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Letteratura Latina

Appunti di lingua e letteratura latina sugli autori nominati a lezione dalla professoressa basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Berno dell’università degli Studi La Sapienza - Uniroma1, facoltà di lettere e filosofia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Lingua e letteratura latina docente Prof. F. Berno

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Altra componente catulliana è quella della religiosità, che affonda le proprie radici nell’ancestralità

romana; egli va sulla romba del fratello per adesione alla pietas, ai doveri verso i congiunti, pur

sapendo della vanità: non è un’ottimista illuso, semplicemente tende a rispettare doveri e diritti del

cittadino romano, come mostra il carme CI.

Foedus come l’amore è l’amicizia, che deve essere vissuta come un profondo legame, necessario di

rispetto a codici comuni e di gelosia; egli ha grandissimi slanci di affetto per i propri amici ma non

evita le invettive nel momento in cui si manca a un codice d’onore, come per esempio cercare di

rubargli il suo oggetto amoroso.

Del resto, le invettive di Catullo non sono solo letterarie, infatti la metà dei carme sono di natura

aggressiva, contro Lesbia e gli amici, ma anche contro personaggi dell’epoca, anche importanti, per

le loro azioni, ma anche per il loro aspetto fisico, in tono giocoso, ma più spesso sprezzante.

Sia nella nugae che negli epigrammata si trovano infatti dei commenti aspri rivolti verso Cesare e

Mamurra (celato sotto il nome di Mentula), criticando specialmente i loro sconci commerci sessuali

e la loro predatoria ingordigia; non è quindi totalmente disinteressato alla politica, ma i suoi disgusti

sono causati principalmente da concetti personali, da fastidi in relazione alla morale di questi

personaggi, o semplicemente per antipatia personale.

I Carmina Docta si aprono con due componimenti epitalamici; il primo, il LVI, per le nozze di

Lucio Manlio Torquato e Vinia Autunculeia, si apre con un’invocazione al dio delle nozze, Imeneo,

prosegue con il racconto del corteo festose e si conclude con la scena del marito che accompagna la

sposa alla porta; il secondo, il LXII, descrive l’immagine di un coro diviso in due parti, uno

composto da giovani e l’altra da ragazze, che invocano Imeneo mentre cala la sera e si aspetta

l’arrivo della sposa.

Il carme LXIII narra la storia di un giovane che giunge in Frigia durante la festa della Magna Mater

Cibele; accecato dal furore orgiastico si evira per darsi alla dea, in seguito si pente ma questa non li

lascia fuggire dal proprio dominio.

Il carme LXIV è quello più lungo, composto in esametri, in cui si narrano le nozze di Peleo e Teti,

attraverso l’ekphrasis si inserisce un secondo filone narrante su Arianna abbandonata da Teseo,

salvata in seguito da Bacco che compare sul lido.

Il carme LXV è indirizzato all’amico Ortalo, il quale gli aveva chiesto dei versi; obnubilato dal

dolore della perdita del fratello non può darglieli, ma glieli compone per dimostrare il suo affetto,

traducendo parte della Chioma di Berenice di Callimaco

Il carme LXVI è infatti la traduzione della Chioma di Berenice, in cui i narra la storia della moglie

fedele Berenice, sposata a Tolomeo III Evergete, che dona allo sposo un riccio dei suoi capelli; la

ciocca scompare, ma l’astronomo Conone lo riconosce in una nuova costellazione da allora

denominata Chioma di Berenice.

Il carme LXVII è un dialogo con la porta della casa di un certo Cecilio, in cui il poeta induce la

porta a rivelare gli scandali sessuali dei suoi padroni.

Il carme LXVIII, in forma di lettera poetica rivolta a un amico, in cui Catullo inserisce degli

elementi biografici, quali il primo incontro con Lesbia e il dolore per la morte del fratello,

intrecciandoli con una narrazione mitica.

Si incontrano ovviamente anche degli elementi di fusione tra la tradizione latina e quella greca, in

particolar modo dei richiami a Saffo, come nel carme LXI e LXII, ma anche, e specialmente, nel

LXI. 15

Lucrezio.

Vita.

Scarsissime sono le notizie in merito alla vita di Tito Lucrezio Caro, pervenuteci da San Girolamo,

che dice che nacque nel 94 a.C., reso pazzo da un filtro d’amore, scrivendo alcuni libri durante degli

intervalli di lucidità (poi letti da Cicerone e da lui pubblicati), si sarebbe ucciso a 44 anni, quindi nel

50 a.C. In questa testimonianza ci sarebbe delle incongruenze, dal momento che il filtro d’amore e

il suicidio, essendo il poeta un epicureo fortemente credente della provvidenza, cozzerebbero con la

sua immagine.

Secondo il grammatico Donato, Virgilio prese la toga virile nel 55, nello stesso giorno della morte

di Lucrezio; ma anche questa è poco attendibile, dal momento che corrisponde all’ideale del

“passaggio di fiaccola” dal poeta più grande della generazione precedente a quello più giovane che

lo sarà della sua.

Del resto non si sa praticamente nulla, non parla mai di sé, come non parlano di lui nemmeno

Cornelio Nepote e Cicerone; sembrerebbe conoscere molto bene le famiglie più in vista romane, il

modo di vivere dei romani, e alcuni degli studiosi hanno accarezzato l’idea che fosse campano:

niente lo esclude e niente lo conferma. Del resto, la presenza del nome del patronus fa pensare che

potesse essere addirittura uno schiavo.

Opere.

L’unico libro che ci perviene di Lucrezio è il De Rerum Naturae, un poema didascalico in esametri,

diviso in sei libri, che si propone di affrontare e diffondere la dottrina epicurea presso le classi colte

di Roma; del resto, lo stesso titolo sarebbe la perfetta traduzione dell’opera di Epicuro.

Sembrerebbe un’opera incompiuta, infatti alcuni libri, il I, il II e il V, mostrerebbero un lavoro di

rifinitura a cui gli altri non sarebbero stati sottoposti.

Il genere richiedeva che l’opera avesse un destinatario, e Lucrezio, fin dal prologo, dedica l’opera a

Gaio Memmio, illustre uomo romano.

Le sezioni sarebbe di due in due, dedicate alla fisica, all’antropologia e alla cosmologia; come per le

Argonautiche, ogni libro presenta un prologo, quattro dei quali dedicati a Epicuro, l’uomo che ha

portato al resto del mondo saggezza e verità, il II libro presenterebbe un elogio ai sapiens e il IV

l’orgogliosa dichiarazione di novità dell’opera, che costituirebbe in realtà il proemio alla

composizione, detto Inno a Venere.

Si nota una perfetta simmetria nella composizione, infatti il primo e ultimo libro presentano la

dedica a Epicuro, mentre al centro vi sarebbe l’Inno a Venere; anche la componente interna lo è,

dove per esempio, in tre occasioni, si apre il discorso con toni gioiosi, si conclude con il racconto di

episodi tragici.

Il modello a cui si rifà è sicuramente Empedocle, anche lui scrittore di opere didascaliche, ovvero

l’unica altra figura che viene celebrata quasi quanto Epicuro: quest’ultimo avrebbe scovato la verità

ed Empedocle sarebbe stato in grado di comunicarla. Ne critica la filosofia e alcuni principi, ma è al

suo modo di scrivere che si rifà, ovvero non volendo gareggiare con i propri argomenti, né

mostrando particolare erudizione, semplicemente mostrando la via ai suoi lettori.

Nei proemi in cui celebra Epicuro, lo definisce come fosse un dio che salva i comuni mortali

dall’oscurità; combatte contro la religione, ovvero la paura dell’aldilà, il mito, le credenze,

attraverso la ratio, ovvero la chiara e lucida indagine del mondo naturale; già qui, però, si nota una

differenza con il maestro, che definiva la sua dottrina come una sorta di liberazione, che si basava

sul fidarsi dei sensi escludendo ciò che c’è di mitico e religioso.

I procedimenti che egli impiega per sfatare i miti sono due, ovvero indicare le conseguenze

scellerate dell’adesione alla religione, come per esempio il mito di Ifigenia, sacrificata dal padre per 16

propiziare il viaggio a Troia, e usando i miti per descrivere il comportamento umano, come nel

passo dei miti infernali nel III libro, in cui Tantalo, Tizio, Sisifo e le Danaidi non sarebbero altro che

la rappresentazione della paura degli dei, delle passioni amorose, dell’ambizione di potere e

dell’insaziabile avidità dell’uomo.

Quando parla del cosmo, egli riprende apertamente Epicuro, ovvero che il cosmo è formato da

materia, che la Terra altro non è che uno dei corpi rotanti del cielo, e che si sfalderà a causa della

vecchiaia diventando sempre meno abitabile; ciò che fa Lucrezio è ampliare con i suoi toni tragici

quanto già detto.

In questo contesto traccia anche una stori dell’uomo dalle origini, nel libro V, destinato a scomparire

e più forte all’inizio della sua vita, ma che non dovette esistere molto facilmente come invece

sostenevano i miti.

Il ruolo dell’uomo, trattato sempre nel V libro, viene trattato con una visione negativa, considerato

affetto da una colpa naturale, dal momento che in sé ha un germe degenerativo; anche il progresso,

del resto, non ha portato altro che malanni, tragedie e distruzione, dal momento che porta a perdere

il senso della misura nell’uomo. Epicuro è colui che ha dato la possibilità di una cura, ovvero il

Giardino in cui gli uomini pensano a loro stessi, circondati da amici. Questo elemento viene invece

trattato nel II libro, in cui Epicuro viene paragonato a un naufrago che, raggiungendo la terra, può

guardare gli altri uomini mentre si dibattono per il mare.

Cicerone.

Vita.

Nacque ad Arpino intorno al 106 a.C. da una famiglia di ceto equestre possidente terriera, venne

inviato a Roma per studiare presso i migliori insegnati latini e greci, dove studia filosofi epicurei,

Fedro e Zenone.

Già da giovane comincia a scrivere testi poetici, come il Glaucus, un poemetto mitologico di stile

alessandrino, e il Marius, un poema celebrativo di ispirazione enniana, traduce alcune opere

filosofiche, come alcuni dialoghi di Platone e di Senefonte, inoltre inizia a scrivere un trattato di

filosofia che rimarrà ininterrotto, quale il De Inventione.

Cicerone sapeva di poter contare solamente sulla sua cultura e sull’arte della parola, cercava di

spingere verso un’alleanza tra ceto equestre e quello senatorio; dopo l’esperienza del triumvirato il

programma verrà esteso e messo in relazione agli uomini buoni, ovvero colore che hanno a cuore il

mantenimento delle istituzioni tradizionali romane e che agiscono sulla base di valori morali

riconosciuti. Quindi non sono solamente equites e senatori, ma tutti gli uomini onesti, mentre la

difesa delle istituzioni repubblicane, secondo il poeta, dovrebbe essere affidata ai ceti possidenti,

che fino all’epoca dei Gracchi aveva osteggiato la riforma agraria e ogni soluzione ai problemi

economici derivanti dal latifondo schiavista.

La sua carriera da avvocato ebbe inizio dall’81, in pieno regime sillano, dovette allontanarsi da

Roma per un viaggio in Grecia, per poi tornare dopo la morte di Silla; dal 75 intraprende il corsus

honorum. Nel 70 grazie alle orazioni contro Verre acquista fama di grande oratore; in seguito alla

candidatura di Catilina gli equites e gli optimates si uniscono temporaneamente e Cicerone è eletto

console.

Dopo gli scontri causati dal triumvirato è costretto a fuggire da Roma, per poi tornarvi su richiesta

di Pompeo nel 58; nel 55, nel momento in cui si allontanò dalla politica, cominciò il ciclo delle

opere retoriche, in una decina di anni scrive più di 25 opere, a cui si aggiungono le orazioni e

l’epistolario.

In seguito all’omicidio di Cesare, che gli mostrava amicizia e rispetto, pensa di poter gestire

Ottaviano, il quale invece lo usa per poi abbandonarlo al suo nemico; le 14 Filippiche scritte contro 17

Antonio gli causano la morte, viene assassinato nel 43 dai suoi sicari e le mani e il capo dell’oratore

vengono mostrati sui rostri del Foro come monito per i futuri difensori della libertas.

Opere.

Orazioni.

La prima orazione pubblicata di Cicerone, probabilmente non la prima a essere declamata, era

contro Ortalo, il maggiore rappresentante, al tempo, del genus asianum, che infiammava i giovani

romani con il suo stile frondoso e magnificente, diventando presto anche lo stile di Cicerone. Era

una causa di diritto civile su un’occupazione illegale dei beni.

Con la Pro Roscio Amerino, invece, Cicerone esordisce in una causa di diritto penale di forte rilievo

politico, difendendo l’Amerino dal parricidio; in realtà il delitto era stato commesso da un potente

liberto di Silla, il quale aveva messo il nome del padre sulle liste di proscrizione, e accusava il figlio

per evitare interventi legali. Cicerone svela il misfatto, aggiungendo che con probabilità il dittatore

non sapeva nulla; fu quasi una vittoria, infatti Roscio Amerino venne assolto, ma non gli furono

ridati i beni confiscati.

Durante il viaggio in Grecia segue delle lezioni di Apollonio Molone, di cui in seguito segue lo stile

oratorio, più smorzato e meno enfatico rispetto al genus asianum.

È negli anni 70 che si sviluppa la vera oratoria di Cicerone, grazie alle Orazioni contro Verre, il

quale avrebbe dominato su alcune città della Sicilia commettendo ogni tipo di abuso. Verre, difeso

da Ortalo, cercò di far rimuovere Cicerone dall’incarico sperando in un accusatore più morbido, per

questo le Verrinae si aprono con una Divinatio in Caecilium, procedura a cui si ricorreva quando vi

erano più candidati per un caso. Vinta la competizione, in meno di due mesi Cicerone riesce a

recuperare moltissimo materiale; in agosto il processo si apre, nonostante i diversi tentativi di Verre

di far slittare il caso all’anno seguente, con l’Actio prima in Verrem (Primo discorso d’accusa

contro Verre). La tradizione vuole che, per via dell’effetto avuto, Ortalo decise di lasciare il caso e

di ritirarsi in esilio volontario a Marsala; per non sprecare tutto il materiale raccolto, Cicerone

scrisse altre cinque orazioni, confluite nell’Actio secunda in Verrem, descrivendo le illegalità

commesse in Sicilia, anche contro gli stessi cittadini romani. In queste si nota fin da subito la

varietà dei mezzi dell’oratore; la chiarezza argomentativa, la drammaticità e la forza persuasiva

della parola.

