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avvenimenti da lui provocati. Nella scena che ce la presenta quando va in

carrozza a salvare il vicario di provvisione, mentre questi sta per cadere nelle

mani del popolo eccitato, risulta tutto il suo carattere. Creatura, tutta

furbizia e diplomazia, che sa sfruttare la sua popolarità. C’è nel personaggio

di Ferrer il peso di un’evidentissima bivalenza: figura autonoma, inventata con

estrema acutezza e, insieme, pretesto per arricchire il contorno di nuovi e più

complessi riferimenti umani e psicologici.

CAPITOLO XIV

Nelle prime pagine di questo capitolo, il Manzoni, con fine intuito e

psicologico, disegna varie figure di birboni e di istigatori. Rimasti, dopo

essersi tanto adoperati, delusi perché il tumulto si è risolto senza spargimento

di sangue, non sanno e non vogliono rassegnarsi, tentano ancora sino a quando,

sopravvenuti i soldati, vedendosi in troppo pochi per fare qualcosa, se ne

vanno, o dritti senza pensarci un momento, perché la paura è grande, oppure, più

furbi, con tutta calma, facendo finta di nulla. L’analisi manzoniana sottolinea

gli umori vari dei popolani, si susseguono, si infittiscono i discorsi che

traducono l’intimo sentire, il carattere di ciascuno; del generoso, di colui che

si autoloda compiaciuto di se stesso, della sua azione che travisa gonfiandola,

del semplicione, dl furbo, che intuisce come terminano certe cose e finisce per

cogliere nel segno dell’insoddisfatto. L’attenzione del Manzoni torna poi ad

appuntarsi su Renzo per presentarlo, in un atteggiamento del tutto nuovo, fonte

di situazioni imprevedibili, trattate con raffinato senso dell’umorismo. Dopo

aver esposto le proprie idee sulla rivolta, sulla giustizia,ecc.., Renzo,

scambiato per uno dei capi della rivolta, cade tra le grinfie di uno sbirro

travestito, il quale, approfittando della sua scarsa conoscenza della città,

vorrebbe portarlo caldo caldo in prigione, con il pretesto di trovargli un

alloggio per la notte. Per fortuna preferisce entrare nella prima taverna che

incontra, sempre seguito però dal suo pericoloso accompagnatore. Gli avvenimenti

così densi e vari, che il giovane non era abituato a vivere nella sua semplice e

modesta giornata di contadino, producono nel suo animo un’insolita agitazione,

creano uno stato d’animo d’esaltazione, di ebbrezza. Tornando un po’ a ritroso

nelle pagine del capitolo, ricordiamo Renzo, mentre osserva la folla in tumulto

ripercorre con la mente la sua vicenda, la tragedia di un’intera popolazione,

diventa la sua personale tragedia; rivede il suo piccolo, chiuso mondo, ripensa

a don Abbondio, a don Rodrigo, al dottor Azzecca-garbugli, ai bravi, il core gli

balza in petto al ricordo di tutte le ingiustizie patite, che lo hanno così

improvvisamente e dolorosamente allontanato dalla sua Lucia. Nell’atto di forza,

con , il quale la rivolta si esprime, il giovane intravede la possibilità di

tagliare il male alla radice, di cambiare il sistema perché cambino gli uomini,

ponendo così fine ad ogni tipo di prepotenza, instaurando un mondo migliore, un

mondo un po’ più da cristiani, com’egli lo definisce nella sua ingenuità, e

semplicità di montanaro. Allora da spettatore diviene attore: aiuta Ferrer,

interviene nei discorsi della folla con l’ansia di chi soffre, l’ardore di che

spera e crede con animo puro. Ed è per questa sua fervente partecipazione che

viene scambiato per uno dei capi della rivolta e condotto nell’osteria dove il

suo accompagnatore traditore suscita grande preoccupazione nell’oste. Dopo aver

bevuto diversi bicchieri di un vinello traditore, Renzo si ubriaca ed imbastisce

un gustoso dialogo con gli altri avventori. Non ragiona e quando vuol farlo

sragiona, ripete i medesimi concetti con parlare confuso, da balbuziente. I

movimenti sono pesanti e incontrollati, si immalinconisce, rimane assorto,

chiuso in un silenzio tragico. A questo punto il pensiero, tra i fiumi di vino e

l’innalzare dei ricordi, gli è corso a Lucia, e la commozione è naturale; ma

l’ebbrezza ne deforma e ne fa degenerare la muta manifestazione, così da

renderla svenevole e sguaiata. Ad approfittare della situazione giunge lo sbirro

che coglie l’occasione per strappargli nome e cognome.

CAPITOLO XV

E’ questo il capitolo della furberia: furbo l’oste nel proteggere i propri

interessi, furbo il notaio criminale nel suo tentativo di cavarsi d’impiccio e

di mettere in trappola Renzo. Alla fine chi esce vincitore è proprio il meno

esperto, il più ingenuo dei tre. Dopo aver portato a letto Renzo con gran

fatica, l’oste lascia la moglie a cura degli affari, non senza prima averle dato

tutti i suggerimenti e i consigli sul modo di comportarsi con gli avventori. Il

discorso dell’oste alla moglie è frutto di amara esperienza, di scetticismo, di

una particolare, amara filosofia della vita, che egli si è formato con gli anni.

