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ESTRATTO DOCUMENTO

accedono allo studio del curato, mentre Renzo e Lucia, approfittando della

distrazione di Perpetua raggiungono il pianerottolo della canonica. Tonio salda

il suo debito, il curato esamina le monete, restituisce il pegno e inizia a

compilare una ricevuta. A un segnale convenuto entrano anche i due promessi

sposi, Renzo pronuncia l'intera formula del matrimonio, mentre Lucia viene

interrotta dal curato, che si rifugia in una stanza attigua e chiede aiuto dalla

finestra. Ambrogio, il sacrestano, suona allora le campane per richiamare la

gente del paese, i rintocchi svegliano l'intero paese e qualcuno scende in

strada per capire cosa sta succedendo. Frattanto, circa mezz'ora prima, i tre

bravi che erano all'osteria, erano usciti per una ricognizione, poi avevano

chiamato i compagni appostati al casolare e , agli ordini del Griso, erano

penetrati in casa di Lucia, ma non avevano trovato la vittima. Menico, di

ritorno dal convento, era entrato in casa di Lucia ed era subito stato afferrato

dai bravi che però, spaventati dal suono delle campane, lo avevano lasciato

andar via mentre essi stessi fuggivano disordinatamente, il Griso li richiamò

all'ordine e la fuga proseguì a ranghi compatti. Prima che Ambrogio suonasse le

campane, Agnese continuava a distrarre Perpetua, ma, sentite le grida di don

Abbondio e i rintocchi delle campane, le due donne corrono verso la canonica.

Renzo e Lucia si ricongiungono con Agnese e vengono raggiunti da Menico, che

dice loro di fuggire verso il convento e li segue per un tratto. Intanto la

gente si raduna in piazza e si reca da don Abbondio.Visto che quest'ultimo non è

più in pericolo, la folla si sposta alla casa di Lucia e scopre che le due donne

sono sparite. Dopo qualche progetto di inseguimento dei presunti rapitori, corre

voce che le donne siano salve e tutti si ritirano. Il mattino successivo il

console sarà minacciato da due bravi che gli intimano di non riferire al podestà

i fatti della notte precedente. Renzo, Lucia e Agnese si sono intanto

allontanati attraverso i campi, accompagnati da Menico che, raccontata la sua

avventura, viene rimandato a casa. I tre fuggitivi giungono al convento di

Pescarenico, dopo aver vinto le resistenze di fra Fazio, il sacrestano, fra

Cristoforo li fa entrare nella chiesa del convento ed illustra i piani di fuga

che ha predisposto per loro. Dopo aver pregato per don Rodrigo, i tre lasciano

il convento e si dirigono verso il lago, qui salgono su di una barca che li

attendeva, Lucia guarda il paesaggio così familiare mentre piange segretamente e

da l'addio ai monti e ai luoghi natii.

CAPITOLO IX

I tre fuggitivi approdano sulla sponda del lago opposta a Pescarenico e si

accomiatano dal barcaiolo che la aveva trasportati. Guidati da un barrocciaio, i

tre giungono fino a Monza su di un carro, qui possono riposarsi e rifocillarsi

in una locanda. Dopo un breve pasto Renzo da l'addio alle due donne. Sempre

sotto la guida del barrocciaio, le due donne si recano prima al convento dei

cappuccini e poi, accompagnate dal padre guardiano, al monastero di monache nel

quale sperano di trovare ospitalità. Qui incontrano la monaca di Monza , la

madre superiora del convento, che interroga le due donne e il padre guardiano a

proposito delle vicende di Lucia, al termine del colloquio concede ospitalità ad

Agnese e a Lucia. A questo punto l'autore inizia un flash-back sulla biografia

di Gertrude, il vero nome della monaca di Monza. Viene descritta la famiglia di

Gertrude e la regola in essa vigente, secondo la quale, tutti i figli, ad

esclusione del primogenito dovevano entrare in convento; la prima infanzia di

Gertrude e tutti gli espedienti adottati dai parenti per inculcarle l'idea della

vita consacrata, l'infanzia e l'adolescenza di Gertrude, la sua educazione nel

convento di Monza, i suoi rapporti con le compagne, i primi cenni di rifiuto

della vita religiosa. Prima di prendere definitivamente i voti, Gertrude viene

ricondotta nella casa paterna, qui viene trattata con indifferenza ed isolata al

fine di metterla a disagio e di farle desiderare il convento. Scoperto il suo

innamoramento per un paggio, Gertrude viene imprigionata in una stanza. per

uscire da quella segregazione, ella si dichiara disposta a scegliere la vita

consacrata.

CAPITOLO X

L' autore continua la narrazione della vita di Gertrude. Colta in un momento di

debolezza, Gertrude, forzata dal padre, accetta di entrare in convento, viene

così dato l'annuncio della decisione della ragazza ed iniziano i festeggiamenti.

Dopo le ultime raccomandazioni sul contegno da tenere e sulle risposte da dare

alla badessa, Gertrude viene condotta nel monastero per la presentazione della

domanda di ammissione. in convento vengono organizzati grandi festeggiamenti.Tra

il principe e la badessa avviene un colloquio molto formale volto a stabilire la

sincerità della vocazione di Gertrude. Ritornata a casa, Gertrude sceglie la

"madrina" che l'accompagnerà alla monacazione. il vicario incaricato di valutare

la sincerità della vocazione di Gertrude interroga la fanciulla, la quale, per

timore del padre, mente e dichiara di scegliere liberamente la vita claustrale.