La De imperio Cneo Pompei (Sul comando di Gneo Pomepeo) era un’orazione per far concedere

poteri speciali a Pompeo per poter combattere contro Mitridate nella guerra orientale, sollevando

dall’incarico Lucullo. In questa orazione sembra che Cicerone vada contro alcuni dei suoi principi,

dal momento che era stato contro gli eccessi dei populares e contro l’assegnazione di poteri speciali.

Insieme alle Filippiche, le Catilinariae sono le orazioni politiche migliori di Cicerone, pubblicate

l’anno successivo al processo e dette consolari perché durante il suo consolato.

Nella I Catilinaria Cicerone salta i soliti exordia per passare direttamente all’accusa, dimostrando di

conoscere i piani di Catilina, usando un periodare martellante, dando l’esempio più alto dello stile

grandioso e patetico; durante la notte Catilina scappa da Roma per arrivare negli accampamenti dei

ribelli.

Nella II Catilinaria mette al corrente i romani della fuga di Catilina, descrivendo i suoi seguaci

come orride persone, indebitate fino al collo e disperati; esalta i propri meriti, affermando di aver

usato l’indulgenza per esortare Catilina a uscire allo scoperto e smascherare i suoi piani.

La III è per comunicare al popolo l’arresto dei capi della congiura rimasti a Roma; la IV viene

pronunciata in senato per decidere la pena degli arrestati, Cicerone si dichiara favorevole alla pena

di morte, più indulgente della carcerazione a cui invece propendeva Cesare. 18

La Pro Archia era in difesa di un famoso scrittore greco, Aulo Licinio Archia, accusato di aver

usurpato la cittadinanza romana; non era un processo importante, e probabilmente Cicerone accetta

per amicizia e perché sperava che Archia scrivesse qualcosa in merito alle sue orazioni consolari,

dal momento che aveva appena concepito un poema su quelle contro Catilina, progetto mai

terminato. La Pro Archia rimane importante perché esempio di massima oratoria, e anche per via

della celebrazione delle humanae litterae che contiene.

L’esperienza dell’esilio e del triumvirato costringono Cicerone ad alleanze provvisorie, si spigano

così le orazioni in difesa di alcuni uomini vicini a Cesare, come la Pro Balbo e la Pro Rabirio, e il

discorso favore al prolungamento del proconsolato di Cesare in Gallia, la De provinciis

consularibus, nella quale quindi cerca di far estendere i poteri di Cesare, non previsti dalla

costituzione romana.

In questo periodo di tumulti, le orazioni contro Clodio, al quale Cicerone non perdonava la

condanna all’esilio, risultano quelle più appassionate; tra queste la più importante politicamente fu

la Pro Sestio, in favore al tribuno della plebe che aveva permesso il suo ritorno a Roma. Sestio era

accusato di aver assoldato delle bande armate da contrapporre a quelle di Clodio, ma Cicerone

dimostra che questo gesto aveva la finalità di garantire la tranquillità e la salus communis dei

cittadini; in particolar modo i rivolge ai giovani rammentando loro il bene supremo della libertas.

Qui compare una sorta di manifesto dei veri boni.

Anche la Pro Celio rientra nelle orazioni contro Clodio, Celio infatti sarebbe stato l’amante di

Clodia, la sorella del tribuno, schernita da Cicerone in ogni modo, con arguzia e maestria, e

sottolineando la possibilità che fosse la Lesbia di Catullo. Cicerone non aveva un ruolo centrale in

questo processo, ma riuscì ad affrescare la bella vita dell’aristocrazia romana.

Il ciclo contro Clodio si chiude con la Pro Milone, il quale aveva ucciso in uno scontro lo stesso

Clodio; Cicerone non riuscì a pronunciare la sua orazione, intimorito dalle urla degli uomini accorsi

a vedere il processo, e il senato fu costretto a conferire a Pompeo poteri speciali per garantire

l’ordine. L’orazione che ci è pervenuta fu riscritta l’anno seguente, e viene considerata la più bella e

la più perfetta tra le orazioni di Cicerone.

Durante gli anni della dittatura cesariana Cicerone ha occasione di pronunciare tre discorsi,

essendosi quasi completamente ritirato dalla scena politica. Scrive la Pro Marcello, la Pro Ligario e

la Pro rege Deiorato; la seconda sarebbe per due ex pompeiani, a cui Cesare impediva il rientro

dall’esilio, Cicerone gli chiede di mostrare clementia, senza cercare di difendere i due; Deiorato era

invece re della Galazia, accusato di aver ordito un complotto contro Cesare, Cicerone lo difende

dimostrando l’infondatezza dell’accusa. La prima rimane la più interessante, non può essere definita

un’orazione, quanto una gratiarum actio, un’orazione di ringraziamento per Cesare, che ha

pubblicamente perdonato il suo antico rivale.

Dopo l’assassinio di Cesare Cicerone scrive le Filippichae, così chiamate perché simili a quelle

scritte da Demostene contro Filippo di Macedonia; l’obiettivo era quello di dimostrare che Antonio

fosse un nemico di Roma.

Particolarità di Cicerone nelle orazioni fu di trattare tutti e tre gli stili dell’oratoria, ovvero il genus

iudicale, discorsi pronunciati in tribunale per la condanna dell’imputato, il genus deliberatum,

discorsi pronunciati davanti al senato o all’assemblea del popolo di argomentazione politica, e il

genus demonstrativum, ovvero discorsi di carattere encomiastico o panegiristico.

Opere retoriche.

La prima opera retorica nota di Cicerone sarebbe il De inventione, conosciuto anche con il nome di

Rhetorici libri, inizialmente suddiviso in cinque parti, l’inventio, il dispositio, l’elocutio, la memoria

e l’actio; di questi Cicerone scrisse solamente la prima parte, da cui il nome, forse perché 19

spaventato dalla grossa impresa, oppure, come scrisse in seguito, perché annoiato dall’analiticità e

dalla scolasticità dell’opera. Già qui però è possibile vedere i grandi temi della riflessione

ciceroniana, basata sulla fiducia nella parola, che invilisce l’uomo e migliora i rapporti sociali,

l’impostazione eclettica e probabilistica della ricerca.

Il De Oratore è invece un trattato in tre libri, ha la forma del dialogo; qui Cicerone si immagina una

conversazione presso la villa di Licinio Crasso durante le ferie dei ludi Romani, tra Crasso e

Antonio, gli oratori più grandi della sua giovinezza, e altri personaggi, tra cui Lutazio, Catullo e

Scevola l’Augure; l’ambientazione è simile a quella di Platone, mentre lo stile è quello del dibattito

aristotelico, quindi grandi discorsi affidati di volta in volta al singolo personaggio. Antonio e Crasso

parlano principalmente dei problemi culturali e sociali dell’epoca; parlando della formazione

dell’oratore, Antonio sostiene che bisogna affidarsi alla tecnica, mentre per Crasso, dietro a quale si

cela in realtà lo stesso Cicerone, sostiene l’importanza di studi ampi e vasti, sottolineando il

carattere umanistico dell’arte e collegandola alla filosofia, dal momento che un oratore non

potrebbe essere tale senza conoscere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è buono. Per

Cicerone la filosofia indaga la verità, mentre l’oratoria, nutrita dalla filosofia, mette al servizio delle

istituzioni le conoscenze acquisite, le trasferisce su un piano concreto, ne promuove la diffusione tra

gli uomini.

Il Brutus è un dialogo in un solo libro, in cui Cicerone immagina di parlare con gli amici più cari

del tempo, Bruto e Attico; la cornice è idealizzata come nel De oratore, Cicerone li invita a sedere

su un prato davanti alla statua di Platone, parlando, questa volta, di storia. Si prende in

considerazione l’evoluzione dell’eloquenza romana dalle origini all’età contemporanea, con un

excursus su quella greca; grazie a questo dialogo siamo a conoscenza dell’eloquenza romana dei

secoli precedenti, Cicerone, ovviamente, si pone al culmine dello sviluppo dell’arte. Aveva in realtà

come scopo quello di celebrarsi, ma anche da difendersi da coloro che gli muovevano l’accusa di

essere troppo ansiano e legato a un modo di esprimersi ormai desueto; a Roma infatti in un primo

momento si era sviluppato lo stile asiano per l’oratoria, pieno di fronzoli, regole ritmiche e

magnificenza nello stile, che trovava uno dei massimi esponenti nel maestro di Cicerone, Ortalo,

mentre successivamente aveva preso piede il modello attico, basato sulla chiarezza e sulla purezza,

con lo scopo non di commuovere ma di argomentare, di cui gli esponenti furono Bruto e anche

Cesare. Cicerone, però, si poneva nel mezzo di questi stili, modello chiamato rodiense, dal

momento che nasceva presso la scuola di Apollonio Milone a Rodi.

L’Orator è di un solo libro e riprende in forma di lettera quanto discusso nei libri precedenti, in

particolar modo il discorso sugli stili, sul discorso del perfetto oratore e sulla teoria del numerus,

ovvero la struttura ritmica del periodo.

Ci sono pervenuti anche altri libri; le Partitiones oratoriae, le quali sono delle domande e delle

risposte sulla retorica dedicate al figlio Marco, per spingerlo verso lo studio della filosofia; il De

optimo genere oratorum, un intervento polemico sull’atticismo, mettendo a confronto Contro

Ctesifonte di Eschine e la A favore di Ctesifonte di Demostene; i Topica, in forma epistolare, parla

di arte dei luoghi, argomento posto a confine tra logica e retorica.

Opere politiche.

Il De republica è un dialogo in sei libri, in cui si immagina un dialogo tra Scipione l’Emiliano, Lelio

sapienza, Scevola l’Auriga e altri personaggi appartenenti al circolo Scipionico; nei primi due libri

si discute in relazione all’antica questione su quale forma di governo sia la migliore, e quindi

sostenendo la tesi di Polibio, secondo cui il governo romano sarebbe il migliore perché misto e

capace di unire elementi monarchici, il consolato, a elementi aristocratici, il senato, e a quelli

democratici, i comizi e il tribuno della plebe.

Nei libri III e IV vengono invece trattati l’educazione e la giustizia romana, considerata migliore di

quella greca; gli ultimi due libri trattano invece la formazione dell’uomo politico e dello Stato, dal 20

momento che Roma aveva bisogno di un uomo giusto e corretto, sopra le parti, che fosse in grado di

prendersi cura dei suoi cittadini. Il modello a cui si riferisce Cicerone è Scipione l’Emiliano.

Come Platone prima di lui, Cicerone inserisce alla fine del trattato una storia di carattere

mitologico, intitolato Il sogno di Scipione; questo, poco dopo il suo arrivo in Africa agli inizia della

terza guerra punica, avrebbe sognato prima l’Africo e dopo il padre, il quale lo avrebbe sollevato

con sé oltre alla via Lattea, mostrandogli il puntino che è la Terra, centrando l’argomentazione sulla

figura dell’uomo attivo che combatte per la giustizia e il bene pubblico.

Il De legibus è un dialogo in tre libri ambientato in epoca contemporanea, in cui interagiscono

Cicerone, il fratello Quinto e l’amico Attico; il tema centrale è quello della giustizia. Cicerone

confuta le tesi relativistiche secondo cui la giustizia non è altro che un costrutto degli uomini in

vista di un utile particolare, che li costringe all’obbedienza a norme temporanee che possono

sempre modificate; la tesi sostenuta da Cicerone è invece quella che esista uno ius nella natura

stessa, prima ancora delle leggi umane.

Nel III libro i personaggi si addentrano nella vita contemporanea romana, toccando aspetti di grande

attualità.

Opere filosofiche.

Tra quelle pervenuteci si ricordano l’Academica, che tratta il problema della conoscenza, il De

natura deorum, il De fato e il Divinarione, che trattano argomenti di natura teologica e religiosa, e

altre che trattano temi di carattere propriamente etico-morale.

La forma ricorda i dialoghi di Platone, mentre lo stile quelli di Aristotele; principalmente viene

utilizzata la tecnica comparativa, in modo tale che la trattazione abbia maggior effetto divulgativo,

come nel De Deorum, in cui tre personaggi prendono le difese delle tesi epicurea, stoica e

accademica. Ciò che fa Cicerone non è trovare delle tesi assolute, ma fondamenti che possano

garantire l’azione, senza preoccuparsi eccessivamente per la coerenza delle singole tesi;

l’atteggiamento probabilistico concerno quindi l’eclettismo delle fonti.

Lo scopo di questi trattati è in primis quello di informare, ovviamente Cicerone non si sente un

filosofo ma non è neanche un semplice traduttore, vuole trovare dei modelli di comportamento

adattabili alla romanità, ribadendo i principi di civitas e mores.

Il De Officiis si presenta invece come una lunga lettera al figlio Marco, in quel frangente in Grecia

per gli studi; risulta in realtà essere l’eredità spirituale di Cicerone, il quale vorrebbe offrire al figlio

un’ideale di perfezione morale. L’argomento è il dovere, espresso in tre libri, nel primo si parla di

ciò che onesto, nel secondo di ciò che è in rapporto con l’utile, nel terzo degli eventuali conflitti tra

queste due nozioni.

L’epistolario.

Si hanno 4 raccolte postume:

1. Epistulae ad Atticum

2. Epistulae ad familiares

3. Epistulae ad Quintum fratem

4. Epistulae ad Brutum.

Il genere dell’epistolario si era ormai diffuso nel mondo greco latino, e si distingueva tra lettere

pubbliche e lettere private, le prime trattanti argomenti importanti, con un destinatario fittizio ma in

riferimento al pubblico, mentre le prime avevano uno stile più semplice, una lingua che fosse simile

a quella del parlato, e trattava argomenti di ordine affettivo. L’epistolario di Cicerone è l’unico di

carattere privato, anche se in una delle sue lettere si può leggere che egli aveva intenzione di

pubblicarne alcune, selezionandole e correggendole. 21

Cesare.

Vita.