La dominazione straniera, i capovolgimenti politici hanno tolto all’oste ogni

coraggio di affermare le proprie idee, di lottare per la verità e per la

giustizia. Quel che conta per lui è il denaro, il resto non sono che <<

corbellerie >>, dinanzi alle quali, chiuso nel suo egoismo, rimane impassibile,

indifferente. Si avvia un poi difilato al palazzo di giustizia, ripensando al

guaio che gli è capitato proprio quando meno se lo aspettava, e in un giorno

come quello. C’è nella figura dell’oste preoccupato, il rimpianto, un poco

astioso, che tutta la sua politica e il suo giudizio non siano valsi a fargli

finire in pace quella maledetta giornata, e d’altro lato affiora sempre una

certa compassione per il povero giovine e una viva irritazione per quel

malaugurato avvenimento. Al notaio criminale denuncia il rifiuto a declinare le

generalità, in un colloquio dalle battute gustose, in cui alle intimidazioni e

alle insinuazioni dell’uomo ella legge contrappone la sagacia, l’ironia, il

coraggio dell’uomo del popolo che difende la propria onestà. Il tono tra serio,

stizzoso, burlesco e umoristico dell’oste, dà a tutto il discorso un carattere e

un sapore inconfondibile;l’oste rivela la sua anima, certo non proprio eccelsa,

né troppo generosa, ma nemmeno del tutto egoistica e, in fondo, non malvagia. Al

mattino Renzo ha la sgradita sorpresa d’essere svegliato dai birri. S’ingaggia

una battaglia d’astuzie tra il notaio, il quale avendo fiutato il vento infido,

vorrebbe portare in prigione il suo uomo senza far troppo chiasso e per questo

lo prende con le buone e Renzo che, compresa la particolare situazione, con

intraprendenza e decisione, non solo si fa restituire la lettera di fra

Cristofaro e il denaro, ma giunge sino ad insultare i birri, i quali non

reagiscono perché trattenuti dalle eloquenti occhiate del notaio. Ammanettato di

sorpresa il giovane, si avviano. L’astuzia nascosta dalle lusinghe sarebbe

andata bene per il Renzo ingenuo che abbiamo conosciuto fin qui; adesso il

pericolo ha risvegliato in lui la sopita furbizia contadina e il notaio rimarrà

battuto e deluso. Lungo la strada Renzo infatti spia l’occasione buona per

fuggire. Quando si accorge che la folla, ancora in fermento per gli avvenimenti

del giorno precedente, s’è infittita, si rivolge ad essa: questa si stringe

minacciosa intorno agli sbirri e al notaio, i quali, sentendosi in pericolo,

lasciano i manichini che stringevano i polsi di Renzo; il giovane può così

rapidamente allontanarsi.

CAPITOLO XVI

Renzo sfugge agli sbirri e , rifiutando l'ipotesi di chiedere asilo in un

convento, corre via cercando di uscire dalla città e dallo stato. non sapendo

orientarsi nella città, Renzo, dopo aver esaminato attentamente alcuni passanti,

chiede informazioni ad uno di essi che gli ispira fiducia. Il giovane attraversa

la città e, superando con indifferenza un presidio di soldati, esce dalle mura

diretto a Bergamo. Renzo si allontana da Milano, ma , per il timore di

percorrere strade le strade principali, e per il desiderio di non attirare su di

sé sospetti chiedendo informazioni, sbaglia più volte direzione. Durante il suo

cammino egli ripensa ai fatti del giorno precedente ed esamina la sua

situazione. Giunto ad un'osteria isolata, il giovane pranza. Con uno

stratagemma, egli riesce poi a farsi indicare dalla vecchia ostessa la strada

per il confine. Verso sera, Renzo arriva nel paese di Gorgonzola, vicino al

confine, e qui cena in un'osteria. Cerca, senza esito, di ottenere dall'oste

delle indicazioni sul percorso da seguire per attraversare l'Adda, e passare

nella Repubblica veneta. Viene poi avvicinato da un cliente che gli chiede se

egli venga da Milano e se abbia informazioni sulla rivolta: Renzo fornisce

risposte evasive. Al gruppo degli avventori si aggiunge poi un mercante

milanese. Si tratta di un conservatore, metodico e nemico di ogni disordine, che

dà una propria personale versione degli avvenimenti. In particolare, egli dice

che i capi della rivolta sono stati tutti arrestati, tranne uno che, fermato in

un'osteria, è riuscito a fuggire. Il riferimento alla vicenda di Renzo è

evidente. Temendo di cadere nuovamente nelle mani della giustizia, Renzo lascia

l'osteria e va, quasi istintivamente, verso l'Adda.

CAPITOLO XVII

Uscito dall'osteria di Gorgonzola, Renzo prosegue il suo cammino nell'oscurità,

lungo le strade che, secondo il suo senso dell'orientamento, dovrebbero condurlo

all'Adda. Durante il tragitto, i suoi pensieri vanno al mercante e al suo

resoconto distorto e calunnioso. Dopo aver oltrepassato alcuni paesi ed aver

scartato l'ipotesi di chiedere ospitalità, Renzo si inoltra in una zona non

coltivata e poi in un bosco. Qui viene colto da uno oscuro timore, ma, proprio

quando sta per tornare sui suoi passi, sente il rumore dell'Adda e si precipita

verso il fiume. Non potendo attraversare il fiume, né potendo passare la notte

all'aperto, a causa del freddo, Renzo si rifugia in una capanna abbandonata.

