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Abstract

La crisi della coscienza europea: l'età dell'Arcadia (1690-1748)

Le date sono quelle della fondazione dell’Accademia dell’Arcadia e quella della pace di Aquisgrana, che pone fine al periodo delle guerre di successione, instaurando un periodo di relativa stabilità di cui si avvantaggiano gli sviluppi delle arti figurative, della letteratura, della musica. Il 1748 è anche l’anno in cui in Francia appaiono le prime voci dell’Encyclopédie (Enciclopedia), un’opera che segna l’affermazione del nascente Illuminismo, movimento filosofico più che letterario, a cui però si allacciano figure notevoli di scrittori italiani, come Parini.

La lirica dell'Arcadia: reazione antibarocca

Crescimbeni e Gravina sono dapprima fondatori concordi, all’unisono, dell’Arcadia che essi guidano. Il primo si collega strettamente alla politica culturale della Curia romana, con una ripresa del classicismo e del petrarchismo, entrambi miniaturizzati per stare al passo con una poesia d’occasione (lauree, monacazioni, matrimoni, decessi, nell’ambito dei riti della nobiltà). Il secondo, imbevuto di cultura classica (scrive anche tragedie classiche) e più distante dall’ispirazione religiosa nonché dall’autorità pontificia, si stacca da Crescimbeni per fondare una nuova Accademia, quella dei Quirini, alla quale aderirono Metastasio, suo allievo, e Paolo Rolli. Si afferma un nuovo genere metrico e lirico, la canzonetta.

Muratori

La sua opera esprime con quelle dei due precedenti scrittori la risposta non arcadica, ma storica e filosofica alla “crisi della coscienza europea”. Quest’ultima, con un termine del francese Paul Hazard (1935), indica tra il 1680 e il 1715 un allargamento sociale dello spirito scientifico e razionalistico, con la diffusione dell’empirismo e del sensismo (in Italia solo nella seconda metà del Settecento grazie a Condillac presso la corte borbonica a Parma, ma anche attraverso l’opera letteraria di Parini). A questo processo si accompagna anche uno spirito di incertezza, che incide sul dogmatismo postridentino, con un nuovo desiderio di apertura, di ricerca, di sperimentalismo naturalistico, e con un’esigenza di storia come mestiere, come scavo archivistico e documentario.