Nasce nel 100 a.C., dalla gens Iulia, una famiglia del patriziato minore che si vantava di essere

imparentata con Iulio, figlio di Enea e quindi discendente da Venere, avrebbe riacquistato prestigio

imparentandosi con Mario; fin dalla prima giovinezza le sue azioni confermano di essere

politicamente dalla parte dei populares, cosa che si vedrà anche negli eventi successivi.

Studia presso un grammaticus di tendenze alessandrine, Gnifone, e compie un viaggio in Grecia per

completare gli studi; in seguito torna a Roma e intraprende il corsus honorum, nel 68 ottiene in sorte

la Spagna Ulteriore.

Nel 63 viene nominato pontefice massimo, avendo acquistato popolarità attraverso grandi

elargizioni di grano e all’organizzazione di memorabili ludi a sue spese. Nel 60 stringe un accordo

con Crasso e Pompeo, così che i tre uomini più potenti di Roma possano spartirsi le magistrature e

il potere in senato; tra 58 e 51 è in Gallia per l’espansione di Roma, giungendo fino al Reno. Grazie

a queste campagne riesce a conquistarsi il favore delle legioni, i soldi necessari ai suoi scopi politici

e la fama presso il senato; dopo la morte di Crasso in battagli il rapporto con Pompeo si rompe. In

seguito alla richiesta di tornare in patria, dal momento che il mandato in Gallia era stato prolungato

fino al 50, e alla sua seguente risposta negativa, scoppia la guerra civile, terminata con la sconfitta

di Pompeo a Farsalo, in Grecia, nel 48, e poi alla sua uccisione.

Torna a Roma e persegue una politica di riconciliazione, favorendo anche gli uomini di Varrone e di

Crasso che pure avevano parteggiato per Pompeo; si fa eleggere dittatore per 10 anni nel 46 e, dopo

due anni, dittatore a vita.

Venne assassinato alle Idi di Marzo nel 44, e i cesaridi furono costretti a fuggire da Roma; dopo

poco la figura di Cesare venne divinizzata dal figlio adottivo Ottaviano.

Opere.

Di Cesare sono integralmente sopravvissute due opere, due commentari: il De bello Gallico e il De

bello civile.

I commentari sono un genere letterario che in età repubblicana racchiudeva i bollettini di guerra e le

esperienze diretti dei generali; erano una vera e propria realizzazione autobiografica, una cosa a

metà tra la raccolta dei materiali e la narrazione storica, connotati moralmente e politicamente.

L’opera storiografica si basava principalmente sugli eventi storici, a cui venivano intrecciati degli

elementi di natura etnografica e geografica attraverso degli excursus; i commentari nascevano

invece con il compito di comunicare e informare e avevano quindi una struttura più semplicistica,

avendo i caratteri principali nella concisione e nella densità delle informazioni. La scelta del

commentario era perfettamente coerente con la figura che abbiamo di Cesare, un uomo razionale e

conciso, che disprezza le passioni violente e che ama l’intelligenza pura, diretta, senza appellarsi

agli dei per spiegare i fatti; si sceglie così anche la terza persona singolare, proprio per dare un

senso di obiettività, di ricerca razionale.

La scelta di non appellarsi le divinità è la stessa che risiede nell’assenza di una visione organica e

unitaria della storia: l’uomo è artefice della storia, attraverso le sue forze e le sue possibilità.

È anche vero, però, che Cesare introduce all’interno dei suoi commentari degli elementi tipici della

storiografia, quali gli excursus etno-geografici e il discorso diretto, pagine ricche di pathos e di

emozione.

La motivazione della scrittura sembrerebbe essere quella difensiva, dal momento che mentre era

ancora in vita venne accusato di aver dissipato i soldi dello stato causando la guerra gallica. 22

De bello Gallico.

È l’opera più lucida di Cesare, divisa in sette libri (uno per ogni anno di guerra); è possibile che

parti del testo fossero destinate al Senato; lo scopo dell’opera sarebbe quello di mostrare la reale

necessità di una guerra, dal momento che a Roma molti pensavano fosse semplicemente un’impresa

personale, che lui attribuisce all’espansione degli Elvezi e agli sconfinamenti del principe svevo

Ariovisto: nella sua opera emerge che l’impresa ha il solo scopo di proteggere lo Stato romano dalle

invasioni.

La descrizione delle regioni galliche e germaniche è semplice e concisa, sempre sotto un’ottica

politico-militare; anche negli excursus sugli Svevi, nel libro IV, e sugli usi e i costumi gallici e

germanici, nel libro VI, Cesare dimostra di essere principalmente interessato ai rapporti nelle

famiglie e alle istituzioni politiche.

La narrazione della guerra gallica si era arrestata nel 52, e dopo la morte di Cesare fu un suo luogo

tenente, Aulo Irzio, a terminarne la stesura, premettendo al libro VIII una lettera indirizzata a Balbo

dichiarando di voler colmare alcune lacune narrative tra il De bello gallico e quello civile.

 Libro I (58 a.C.): descrizione della Gallia e delle popolazioni che l’abitano; segue la

descrizione del confronto con gli Elvezi che hanno sconfinato il territorio degli Edui, e

quella contro il principe Ariovisto, entrato in battaglia all’inizio contro gli Edui ma poi

stanziatosi con la forza, minacciando l’intera Gallia.

 Libro II: due spedizioni, una contro i Belgi e l’altra contro i Nervii

 Libro III: combattimento per mare e per terra causato dalla ribellione dei Veneti; battaglia

contro l’Aquitania che viene sottomessa

 Libro IV: due popolazioni germaniche attraversano il Reno sollecitati dagli Svevi; excursus

sugli Svevi. Riesce a ricacciarli e riesce a raggiungere una tregua con i Germanici, che però

rompono in seguito il patto; segue una spedizione punitiva oltre il Reno. Salpa in Britannia

in seguito a delle difficoltà, respinto dagli isolani alla fine riesce a siglare una pace e a

ripartire per la Gallia.

 Libro V: durante l’inverno si preparano le navi per la spedizione in Britannia; segue

excursus sulla Britannia; sconfigge la popolazione ma deve fronteggiare dei moti ribelli

 Libro VI: sottomesse le popolazioni britanniche torna in Gallia per sottomettere gli Svevi;

excursus su Svevi e Germanici.

 Libro VII (52 a.C.): cesare torna in Italia, i Galli decidono di approfittarne, unendosi in un

grande esercito ribello capeggiato da Vercingetorige. Cesare è costretto a tornare in Gallia e

dopo una sanguinosa battaglia Vercingetorige è costretto ad arrendersi e a sottomettersi.

De Bello Civili.

Libro più vario e complesso, ha lo scopo di mostrare le ragioni della guerra civile, dal momento che

molti pensavano che l’avesse causata lui; ogni volta che ne ha l’occasione cerca di spiegare come

egli abbia sempre voluto la pace e cercato di evitare gli spargimenti di sangue, addossando tutta la

colpa ai capi della fazione pompeiana, dal momento che lui ha operato con il consenso dei suoi

soldati e delle popolazioni.

Più di ogni altro commentario ha quindi un aspetto politico; viene esaltata la clementia di Cesare e

cerca di tranquillizzare la popolazione, affermando anche non vi saranno vendette né spargimenti di

sangue.

Lo stile è meno asciutto rispetto al De bello gallico, si cerca di parlare anche di passioni e

sentimenti, ma quando Cesare non ne è in grado usa sarcasmo e ironia; il ritmo è più concitato e

nervoso, cerca di manipolare ancora di più gli eventi, cercando di dare un’immagine di sé si

grandezza, ma senza oscurare la verità. 23

Il libro termina ai primi accenni della guerra alessandrina.

 Libro I: nel 49 il senato, favorevole a Pompeo, richiama Cesare dalla sua spedizione; dopo

aver più volte rifiutato è costretto a muoversi rapidamente verso sud; le popolazioni lo

accolgono a braccia aperte, molte legioni si uniscono a lui, e intanto Pompeo fugge a

Brindisi e si imbarca per l’Oriente. All’inizio Cesare deve rinunciare a inseguirlo, privo di

imbarcazioni adeguate. Va in Marsiglia, alleata di Pompeo, e poi in Spagna Cisteriore,

evitando spargimenti di sangue ma portandoli alla resa evitando che arrivino loro i

rifornimenti.

 Libro II: Marsiglia cade; in Spagna Varrone gli si arrende e chiede pietà, che gli viene

concessa; in Spagna un suo subalterno, Curiore, dà ascolto a false notizie e attacca, viene

sconfitto dai pompeiani e i cesariani vengono uccisi brutalmente.

 Libro III: racconta lo scontro contro Pompeo avvenuto nel 48 presso l’Epiro, fino alla

sconfitta a Farsalo. Cesare ha clemenza per i suoi avversari, Pompeo fugge in Egitto

chiedendo protezione a Tolomeo, il quale decide invece di assassinarlo. Poco dopo Cesare

giunge ad Alessandria, dove scopre l’uccisione del suo avversario; costringe Tolomeo ad

associare il trono alla sorella e dopo poco scoppia la guerra alessandrina.

Sallustio.

Vita.

Nacque vicino all’Aquila intorno all’86; giungerebbe a Roma per completare i propri studi, racconta

lui stesso nel Bellum Catilinae della sua honoris cupido che lo aveva a lungo travagliato in un clima

di corruzione e di invidia.

Non sappiamo niente dei suoi esordì in politica, solo che si avvicinò alla fazione dei populares e a

Cesare; allo scoppio della guerra civile lo segue, e da lui gli vengono affidati diversi compiti

militari.

Dopo essere ritornato a Roma per l’accusa di concussione, protetto qui da Cesare, avviene la morte

del dittatore e decide di ritirarsi dalla vita politica; si dà alla storiografia. Morì nel 35 a.C.

Opere.

Decide di diventare storico di Roma nel momento in cui viene ucciso Cesare; nel proemio al Bellum

Catilinae vuole appunto giustificare tale motivazione, dal momento che all’epoca si continuava a

pensare che le mansioni pubbliche fossero di maggior importanza di quelle private.

L’unica possibilità per Sallustio sembra quindi essere scrivere in merito alla storia, dal momento che

la res publica verte in uno stato di degrado e di corruzione.

Sempre nel proemio al Bellum Catilinae scrive di voler raccontare per episodi importanti, partendo

da quello più recente e significativo dell’assassinio di Cesare; nel proemio al Bellum Iugurthinum

invece, dice di volersi dedicare alla guerra giugurtiniana perché rappresenterebbe la prima volta in

cui si sarebbe contrastata la boria dei nobili, arrivando a un tale grado di accanimento che solo la

guerra civile riuscì a sedare le rivolte.

Effettivamente lo scopo di Sallustio è la ricerca delle motivazioni per cui lo Stato è in tale degrado,

ovvero il colpo di stato di Catilina e la guerra contro Giugurta; si tratta quindi di storiografia

politica, senza scopi celebrativi o propagandistici, dal momento che per Sallustio la storiografia è

luogo di riflessione.

Sia il Bellum Catilinae che il Bellum Iugurthianum, ma anche le Histories, risultano essere quindi

delle monografie, dal momento che si parla di episodi, e non di annuali. 24

Il modello che si riscontra nelle opere sallustiane è uno ellenistico, fino al momento ignorato dagli

storiografi romani, ovvero Tucidide; accanto alla concezione politica della storia si sviluppa quella

agonistica e individualista, tanto che i suoi sono eroi negativi, ovvero Catilina e Giugurta.

Il centro del ragionamento di Sallustio è la virtus, e di come essa sia in pericolo a Roma,

trasformando la stessa storia, nel gusto romano, in una visione di vizi e virtù di una popolazione.

Bellum Catilinae.

La prima opera riguarda il tentato colpo di stato di Catilina; si pensa che uno dei suoi scopi fosse

quello di difendere Cesare il quale, seppur dietro le quinte, era accusato di avervi partecipato.

Nel capitolo XLIX infatti lo difenderebbe, mentre in quello precedente lascerebbe cadere su Crasso

molte dicerie.

Ma la tematica centrale dell’opera rimane comunque quella di scoprire le motivazioni della

decadenza della città, arrivando quindi alla caduta di Cartagine nel 146.

Nei capitoli dedicati all’archeologia, egli divide gli avvenimenti in due parti, prima del 146, in cui

vigevano corretti usi e costumi, e dopo, in cui hanno invece il sopravvento l’avidità e la brama di

potere; questa corruzione toccò il culmine con l’età di Silla, in cui gli uomini si misero a desiderare

e a pretendere le cose più disparate.

Questi uomini vengono ritratti come giovani nobili, o scellerati, che avrebbero desiderato la guerra

civile per acquistare potere; la congiura di Catilina risiederebbe, quindi, nella generazione sillana.

La visione di Sallustio è quella di un moralista, di un uomo che durante l’epoca di Silla vide lo

sfacelo dell’Impero del popolo romano; il desiderio del ritorno ai costumi dei padri, di una giustizia

e di un allargamento dei privilegi romani al resto delle popolazioni italiche, dal momento che i

nobili rimangono chiusi tra le loro grazie.

Un governo che non pensi solamente al proprio potere, al proprio tornaconto, ma uno che voglia il

bene del popolo.

Il protagonista, ovviamente, è Catilina, di cui si dà il ritratto di un mostro tronfio di potere, vizi e

virtù; un ritratto quindi paradossale, dal momento che gli si attribuiscono caratteristiche

contrastanti. Vengono introdotte anche le figure di Catone e di Cesare, presentate insieme e messe a

confronto, mostrando come Roma debba la sua forza e importanza a figure politiche diverse e

complementari, anche se queste furono in realtà forze nemica: Sallustio ragiona in maniera

equidistante da ogni schieramento.

Bellum Iugurthinum.

Narra la storia della guerra di Roma contro Giugurta, usurpatore del trono di Numidia, avvenuta tra

112 e 105.

Nel proemio, in seguito a delle speculazioni filosofiche e autobiografiche, simile a quello della

monografia precedente, egli spiega le motivazioni di tale scelta; ovvero perché fu una battaglia

tremenda e sanguinosa e, specialmente di interesse per lo storiografo, perché fu la prima volta in cui

ci si scontrò con la boria dei nobili romani: si dichiara l’intento politico e ricollega le due

monografie.

In un excursus sulle cause della degenerazione romana, egli torna alla caduta di Cartagine,

sviluppandone il concetto; con la fine del metus punicum, teoria che girava per roma già dal secolo

precedente, si sarebbe rotto l’equilibrio delle popolazioni e della concordia che vigeva tra loro.

