Percorsi della letteratura novecentesca
Il profilo del secolo
L’evoluzione della letteratura italiana nel Novecento si potrebbe meglio rappresentare come una serie di insiemi con intersezioni più o meno ampie. Su quest’evoluzione hanno pesato fattori storico-politici e socioculturali. Una scansione del Novecento letterario deve mettere in rilievo le dominanti di un periodo, senza però schiacciare o eliminare gli elementi di contrasto nella storia narrativa, i risultati più alti vengono da scrittori fuori dai circuiti di moda, come Svevo o Fenoglio.
Un altro aspetto da tenere costantemente in considerazione è il rapporto fra la letteratura italiana nel suo insieme e le tendenze internazionali, perché già con la fine del XIX secolo e sempre più con gli inizi del XX secolo la formazione dei nostri scrittori avviene molto spesso grazie ai contatti con movimenti e autori attivi altrove, soprattutto a Parigi e negli Stati Uniti (Marinetti ad esempio pubblica il suo Manifesto sul Futurismo a Parigi nel 1909).
I caratteri fondamentali
Quali sono i caratteri fondamentali del Novecento letterario italiano? Innanzitutto fondamentale è stata a lungo l’interazione fra la lingua nazionale, impostasi di fatto solo a fine Ottocento e i dialetti: questa dialettica linguistico-culturale dà origine in molti casi a forme di interferenza e di mescolanza che arriva a particolari forme di espressionismo (Gadda). La scelta della lingua italiana non è mai stata scontata (bilinguismo), ma da metà del secolo assume una valenza perlopiù difensiva (plurilinguismo).
Un’altra caratteristica della nostra letteratura è la notevole divaricazione tra il destino della poesia e quello della narrativa: mentre la prima è senz’altro dotata di una propria tradizione, la seconda appare continuamente rinnovata e azzerata (il che non vuol dire che non esista o non sia esistita una narrativa di alto livello).
Le varie forme dell’avanguardia
Introduzione al periodo (1900-1919)
Quando comincia il Novecento letterario italiano? Nel 1903 escono due opere che in un certo senso chiudono la fase ottocentesca della nostra lirica: i Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli e Alcyone di Gabriele D’Annunzio. Depurate degli aloni decadenti-tardosimbolisti, le novità lessicali e sintattiche, la poetica degli oggetti pascoliana e la sensualità della parola dannunziana saranno rielaborata lungo l’intero Novecento.
L’attraversamento del modello dannunziano, dominante all’avvio del secolo, inizia a ridosso del 1903, quando cominciano ad uscire le prime raccolte dei poeti crepuscolari: questi si rifacevano a modelli tardo realistici italiani e ai simbolisti franco-belgi, nei quali si fondevano malinconia e consapevolezza della marginalità della poesia nella società. Il maggiore degli autori del gruppo è Guido Gozzano.
Nel suo insieme, il crepuscolarismo non si configura come una tendenza trasgressiva e di rottura. Invece, proprio all’inizio del secolo esplodono a livello europeo le cosiddette avanguardie, movimenti artistici che intendono rompere definitivamente i ponti con le forme più tradizionali e di maniera. Tra di esse, il futurismo, lanciato nel 1909 da Filippo Tommaso Marinetti, raggiunse una diffusione capillare in Italia, ma non ottenne in letteratura risultati di grande valore, se non sul versante delle poetiche.
Fatto sta che le tendenze verso al lirica sono decisamente più forti rispetto a quelle verso la prosa narrativa (influenza dell’Estetica di Croce). In questo contesto sono rare le elaborazioni di un prose narrative sperimentali (Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal).
La fine di questa stagione varia e ricca di fermenti può essere indicata in un lasso di tempo relativamente ampio: di sicuro la prima guerra mondiale costituì un limite e un banco di prova per molte avanguardie. L’opera più innovativa nel panorama della lirica sino alla fine degli anni Dieci è Allegria di naufragi (1919) di Giuseppe Ungaretti, che portò a un limite estremo sia all’attenzione alla parola “pura” sia la disgregazione metrico-sintattica.
Su un altro versante, quello del teatro, il vertice della produzione sperimentale viene toccato con Sei personaggi in cerca di autore. Di fatto, con i primi anni Venti si avviò alla conclusione una fase liberamente sperimentale della nostra letteratura, che diede ancora molti frutti significativi ma non fu più dominante. Già nello stesso periodo cominciò ad affermarsi una volontà di ritorno all’ordine.