Dopo aver recitato le preghiere della sera, il giovane tenta di addormentarsi ma

alla sua mente si affacciano ricordi dolorosi. Verso le sei del mattino

successivo, sullo sfondo di una magnifica aurora, riprende il cammino verso

l'Adda. Un pescatore traghetta Renzo sulla sponda bergamasca dell'Adda, di qui

in poi il giovane prosegue a piedi verso il paese del cugino. Renzo pranza

all'osteria; terminato il pasta, dona le ultime monete che gli sono rimaste ad

una famiglia ridotta, dalla fame, a mendicare. Giunto nel paese di Bortolo,

Renzo individua immediatamente il filatoio e lì trova il cugino, il quale lo

accoglie festosamente, dichiarandosi disposto ad aiutarlo,sebbene i tempi non

siano dei più propizi. I due cugini si informano reciprocamente sulla rispettiva

situazione e sulle vicende politiche dei propri paesi. Dopo essere stato

avvertito dell'uso bergamasco di chiamare "baggiani" i milanesi , Renzo viene

presentato al padrone del filatoio e assunto come lavorante.

CAPITOLO XVIII

La giustizia compie una perquisizione a casa di Renzo e interroga i suoi

compaesani. Don Rodrigo, intanto si compiace dei provvedimenti contro Renzo e

dal conte Attilio riceve nuovi incoraggiamenti e stimoli a proseguire nel suo

proposito. Ma il suo compiacimento è turbato dalle notizie su Agnese e Lucia,

riferitegli dal Griso. egli è dunque sul punto di abbandonare l'impresa poiché

il monastero e la presenza in esso della potente Gertrude costituiscono per lui

un ostacolo insormontabile. Prevale però il timore dell'onta per la sconfitta, e

Don Rodrigo decide così di tentare nuovamente il rapimento di Lucia, avvalendosi

dell'aiuto di un nobile tristemente noto per le sue imprese criminali:

l'Innominato. Intanto Lucia e Agnese vengono informate dalla fattoressa che

Renzo è ricercato per i fatti del tumulto, mentre un pescatore, incaricato de

fra Cristoforo, nel confermare la notizia, aggiunge che il giovane ha trovato

riparo nel Bergamasco. Le due donne continuano la loro vita nel monastero,

confortate dalle notizie rassicuranti su Renzo, che fra Cristoforo invia loro

tramite i suoi messaggeri. Lucia è entrata in maggior confidenza con Gertrude e

passa con lei molto del suo tempo. Non avendo più ricevuto notizie da fra

Cristoforo, Agnese decide di abbandonare il convento e di passare da Pescarenico

prima di tornare a casa. nel suo viaggio è aiutata dal pescatore che aveva

portato le prime notizie certe di Renzo. Giunta a Pescarenico, Agnese apprende

da fra Galdino che padre Cristoforo è stato trasferito a Rimini; la donna torna

così al proprio paese in preda allo sconforto. qualche giorno prima il conte

Attilio si era rivolto ad uno zio, membro del Consiglio segreto, perché questi,

che è in confidenza con il padre provinciale dei cappuccini,intervenga per far

trasferire padre Cristoforo. Per convincerlo, Attilio espone una propria

versione dei fatti, menzognera e calunniosa.

CAPITOLO XIX

Il conte zio organizza un banchetto al quale vengono invitati alcuni illustri

esponenti della nobiltà milanese, alcuni parassiti sempre in accordo con il

padrone di casa, e il padre provinciale dei cappuccini. Durante il pranzo, il

conte zio guida la conversazione sul proprio soggiorno madrileno e sui privilegi

accordatigli in quell'occasione; mentre il padre provinciale parla della curia

romana e del prestigio dei cappuccini. Terminato il pranzo, il conte zio,

parlando con il padre provinciale, insinua che fra Cristoforo abbia appoggiato

Renzo nell'azione rivoltosa del tumulto milanese. il religioso assicura che

prenderà informazioni, e il conte è costretto a parlare anche del contrasto tra

il frate e Don Rodrigo. Tra velate minacce e richiami al prestigio della

famiglia, il nobile suggerisce di trasferire fra Cristoforo. Dopo aver accennato

a una debole difesa del frate e ad una più accesa difesa del prestigio

dell'ordine, il padre provinciale giunge ad un compromesso: trasferirà

Cristoforo in cambio di una tangibile prova d'amicizia verso il convento di

Pescarenico, da parte di don Rodrigo. Al convento di Pescarenico, giunge, una

sera, l'ordine di trasferimento per padre Cristoforo, ma il padre guardiano lo

comunicherà all'interessato solo il giorno successivo. Appresa la volontà del

padre provinciale, fra Cristoforo parte per Rimini accompagnato da un altro

cappuccino e profondamente angosciato per non poter più aiutare i suoi protetti.