A tal proposito egli inserisce due grandi discorsi uno fatto pronunciare da Memmio e l’altro da

Mario, entrambi incentrati sulla potenza dei nobili, che avrebbe compromesso la dignitas e la 25

libertas del popolo romano. Ma nel discorso di Mario si affaccerebbe un elemento ancora più

importante, sostenendo che la vera nobiltà non deriva dalla stirpe ma dalla virtus e dalla buona

condotta dei singoli, rovesciando in punti di forza le sue inferiorità.

Il tema principale dell’opera è comunque quello di mostrare come la nobiltà sia sottoposta a una

sola divinità, ovvero il denaro; comprati dall’oro di Giugurta prima cercherebbero di evitare una

guerra e poi di recuperare una pace poco dignitosa.

Sono gli uomini nuovi come Mario a gestire la guerra, ma non prende unicamente la parte dei

populares, aggiudicandosi oggettività descrivendo le imprese di Metello e anche di un giovane Silla,

non astenendosi nemmeno dal criticare Mario.

Si continua quindi un discorso aperto con la precedente monografia, sviluppando i temi, ampliando

gli anni presenti all’interno della narrazione, aggiungendo quindi sistematicità e ordine negli eventi

narrati; vi è anche maggior attenzione allo stile, si introducono due excursus etnografici, si mostra

gusto per il romanzesco e per i dettagli, specialmente nelle battaglie.

La novità più grande è il ritratto che ci viene dato di Giugurta; adolescente si farebbe notare subito

dai Romani, che lo blandiscono e che gli fanno desiderare di regnare da solo sulla Numidia; in

seguito il quadro si complica aggiungendo vendette e una continua altalenanza tra i sentimenti più

calmi e quelli più bellicosi.

Historiae.

Narrano anno per anno, in 5 libri, i 5 anni successivi alla morte di Silla, con metodo annalistico.

I frammenti pervenutici si fermerebbe al 67, ma si pensa che Sallustio volesse arrivare al 63, in

modo tale da potersi ricollegare alla congiura di Catilina.

I pochi frammenti che abbiamo parlano di excursus geo-etnografici e, in particolar modo, di

ricerche linguistiche.

Formalmente quest’opera dovrebbe essere la continuazione dell’omonima di Sisenna, il quale era

giunto fino alla morte di Silla; il taglio annalistico, però, non toglie il collegamento con le

monografie, dal momento che, fedele al modello tucidideo, continua a ricercare le motivazioni del

degrado romano, riprendendo anche la caduta di Cartagine e la rottura del metus punicum.

La critica più pesante, anche qui è rivolta alla nobiltà; si parla particolarmente male di Pompeo,

uomo ambizioso e pieno di viltà, mentre si danno buoni ritratti di Macro e di Sertorio.

Tra i documenti dell’opera più interessanti che ci siano pervenuti, vi sarebbe la lettera a Mitridate,

re del Ponto, ad Arsace, re dei Parti, per convincerlo a stringere un’alleanza nella guerra contr

Roma.

Varrone.

Vita.

Marco Terenzio Varrone nacque nel 116 a.C. a Rieti della Sabina, da qui il soprannome di Reatino,

per distinguerlo dall’altro Varrone poeta; appartenne a una famiglia facoltosa e studiò presso i più

grandi maestri dell’epoca che gli comunicarono gli studi filologici e grammaticali.

Tra 77 e 78 iniziò la carriera politica e militare al seguito di Pompeo, in seguito fu anche senatore;

non ricoprì cariche particolarmente in alto nella carriera politica, ma fu un uomo dai sani principi,

tanto che criticò comunque Pompeo per il triumvirato, scrivendo una satira (Trikaranos).

Dopo aver seguito Pompeo durante la guerra civile, ed essersi arreso a Cesare, gli viene permesso di

tornare a Roma, e nel 47 Cesare stesso gli affida il compito di formare la prima biblioteca a Roma.

Morì nel 27. 26

Opere.

Opere antiquarie.

Con spirito enciclopedico e da erudito, Varrone si assume il compito di illustrare e di ordinare il

vasto e ricco patrimonio della civiltà romana; tutte le sue opere nascono sotto il segno della

nostalgia per il passato arcaico di Roma.

Il suo sguardo è rivolto verso le origini, di cui vorrebbe ricostruire le istituzioni civili, le tradizioni,

gli usi e i costumi; in questo senso si coglie che la sua passione è derivante da senso nazionalistico,

la stessa che sarà poi condivisa da Virgilio e da Livio.

Alle opere antiquarie sono dedicati numerosi scritti, come il De familiis Troianis, una ricerca

genealogica sulle origini troiane di alcune famiglie importanti romane, e il De vita populi romani, in

cui vengono illustrate le istituzioni e il modo di vivere nella Roma antica. Nel De gente populi

romani invece riprendeva la recente deificazione di Cesare e glorificava l’ascendenza divina della

gens Iulia; infatti era in quegli anni che preferiva studiare in relazione alla vita antica romana.

Le due opere più importanti di questa categoria rimangono però le Antiquitates e le Imagines.

Le Antiquates sono una raccolta sistematica del patrimonio romano, divise in 41 libri; gli argomenti

che venivano trattati principalmente erano le origini di Roma, definendo con precisione la data della

fondazione (754 a.C.), della topografia della città, del calendario e della repubblica; allargando

infine lo sguardo alla geografia e alle istituzioni delle civiltà italiche.

Nella sezione focalizzata sulla religiosità, esponeva la suddivisone tripartita della religione romana,

fondata su mitologia, natura a civiltà. La prima era lo spirito religioso dei poeti e dei mitografi, la

seconda era quella dei filosofi, i quali avevano lo scopo di comprendere la natura e l’esistenza delle

divinità attraverso strumenti razionali, la terza, ovvero quella politica e civile, è quella di tutti gli

uomini, fondamento delle istituzioni pubbliche. La religione, in generale, veniva comunque

razionalizzata da Varrone a semplice creazione degli uomini.

Le Imagines sono, invece, dei ritratti di circa 700 personaggi importanti romani e greci, raggruppati

per sette; di ognuno veniva dato un piccolo riassunto biografico e si concludeva con un elogio

celebrativo, più un vero e proprio ritratto; fu il primo libro illustrativo vero e proprio.

Opere linguistiche.

Per tutta la vita studiò le componenti della letteratura e problemi di ordine filologico; i suoi studi si

concentrarono quindi sullo studio del teatro, specialmente su quello plautino (tanto che le 21

commedie che vengono ritenute originale sono state da lui individuate), sullo stile e molto altro.

Tra queste, spicca in particolar modo il De lingua latina, basato sull’etimologia, la sintassi, la

morfologia e la stilistica; anche qui la tendenza è quella di recuperare il passato linguistico romano,

sottraendolo all’oscurità della storia e del tempo. I suoi obiettivi sono rintracciare l’origine dei

toponimi laziali, l’etimologia dei nomi che designano gli oggetti della vita quotidiana, le festività, le

stagioni e il calendario. Ciò che colpisce di più dei pochi libri che ci sono pervenuti, sono

sicuramente le ricerche etimologiche, le quali si basano su congetture di Varrone, non essendoci

studi precedenti, attraverso connessioni fonetiche o semantiche.

De re rustica.

È un trattato tecnico, diviso in tre libri, in cui, in ambienti e tempi differenti, si parla della gestione

del latifondo, della coltivazione e dell’allevamento di bestiame; Varrone afferma che sono elementi

che egli ha colto direttamente attraverso la lavorazione della terra, ma che attraverso letture e

discorsi con i tecnici. 27

Tra le letture ovviamente spicca il De re rustica di Catone, dal quale si scosta; infatti la visione di

Catone era principalmente incentrata sul latifondo, su come arricchirsi, espresso tra l’altro in modo

secco, senza troppe espressioni di beatitudine nella vita di campagna. Invece, Varrone dedica molto

spazio a questi sentimenti, del resto la campagna non è altro che un simbolo del passato, di

un’aristocrazia che viveva valori ben più puri di quelli del suo tempo, dimostrando quindi delle doti

umane; tanto che l’utilitas si intreccia spesso alla voluptas, ogni senso scientifico si sposta verso il

mondo sociale degli uomini.

Cornelio Nepote.

Vita.

Della vita conosciamo assai poco; nacque intorno al 100 a.C. nella Gallia Cisalpina e fu a Roma nel

65, dove strinse amicizia con Catullo, Cicerone e soprattutto Attico; si tenne lontano dalla vita

politica e morì nei primi anni del principato augusteo, tra il 27 e il 25.

Opere.

Il genere della biografia in realtà non venne trattato in particolar modo né in Grecia né a Roma,

almeno nei primi anni della sua espansione; in Grecia vi erano due modi per scrivere queste opere,

ovvero narrare le vicende della persona in modo lineare, dalla nascita alla morte, oppure nel

catalogare i dati per species. A Roma si affermò solo dopo il I secolo; le prime biografie furono le

Imagines di Varrone.

Catullo attribuì a Cornelio il primo di aver scritto una storia globale; le Chronica infatti avrebbero

racchiuso la storia del mondo, dalle origini mitiche, con alcuni inserti di letteratura per quanto

riguardava scrittori come Omero, Esiodo e Archiloco; scrisse anche degli Exempla in cui faceva

riferimento alle più svariate cose del mondo, tanto a dimostrazione della curiosità del suo ingegno.

Scrisse sicuramente anche delle biografie di Catone il Vecchio e di Cicerone.

L’unica opera che ci è pervenuta è il De viris Illustribus, una raccolta di biografie divisa in sezioni,

ognuna delle quali comprendeva due libri, uno per i personaggi romani e l’altro per quelli greci.

Di questa grande raccolta sono giunti fino a noi un libro sui generali stranieri e due biografie

romane della sezione de Latinis historicis.

L’intento della raccolta era quello di mettere a confronto diverse biografie, privilegiando

l’importanza dei grandi uomini romani; ma, nella praefatio al libro sui generali, aggiunge che non si

può considerare un generale greco con una mentalità romana. Quest’affermazione rimane

comunque un’intenzione, dal momento che nel resto del libro continua a giudicare con un’ottica

latina le gesta di grandi avversari; per quanto riguarda la composizione, risulta grande libertà, infatti

egli tende a utilizzare entrambi i modelli di scrittura biografica greci, a volte anche in

contemporanea. I personaggi vengono resi dei modelli, positivi o negativi; è un biografo a tutti gli

effetti, lo sa e decide di sfruttare questa componente al massimo, allietando i lettori con curiosità e

dettagli.

Cornelio Gallo.

Vita.

Nacque forse a Forlì intorno al 69 a.C. da una famiglia di ceto equestre; a Roma fece parte del

circolo letterario di Virgilio e Ovidio. Fu prefetto di Alessandria d’Egitto, la prima volta in cui non

era un consolo ad avere la carica ma un uomo proveniente dal ceto equestre.

Caduto in disgrazia dopo l’accusa di congiurare contro Augusto, fu mandato in esilio, su suicidò nel

26 a.C. 28

Opere.

Scrisse gli Amores, elegie in cui cantava il suo amore sfortunato per Licoride; ci è rimasto troppo

poco per comprendere la sua poetica, ma si sa, da altri frammenti, che le sue poesie dovettero avere

carattere mitologico, intrecciato a una componente personale.

Età di Augusto.

Seneca Retore.

Setto anche Seneca Padre o Seneca il Vecchio, padre dell’omonimo e più famoso figlio, nacque in

Spagna intorno al 55 a.C.; si traferì a Roma, a più riprese, per completare gli studi e vi si stabilì

stabilmente intorno al 4.

Opere.

Scrisse molte opere di storiografia e di orazioni, ma alcune ce ne sono giunte solo in parte.

Sono sopravvissuti 10 libri di Orationes (Oratorum et rhetorum sententiae, divisiones, colores), in

cui Seneca scrive per i figli delle orazioni di carattere augusteo sotto loro richiesta; vi scrive quindi

degli esempi relativi a 110 declamatori. Una controversia era un caso giuridico immaginario,

proposto dal retore, che veniva dibattuto da opposti contendenti. Le suasoriae, anch’esse presenti,

erano invece delle orazioni, fittizie, che si tenevano per persuadere un personaggio famoso del mito

o della storia a compire una determinata azione.

Il libro viene diviso in tre sezioni, ovvero le sententiae, frasi fulminanti e memorabili, le divisiones,

ovvero il ragionamento logico-formale, e i colores, ovvero gli ornamenti retorici.

In questa racconta si trovano quindi i casi più disparati e fantasiosi, esempi di matrigne che odiano i

figliastri, di amputazioni, di donne rapite dai figliastri; racconti spesso tratti dalla commedia nuova

e dalla novellistica contemporanea.

Nelle suasorie, invece, dominano aspetti più psicologi e patetici, che non erano tuttavia sconosciuti

all’altro genere declamatorio.

Vitruvio.

Vita.

Si sa pochissimo su Vitruvio, sono sconosciuti anche data e luogo di nascita, si pensa che cognomen

fosse Pollio e si oscilla ancora per il praenomen.

Opere.

L’opera che è giunta fin a noi di Vitruvio è un trattato di architettura, l’unico dell’antichità, e

fondamentale per gli studi classici rinascimentali e umanistici.

Il De Architettura sarebbe diviso in 10 libri, a ognuno dei quali sarebbe premesso un proemio; vi

sono anche delle riflessioni di natura morale e filosofica, ma il torno risulta asciutto e monotono.

La materia viene divisa in formazione professionale dell’architetto, i fondamenti estetici dell’arte, la

scelta dei luoghi idonei alle costruzioni:

 Libro I: origini dell’architettura

 Libro II: rassegna dei materiali edilizi

 Libro III: edilizia sacra

 Libro IV: ordini architettonici

 Libro V: edilizia pubblica

 Libro VI: edilizia privata 29

 Libro VII: pavimentazione e decorazione

 Libro VIII: idraulica, con particolare attenzione agli acquedotti

 Libro IX: orologi solari

 Libro X: costruzione di macchine a uso militare e civile.