Gertrude diviene "monaca per sempre" e maestra delle educande. La vita del

chiosco non allontana però la giovane dalle passioni terrene. i suoi primi anni

in monastero sono dunque segnati dall'odio verso le altre suore e da improvvisi

cambiamenti d'umore. La giovane donna si lascia sedurre da Egidio, un nobile che

abita in un palazzo attiguo al monastero: sotto la sua nefasta influenza

Gertrude si lascia trascinare dalle passioni più violente e giunge all'omicidio

di una conversa. Qui termina la biografia di Gertrude e l'autore torna al

colloquio con Lucia. Rimasta sola con Lucia, Gertrude le pone domande indiscrete

sui suoi rapporti con Renzo e con don Rodrigo. Lucia confida alla madre la

propria inquietudine per la stranezza della signora, ma Agnese tranquillizza la

figlia. Le due donne vengono accolte nel convento, alloggiate nel quartiere

della fattoressa attiguo al chiostro e trattate come se fossero addette al

servizio del monastero.

CAPITOLO XI

Dopo la digressione rappresentata dalla storia di Gertrude, l’attenzione del

Manzoni si rivolge a don Rodrigo, quasi per costituire un motivo di distensione

dopo le losche vicende narrate. Al sicuro fra le robusta mura del suo

palazzotto, ritroviamo il tiramelo che, dopo aver curato in tutti i suoi

particolari il piano per soddisfare il suo puntiglio, attende con animo

crucciato, in preda all’ansia, spaventato della sua stessa audacia, il ritorno

dei bravi dalla spedizione. Appreso dal Griso, in un colloquio agitato, il

fallimento di quella, impartisce ordini, perché si recuperi la bussola, si

faccia una ambasciata intimidatoria al console del villaggio, si indaghi sugli

strani avvenimenti di quella notte. Segue il dialogo con il cugino Attilio, che

gli promette il suo interessamento presso il conte zio affinché padre Cristofaro

sia allontanato da Pescarenico. Il Griso recatosi di buon mattino al paese

apprende che i promessi sono fuggiti, che Lucia ha trovato ricovero in un

convento di Monza. Al suo ritorno, don Rodrigo gli ordina di recarsi in quella

città per studiare l’opportunità di un nuovo colpo. Le ultime pagine del

capitolo sono per Renzo. In cammino verso la città tumultuosa, ha l’animo pieno

di mestizia per la repentina separazione da Lucia, per aver dovuto abbandonare

il paese, la casa. Solo il paesaggio attirando il suo sguardo, lo distrae di

tanto in tanto dai tristi pensieri. Giunto a Milano, Renzo si trova di fronte ai

primi segni dell’imminente rivolta, senza per altro sapersene rendere conto. La

scena ci fa sorridere: la meraviglia del giovane di fronte ad un sacrilegio, per

quei pani e per quella farina gettati per terra, la sua esitazione nel

raccoglierli, la lentezza sospettosa dell’atto, il ragionamento ad alta voce ed

infine la fame che prevale su ogni considerazione. Tra queste righe possiamo

leggere la riprovazione di un animo profondamente cristiano per l’indegno sciupo

di farina e di pane, simbolo della Provvidenza. Apprende poi dopo, che tale

abbondanza non è altro che un momento che si fa spazio nella rivolta per

prendere fiato. L’ordinamento sociale, la vita economica del paese erano ridotti

in tale miserevole stato, per incapacità e cattiva volontà dei governatori e

l’uomo onesto riconosceva necessario un mutamento, comunque avvenisse, anche con

un atto di violenza. Vedremo che questo convincimento, frutto di un sordo

rancore per tante ingiustizie, per tanti torti subiti, farà sì che Renzo, prenda

parte ai tumulti: vuole anch’egli operare per una società migliore, per vivere

fondato sulla giustizia.

CAPITOLO XII

Ha qui inizio un altro episodio che il Manzoni tratta con la sua abituale

precisione, con il consueto movimento drammatico di fatti, di gesti, di figure e

passione e senza risparmio di commenti di carattere morale. All’umile, singolare

vicenda dei due promessi, alla semplice e monotona vita di un piccolo centro di

campagna, si innesta e si intreccia la vita di tutto un popolo nella sua

pluralità, avvenimenti di grande vastità e importanza storica, che travolgeranno

con il loro “vortice”, umili, potenti, i quali sol nel pericolo si sentiranno

pari agli altri fratelli. Di questi sconvolgimenti la divina Provvidenza si

servirà per portare ad effetto i suoi disegni. Protagonista di questo capitolo è

quindi la carestia. Il Manzoni aveva avuto modo di accennare alla disastrosa,

causata dallo scarso raccolto dell’annata, adesso ne analizza le cause e le

conseguenze sulla psicologia della fola, con un’acutezza degna di un trattato di

economia. La guerra per il ducato di Mantova, i saccheggi, la contrarietà delle

stagioni, il disinteresse del governatore don Gonzalo che, tutto ingolfato nelle

operazioni militari, aveva delegato ogni potere a Ferrer, l’incompetenza di

questi,avevano reso disastrosa la situazione alimentare del milanese.