L'età delle riforme ("periodo" storico): illuminismo e letteratura

Si assiste alla diffusione delle idee illuministiche in quasi tutta Europa e alla partecipazione dei philosophes ai governi riformisti contro l’assolutismo del Piemonte sabaudo e dello Stato della Chiesa. Federico II di Prussia e Caterina di Russia tentano riforme con l’aiuto di Voltaire, tra gli altri illuministi presenti alle loro corti. In Lombardia gli Asburgo, in Toscana il Granduca Leopoldo di Lorena, a Parma Filippo di Borbone, a Napoli, in misura più ridotta, i Borbone, accettano il programma di riforme suggerite dagli intellettuali dell’Illuminismo (dispotismo illuminato), largamente egemone in Europa dal 1750, con la pubblicazione sempre più frequente dei volumi dell’Encyclopédie. Non è sempre vero, come talora si legge, che l’Illuminismo si riconosce nella poetica del Neoclassicismo. In molti autori della letteratura settecentesca l’Illuminismo si coniuga con il classicismo, che non è da confondersi con il Neoclassicismo, derivante da avvenimenti delle arti come pittura e scultura, in seguito agli scavi di Ercolano (1738) e di Pompei (1748), ma in ambito letterario dagli scritti dell’archeologo tedesco Winckelmann. David, in Francia, con il suo “Giuramento degli Orazi” rivive il mito della Roma repubblicana, più tardi diverrà il pittore ufficiale di Napoleone. Nel campo della scultura Antonio Canova è uno dei più grandi artisti in Italia e in Europa: Foscolo gli dedicherà le Grazie. Il Neoclassicismo vuole indicare con il prefisso “neo-” una differenza rispetto al classicismo settecentesco o umanistico-rinascimentale: l’imitazione non si coniuga con il felice possesso dell’antichità, ma con il senso della lontananza, con il trauma di essere nati troppo tardi; non ci sono regole e precetti, né un canone rigido, ma il criterio di valore è affidato al gusto, variabile e relativo; l’identificazione tra valori classici, valori naturali e valori razionali porta gli artisti a condividere almeno nella prima fase (1748-1795) le grandi e radicali innovazioni delle Lumières (Lumi) contrapposte alla notte dell’irrazionalità, che può coincidere con l’oscurantismo postridentino, in molti ambiti culturali, oltre che con il Barocco. Prima il modello è la Roma repubblicana, successivamente quella napoleonica (neoclassicismo democratico/neoclassicismo imperiale). “Nobile semplicità” e “quieta grandezza”, secondo Winckelmann, sono i concetti ispiratori del neoclassicismo letterario, figurativo, scultoreo: Monti è l’espressione più formidabile di questa estetica in Italia. Prima e dopo di lui, tuttavia, scrittori più o meno allineati alla potenza francese nell’Italia settentrionale mostrano che i movimenti letterari non sono tali da comprendere un’intera carriera poetica, ma possono susseguirsi nell’arco di una medesima esistenza. Per esempio, Parini, e dopo di lui, l’Alfieri e il Foscolo. Il primo, grazie ad un’esistenza lunga e fortunata, partecipa dapprima all’Arcadia, poi scrive Il Giorno, incompiuto ma ispirato dall’esperienza del riformismo illuministico lombardo, partecipa più tardi alle accademie illuministiche lombarde (Verri, Beccaria, etc.) che daranno vita al Caffè, modellato sullo “Spectator” di Addison, in Inghilterra. Il suo percorso di scrittore è visibilmente illuministico nella prima parte delle Odi, dal contenuto sociale, politico, educativo, per poi divenire neoclassico nelle Odi dal 1790 al 1795, di carattere squisitamente raffinato ed elegante. Lo stesso può dirsi del Foscolo di una generazione più giovane di Parini, ma anch’egli approdato al Neoclassicismo delle Grazie, delle Sepolcri, nonché dei Sonetti dalla prima fase dei Odi e dallo Jacopo Ortis. L’esperienza letteraria di Foscolo, precedente al Neoclassicismo, non si dichiara più preromantica, ma ossianica, in rapporto ai Poemi di Ossian tradotti dal finto gaelico di Macpherson, o primitivistica, secondo una definizione più consona alla contemporanea poesia europea. In maniera meno esplicita anche Alfieri, più giovane di una generazione di Parini (nasce infatti nel 1749), e più anziano di Foscolo, che a lui guarda come ad una figura eroica della resistenza a Napoleone (chiamando però padre il Parini), di fatto attraversa il Neoclassicismo, con le sue tragedie. Egli però impronta la conquista del verso tragico ad un Neoclassicismo “orrifico” anziché apollineo (si potrebbe pensare alle Carceri di Piranesi: i suoi personaggi sono come imprigionati dentro una reggia, persino il tiranno). Ma con le Commedie e le Satire Alfieri partecipa ad un neoclassicismo sarcastico e grottesco, più originale, che rammenta per il genere comico Plauto e Terenzio, e per la tradizione latina satirica, Giovenale e Persio. Il Neoclassicismo alfieriano ha una base di Illuminismo etico democratico, che si trasformerà nel corso degli anni in liberalismo antinapoleonico, sull’esempio della amata monarchia costituzionale inglese. Le Rime, composte lungo tutta la vita, sono la testimonianza di un incontro ancora diverso con una tradizione lirica pure settecentesca. Ma il verso lirico del Petrarca, coltivato in forme leziose e rassicuranti dagli Arcadi, diviene in Alfieri un modello da sconvolgere con un alto tasso di drammatizzazione, preannunciato dal petrarchismo cinquecentesco (Della Casa), con paesaggi sublimi (Burke insegna con il suo trattato, edito a metà Settecento) in cui si effondono l’amore travagliato per la sua donna, ma anche riflessioni sulla brevità della vita, influenzate da Seneca, bensì filtrate attraverso Montaigne. Il Neoclassicismo alfieriano prende corpo, durante la tarda maturità, in un rigoroso programma settimanale di studio dell’ebraico e del greco, con le rispettive espressioni letterarie, nonché del latino e della Bibbia, con uno sguardo in questo caso non più classicistico, ma primitivo, antecedente alla nascita dell’armonia greca, che pure invade l’esistenza quotidiana, attesta la sua donna, con l’alfabeto ellenico ripetuto come un mantra persino a tavola. In Francia e in Italia il Neoclassicismo entra in crisi tra il 1810 (anno in cui esce De l’Allemagne di M.me de Stael) e il 1816-18, quando vengono pubblicati a Milano i primi scritti romantici sulla rivista “Il Conciliatore”, di così breve durata per l’irrigidirsi del controllo asburgico, il quale vede negli innovatori letterari, non a torto, patrioti in potenza, che passeranno all’atto nei moti del 1821, ai quali non parteciperà Manzoni, pur sottoscrivendo le idee politiche dei suoi amici del “Conciliatore”. Alcuni di essi moriranno allo Spielberg, la prigione austriaca in cui erano stati reclusi dopo la rivolta, che avrà un miglior esito nelle rivoluzioni, italiana ed europea, del 1848. Manzoni non si comporta da militante attivo della causa risorgimentale, ma nelle sue opere più vicine alla proposta democratico-liberale, si proclama fiducioso in un avvenire della nazione, sottratta al predominio straniero. Non solo nelle canzoni civili, ma anche nei Promessi Sposi, lo specchio offerto dalla Lombardia spagnola del Seicento offre un’immagine limpida della prepotenza asburgica dopo la Restaurazione a Milano. In realtà, dal 1795 al 1815, la progressiva crisi dell’Illuminismo, che non aveva risparmiato attacchi feroci all’Arcadia, era un dato di fatto, anche se un certo classicismo democratico e giacobino attecchirà nel terreno fertile di scoperte intellettuali di Leopardi (per il poeta, almeno fino al 1820-22, che è il nostro ambito di interesse).