Don Rodrigo, sempre più intestardito nel suo scopo, pensa di chiedere l'aiuto

dell'Innominato. Qui l'autore narra brevemente la storia dell'Innominato, le sue

azioni violente, il suo atteggiamento verso la legge. Viene descritta la sua

dimora, posta sul confine tra il Milanese e la Repubblica veneta, in modo da

poter trovare rifugio nell'uno o nell'altro stato. Dopo molti ripensamenti,

dovuti anche alle differenze che vi sono tra lui e l'Innominato, don Rodrigo

decide di richiedere il suo aiuto e di andare al suo castello con un seguito di

bravi.

CAPITOLO XX

Il castello dove l'Innominato conduce la sua vita solitaria è posto in un luogo

elevato, selvaggio e aspro dove solo gli amici e gli uomini dell'Innominato

osano avventurarsi. Al castello si accede attraverso una ripida strada in

salita, all'inizio della quale, quasi fosse un posto di guardia, si trova la

taverna della Malanotte.Qui giunge don Rodrigo e viene accolto da un ragazzaccio

armato di tutto punto. Dopo aver deposto le armi, il signorotto viene

accompagnato al castello dai bravi dell'Innominato, mentre i suoi

accompagnatori, ad eccezione del Griso, devono rimanere alla taverna.

L'Innominato è un uomo sulla sessantina, dalla forza straordinaria, don Rodrigo

gli chiede di far rapire Lucia e, seppure a malincuore, l'Innominato accetta,

sapendo di poter contare sull'aiuto di Egidio, l'amante di Gertrude. Licenziato

don Rodrigo, l'Innominato ripensa ai suoi crimini a appare terrorizzato

dall'idea della morte e del giudizio divino. Anche il pensiero del rapimento di

Lucia lo turba; ma per non ascoltare la voce della propria coscienza, egli invia

subito il Nibbio, il capo dei suoi bravi, da Egidio per predisporre il piano

criminoso. Convinta da Egidio a farsi complice del rapimento, Gertrude,

nonostante le resistenze della ragazza, riesce ad inviare Lucia fuori dal

convento con il pretesto di portare un messaggio al padre guardiano dei

cappuccini. Giunta in una strada solitaria, Lucia viene avvicinata con l'inganno

dai bravi dell'Innominato e caricata a forza su una carrozza. Durante il viaggio

verso il castello dell'Innominato, il Nibbio, pur bloccando con la forza i suoi

tentativi di fuga, cerca di rassicurare la ragazza. Lucia prega i suoi rapitori

che la lascino andare, vista poi l'inutilità delle sue richieste, rivolge le sue

preghiere a Dio. Nel vedere la carrozza che si avvicina alla Malanotte,

l'Innominato è tentato di sbarazzarsi rapidamente di Lucia e di farla condurre

direttamente da don Rodrigo. Ma la sua coscienza gli consiglia di tenere ancora

la fanciulla presso di sé.Il nobile manda dunque a chiamare una vecchia serva e

le ordCAPITOLO XXI

Lucia viene caricata su una portantina, e, assieme alla vecchia incaricata

dall'Innominato di farle coraggio, viene trasportata al castello. Le preghiere

di Lucia non commuovono la donna, ma le portano alla mente una religiosità

dimenticata. Il Nibbio intanto corre dall'Innominato per riferirgli l'esito

della missione, e confida al suo padrone di aver provato compassione per Lucia.

Sorpreso dalle dichiarazioni del Nibbio, l'Innominato decide di vedere di

persona la fanciulla. Lucia prega il nobile di liberarla, ricordandogli il

perdono divino quale compenso per gli atti di misericordia. L'Innominato, sempre

più turbato dalle preghiere della giovane, lascia intuire che la libererà

l'indomani. Lucia rimane sola con la vecchia, la quale, tra lo stizzito e il

terrorizzato, cerca, in modo un pò goffo di farle coraggio. la fanciulla però

rifiuta il cibo e il letto preparati per lei e resta accucciata a terra. Lucia

rimane in una condizione di dormiveglia e nella sua mente si affollano le

immagini terribili della giornata. Risvegliatasi poi completamente, inizia a

pregare e, in cambio della liberazione da quella prigione, fa voto di castità

alla Madonna. Infine, rasserenata, si addormenta all'alba. Frattanto

l'Innominato, dopo il colloquio con Lucia, non riesce a liberarsi dall'immagine

della fanciulla. Messosi a letto, egli cerca di recuperare il temperamento di un

tempo, ma ogni pensiero di imprese criminose gli riesce sgradevole; il futuro

gli si presenta privo di interesse e il passato diventa una fonte inesauribile

di rimorsi. Giunto ormai alla disperazione, si appresta al suicidio, ma

l'eventualità che esista una vita eterna lo induce a desistere, il ricordo delle

parole di Lucia sul perdono divino riaccende però in lui la speranza e decide

che libererà la fanciulla il giorno successivo. All'alba, l'Innominato sente un

suono allegro di campane e vede gente festosa nella valle, incuriosito, incarica

un suo bravo di verificare le ragioni di tanta animazione.