Imbestialito per la fame, il popolo si ribella, assalta il forno delle grucce,

si impadronisce, facendone grande sperpero, della farina e del pane, poi, non

contento si dirige verso la casa del vicario di provvisione per fare giustizia

sommaria. In mezzo a questi burrascosi avvenimenti viene a trovarsi il nostro

Renzo, dapprima come spettatore, poi, da protagonista.

CAPITOLO XIII

Abbiamo lasciato Renzo in mezzo a burrascosi avvenimenti come innocente

spettatore, adesso lo ritroviamo da protagonista in mezzo alla folla che giunge

alla casa del vicario, mentre questi, preoccupato per le vicende accadute, stava

facendo un chilo agro e stentato. La descrizione del vicario è sottolineata da

un sorriso tra il malizioso e il compassionevole. E’ il ritratto di un uomo

mediocre e pauroso, sopraffatto da avvenimenti più grandi di lui, che ora gli

disturbano la digestione, ma che ben presto gli procureranno guai tanto

spiacevoli quanto inaspettati. E ciò è provato dalla sua reazione in questa

situazione, quel turarsi le orecchie per non sentire il rumore, quel protendere

le mani, quasi a sostenere la porta, sono gesti di un fanciullo, non di uomo,

tanto meno poi di un uomo vestito di pubblici poteri. Ben presto dagli urti e

dalle imprecazioni si passa all’azione: cento mani picchiano contro la porta nel

tentativo di abbatterla, il vicario corre a nascondersi tutto tremante in

soffitta. Tra la folla si distinguono delle voci che invocano la morte del

vicario, tra questi ve n’è uno proprio accanto a Renzo: un vecchio mal vissuto e

sanguinario, da cui occhi infossati, dalle canizie vituperose traspare un che di

lugubre e truculento. C’è dell’atroce in quel sogghigno, nel gesto con cui sono

agitati e mostrati gli arnesi del delitto. A questo punto interviene Renzo a

difesa di un comportamento più cristiano da parte di coloro che aspettano una

grazia. Ma come sempre quando si prendono le difese, anche e giuste, della

vittima designata dal furore comune si rischia di passare per dei fautori.

L’accusa scagliata contro Renzo, passando bocca in bocca, raggiunge dimensioni

impensate. In aiuto del povero Renzo, giunge una scala che, accentrando su di se

l’attenzione, diventa di colpo la protagonista della scena drammatica. Proprio

mentre la situazione si fa più critica, arriva Ferrer, il quale, con il pretesto

di portare in prigione il vicario, vuole sottrarlo alla ferocia popolare e la

folla è tanto ingenua quanto crudele. Il pensiero che Ferrer sia venuto per

aiutare il vicario, ma amante della legalità si adopera con grande zelo perché

la carrozza del gran cancelliere possa attraversare la folla e arrivare davanti

al portone. La cosa riesce. Ferrer entra in casa e ne esce dopo con il vicario

terrorizzato attaccato alla sua toga; salgono ambedue in carrozza e riescono ad

allontanarsi. Sebbene personaggio secondario, privo, a differenza di altri

personaggi manzoniani di una sua storia interna, il gran cavaliere spagnolo, che

è stato la causa principale della carestia e dei tumulti, acquista rilievo e

validità artistica in queste pagine, in cui lo troviamo al centro degli

avvenimenti da lui provocati. Nella scena che ce la presenta quando va in

carrozza a salvare il vicario di provvisione, mentre questi sta per cadere nelle

mani del popolo eccitato, risulta tutto il suo carattere. Creatura, tutta

furbizia e diplomazia, che sa sfruttare la sua popolarità. C’è nel personaggio

di Ferrer il peso di un’evidentissima bivalenza: figura autonoma, inventata con

estrema acutezza e, insieme, pretesto per arricchire il contorno di nuovi e più

complessi riferimenti umani e psicologici.