Architectus in latino designava sia il nostro architetto che il nostro ingegnere, infatti per esserlo

bisognava avere molte conoscenze teoriche, ma anche molte pratiche; proprio per questo necessario

connubio l’architettura, come anche la medicina, veniva poco considerata, e Vitruvio, cosciente di

questo, cerca di ampliare il discorso per nobilitare di più la sua arte. Ciò che vede Vitruvio verrà

ripreso solo nell’età umanistica, ovvero una concomitanza di elementi, diversi sapere che possono

essere utilizzati insieme per averne uno solo, più universale, e così sfruttabile da tutti gli uomini.

Virgilio.

Vita.

Publio Virgilio Marone nacque nel 70 a.C. in un villaggio vicino Mantova da una famiglia di

proprietari terrieri; studiò presso Cremona, Milano e infine Roma, dove all’epoca imperversava

l’acme della crisi istituzionale.

In seguito si trasferì a Napoli, dove studiò e apprese la regola del “vivi nascosto” che applicò per

tutto il resto della vita; infatti, dopo le espropriazioni per i veterani di Cesare, gli venne offerto un

ager, forse presso Napoli, in cui si ritirò per dedicarsi alla poesia.

Dopo un viaggio in Grecia, in cui incontra Augusto, decide di tornare in patria, ma le sue condizioni

si complicano e muore a Brindisi, mentre viene sepolto a due miglia da Napoli.

Opere.

Le Bucoliche.

Sono una raccolta di dieci componimenti, in esametri, di argomento pastorale; il titolo è un

aggettivo plurale neutro che sottintende il sostantivo carmina, ovvero canti pastori, facendo

riferimento ai personaggi-protagonisti di queste brevi e delicate composizioni.

Vengono anche chiamate Ecloghe, per sottolineare più che la raccolta il singolo componimento, che

in antichità designava piccoli componimenti poetici; infatti le composizioni sono brevi, secondo il

gusto alessandrino e neoterico.

Nel proemio della VI ecloga Virgilio rivendica il merito di aver portato a Roma la poesia di

argomento bucolico; all’interno dell’opera si ritrovano dei riferimenti alla Sicilia, e quindi

indirettamente a Teocrito, che vi era nato. I riferimenti a Teocrito sono dovuti al fatto che egli fu il

primo a realizzare una raccolta, intitolata Idilli, in cui si concentravano dei brevi componimenti di

carattere pastorale, ma anche encomiastico, erotico e mitologico.

Con il compositore greco si hanno diverse caratteristiche in comune, come per esempio il numero di

componimenti, 10 in entrambi, o i nomi e alcune scene fisse del mondo pastorale, come le gare di

canto; ma, a differenza di Teocrito, Virgilio non è mai ironico o malizioso, abolisce gli aspetti

troppo crudi e realistici, è essenziale e conciso, soprattutto non è distaccato ma sentimentale perché

si sente partecipe del destino dei suoi pastori.

Il paesaggio descritto nei componimenti sembra essere un insieme di più paesaggi, arcadico, siculo

e mantovano; si sovrappongono quindi paesaggi affettivi e letterari, come nell’Ecloga VII in cui i

personaggi sono chiamati Arcadi ma si descrive il fiume dell’infanzia di Virgilio, ovvero il Mincio.

Viene dipinta un continuo senso di pace, la vita descritta da Virgilio si basa sulla poesia, sulla

bellezza dei paesaggi, su pastori che si occupano del proprio gregge, suonano, si sfidano in gare di

poesia e si innamorano delle pastorelle. 30

Proprio per questo il paesaggio virgiliano risulta utopico, più un paesaggio spirituale che effettivo;

nonostante ciò vi entra anche la distruzione della storia, per esempio nelle Ecloghe I e IX si parla

delle espropriazioni di terre e accennano il tema della discordia civile. Nella I Milibeo è costretto a

lasciare i campi dei propri padri, dicendo che sarà un soldato empio ad acquisire i campi così ben

coltivati, opponendo alla sua tristezza la felicità di Titiro, che grazie all’intervento divino ha potuto

conservarli; nella IX anche il pastore Menalca è costretto a migrare dopo aver perso i suoi

possedimenti.

Nella IV Ecloga invece, questo tema viene leggermente accostato per parlare del console Pollione e

della nascita di un puer speciale, probabilmente il figlio, sotto il quale nascerà un’età dell’oro; si

intrecciano quindi qui stili e tematiche proprie del canto orientale, con previsioni e predizioni.

I due più grandi temi delle Bucoliche sono il canto e l’amore, il primo porta serenità, mentre il

secondo dolore. L’amore in quasi tutte le Ecloghe viene descritto come furor e dementia, per

esempio nell’Ecloga VI si sviluppa il tema dell’insania amorosa attraverso riferimenti ai grandi miti

alessandrini.

Alla distruzione portata dall’amore, i pastori usano il canto, che dà loro tranquillità e placa l’animo.

I componimenti di Virgilio sono pieni di riferimenti letterari, tipicamente al gusto alessandrino, con

carattere elusivo ed erudito, basati sul principio della varatio; in questo modo si comprende che

sono destinati a una cerchia ristretta di poeti, come Cornelio Gallo e Valerio Rufo. Questi

riferimenti sono stemperati dal contesto, in cui troviamo dei semplici pastori che si accompagnano

con il flauto.

All’interno dei componimenti troviamo diversi elementi che li collegano l’uno con l’altro,

attraverso ricollegamenti e contrapposizioni, secondo il gusto alessandrino della varatio; per

esempio, i componimenti dispari hanno carattere mimico o drammatico, e sono quindi dialoghi a

più voci, mentre quelli pari sono componimenti a carattere lirico-narrativo e sono affidati a una sola

voce.

Altri riferimento sono invece più espliciti; le Ecloghe I e IX sono complementari, entrambi trattano

il tema dei sulci arva perduti, la II e la VIII trattano il lamento d’amore, la III e la VII sono gare

poetiche in forma amebea, quindi botta e risposta fra due pastori, la IV e la V annunciano invece la

nascita di una rigenerazione spirituale.

Fin dai primi versi si dichiara la modestia di tali componimenti, chiamando anche la musa

ispiratrice tenue, per indicare un genere meno ricco ed elevato rispetto alla tragedia o all’epica.

Le Georgiche.

Sono un poema didascalico in 4 libri, in esametri; Virgilio spiega nei versi d’esordio che vuole

spiegare cosa renda lieti i campi, sotto che stella rivoltare il suolo, come allevare gli animali e

coltivare. L’opera comprende quindi nella prima diade la coltivazione dei campi, e in particolare dei

cereali, nel primo libro, degli alberi da frutto e delle vite, nel secondo; mentre nella seconda diade

l’allevamento del bestiame, nel terzo, e delle api, nel quarto.

Ogni libro conserva una specie di autonomia tematica, ma contemporaneamente sono inseriti in un

piano complessivo; questa complicata architettura è realizzata attraverso un gioco di riferimenti

interni, contrasti e opposizioni: i libri I e III hanno grandi proemi e finali cupi e scuri (morte di

Cesare nel I, la moria degli animali nel III), mentre il II e il IV hanno proemi brevissimi e finali

chiari e lieti (la lode della vita nei campi nel II, la favola di Aristeo nel IV).

con quest’opera egli vuole ricreare un poema ascreo, ovvero simile alla Teogonia e alla Le opere e i

giorni di Esiodo; ma si trovano anche dei riferimenti a chi aveva messo questa materia, prima di lui,

in versi, uscendo un po’ dalla strada maestra, contro la stessa materia per l’innovazione del metro 31

per trattare un argomento così umile. Allo stesso modo anche Virgilio desidera dare dignità poetica

a una realtà minuta.

Ma in realtà la vera fonte di ispirazione di Virgilio non sono i poemi greci, ma il De rerum Natura di

Lucrezio, ovvero un vero e proprio poema didascalico, basato sulla verità, sull’impegno e

sull’adesione ai contenuti espressi.

Ponendo quindi le Georgiche in similitudine con le altre opere didascaliche, si scopre una grande

differenza, dal momento che queste sono dedicate a un agricoltore fittizio, e in realtà a un gruppo di

eruditi; non ha lo scopo di insegnare, dal momento che è carente sul piano teorico e dal momento

che vi erano sicuramente già dei testi più semplici da un punto di vista linguistico, ma vuole esaltare

la vita nei campi, che è etica e morale.

Nei quattro libri si ricorda che l’opera a dedicata a Mecenate, colui che ha spinto Virgilio nella

composizione dell’opera; mentre il personaggio più celebrato è Ottaviano, che è divus, garante della

pace e protettore dai barbari. Tuttavia, Virgilio evita di entrare in particolare in una dissertazione

politica, si concentra più che altro sull’esaltazione del ritorno ai valori antichi, alla vita campestre.

Infatti questa vita viene designata come luogo di pace, giustizia e virtù, in contrapposizione della

città, che è corrotta e amorale; nell’immagine del rus confluiscono due motivi, ovvero quello

epicureo degli otia e quello mitico dell’età dell’oro. Il contadino sembra essere il vero sapiens, colui

che è in grado di vivere veramente felicemente, raggiungendo uno stato di tranquillità e di armonia

interiore, di autosufficienza economica.

L’immagine del contadino fortunato è quindi quella che domina in tutto il poema, insieme al tema

del lavoro, già trattato in Esiodo e Lucrezio; per il primo il lavoro, pur dignitoso, lo considerava una

punizione divina, dal momento che prima del lavoro gli uomini avevano vissuto in un’epoca in cui

la natura si dava loro spontaneamente, mentre per Lucrezio rappresentava una lotta contro la natura.

Nelle Georgiche invece la necessità del lavoro viene spiegata attraverso una motivazione

mitologica: Zeus volle risvegliare gli uomini dal torpore primitivo, spingendoli a progredire contro

la natura ostile; il lavoro è dunque non una punizione ma una necessità divina.

Ricorre inoltre il tema della sofferenza e della morte, a cui sono soggiogati anche gli animali; allo

stesso modo gli animali sono soggetti alle passioni, e in particolar modo all’Eros, forza primigenia e

selvaggia.

Esempio e risposta a ogni interrogativo dell’opera sono le api, quasi divine, non soggiogate all’eros;

sono esempio di vita civile, ordinata e concorde.

L’Eneide.

I poemi epici antichi erano ormai superati, costruire una cosa del genere all’epoca di Virgilio

sarebbe stata una cosa impossibile; ciò che quindi voleva fare era guardare al passato celebrando lo

splendore romano, in un modo nuovo.

L’Eneide è in 12 libri in esametri; in realtà non fu revisionata dal poeta, che anzi aveva chiesto

all’amico Vario di bruciarla se gli fosse capitato qualcosa, ma invece venne fatta pubblicare da

Augusto. Gli elementi che ci fanno comprendere che l’opera non era terminata sono delle

incoerenze all’interno dell’opera e 58 versi non conclusi. In realtà, l’opera è conclusa a livello

strutturale, ma essendo Virgilio poeta dell’epoca augustea, puntava alla perfezione attraverso il

labor limae.

I 12 libri denuncia la volontà di conciliare due esigenze, ovvero la brevitas alessandrina e la

lunghezza del poema classico omerico; quest’ultimo si può riscontrare anche nel fatto che i primi

sei libri sono dedicati al motivo odissiaco, ovvero il viaggio avventuroso, mentre gli altri sei al

motivo iliadico, la guerra. 32

Il tema omerico viene però rovesciato, dal momento che il viaggio avventuroso precede la guerra,

inoltre il viaggio di Ulisse veniva compiuto per tornare a casa, quello di Enea per fondarla, la guerra

di Troia era per distruggere, quella di Enea per costruire. La maggior parte della materia di Virgilio

deriva infatti da quella di Omero, ma viene rielaborato e posta in modo completamente nuovo; per

esempio, nel III libro Achemenide, un compagno di Ulisse abbandonato durante la fuga dall’antro,

aveva raccontato ai troiani la celebre storia, trattando comunque di un argomento già noto a tutti,

Virgilio lo modifica, sottolineando gli elementi patetici e sentimentali della stessa vicenda rivissuta

dal punto di vista di questo guerriero.

La rielaborazione dei materiali si nota in particolar modo in Enea, un personaggio già noto per

Omero, per le vicende italiche, ma anche per Ennio e Nevio, così come per gli altri personaggio; ma

Virgilio mischia i diversi elementi, usando un nuovo linguaggio e costruendo nuove prospettive.

Inizialmente aveva uno scopo celebrativo, infatti da Enea discendevano Cesare e Ottaviano,

appartenenti alla gens Iulia, ma in seguito Virgilio sottolinea gli aspetti psicologici dell’eroe,

rendendolo particolarmente umano e distante dai soliti eroi epici, i quali erano caratterizzati da

passioni elementari, tesi alla vittoria e alla gloria senza nessun sentimento nei confronti della

vittima.

Enea invece è un personaggio tormentato, che prende sempre in considerazione ciò che accade per

le sue azioni; abbandona Didone, pur amandola, perché così hanno voluto forse superiori: è un

uomo del dovere, che rinuncia alle proprie passioni e ai propri affetti per via del suo destino.

Risponde sempre con obbedienza ai comandi degli dei, ma ogni decisione è caratterizzata da dolore

e perplessità; nel libro VI, centrale per l’Eneide, gli viene rivelato il piano polito e religioso del

quale egli è il protagonista, ma la conferma di un grande destino non potrà cancellare i segni

dell’infelicità e del lutto. Per questo è l’eroe della pietas e della fides, ma in particolare

dell’humanitas; Achille deve affrontare grandi sacrifici ma per sé stesso, Ulisse ha davanti a sé un

viaggio tortuoso, ma per tornare in patria, Enea invece è il primo eroe che abbandona

consapevolmente i propri desideri e si sacrifica, diventando in seguito anche l’eroe del modello

cristiano.

Enea viene spesso messo alla prova dagli dei, i quali intervengono all’interno delle vite umane, e

sopra di loro agisce una forza misteriosa, ovvero il Fato, dal quale dipendono alcune leggi

inalterabili e per cui accadono eventi predestinati.

Virgilio si appoggia quindi alla filosofia stoica, interpretando il Fato come un mens che governa

provvidenzialmente il mondo, assicurando un ordine razionale e morale agli avvenimenti; a questo

aggiunge anche una serie di credenze, derivanti dalla tradizione orfico-pitagorica, sull’immortalità

dell’anima e sulla metempsicosi; ne è esemplare il libro VI. Comunque, l’intervento divino è

provvidenziale, solamente sulla lunga curva storica possono risultare brutali, non sui singoli

individui.