CAPITOLO XXII

Un bravo informa l’Innominato che i villaggi vicini sono in festa per la visita

del vescovo. Rimasto solo, l’Innominato si interroga sui motivi che spingono a

festeggiare l’arrivo di quell’uomo. Poi, mosso dal desiderio di ascoltare parole

di consolazione, decide di recarsi a colloquio dal vescovo. Prima di scendere in

paese l’Innominato passa a far visita a Lucia. Trovandola addormentata, ordina

alla vecchia di far nuovamente coraggio alla fanciulla, poiché egli farà tutto

ciò che ella vorrà. L’Innominato giunge in paese tra lo stupore tra lo stupore e

il timore della gente, che mai lo aveva visto senza un seguito di bravi. Fattosi

indicare il luogo ove poter trovare il cardinale, vi si reca, seminando

inquietudine tra i sacerdoti lì raccolti e nell’animo del cappellano crocifero

al quale egli chiede di poter vedere il vescovo. Comincia qui la biografia del

cardinale Federigo Borromeo. Federigo nasce da una delle più illustri famiglie

lombarde, della quale fa parte anche il vescovo di Milano, Carlo Borromeo,

beatificato pochi anni dopo. Fin dall’infanzia pone attenzione al rispetto dei

principi cristiani. Adolescente, Federigo sceglie la vita consacrata e, nel

collegio di Pavia, si dedica allo studio, alla catechesi e ad opere di carità.

La sua vita è un esempio di fede e di profonda umiltà. Nominato vescovo di

Milano, egli continua, malgrado la prestigiosa carica, la sua scelta di vivere

all’insegna della povertà e della carità. All’impegno pastorale aggiunge quello

culturale, fondando la biblioteca Ambrosiana: un’istituzione innovativa che fa

del suo fondatore un precursore dei moderni uomini di cultura. Il carattere mite

e affabile completa poi il ritratto morale di Federigo, facendone un esempio di

vita cristiana, pur non privo di difetti sotto il profilo delle opinioni in

materia di scienza e di cultura. L’autore completa il capitolo parlando delle

opere letterarie e saggistiche del cardinale.

CAPITOLO XXIII

Il cappellano crocifero avverte il cardinale Federigo della visita

dell’Innominato, e, nel contempo, lo invita a non riceverlo perché si tratta di

un uomo pericoloso. Federigo invece insiste per vederlo immediatamente.

Borbottando tra sé, il cappellano introduce l’Innominato presso il vescovo, il

quale lo accoglie a braccia aperte. Con un fare cortese e con parole amichevoli,

Federigo mette l’Innominato a proprio agio e lo induce a rivelare i suoi

turbamenti. Gli parla poi del perdono divino e a quelle parole, l’Innominato

scoppia in pianto: la sua conversione è avvenuta e i due possono abbracciarsi.

L’Innominato racconta poi al vescovo la vicenda di Lucia e dichiara di volerla

liberare subito. Federigo manda a chiamare il cappellano, il parroco del paese e

don Abbondio, affinché si possa organizzare la liberazione di Lucia. Il

cappellano annuncia la conversione dell’innominato ai sacerdoti riuniti, poi

chiama il parroco e don Abbondio, quest’ultimo si fa avanti svogliatamente e

dopo alcuni tentennamenti. Al parroco del paese il cardinale ordina di trovare

una donna che faccia coraggio a Lucia durante la sua liberazione. A don Abbondio

chiede invece di accompagnare l’innominato fino al castello per prendersi poi

cura della fanciulla: il curato accampa scuse per evitare di viaggiare con

quell’uomo che lo spaventa, ma alla fine è costretto ad eseguire gli ordini.

L’Innominato e don Abbondio si apprestano ad iniziare il viaggio assieme al

lettighiero e alla donna incaricata dal parroco. Nell’attraversare la piazza

gremita di gente l’Innominato è guardato con ammirazione dalla folla che ha già

saputo della sua conversione. Usciti dall’abitato, don Abbondio, ancora dubbioso

circa il reale pentimento dell’Innominato, comincia un lungo soliloquio, nel

quale se la prende con coloro che hanno minacciato il suo quieto vivere. Accusa

don Rodrigo di cercare sempre guai e di coinvolgervi anche gli altri.

All’Innominato rimprovera il troppo clamore suscitato dalla sua conversione; e

al cardinale, la precipitazione nel fidarsi ?????????????????>? di quell’uomo e,

soprattutto, nell’affidargli il destino di un sacerdote. L’Innominato intanto

appare turbato dai rimorsi e dalle preoccupazioni per la nuova vita. Il gruppo

oltrepassa la Malanotte e giunge nei pressi del castello, dove i bravi guardano

con rispetto e perplessità il loro signore. Una volta arrivati sulla spianata

antistante il castello, l’Innominato prega la donna di far subito coraggio a

Lucia; poi l’accompagna, assieme a don Abbondio, nella stanza dove è rinchiusa

la ragazza.

CAPITOLO XXIV

Lucia sente l’Innominato bussare alla porta e, subito dopo, vede entrare nella

stanza una donna e don Abbondio; la fanciulla, sbalordita, è rincuorata dalle

buone parole della donna e dalle rassicurazioni del curato. Nell’uscire, Lucia

incontra poi l’Innominato e, dopo un primo moto di paura, trova la forza per

ringraziarlo. Lucia e la donna salgono infine sulla lettiga e il gruppo si avvia

verso il villaggio. Sulla lettiga, la donna continua a rassicurare Lucia e la

informa sull’identità dell’Innominato, a quella rivelazione la ragazza ha un

nuovo sussulto e grida al miracolo. Intanto don Abbondio è colto da nuove paure:

teme che la mula che sta cavalcando lo getti nel precipizio, che i bravi

dell’Innominato lo “martirizzino”, e che don Rodrigo possa incolparlo del

fallimento dei suoi piani. Il curato, sempre parlando con se stesso, se la

prende dunque con il vescovo, infine stabilisce di affidare alle chiacchiere di

Perpetua il compito di riferire a don Rodrigo la propria estraneità ai fatti.