CAPITOLO XIV

Nelle prime pagine di questo capitolo, il Manzoni, con fine intuito e

psicologico, disegna varie figure di birboni e di istigatori. Rimasti, dopo

essersi tanto adoperati, delusi perché il tumulto si è risolto senza spargimento

di sangue, non sanno e non vogliono rassegnarsi, tentano ancora sino a quando,

sopravvenuti i soldati, vedendosi in troppo pochi per fare qualcosa, se ne

vanno, o dritti senza pensarci un momento, perché la paura è grande, oppure, più

furbi, con tutta calma, facendo finta di nulla. L’analisi manzoniana sottolinea

gli umori vari dei popolani, si susseguono, si infittiscono i discorsi che

traducono l’intimo sentire, il carattere di ciascuno; del generoso, di colui che

si autoloda compiaciuto di se stesso, della sua azione che travisa gonfiandola,

del semplicione, dl furbo, che intuisce come terminano certe cose e finisce per

cogliere nel segno dell’insoddisfatto. L’attenzione del Manzoni torna poi ad

appuntarsi su Renzo per presentarlo, in un atteggiamento del tutto nuovo, fonte

di situazioni imprevedibili, trattate con raffinato senso dell’umorismo. Dopo

aver esposto le proprie idee sulla rivolta, sulla giustizia,ecc.., Renzo,

scambiato per uno dei capi della rivolta, cade tra le grinfie di uno sbirro

travestito, il quale, approfittando della sua scarsa conoscenza della città,

vorrebbe portarlo caldo caldo in prigione, con il pretesto di trovargli un

alloggio per la notte. Per fortuna preferisce entrare nella prima taverna che

incontra, sempre seguito però dal suo pericoloso accompagnatore. Gli avvenimenti

così densi e vari, che il giovane non era abituato a vivere nella sua semplice e

modesta giornata di contadino, producono nel suo animo un’insolita agitazione,

creano uno stato d’animo d’esaltazione, di ebbrezza. Tornando un po’ a ritroso

nelle pagine del capitolo, ricordiamo Renzo, mentre osserva la folla in tumulto

ripercorre con la mente la sua vicenda, la tragedia di un’intera popolazione,

diventa la sua personale tragedia; rivede il suo piccolo, chiuso mondo, ripensa

a don Abbondio, a don Rodrigo, al dottor Azzecca-garbugli, ai bravi, il core gli

balza in petto al ricordo di tutte le ingiustizie patite, che lo hanno così

improvvisamente e dolorosamente allontanato dalla sua Lucia. Nell’atto di forza,

con , il quale la rivolta si esprime, il giovane intravede la possibilità di

tagliare il male alla radice, di cambiare il sistema perché cambino gli uomini,

ponendo così fine ad ogni tipo di prepotenza, instaurando un mondo migliore, un

mondo un po’ più da cristiani, com’egli lo definisce nella sua ingenuità, e

semplicità di montanaro. Allora da spettatore diviene attore: aiuta Ferrer,

interviene nei discorsi della folla con l’ansia di chi soffre, l’ardore di che

spera e crede con animo puro. Ed è per questa sua fervente partecipazione che

viene scambiato per uno dei capi della rivolta e condotto nell’osteria dove il

suo accompagnatore traditore suscita grande preoccupazione nell’oste. Dopo aver

bevuto diversi bicchieri di un vinello traditore, Renzo si ubriaca ed imbastisce

un gustoso dialogo con gli altri avventori. Non ragiona e quando vuol farlo

sragiona, ripete i medesimi concetti con parlare confuso, da balbuziente. I

movimenti sono pesanti e incontrollati, si immalinconisce, rimane assorto,

chiuso in un silenzio tragico. A questo punto il pensiero, tra i fiumi di vino e

l’innalzare dei ricordi, gli è corso a Lucia, e la commozione è naturale; ma

l’ebbrezza ne deforma e ne fa degenerare la muta manifestazione, così da

renderla svenevole e sguaiata. Ad approfittare della situazione giunge lo sbirro

che coglie l’occasione per strappargli nome e cognome.

CAPITOLO XV

E’ questo il capitolo della furberia: furbo l’oste nel proteggere i propri

interessi, furbo il notaio criminale nel suo tentativo di cavarsi d’impiccio e

di mettere in trappola Renzo. Alla fine chi esce vincitore è proprio il meno

esperto, il più ingenuo dei tre. Dopo aver portato a letto Renzo con gran

fatica, l’oste lascia la moglie a cura degli affari, non senza prima averle dato

tutti i suggerimenti e i consigli sul modo di comportarsi con gli avventori. Il

discorso dell’oste alla moglie è frutto di amara esperienza, di scetticismo, di

una particolare, amara filosofia della vita, che egli si è formato con gli anni.

