Civiltà comunale in Italia e letteratura in volgare
Alla fine del XII secolo e nel corso del XIII si afferma la società comunale in Italia. Le città iniziano a vivere una vera rinascita, attestata dall’aumento demografico. Tra il XI-XII secolo nascono i comuni come forme autonome di amministrazione cittadina. Il principale nemico di questa nuova istituzione è rappresentato dall’autorità imperiale, interessata a mantenere lo status quo. La vittoria del sistema comunale sarà però riconosciuta anche dall’impero e darà il via a una situazione policentrica che si rafforzerà sempre più.
D’altro canto non scompaiono le corti e la loro cultura. Nella regione meridionale dell’Italia continuano a persistere le monarchie, prima con i Normanni, poi con gli Svevi e infine con gli Angioini. Analoga situazione si mantiene in Spagna con gli Aragonesi e nello Stato Pontificio, in effetti a tratti monarchici. Il sistema comunale è molto vario al suo interno, caratterizzato dalle sue diversità locali. Di fianco al nuovo sistema istituzionale continuano a convivere le forme di potere medievale rappresentato dalle corti e dai feudi.
Diverse situazioni vanno nascendo: i comuni saranno terreni fertili per far sì che la borghesia prenda una volta per tutte il là per la sua irrefrenabile crescita. La Chiesa, dal canto suo, deve far fronte alla nascita di movimenti di riforma religiosa. Le città marinare (come Venezia) si proiettano verso il mondo degli scambi commerciali, i cui confini sono allargati dalle spedizioni contro i musulmani in Medio Oriente, le crociate.
In questo ambiente fervido e intraprendente si moltiplicano le università, nasce la filosofia della Scolastica e in campo artistico il romanico cede il passo al gotico. In campo letterario, accanto alla letteratura latina, vengono alla luce i primi esempi significativi di prosa volgare. Nasce così la poesia religiosa umbra, la poesia cortese siciliana della corte di Federico II, la letteratura morale lombarda e la poesia d’amore toscana e bolognese, che preludono allo Stilnovo. Accanto a questi movimenti scrivono anche autori ispirati dal movimento comunale, come il realista Cecco Angiolieri, ma anche altri ancora legati al mondo feudale, come Folgore da San Gimignano.
La frammentazione linguistica
Lo sviluppo di una nuova lingua volgare è incitato dagli esempi europei di uso letterario delle nuove lingue e dalle esigenze di comunicazione tra scrittori e i nuovi protagonisti sociali – borghesi, intellettuali e basso clero – che costituiscono un pubblico attratto da questa letteratura. Alla frammentazione geografica e politica corrisponde un’altra linguistica, così che le lingue volgari nuove sono più di una. Si possono distinguere tre grandi aree: quella dell’Italia settentrionale (provenzale, lingua d’oil, milanese, volgari padano-veneti, lingua franco-italiana), quella dell’Italia centrale (volgare toscano e fiorentino, volgari umbri), e l’Italia meridionale (siciliano).
Francesco d’Assisi
Nato ad Assisi nel 1181 da una ricca famiglia di mercanti, rinuncia da giovanissimo al proprio patrimonio e inizia un’opera d’intensa evangelizzazione, fondando un proprio ordine monastico, basato sulle due Regole, approvate da papa Innocenzo III e da papa Onorio III. La radicalità delle sue scelte e la spettacolarità dei gesti gli è valsa la definizione di “giullare di Dio” (cfr. Erich Auerbach), imponendosi rapidamente nell’immaginario popolare. Alla sua morte nel 1226, infatti, Francesco sarà già una leggenda.
Di Francesco ci sono giunte alcune opere in latino (le Regole, il Testamento e le Admonitiones), oltre che le lettere inviate ai suoi compagni e ai fedeli. La sua opera più nota è il Cantico di Frate Sole, considerato l’inizio della letteratura italiana.
Il Cantico di Frate Sole di San Francesco d’Assisi
Secondo una particolare tradizione, il Cantico sarebbe stato redatto in tre momenti diversi: il primo a seguito di una notte terribile conclusasi con una visione, il secondo dopo la sua mediazione per il rappacificamento tra il podestà e il vescovo d’Assisi, il terzo al momento imminente alla sua morte. Altrimenti chiamato Laudes Creaturarum, il Cantico riprende il modello biblico dei cantici e dei salmi, specie per la ripetizione di alcuni moduli sintattici (“Laudato sie”) e nell’utilizzo di una prosa ritmica organizzata in versetti con rime e consonanze.