Periodici, giornali, gazzette letterarie: dal giornalismo erudito al giornalismo militante

Se nei salotti privati si organizzano nuove Accademie come quella dei Trasformati e quella dei Pugni, a Milano, nascono anche riviste che ne sono l’espressione come il già citato “Il Caffè” (1764-66). Sono accademie e riviste d’avanguardia, molto diverse dall’Arcadia e dalla Crusca, tuttora esistenti. Anche “La Frusta Letteraria” (1763-66), fondata da Baretti partecipa al dibattito laico delle opinioni, ma a differenza del “Caffè”, si occupa prevalentemente di letteratura, e con un’impostazione non illuministica, benché con un’attitudine polemica impensabile nell’età dell’Arcadia. L’Illuminismo lombardo ha un carattere nobiliare. Parini però ha origini modeste, deve accostarsi al sacerdozio per ereditare la fortuna non ingente di una zia milanese: è “abate”, come tanti scrittori del Settecento, che godono di donativi ecclesiastici senza però essere preti (così il poeta cesareo alla corte di Vienna, l’abate Metastasio, e molti meno noti di lui). Parini è un chierico che, a differenza di una folta serie di predecessori, alimentata da mecenati laici e curiali, deve lavorare per vivere, come precettore nelle dimore aristocratiche di Milano. Da questa larghissima base di verifica, di conoscenza personale, di opinioni sempre più nette contro la giovane e oziosa nobiltà esce Il Giorno. L’Illuminismo partenopeo accoglie l’eredità della cultura giurisdizionalistica del cosiddetto “ceto civile”, ma coglie la situazione terribilmente arretrata del Regno meridionale, con un’acuta percezione dei problemi sociali ed economici. Ma, a differenza del riformismo lombardo, attuato con la collaborazione degli Asburgo, lo Stato borbonico accetta soltanto l’esteriorità delle proposte innovative. Il massacro della rivoluzione napoletana del 1799, contro ogni speranza di dispotismo illuminato, conclude tragicamente l’esperienza del radicalismo giacobino.