La poesia
Il crepuscolarismo
Una prima tendenza della lirica italiana che si comincia a staccare dal grande filone tardosimbolista-decadente è quella del crepuscolarismo. Il termine fu coniato da Giuseppe Antonio Borgese per indicare più un atteggiamento spirituale e quindi un campo dell’immaginario poetico, che non un preciso gruppo di autori: in effetti, il crepuscolarismo non è un gruppo coeso, bensì un movimento diramato in varie regioni d’Italia. Tale atteggiamento si basa sulla consapevolezza della lateralità della poesia nella società borghese-capitalistica, che comporta non un tentativo estremo di riscatto attraverso l’autoesaltazione e la ricerca di una vita “inimitabile” secondo il modello dannunziano, ma il restringimento della propria prospettiva vitale alle piccole cose quotidiane, alla banalità accettata ora con malinconia, ora con ironia. A questi aspetti si lega l’uso di un linguaggio ordinario, oppure un voluto abbassamento dell’aulico fatto scontrare con il prosaico.
I crepuscolari rinunciano ad investire di valori simbolici gli oggetti quotidiani, e semmai li nominano e descrivono in quanto espressioni di una cultura sempre più emarginata. Il tema dell’inettitudine diventa basilare per la costruzione dell’io poetico crepuscolare. Fra i primi poeti a distinguersi nel filone crepuscolare, Sergio Corazzini, Corrado Govoni e Marino Moretti. Una via distinta viene battuta dal torinese Guido Gozzano (1883-1916), il quale ripropone i temi già visti in una chiave ironica, riuscendo così a demistificare le mitologie del sublime, in particolare di D’Annunzio: mentre si riduce a metamorfosi estrema dell’inetto-clown, Gozzano riscatta la sua posizione mettendo in rilievo la falsità di quelle in voga.
Il futurismo
La prima e più consapevole avanguardia letteraria è il futurismo, nato a Parigi nel 1909 tramite il primo Manifesto di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), contenente il rifiuto totale di ogni forma di tradizione, l’accettazione del presente fatto di macchine e velocità, di forza e violenza e insieme una spinta verso il futuro in quanto espressione di un movimento incessante, rivoluzionario e mitizzato. Specie in ambito letterario, le indicazioni di poetica appaiono più interessanti dei risultati degli autori stessi.
Il primo settore di sperimentazione fu la poesia, tramite un secondo Manifesto del 1912: in esso si teorizzava l’eversione sintattica, l’abolizione degli aggettivi e degli avverbi nonché della punteggiatura, mentre sul versante “costruttivo” doveva dominare l’uso dell’analogia. In concreto, Marinetti raggiunge i risultati più interessanti della sua sperimentazione con le sue parole in libertà (Zang Tumb Tumb).
In realtà le opere più significative del futurismo vengono da altri autori, e addirittura da tendenze almeno in origine distinte da quella marinettiana. Infatti, se la prima diffusione del futurismo avviene a Milano, abbastanza presto si fa strada una variante che ha il suo baricentro a Firenze e i maggiori esponenti in Giovanni Papini, Ardengo Soffici e Aldo Palazzechi: qui prevalgono forme libere, quasi filastrocche scandite da ripetizioni fonico-ritmiche che si avvicinano in qualche caso al nonsense. Nel complesso, il futurismo si configura come il più forte tentativo di rifiutare le forme tradizionali mai effettuato in Italia, tanto che la sua diffusione risulterà capillare.
La linea espressionista
Confrontabile con la grande avanguardia europea appare un filone della letteratura italiana del primissimo Novecento definito in genere come espressionista. L’uso di molteplici varietà linguistiche dell’italiano, l’uso di un lessico raro e di neologismi, di una sintassi spezzata e complessa, si ritrova in numerosi autori degli inizi del secolo, che si potrebbero confrontare con quelli dell’espressionismo propriamente detto, anche se affiorano alcune differenze.
Molti degli autori inseribili nel filone italiano collaboravano alla rivista fiorentina “La Voce”: la loro scrittura si esplicitava soprattutto nella forma del frammento, ovvero in testi brevi e intensi, dalla forte evocatività e dalla tensione di tipo lirico anche quando era impiegata la prosa. Spesso lo scopo era quello di scavare nell’interiorità spirituale. Si ricordano fra gli esponenti maggiori Clemente Rebora, Giovanni Boine, Piero Jahier, Dino Campana e Camillo Sbarbaro.