Appendix Virgiliana.

Fin dall’antichità furono attribuiti a Virgilio una serie di componimenti di poemi epici, che si

porrebbe in un periodo precedente alla stesura delle Bucoliche, raccolti nel 1572 da Giuseppe

Scaligero, un filologo umanista.

Eccetto due epigrammi, la raccolta sembra apocrifica, anche se vi sono delle somiglianze stilistiche

e tematiche, segno di un’opera di emulazione.

La maggior arte dei carmi rivela la ricerca di una poesia dotta dipendente dalle poesie ellenistiche.

La raccolta Catalepton, in greco poesia alla spicciola, è composta da 16 epigrammi con molti spunti

biografici virgiliani; il titolo rimanda alle nugae neoteriche, brevi componimenti d’occasione di toni

minore e di argomento non impegnato ispirati alla poetica del lusus. 33

L’Elegia in Maecenatem sono due componimenti che compiangono Mecenate, scritti quindi dopo la

sua morte; escludono forzatamente ogni attribuzione a Virgilio.

Dirae, ovvero imprecazioni, sono rivolte da un contadino al podere che deve abbandonare

Lydia è un carme amoroso in cui il protagonista lamenta la lontananza di Lidia, donna amata.

Ciris è un epillio mitologico di gusto erudito e patetico dove si narra una storia di trasformazione.

Scilla, figlia del re di Megara, dopo essersi perdutamente innamorata del nemico Minosse, osa

recidere il capello che teneva in vita suo padre, causandone la morte e la rovina della patria; respinta

poi da Minosse viene trasformata in un uccello marino da Anfitrite, moglie di Nettuno.

Culex è un epillio di argomento pastorale ispirato alla dottrina pitagorica della metempsicosi; una

zanzara punge un pastore che dorme sotto le fronde di un albero, salvandolo dal morso velenoso di

un serpe. Il pastore, ignaro di essere stato salvato, si sveglia e schiaccia l’insetto, che poi gli appare

in sogno rimproverandolo per l’ingratitudine e gli descrive i regni dell’oltretomba in cui è costretto

a vagare; una volta sveglio il pastore gli rende omaggio con un piccolo tumulo di fiori.

Aetna è un arido poemetto didascalico di argomento scientifico sulle cause dei fenomeni vulcanici.

Copa è un bozzetto di carattere popolaresco, di cui la protagonista è una giovane che danza un ballo

lasciavo, invitando i forestieri alla sua locanda.

Moretum è un carme di genere idillico e di gusto bozzettistico; un contadino appena sveglio

accende il fuoco, macina il grano, sveglia la schiava di colore e impasta il dolce che gli servirà da

colazione durante i lavori agricoli della giornata.

Orazio.

Vita

Quinto Orazio Flacco nacque nel 65 a.C. a Venosa da una famiglia di umili origini, il padre era un

esattore delle aste pubbliche; studia prima a Roma e poi ad Atene. Si arruola quando viene a sapere

che Bruto e Cassio stanno organizzando un esercito, fino a diventare tribuno militare; dopo la

battaglia di Filippi nel 42 è costretto ad allontanarsi dalla vita civile e diventa scriva quaestorius,

una specie di contabile alle dipendenze dei questori.

Dopo la morte di Virgilio rimane il poeta più grande della sua epoca, per poi morire nell’8°a.C.

Opere.

Epodi.

Pubblicato nel 30 viene dedicato a Mecenate, comprendeva 17 componimenti; con molta probabilità

Orazio voleva chiamarlo Iambi, in riferimento al metro giambico e alle composizioni di Archiloco e

di Ipponatte, ovvero composizioni mosse dalla rabies, con toni aggressivi e realistici. I grammatici

invece tramandarono questi componimenti con il nome di Epodi per indicare un verso più corto

rispetto al distico che fa eco al precedente.

Orazio scriverà orgogliosamente di aver introdotto questi metri nel Lazio, di aver ripreso l’opera di

Archiloco, usandone però solamente i metri; si trovano infatti molte differenze con il modello, dal

momento che Archiloco era un aristocratico incentrato nella vita civile, scrivendo degli attacchi ad

personam, mentre Orazio era di umili origini, e le invettive che scrive sono contro personaggi fittizi.

Tra i componimenti ritroviamo quindi argomenti di carattere ellenico; il primo è un carme di

accompagnamento indirizzato a Mecenate; due scherzi nel secondo e nel terzo, uno dei quali rivolto

ancora a Mecenate per averli fatto mangiare una cena a base di aglio; invettive nel quarto, ottavo,

decimo e undicesimo componimento; poesie di carattere magico nel quinto e nel diciassettesimo;

poesie di argomento erotico nell’undicesimo, nel quattordicesimo e nel quindicesimo; una poesia

programmatica sul genere giambico nel sesto; poesie di contenuto civile nel settimo, nono e

sedicesimo; un carme simposiatico nel tredicesimo.

In particolare, svettano i componimenti VII e XVI, entrambi di carattere politico sul degrado che

caratterizzava Roma in quegli anni; nel VII questo stato di cose deriverebbe dalla stessa origine di 34

Roma, fondata in seguito a un fratricidio, mentre nel XVI si profetizza la caduta della città per

mano dei barbari, l’unica soluzione risulta essere abbandonare il suolo maledetto di Roma per

veleggiare verso le isole Beate, meraviglioso residuo dell’antica età dell’oro.

Si riscontro una differenza di composizione e di tono tra gli epodi più antichi, precedenti

all’incontro con Mecenate e Ottaviano, con l’epodo IX composto subito dopo Azio; qui l’angoscia

risiede proprio nel nome di Ottaviano e nella promessa di un convito allietato dal vino.

Si riscontrano in questi componimenti dei toni forti ed eccessivi, tesi all’invettiva; ovviamente non

mancano momenti più misurati.

Satire.

Il genere venne introdotto da Ennio; Orazio si riferisce a entrambi i libri, dedicati a Mecenate, con il

titolo di Sermones.

In tre satire Orazio fa il nome di Lucilio, a cui attribuisce l’invenzione satirica, apprezzandone la

narrazione, la componente autobiografica, l’osservazione dei costumi e la piacevolezza della

narrazione, mentre rifiuta gli attacchi ad personam e lo stile, che gli risulta sciatto. Secondo Orazio

Lucilio aveva ripreso queste componenti aggressive dalle composizioni greche, mentre lui non ha

desiderio di porsi come censore, e occupa quindi una posizione più bonaria, approfondendo il

discorso da un punto di vista morale, e quindi non attaccando le persone viziose, ma direttamente i

vizi.

Quindi, le satire di Orazio possono essere divise in due tipologie, ovvero di carattere narrativo e

rappresentativo e di carattere discorsivo e diatribico; in quelle del primo genere ritroviamo elementi

di carattere autobiografico e descrittivi, in quelle del secondo elementi di tipo filosofico.

Quello che vuole fare il poeta è comporre dei testi che siano in grado di denunciare i vizi, ponendo

gli uomini sulla retta via e glorificando l’autosufficienza interiore e la moderazione; la virtù in

Orazio non consiste negli atteggiamenti eroici ma nell’evitare l’eccesso.

Nel ragionamento del poeta si riscontra quindi una predilezione per la filosofia epicurea, nel vivere

nascosti e nell’importanza dell’amicizia; mentre il discorso dell’autonomia era un principio cardine

di quella stoica; l’omogeneità, la forza che tiene uniti questi elementi narrativi, si riscontra nella

stessa figura del poeta satirico, il quale è un anti-eroe consapevole dei propri difetti e delle proprie

debolezze, un uomo che cerca sé stesso attraverso il confronto con la realtà. Quindi, ironia e

autoironia sono componenti fondamentali della produzione, Orazio non ha paura di prendersi in giro

davanti ai suoi lettori.

Le satire sono indirizzate non a un vasto pubblico, ma a pochi lettori, ovvero agli amici e agli altri

poeti, ma in primis sono componimenti realizzati per lo stesso Orazio.

Il secondo libro delle Satire si basa principalmente sulla forma dialogica, limitando drasticamente la

voce del poeta e degli elementi autobiografici; ciò causa quindi un senso di smarrimento tra le molte

voci del filo morale che si presenta come centro dei discorsi.

Per alcuni critici questa rinuncia di un ruolo all’interno dei suoi componimenti avrebbe come

significo la perdita di fiducia nel genere della satira; avendo ricevuto in dono la villa sabina da parte

dell’imperatore, Orazio preferirebbe in questo momento della sua vita, lo stare appartati, la vita di

campagna. Questa tesi in realtà verrebbe smentita da una satira di Orazio, nella quale egli afferma

che è impossibile vivere una vita tranquilla, che ogni uomo è in realtà in balia di forze

incontrollabili e che nessuna saggezza risulta veramente praticabile. 35

Odi.

Le liriche sono organizzate in modo tale che ci siano continue corrispondenze, le odi di apertura e di

chiusa sono indirizzate a grandi figure o a questioni di poetica; il principio su cui vengono realizzate

è quello della varatio, seguito sul piano etico-formale che su quello dei contenuti.

I modelli sono di nuovo classici, principalmente Alceo e Pindaro vengono ripresi come poli opposti

per la composizione di queste liriche, Alceo per i carmi di materia e di stile tenue e Pindaro per

quelli di tono e di contenuto più alto.

Alceo viene stimato per la varietà dei temi e per l’aspirazione, ma il vero vates è per Orazio

Pindaro, il quale è per lui un cigno mentre lui si considera una semplice ape; nei primi tre libri delle

odi, per esempio, il tema principale è quello dell’immortalità della poesia, ripreso da Pindaro, come

anche i “motti” di alcuni suoi componimenti. Il procedimento di Orazio, ovvero, è iniziare la

propria composizione attraverso il riferimento a uno greco, per poi distaccarsene.

Le Odi sono in totale 103 e trattano temi vari, con una prevalenza di componimenti a base

filosofica, come prima nella composizione epodica e satirica; non mutano gli orientamenti, ovvero

la ricerca dell’autosufficienza interiore e della tranquillitates animi, perseguibili solamente

attraverso la pratica della moderazione, stile di vita chiamato dal poeta aurea mediocritas.

L’affinità con le satire è tuttavia presente solamente nei temi trattati, infatti cambiano il tono e il

codice espressivo, nelle Odi non si argomenti, non si dimostra nulla, ma si enunciano in uno stile

immaginoso auree sentenze di vita; questi componimenti sono il polo più malinconico e struggente

della produzione oraziana, dominati da disagio esistenziale, sentimento del tempo e pensiero della

morte. Proprio per la consapevolezza dello scorrere del tempo si sviluppa, però, la filosofia del

carpe diem, ovvero di cogliere il momento, senza preoccuparsi del domani.

La ricerca della felicità si deve intraprendere, secondo questi ragionamenti, in un luogo appartato,

un angulus che ha spesso le connotazioni di un paesaggio rustico italico; del resto, nella produzione

del poeta i paesaggi sono spesso un riflesso dello stato d’animo. È qui che trovano luogo i motivi

principali della lirica orazioni, tra cui il convito, in cui ci si ritrova in una fonte di vitalità e calore,

circondati dagli amici. È un tema derivante anch’esso dagli ellenici, dal momento che per loro il

momento del simposio costituiva un momento rituale strettamente collegato ai temi del canto e della

bellezza, della gioia; Orazio riprende tutti questi temi, ormai idealizzati solamente nella struttura

letteraria.

Anche il tema dell’amicizia è motivo epicureo, le Odi non sono a caso in forma dialogica, infatti ci

si rivolge sempre a qualcuno; mentre il tema erotico, trattato in parte minore nei quattro libri delle

Odi, ha una connotazione piacevole ma razionale, sicuramente non come le grandi passioni di

Catullo e dei poeti elegiaci.

La tematica religiosa viene trattata, ma le divinità vengono configurate più come forze della natura,

del resto il richiamo continuo agli dei e alla loro protezione rientrava nel progetto di una poesia di

intonazione sacrale e di ispirazione sublime.

A queste si ricollega il ciclo delle odi romani, basate sull’esaltazione del princeps, alla riscoperta

degli antichi valori e all’esaltazione della potenza romana; queste vennero raggruppate direttamente

dal poeta, per affinità delle tematiche religiosa, patriottica e civile; nel IV libro delle Odi i temi

trattati si concentrano su quelli civili romani.

Orazio applicò il labour limae i suoi componimenti, usando anche diverse parole semplici ed

essenziali, ma creando anche delle combinazioni espressive.

Epistole.

Il primo libro delle Epistole viene dedicato a Mecenate, viene utilizzato un tono medio e vi è

particolare affinità con le satire, avendo in comune il tema morale, l’esametro e i temi trattati. 36

Si ha un bigliettino di raccomandazione, un invito a pranzo, uno sfogo della propria condizione

esistenziale, una polemica letteraria e a difesa della propria poesia, richieste di consiglio per un

soggiorno al mare, avvertenze su come comportarsi con i potenti, lodi della vita campestre e

riflessioni di argomento filosofico e morale. L’ultima lettere funge da comiato all’interno libro,

mentre quella iniziale, dedicata a Mecenate, svolte la funzione di proemio, in cui si spiegano le

motivazioni per cui il poeta scrive la nuova opera.

Rispetto alle satire il tono è più intimo, si infittiscono i momenti di riflessione e di sentenziosità

morale, mentre vengono quasi completamente eliminati gli elementi satirici e aggressivi, quelli

mimici e drammatici.

L’intenzione di Orazio di cambiare vita sfumano presto all’interno delle lettere, a causa del suo

spirito prettamente malinconico e inquieto.

Il secondo libro delle Epistole si apre sul tema del teatro latino e sulla disputa fra antichi e moderni,

indirizzata ad Augusto; in questa lettera Orazio va contro la convinzione comune, sostenendo la

superiorità dei moderni, sottoponendo a durissime critiche gli antichi poeti romani, ma ritiene

impossibile dar vita a una nuova poesia drammatica di alta qualità, a causa dei gusti ancora

grossolani del popolo romano.

La seconda epistola viene invece dedicata a Floro, e consisterebbe in una sorta di bilancio sulla vita

del poeta, autoironica e malinconica; accusato di scrivere poco, l’autore si difende, prendendo in

considerazione la pigrizia e la vecchiaia, affermando di voler solamente cercare la saggezza.

