La fase di recensio è azzerata; a meno che non si tratti

dell'originale stesso, il testimone unico è l'archetipo dell'opera. Questo costituisce un

grande svantaggio, in quanto non possiamo dire nulla sulla qualità del testo; secondo

Giorgio Pasquali, una tradizione ricca è di gran lunga preferibile. È anche vero, però,

che l'archetipo conservato ha il vantaggio di non essere ricostruito in via ipotetica, con

tutti i dubbi e i problemi che comporta la selectio delle varianti.

La sola domanda che si pone il critico è se e dove questo testo vada emendato.

ES. L'Homelia paschalis di Liutprando da Cremona (10° secolo) è conservata in

un solo manoscritto coevo dell'autore, esente da errori, nel quale alcune piccole

correzioni immediatamente successive alla copiatura sembrano essere state

introdotte da Liutprando stesso. L'affidabilità di questo testimone è dunque

quasi assoluta. L'unico testimone della Relatio de legatione Constantinopolitana,

dello stesso autore, è l'editio princeps pubblicata nel 1600 e in questo caso

diventa molto importante valutare la qualità del testimone per poter stabilire

con quanta libertà vada esercitata l'emendatio.

Tradizioni sovrabbondanti

2.

Nel caso di tradizioni troppo vaste, andrà stilata una lista il più possibile completa

di testimoni, per ognuno dei quali verrà indicata la data, il luogo di origine, la storia,

15

quali altre opere vi sono contenute, e ulteriori informazioni. Quindi si escluderanno i

testimoni meno interessanti.

Nel caso di tradizioni vaste, ma non ingovernabili, si può procedere a una

campionatura del testo, la collazione e la recensio viene svolta su tutti i testimoni

soltanto per alcuni spezzoni dell'opera e da cui vengono scelti i più importanti.

Dove si imponga una selezione a priori dei testimoni, vanno preferiti i più antichi,

senza tuttavia escludere che qualche testimone più recente potrebbe derivare da un

ramo della tradizione molto buono e non altrimenti conservato. Pasquali insiste sul

fatto che i recentiores non sono automaticamente deteriores. Fintantoché il codice non

è dimostrato descriptus, esso dovrebbe almeno in linea teorica essere utilizzato per la

constitutio textus, in quanto è portatore di una vena originaria dell'opera.

La tendenza, in realtà, è quella di trascurare i codici del Quattrocento e a ciò si può

trovare una giustificazione teorica: gli umanisti andarono alla ricerca di manoscritti di

autori classici e, in parecchi casi, i loro codici dei classici sono effettivamente apografi

di codici più antichi ben noti e ancora esistenti. Le opere medievali, invece, non

ebbero mai un momento di studio analogo, e la loro trasmissione procedette nel

tempo in modo più omogeneo; in questo caso è difficile trovare ragioni teoriche che

possano spingere a sottovalutare a priori i codici meno antichi.

Nel caso di una massa scoraggiante di testimoni recenti, lo stemma codicum si

ricostruisce sulla base di testimoni considerati a priori come potenzialmente migliori

(in genere i più antichi), e quindi confrontare tutti gli altri testimoni sulle sole

innovazioni discriminanti che hanno permesso di ricostruire questo stemma (loci

critici). Se un manoscritto recentior risultasse immune da tutte le innovazioni che

hanno permesso di identificare i vari gruppi stemmatici, il suo interesse aumenterebbe

enormemente, in quanto esso rappresenta un ramo sconosciuto della tradizione.

ES. Un'opera pubblicata utilizzando i metodi della campionatura del testo e dei

loci critici è la Leggenda aurea di Iacopo da Varazze, di cui si conservano oltre

1000 testimoni integri o parziali. L'editore ha scelto quindi di pubblicare l'opera

sulla base di un numero molto limitato di testimoni che nello stemma ricostruito

assumevano una posizione di particolare eccellenza.

ES. Un altro caso è quello delle Institutiones di Prisciano, una grammatica

diffusissima nel medioevo, nella cui tradizione un gruppo di manoscritti

proveniente dall'Italia meridionale appare esente da innovazioni che si

riscontrano in tutti gli altri. L'aver individuato un piccolo ramo indipendente

consente poi di utilizzarlo come strumento di controllo delle varianti attestate

nei numerosissimi testimoni dell'altro ramo, e facilita la ricostruzione delle loro

relazioni.

ES. Infine, la Commedia è stata recentemente studiata sulla base dei loci critici

da Federico Sanguineti, che ha così individuato un manoscritto (Vaticano

Urbinate 366) che, unico, rappresenterebbe uno dei due rami dello stemma; il

codice è stato poi da lui usato come optimus.

La tradizione indiretta

3.