Molti problemi interpretativi e filologici nascono ancora a riguardo dell’opera. Questione principale è, come già accennato, se sia stato scritto tutto nello stesso momento o in fasi separate. Secondo lo Speculum perfectionis e la Legenda perusina, biografie sulla vita di Francesco, il cambio di tono ai vv. 22-31 significherebbe un’interruzione evidente nella sua stesura e dunque supporterebbe la tesi della scrittura in diversi momenti.
Secondo Leo Spitzer, Francesco intende non solo lodare le cose in quanto tali o rispetto a Dio, ma anche e soprattutto in relazione all’essere umano (“utile” al v. 16). A differenza delle altre cose, però, l’uomo non è esaltato per la sua intrinseca bellezza e bontà: egli è immagine ambigua e doppia, gravato dalla possibilità di scegliere tra bene e male (v. 29). L’ottimismo riguardo al creato fa da contraltare alla visione pessimistica dell’uomo. In questo modo si fa netta una rottura tra le parti del Cantico, soprattutto dal punto di vista semantico. Sempre secondo Spitzer, anche se non vi sia compattezza contenutistica, l’omogeneità è garantita almeno a livello fonetico, con il suo ritmo cantilenante.
Secondo Giovanni Getto, al contrario, l’immagine del mondo è completamente positiva: anche le azioni e la natura umane sono in totale armonia con la volontà divina. Gli ultimi versetti rappresentano così l’uomo rappacificato con i suoi simili attraverso il perdono (vv. 23-34) e riconciliato a Dio tramite l’umiltà (vv. 27-31 e 33). Nell’universo francescano tutto porta significatione della bontà e della grazia divina.
In ambito filologico il dubbio principale è riguardo al significato da attribuire alla preposizione “per” nelle espressioni relative ai diversi elementi del creato. Col variare del senso della preposizione varia anche l’interpretazione complessiva del brano. Se “per” ha valore causale (dal latino propter) l’autore loda Dio per le qualità del mondo; se “per” è complemento d’agente (dal francese par) l’autore invita tutte le creature a lodare Dio per il fatto di essere state create; se “per” ha valore strumentale, l’uomo è l’agente che loda il Signore per mezzo delle sue creature; se “per” ha valore mediale-localistico (dal greco dià), l’autore può onorare Dio grazie alla lode che innalza al creato, medium tra l’uomo e la divinità.
L’ultima ipotesi sembra la più convincente e permette di capire appieno l’espressione porta significatione. Le creature non sono solo il simbolo per eccellenza della potenza divina, ma anche i mezzi che consentono all’uomo di raggiungere Dio attraverso la propria voce. Siccome la divinità non può essere né compresa né nominata direttamente, la lode è il solo modo con cui il fedele può esaltare direttamente Dio, partendo dalla presenza di Dio stesso nel mondo.
Sebbene le ipotesi dei critici siano piuttosto divergenti, il contenuto generale delle Laudes Creaturarum è abbastanza chiaro. Francesco, lontano da ogni forma di dolorismo (cfr. Jacopone da Todi), spinge l’uomo a gioire per la bellezza del creato e a sopportare umilmente la sofferenza. Persino il dolore è manifestazione di Dio sulla terra.
Il Cantico è una delle prime opere in volgare della letteratura italiana. La precisa intenzione del suo autore è proprio quella di farsi comprendere anche dalle persone più umili. Non per questo bisogna pensare che il Cantico abbia carattere popolare o di composizione ingenua, perché ha infatti carattere colto e ricercato. Questo perché si ispira direttamente alla Bibbia, in particolare al Salmo 148 e al Cantico dei tre fanciulli (libro di Daniele, III, 51-89). In secondo luogo l’aggettivazione a tre membri (vv. 1, 8, 11) od a tre (vv. 16, 19) rappresenta una sintassi reiterata su cui si innestano i differenti episodi della lode a Dio. In terzo luogo la prosa ritmica del Cantico è estremamente curata sul piano formale: è arricchita da anafore (“Laudato si’, mi’ Signore”), come rime (stelle:belle, vento:sostentamento, rengratiate:humiliate) e con assonanze (tucte/tue/creature, radiante/grande, sole /splendore/significatione). In quarto luogo è rilevante la presenza del cursus, un artificio retorico della prosa latina medievale che consiste in una sorta di cadenza prefissata, basata sull’accentazione delle ultime due parole: vengono qui utilizzate il cursus planus (polisillabo piano seguito da trisillabo piano, “peccata mortali”) e il cursus velox (polisillabo sdrucciolo seguito da quadrisillabo piano, “sanctissime voluntati”). In ultimo luogo il testo è scritto in una lingua che tenta di allontanarsi dai caratteri dialettali dell’umbro (le uniche rimanenze sono la “-u” a fine parola, l’epitesi “ène”, la terza persona plurale sul modello di “konfano”, il futuro in “-ano”, il verbo “sostengo” e la forma “messor”).