L’Epistula ad Pisones è invece un vero e proprio trattato sulla poesia, meglio nota come Ars poetica,

scritta in esametri e indirizzata alla famiglia romana dei Pisoni. Viene divisa in tre parti, la prima in

relazione al contenuto o alla materia dell’opera, ovvero l’invenzione e l’uso degli argomenti poetici;

la seconda tratta di tutto quanto concerne la forma dell’espressione poetica; la terza delinea i tratti

caratterizzanti del perfetto poeta. In primis il poeta deve essere un vir boni, deve possedere abilità

tecnica e talento naturale; tra questi elementi deve vigere un equilibrio perfetto, e deve esserci un

lavoro costante, che Orazio denomina limae labor et mora; il compito della poesia sarebbe quello di

essere utile, da un punto di vista etico e morale, ma anche trasmettere.

Tibullo.

Vita.

Nasce probabilmente tra 55 e 50 a.C.; negli anni 40 la sua famiglia subì un esproprio di terre a

favore dei veterani, tanto che nella sua prima elegia parla della sua condizione di paupertatis,

ovvero di medio benessere; morì intorno al 19, poco dopo Virgilio.

Opere.

Sotto il suo nome sono pervenuti tre libri, chiamati Corpus Tibullianum; sicuramente suoi sono due

di questi, mentre il terzo sarebbe una raccolta miscellanea di componimenti di poeti appartenenti al

circolo di Messalla Corvino, a cui anche Tibullo appartenne.

Il primo libro contiene 10 elegie, di cui 5 dedicate a Delia, il cui vero nome era Plania. che sarebbe

l’equivalente metrico e un calco di origine greca, da delos, ovvero chiaro, stesso significato del

latino Planus; inoltre Delius e Delia sarebbero gli epiteti di Apollo e Diana, i gemelli nati presso

l’isola di Delo.

Gli argomenti sono le passioni, i tradimenti e le suppliche, invettive, posti in modo tale da creare un

tessuto narrativo.

Il tema amoroso ricorre in tre elegie dedicate al fanciullo Marato, la settimana è composta in

occasione del compleanno di Massalla e la decide è una celebrazione della pace. 37

Il secondo libro conta sei elegie, probabilmente interrotto a causa della morte prematura del poeta;

tre di queste, ovvero la terza, la quarta e la sesta, sono dedicate a Nemesi, ovvero una cortigiana

avida. Anche questo è un nome parlante, visto che vuol dire vendetta, probabilmente nei confronti

di Delia e della sua infedeltà, anche se questa seconda donna sembrerebbe più libertina e

capricciosa della precedente. Tibullo augura che vento e fuoco rubino ciò che Nemesi ha

guadagnato, attraverso i regali fatti dai suoi amanti, ma dice anche che berrebbe qualsiasi filtro

d’amore puchè Nemesi le sorrida; i versi sono più crudi, più asciutti e ombrosi rispetto quelli

dedicati a Delia.

Delle altre elegie, la prima è di argomento agreste, la seconda celebra il compleanno dell’amico

Cornuto e la quinta è dedicata a Messalino, il figlio di Massalla, ed è l’unica elegia di Tibullo con

tematica civile e patriottica.

Il terzo libro venne diviso in epoca medievale, le prime sei andarono a costituire il terzo libro,

mentre le restanti il quarto del Corpus. Le prime sei sono opera di un certo Lygdamus, nome servile

che forse celava un potente dell’epoca, con tematica amorosa per Neera secondo i canoni del

genere.

La settimana narrerebbe la spedizione di Massalla in Aquitania.

Dalla 8 alla 18 si ha un’altra raccolta, basata sull’amore di Sulpicia, una figlia di una sorella di

Massalla, per un giovane, Cerinthus, forse un altro pseudonimo; in particolare, dalla 13 sono degli

elegidia, ovvero piccole elegie.

Le ultime due sono attribuite a Tibullo.

Le elegie di Tibullo sono per lo più incentrate sulla tematica amorosa, intesa nei canoni dell’eros

elegiaco romano; si nota quindi il desiderio di un amore fedele, in cui Delia viene trasformata in una

donna innamorata, a volte in una massaia rurale che bada al bestiame, o che piange il poeta finito

nei Campi Elisi, sperando di raggiungerlo presto. Accanto a queste fantasticherie, però, sorgono

anche rappresentazioni più veritiere di un amore distante, tradito e umiliato; la quinta elegia in

questo senso è esemplare, dal momento che narra di come Delia abbia deciso di andarsene con dei

mercanti, ricchi e pieni di gioie, piuttosto he rimanere con lui, che rimane tentennante senza poter

sopportare il dolore della separazione dal suo amore.

Il tema dell’eros si sviluppava principalmente con un sottofondo urbano, almeno così era per

Catullo, Properzio e Orazio; invece, Tibullo preferisce uno sfondo agreste.

La prima elegia del primo libro ha effettivamente un valore proemiale, divisa in due parte, in cui si

esaltano i valori principali di Tibullo, quali la campagna e l’amore per Dalia; secondo il poeta

infatti, solo in campagna si può vivere secondo il principio dell’autarkeia e della paupertas, dl

momento che è il rifugio dalle tumultuose vicende del mondo.

Inoltre, nelle sue elegie si nota un gusto particolare per l’età d’oro del Lazio, per i miti pagani

antichi, che vengono messi in contrapposizione a quelli nuovi, di stampo orientale, provenienti dalla

recente conquista dell’Egitto.

Ciò che inoltre emerge dalla sua scrittura è una sorta di chiusura nel suo mondo, fatto di elegia,

senza influenze da parte della filosofia o della politica.

Properzio.

Vita.

Sesto Properzio, di cui non si conosce il cognomen, nacque sicuramente dopo il 50 a.C. da una

famiglia di ceto equestre presso Assisti; la famiglia venne rovinata in seguito alla rivolta degli italici

all’esproprio delle terre per i veterani di Cesare.

Si trasferì a Roma dove conobbe la sua Cinzia, il cui vero nome dovrebbe essere Hostia, da Cinto,

ovvero il monte sacro ad Apollo sull’isola di Deli, sullo stampo della Delia tibulliana. Dovrebbe 38

essere morto intorno al 16 a.C., dal momento che nel suo IV libro egli non dà notizie di eventi

successivi.

Opere.

Il primo libro è completamente dominato dalla figura di Cinzia, di cui sentiamo il nome proprio nel

primo verso della prima elegia; di contorno troviamo gli amici e gli intellettuali, a formare uno

sfondo, in contrapposizione con le figure degli invidiosi che già si trovavano in Catullo.

Accanto ai versi per Cinzia, si ritrovano quindi alcuni per i suoi amici, in particolare Tullo, a cui è

dedicato il libro.

Nei singoli carmi, poi, si sviluppano le tematiche dell’eros, poi approfonditi negli altri libri, variati

in modo elegante; l’assoluta dedizione all’amore, schivo d’amore, l’esaltazione della bellezza di

Cinzia, la gioia per i rari momenti di pieno appagamento amoroso, il lamento per la lontananza, il

geloso timore dell’infedeltà, le invettive contro gli insidiatori della sua felicità, le fantasticherie

d’amore.

L’amore per Cinzia viene quindi innalzato a un grado mitico; l’unico riferimento alla politica si ha

nelle ultime due elegie, in cui ci si riferisce alla guerra perugina.

Il secondo libro si apre con il nome di Mecenate, ma Cinzia domina ancora la scena; Tibullo dice di

resistere agli incitamenti di Mecenate, il quale probabilmente gli chiedeva di scrivere elegie civili.

Affermato che l’unica fonte della sua ispirazione è Cinzia, dice che se sapesse scrivere esametri

epici, narrerebbe le imprese di Augusto, facendo in un’elegia anche la promessa che parlerà di

guerre in vecchiaia.

Il libro si chiude con una lunga elegia, caratterizzata come un vero e proprio manifesto della

poetica; Filita e Callimico vengono opposti dal poeta ai modelli dell’epos e della tragedia; gli

argomenti elevati vengono lasciati a Virgilio che sta già scrivendo un componimento romano; infine

pone gli scrittori d’amore romani, tra i quali si accoda.

Nel III libro si ha invece il sentore di tematiche nuove, anche se non mancano le recusatio a Cinzia

su modello callimacheo, grazie ai quali il poeta è sicuro di poter raggiungere la fama e

l’immortalità.

In mezzo a tutto ciò, però si riscontrano anche delle elegie a carattere civile, infatti la 4 sarebbe un

augurio ad Augusto che stava preparando una spedizione contro i Parti, l’elegia 11 è una

celebrazione della vittoria di Azio sviluppata da una prospettiva curiosamente erotico-elegiaca,

l’elegia 18 è un epicedio in onore di Claudio Marcello, nipote di Augusto, morte in giovane età.

È in questo libro che si ha il commiato da Cinzia, e più in generale alla poesia elegiaca-amorosa;

infatti Properzio sembra più interessato alla propria arte, usa toni più elusivi, mondani e ironici: con

questo libro dà il suo addio all’ispirazione giovanile.

Con il IV libro si ha il definitivo avvicinamento alla poesia civile romana; si trattano molti temi, tra

le elegie se ne trovano cinque romane, due ancora dedicate a Cinzia, un’invettiva contro la mezzana

Acantide, una poesia amorosa in forma epistolare, nella quale Aretusa scrive al marito soldato da

troppo tempo lontano, la laudatio funebris di Cornelia, un’elegia introduttiva che vuole definire

nuove intenzioni poetiche dell’autore.

Delle elegie romani notiamo comunque l’adesione al modello callimacheo; principalmente

Properzio si dà alla poesia eziologica, cerca quindi le cause (gli aitia callimachei) di argomenti latini

e italici, riprendendo il gusto per l’antico che da tempo si era sviluppato a Roma; l’ultima invece

avrebbe uno scopo propagandistico. 39

Ovidio.

Vita.

Publio Ovidio Nasone nacque nel 43 a Sulmona da una famiglia di ceto equestre; andò insieme al

fratello a Roma per completare gli studi presso i migliori insegnanti del tempo. In seguito il fratello

intraprese il horsus honorum, mentre Ovidio, dopo aver ricoperto qualche carica minore per

obbedire al padre, si diede alla scrittura di versi.

Caduto in disgrazia presso Augusto, viene relegato a Romi, sul Mar Nero, cercò con ogni mezzo di

tornare in patria, ma non ci riuscì mai. Morì tra 17 e 18 d.C.; questo allontanamento sarebbe stato

causato da due motivi, che Ovidio non nega, ma che considera sventure: egli scrive che due colpe lo

hanno perduto, un carme e un errore. Il carme è presumibilmente l’Ars Amatoria, in cui il poeta

aveva assunto il ruolo spregiudicato del maestro d’amore, mentre l’error si riferirebbe allo scandalo

che colpì Giulia Minore, nipote di Augusto, in cui sarebbe c’entrato l’adulterio (forse Ovidio sapeva

e non aveva parlato, forse aveva favorito gli incontri della donna).

Opere.

Di solito la produzione di Ovidio viene divisa in tre fasi, che, bene o male, coinciderebbero con le

tre fasi della sua vita; nella prima frase si trovano gli Amores e le Heroides, il ciclo delle opere

didascaliche di argomento erotico (Ars Amatoria, Remedia amoris, Medicamina faciei femineae);

della seconda fase fanno parte le Metamorfosi e i Fati, quest’ultimi rimasti interrotti; e dell’ultima

fase, coincidente con l’esilio a Tomi, farebbero parte tutte le elegie del rimpianto e dell’invettiva

(Tristia, Epistulae ex Ponto, Ibis).

Non ci sono giunte opere come la Gigantomachia, poema d’argomento mitologico sulla scalata

sull’Olimpo dei Giganti, Medea, tragedia lodata da Quintiliano, un epitalamio per ‘amico Fabio

Massimo, e un carmen triumphale per il trionfo pannonico di Tiberio.

Amores.

Comprendeva originariamente 5 libri, poi pubblicata unitariamente, tanto che a noi è pervenuta in

tre libri.

I temi risultano essere quelli ormai tipici dell’elegia erotica romana, l’amore per una donna

chiamata Corinna, le avventure che caratterizzano questo amore, l’esaltazione della vita inres e

dell’amore come militia, la poesia intesa come lusus, la canonica recusatio della poesia epica e

tragica.

Nuovo è invece il modo in cui Ovidio affronta tutto ciò, ovvero con toni giocosi e ironici,

eliminando le tensioni e i conflitti, risolvendosi in piaceri e sensualità; i modelli che vengono

proposti vengono spiegati quasi didascalicamente al lettore, vengono presentati in tutte le loro

forme, con discostamento dal modello: per esempio, Catullo aveva composto un’elegia per la morte

dell’uccellino di Lesbia, allo stesso modo fa Ovidio per il pappagallo di Corinna, sviluppando molti

più versi.

Quello che fa Ovidio è giocare con i propri lettori e con i propri temi, per esempio in un’elegia si

difende dalle accuse di Corinna di averla tradita con una serva, e subito dopo ne scrive un’altra in

cui accusa la serva di averlo tradito; le situazioni tipiche dell’elegia vengono annullate al proprio

interno, proposte al lettore come un gioco salottiero ed elegante che esclude le profondità della

passione e della sofferenza.

Heroides.

Sono 21 lettere di argomento amoroso, anch’esse elegie; le prime 15 sono lettere inviate dalle

eroine ai propri amanti lontani, mentre le altre sono lettere degli eroi alle loro rispettive eroine, con

relativa risposta, per un totale di 18 storie d’amore. 40

È lo stesso Ovidio a certificare l’originalità della sua opera, ricollegabile agli esercizi di retorica

molto assidui in gioventù; si potrebbe trovare un esempio del genere in Properzio, nella lettera di

Aretusa inviata al marito lontano, ma fu un uniicum, senza sviluppo del genere.

I modelli sono diversi, come per esempio la novellistica romanzesca, la commedia nuova, la poesia

tragica, l’epillio alessandrino.

Con quest’opera il poeta desidera rivolgersi al mondo antico del mito, ma prendendo le eroine e

ponendole nel proprio contesto, finisce per farle assomigliare alle donne della sua Roma. Il punto di

vista dominante è quello femminile, il motivo centrale è quello della donna abbandonata che soffre

e si tormenta per la propria condizione; ciò che vuole Ovidio è dipingere ogni sfumatura dei

sentimenti dei suoi personaggi, narrando però sotto un punto di vista ironico e scherzoso, infatti le

sue eroine conoscono solo una parte della storia, mentre questi stanno accadendo, e il lettore invece

la conosce tutta.