La dominazione straniera, i capovolgimenti politici hanno tolto all’oste ogni

coraggio di affermare le proprie idee, di lottare per la verità e per la

giustizia. Quel che conta per lui è il denaro, il resto non sono che <<

corbellerie >>, dinanzi alle quali, chiuso nel suo egoismo, rimane impassibile,

indifferente. Si avvia un poi difilato al palazzo di giustizia, ripensando al

guaio che gli è capitato proprio quando meno se lo aspettava, e in un giorno

come quello. C’è nella figura dell’oste preoccupato, il rimpianto, un poco

astioso, che tutta la sua politica e il suo giudizio non siano valsi a fargli

finire in pace quella maledetta giornata, e d’altro lato affiora sempre una

certa compassione per il povero giovine e una viva irritazione per quel

malaugurato avvenimento. Al notaio criminale denuncia il rifiuto a declinare le

generalità, in un colloquio dalle battute gustose, in cui alle intimidazioni e

alle insinuazioni dell’uomo ella legge contrappone la sagacia, l’ironia, il

coraggio dell’uomo del popolo che difende la propria onestà. Il tono tra serio,

stizzoso, burlesco e umoristico dell’oste, dà a tutto il discorso un carattere e

un sapore inconfondibile;l’oste rivela la sua anima, certo non proprio eccelsa,

né troppo generosa, ma nemmeno del tutto egoistica e, in fondo, non malvagia. Al

mattino Renzo ha la sgradita sorpresa d’essere svegliato dai birri. S’ingaggia

una battaglia d’astuzie tra il notaio, il quale avendo fiutato il vento infido,

vorrebbe portare in prigione il suo uomo senza far troppo chiasso e per questo

lo prende con le buone e Renzo che, compresa la particolare situazione, con

intraprendenza e decisione, non solo si fa restituire la lettera di fra

Cristofaro e il denaro, ma giunge sino ad insultare i birri, i quali non

reagiscono perché trattenuti dalle eloquenti occhiate del notaio. Ammanettato di

sorpresa il giovane, si avviano. L’astuzia nascosta dalle lusinghe sarebbe

andata bene per il Renzo ingenuo che abbiamo conosciuto fin qui; adesso il

pericolo ha risvegliato in lui la sopita furbizia contadina e il notaio rimarrà

battuto e deluso. Lungo la strada Renzo infatti spia l’occasione buona per

fuggire. Quando si accorge che la folla, ancora in fermento per gli avvenimenti

del giorno precedente, s’è infittita, si rivolge ad essa: questa si stringe

minacciosa intorno agli sbirri e al notaio, i quali, sentendosi in pericolo,

lasciano i manichini che stringevano i polsi di Renzo; il giovane può così

rapidamente allontanarsi.

CAPITOLO XVI

Renzo sfugge agli sbirri e , rifiutando l'ipotesi di chiedere asilo in un

convento, corre via cercando di uscire dalla città e dallo stato. non sapendo

orientarsi nella città, Renzo, dopo aver esaminato attentamente alcuni passanti,

chiede informazioni ad uno di essi che gli ispira fiducia. Il giovane attraversa

la città e, superando con indifferenza un presidio di soldati, esce dalle mura

diretto a Bergamo. Renzo si allontana da Milano, ma , per il timore di

percorrere strade le strade principali, e per il desiderio di non attirare su di

sé sospetti chiedendo informazioni, sbaglia più volte direzione. Durante il suo

cammino egli ripensa ai fatti del giorno precedente ed esamina la sua

situazione. Giunto ad un'osteria isolata, il giovane pranza. Con uno

stratagemma, egli riesce poi a farsi indicare dalla vecchia ostessa la strada

per il confine. Verso sera, Renzo arriva nel paese di Gorgonzola, vicino al

confine, e qui cena in un'osteria. Cerca, senza esito, di ottenere dall'oste

delle indicazioni sul percorso da seguire per attraversare l'Adda, e passare

nella Repubblica veneta. Viene poi avvicinato da un cliente che gli chiede se

egli venga da Milano e se abbia informazioni sulla rivolta: Renzo fornisce

risposte evasive. Al gruppo degli avventori si aggiunge poi un mercante

milanese. Si tratta di un conservatore, metodico e nemico di ogni disordine, che

dà una propria personale versione degli avvenimenti. In particolare, egli dice

che i capi della rivolta sono stati tutti arrestati, tranne uno che, fermato in

un'osteria, è riuscito a fuggire. Il riferimento alla vicenda di Renzo è

evidente. Temendo di cadere nuovamente nelle mani della giustizia, Renzo lascia

l'osteria e va, quasi istintivamente, verso l'Adda.

CAPITOLO XVII

Uscito dall'osteria di Gorgonzola, Renzo prosegue il suo cammino nell'oscurità,

lungo le strade che, secondo il suo senso dell'orientamento, dovrebbero condurlo

all'Adda. Durante il tragitto, i suoi pensieri vanno al mercante e al suo

resoconto distorto e calunnioso. Dopo aver oltrepassato alcuni paesi ed aver

scartato l'ipotesi di chiedere ospitalità, Renzo si inoltra in una zona non

coltivata e poi in un bosco. Qui viene colto da uno oscuro timore, ma, proprio

quando sta per tornare sui suoi passi, sente il rumore dell'Adda e si precipita

verso il fiume. Non potendo attraversare il fiume, né potendo passare la notte

all'aperto, a causa del freddo, Renzo si rifugia in una capanna abbandonata.

Dopo aver recitato le preghiere della sera, il giovane tenta di addormentarsi ma

alla sua mente si affacciano ricordi dolorosi. Verso le sei del mattino

successivo, sullo sfondo di una magnifica aurora, riprende il cammino verso

l'Adda. Un pescatore traghetta Renzo sulla sponda bergamasca dell'Adda, di qui

in poi il giovane prosegue a piedi verso il paese del cugino. Renzo pranza

all'osteria; terminato il pasta, dona le ultime monete che gli sono rimaste ad

una famiglia ridotta, dalla fame, a mendicare. Giunto nel paese di Bortolo,

Renzo individua immediatamente il filatoio e lì trova il cugino, il quale lo

accoglie festosamente, dichiarandosi disposto ad aiutarlo,sebbene i tempi non

siano dei più propizi. I due cugini si informano reciprocamente sulla rispettiva

situazione e sulle vicende politiche dei propri paesi. Dopo essere stato

avvertito dell'uso bergamasco di chiamare "baggiani" i milanesi , Renzo viene

presentato al padrone del filatoio e assunto come lavorante.