La spiritualità francescana
La spiritualità francescana, basata sulla povertà, sull’umiltà, sulla carità e sulla ricerca della pace, rappresenta una risposta alle diffuse esigenze di rinnovamento della Chiesa in senso evangelico: una risposta che non sconfina nella ribellione contro l’autorità e nell’eresia, ma si pone nell’alveo dell’ortodossia.
Nonostante Francesco disponga di un buon bagaglio culturale (conosceva latino e francese), egli rinunciò ai valori della propria cultura per incentrare tutto il suo messaggio nel ritorno alla semplicità e alla purezza del Vangelo. Propone così un nuovo modello di vita cristiana, lontano da quello di suoi contemporanei ecclesiastici che ostentavano le loro ricchezze. Verso la metà del XIII secolo, però, nacquero dei dissidi in grembo all’ordine francescano, con da una parte i Conventuali, che proponevano di attenuare le Regole, e dall’altra gli Spirituali, che intendevano seguire alla lettera i dettami francescani e anzi irrigidirli ulteriormente. Alla fine a prevalere saranno i Conventuali e papa Giovanni XXI provvederà ad espellere dall’ordine gli Spirituali, colpendoli con la scomunica.
Jacopone da Todi
Un altro importantissimo autore della letteratura volgare umbra è Jacopone da Todi. La sua è una poesia intensa e drammatica che esprime quell’ansia religiosa e quella tensione mistica che caratterizzano il Duecento. La lezione francescana è qui ulteriormente tradotta in un febbrile anelito a superare i limiti terreni ed a spogliarsi da ogni peso e costrizione legata al peccato.
Jacopone rifiuta infatti la filosofia, la dialettica, la ragione in generale, propendendo per una “follia mistica”, uno slancio appassionato verso Dio, che è ineffabile e inattingibile se non attraverso l’amore.
Nato Jacopo de’ Benedetti nel 1230-1235, esercitava la professione di notaio. Si dice abbia condotto una vita spensierata sino al momento in cui morì la moglie Vanna, della quale scoprì che indossava un cilicio. Entrato come laico nell’ordine minore dei francescani, appoggiò senza esitazione gli Spirituali. Appoggiò l’elezione al soglio pontificio di Celestino V ed osteggiò invece quella di Bonifacio VIII, contestandolo per la dura repressione dei compagni Spirituali. Condannato al carcere a vita, Jacopone viene liberato nel 1303 quando morì papa Bonifacio. Jacopone morirà nel 1306 a Todi.
L’attività di Jacopone consiste principalmente in 92 laude in volgare umbro, nella sequenza liturgica latina dello Stabat Mater ed in altri testi minori e di dubbia appartenenza. Oltre a quello di Jacopone ci è pervenuto anche il Laudario cortonese, giunto però anonimo.
La lauda jacoponica riprende i temi e le cadenze dell’innografia medievale, con temi metrici variabili ma riconducibili alla ballata: ogni strofa è costituita da pochi versi ed è seguita da un ritornello che si conclude con la medesima rima (frequente è lo schema ). Il ritmo che ne deriva è così monotono AAAX BBBX CCCX e ripetuto, quasi oppressivo, in sintonia con i contenuti della poesia.
Il tema principale del laudario è quello religioso, ma non mancano testi di polemica politica. Come già detto, Jacopone si basa sulla spiritualità francescana accentuandone i contenuti. Ecco che la natura non è più vista come bontà e tramite per arrivare a Dio, ma come simbolo del peccato. Il corpo umano merita di essere punito con le malattie e torture più atroci (laude doloristiche, cfr. O Segnor, per cortesia), mentre la morte è vista come una presenza inquietante ed ossessiva, ma comunque giusta per i peccati dell’uomo.