Ars amatoria, Medicamina faciei femineae, Remedia amoris.

Dopo l’esperienza degli Amores e delle Heroides, Ovidio realizza un ciclo di opere di argomento

amoroso e di impostazione didascalica, assumendo il ruolo del magister, che dall’alto della sua

esperienza impartisce lezioni d’amore.

L’Ars Amatoria è divisa in 3 libri, due dedicati agli uomini e l’ultimo alle donne; nel I libro

l’esperto precettore insegna agli uomini dove trovare le donne e come conquistarle, corteggiandole;

nel II libro viene insegnato come conservare l’amore, ovvero assecondando la donna e dedicandole

versi, ricoprendola di doni e di attenzioni; nel III libro insegna alle donne come fare per essere

amate, per combattere ad armi pari, e quindi l’abbigliamento, l’acconciatura, l’igiene, il portamento,

gli accorgimenti per eludere i mariti gelosi o per occultare eventuali difetti fisici.

Del Medicamina facieie femineae, ovvero dei cosmetici per le donne, ci rimangono pochi versi, e le

ricette di circa una cinquantina di creme da mettere in volto.

I Remedia Amoris concludono invece il ciclo didascalico sull’eros, in cui Ovidio si rivolge a chi è

stato deluso dall’amore, senza mutare l’atteggiamento scherzoso e giocoso che ha sempre tenuto;

infatti dice che se Didone avesse saputo i suoi consigli non sarebbe morta, Medea non avrebbe

ucciso i figli ed Elena non avrebbe seguito Paride.

Ritorna quindi agli esempi dell’Ars Amatoria, ma ribaltandoli; se nel primo si consiglia di andare

nei portici a cercare donne, qui invece si consiglia di andare in campagna e di dedicarsi alla caccia.

Fu una rivoluzione quella di Ovidio, dal momento che trattò un argomento del genere attraverso lo

stile didascalico, dimostrando che la sua Roma apprezzava questi discorsi e li voleva trattare con

leggerezza; npn si tratta più dell’amore di Tibullo e di Properzio, ma di conoscenze che possono

essere applicate in ogni situazione amorosa.

I temi della poesia elegiaca diventano un repertorio e un copione, il tradimento non è più

un’esperienza traumatica e drammatica per il poeta-innamorato, ma un gioco di società che richiede

destrezza.

Metamorfosi.

È un poema in esametri composto in 15 libri; nel breve proemio Ovidio espica le sue intenzioni,

ovvero di creare un carmen ininterrotto che si snoda dalle origini del mondo fino all’età augustea,

abbracciando la metrica mitica e quella storica.

Le storie narrate sono in merito a delle trasformazioni, dotate ognuna di autonomia, ma collegate fra

loro in modo da costituire un corpo unico ed omogeneo; infatti, il modello delle Metamorfosi è 41

quello del poema collettivo, in cui le storie sono raggruppate a seconda del tema. Era un genere già

trattato sia in greco che in latino, di cui il primo esempio fu forse la Teogonia di Esiodo.

Le Metamorfosi sono divise in tre parti, di lunghezza diseguale, su l’età dei primordi, l’età del mito

e l’età della storia (successiva alla guerra di Troia); queste suddivisioni sono comunque labili, infatti

alcune storie si interrompono bruscamente in un libro per poi ricominciare in quello successivo, per

destare l’interesse e la meraviglia del lettore. Sono autonomi, ma le storie confluiscono l’una

nell’altra, cercando di dare vita a un’opera senza fine; fondamentale in un’opera del genere sono

quindi i raccordi e i collegamenti fra i vari episodi che altrimenti resterebbero dispersi, raccordi che

possono essere di natura tematica, genealogica, geografica o cronologica.

Una tecnica usata spesso dal poeta è quella di narrare una storia dento un’altra storia, creando

quindi l’effetto di cornice e la possibilità di nuova materia narrativa.

La varietà con cui viene trattata la materia è tipicamente ovidiana, infatti si tratta di un poema in cui

però confluiscono le tematiche pastorale, della commedia, della tragedia, della poesia didascalica e

innologica.

Altra particolarità è il fatto che l’arte si basi, di solito, sul principio di mimesi con la natura, ovvero

che l’arte più è bella più assomiglia alla realtà; in Ovidio questo elemento si ribalta, ovvero che

l’arte non deve assomiglia alla natura, è la natura a dover assomigliare all’arte.

Nel I libro si parla delle cosmogonie, è qui che il discorso si conclude con un passo di carattere

filosofico pronunciato da Pitagora, ovvero colui che aveva diffuso la dottrina della metempsicosi,

cioè la migrazione delle anime in corpi diversi; affidando questa parte al filosofo, Ovidio si assicura

il fondamento teoretico, dimostrando per via razionale la convertibilità della materia e l’unità

dell’universo, dove tutto è in perenne trasformazione.

Negli ultimi due libri, invece, vi è un grande excursus sulla storia romana, in cui viene ovviamente

celebrato Cesare, trasformato dagli dei in costellazione, e Augusto, il quale, il più lontano possibile,

seguirà le orme del padre; è una visione nazionalistica, anche ogni evento storico viene visto in

relazione a Roma, consacrata e protetta da Giove.

Fasti.

Ispirati agli Aitiai di Callimico, sono un’opera di carattere eziologico; sono una specie di calendario,

originariamente dovevano comprendere 12 libri, ma l’esilio a Tomi ne interruppe la scrittura, così

che Ovidio si fermò a 6.

I Fasti erano i calendari composti dai pontefici, sui quali si scandiva la vita pubblica di Roma; lo

scopo del poeta era cantare le feste del popolo romano e le loro origini. Un’opera del genere

richiedeva un lungo lavoro di documentazione, Ovidio dice di aver consultato gli Antichi Annali di

Roma, ma è più probabile che si fosse rivolto agli scritti dei suoi contemporanei.

Strutturalmente parlando, i Fasti presentano il problema opposto delle Metamorfosi, se queste

ultime, infatti, dovevano essere un organismo unitario nel quale inserire episodi in sé già conclusi,

qui invece bisogna inserire in cornici già prestabilite episodi che in realtà sono monotoni e ripetitivi.

Per questo Ovidio cerca di ricorrere a inserzioni di episodi narrativi, di argomento storico e mitico,

soste di carattere eziologico, spiegazioni etimologiche, invocazioni gli dei, apostrofi al lettore,

descrizioni di luoghi e rifermenti di tono celebrativo all’attualità.

Ovidio si riproponeva di diventare cantore dell’anno romano, comprendendo culti, feste, ricorrenze,

leggente e riti. 42

Elegie dell’esilio.

In queste elegie prevale il carattere autobiografico, tutto viene allontano da queste, a carattere

d’epistola, se non la persona del poeta; il tema principale è quello del lamento e dell’infelicità.

I Tristia sono la prima opera composta in seguito all’arrivo a Tomi, in 5 libri, per l maggior parte in

stile epistolare, rivolgendosi alla moglie, agli amici e ad Augusto, confessando angosce, dolori,

speranze, implorando clemenza, perdono, aiuti, confidando nostalgie e stati d’animo.

Oltre a questi elementi, uno dei principali è il continuo raffronto tra Tomi e Roma, lo splendore

della città e lo squallore della campagna; parla molto di sé, con delle inserzioni mitiche.

Nelle Epistulae ex Ponto la prima cosa che afferma il poeta è che se anche non hanno un nome triste

e non suscitano tristezza, in realtà non sono di argomento più felice dell’opera precedente; in 4 libri,

sono la continuazione dei Tristia, con la sola differenza che qui i nomi dei destinatari non viene

taciuto, risulta meno convincenti.

L’Ibis è un poemetto ingiurioso in distici elegiaci scagliandosi contro un personaggio mai

apertamente nominato; il motivo letterario viene di nuovo intessuto di riferimenti letterari. Anche

qui, si rifà a Callimaco, il quale avrebbe scritto anch’egli un poemetto di nome Ibis forse contro

Apollonio Rodio.

Tito Livio.

Vita.

Nacque a Padova nel 59 a.C., probabilmente da una famiglia agiata; da Quintiliano sappiamo che

Asinio Pollione lo criticava per la sua patavinas, ovvero per alcune particolarità linguistiche della

sua prosa, oppure per via del suo spirito moralistico e conservatore tipicamente provinciale.

Si trasferì a Roma probabilmente in seguito alla battaglia di Azio, quando decise di dedicarsi alla

scrittura della storia romana; la sua narrazione è di solito caratterizzata da una visione della storia

morale e poetica, non come il resto degli storici che narravano in modo propagandistico e politico,

forse proprio perché non partecipò mai né alla carriera politica né a quella militare. Morì nel 17 a.C.

Opere.

Il titolo con cui ci è conosciuta l’opera di Livio è Ad Urbe Condita, ovvero dalla fondazione della

città; è un’opera immensa, contante 142 libri; trattava la storia di Roma, dalle origini mitiche,

ovvero il viaggio da Troia e la fondazione di Enea, fino ad arrivare al 9 a.C., la morte di Druso in

Germania, mentre secondo altri fino al 9 d.C., ovvero la battaglia di Teutoburgo. Verosimilmente

l’opera di Livio sarebbe dovuta arrivare a 150 libri, fino alla morte di Augusto nel 14 d.C.

Dei vari libri di Livio ce ne sono pervenuti pochi, di quelli persi abbiamo pochi frammenti, ma

almeno dei sommari, abbastanza sbrigativi, che riassumevano il contenuto dei libri.

Lo schema liviano è quello annalistico, si parlava anno per anno degli avvenimenti, iniziando dai

nomi dei consoli e dei pretori; seguivano i possibili encomi, i giochi, i dibattiti di politica interna e

la situazione delle province, delle imprese militari. La rigidezza dello schema obbligava a

sospendere ogni volta la narrazione di ampi episodi che poi venivano ripresi con l’anno successivo.

Vi era comunque una grande omogeneità nell’opera, infatti il I libro corrispondeva all’intera età

regia, la prima pentade si chiudeva sul saccheggio gallico del 390, l prima decade con il ciclo delle

guerre sannitiche, la quarta pentade era dedicata alla prima guerra punica, la terza decade alla

seconda guerra punica, i libri dal XXXI al XLV alla guerra d’oriente. Mentre Livio si avvicinava

alla sua epoca, dunque, la narrazione si dilatava, tanto che lui stesso scrisse che gli ultimi 63 anni da

soli avevano occupato lo stesso spazio dei 488 anni precedenti. 43

Come molti altri storici, anche Livio inizia la sua narrazione con un proemio, specificando le

motivazioni per cui ha deciso di intraprendere un percorso così vasto, le sue finalità e la scelta

stilistica; emerge quindi fin da subito il carattere morale dell’opera, teso alla celebrazione del

popolo romano, il quale non ha avuto eguali nella bontà degli uomini e dei costumi, basati sui

principi della paupertas e della parsimonia; elemento che in realtà va in contrasto con altre

attestazioni della corruzione romana.

Per Cicerone la storia era protezione del tempo, aiuto della memoria, e lo storico aveva il compito

di selezionare gli accadimenti, senza alterarne la veridicità, con il compito di insegnare alla

popolazione; per Livio il compito dello storico non era differente, aveva in primis scopi pedagogici,

rivolgendosi alla popolazione con la richiesta di instaurare di nuovo gli antichi mores delle romanità

arcaica.

Sempre nel proemio egli tratta anche la problematica delle fonti, dal momento che la maggior parte

di esse derivano dalla fantasia dei poeti e hanno carattere mitico; ma Livio dice anche di non

accettare né respingere queste fonti, dal momento che per un popolo è giusto santificare le proprie

origini. Per il resto, comunque, egli preferisce utilizzare materiale già trattato da altri annalisti

romani, senza ricerca di archivio, andando a privilegiare in particolar modo Polibio; davanti a

contraddizioni palesi, invece, scegli la versione più artistica, che gli permetta approfondimenti di

stampo drammatico e psicologico.

Il carattere dell’opera è celebrativo e nazionalistico, si cerca di sottolineare la grandezza di Roma e

dei suoi uomini, criticando però i tempi recenti, volgendo il proprio sguardo verso la purezza

dell’antichità.

Come excursus nel libro IX fa una lunga analisi in relazione a cosa sarebbe successo se Alessandro,

invece di morire giovane, avrebbe volto il proprio sguardo verso l’occidente, muovendo verso

Roma; nell’ottica di Livio Roma sarebbe rimasta in piedi, perché non si basava solo su un unico

uomo, ma su più, simili, se non più grandi, allo stesso Alessandro. In fatti, anche se egli si distanzia

dai miti, sembra credervi fermamente, almeno nelle profezie di grandezza della città.

La prima età imperiale.

Manilio.

Vita.

Non si sa praticamente niente della vita di Manilio, anche il nome sembra incerto, tramandato come

Manilius o Manlio.

Opere.

L’opera di Manilio riuscì a sopravvivere solo in ambito specialistico, riscoperta poi durante il

Rinascimento; gli Astronomica sono un poema didascalico dedicato a Caesar, che potrebbe essere

sia Ottaviano Augusto che Tiberio.

Il primo libro trattava di argomenti astronomici dell’origine dell’universo e degli astri, mentre gli

altri quattro illustrano la dottrina astrologica; è possibile che un sesto libro parlasse dei pianeti.

Nel proemio si indica come primo scrittore del genere, utilizzando i versi per descrivere l’universo,

e consegnando quest’immagine al lettore; si mostra come un poeta dotto, avendo letto la maggior

parte degli autori contemporanei, rifacendosi a Lucrezio per la struttura dei libri, ma andando contro

la sua concezione epicurea della vita, preferendo quella stoica.

La materia viene ripresa principalmente dalle elaborazioni greche, egizie e caldee, contornando la

vera parte didascalica di elementi mitici, appelli al lettore, commenti filosofici e accenni storici; il

tema dei libri è, in realtà, religioso, dal momento che si sviluppano le forme della teologia stoica

dell’epoca, additando la profondità dell’unità dell’universo. 44


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Muriko95

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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Muriko95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua e letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Berno Francesca Romana.

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