CAPITOLO XVIII

La giustizia compie una perquisizione a casa di Renzo e interroga i suoi

compaesani. Don Rodrigo, intanto si compiace dei provvedimenti contro Renzo e

dal conte Attilio riceve nuovi incoraggiamenti e stimoli a proseguire nel suo

proposito. Ma il suo compiacimento è turbato dalle notizie su Agnese e Lucia,

riferitegli dal Griso. egli è dunque sul punto di abbandonare l'impresa poiché

il monastero e la presenza in esso della potente Gertrude costituiscono per lui

un ostacolo insormontabile. Prevale però il timore dell'onta per la sconfitta, e

Don Rodrigo decide così di tentare nuovamente il rapimento di Lucia, avvalendosi

dell'aiuto di un nobile tristemente noto per le sue imprese criminali:

l'Innominato. Intanto Lucia e Agnese vengono informate dalla fattoressa che

Renzo è ricercato per i fatti del tumulto, mentre un pescatore, incaricato de

fra Cristoforo, nel confermare la notizia, aggiunge che il giovane ha trovato

riparo nel Bergamasco. Le due donne continuano la loro vita nel monastero,

confortate dalle notizie rassicuranti su Renzo, che fra Cristoforo invia loro

tramite i suoi messaggeri. Lucia è entrata in maggior confidenza con Gertrude e

passa con lei molto del suo tempo. Non avendo più ricevuto notizie da fra

Cristoforo, Agnese decide di abbandonare il convento e di passare da Pescarenico

prima di tornare a casa. nel suo viaggio è aiutata dal pescatore che aveva

portato le prime notizie certe di Renzo. Giunta a Pescarenico, Agnese apprende

da fra Galdino che padre Cristoforo è stato trasferito a Rimini; la donna torna

così al proprio paese in preda allo sconforto. qualche giorno prima il conte

Attilio si era rivolto ad uno zio, membro del Consiglio segreto, perché questi,

che è in confidenza con il padre provinciale dei cappuccini,intervenga per far

trasferire padre Cristoforo. Per convincerlo, Attilio espone una propria

versione dei fatti, menzognera e calunniosa.

CAPITOLO XIX

Il conte zio organizza un banchetto al quale vengono invitati alcuni illustri

esponenti della nobiltà milanese, alcuni parassiti sempre in accordo con il

padrone di casa, e il padre provinciale dei cappuccini. Durante il pranzo, il

conte zio guida la conversazione sul proprio soggiorno madrileno e sui privilegi

accordatigli in quell'occasione; mentre il padre provinciale parla della curia

romana e del prestigio dei cappuccini. Terminato il pranzo, il conte zio,

parlando con il padre provinciale, insinua che fra Cristoforo abbia appoggiato

Renzo nell'azione rivoltosa del tumulto milanese. il religioso assicura che

prenderà informazioni, e il conte è costretto a parlare anche del contrasto tra

il frate e Don Rodrigo. Tra velate minacce e richiami al prestigio della

famiglia, il nobile suggerisce di trasferire fra Cristoforo. Dopo aver accennato

a una debole difesa del frate e ad una più accesa difesa del prestigio

dell'ordine, il padre provinciale giunge ad un compromesso: trasferirà

Cristoforo in cambio di una tangibile prova d'amicizia verso il convento di

Pescarenico, da parte di don Rodrigo. Al convento di Pescarenico, giunge, una

sera, l'ordine di trasferimento per padre Cristoforo, ma il padre guardiano lo

comunicherà all'interessato solo il giorno successivo. Appresa la volontà del

padre provinciale, fra Cristoforo parte per Rimini accompagnato da un altro

cappuccino e profondamente angosciato per non poter più aiutare i suoi protetti.

Don Rodrigo, sempre più intestardito nel suo scopo, pensa di chiedere l'aiuto

dell'Innominato. Qui l'autore narra brevemente la storia dell'Innominato, le sue

azioni violente, il suo atteggiamento verso la legge. Viene descritta la sua

dimora, posta sul confine tra il Milanese e la Repubblica veneta, in modo da

poter trovare rifugio nell'uno o nell'altro stato. Dopo molti ripensamenti,

dovuti anche alle differenze che vi sono tra lui e l'Innominato, don Rodrigo

decide di richiedere il suo aiuto e di andare al suo castello con un seguito di

bravi.

CAPITOLO XX

Il castello dove l'Innominato conduce la sua vita solitaria è posto in un luogo

elevato, selvaggio e aspro dove solo gli amici e gli uomini dell'Innominato

osano avventurarsi. Al castello si accede attraverso una ripida strada in

salita, all'inizio della quale, quasi fosse un posto di guardia, si trova la

taverna della Malanotte.Qui giunge don Rodrigo e viene accolto da un ragazzaccio

armato di tutto punto. Dopo aver deposto le armi, il signorotto viene

accompagnato al castello dai bravi dell'Innominato, mentre i suoi

accompagnatori, ad eccezione del Griso, devono rimanere alla taverna.