Giunto in paese, si avvia poi verso la sua parrocchia senza neppure salutare il

cardinale. Appena arrivata a casa, la donna che è la moglie del sarto del paese,

fa accomodare Lucia in cucina e incomincia a preparare il pranzo. La fanciulla

intanto, ripensando al voto di castità pronunciato la notte precedente, si pente

di ciò che ha fatto, ma subito dopo rinnega quel pentimento momentaneo. Nella

casa fanno il loro ingresso il sarto e i figli; l’uomo, un popolano amante della

lettura, parla diffusamente della predica del cardinale e dell’obbligo alla

carità. Poi, per mettere in pratica quelle parole, fa portare da una delle

figlie,del cibo a una famiglia povera del vicinato. Intanto Agnese, condotta

verso la casa del sarto, incontra don Abbondio che le raccomanda di tacere a

proposito del mancato matrimonio; arrivata a destinazione, Agnese riabbraccia la

figlia e le due donne possono scambiarsi notizie sugli ultimi avvenimenti.

Agnese e Lucia ricevono poi la visita del vescovo e Agnese svela i particolari

della vicenda, mettendo l’accento sulle colpe di don Abbondio e omettendo ogni

riferimento al matrimonio di sorpresa. Ma Lucia, per amore di verità, rivela

anche quell’aspetto. Al termine del colloquio, Federigo sene va promettendo di

cercare notizie di Renzo. Parlando poi con il parroco, Federigo decide che, per

ricompensare il sarto, pagherà i debiti che gli abitanti del villaggio hanno

contratto con lui. Rientrato al castello, l’Innominato convoca i suoi bravi e

comunica loro la sua conversione dando nuove disposizioni affinché nei suoi

territori non si commettano più violenze e iniquità. I bravi accolgono il

cambiamento con atteggiamenti diversi, ma nessuno osa replicare. Infine, dopo

aver ritrovato la forza e le parole per pregare, l’Innominato si addormenta.

CAPITOLO XXV

Nel paesello di Renzo e Lucia, giunge la notizia del rapimento e della

successiva liberazione, da parte dell’Innominato, di Lucia. All’udire il

racconto di quei fatti, la gente trova il coraggio per manifestare il suo odio

verso don Rodrigo, il potestà, Azzeccagarbugli e tutti gli altri amici del

signorotto. Il cardinale Federigo annuncia una visita al paesello e don Rodrigo,

per non dovergli rispondere del rapimento di Lucia, parte alla volta di Milano

accompagnato dal Griso e dagli altri bravi. Gli abitanti del villaggio di Renzo

e Lucia accolgono festosamente il vescovo in visita; solo don Abbondio,

infastidito da tutta quell’animazione e preoccupato per i possibili rimproveri

di Federigo, non condivide la gioia generale. Dopo un primo colloquio tra il

cardinale e il curato, viene inviata una lettiga alla casa del sarto per

riportare Agnese e Lucia al paese, onde discutere con loro di una futura

sistemazione. Durante la loro permanenza presso la casa del sarto, Agnese e

Lucia ritrovano una certa serenità, sebbene i discorsi su Renzo restino molto

tristi. Lucia rimane sempre al riparo da sguardi indiscreti, ma, cedendo alle

insistenze dell’aristocratica donna Prassede, è costretta a recarsi nella villa

di quest’ultima per un incontro. Donna Prassede, incuriosita dalla vicenda di

Lucia, offre ospitalità e riparo alla giovane. L’intento però della nobildonna

non è però solo quello di proteggere la ragazza, ma anche quello di indurla a

dimenticare quel Renzo che, secondo donna Prassede è un poco di buono. Scopriamo

così che donna Prassede è una superficiale che esercita la carità senza

realmente volere il bene del prossimo. Ottenuto l’assenso da parte di Lucia, la

nobildonna fa redigere dal marito, don Ferrante, una lettera indirizzata al

vescovo, nella quale si comunica la soluzione adottata per la protezione di

Lucia. Tornate al paese, Lucia e Agnese incontrano immediatamente il vescovo, il

quale, letta la missiva di donna Prassede, accetta quella soluzione. Uscite

dalla canonica le due donne vengono accolte con gioia dai compaesani. Inizia un

nuovo colloquio tra don Abbondio e Federigo durante il quale quest’ultimo chiede

al curato spiegazioni del rifiuto di celebrare il matrimonio. Don Abbondio cerca

di mentire, di eludere la domanda, ma alla fine rivela quasi tutto. Il vescovo

rimprovera duramente don Abbondio per aver anteposto la paura per la propria

vita ai doveri sacerdotali, ma il parroco sembra incapace di comprendere il vero

significato delle parole di Federigo.