La riforma della commedia: Carlo Goldoni

Anche la commedia, come il melodramma, appare, sin dall’epoca dell’Arcadia, oggetto di opportuna e necessaria riforma. La Commedia dell’Arte non è recitata nei teatri, ma affidata all’improvvisazione degli attori sulle piazze, con copioni non scritti bensì suggeriti dai “canovacci”. In che cosa consiste la riforma di Goldoni? Più che un unico sforzo di mutamento delle consuetudini precedenti, il commediografo segue un percorso tortuoso anche se vincente. Nei Mémoires affermerà con la sicurezza dello sguardo a ritroso, del bilancio in positivo, che la sua riforma ha avuto uno sviluppo coerente come affermazione di una commedia di “carattere”. Goldoni appartiene alla prima generazione del Settecento (nasce nel 1707), più vecchio di due generazioni di Alfieri e quasi di una rispetto a Parini. Occorre notare il percorso dalle commedie non scritte in tutte le loro parti alla prima La donna di garbo interamente scritta. Una prima fase può chiudersi con il 1748: il suo primo personaggio trasforma la maschera di Pantalone in Momolo, la cui parte nel Momolo cortesan è la prima ad essere consegnata alla scrittura, in una commedia non ancora divisa in parti del tutto scritte. Il periodo del teatro Sant’Angelo (1748-1753), con la compagnia di Medebach, comprende sedici commedie di grande successo. Nella prefazione all’edizione Bettinelli, la prima delle sedici commedie, Goldoni invoca spesso la “natura” che contrappone alla Commedia dell’Arte. In seguito, “Mondo” e “Teatro” divengono i cardini della sua riforma. Il passaggio al teatro San Luca (1753-1759) comporta mutamenti nella scrittura delle commedie: Fido, uno dei goldonisti più celebri ha parlato di “mostri” e “illusioni”. La fase successiva, presso il teatro Sant’Angelo (1759-1762), riflette un mutamento individuale e sociale, una sorta di malessere, da cui però esce una potente vena di comicità. L’ultima fase della riforma comica goldoniana è quella successiva al passaggio in Francia del suo autore, con scarso successo di pubblico. Le commedie più individuali come La locandiera nell’ultima fase del percorso teatrale di Goldoni sono sostituite da commedie più corali, dove può dominare il dialetto. Si è parlato di “illuminismo popolare” per il linguaggio fortemente comunicativo delle commedie di Goldoni. Se per Goldoni i due poli della sua drammaturgia comica sono il “Mondo” e il “Teatro”, due libri, a suo avviso, di eguale importanza, va da sé che il riferimento al Teatro è in chiave antilibresca, mentre il Mondo è la vita, la realtà psicologica e sociale, osservata in modo diretto, spregiudicato.

L'autobiografia nella seconda metà del Settecento

Goldoni: Mémoires (Memorie). Il mito della predestinazione al teatro: “la mia vita medesima è una commedia”. In francese mémoires è maschile. I volumi dell’autobiografia, redatti in francese dal 1783, vengono stampati a Parigi, dove si chiuderà la vita dell’autore, nel 1787. Emergono, come nelle altre autobiografie del secondo Settecento, sensazioni, malinconie, turbamenti, brio e serenità. Ma più che negli altri resoconti autobiografici conta la vita di relazione, come in una commedia, anziché l’interiorità, che è la grande protagonista delle autobiografie di Alfieri, di Casanova, di Da Ponte, rispetto alle vite narrate dai professori e dai filosofi del primo Settecento (Vico, Giannone). Mentre Alfieri scandisce la Vita scritta da esso in quattro Epoche (Puerizia, Adolescenza, Giovinezza, Virilità), seguendo una vocazione al teatro tragico, che diviene un fatto solo nella quarta epoca (non troppo lontano dalla predestinazione di Goldoni, i cui Mémoires Alfieri legge nel 1789, anno memorabile, iniziando nel 1790 la propria Vita), Casanova e Da Ponte sono accomunati nelle loro scritture di sé dall’avventura che suscita entusiasmi fuggevoli, in un turbinio di passioni e di inganni, al cui vento lieve si lasciano andare. In realtà, il secondo, che pubblica la propria autobiografia a New York nell’Ottocento, dove si è trasferito definitivamente da Vienna, ha un progetto fin dal suo viaggio da Conegliano, città natale, a Dresda, sulla strada della capitale asburgica: conoscere Clemente Mazzolà per farselo amico al punto di essere presentato a Mozart, il musicista della corte di Vienna. Da Ponte scriverà tre famosi libretti messi in musica da Mozart, tra cui spicca il Don Giovanni.

Il romanzo dal 1750 alla fine del secolo

Affermatosi tardi in Italia rispetto agli altri paesi europei (tra Sei e Settecento) ha una grande prova nella Filosofessa di Pietro Chiari (1750): emerge attraverso le figure di Pietro Chiari e di Antonio Piazza, dei loro romanzi certo inferiori al Tom Jones di Fielding, alla Pamela di Richardson (da cui Goldoni, nel secondo Settecento, dichiarerà di avere tratto la commedia omonima), di Zaccaria Seriman, autore dei Viaggi di Enrico Wanton, un romanzo ispirato al modello inglese di Swift e Defoe, per il suo carattere educativo e insieme avventuroso. Il romanzo inglese, francese e tedesco nutriranno la giovinezza di prosatori (non solo lirici e tragici) come Alfieri, Foscolo, Manzoni. Nel secondo Settecento è decisiva l’esperienza di romanziere di Alessandro Verri, con Le avventure di Saffo, la poetessa che rappresenta un mito della letteratura.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ireneneb22 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Leri Clara.
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