L'Innominato è un uomo sulla sessantina, dalla forza straordinaria, don Rodrigo

gli chiede di far rapire Lucia e, seppure a malincuore, l'Innominato accetta,

sapendo di poter contare sull'aiuto di Egidio, l'amante di Gertrude. Licenziato

don Rodrigo, l'Innominato ripensa ai suoi crimini a appare terrorizzato

dall'idea della morte e del giudizio divino. Anche il pensiero del rapimento di

Lucia lo turba; ma per non ascoltare la voce della propria coscienza, egli invia

subito il Nibbio, il capo dei suoi bravi, da Egidio per predisporre il piano

criminoso. Convinta da Egidio a farsi complice del rapimento, Gertrude,

nonostante le resistenze della ragazza, riesce ad inviare Lucia fuori dal

convento con il pretesto di portare un messaggio al padre guardiano dei

cappuccini. Giunta in una strada solitaria, Lucia viene avvicinata con l'inganno

dai bravi dell'Innominato e caricata a forza su una carrozza. Durante il viaggio

verso il castello dell'Innominato, il Nibbio, pur bloccando con la forza i suoi

tentativi di fuga, cerca di rassicurare la ragazza. Lucia prega i suoi rapitori

che la lascino andare, vista poi l'inutilità delle sue richieste, rivolge le sue

preghiere a Dio. Nel vedere la carrozza che si avvicina alla Malanotte,

l'Innominato è tentato di sbarazzarsi rapidamente di Lucia e di farla condurre

direttamente da don Rodrigo. Ma la sua coscienza gli consiglia di tenere ancora

la fanciulla presso di sé.Il nobile manda dunque a chiamare una vecchia serva e

le ordCAPITOLO XXI

Lucia viene caricata su una portantina, e, assieme alla vecchia incaricata

dall'Innominato di farle coraggio, viene trasportata al castello. Le preghiere

di Lucia non commuovono la donna, ma le portano alla mente una religiosità

dimenticata. Il Nibbio intanto corre dall'Innominato per riferirgli l'esito

della missione, e confida al suo padrone di aver provato compassione per Lucia.

Sorpreso dalle dichiarazioni del Nibbio, l'Innominato decide di vedere di

persona la fanciulla. Lucia prega il nobile di liberarla, ricordandogli il

perdono divino quale compenso per gli atti di misericordia. L'Innominato, sempre

più turbato dalle preghiere della giovane, lascia intuire che la libererà

l'indomani. Lucia rimane sola con la vecchia, la quale, tra lo stizzito e il

terrorizzato, cerca, in modo un pò goffo di farle coraggio. la fanciulla però

rifiuta il cibo e il letto preparati per lei e resta accucciata a terra. Lucia

rimane in una condizione di dormiveglia e nella sua mente si affollano le

immagini terribili della giornata. Risvegliatasi poi completamente, inizia a

pregare e, in cambio della liberazione da quella prigione, fa voto di castità

alla Madonna. Infine, rasserenata, si addormenta all'alba. Frattanto

l'Innominato, dopo il colloquio con Lucia, non riesce a liberarsi dall'immagine

della fanciulla. Messosi a letto, egli cerca di recuperare il temperamento di un

tempo, ma ogni pensiero di imprese criminose gli riesce sgradevole; il futuro

gli si presenta privo di interesse e il passato diventa una fonte inesauribile

di rimorsi. Giunto ormai alla disperazione, si appresta al suicidio, ma

l'eventualità che esista una vita eterna lo induce a desistere, il ricordo delle

parole di Lucia sul perdono divino riaccende però in lui la speranza e decide

che libererà la fanciulla il giorno successivo. All'alba, l'Innominato sente un

suono allegro di campane e vede gente festosa nella valle, incuriosito, incarica

un suo bravo di verificare le ragioni di tanta animazione.

CAPITOLO XXII

Un bravo informa l’Innominato che i villaggi vicini sono in festa per la visita

del vescovo. Rimasto solo, l’Innominato si interroga sui motivi che spingono a

festeggiare l’arrivo di quell’uomo. Poi, mosso dal desiderio di ascoltare parole

di consolazione, decide di recarsi a colloquio dal vescovo. Prima di scendere in

paese l’Innominato passa a far visita a Lucia. Trovandola addormentata, ordina

alla vecchia di far nuovamente coraggio alla fanciulla, poiché egli farà tutto

ciò che ella vorrà. L’Innominato giunge in paese tra lo stupore tra lo stupore e

il timore della gente, che mai lo aveva visto senza un seguito di bravi. Fattosi

indicare il luogo ove poter trovare il cardinale, vi si reca, seminando

inquietudine tra i sacerdoti lì raccolti e nell’animo del cappellano crocifero

al quale egli chiede di poter vedere il vescovo. Comincia qui la biografia del

cardinale Federigo Borromeo. Federigo nasce da una delle più illustri famiglie

lombarde, della quale fa parte anche il vescovo di Milano, Carlo Borromeo,

beatificato pochi anni dopo. Fin dall’infanzia pone attenzione al rispetto dei

principi cristiani. Adolescente, Federigo sceglie la vita consacrata e, nel

collegio di Pavia, si dedica allo studio, alla catechesi e ad opere di carità.

La sua vita è un esempio di fede e di profonda umiltà. Nominato vescovo di

Milano, egli continua, malgrado la prestigiosa carica, la sua scelta di vivere

all’insegna della povertà e della carità. All’impegno pastorale aggiunge quello

culturale, fondando la biblioteca Ambrosiana: un’istituzione innovativa che fa

del suo fondatore un precursore dei moderni uomini di cultura. Il carattere mite

e affabile completa poi il ritratto morale di Federigo, facendone un esempio di

vita cristiana, pur non privo di difetti sotto il profilo delle opinioni in

materia di scienza e di cultura. L’autore completa il capitolo parlando delle

opere letterarie e saggistiche del cardinale.

CAPITOLO XXIII

Il cappellano crocifero avverte il cardinale Federigo della visita

dell’Innominato, e, nel contempo, lo invita a non riceverlo perché si tratta di

un uomo pericoloso. Federigo invece insiste per vederlo immediatamente.