Ungaretti e L’allegria
La produzione ungarettiana sino al 1919: il libro poetico più rilevante della fase primo novecentesca è senza dubbio L’allegria (1919) di Giuseppe Ungaretti (1888-1970). Studiò a Parigi ed entrò in contatto con alcuni esponenti delle avanguardie, fra cui Apollinaire. La traumatica esperienza della prima guerra mondiale lo portò alla scrittura de Il porto sepolto, che si distingue per l’assegnazione alla poesia di un’alta funzione, la ricerca di un “inesauribile segreto” che parte dall’ansia di giustificare un terribile trauma personale: di centrale importanza diventa dunque il valore simbolico e insieme salvifico della parola poetica. La frantumazione della metrica mira innanzitutto a ridonare una forte autonomia agli aspetti fonico semantici.
Altre opere di Ungaretti: nelle versioni successive dell’Allegria (1931 e 1942), Ungaretti tenderà a ridurre gli oltranzismi e a riportare i versi a una scansione più piana. Si tratta di un segnale sintomatico, che l’ha portato a riscoprire l’importanza della tradizione letteraria italiana ed europea.
La narrativa
Rispetto alla poesia, il quadro della narrativa italiana appare molto più vario e privo di linee davvero preminenti, visto che essa si presenta molto meno forte da un punto di vista della tradizione. La critica odierna tende ad individuare i testi più significativi in quelli di Luigi Pirandello, che pur partendo da premesse tardo veriste, si propone sin dal 1904 come sperimentatore e precorritore di alcune soluzioni metanarrative con Il fu Mattia Pascal.
Pirandello prosatore: Il fu Mattia Pascal e le Novelle per un anno
La formazione di Pirandello: Luigi Pirandello (1867-1936) nasce ad Agrigento e studia fra Palermo e Roma, dove conosce Luigi Capuana. Nelle prime opere, L’esclusa e Il turno, dietro l’apparente oggettività tardo verista, si colgono già alcuni spunti sintomatici della poetica pirandelliana, come l’impossibilità di stabilire verità oggettive o la necessità di cogliere i lati nascosti delle varie personalità. Da sottolineare l’elemento della scrittura umoristica.
Il fu Mattia Pascal: questo romanzo del 1904 è l’opera con cui Pirandello abbandona decisamente le strutture naturaliste-veriste per sperimentare intrecci inconsueti, che certamente debbono qualcosa alla narrativa umoristica. La stravaganza della vicenda costituisce la base umoristica che permette a Pirandello di porre in evidenza alcuni suoi temi fondamentali. Il primo è quello del contrasto insanabile tra la vita e la forma; collegabile ad esso è il contrasto fra la persona e il personaggio. I temi e la struttura fanno uscire decisamente Il fu Mattia Pascal dal tardoversismo e permettono di collocarlo fra quelli sperimentali del primo Novecento. Al fondo, si colgono nel testo le componenti della poetica pirandelliana più tipica: l’antipositivismo e l’antirazionalismo, la scomposizione del personaggio e la poetica umoristica.
I romanzi successivi: nei romanzi successivi a Il fu Mattia Pascal Pirandello approfondisce vari aspetti della sua poetica, come il rapporto uomo/macchina e lo scambio fra realtà e finzione (I vecchi e i giovani, Si gira…). Ultimo è Uno, nessuno e centomila, in cui il tema della mancanza di un’identità certa viene portato fino alle estreme conseguenze, facendo cogliere chiare propensioni antirazionalistiche.
Le novelle: alla narrativa breve Pirandello si dedicò fino al 1894, mentre nel 1922 progettò le Novelle per un anno, di cui ne compose 225 variando tra novelle comiche, drammatiche, surreali, umoristiche, ecc. L’assurdità dei comportamenti dei singoli e in genere dell’esistenza stessa emerge con forza in numerose novelle. La scrittura è, come quasi sempre nella narrativa pirandelliana, volutamente media ma non priva di preziosismi.
Prosatori espressionisti
Tra di essi vanno ricordati Enrico Pea, Lorenzo Viani e Federigo Tozzi.
Il teatro
Il teatro italiano del primo Novecento
Il teatro italiano dei primissimi anni del Novecento risulta ancora legato a schemi realisti-veristi (Giacosa, Puccini). Un tentativo di innovazione violente e avanguardistica viene anche per il teatro dai futuristi, che proponevano testi in “libertà”, parodie, battute satiriche o paradossali, insomma tutto l’armamentario più adatto a scandalizzare il pubblico borghese. Più duraturi furono i risultati di autori ricollegabili all’espressionismo per l’uso di una teatralità “grottesca” (Pier Maria Rosso di San Secondo). Ma l’innovazione più forte arrivo soprattutto coi drammi più sperimentali di Pirandello.