CAPITOLO XXVI

Continua il dialogo tra don Abbondio e il cardinale, Federigo prosegue nei suoi

rimproveri, don Abbondio trova però, in due occasioni, il coraggio di replicare

in modo irriguardoso. Alla fine però, il curato è indotto, dalle parole del

vescovo, a ripensare criticamente alle proprie azioni. Donna Prassede, dopo aver

riverito il cardinale, prende con sé Lucia, la quale dice per la seconda volta

addio alla madre e al proprio paese. Il cardinale consegna ad Agnese una somma

di denaro inviatale dall’Innominato, la donna accoglie il dono con gioia, ma

anche con grande agitazione. Agnese si reca presso la villa di donna Prassede

per parlare con la figlia prima che questa parta per Milano. La madre comunica

alla figlia la notizia del dono ricevuto e le parla di nuovi progetti di

trasferimento assieme a Renzo. Lucia si trova così costretta a confessare la

questione del voto di castità; le due donne rimangono incerte su quello che si

dovrà fare e convengono solo di inviare a Renzo del danaro una volta avute sue

notizie. Al termine del colloquio esse si separano con grande tristezza. Tanto

Agnese quanto il cardinale cercano di ottenere notizie di Renzo, ma quelle che

ricevono sono vaghe e contraddittorie. A questo punto l’autore torna indietro di

qualche tempo per spiegare il motivo di quelle notizie contraddittorie. Saputo

che la giustizia ricercava Renzo anche in territorio bergamasco, Bortolo fa

trasferire il cugino in un paese limitrofo e lo fa assumere in una filatura

sotto il falso nome di Antonio Rivolta. La vicenda al narratore l’occasione per

ironizzare sui meccanismi della burocrazia e della giustizia.

CAPITOLO XXVII

Si dà al lettore un quadro più preciso della guerra per il ducato di Mantova e

dell’assedio di Casale, vengono descritte le cause, le alleanze e le mosse dei

due opposti schieramenti; tutto ciò offre l’occasione per una critica

antispagnola e per ripetuti attacchi al personaggio di don Ponzalo. Emergono i

motivi che hanno indotto quest’ultimo a protestare con l’ambasciatore veneziano

per il ricovero offerto da Venezia a Renzo: nessun interesse particolare per il

giovane fuggitivo, ma piuttosto il desiderio di mostrare aggressività verso i

“nemici” veneziani. Inizia, tra Renzo e Agnese una corrispondenza epistolare

resa difficoltosa dal fatto che i due sono analfabeti; il giovane è costretto ad

appoggiarsi ad uno scrivano del paese dove ha trovato rifugio, mentre Agnese si

avvale dell’aiuto del cugino Alessio di Maggianico. La donna riesce ad inviare a

Renzo parte del denaro donatole dall’Innominato e a fargli sapere del voto di

Lucia, Renzo rimane sconvolto dalla notizia, ma, per il momento, egli non può

far nulla. Lucia intanto è a Milano nella casa di donna Prassede, la sua ospite,

nell’intento di “raddrizzarle il cervello”, continua a denigrare Renzo,

ottenendo però l’effetto di risvegliare in Lucia l’amore per il suo promesso.

L’attenzione del narratore si sposta su don Ferrante, con molta ironia vengono

descritti i suoi libri e i suoi studi riguardanti l’astrologia, la magia, la

politica e le regole cavalleresche. Si danno al lettore anticipazioni circa gli

eventi ( guerra e peste) che contribuiranno a tenere lontani i protagonisti

della vicenda.

CAPITOLO XXVIII

L’autore descrive la situazione a Milano dopo il tumulto di S.Martino: la falsa

abbondanza, l’incetta del pane, i tentativi di trovare cereali sostitutivi del

grano, in questa occasione il Manzoni torna a criticare i provvedimenti

economici presi dagli amministratori milanesi. Vengono descritte le penose

conseguenze della carestia: mendicanti ovunque e tra loro anche gente operosa e

persino bravi, poi dalle campagne l’arrivo dei contadini in cerca di elemosina,

per le strade solo miseria, fame e cadaveri di persone uccise dagli stenti. Di

fronte all’inefficienza delle istituzioni, solo l’azione caritativa del

cardinale Federigo Borromeo porta un po’ di sollievo ai poveri, ma si tratta pur

sempre di un intervento insufficiente. La situazione precipita: anche alcune

famiglie potenti perdono le loro ricchezze, mentre cessa del tutto ogni

ostentazione di lusso. Intanto, lungo le strade si moltiplicano i morti e i

mendicanti ridotti allo stremo. Le autorità invitano i mendicanti a ricoverarsi

nel lazzaretto e vi rinchiudono con la forza quelli che non vi si recano

spontaneamente. Tra quella moltitudine costretta in poco spazio e in precarie

condizioni igieniche scoppiano ben presto epidemie: gli amministratori annullano

allora i precedenti decreti e aprono le porte del lazzaretto. Fortunatamente,

con l’arrivo della primavera, i contadini tornano alla campagna per la

mietitura; le epidemie però continueranno a fare vittime per lungo tempo. Si

descrive rapidamente la discesa delle truppe francesi e la sconfitta dello

spagnolo don Gonzalo nell’assedio di Casale, si accenna poi alla discesa delle

truppe imperiali attraverso la Valtellina. I medici del tribunale di sanità

avvertono le autorità del rischio di peste connesso con il passaggio di queste

truppe, ma i loro appelli rimangono inascoltati. Intanto don Gonzalo viene

rimosso dall’incarico di governatore di Milano e lascia la città tra lo scherno

della folla. Comincia il passaggio delle truppe imperiali attraverso il

milanese, questo esercito, composto di mercenari interessati solo al

saccheggio,provoca distruzione e violenze in tutti i territori attraversati,

seminando così il panico tra le popolazioni locali.