Per tradizione indiretta si intendono tutti i documenti che non sono testimoni

dell'opera che si vuole ricostruire, ma che ne riprendono della parti più o meno ampie:

citazioni, estratti, riassunti, antologie, traduzioni, imitazioni, parodie, ecc.

Nel valutare l'affidabilità di queste testimonianze, bisogna tener conto che il rischio di

trasformazione è molto alto: una breve citazione, ad esempio, può essere stata fatta a

memoria.

La tradizione indiretta fornisce elementi importanti per comprendere la fortuna

dell'opera e la sua incidenza culturale.

ES. In un verso di Catullo (17,19), la tradizione diretta parla di una pianta

superata securi (‘’vinta dalla scure’’). In realtà Catullo aveva scritto suppernata

securi, usando un verbo rarissimo, che significa ‘’abbattere’’. La forma esatta è

conservata da un grammatico tardo-antico, Pompero Festo, che cita il verso

16

catulliano proprio come esempio d'uso di questo insolito termine. L'opera dello

stesso grammatico (Vocabolario di parole rare) è giunta fino a noi in un solo

manoscritto medievale dell'11° secolo, per altro di difficile lettura, che è

conservato soltanto per metà. L'altra metà è ricostruibile sulla base della

riduzione che ne fece, nell'8° secolo, Paolo Diacono: per questa parte la

tradizione indiretta è dunque l'unica testimonianza conservata.

Declassamento e riqualificazione dei testimoni

4.

Il valore testimoniale di un determinato manoscritto può modificarsi nelle diverse parti

dell'opera che esso riporta in virtù del variare della consistenza della documentazione.

Un codice descriptus può, ad esempio, diventare indispensabile per alcune parti di

testo dove il suo progenitore conservato sia mancante o illeggibile.

ES. Delle Storie di Ammiano Marcellino esisteva un manoscritto del 9° secolo,

oggi conservato a Kassel (in Germania)e frammentario. Quando questo

manoscritto viene a mancare, dobbiamo ricorrere a un suo apografo, il Vaticano

latino 1873, anch'esso del 9° secolo, che è del tutto inutile dove il codice Kassel

è conservato eleggibile.

La riqualificazione del descriptus è accompagnata dal vantaggio di poter avere un'idea

della strategia di lavoro del copista: potendo confrontare, per una certa parte del

testo, antigrafo e apografo, si può valutare l'affidabilità del testimone per la parte

dove l'antigrafo non è più conservato.

ES. Una tradizione ora a due, ora a tre rami è invece quella delle Vitae di

Cornelio Nepote; di quest'opera esisteva ancora nel Cinquecento un manoscritto

medievale; esso è in seguito scomparso, ma nel frattempo era stato copiato tre

volte: due di questi tre testimoni (A e L) sono ancora esistenti, mentre il terzo

(P) è andato distrutto nel corso della prima Guerra Mondiale, ma se ne

possiedono delle collazioni affidabili, che possono perciò essere utilizzate.

I limiti del metodo stemmatico

Il metodo stemmatico presenta vari limiti di applicabilità. Esso nacque in funzione

dello studio delle opere dell'antichità classica, e su queste venne sperimentato. La

ricostruzione meccanica di questi testi si basava sul presupposto che anche la loro

trasmissione fosse avvenuta in modo meccanico e lineare, seguendo un ben preciso

modello: si partiva dall'originale ben definito e si sviluppava nella forma di una

progressiva e inarrestabile degradazione nelle copie successive. Ma spesso nemmeno

per i testi classici la trasmissione si è svolta in questo modo, tanto meno per le opere

scritte nel medioevo.

I copisti colti, ad esempio, possono aver azzerato le innovazioni precedenti e ne hanno

introdotto di invisibili, interrompendo la progressiva degradazione del testo; può

esserci stata anche l'operazione di confronto di esemplari diversi (contaminazione) o la

tradizione può essere derivata non da un solo originale, ma da diverse forme

dell'opera tutte ugualmente d'autore.

Si dicono recensioni chiuse quelle tradizioni manoscritte alle quali è possibile

applicare in modo rigoroso il metodo stemmatico e arrivare alla ricostruzione del testo

in modo meccanico, senza che l'editore debba intervenire con proprie scelte; queste

costituiscono una percentuale minima del totale. Sono, invece, recensioni aperte

quelle in cui l'editore è costretto a intervenire.

Sarebbe meglio distinguere tra recensio cum stemmate e recensio sine

stemmate, dove la discriminazione fra i due gruppi e la possibilità di ricostruire o

meno lo stemma.

Le innovazioni irriconoscibili

1.

Distinguere un'innovazione di copista da un testo d'autore è tanto più facile quanto più

il sistema linguistico e ideologico dei due è distante. Un copista medievale, per

esempio, anche se molto colto, non è in grado in genere di rilevare certe sottigliezze di

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elevero11 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Chiesa Paolo.

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