Altre laude esprimono invece la gioia spirituale ed ineffabile dell’esperienza mistica (O iubelo del core), tesa a quella esmesuranza, l’oltranza irraggiungibile della divinità anche affrontata da Dante. Altre mettono in contrapposizione la follia della vita cristiana di fronte alla semplicitas di matrice francescana. Altre ancora si risolvono in commosse rappresentazioni del dolore della morte di Cristo (Donna de Paradiso).
Anche se le laude jacoponiche si riconnettono a quelle francescane, esse assumono caratteristiche letterarie e stilistiche diverse. Qui è assai più accentuata la drammaticità, oltre che la religiosità arriva a livelli mistici. D’altra parte è anche più calcolato l’uso, sapiente, degli strumenti retorici e metrici. Oltre a Francesco, altri esempi per Jacopone erano i Flagellanti di Perugia o l’influenza, a livello filosofico-teologico, del mistico Bonaventura da Bagnoregio.
Nelle laude dialogate di Jacopone è già prefigurato il genere letterario-teatrale delle sacre rappresentazioni, tipiche del Trecento e del Quattrocento, allestite nelle piazze e recitate da attori non professionisti. Dall’Umbria di Jacopone si diffonderanno poi in tutta Europa, dalla Francia e Spagna sino all’Inghilterra.
La letteratura francescana
Attorno alla figura di Francesco d’Assisi, nel corso del Duecento, fiorisce un’ampia letteratura. Oltre alle opere in latino di Bonaventura da Bagnoregio e Tommaso da Celano, si sviluppa una vasta produzione orale e scritta, in gran parte legata all’ordine francescano. L’opera più famosa è l’Actus beati Francisci et sociorum eius, attribuibile a frate Ugolino da Santa Maria. Questi sono una raccolta di racconti, sia reali che fantastici, sulla vita del Santo di Assisi, che verranno volgarizzati un secolo dopo nei cosiddetti Fioretti.
La letteratura religiosa in volgare nell’Italia settentrionale
In quella regione chiamata Longobardia si sviluppa una letteratura religiosa con indirizzo didascalico e pratico-morale. Notevole è l’influenza dei Patarini che predicavano il ritorno alla povertà cristiana delle origini, prendendo come esempio lo spunto evangelico.
Da questo ambiente, in particolare da quello degli Umiliati, emerge la figura di Bonvesin da la Riva. Oltre a testi latini che denotano la sua non comune cultura (De Magnalibus urbis Mediolani), si accostano opere in volgare, di carattere vivace e fantastico. Particolarmente apprezzabile è l’opera detta Libro delle Tre scritture, paragonabile per tematiche (e struttura) alla Commedia dantesca. Altra opera sono i Contrasti, nella quale mette in atto il metodo della disputatio, dialoghi serrati tra personaggi reali od allegorici (Disputatio rose cum viola).
Il genere della visione dell’oltretomba
Il tema delle pene dell’inferno viene cantato anche ne Il libro di Uguccione da Lodi, mentre dell’inferno e del paradiso parlano le opere di Giacomino da Verona, il De Babilonia civitate infernali ed il De Jerusalem celesti, scritte in volgare veronese. Essendo tuttavia a tratti ingenue per le rappresentazioni dell’aldilà, esse hanno valore didascalico ed edificatorio sui lettori. Il loro merito è stato comunque quello di dare il là ad un nuovo genere letterario, che si ricollegava all’Apocalisse ed alla Seconda lettera ai Corinzi di Paolo di Tarso, oltre che ovviamente alla Commedia di Dante. Quest’ultimo, però, non ha potuto sfruttare più di molto gli spunti offerti da Bonvesin, Uguccione e Giacomo, proprio per il carattere grezzo delle loro invenzioni dell’oltretomba. La Commedia attingerà soprattutto, oltre all’Eneide di Virgilio, anche al Libro della Scala, opera araba del VIII secolo in cui Maometto compie un viaggio tra Inferno e Paradiso, con un impostazione che fa registrare significative corrispondenze con la Commedia. Questo libro era stato oltretutto già tradotto prima in francese e poi in toscano da Bonaventura da Siena.
La Scuola siciliana
La lingua provenzale d’oc esercita un influsso determinante sulla lirica italiana del Duecento: ci sono infatti trovatori italiani che poetano in provenzale, come Sordello da Goito, Lanfranco Cigala e Rambertino Buvalelli.
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