Pirandello drammaturgo: i Sei personaggi in cerca d’autore
La produzione drammaturgica sino al 1920: Pirandello cominciò a dedicarsi al teatro con costanza dal 1910. Le prime prove appaiono legate al mondo siciliano e ancora piuttosto convenzionali, ma a partire dal 1915-16 venne approfondita la costruzione del personaggio teatrale secondo l’umorismo e i concetti di forma e convenzioni sociali. Un ulteriore passo in avanti è con i primi drammi “grotteschi” del 1917-18 Così è (se vi pare) e Il giuoco delle parti, in cui l’ambiente borghese lascia progressivamente il posto a situazioni allucinate e in cui non è possibile distinguere fra il vero e il falso, perché è la verità stessa ad essere relativa.
I sei personaggi e la fase maggiore: la fase più importante del teatro pirandellino si apre nel 1921 con i Sei personaggi in cerca d’autore, in cui viene riutilizzato l’espediente del teatro nel teatro (aspetti metateatrali): il tema non è nuovo per Pirandello, ma è nuova l’applicazione in teatro. In questo grande dramma si giunge a decretare il rovesciamento del rapporto fra realtà e finzione. Sino al 1930 Pirandello continuò poi la sua produzione basata sullo schema del teatro nel teatro (Questa sera si recita a soggetto, Enrico IV).
I drammi dell’ultimo periodo: nell’ultima parte degli anni Venti Pirandello comincia a ripetere alcuni dei suoi temi e delle tecniche più collaudate, finendo per generare un “pirandellismo” d’autore. Più interessante appare il suo tentativo di uscire da questo filone, per tornare a sondare aspetti mitologici-simbolici, cari alla sua sensibilità antirazionalista (La nuova colonia, Lazzaro, I giganti della montagna).
La critica e il dibattito culturale
L’idealismo di Benedetto Croce e la critica letteraria
Il dibattito culturale e letterario nell’Italia dei primi due decenni del Novecento fu vivace e innovativo. La critica ufficiale vide instaurarsi il predominio di Benedetto Croce (1866-1952) con la sua Estetica (1902): egli teorizzò che l’arte doveva rimanere autonoma da qualsiasi finalità pratica; in particolare nella letteratura si doveva ricercare la liricità in senso assoluto, cosicché lo scopo della critica diventava quello di individuare i momenti di autentica poesia di un’opera, ovvero di perfetta sintassi di intuizione ed espressione. Croce divenne così il difensore della grande tradizione letteraria italiana sino a Carducci, mentre nei suoi numerosissimi interventi sulla letteratura contemporanea spesso attaccò, con sferzante abilità polemica, le sperimentazioni e gli eccessi. Le sue posizioni furono accolte sempre più largamente, anche se la loro rigidità bloccò per lungo tempo lo sviluppo di una critica accademica attenta alle nuove discipline applicabili allo studio letterario, come la sociologia, la psicanalisi, ecc.
La critica militante
Fra gli interlocutori di Croce si ricordano Giuseppe Prezzolini, Renato Serra, Giuseppe De Robertis, Carlo Michelstaedter.
Riletture della tradizione
Introduzione al periodo
Dopo la fine della prima guerra mondiale, la forza propulsiva delle avanguardie diminuì progressivamente. Tuttavia la fase delle sperimentazioni non terminò di colpo, anzi al contrario, se si pensa agli apporti dati da Joyce ed Eliot: loro imperativo fu quello di ricostruire un rapporto con la tradizione, peraltro sentita non come patrimonio stabile e rassicurante, bensì come grande serbatoio da cui estrarre i materiali adatti per sostenere la frammentarietà del presente: la tradizione ritorna ad agire in modo straniato, e quindi va reinterpretata. Quanto alle avanguardie, molte si esaurirono dopo l’esito della Grande Guerra e l’unica nuova che si presentò fu il surrealismo, iniziato a Parigi nel 1924, i cui risultati maggiori vennero dai tentativi estremi, come quello della scrittura automatica.
In Italia, l’avvento del fascismo (1922) condizionò ben presto pesantemente il dibattito culturale...
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