Borbottando tra sé, il cappellano introduce l’Innominato presso il vescovo, il

quale lo accoglie a braccia aperte. Con un fare cortese e con parole amichevoli,

Federigo mette l’Innominato a proprio agio e lo induce a rivelare i suoi

turbamenti. Gli parla poi del perdono divino e a quelle parole, l’Innominato

scoppia in pianto: la sua conversione è avvenuta e i due possono abbracciarsi.

L’Innominato racconta poi al vescovo la vicenda di Lucia e dichiara di volerla

liberare subito. Federigo manda a chiamare il cappellano, il parroco del paese e

don Abbondio, affinché si possa organizzare la liberazione di Lucia. Il

cappellano annuncia la conversione dell’innominato ai sacerdoti riuniti, poi

chiama il parroco e don Abbondio, quest’ultimo si fa avanti svogliatamente e

dopo alcuni tentennamenti. Al parroco del paese il cardinale ordina di trovare

una donna che faccia coraggio a Lucia durante la sua liberazione. A don Abbondio

chiede invece di accompagnare l’innominato fino al castello per prendersi poi

cura della fanciulla: il curato accampa scuse per evitare di viaggiare con

quell’uomo che lo spaventa, ma alla fine è costretto ad eseguire gli ordini.

L’Innominato e don Abbondio si apprestano ad iniziare il viaggio assieme al

lettighiero e alla donna incaricata dal parroco. Nell’attraversare la piazza

gremita di gente l’Innominato è guardato con ammirazione dalla folla che ha già

saputo della sua conversione. Usciti dall’abitato, don Abbondio, ancora dubbioso

circa il reale pentimento dell’Innominato, comincia un lungo soliloquio, nel

quale se la prende con coloro che hanno minacciato il suo quieto vivere. Accusa

don Rodrigo di cercare sempre guai e di coinvolgervi anche gli altri.

All’Innominato rimprovera il troppo clamore suscitato dalla sua conversione; e

al cardinale, la precipitazione nel fidarsi ?????????????????>? di quell’uomo e,

soprattutto, nell’affidargli il destino di un sacerdote. L’Innominato intanto

appare turbato dai rimorsi e dalle preoccupazioni per la nuova vita. Il gruppo

oltrepassa la Malanotte e giunge nei pressi del castello, dove i bravi guardano

con rispetto e perplessità il loro signore. Una volta arrivati sulla spianata

antistante il castello, l’Innominato prega la donna di far subito coraggio a

Lucia; poi l’accompagna, assieme a don Abbondio, nella stanza dove è rinchiusa

la ragazza.

CAPITOLO XXIV

Lucia sente l’Innominato bussare alla porta e, subito dopo, vede entrare nella

stanza una donna e don Abbondio; la fanciulla, sbalordita, è rincuorata dalle

buone parole della donna e dalle rassicurazioni del curato. Nell’uscire, Lucia

incontra poi l’Innominato e, dopo un primo moto di paura, trova la forza per

ringraziarlo. Lucia e la donna salgono infine sulla lettiga e il gruppo si avvia

verso il villaggio. Sulla lettiga, la donna continua a rassicurare Lucia e la

informa sull’identità dell’Innominato, a quella rivelazione la ragazza ha un

nuovo sussulto e grida al miracolo. Intanto don Abbondio è colto da nuove paure:

teme che la mula che sta cavalcando lo getti nel precipizio, che i bravi

dell’Innominato lo “martirizzino”, e che don Rodrigo possa incolparlo del

fallimento dei suoi piani. Il curato, sempre parlando con se stesso, se la

prende dunque con il vescovo, infine stabilisce di affidare alle chiacchiere di

Perpetua il compito di riferire a don Rodrigo la propria estraneità ai fatti.

Giunto in paese, si avvia poi verso la sua parrocchia senza neppure salutare il

cardinale. Appena arrivata a casa, la donna che è la moglie del sarto del paese,

fa accomodare Lucia in cucina e incomincia a preparare il pranzo. La fanciulla

intanto, ripensando al voto di castità pronunciato la notte precedente, si pente

di ciò che ha fatto, ma subito dopo rinnega quel pentimento momentaneo. Nella

casa fanno il loro ingresso il sarto e i figli; l’uomo, un popolano amante della

lettura, parla diffusamente della predica del cardinale e dell’obbligo alla

carità. Poi, per mettere in pratica quelle parole, fa portare da una delle

figlie,del cibo a una famiglia povera del vicinato. Intanto Agnese, condotta

verso la casa del sarto, incontra don Abbondio che le raccomanda di tacere a

proposito del mancato matrimonio; arrivata a destinazione, Agnese riabbraccia la

figlia e le due donne possono scambiarsi notizie sugli ultimi avvenimenti.

Agnese e Lucia ricevono poi la visita del vescovo e Agnese svela i particolari

della vicenda, mettendo l’accento sulle colpe di don Abbondio e omettendo ogni

riferimento al matrimonio di sorpresa. Ma Lucia, per amore di verità, rivela

anche quell’aspetto. Al termine del colloquio, Federigo sene va promettendo di

cercare notizie di Renzo. Parlando poi con il parroco, Federigo decide che, per


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flaviael

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in beni culturali
SSD:
Università: Verona - Univr
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Verona - Univr o del prof Danelon Fabio.

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