CAPITOLO XXIX

Giunge l’annunzio dell’imminente discesa dei lanzichenecchi, e don Abbondio, pur

deciso a fuggire, appare disorientato e indeciso tra la fuga sui monti,quella

attraverso il lago e quella in territorio bergamasco. Mentre Perpetua si dà da

fare per nascondere e salvare i beni di casa, il curato chiede invano aiuto ai

compaesani. Agnese, preoccupata di salvare se stessa e il danaro ricevuto in

dono, decide di cercar rifugio presso il castello dell’Innominato e propone

quella soluzione anche a Perpetua e don Abbondio. La prima accetta

entusiasticamente, mentre il secondo avanza dei dubbi. Infine, i tre partono

alla volta del loro rifugio, decidendo di fare tappa presso la casa del sarto.

Il sarto e la sua famiglia accolgono festosamente i visitatori e dividono con

loro i pochi viveri a disposizione. Nel corso del pranzo, il sarto cerca di

avviare con don Abbondio un discorso su temi letterari, ma il curato è molto più

interessato a chiedere conferme circa l’effettiva conversione dell’Innominato.

Con un carro procurato dal sarto, i tre proseguono poi la loro strada verso il

castello. Viene quindi descritta la nuova vita dell’Innominato:la sua rinuncia

alle armi e ad ogni protezione, il nuovo rispetto della gente, della giustizia e

perfino dei vecchi nemici, il disappunto degli ex complici. Si parla infine

delle disposizioni date dall’Innominato per la difesa dai lanzichenecchi del suo

castello e di tutti coloro che vi hanno trovato rifugio.

CAPITOLO XXX

Don Abbondio, Agnese e Perpetua giungono in prossimità del castello, vedendo il

gran numero di persone che cercano rifugio là, il curato comincia a temere che

tutta quella folla di rifugiati richiami lassù i lanzichenecchi. Ancora più

contrariato si mostra nel vedere gli uomini armati a difesa del castello; don

Abbondio sfoga il malumore con le due donne e ne escono alcuni battibecchi.

L’Innominato riceve calorosamente i tre fuggitivi e, dopo aver chiesto notizie

di Lucia, li guida verso gli alloggiamenti a loro destinati. Viene descritta la

vita dei rifugiati al castello: gli allarmi, le spedizioni difensive

dell’Innominato e dei suoi armati, l’organizzazione e la distribuzione dei

compiti. Si parla poi del lavoro di Agnese e di Perpetua a servizio della

comunità e dell’inattività di don Abbondio. Al castello giungono infine notizie

sul passaggio delle truppe e dei vari condottieri. Cessato il pericolo i

fuggitivi tornano alle loro abitazioni e, ultimi, partono anche Agnese, Perpetua

e don Abbondio. Dopo essersi accomiatati dall’Innominato e dal sarto, i tre

attraversano in carrozza la campagna e ovunque vedono la devastazione lasciata

dai lanzichenecchi. Giunti al paese, i tre trovano le loro case saccheggiate e

imbrattate; i beni di don Abbondio, sepolti da Perpetua in giardino, sono stati

rubati: ciò provoca dei nuovi battibecchi tra i due. Perpetua scopre poi che

alcuni oggetti del curato sono stati rubati da gente del paese; don Abbondio

però si rifiuta di chiederli indietro, suscitando le ire della governante.

CAPITOLO XXXI

Il Manzoni spiega i motivi che lo inducono ad aprire una lunga pagina storica

sulla peste: il suo scopo è di ricostruire quell’evento, ovviando alla mancanza

di sistematicità tipica dei cronisti secenteschi. Dai paesi che circondano

Milano giungono le notizie delle prime morti. Inizialmente la causa dei decessi

non viene attribuita al contagio, ma dopo una visita sui luoghi della malattia,

il Tadino conclude che si tratta di peste . Le autorità e in particolare il

governatore Ambrogio Spinola rimangono piuttosto indifferenti al problema; ma

anche la popolazione rifiuta l’idea del contagio. Finalmente, il 29 novembre

1629 viene pubblicata una grida che vieta l’ingresso in città di coloro che

provengono da paesi ove si è verificato il contagio: ma ormai la peste è già

entrata in Milano. E’ descritto ora il primo caso di peste verificatosi in

Milano. Vengono prese misure per evitare il contagio, ma la gente, per avidità e

paura, riesce ad eluderle. Il contagio si diffonde ma in modo non rapido: la

gente rimane scettica e si scaglia contro i medici che mettono in guardia contro


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AUTORE

luca d.

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Letteratura italiana sui Promessi Sposi del Manzoni.
Argomenti trattati nel testo: descrizione dei luoghi dove si ambientano le prime fasi del romanzo, Don Abbondio passa una notte agitata tra ricerche di scuse per non celebrare il matrimonio, Lucia mette al corrente Agnese e Renzo di quanto essi ancora non sanno, fra Cristoforo esce dal convento, Fra Cristoforo giunge a casa di Lucia...


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze letterarie Prof.

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