La storia del Virginian
Il Virginian era un piroscafo. Negli anni tra le due guerre faceva la spola tra Europa e America con il suo carico di miliardari, di emigranti e di gente qualsiasi. Dicono che sul Virginian si esibisse un pianista straordinario, dalla tecnica strabiliante. Dicono che la sua storia fosse pazzesca, che fosse nato su quella nave e che da lì non fosse mai sceso. Dicono che nessuno sapesse il perché. Questa che vi racconterò di seguito è la sua storia.
La visione dell'America
Succedeva sempre che ad un certo punto uno alzava la testa e la vedeva. Eravamo in più di mille su quella nave, tra ricconi, emigranti, gente strana e noi. Eppure c'era sempre chi la vedeva per primo, e si girava verso di noi dicendo lentamente: "L'America". E non si può pensare sia un caso. Era scritto nel loro destino. Quella è gente che da sempre c'aveva quell'istante stampato nella vita. Questo me l'ha insegnato Danny Boodmann T. D. Lemon Novecento, il più grande pianista che abbia mai suonato sull'oceano. Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno già visto. Io ne ho viste tante di Americhe su quelle navi.
Il viaggio sul Virginian
Quando c'ero salito per la prima volta avevo diciassette anni. E di una cosa mi importava nella vita: suonare la tromba. Venne fuori che cercavano gente per il piroscafo, il Virginian. Giù al porto io mi misi in coda: io e la tromba. Mi dissero che avevano già suonatori nella compagnia. Lo so, e mi misi a suonare. Lui se ne stette lì fermo senza muovere un muscolo e mi chiese: "Cos'era?". "Non lo so" risposi. Gli si illuminarono gli occhi. "Quando non sai che cos'è allora è jazz. Ci vanno matti per quella musica lassù" ribatté. Quel suo sorrisone mi fece capire che mi avevano preso.
Suonavamo tre o quattro volte al giorno. Prima per la gente di lusso, poi per quelli di seconda classe, ogni tanto si andava da quei poveracci degli emigranti e si suonava per loro, ma senza divisa, così come veniva. Suonavamo perché l'oceano è grande e fa paura, perché la gente non sentisse lo scorrere del tempo e si dimenticasse chi era, dov'era.
Benvenuto a bordo
Salutammo e dammo il benvenuto ai presenti sulla nave chiedendo ironicamente loro cosa gli avesse spinti a prendere parte ad un così lungo viaggio. Mancavano ancora sei giorni, due ore e quarantasette minuti e si arrivava a New York. Presentammo i componenti dello staff: Paul Siezinski, timoniere, ex sacerdote, polacco, sensitivo, purtroppo cieco. Bill Joung, marconista, grande giocatore di scacchi, mancino, balbuziente. Il medico di bordo e soprattutto Monsieur Pardin, lo chef da Parigi e Monsieur Camembert che oggi si è lamentato per aver trovato il lavabo pieno di maionese.
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